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venerdì 22 agosto 2014

lefebvriani

Sono lefebvriani! ... (Quando si ricorre ad un termine al solo fine di squalificare e silenziare)



S.Giovanni Paolo II del 6 2 1981: “i cristiani d'oggi si sentono in gran parte sperduti, confusi, perplessi e persino delusi”. Il Santo Padre ne sintetizza la cause con queste parole: “vengono diffuse dappertutto delle idee contrarie alla verità rivelata e da sempre insegnata. Vere e proprie eresie sono state divulgate nel campo del dogma e della morale, suscitando dubbi, confusione, ribellione. Anche la liturgia è stata profanata. Immersi in un relativismo intellettuale e morale, i cristiani sono tentati da un illuminismo vagamente moralista e da un cristianesimo sociologico, senza dogma definito e senza moralità oggettiva”.

Di questi tempi sembra di assistere, nei confronti di coloro che difendono e promuovono la Tradizione e quindi, in particolare, la Messa in rito antico (la Messa “di sempre”), una sorta di caccia all'untore di manzoniana memoria. Una caccia fomentata ad arte da chi odia la Tradizione e, ancor più, la Messa tradizionale.
Durante i periodi di pestilenza, l'untore (ne I promessi sposi Renzo viene accusato di essere uno di loro) era un individuo sospettato di cospargere di una sostanza giallastra ogni dove per contagiare con il morbo gli sventurati che ne venivano a contatto. Tale convinzione si era così radicata nella credenza popolare che veniva attribuita agli untori la causa del diffondersi della peste, provocando nei loro riguardi una persecuzione del tutto simile ad una vera e propria caccia alle streghe. Di untori si parla anche nella Storia della colonna infame, sempre scritta dal Manzoni, dove viene raccontata la storia di Gian Giacomo Mora, barbiere accusato di diffondere la peste. La caccia all' untore culmina in un processo-farsa e in una condanna a morte. In memoria della sua «infamia» viene eretta una colonna, che diventa però simbolo dell' ingiustizia commessa.
Gli untori, oggi, pare siano individuati nei cosiddetti tradizionalisti che altro non fanno che infettare cioè, parafrasando ai tempi nostri, impedire, destabilizzare, scompaginare i piani della nuova chiesa postconciliare tutta intenta a rinnovarsi ed aprirsi al mondo modificando geneticamente la dottrina “di sempre”: sicché questi cattolici piantagrane devono essere squalificati, meglio ancora, tolti di mezzo (al momento non ancora fisicamente, un domani chissà). In che modo? Con la furbizia e la meschinità innanzitutto, magari facendo leva anche sulla semplicità d'animo dei fedeli: da una parte infatti, nelle omelie o nei cosiddetti incontri di catechesi, inculcando nella loro testa il dogma del Concilio vaticano II e la sua rottura con un chiesa del passato bigotta e retrograda; dall'altra, identificando gli indisciplinati tradizionalisti, veri e propri “sabotatori” da additare e colpire con tutta la potenza della attuale misericordia (quella, per intenderci, che ha disintegrato i Francescani dell'Immacolata, un ordine trai più fiorenti quanto a vocazioni e desiderio di vivere la regola in modo autenticamente cattolico), coniando un termine che renda bene l'idea nell'immaginario collettivo al solo scopo di porli in cattiva luce: lefebvriani!
Al di là della curiosa costatazione che il termine in questione viene utilizzato spesso da chi neppure conosce le vicende che hanno interessato mons. Lefebvre e i sacerdoti che fanno parte della Fraternità San Pio X, da lui fondata, resta il fatto che ci sono anche coloro che invece ben rammentano la questione lefebvriana e proprio per questo nutrono un'avversione viscerale contro chi si è opposto con caparbio eroismo alla deriva modernista indicando le ambiguità contenute in molti documenti conciliari e lanciando l'allarme dei pericoli che ne sarebbero derivati per la salvezza delle anime dei fedeli: una difesa della Verità che sa di accusa a quanti intendono edulcorare la dottrina cattolica per piegarla alle esigenze dell'uomo, del suo io e delle sue voglie ...
Con ciò non si intende qui lanciare un'arringa difensiva nei confronti della FSSPX (la cui posizione canonica presenta indubbie problematicità) ma sottolineare che ben altra è la realtà rispetto a quella presentata anche da tanti sacerdoti, vescovi e cardinali (alle prese evidentemente con tanta ignoranza o altrettanta malafede?) i quali hanno sempre puntato il dito contro chi è definito lefebvriano al solo scopo di motivare rappresaglie di stampo staliniano, quando invece sarebbe opportuno e più logico chiedersi come è possibile considerare sovversivi e pericolosi coloro che, in ambito dottrinale, non intendono modificare di una virgola ciò che si è sempre detto, fatto, insegnato.
Già scriveva mons Lefebvre: “Mi vedo obbligato a dissipare un malinteso così da non dover più tornarci sopra: io non sono il capo di un movimento ed ancora meno il capo di una Chiesa particolare. Non sono, come invece non si smette di scrivere, il capo dei tradizionalisti. Si è persino giunti a qualificare alcune persone col nome di lefebvriani, come se si trattasse di un partito o di una scuola. È un abuso di linguaggio. Io non ho una dottrina personale in materia di religione. Mi sono attenuto per tutta la vita a ciò che mi è stato insegnato sui banchi del seminario francese di Roma, cioè alla dottrina cattolica secondo la trasmissione fattane, di secolo in secolo, dal magistero fin dalla morte dell'ultimo apostolo, che segna la fine della Rivelazione” (“Lettera aperta ai cattolici perplessi”).
Sulla questione del termine “lefebvriano” e del trabocchetto psicologico ad esso legato, giova, per altro, rammentare le parole del prof. Roberto de Mattei (in occasione della presentazione del suo libro Il Concilio Vaticano II, una storia mai scritta tenuta nel 2011 a Bologna): “Nel 1994 io scrissi un libricino dal titolo “il Centro che ci portò a sinistra” per mostrare come la Democrazia cristiana fosse un partito politico di centro che si muoveva verso sinistra cioè che trasbordava verso sinistra il suo elettorato che era un elettorato moderato conservatore. In quegli anni, anni 70 e 80, in Italia il peggior peccato politico era l'anticomunismo; gli anticomunisti erano spregiativamente liquidati come fascisti. Il termine fascismo, indicante non il fascismo storico ma l'anticomunismo, era stato coniato dai comunisti; però i centristi facevano loro questo termine perché preferivano il compromesso storico con i comunisti a qualsiasi tipo di alleanza con i cosiddetti fascisti (cioè con gli anticomunisti), perché erano convinti, i centristi, che il mondo andasse a sinistra... (e qui a Bologna p. Tomas Tyn che non era un centrista ma era un anticomunista, un anticomunista che arrivò ad offrire la sua vita per la liberazione della propria patria dal comunismo, p. Tyn era emarginato, anche nel suo convento, per il suo anticomunismo, per il suo tradizionalismo).
Questo clima durò almeno fino al crollo del muro di Berlino nel 1989: si trattava di un'operazione di guerra psicologica basata sulla elevazione a mito di un fatto storico, la Resistenza, e ricordo che fin dal 1968, affrontando il problema politico dei cattolici, Augusto Del Noce denunciava la strategia progressista, una strategia secondo cui la Resistenza cessa di essere un elemento da situare nella storia per diventare la misura della valutazione della storia. Ecco io ho l'impressione che ciò che ieri era in campo politico la Resistenza, sia oggi divenuto il Concilio Vaticano II, cioè un evento che cessa di essere un elemento da situare nella tradizione cattolica per diventare la misura della valutazione della tradizione.
E ho l'impressione che i progressisti abbiano sostituito il termine politico di fascismo con quello di lefebvrismo per indicare con questo termine non gli appartenenti alla Fraternità San Pio X (io non sono uno di questi) ma i tradizionalisti o i non progressisti in generale.


