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mercoledì 30 novembre 2016

Ignazio, valente condottiero ...





Signore Gesù,
insegnaci ad essere generosi,
a servirti come Tu meriti,
a dare senza contare,
a combattere senza temere le ferite,
a lavorare senza cercare riposo,
a darci,
senza aspettare altra ricompensa, 
che sapere di compiere la tua volontà.
 
Ignazio di Loyola

Cristianofobia: Sant’Ignazio di Loyola censurato in ospedale

(di Gianfranco Amato) Sembra inarrestabile la deriva cristianofobica nel Regno Unito. E si stenta a tenere il conto nello stillicidio quasi quotidiano degli episodi. Questa volta alla ribalta delle cronache è finito il caso di un medico pediatra sessantaquattrenne, il dott. David Drew, costretto ad adire l’Employment Tribunal di Birmingham per essere stato licenziato dal Walsall Manor Hospital, il plesso ospedaliero dove prestava servizio. 




Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, è l’involontaria causa del licenziamento. Il dott. Drew, infatti, ha avuto l’impudenza di inviare per posta elettronica ai colleghi una preghiera del Santo spagnolo, con l’intenzione di stimolare e motivare gli altri medici. La mail era preceduta da una riflessione dello stesso dott. Drew: «Io trovo in queste parole una personale ispirazione per i miei fragili e imperfetti sforzi di servire i pazienti, i loro familiari e il nostro dipartimento».

Questo è il testo della preghiera incriminata: «Insegnaci, Signore, ad essere generosi, a servirTi come meriti, a dare senza contare, a combattere senza pensiero delle ferite, a lavorare senza cercare riposo, a prodigarci senza aspettare altra ricompensa, con la coscienza di fare la Tua santa volontà». Non proprio un testo dell’integralismo cattolico, visto che, tra l’altro, è ufficialmente adottata come la preghiera delle Guide Scout. Non sembra neppure che i colleghi del dott. Drew abbiano preso male la sua iniziativa. Anzi, pare sia stata accolta da tutti con una certa benevolenza.

Del resto, David Drew era noto per essere un cristiano capace di testimoniare la propria fede con la vita più che con le parole. Laureatosi in medicina alla Bristol University nel 1972, si è specializzato in pediatria al Birmingham Children’s Hospital, prima di partire come medico volontario in Indocina, nei campi dei rifugiati nella Tailandia del Nord, e di fondare un dipartimento universitario pediatrico a Jos, in Nigeria.

Gli occhiuti responsabili del Walsall Manor Hospital non hanno gradito la mail del dott. Drew, e neppure gli auguri di Natale che lo stesso medico inviava ai colleghi. Per questo, dopo un’accurata indagine, gli è stato formalmente ordinato di «astenersi dall’utilizzare riferimenti religiosi nelle sue comunicazioni professionali verbali o scritte». Drew non pare essere tipo da farsi intimorire o da accettare compromessi al ribasso per quanto riguarda la propria fede, per cui di fronte alla sua opposizione ed al rifiuto di una generosa “buona uscita” per togliere in silenzio il disturbo, è stato licenziato in tronco per giusta causa.

Questo ennesimo odioso episodio di cristianofobia, mi ha fatto venire in mente la recente polemica che ha coinvolto la rivista “Popoli”, che si definisce «mensile internazionale e missionario dei gesuiti italiani». Lo scorso 9 marzo, infatti, su quel periodico è apparso uno strano articolo intitolato «Quando la cristianofobia fa comodo», in cui si invitava ad un certo understatement sul tema, lamentando come «negli ultimi mesi sul web sia aumentato in modo esponenziale il numero di siti dedicati alla “lotta alla cristianofobia”».

Pare che, secondo il mensile dei gesuiti, molto spesso quel triste fenomeno venga «mistificato per un mero interesse economico» o «strumentalizzata per fini politici». Da qui l’invito ad un basso profilo e a non esagerare, «perché difficilmente “gonfiare” le notizie potrà giovare alla causa dei cristiani nel mondo». Non so che cosa abbia indotto quei padri gesuiti ad un’insolita quanto inopportuna prudenza sull’esecrabile fenomeno della cristianofobia.

