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sabato 2 gennaio 2016

Con l’Italia mai!

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I Mille del Papa: sottane, pastori e anatre selvatiche in difesa di Pio IX




di Luca Fumagalli 
Accanto ai grandi avvenimenti della storia sorge sempre un corollario di aneddoti più o meno fantasiosi. Tra quelli connessi alle imprese dei volontari di Pio IX, uomini che da tutto il mondo raggiunsero il piccolo Stato pontificio per difendere il Papa dalle mire espansionistiche di Cavour e di Vittorio Emanuele II, ve ne è uno davvero singolare che riguarda la famosa medaglia d’argento “Pro Petri Sede” distribuita ai sopravvissuti della battaglia di Castelfidardo. Una consolidata tradizione orale garantisce che una di queste sia stata rinvenuta fra le spoglie del famoso capo pellerossa Toro Seduto. L’avrebbe strappata a un soldato irlandese passato dall’esercito papale a quello statunitense. Coinvolto nello scontro di Little Bighorn, dove gran parte del reggimento a cavallo del generale Custer fu massacrato, il soldato si comportò con tale coraggio da suscitare l’ammirazione dei vincitori. Toro Seduto si appropriò quindi della medaglia ritenendola un amuleto di forza e temerarietà.
Dato il triste destino del capo indiano, sembra che il feticcio tutto sommato non abbia sortito l’effetto sperato. Ma l’episodio, sebbene marginale, testimonia l’enorme eco internazionale che ebbero le imprese dei crociati antirisorgimentali accorsi a Roma tra il 1860 e il 1870. Nella Città Eterna in dieci anni transitarono volontari di ben ventisette nazioni. In tutto mai superarono le quindicimila unità, ma le scarse disponibilità economiche della casse pontificie non permettevano di mantenere un esercito più grande. I richiedenti furono numerosissimi e alcune fonti parlano addirittura di centomila giovani pronti a partire dal solo Quebec. Le reclute vennero dunque inquadrate in diversi corpi, il più famoso dei quali fu quello degli Zuavi, nato ufficialmente il 1 gennaio 1861 sui resti dei Tiragliatori franco-belgi.
I mazziniani accusavano la Chiesa di opporsi alla modernità, di arroccarsi dietro i bastioni dell’assolutismo per tentare inutilmente di proteggersi dall’inevitabile avanzata repubblicana. Forse non si accorsero – o non vollero accorgersi – che mai come nell’esercito papale la democrazia aveva trovato più vasta applicazione. Infatti, per la prima volta nella storia, il fabbro bavarese combatteva fianco a fianco con il conte francese, lo studente italiano con l’agricoltore irlandese, l’ex seminarista fiammingo con il cacciatore di bisonti statunitense. Nobili e popolino avevano trovato nella Fede e nella comune causa della difesa del potere temporale della Chiesa un collante così efficace da travalicare qualsiasi steccato sociale. Inoltre, diversi ufficiali che avevano edificato la propria carriera sui più famosi campi di battaglia europei dettero prova di grande umiltà arruolandosi a Roma come soldati semplici, e furono numerosi quelli che rinunciarono allo stipendio per devolverlo in favore di opere pie.
L’appassionante vicenda dei volontari di Pio IX, spesso ignorata dalla storiografia risorgimentale mainstream, è raccontata nel recente saggio di Alfio Caruso intitolato Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa (Longanesi, 2015). Caruso, giornalista e scrittore, si accolla l’oneroso compito di scavare nuovamente nel passato scomodo dell’Italia per riportare alla luce una delle pagine più contraddittorie della storia nazionale. I Mille a cui si riferisce il sottotitolo, in particolare, furono coloro che come Kanzler, De Courten, Allet, Azzanesi e Ungarelli maturarono una lunga carriera nell’esercito pontificio: giovani tenenti nel 1848 durante la difesa di Vicenza a fianco dei soldati di Carlo Alberto, divennero i generali che nel 1870 tentarono l’ultima e disperata resistenza a Roma. Caruso parte dalla loro esperienza individuale per imbastire una narrazione di taglio giornalistico, frizzante e accattivante, che non risparmia elogi e critiche a entrambe le parti in lotta. L’ago della bilancia in ultima istanza sembra però pendere più dalla parte dei militi del Papa per cui l’autore prova una naturale ammirazione. La prospettiva complessiva tende comunque all’oggettività e l’apparato bibliografico – piuttosto limitato, ma adatto per un lavoro a scopo divulgativo – rivela l’utilizzo di fonti composite che vanno delle testimonianze dei reduci agli studi di Montanelli e di Denis Mack Smith.
Il volume abbraccia un arco temporale piuttosto lungo, dall’elezione di Pio IX nel 1846 alla caduta di Roma nel 1870. Dal tema centrale si dipanano poi diverse piste che approfondiscono vicende collaterali come il complesso quadro politico internazionale dell’epoca, la fine del Regno delle Due Sicilie, l’esilio romano di Francesco II, il Concilio Vaticano, il brigantaggio e, in generale, i tanti nodi irrisolti dell’unità. A questo proposito il giudizio dell’autore è tranciante: «L’Italia è da subito un grande mercato nel quale ciascuno prova a concludere l’affare migliore. A cominciare dai Savoia nessuno ha l’autorità morale per ergersi a custode della nazione; stanno sul trono per una serie di eventi spesso indipendenti dai loro desideri, dalla loro volontà. A differenza di quanto ancor oggi si ripete, non sono stati loro a fare l’Italia, è l’Italia che se li è trovati sul groppone essendo stata l’unica dinastia a guardare oltre i propri confini».