Anche p. Cavalcoli, qui presente, che certamente non è un progressista, per timore di essere definito tradizionalista agita un po' questo fantasma del lefebvrismo e però così facendo perde la battaglia del linguaggio, cede al progressismo, e ci ripropone la vecchia strada del centro che ci portò a sinistra. Però qui ciò che è in gioco sono cose più gravi perché non è in gioco la politica ma la Fede.
Tantè che p. Cavalcoli è consapevole della drammatica crisi che oggi attraversa la Chiesa perché in un suo recente bel libro dal titolo “La questine dell'eresia oggi” scrive giustamente e cito – forse mai come oggi nella storia della chiesa è esistita tanta confusione dottrinale e tanto pullulare di eresie a tutti i livelli e a tutti gli ambienti; […] è talmente grave la confusione odierna in fatto dottrinale che chiunque di noi, anche teologo o vescovo, può accogliere e insegnare qualche eresia senza rendersene conto e senza volerlo, tanta è l'astuzia e la potenza degli eretici. Essi stessi forse a volte inconsapevolmente tali, influenti a volte anche negli stessi vertici della chiesa cattolica e nelle sue istituzioni educative a tutti i livelli -.
Ecco, queste parole descrivono una situazione drammatica ma se questa è la situazione, come porre sullo stesso piano, come assumere una posizione di equidistanza tra modernismo e lefebvrismo o tradizionalismo che dir si voglia? (perché la Fraternità san Pio X si trova in una situazione di irregolarità canonica ma non diffonde eresie all'interno della Chiesa mentre invece la macroscopica minaccia oggi alla Chiesa è rappresentata dal modernismo, che come dice san Pio X è la sintesi di tutte le eresie, quel modernismo o neomodernismo che è presente nei seminari, nelle università pontificie, nelle librerie, nelle case editrici cattoliche, nelle cattedre episcopali e, come dice p. Cavalcoli, negli stessi vertici della Chiesa cattolica ...”