Una cosa appare, però, paradossale: mentre un cristiano viene licenziato per aver condiviso una preghiera di Sant’Ignazio di Loyola, i suoi seguaci sembrano aderire a quella linea di pensiero che invita ad essere cauti nel denunciare i pericoli della cristianofobia, a non enfatizzare le notizie, a non drammatizzare i casi, a non accentuare le situazioni limite.

Chissà cosa direbbe quell’Ignazio di Loyola che nello stesso sito web ufficiale dei gesuiti è definito come «cavaliere basco, uomo d’armi e di corte, valente condottiero, coraggioso in battaglia». Il fondatore della Compagnia di Gesù, in realtà, avrebbe combattuto con coraggio il diritto a far diffondere la sua preghiera. Ne siamo certi.

sabato 2 aprile 2016

crisi drammatica della chiesa

Papa Ratzinger: «La Chiesa è in una situazione drammatica»

Il testo integrale dell’omelia del giovedì santo di papa Benedetto XVI. I passaggi sulla crisi dell’istituzione, gli attacchi ai preti disobbedienti, il no alle ordinazioni femminili e l’accenno finale allo zelo per le anime.




 
 

In questa Santa Messa i nostri pensieri ritornano all’ora in cui il Vescovo, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera, ci ha introdotti nel sacerdozio di Gesù Cristo, così che fossimo “consacrati nella verità” (Gv 17,19), come Gesù, nella sua Preghiera sacerdotale, ha chiesto per noi al Padre. Egli stesso è la Verità. Ci ha consacrati, cioè consegnati per sempre a Dio, affinché, a partire da Dio e in vista di Lui, potessimo servire gli uomini. Ma siamo anche consacrati nella realtà della nostra vita? Siamo uomini che operano a partire da Dio e in comunione con Gesù Cristo? Con questa domanda il Signore sta davanti a noi, e noi stiamo davanti a Lui. “Volete unirvi più intimamente al Signore Gesù Cristo e conformarvi a Lui, rinunziare a voi stessi e rinnovare le promesse, confermando i sacri impegni che nel giorno dell’Ordinazione avete assunto con gioia?”

Così, dopo questa omelia, interrogherò singolarmente ciascuno di voi e anche me stesso. Con ciò si esprimono soprattutto due cose: è richiesto un legame interiore, anzi, una conformazione a Cristo, e in questo necessariamente un superamento di noi stessi, una rinuncia a quello che è solamente nostro, alla tanto sbandierata autorealizzazione. È richiesto che noi, che io non rivendichi la mia vita per me stesso, ma la metta a disposizione di un altro – di Cristo. Che non domandi: che cosa ne ricavo per me?, bensì: che cosa posso dare io per Lui e così per gli altri? O ancora più concretamente: come deve realizzarsi questa conformazione a Cristo, il quale non domina, ma serve; non prende, ma dà – come deve realizzarsi nella situazione spesso drammatica della Chiesa di oggi?

Di recente, un gruppo di sacerdoti in un Paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza, portando al tempo stesso anche esempi concreti di come possa esprimersi questa disobbedienza, che dovrebbe ignorare addirittura decisioni definitive del Magistero – ad esempio nella questione circa l’Ordinazione delle donne, in merito alla quale il beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore. La disobbedienza è una via per rinnovare la Chiesa? Vogliamo credere agli autori di tale appello, quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove – per riportare la Chiesa all’altezza dell’oggi. Ma la disobbedienza è veramente una via? Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di ogni vero rinnovamento, o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?