Lo spirito revisionistico del libro è ben esemplificato dalla descrizione dell’incontro tra il giovane tenente Riccardo Mortara, da poco entrato a Roma con gli italiani, e il fratello minore Edgardo, sottratto dodici anni prima a Bologna ai genitori per espresso volere delle gerarchie ecclesiastiche. Il “caso Mortara”, che all’epoca suscitò un moto d’indignazione in tutta Europa, ebbe luogo il 23 giugno del 1858, quando la polizia venne a sapere che la cameriera dei Mortara, agiati ebrei romagnoli, aveva battezzato a due anni il bambino, gravemente malato. Il battesimo, secondo la legge allora in vigore, escludeva che Edgardo fosse allevato da genitori non cattolici: il giovane fu quindi condotto nella capitale. Ciò che però si tace è che l’incontro tra i due fratelli nel 1870 fu tutt’altro che piacevole. Edgardo, da tre anni accolto nell’ordine dei Canonici regolari del Laterano, non accettò di tornare in famiglia: l’unica che ormai riconosceva era quella clericale.
Ma il grande merito del testo di Caruso è quello di soffermarsi sui protagonisti, grandi e piccoli, che animarono l’azione antirisorgimentale di Pio IX, il più grande nemico dell’Italia massonica, lo stesso che fu scambiato nei primi anni di pontificato per un convinto liberale. Sotto di lui, mossi innanzitutto dall’affetto per il Papa e dalla convinzione che la perdita del potere temporale avrebbe scosso la Chiesa dalle fondamenta, tanti impugnarono le armi per difendere le prerogative del trono e dell’altare.
È questo il caso, per esempio, delle “anatre pazze”, soprannome affibbiato dai romani ai tumultuosi irlandesi, intrattabili dopo aver alzato il gomito in qualche osteria – cosa che, detto per inciso, accadeva spesso – ma soldati estremamente affidabili in battaglia. Cresciuti a patate e Vangelo, molti di essi compirono azioni eroiche guadagnandosi le lodi dei superiori e numerosi riconoscimenti. Meritano di essere citati anche i “zampitti”, pastori e contadini ciociari che ebbero un ruolo determinante soprattutto nello sgominare le bande di briganti penetrate nel Lazio meridionale. Sudditi fedeli, arruolati soprattutto per la conoscenza del territorio, si rivelarono presto instancabili cacciatori di fuorilegge.
A sostenere le peripezie di un esercito costantemente in inferiorità numerica e inevitabilmente votato alla sconfitta accorsero anche diverse donne che, accanto a frati e suore, svolgevano mansioni infermieristiche. La Rosalia Montmasson dei pontifici fu l’inglese Katherine Stone. Sanfedista tutta d’un pezzo, era solita aggirarsi tra i feriti completamente vestita di nero, in testa indossava un baschetto inforcato da una piuma alla cacciatora con il velo ripiegato intorno e trattenuto da un fermaglio rappresentante la medaglia di San Pietro. Di stanza presso le Suore della Carità, si comportò egregiamente portando ai sofferenti non solo i medicinali, ma anche il conforto di un sorriso e di una preghiera.
Accanto ai volontari mossi da nobili ideali non mancarono diversi che giunsero nello Stato della Chiesa solo per sfuggire alla giustizia dei rispettivi paesi o attirati dalla prospettiva di uno stipendio sicuro. Famoso fu il caso di John Surrat, ex soldato confederato accusato di aver preso parte alla cospirazione per uccidere Lincoln. Arruolatosi negli Zuavi sotto falso nome, fu riconosciuto e costretto a scappare. Catturato ad Alessandria d’Egitto e ricondotto negli Stati Uniti, per sua fortuna venne scagionato per insufficienza di prove.
Principi, banditi e uomini di Fede, la storia dei Mille del Papa si concluse a Roma il 20 settembre 1870. Dopo che le speranze di vittoria erano presto naufragate davanti alla preponderanza delle armate guidate da Cadorna, lo stato maggiore papalino, su consiglio di Pio IX, puntò a una resistenza poco più che simbolica. Qualche cannonata, alcune decine di morti e la città si arrese: la rivoluzione italiana alla fine aveva trionfato. I reparti pontifici, il cui bivacco si trovava in piazza San Pietro, alla sera cantarono per l’ultima volta “L’inno a Pio IX” composto da Charles Gounod; il giorno dopo avrebbero dovuto abbandonare la Città Eterna, condannati fino alla morte a vivere la misera condizione di stranieri in patria. L’unica consolazione che dava alla piazza ancora la forza di abbozzare un sorriso tra le lacrime era quella che, almeno in cielo, Qualcuno si sarebbe ricordato di loro.
Il libro: A. CARUSO, Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei Mille del Papa, Milano, Longanesi, 2015, pp. 313, prezzo 18,60 Euro.