Risulta perciò evidente che oggi, con una crisi dottrinale e liturgica ormai impossibile da disconoscere, è francamente privo di senso il tentativo di affibbiare ai cosiddetti tradizionalisti l'etichetta di cattolici estremisti poiché di questi tempi la realtà nuda e cruda si riduce alla ricerca di chi è rimasto autenticamente cattolico, di chi insegna l'autentica dottrina cattolica, di chi vive in maniera autenticamente cattolica.
Infatti “in passato la via era nettamente tracciata; o la si seguiva, oppure no. C'era chi aveva la fede, chi l'aveva perduta e chi non l'aveva mai avuta. Ma chi l'aveva sapeva cosa doveva credere e cosa doveva fare. Oggi, molti non lo sanno più. Nelle chiese si sentono dei discorsi che lasciano attoniti; si leggono dichiarazioni contrarie a ciò che da sempre era stato insegnato ed il dubbio si è insinuato nella mente dell'uomo. Il 30 giugno 1968, S.S Paolo VI chiuse l'Anno della Fede con una professione di fede cattolica; nell'introduzione metteva in guardia tutti contro gli attentati mossi alla dottrina, perché, diceva, “ciò finirebbe per suscitare – come vediamo purtroppo oggi – il turbamento e la perplessità in molte anime fedeli”.
Lo stesso concetto si ritrova in un'allocuzione di S.S. Giovanni Paolo II del 6 febbraio 1981: “i cristiani d'oggi si sentono in gran parte sperduti, confusi, perplessi e persino delusi”. Il Santo Padre ne sintetizza la cause con queste parole: “vengono diffuse dappertutto delle idee contrarie alla verità rivelata e da sempre insegnata. Vere e proprie eresie sono state divulgate nel campo del dogma e della morale, suscitando dubbi, confusione, ribellione. Anche la liturgia è stata profanata. Immersi in un relativismo intellettuale e morale, i cristiani sono tentati da un illuminismo vagamente moralista e da un cristianesimo sociologico, senza dogma definito e senza moralità oggettiva”.
Questa perplessità si manifesta ad ogni istante nelle conversazioni, negli scritti, nei giornali e nei programmi radiofonici o televisivi, nel comportamento dei cattolici che si traduce, come appare dalle statistiche, in una considerevole diminuzione della pratica cristiana, in una sorta di insensibilità nei riguardi della Messa e dei sacramenti, in una rilassatezza generale dei costumi. Di conseguenza, si è portati a chiedersi cosa abbia provocato una tale situazione. Ad ogni effetto corrisponde una causa. Si è forse affievolita la fede degli uomini per una diminuzione della generosità dell'anima, per un vivo desiderio di godimento, per un'attrazione dei piaceri della vita e delle molteplici distrazioni che offre il mondo moderno? Queste non sono le vere ragioni, in quanto sono motivi che in un modo o nell'altro sono sempre esistiti. Ciò che ha provocato la rapida caduta della pratica religiosa è piuttosto il nuovo spirito che si è introdotto nella Chiesa ed ha gettato il dubbio su tutto un passato di vita ecclesiastica, d'insegnamento e di principi di vita. Tutto reggeva perché fondato sulla fede immutabile della Chiesa; la fede si fondava su delle certezze: scardinandole si è seminata la perplessità”.
Sono, queste ultime, parole condivisibili? Rispecchiano la realtà che è presente dinanzi ai nostri occhi? Ebbene, a chi è ancora alla ricerca di un briciolo di cattolicità che affiori da qualche parte, sarà forse motivo di sorpresa il fatto che tali parole sono state pronunciate da mons. Lefebvre, proprio quel mons. Lefebvre che viene additato come il vero male per eccellenza da combattere e silenziare nella nuova chiesa progressista e modernista. Eppure, limitandoci al contenuto del suo discorso, entrando nel merito della questione sollevata dal fondatore della FSSX, mettendo da parte simpatie o meno per la sua persona, tralasciando la questione canonica legata alla Fraternità, come è possibile non riconoscere in quelle parole una vera esortazione d'amore e di difesa per la Chiesa autentica e per Cristo stesso che così l'ha voluta?
Oggi, invece, vogliono darci da intendere che per 2000 anni la Chiesa ha sbagliato tutto o quasi tutto. Pare essere ritornati alla tentazione originaria di Adamo ed Eva: mangiate i frutti di questo albero e sarete come Dio. La stessa cosa. Una chiesa che dice all'uomo: fai come ti pare, basta seguire il concetto di bene che c'è in te, basta seguire la tua coscienza, e ti salverai comunque, e sarai felice. Tutto viene così ridotto ad un soggettivismo sfrenato che, impaziente, diventa persino violento pur di realizzare i propri progetti.
Al tempo stesso il significato delle parole è venuto stravolto: ci si è appropriati abusivamente del termine “cattolico” indipendentemente se ciò che si pensa è conforme o meno all'insegnamento di Cristo. Tutto è divenuto maschera, menzogna, avidità, ambiguità, malvagità. Il sovvertimento della realtà è palese: ciò che era bene è divenuto male, ciò che è sempre stato male è sdoganato come bene. E in tutto questo ribaltamento non poteva che essere coinvolta anche la Messa “di sempre”, il vero obiettivo di quanto sta accadendo: essendo Sommo bene, si è riusciti a dipingerla come sommo male. Logico, è lo scontro drammatico che si ripete in ogni istante della storia tra Cristo e satana, è la scelta ineludibile che impegna l'uomo, ciascun uomo: essere di Cristo o non essere di Cristo ("Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde". Mt 12, 30)
Perciò vediamo di essere non equivoci: oggi, in questo momento storico, se essere fedeli alla dottrina cattolica che la Chiesa ha sempre insegnato, se essere fedeli alla Tradizione conservandone l'incomparabile preziosità, se essere fedeli alla Messa di sempre che ci riempie di Grazie, se essere tutto questo significa venire bollati come fanatici, integralisti o lefebvriani, ebbene siamo ben felici di essere considerati come coloro che non si rendono partecipi del disfacimento in atto della vera Chiesa cattolica ad opera dei suoi nemici interni che pare abbiano preso il sopravvento...
Ci toccherà ricostruire dove continuamente si distrugge: ne siamo ormai abituati.