Ma non semplifichiamo troppo il problema. Cristo non ha forse corretto le tradizioni umane che minacciavano di soffocare la parola e la volontà di Dio? Sì, lo ha fatto, per risvegliare nuovamente l’obbedienza alla vera volontà di Dio, alla sua parola sempre valida. A Lui stava a cuore proprio la vera obbedienza, contro l’arbitrio dell’uomo. E non dimentichiamo: Egli era il Figlio, con l’autorità e la responsabilità singolari di svelare l’autentica volontà di Dio, per aprire così la strada della parola di Dio verso il mondo dei gentili. E infine: Egli ha concretizzato il suo mandato con la propria obbedienza e umiltà fino alla Croce, rendendo così credibile la sua missione. Non la mia, ma la tua volontà: questa è la parola che rivela il Figlio, la sua umiltà e insieme la sua divinità, e ci indica la strada.

Lasciamoci interrogare ancora una volta: non è che con tali considerazioni viene, di fatto, difeso l’immobilismo, l’irrigidimento della tradizione? No. Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare, può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo. E se guardiamo alle persone, dalle quali sono scaturiti e scaturiscono questi fiumi freschi di vita, vediamo anche che per una nuova fecondità ci vogliono l’essere ricolmi della gioia della fede, la radicalità dell’obbedienza, la dinamica della speranza e la forza dell’amore.

Cari amici, resta chiaro che la conformazione a Cristo è il presupposto e la base di ogni rinnovamento. Ma forse la figura di Cristo ci appare a volte troppo elevata e troppo grande, per poter osare di prendere le misure da Lui. Il Signore lo sa. Per questo ha provveduto a “traduzioni” in ordini di grandezza più accessibili e più vicini a noi. Proprio per questa ragione, Paolo senza timidezza ha detto alle sue comunità: imitate me, ma io appartengo a Cristo. Egli era per i suoi fedeli una “traduzione” dello stile di vita di Cristo, che essi potevano vedere e alla quale potevano aderire. A partire da Paolo, lungo tutta la storia ci sono state continuamente tali “traduzioni” della via di Gesù in vive figure storiche. Noi sacerdoti possiamo pensare ad una grande schiera di sacerdoti santi, che ci precedono per indicarci la strada: a cominciare da Policarpo di Smirne ed Ignazio d’Antiochia attraverso i grandi Pastori quali Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, fino a Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Giovanni Maria Vianney, fino ai preti martiri del Novecento e, infine, fino a Papa Giovanni Paolo II che, nell’azione e nella sofferenza ci è stato di esempio nella conformazione a Cristo, come “dono e mistero”. I Santi ci indicano come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio. E ci lasciano anche capire che Dio non guarda ai grandi numeri e ai successi esteriori, ma riporta le sue vittorie nell’umile segno del granello di senape.

Cari amici, vorrei brevemente toccare ancora due parole-chiave della rinnovazione delle promesse sacerdotali, che dovrebbero indurci a riflettere in quest’ora della Chiesa e della nostra vita personale. C’è innanzitutto il ricordo del fatto che siamo – come si esprime Paolo – “amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1) e che ci spetta il ministero dell’insegnamento, il (munus docendi), che è una parte di tale amministrazione dei misteri di Dio, in cui Egli ci mostra il suo volto e il suo cuore, per donarci se stesso. Nell’incontro dei Cardinali in occasione del recente Concistoro, diversi Pastori, in base alla loro esperienza, hanno parlato di un analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente. Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti. Ma per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola.

L’Anno della Fede, il ricordo dell’apertura del Concilio Vaticano II 50 anni fa, deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con nuova gioia. Lo troviamo naturalmente in modo fondamentale e primario nella Sacra Scrittura, che non leggeremo e mediteremo mai abbastanza. Ma in questo facciamo tutti l’esperienza di aver bisogno di aiuto per trasmetterla rettamente nel presente, affinché tocchi veramente il nostro cuore. Questo aiuto lo troviamo in primo luogo nella parola della Chiesa docente: i testi del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica sono gli strumenti essenziali che ci indicano in modo autentico ciò che la Chiesa crede a partire dalla Parola di Dio. E naturalmente ne fa parte anche tutto il tesoro dei documenti che Papa Giovanni Paolo II ci ha donato e che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo.