mercoledì 25 marzo 2015

fallimenti del papa

Il fallimento pastorale di Leone XIII




(di Roberto de Mattei) Leone XIII (1878-1903) è stato certamente uno dei più importanti Papi dell’epoca moderna, non solo per la lunghezza del suo pontificato, secondo solo a quello del Beato Pio IX, ma soprattutto per la vastità e la ricchezza del suo Magistero. Questo insegnamento comprende encicliche fondamentali, come la Aeterni Patris (1879) sulla restaurazione tomista della filosofia, la Arcanum (1880) sull’indissolubilità del matrimonio, l’Humanum genus (1884) contro la massoneria, l’Immortale Dei (1885) sulla costituzione cristiana degli Stati, la Rerum Novarum (1891) sulla questione operaia e sociale.
Il Magistero di Papa Gioacchino Pecci ci appare come un corpus organico, in continuità con gli insegnamenti del suo predecessore Pio IX e del suo successore Pio X. La reale svolta e novità del pontificato leonino riguarda invece la politica ecclesiastica e l’atteggiamento pastorale nei confronti della modernità. Il governo di Leone XIII fu caratterizzato infatti dall’ambizioso progetto di riaffermare il Primato della Sede Apostolica attraverso una redifinizione dei suoi rapporti con gli Stati europei e la riconciliazione della Chiesa con il mondo moderno. La politica di ralliement, ovvero di riavvicinamento con la Terza Repubblica francese, massonica e laicista, ne costituì il cardine.
La Terza Repubblica conduceva una violenta campagna di scristianizzazione, soprattutto in campo scolastico. Per Leone XIII, la responsabilità di questo anticlericalismo stava nei monarchici che combattevano la Repubblica in nome della loro fede cattolica. In tal modo essi provocavano l’odio dei repubblicani contro il cattolicesimo. Per disarmare i repubblicani, bisognava convincerli che la Chiesa non era avversa alla Repubblica, ma solo al laicismo. E per convincerli, egli riteneva che non ci fosse altro mezzo che appoggiare le istituzioni repubblicane.
In realtà la Terza Repubblica non era una repubblica astratta, ma la repubblica centralizzata e giacobina figlia della Rivoluzione francese e il programma di laicizzazione della Francia non era un elemento accessorio, ma la ragione d’essere stessa del regime repubblicano. I repubblicani erano tali perché anticattolici. Essi nella Monarchia odiavano la Chiesa, allo stesso modo in cui i monarchici erano antirepubblicani perché erano cattolici e nella Monarchia amavano la Chiesa.
L’enciclica Au milieu des sollicitudes del 1891, con cui Leone XIII lanciò il ralliement, non chiedeva ai cattolici di divenire repubblicani, ma le direttive della Santa Sede ai nunzi e ai vescovi, provenienti dello stesso Pontefice, interpretavano la sua enciclica in questo senso. Nei confronti dei fedeli fu esercitata una pressione senza precedenti, fino a far credere loro che chi continuava a sostenere pubblicamente la monarchia commetteva un peccato grave. I cattolici si spaccarono nelle due correnti dei “ralliés” e dei “réfractaires”, come era accaduto nel 1791, all’epoca della Costituzione civile del clero.
I ralliés accolsero le indicazioni pastorali del Papa perché attribuivano alle sue parole infallibilità in tutti i campi, compreso quello politico e pastorale. I réfractaires, che erano cattolici di migliore formazione teologica e spirituale, opposero invece una resistenza alla politica di ralliement, ritenendo che in quanto atto pastorale essa non poteva essere considerata infallibile e quindi poteva essere erronea.
Jean Madiran, che ha svolto una lucida critica del ralliement (in Les deux démocraties, NEL, Paris 1977), ha osservato che Leone XIII domandava ai monarchici di abbandonare la monarchia in nome della religione per condurre più efficacemente la battaglia in difesa della fede. Ma lungi dal combattere questa battaglia, egli praticò con il ralliement una rovinosa politica di distensione con i nemici della Chiesa. Malgrado l’impegno di Leone XIII e del suo segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro, questa politica di dialogo fallì clamorosamente, non riuscendo ad ottenere gli obiettivi che si proponeva.
L’atteggiamento anticristiano della Terza Repubblica aumentò di violenza, fino a culminare nella Loi concernant la Séparation des Eglises et de l’Etat del 9 dicembre 1905, nota come “legge Combes”, che sopprimeva ogni finanziamento e riconoscimento pubblico alla Chiesa; considerava la religione solo nella sua dimensione privata e non in quella sociale; stabiliva che i beni ecclesiastici erano incamerati dallo Stato, mentre gli edifici del culto venivano affidati gratuitamente a delle “associations cultuelles” elette dai fedeli, senza l’approvazione della Chiesa. Il Concordato del 1801, che per un secolo aveva regolato i rapporti tra la Francia e la Santa Sede, e che Leone XIII aveva voluto preservare ad ogni costo, andava miseramente in frantumi.
La battaglia repubblicana contro la Chiesa trovò però sulla sua strada il nuovo Papa, Pio X, eletto al soglio pontificio il 4 agosto 1903. Con le encicliche Vehementer nos dell’11 febbraio 1906, Gravissimo officii del 10 agosto dello stesso anno, Une fois encore del 6 gennaio 1907, Pio X, coadiuvato dal suo segretario di Stato Raffaele Merry del Val, protestò solennemente contro le leggi laiciste, sollecitando i cattolici ad opporvisi con tutti i mezzi legali, al fine di conservare la tradizione e i valori della Francia cristiana. Di fronte a questa fermezza, la Terza Repubblica non osò attuare fino in fondo la persecuzione, per evitare la creazione di martiri, e rinunziò a chiudere le chiese e imprigionare i preti.
La politica senza concessioni di Pio X si rivelò lungimirante. La legge di separazione non fu mai applicata con rigore e l’appello del Papa contribuì a una grande rinascita del cattolicesimo in Francia, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. La politica ecclesiastica di san Pio X, opposta a quella del suo predecessore, rappresenta, in ultima analisi, una inappellabile condanna storica del ralliement.
Leone XIII non professò mai gli errori liberali, anzi li condannò esplicitamente. Lo storico tuttavia non può non rilevare una contraddizione tra il Magistero di Papa Pecci e il suo atteggiamento politico e pastorale. Nelle encicliche Diuturnum illud, Immortale Dei e Libertas, egli ribadisce e sviluppa la dottrina politica di Gregorio XVI e di Pio IX, ma la politica di ralliement, contraddiceva le sue premesse dottrinali. Leone XIII, al di là delle sue intenzioni, incoraggiò, sul piano della prassi, quelle idee e quelle tendenze che condannava sul piano della dottrina. Se alla parola liberale attribuiamo il significato di un atteggiamento dello spirito, di una tendenza politica, alle concessioni e al compromesso, bisognerà concludere che Leone XIII ebbe spirito liberale.
Questo spirito liberale si manifestava soprattutto come il tentativo di risolvere i problemi posti dalla modernità, attraverso le armi della negoziazione diplomatica e dei compromessi, piuttosto che con l’intransigenza dei principi e la battaglia politica e culturale. In questo senso, come ho mostrato nel mio recente volume Il ralliement di Leone XIII. Il fallimento di un progetto pastorale (Le Lettere, Firenze 2014), le principali conseguenze del ralliement, più che di ordine politico, furono di ordine psicologico e culturale. A questa strategia si richiamò il “Terzo Partito” ecclesiastico che nel corso del Novecento cercò di trovare una posizione intermedia tra modernisti e antimodernisti che si contendevano il campo.
Lo spirito di ralliement al mondo moderno rimase per oltre un secolo, e resta ancora, la grande tentazione a cui è esposta la Chiesa. Sotto questo aspetto un Papa di grande dottrina come Leone XIII commise un grave errore di strategia pastorale. La forza profetica di san Pio X sta al contrario nell’intima coerenza del suo pontificato tra la Verità evangelica e la vita vissuta dalla Chiesa nel mondo, tra la teoria e la prassi, tra la dottrina e la pastorale, senza nessun cedimento alle lusinghe della modernità. (Roberto de Mattei)
http://www.corrispondenzaromana.it/il-fallimento-pastorale-del-ralliement-di-leone-xiii/