Stefano Arnoldi

domenica 10 novembre 2013

MODERNISMO E CONCILIO VATICANO II

LA BEATA CATERINA EMMERICH 

AVEVA RAGIONE: 

L'INTERPRETAZIONE MODERNISTA 

DEL CONCILIO VATICANO II



giovanni-XXIII


«Vidi una strana chiesa che veniva costruita contro ogni regola ... Non c'erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione. In quella chiesa non c'era niente che venisse dall'alto ... [...] Si tratta probabilmente di una chiesa di umana creazione, che segue l'ultima moda [...] non c'era nulla di santo in essa»: la beata Caterina Emmerich (1774-1824) fa ricorso a poche ma incisive parole per descrivere una situazione disastrosa e preoccupante per la Chiesa di Pietro. Una nuova chiesa, di origine umana, viene costruita in alternativa alla vera Chiesa, rappresentata da quel "Santo Padre afflitto,angosciato e nascosto" di cui fa menzione la stessa in un'altra visione.

Senza dubbio sono delle rivelazioni destabilizzanti per la fede di ciascuno di noi e gettano nella confusione. Per di più, apparentemente arrecano una ferita profonda alla gloriosa Tradizione Cattolica, la quale ha nell'infallibilità dottrinale della Chiesa lo snodo centrale. 

«Che la Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerá per l'eternità»: lo scriveva il Santo Pontefice Gregorio VII redigendo nel 1075 il Suo "Dictatus Papae" sui diritti del Papa. Ma per un cattolico "tradizionale" come me non é di certo una novità. La voce di Ildebrando Aldobrandeschi da Soana non é di certo la sola: non possiamo dimenticare quella di Sant'Ireneo o di San Cipriano!

Eppure come conciliare le visioni della Santa tedesca con questi insegnamenti dei Padri della Chiesa? O anche come reagirebbero questi stessi, in questo anno della Fede, in questo cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II, se vedessero la maggior parte dei sacerdoti celebrare il Santo Sacrificio della Messa con stole pro gay families (per chi non lo sapesse sono quelle "simpatiche" con la bandiera multicolore) o accogliere il Sangue di Cristo in calici non preziosi o dare la Santa Eucarestia al popolo di Dio in bicchieri di plastica? Forse tacerebbero. É forse questa la "falsa Chiesa" di cui parla la Emmerich? E la colpa dei suoi abomini a chi é da imputare? A Giovanni XXIII o a Paolo VI? O più in generale al Concilio Vaticano II? 

Nessuna di queste é la risposta corretta. E allora la verità qual é?

L'allora Cardinale Ratzinger, in "Rapporto sulla fede", ci offre la risposta ai nostri dubbi: «Sono convinto che i guasti cui siamo andati incontro in questi venti anni (1965-1985) non siano dovuti al Concilio "vero" ma allo scatenarsi, all’interno della Chiesa, di forze latenti aggressive, centrifughe, magari irresponsabili oppure semplicemente ingenue, di facile ottimismo, un’enfasi sulla modernità che ha scambiato il progresso tecnico odierno con un progresso autentico, integrale. E all’esterno, all’impatto con l’ideologia liberal-radicale di stampo individualistico, razionalistico, edonistico». Eh si, Eminenza, si é sviluppato un contro o anti-Concilio Vaticano II ("La falsa chiesa") che,grazie all'appoggio delle correnti moderniste, si é andato soppiantando al Concilio autentico. 

D'altronde lo stesso Giovanni XXIII, nel suo discorso inaugurale del Concilio, disse:« il ventunesimo Concilio Ecumenico vuole trasmettere integra,non sminuita, non distorta la dottrina cattolica». Per lo stesso Papa bergamasco,occorreva solamente "insegnarla in modo più efficace" per inaugurare una nuova Pentecoste per la Sposa di Cristo. Tant'è vero che quasi la totalità dei documenti conciliari sono di carattere pastorale. Eppure, «é incontestabile che gli ultimi vent’anni (1965-1985) sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa Cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti» ebbe modo di confessare l'ormai Pontefice Emerito, il quale raccomanda,bensì,ai cattolici di tornare «ai testi del Vaticano II autentico».

É dello stesso pensiero anche Papa Giovanni Paolo II,come emerge dal numero 11 di "Pastores Dabo vobis" a proposito della crisi del sacerdote.

Cos'è successo dunque? Semplice: qualcuno sta operando una rilettura modernista del Concilio Vaticano II, costruendo la Falsa Chiesa Cattolica.