Ogni nostro annuncio deve misurarsi sulla parola di Gesù Cristo: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16). Non annunciamo teorie ed opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori. Ma questo naturalmente non deve significare che io non sostenga questa dottrina con tutto me stesso e non stia saldamente ancorato ad essa. In questo contesto mi viene sempre in mente la parola di sant’Agostino: E che cosa è tanto mio quanto me stesso? Che cosa è così poco mio quanto me stesso? Non appartengo a me stesso e divento me stesso proprio per il fatto che vado al di là di me stesso e mediante il superamento di me stesso riesco ad inserirmi in Cristo e nel suo Corpo che è la Chiesa. Se non annunciamo noi stessi e se interiormente siamo diventati tutt’uno con Colui che ci ha chiamati come suoi messaggeri così che siamo plasmati dalla fede e la viviamo, allora la nostra predicazione sarà credibile. Non reclamizzo me stesso, ma dono me stesso. Il Curato d’Ars non era un dotto, un intellettuale, lo sappiamo. Ma con il suo annuncio ha toccato i cuori della gente, perché egli stesso era stato toccato nel cuore.

L’ultima parola-chiave a cui vorrei ancora accennare si chiama zelo per le anime (animarum zelus). È un’espressione fuori moda che oggi quasi non viene più usata. In alcuni ambienti, la parola anima è considerata addirittura una parola proibita, perché – si dice – esprimerebbe un dualismo tra corpo e anima, dividendo a torto l’uomo. Certamente l’uomo è un’unità, destinata con corpo e anima all’eternità. Ma questo non può significare che non abbiamo più un’anima, un principio costitutivo che garantisce l’unità dell’uomo nella sua vita e al di là della sua morte terrena. E come sacerdoti naturalmente ci preoccupiamo dell’uomo intero, proprio anche delle sue necessità fisiche – degli affamati, dei malati, dei senza-tetto. Tuttavia noi non ci preoccupiamo soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo: delle persone che soffrono per la violazione del diritto o per un amore distrutto; delle persone che si trovano nel buio circa la verità; che soffrono per l’assenza di verità e di amore. Ci preoccupiamo della salvezza degli uomini in corpo e anima. E in quanto sacerdoti di Gesù Cristo, lo facciamo con zelo. Le persone non devono mai avere la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso. Le persone devono percepire il nostro zelo, mediante il quale diamo una testimonianza credibile per il Vangelo di Gesù Cristo. Preghiamo il Signore di colmarci con la gioia del suo messaggio, affinché con zelo gioioso possiamo servire la sua verità e il suo amore. Amen.
© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

martedì 29 marzo 2016

CRISI al QUADRATO nella CHIESA

Ratzinger: ‘Dopo Vaticano II, doppia profonda crisi’
 
L’intervista a Joseph Ratzinger di cui pubblichiamo questo stralcio, è stata curata e realizzata dal gesuita belga Jacques Servais ed è stata presentata nel contesto del Convegno dal titolo: “Per mezzo della fede. Dottrina della giustificazione ed esperienza di Dio nella predicazione degli Esercizi Spirituali”.
 
 

 
 
 
com1302pD.: Negli Esercizi Spirituali, Ignazio di Loyola non utilizza le immagini veterotestamentarie di vendetta, al contrario di Paolo (come si evince nella seconda lettera ai Tessalonicesi); ciò non di meno egli invita a contemplare come gli uomini, fino alla Incarnazione, «discendevano all’inferno» e a considerare l’esempio dagli «innumerevoli altri che vi sono finiti per molti meno peccati di quelli che ho commesso io». È in questo spirito che san Francesco Saverio ha vissuto la propria attività pastorale, convinto di dover tentare di salvare dal terribile destino della perdizione eterna quanti più «infedeli» possibile. Si può dire che su questo punto, negli ultimi decenni, c’è stato una sorta di «sviluppo del dogma» di cui il Catechismo deve assolutamente tenere conto?
R.: «Non c’è dubbio che in questo punto siamo di fronte a una profonda evoluzione del dogma. Mentre i Padri e i teologi del medioevo potevano ancora essere del parere che nella sostanza tutto il genere umano era diventato cattolico e che il paganesimo esistesse ormai soltanto ai margini, la scoperta del nuovo mondo all’inizio dell’era moderna ha cambiato in maniera radicale le prospettive.
 