mercoledì 8 ottobre 2014

buona fortuna a Francesco

AUGURI AL VESCOVO DI ROMA

di Francesco Mastromatteo 




“Il momento lo aveva sentito. Ma lo aveva sentito a modo suo, cioè solo di pelle, perché sotto la pelle aveva ben poco. L'insperata elezione al soglio e gli osanna della folla avevano fatto il resto. Più sensibile di tutti gli altri uomini di curia, egli lo era anche alla popolarità, suggestionabile al massimo, e – diciamo il vero – di poca testa. Aveva ragione quando affermava che tante cose erano stato dette come se fossero uscite dalla sua bocca. Ma lui, lasciandole dire, le aveva fatte sue senza prevederne le conseguenze, e n’era rimasto prigioniero. Senza dubbio, da parte dei liberali, c’era stato tutto un gioco – mezzo consapevole, mezzo no – per attribuirgli intendimenti che non erano suoi. Ma questo gioco egli lo aveva assecondato, o per lo meno non lo aveva impedito: o perché d’impedirlo non aveva la forza, o perché non lo aveva compreso, o forse per entrambi i motivi. Sia intellettualmente che moralmente, il suo livello era modesto. Raccogliendo applausi, impartendo benedizioni, giocando a biliardo e distribuendo battute scherzose aveva messo in moto, da malaccorto apprendista stregone, delle cose molto più grandi di lui. E quando se ne accorse, era troppo tardi”.