Non siete convinti? Bene,vediamo qualche esempio insieme.
La "Sacrosantum Concilium",di cui ricorre il 50º anniversario, ribadisce il valore della Messa come Sacrificio incruento del Cristo (n. 47); tuttavia, a lungo andare, fregandosene dei testi dell'assise, si é cercato di ridurre la funzione religiosa alla stregua di un banchetto protestante. C'è voluto Giovanni Paolo II a ridare linfa al vero documento conciliare con la sua enciclica sull'Eucarestia. Nella stessa costituzione, troviamo scritto anche : «la Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio, perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale» (n. 116). Nulla di fatto: assistiamo giornalmente a "strimpellature" ignobili durante le celebrazioni. Per quanto riguarda,invece, la lingua da recitare durante la Messa il Concilio scrisse:« Si possa concedere, nelle Messe celebrate con partecipazione di popolo, una congrua parte alla lingua volgare, specialmente nelle letture e nella "Orazione comune", e, secondo le condizioni dei vari luoghi, anche nelle parti spettanti al popolo. Si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’Ordinario della Messa che spettano ad essi» (n. 54). E ancora:« L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. [...] Si possa concedere alla lingua volgare una parte più ampia, specialmente nelle lettura e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti» (n.38). E invece del latino non c'è più traccia se non nelle celebrazioni nella forma straordinaria e in qualche celebrazione del Pontefice Romano. E che dire poi delle candidature di uomini "spretati" nelle liste comuniste e socialiste, nonostante il Concilio avesse raccomandato ai cattolici di seguire la dottrina sociale della Chiesa in campo politico? Questi sono pochi dei tanti esempi della contraddizione tra Vaticano II vero, "pastoralmente riformista" e inquadrabile perfettamente nel solco della Tradizione, e il Vaticano II inesistente, modernista ma ormai quello ampiamente praticato dalla maggior parte dei sacerdoti. Il Concilio ha spento le sue cinquanta candeline, é vero, ma di attuazione non vuole sentirne ancora parlare, nonostante i Pontefici abbiano richiamato al messaggio autentico del Vaticano II.

I modernisti se ne sono appropriati e lo leggono a loro piacimento:questa è la nuova astuzia di Satana per distruggere la Santa Chiesa.

Come diceva il buon vecchio Leone X: Exsurge, Domine, et iudica causam Tuam!

Gianluca Di Pietro

giovedì 7 novembre 2013

confusione nera

"Chi cerca veramente Dio, 
in questa Chiesa rivoluzionaria, 
resta terribilmente solo."




Prendiamo dal blog "Radicati nella fede" e pubblichiamo
l'editoriale del mese di novembre 2013.


Rivoluzione e Tradizione

 Cosa fare quando tutto sembra immerso in una confusione tremenda? Cosa fare quando non sembra sussistere nulla di certo?

 L'uomo è fatto per vivere di fronte a Dio, e in Dio trovare la propria consistenza e pace. Un tempo la Chiesa Cattolica comunicava questa pace. Era il mondo, quello lontano da Dio, ad essere in continua agitazione, ma la Chiesa no. La Chiesa era la stabilità.

 Era il mondo senza Dio ad essere immerso in una continua Rivoluzione e questa Rivoluzione continua era amata dalle anime instabili e disperate che, scontente della vita, cercavano affannosamente un’impossibile novità che appagasse il loro vuoto interiore.

 La Chiesa no; sempre uguale a se stessa, composta e pacifica nella stabilità di Dio, avanzava nel mare della storia ed era il vascello sicuro per le anime che non amavano la Rivoluzione riconoscendola falsa e ingannevole.
  

 Era il mondo moderno che, non volendo dipendere più da Dio e da nessuna autorità, criticava la Chiesa accusandola di non cambiare mai! Non credendo in Dio, il mondo moderno non capiva la stabilità della Chiesa, perché in fondo non capiva la stabilità di Dio.
  

 Così, in mezzo a tutte le terribili rivoluzioni, la Chiesa con i suoi santi, con la grazia soprannaturale dei suoi sacramenti, con la verità immutabile rivelata da Dio e trasmessa dalla Tradizione e dalla Scrittura, camminava nel mondo, strappando tutte le anime che poteva alla Rivoluzione che uccide, per portarle nel suo seno, nella stabilità della grazia che edifica.
  

 Tanti venivano colpiti dalla meravigliosa pace che emanava dalla Chiesa Cattolica, pace che convinceva e convertiva, pace che è tra i più grandi segni di Dio.
  

 Quante conversioni anche nel mondo protestante verso la Chiesa Cattolica: i protestanti si erano adattati alla modernità sempre più atea e indifferente, ma questa modernità non dava pace e molti così tornavano alla Chiesa Cattolica. Descrive molto bene questa situazione Carlo Lovera di Castiglione nel suo famoso testo su ”Il movimento di Oxford”. Parlando della crisi dottrinale scoppiata dentro la chiesa anglicana a metà dell'800 così dice: “...dei fedeli, gli uni non sapevano più che pensarne, altri parteggiavano per i novatori, molti guardavano oltre i confini della Chiesa Stabilita, verso i Cattolici Romani, per i quali la serenità della fede e dell'immutabile dottrina, si rifletteva nel possesso della verità pieno di sicurezza e di pace.” (Carlo Lovera di Castiglione, Il movimento di Oxford, Morcelliana 1935, pag. 220).
  