Nella seconda metà del secolo scorso si è completamente affermata la consapevolezza che Dio non può lasciare andare in perdizione tutti i non battezzati e che anche una felicità puramente naturale per essi non rappresenta una reale risposta alla questione dell’esistenza umana.

Se è vero che i grandi missionari del XVI secolo erano ancora convinti che chi non è battezzato è per sempre perduto, e ciò spiega il loro impegno missionario, nella Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II tale convinzione è stata definitivamente abbandonata. Da ciò derivò una doppia profonda crisi. Per un verso ciò sembra togliere ogni motivazione a un futuro impegno missionario. Perché mai si dovrebbe cercare di convincere delle persone ad accettare la fede cristiana quando possono salvarsi anche senza di essa? Ma pure per i cristiani emerse una questione: diventò incerta e problematica l’obbligatorietà della fede e della sua forma di vita.

Se c’è chi si può salvare anche in altre maniere non è più evidente, alla fin fine, perché il cristiano stesso sia legato alle esigenze dalla fede cristiana e alla sua morale. Ma se fede e salvezza non sono più interdipendenti, anche la fede diventa immotivata. Negli ultimi tempi sono stati formulati diversi tentativi allo scopo di conciliare la necessità universale della fede cristiana con la possibilità di salvarsi senza di essa.

Ne ricordo qui due: innanzitutto la ben nota tesi dei cristiani anonimi di Karl Rahner. In essa si sostiene che l’atto-base essenziale dell’esistenza cristiana, che risulta decisivo in ordine alla salvezza, nella struttura trascendentale della nostra coscienza consiste nell’apertura al tutt’altro, verso l’unità con Dio. La fede cristiana avrebbe fatto emergere alla coscienza ciò che è strutturale nell’uomo in quanto tale. Perciò quando l’uomo si accetta nel suo essere essenziale, egli adempie l’essenziale dell’essere cristiano pur senza conoscerlo in modo concettuale.

Il cristiano coincide dunque con l’umano e in questo senso è cristiano ogni uomo che accetta se stesso anche se egli non lo sa. È vero che questa teoria è affascinante, ma riduce il cristianesimo stesso a una pura conscia presentazione di ciò che l’essere umano è in sé e quindi trascura il dramma del cambiamento e del rinnovamento che è centrale nel cristianesimo.

Ancor meno accettabile è la soluzione proposta dalle teorie pluralistiche della religione, per le quali tutte le religioni, ognuna a suo modo, sarebbero vie di salvezza e in questo senso nei loro effetti devono essere considerate equivalenti. La critica della religione del tipo di quella esercitata dall’Antico Testamento, dal Nuovo Testamento e dalla Chiesa primitiva è essenzialmente più realistica, più concreta e più vera nella sua disamina delle varie religioni. Una ricezione così semplicistica non è proporzionata alla grandezza della questione.

Ricordiamo da ultimo soprattutto Henri de Lubac e con lui alcuni altri teologi che hanno fatto forza sul concetto di sostituzione vicaria. Per essi la proesistenza di Cristo sarebbe espressione della figura fondamentale dell’esistenza cristiana e della Chiesa in quanto tale. È vero che così il problema non è del tutto risolto, ma a me pare che questa sia in realtà l’intuizione essenziale che così tocca l’esistenza del singolo cristiano.