Così descrive il Pontefice Indro Montanelli nella sua “Storia d’Italia”. Ovviamente non il regnante, che lo scomparso giornalista non ha fatto in tempo a conoscere, ma il beato Pio IX. Al netto di alcuni poco lusinghieri (e immeritati) epiteti, Montanelli descrive bene la parabola storica di Papa Mastai Ferretti: eletto come candidato “moderato”, divenuto ben presto l’idolo dei liberali italiani per le sue aperture in campo politico, divenne la loro bestia nera allorché si rifiutò di benedire la guerra contro l’Austria cattolica. E così il papa che sembrava dover passare alla storia come quello più progressista e legato ai “segni dei tempi”, è divenuto quello del Syllabo, del “non expedit”, del dogma dell’infallibilità pontificia.


I paragoni storici sono sempre indebiti, lo sappiamo. Ma quando vengono fatti alla luce della teologia della storia, “sub specie aeternitatis”, certi parallelismi non possono essere casuali. E’ impressionante vedere come – mutatis mutandis – l’entusiasmo delle folle e dei media per Papa Francesco ricordino molto le aspettative dei liberali ottocenteschi. Questa volta non sono l’unità nazionale o le riforme politiche ad essere invocate con la benedizione papale, ma la comunione ai divorziati risposati, e perché no, anche lo sdoganamento morale delle unioni omosessuali, ovvero la negazione alla radice della morale cristiana e del Catechismo. Dopo mezzo secolo di confusione sulla dottrina ecclesiologica, liturgica e sociale, con la prassi che si fa continuamente beffe dei pronunciamenti e dei documenti ufficiali (peraltro non privi di ambiguità), manca solo questo e lo sfascio sarebbe completo. Se dovesse passare l’assunto che i concubini possono accedere ai sacramenti anche senza pentirsi e cambiare vita, anche solo nei fatti se non ufficialmente, “dostojevskianamente”, diventerebbe tutto lecito.


E’ ormai inutile opporsi alla marea di zuccherosa quanto insopportabile retorica buonista e progressista che ogni giorno cerca a tutti i costi di fare di Papa Bergoglio un santino del peggior ciarpame laicista, omosessualista, e anche, stando a certi recenti sproloqui televisivi, che vorrebbero la Chiesa “trasparente” solo a partire dal pontificato di Bergoglio, giustizialista: l’unica parola di chiarezza, a questo punto, potrebbe e dovrebbe venire dal soglio petrino. L’unico a confermare o smentire potrebbe e dovrebbe essere l’interessato, mettendo a tacere una volta per tutte i laudatores interessati o – Dio non voglia – dando loro ragione.


Il sinodo sulla famiglia è iniziato sotto i peggiori auspici, come sembrerebbe a voler considerare le quotidiane, deliranti esternazioni del cardinale Kasper. Ma le dichiarazioni dell’inqualificabile porporato, assicurano i soliti normalisti, non riflettono il pensiero di Papa Francesco. Vogliamo sperarlo, anzi diciamo che ne siamo convinti, certo è che non solo Kasper è stato messo al suo posto dallo stesso Francesco, ma nessuno, finora, si è incaricato di smentirlo quando afferma di essere sulla linea del Pontefice, contro quei cattivoni dei conservatori. Lo Spirito Santo vigila, ci assicurano i fautori dell’irenistica teologia dell’ovvio: ma la barca di Pietro, ci verrebbe da dire facendo il verso per una volta ai sostenitori del “Noi siamo Chiesa”, cammina, anzi naviga grazie alle braccia degli uomini: laici, ma soprattutto consacrati. I vescovi in particolare e massimamente il vescovo di Roma, vicario di Cristo e successore di Pietro. E se i capitani non indicano una rotta chiara, non mettono a tacere gli ammutinati, cosa potranno mai fare i marinai semplici?   


Il dado è tratto e per quanto ci riguarda, possiamo solo pregare. Santità, - e speriamo che lei non prenda male questo nostro auspicio – la nostra preghiera è solo una: le auguriamo di diventare il nuovo Pio IX.   

http://www.campariedemaistre.com/2014/10/un-augurio-papa-francesco.html

venerdì 27 dicembre 2013

DELENDA CARTAGO

“Sono venuto per sfasciare tutto…”