 “La serenità della fede e dell'immutabile dottrina, si rifletteva nel possesso della verità pieno di sicurezza e di pace”: come è dolce questo parlare. E' la dolcezza stessa di Dio che dona nella Chiesa quella serenità che ogni cuore cerca.
  

 Ma ora tutto è cambiato... sono giunti giorni terribili che la retorica buonista dei cristiani ammodernati non può nascondere: la Rivoluzione dal mondo ateo è entrata nella Chiesa e sta consumando tutto. Non c'è più stabilità, la Chiesa sembra entrata in una perenne Rivoluzione che tutto cambia continuamente: confusione nei riti, confusione nella dottrina, confusione nella morale, confusione nella disciplina. Non sai se la verità di oggi durerà domani. Tanti, preti e fedeli, corrono affannosamente per non restare indietro, per adattarsi come possono a questa estenuante confusione.
  

 Chi cerca veramente Dio, in questa Chiesa rivoluzionaria, resta terribilmente solo.
  

 Che fare in questo clima asfissiante? e che cosa non fare?

  

 Innanzitutto occorre non farsi prendere dall'agitazione, occorre non reagire da rivoluzionari: sarebbe come curare il male, che è appunto la Rivoluzione, con la stessa malattia. Lo spirito rivoluzionario, anche quando pretende di salvare il bene, non sarà mai la soluzione.
  

 Bisogna invece stare veramente fuori dalla Rivoluzione, vivendo integralmente il cattolicesimo in quella stabilità che era sua, prima che la Rivoluzione invadesse tutto.

 Nella confusione nera, nelle tenebre, urge decidere di fronte a Dio di vivere da cattolici, stabilmente. Per questo bisogna riconoscere un luogo che ti comunichi la pace della fede nel possesso della verità rivelata. Un luogo dove è celebrata la Messa tradizionale: eleggerlo come riferimento per la propria vita, lasciandosi educare da questo luogo. Non vivere da agitati in una lotta perenne ma vivere da cattolici nella liturgia di sempre, nella dottrina di sempre, nella grazia di sempre secondo i sacramenti di sempre; e così operare tutto il bene che il Signore ci permette di compiere.
  

 Lo dice padre Calmel: “Ciò che sarà sempre possibile nella Chiesa, ciò che la Chiesa assicurerà sempre, nonostante i tentativi diabolici della nuova Chiesa post-vaticanesca, è questo: tendere alla santità realmente, potersi istruire, in un gruppo reale anche se molto piccolo, sulla dottrina immutabile e soprannaturale, sotto un'autorità reale e conservando la sicurezza che resteranno sempre dei veri sacerdoti e dei Vescovi fedeli, che non avranno dimissionato (forse anche senza accorgersene) nelle mani delle commissioni e della collegialità.” (R. T. Calmel, Breve apologia della Chiesa di sempre, Editrice Ichthys, pag. 51).
  

 Carissimi, se vivremo così, le tenebre terribili di oggi resteranno fuori dai nostri cuori.
  

 Preghiamo perché la Madonna ci ottenga questo rifugio, e noi cerchiamo di esserne sempre più degni.


lunedì 4 novembre 2013

Comunione sulla mano? No mai!!!

“Hoc ore sumitur”: 
contro la Comunione sulla mano




Da sempre l’Eucaristia si è presa direttamente in bocca


“Dobbiamo badare con ogni premura a non attenuare alcuna dimensione o esigenza dell’Eucaristia. Così ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono. (…) Non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero!”

(Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n.61)

 
 

Un edificante episodio … e ciò che insegna san Francesco

Si era nel 1871, in Francia. I Prussiani stavano per occupare il villaggio di Delors. Gli abitanti, buoni cristiani, si preoccuparono che all’arrivo dei nemici l’Eucaristia avrebbe rischiato di essere profanata. Avevano già sentito di casi simili operati dai Prussiani, ma non avevano però il sacerdote per poterla rimuovere dal tabernacolo. Allora pensarono di affidare ad un venerando anziano il compito di prendere le sacre Specie e di nasconderle. Ma l’anziano prescelto si rifiutò categoricamente: “Io non sono degno!”;poi lui stesso consigliò di servirsi di un bambino che era lì ed aveva appena quattro anni. Fu accettata la proposta. Si chiamò quel fanciullo innocente e ci si recò in chiesa. Il vecchio aprì il tabernacolo e il fanciullo prese nelle mani la Pisside con le Ostie e la portò, seguito dai fedeli, in un luogo sicuro. Un pio scrittore che riferisce questo episodio ha commentato: “Quei buoni abitanti mostrarono in qualche modo quale deve essere la purezza di chi riceve la Comunione! Poiché, se tanta deve essere l’innocenza e la purezza in colui che ha da portare semplicemente fra le sue mani Gesù Eucaristico, quanto dovrà essere maggiore l’innocenza e la purezza di chi deve riceverlo nel santuario del proprio cuore?”