di Antonio Villa
P. Fidenzio Volpi si lamenta per “la calunnia” che gli attribuisce “la distruzione del carisma” dei Francescani dell’Immacolata. Eppure, al di là delle intenzioni che si presuppongono buone, la distruzione del carisma è in atto, proprio attraverso il governo autocratico di p. Volpi. D’altra parte, lui stesso aveva ammesso: “sono venuto per sfasciare tutto e per ricostruire”. Certo, vogliamo pensare che intendesse sfasciare la struttura portante dell’istituto (governo, formazione, gestione economica, programmazione delle missioni, ecc.), non il carisma il quale, al contrario, avrebbe dovuto esser liberato dalla suddetta struttura che, a suo parere, non era più portante, ma soffocante. ..
Ebbene, proprio quest’ultimo giudizio, che ha portato alla decisione di commissariare l’istituto, non corrisponde alla realtà e lo dimostra, tra l’altro, il numero sempre crescente di giovani vocazioni italiane e europee che riempivano le case di formazione FI, oggetto d’invidia e incredulità da parte di molti teorici del rinnovamento della vita religiosa, frustrati dalla desertificazione dei loro noviziati. A tal proposito, dovremmo tutti ben ponderare e praticare le parole di Papa Francesco:
«All’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre! Nel quartiere, nel posto di lavoro, quante guerre per invidie e gelosie, anche tra cristiani! … Attenzione alla tentazione dell’invidia! Siamo sulla stessa barca e andiamo verso lo stesso porto! Chiediamo la grazia di rallegrarci dei frutti degli altri, che sono di tutti» (Evangelii gaudium, nn. 98. 99).
Ci si è basati sulla testimonianza scritta di una minoranza di religiosi, influenzati da una campagna ossessiva di calunnie e maldicenze («Quelli che in una comunità fanno chiacchiere sui fratelli, sui membri della comunità, vogliono uccidere» secondo Papa Francesco, omelia del 2 settembre 2013), e non si è dato all’ex consiglio generale l’opportunità di difendersi dalle accuse. La difesa non c’è stata, perché sarebbe emerso chiaramente che l’oggetto del contendere non erano, come si è fatto credere pretestuosamente, presunti abusi o irregolarità, o peggio, scandali che non esistono, ma la stessa visione della vita religiosa: più tradizionale quella dei Fondatori, più progressista quella dei contestatori. E’ l’eterno conflitto che accompagna la bi millenaria storia della Chiesa e che al suo interno ha visto dei Santi schierati ora da una parte, ora dall’altra: si pensi a Sant’Ippolito di Roma, contrapposto a san Callisto Papa; si pensi alle controversie occorse tra san Cipriano e papa santo Stefano I; tra il b. Antonio Rosmini e il b. papa Pio IX; tra il b. Giovanni XXIII e s. Pio da Pietrelcina… Si pensi alla storia travagliata delle riforme religiose…
Solo la Santità di Cristo e di Maria riescono a superare queste opposizioni e, collocandosi su un livello superiore, mantengono integra l’unità della Chiesa. Ma nemmeno la santità di Cristo, di Maria e della Chiesa riescono a mantenere l’unità delle famiglie religiose, le quali, al contrario della Chiesa, si rinnovano attraverso “riforme” che producono inevitabilmente divisioni rigeneratrici. Historia docet. Cosa sarebbe la spiritualità benedettina senza le riforme cistercensi, trappiste…? Cosa sarebbe la spiritualità carmelitana senza la riforma di santa Teresa di san Giovanni della Croce; cosa sarebbe la spiritualità francescana senza le riforme dell’Osservanza e dei Cappuccini, ai quali appartiene pure p. Fidenzio Volpi?
Non ci scandalizziamo, dunque, se ancor oggi succedono queste cose. Da un certo punto di vista, è segno di vitalità, è segno che nei Francescani dell’Immacolata c’è gente che crede fermamente in un ideale, ed è disposta a sacrificarsi per esso. Tutti si riconoscono nell’ideale fondazionale di p. Stefano M. Manelli, e anche molti di quelli che ora lo combattono in certo senso lo venerano, perché riconoscono che devono a lui tutto, o quasi tutto, quello che di buono hanno appreso circa la via francescano-mariana alla santità. Solo che questi ultimi, a differenza della maggioranza che è rimasta unita ai Fondatori, ritengono che, soprattutto dal 2008 in poi, p. Stefano M. Manelli abbia adulterato sostanzialmente il carisma, sbilanciandosi eccessivamente verso il tradizionalismo. Il casus belli è stata la lettera circolare del 21 novembre 2011 in cui il Consiglio generale esortava, senza imporre, ad adottare, con prudenza e discrezione, il Vetus Ordo quale preghiera liturgica preferenziale comunitaria.
Per p. Stefano Manelli questa promozione del Vetus ordo, senza imposizione, significava corrispondere ai desiderata del Santo Padre Benedetto XVI, chiaramente espressi nella sua abbondante letteratura liturgica e perlomeno impliciti nel suo recente magistero; per i contestatori, al contrario, era tradire il carisma originario FI e la natura stessa di quei documenti (Motu proprio Summorum Pontificum; Istruzione Universae Ecclesiae) che, a detta loro, erano riservati ai lefebvriani e a una piccola frangia di gruppi tradizionalisti cattolici fanatici.
Questo è il nodo gordiano della vexata quaestio, ma proprio questo nodo non è ancora stato sciolto.
I due gruppi di frati hanno dialogato (gennaio 2012) per tentare una conciliazione interna ma, visto che l’interpretazione degli stessi testi era irriducibilmente diversa, i contestatori sono ricorsi alla Congregazione dei Religiosi. Questa, guidata dal card. focolarino Joao Braz de Aviz, al posto di mediare in vista di una soluzione concordata, ha mandato prima un visitatore e poi un commissario come p. Volpi, prendendo così la parte dei contestatori contro il Consiglio Generale; si lasciava, però, ancora sistematicamente a latere il problema n. 1, che è quello sopra citato dell’eterna tensione tra tradizione e progresso e della conseguente diversa interpretazione della nuova legislazione liturgica sul Vetus ordo la quale, dopo 40 anni di accelerazione verso il novus, ha mosso qualche passo in direzione della tradizione.
Si preferisce occultare questa questione, e rimanere sui pretesti – benché infondati – perché, se la si affrontasse con tutto il rigore ermeneutico che essa merita, si vedrebbe chiaramente che p. Stefano Manelli ha agito in piena conformità al diritto che gli veniva dalla recente legislazione in materia (Summorum Pontificum; Universae Ecclesiae). Questa – checché si dica – non è solo per i lefebvriani e per i cattolici nostalgici; al contrario, il suo fine è quello di “offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare” (UE, § 8).
In questo senso favorevole a p. Manelli e all’ex Consiglio Generale, si è espressa la Pontificia Commissione Ecclesia Dei su perizia presentata ad hoc da un autorevole perito dei testi legislativi pontifici. La lettera del Consiglio Generale del 21 novembre 2011 non era altro che questo: voler offrire a tutti i frati FI l’uso più antico della liturgia romana, considerata tesoro prezioso da conservare, secondo lo spirito e la lettera di SP e UE. La questione della prudenza, dell’opportunità, delle modalità, viene dopo, e sarà la storia a giudicarla. In ogni caso, anche se sotto questi aspetti si poteva fare meglio, i provvedimenti presi contro il governo di p. Stefano M. Manelli sembrano del tutto sproporzionati, se non si suppone da parte sua un vero e proprio abuso di autorità. Che però, non c’è stato. Così, al posto di aiutare l’istituto a risolvere il problema del Vetus ordo quoad modum, si è intervenuti con p. Volpi, il quale sta distruggendo quoad substantiam, e il Vetus ordo, e l’Istituto stesso.
Quanto poi alla presunta deformazione del carisma originario: come la riforma liturgica di Paolo VI non ha intaccato il carisma originario di nessun ordine religioso, che per secoli ha celebrato secondo il Vetus ordo, così la piccola “riforma della riforma” di Benedetto XVI non può intaccare il carisma dei Francescani dell’Immacolata che da meno di 40 anni celebrano secondo il Novus Ordo. Dice bene p. Lanzetta: la liturgia precede il carisma religioso e la cattolicità del carisma religioso è misurata dalla sua compatibilità con ogni autentica riforma della liturgia, da cui fiorisce, si sviluppa e trae nutrimento. Oggi, come dimostrano poca cattolicità i tradizionalisti che dicono: la morte, ma non la messa di Paolo VI; così sono poco cattolici i progressisti che dicono: la morte, ma non la messa del beato Giovanni XXIII.
L’ideologia tradizionalista è dannosa quanto l’ideologia progressista. Padre Stefano, da uomo saggio e illuminato, per la grazia di stato che gli è stata data in quanto Fondatore e Ministro Generale dei Francescani dell’Immacolata, ha imboccato esattamente la via media, in perfetto equilibrio tra i due opposti estremismi. E’ stato uno dei pochi, e per questa sua santa audacia è stato premiato dall’aumento esponenziale delle vocazioni. Ma non è stato premiato da p. Fidenzio, che “è venuto per sfasciare tutto”, dando credito “a priori” (perché il problema di fondo non è stato risolto) ai contestatori del Padre Fondatore, giustificando la sua azione devastatrice con dei semplici pretesti privi di fondamento in re.
Non si è tenuto conto che sin dalle origini i Fondatori di Casa Mariana si sono ispirati più da vicino alla Tradizione integrale (liturgica-dogmatica-morale-ascetica, che non è integralismo), e non si è tenuto conto che la legislazione liturgica di Benedetto XVI ha permesso ai Fondatori di sviluppare ed esplicitare le “rationes seminales liturgicae” contenute nel carisma fondazionale, ma “ibernate” durante i decenni del divieto del Vetus ordo. Non si è voluto riconoscere l’analogia esistente tra questo processo di crescita del carisma religioso FI e la Tradizione vivente della Chiesa, di cui oggi tanto si parla, e che comporta una crescita progressiva e “organica” nella comprensione della Verità (senza sostanziale mutazione).