San Francesco d’Assisi vedeva nella Vergine Immacolata il modello della purezza con la quale i cristiani, e in particolare i Sacerdoti, dovrebbero accostarsi al Corpo santissimo del Signore. Egli scrive in una sua lettera:“Ascoltate, fratelli miei, se è tanto onorata la Vergine Maria, come è giusto, perché portò Gesù nel Suo seno santissimo, quanto non deve essere santo e giusto e degno di Lui chi lo può toccare con le sue mani, prendere nel cuore e nella bocca, o offrirlo agli altri perché lo ricevano?”

Sono davvero credibili gli argomenti a favore dell’Eucaristia da ricevere in mano?

Veniamo adesso ad elencare alcuni argomenti che solitamente sostengono coloro che sono favorevoli a ricevere l’Eucaristia nella mano.

Il primo argomento è relativo a ciò che racconta il Vangelo, il secondo è di carattere storico.




Argomento evangelico

Si dice: Gesù nell’Ultima Cena non diede agli apostoli l’Eucaristia direttamente in bocca ma in mano.

Prima di tutto va detto che non è affatto scontata una cosa del genere. Anzi, è possibile supporre che Gesù abbia dato il pane direttamente in bocca a ciascun apostolo. In Medio Oriente, usanza del tempo di Gesù e che perdura tuttora, il padre di casa nutre i suoi ospiti con la propria mano, mettendo un pezzo simbolico di cibo nella bocca degli ospiti.

Ma, ammesso e non concesso che sia andata davvero così, cioè che Gesù abbia dato l’Eucaristia nelle mani degli apostoli, va fatta una precisazione importante: in quel momento gli apostoli già erano stati ordinati sacerdoti, addirittura sacerdoti in pienezza, quindi vescovi. 

Argomento storico

Il secondo argomento è di carattere storico ed è più complesso del primo, pertanto merita una risposta molto più lunga. Si dice: i primi cristiani non ricevevano la Comunione direttamente in bocca ma tra le mani.  Vediamo se realmente fu così.

Prima di tutto va fatta una premessa. Non è detto che ciò che vi era nell’antichità è sempre migliore di ciò che si è approfondito e si è istituzionalizzato in seguito. Liturgicamente, come è sbagliato ilprogressismo, per cui ciò che viene dopo sarebbe sempre migliore di ciò che è venuto prima; è altrettanto sbagliato l’archeologismo, ciò che è venuto prima sarebbe sempre migliore di ciò che viene dopo. A riguardo papa Pio XII è molto chiaro nella sua Mediator Dei (n.51): “(…) non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi, ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per mutate circostanze. Questo modo di pensare e di agire, difatti, fa rivivere l’eccessivo ed insano archeologismo suscitato dall’illegittimo concilio di Pistoia, e si sforza di ripristinare i molteplici errori che furono le premesse di quel conciliabolo e ne seguirono, con grande danno delle anime e che la Chiesa, vigilante custode del ‘Depositum Fidei’ affidatole dal suo divin Fondatore, a buon diritto condannò.”

Altra premessa importante. Nei primi secoli del Cristianesimo si facevano forti penitenze per l’Eucaristia, per esempio ci si asteneva da qualsiasi cibo e bevanda dalla vigilia fino al momento della Comunione. Ora, se valesse il principio archeologista, bisognerebbe chiedere a tanti sostenitori della Comunione nella mano: ma perché non si recuperano anche le rigide penitenze dei primi secoli? Se è giusto riprendere ciò che vi era all’inizio, allora si riprendano anche le dure penitenze dell’inizio… mi sa che molti si tirerebbero indietro.

Ma veniamo ai fatti. Davvero nei primi tempi della Chiesa l’Eucaristia si riceveva nella mano? E’ falso.  

Ci sono testimonianze certe che attestano come sin dall’inizio era diffusa la consuetudine di deporre le sacre Specie sulle labbra dei comunicandi e anche della proibizione ai laici di toccare l’Eucaristia con le mani. Solo in caso di necessità e in tempo di persecuzione, assicura per esempio san Basilio, si poteva derogare da questa norma e quindi era concesso anche ai laici di comunicarsi con le proprie mani.

Papa Sisto I fu sesto successore di Pietro e settimo papa, dal 115 al 125. Questi, per impedire gli abusi che già a quei tempi si verificavano, proibì ai laici di toccare i vasi sacri, per cui è ampiamente fondato supporre che vietasse agli stessi di toccare le Sacre Specie eucaristiche: “Statutum est ut sacra vasa non aliis quam a sacratis Dominoque dicatis contrctentur hominibus”.

Sant'Eutichiano, papa dal 275 al 283, affinché non toccassero l’Eucaristia con le mani, proibì ai laici di portare le sacre Specie agli ammalati:“Nessuno osi consegnare la comunione a un laico o ad una donna per portarla ad un infermo.”

Il Concilio di Saragozza, nel 380, emanò la scomunica contro coloro che si fossero permessi di trattare la santissima Eucaristia come in tempo di persecuzione, tempo nel quale –come abbiamo già detto- anche i laici potevano trovarsi nella necessità di toccarla con le proprie mani.

Sant’Innocenzo I, dal 404, impose il rito della Comunione solo sulla lingua.