Con il commissariamento, si è condannata, almeno implicitamente, non tanto la persona di p. Stefano M. Manelli, quanto la linea eccessivamente tradizionalista che egli, si dice, ha voluto imporre all’istituto. Ora, però, si vuole fare esattamente il contrario, alla giacobina maniera. Da qui la missione affidata a p. Fidenzio Volpi: “sfasciare tutto per poi ricostruire”, senza considerare che, quando si sfascia il corpo di una persona, fisica o morale che sia, quella persona semplicemente muore, e il suo spirito se ne va in altro luogo. Nessuna palingenesi mai ci sarà, se non alla fine del mondo. E così sarà dei Francescani dell’Immacolata, se continua la gestione sconsiderata di p. Volpi. L’istituto sfasciato e portato alla tomba sarà quello di p. Stefano M. Manelli, di p. Gabriele M. Pellettieri e della grande maggioranza dei frati che sono con loro; l’istituto “ricostruito” (se ancora ce ne sarà uno) sarà quello di p. Volpi e dei pochi che hanno applaudito al suo arrivo, ma non saranno più i Francescani dell’Immacolata delle origini, perché sradicati dal rapporto vitale con i loro Fondatori.
Lo sbaglio di p. Volpi è proprio questo, illudersi che dopo lo “sfascio totale” ci possa essere una miracolosa risurrezione dello spirito originario dei Fondatori, contro quello che i Fondatori viventi ritengono sia il vero bene dell’istituto, senza che ci sia stata una condanna da parte della Chiesa nei confronti di “questo vero bene” (ossia il “passo” verso la Tradizione con la promozione preferenziale del Vetus ordo).
Non era dello sfascio totale che i Francescani dell’Immacolata avevano bisogno. Se qualche sbilanciamento verso la Tradizione ci fosse stato, c’era tutto lo spazio possibile per un dialogo, per una mediazione, per una chiarificazione e per un eventuale aggiustamento. Come i frati avevano cominciato a fare nel gennaio 2012. Avevano bisogno di aiuto. Ma al posto di aiutarli a dialogare, per chiarire il problema che soggiace a questa triste contesa, si è intervenuti pragmaticamente a modo di “golpe”. Si trattava di agire con esprit de finesse e si voluto colpire con uno tsunami, c’era bisogno dell’antiinfiammatorio ed è stato amputato l’arto, c’era bisogno di un cesellatore ed è venuto un picconatore.
Dopo 5 mesi dal commissariamento, ancora non si conoscono le vere ragioni dello stesso commissariamento. Oramai il commissariamento si spiega con se stesso, per la legge dell’assuefazione al dato di fatto. All’inizio si diceva che ci sono delle enormità dal punto di vista morale, economico, formativo… Ma alla domanda: quali sono in concreto queste enormità? La risposta era: Adesso non lo possiamo dire, ma verranno fuori, verranno fuori. A distanza di 5 mesi non è venuto fuori nulla, se non l’ideologia distruttiva di p. Volpi nei confronti del Vetus ordo e del modo più tradizionale di concepire la vita religiosa: il Vetus ordo deve sparire e con esso i Francescani dell’Immacolata che si permettono di promuoverlo.
Da 4 mesi il Commissario proibisce a molti frati FI, senza motivazione e contro la volontà del Papa, di celebrare ilVetus ordo. In seguito: limita drasticamente la libertà personale del Padre Fondatore; disperde i suoi più stretti collaboratori; decreta la sospensione di tutte riunioni del Terz’ordine e delle associazioni; chiude il seminario; vieta la collaborazione con la casa editrice; sospende le ordinazioni… Siamo allo “sfascio”totale: p. Volpi sta realizzando la prima parte del suo piano. Ora vediamo se ci sarà il tempo e la forza per il passo successivo, la ricostruzione di un istituto che non sarà più quello dei Francescani dell’Immacolata, o si passerà direttamente all’eutanasia, perché si prenderà atto che l’istituto, ormai, è “irrecuperabile”.
Questa è il “sentire cum Ecclesia” di p. Volpi e di qualcuno che lo sostiene nei Sacri Palazzi, ma non è “il sentire” del Papa, il quale non è contro il Vetus ordo, come invece è p. Volpi e quelli che lo sostengono. È vero che il Papa ha approvato il commissariamento, e stanno circolando immagini che vorrebbero ostentare la sua perfetta sintonia con il Commissario. Ma è altrettanto vero che il Papa non conosce la realtà dei fatti, né prima, né durante il commissariamento, e siamo certi che se li conoscesse, e certamente verrà il giorno che li conoscerà, allora porrà fine a questo ingiusto stato di cose, che non finisce di scandalizzare i buoni fedeli del mondo intero.
La querelle scoppiata in seno ai Francescani dell’Immacolata, non dimentichiamolo, riflette la situazione della Chiesa. 4 anni fa Papa Benedetto XVI, scrivendo ai Vescovi di tutto il mondo, citava le forti parole di san Paolo:
“Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!” (Gal 5, 15)…
E commentava:
«purtroppo questo “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata» (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi circa la remissione della scomunica ai 4 vescovi consacrati da mons. Lefebvre, 10 marzo 2009). 
A distanza di 5 mesi dal commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, chiediamo che si finisca di “morderli e divorarli” e, se al loro interno, ci sono due modi d’intendere lo stesso carisma, si conceda ai due gruppi di continuare il loro cammino separatamente, con pace delle loro coscienza, e per il bene della Santa Chiesa.

venerdì 12 ottobre 2012

Pio IX e il Risorgimento italiano.

Pio IX e il Risorgimento italiano. Cos'è veramente successo?




Incontro sul B. Pio IX, Firenze 20 settembre 2012.
Intervengono i Professori Massimo de Leonardis, Massimo Viglione e Roberto de Mattei