Papa Sant'Innocenzo I (401-417), nel 416, nella Lettera a Decenzio, Vescovo di Gubbio, che gli chiedeva direttive riguardo alla liturgia romana che intendeva adottare, rispose affermando per tutti l’obbligo di rispettare al riguardo la Tradizione della Chiesa di Roma, perché essa discende dallo stesso Pietro, primo Papa. Ebbene, lo stesso Sant’Innocenzo –come abbiamo detto prima- dal 404 aveva imposto il rito della Comunione solo sulla lingua. 

San Leone Magno (440-461) scrisse nel Sermo V, De jeunio, decimi mensi: “Hoc ore sumitur”, ovvero: “Questo Cibo si riceve con la bocca.”

San Gregorio Magno narra che sant’Agapito, papa dal 535 al 536, durante i pochi mesi del suo pontificato, recatosi a Costantinopoli, guarì un sordomuto all’atto in cui “gli metteva in bocca il Corpo del Signore”,dunque l’Eucaristia si dava direttamente in bocca.

Il Concilio di Rouen, verso il 650, proibì al ministro dell’Eucaristia di deporre le sacre Specie sulla mano del comunicando laico: “(Il sacerdote) badi a comunicarli (i fedeli) di propria mano, non ponga l’Eucaristia in mano a nessun laico o donna, ma la deponga solo sulle labbra con queste parole: ‘Il Corpo e il Sangue del Signore, ti giovi in remissione dei peccati e per la vita eterna. Se qualcuno trasgredirà queste norme, sia rimosso dall’altare, perché disprezza Dio Onnipotente e per quanto sta in lui lo disonora.”

Sulla medesima linea il Concilio Costantinopolitano III (680-681), sotto i pontefici Agatone e Leone II, vietò ai fedeli di comunicarsi con le proprie mani e minacciò la scomunica a chi avesse avuto la temerarietà di farlo.

Il Sinodo di Cordoba dell’anno 839 condannò la setta dei “casiani” a causa del loro rifiuto di ricevere la sacra Comunione direttamente in bocca.

In Occidente, il gesto di prostrarsi e inginocchiarsi prima di ricevere il Corpo del Signore si osservava negli ambienti monastici già a partire dal VI secolo (per esempio nei monasteri di san Colombano) Più tardi nei secoli X e XI questo gesto si diffuse ancora di più.

Quando san Tommaso d’Aquino espose i motivi che vietavano ai laici di toccare le sacre Specie, non parlò di un rito di recente invenzione, ma di consuetudine liturgica antica come la Chiesa.

Ecco perché il Concilio di Trento poté affermare che non solo nella Chiesa di Dio fu una consuetudine costante che i laici ricevessero la Comunione dai sacerdoti, mentre i sacerdoti si comunicassero da sé, ma anche che tale consuetudine è di origine apostolica: Nell’assunzione di questo Sacramento (l’Eucaristia) fu sempre costume nella Chiesa di Dio che i laici ricevessero la comunione dai Sacerdoti e i Sacerdoti celebranti invece comunicassero se stessi, costume che con ogni ragione deve ritenersi come proveniente dalla Tradizione apostolica.”



Abbiamo iniziato con papa Giovanni Paolo II, concludiamo con lui. Sempre nella Ecclesia de Eucharistia, al n.49, scrive:

“Sull’onda dell’elevato senso del mistero si comprende come la fede della Chiesa nel mistero eucaristico si sia espressa nella storia non solo attraverso l’istanza di un interiore atteggiamento di devozione, ma anche attraverso una serie di espressioni esterne.”

Corrado Gnerre
14 settembre 2013


[1] Cfr. P. Stefano Maria Manelli, La grande promessa dei S.S. Cuori,Casa Mariana, Frigento (Avellino), pp. 67-69.
[2] Francesco d’Assisi, Lettera II, cit. in Rita M.Rossi, I santi e la Madonna, vol.I, Casa Mariana, Frigento (Avellino), pp.30-31.
[3] Cfr. A. Schneider, Dominus est, “Cum amore ac timore”. Alcune osservazioni storico-liturgiche sulla Sacra Comunione, in “Il Settimanale di Padre Pio”, anno VIII, n.9, 8.3.2009, p.14.
 
[4] P.G. XXXII, col.483-486.
[5] Mansi I, 653.
[6] P.L. V, col. 163-168.
[7] Saenz de Aguire, Notitia Conciliorum Hispanae, Salamanca, 1686, p.495.
[8] Mansi X, 1205.
[9] Ivi.
[10] P.L. 54, 1385.
[11] Dialoghi III, 3.
[12] Mansi, vol.X, col.1099-1100.
[13] Cfr. J.A. Jungmann, Missarum solemnia. Eine genetische Erklarung der romischen Messe, Wein 1948, II, p.436, n.52; da: A. Schneider, cit., p.14.
[14] Cfr. Regula coenobialis, da: A. Scheneider, cit., p.14.
[15] Cfr. J.A. Jungmann, cit., pp.456-457; p.458, n.25; da: A.Scheneider, cit., p.14.
[16] Cfr. Summa Theologiae III, 9, 82, a.3.
[17] Concilio di Trento, Decreto sull’Eucaristia, sessione XIII, Denzinger 881. 


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