Cristo, in quanto unico, era ed è per tutti e i cristiani, che nella grandiosa immagine di Paolo costituiscono il suo corpo in questo mondo, partecipano di tale essere-per. Cristiani, per così dire, non si è per se stessi, bensì, con Cristo, per gli altri. Ciò non significa una specie di biglietto speciale per entrare nella beatitudine eterna, bensì la vocazione a costruire l’insieme, il tutto.

Quello di cui la persona umana ha bisogno in ordine alla salvezza è l’intima apertura nei confronti di Dio, l’intima aspettativa e adesione a Lui, e ciò viceversa significa che noi assieme al Signore che abbiamo incontrato andiamo verso gli altri e cerchiamo di render loro visibile l’avvento di Dio in Cristo. È chiaro che dobbiamo riflettere sull’intera questione».

venerdì 10 aprile 2015

per essere ribelli

5 modi per essere un vero cattolico ribelle ...

...e allo stesso tempo dalla parte degli angeli




Andiamo, ne sappiamo di più della Chiesa, vero? Dopo tutto siamo nel XXI secolo, e i tempi sono cambiati. L'uomo moderno è capacissimo di decidere da sé ciò che è morale, giusto? Tutte le persone intelligenti nei media, negli ambienti governativi e in quelli accademici che ci incoraggiano ad abbracciare aborto, contraccezione, eutanasia e matrimonio omosessuale non possono sbagliarsi, no? In fondo, tutti sanno che idee nuove e fresche devono chiaramente prevalere su due millenni di insegnamenti della Chiesa. Giusto?

Sbagliato.

Purtroppo, il mio paragrafo di apertura faceto rappresenta come molti cattolici vedono gli insegnamenti della Chiesa al giorno d'oggi. Molti si sono lasciati ingannare dalla bugia che ci sta propinando il mondo per la quale dovremmo ribellarci all'autorità della Chiesa e del papa decidendo da noi quali insegnamenti seguire e quali non seguire. La nostra apatia e il nostro relativismo morale crescenti, fortemente influenzati da una cultura imbevuta di materialismo senza limiti morali, stanno mettendo la Chiesa e il mondo in grave pericolo. La Chiesa cattolica è una delle ultime linee di difesa contro il male, e non dobbiamo permettere a una ribellione fuorviata di distruggerla dall'interno. La Chiesa non deve mai sottomettersi o essere assimilata al mondo. Siamo nel mondo ma non del mondo, e dobbiamo tenere gli occhi fissi sulla nostra patria celeste.

Veri cattolici ribelli

Se sentiamo la necessità di essere ribelli, perché non convogliare questa energia in una direzione più positiva, una direzione che guidi al Cielo? È facile criticare la Chiesa e conformarsi alle varie influenze del mondo, ma forse il vero ribelle cattolico di oggi può spiccare per il fatto di abbracciare l'insegnamento della Chiesa, non di rifiutarlo, e di seguire la leadership del papa, non di minarla. Se vogliamo seguire davvero gli insegnamenti di Cristo, non dovremmo farlo attraverso la Chiesa da Lui fondata? Se vogliamo essere ribelli, ribelliamoci contro il mondo e abbracciamo la via verso il Cielo che passa per la Chiesa cattolica.

Cinque modi positivi perché i cattolici si ribellino al mondo

1. Evitiamo il cattolicesimo da bar: Non possiamo scegliere quello in cui credere ed essere ancora autenticamente cattolici. Dobbiamo seguire il Magistero e praticare autenticamente la nostra fede, confidando nel fatto che due millenni di storia e di insegnamenti della Chiesa siano ben superiori a ciò a cui possiamo arrivare da soli. “Siate cattolici, realmente, fedelmente, senza scusarvene, e il futuro avrà il tipo di leader articolati e moralmente maturi di cui ha bisogno” (arcivescovo Charles Chaput).

2. Mettiamo da parte il nostro orgoglio e arrendiamoci: “Poche anime capiscono ciò che farebbe Dio in loro se si abbandonassero senza riserve a Lui e se permettessero alla Sua grazia di modellarle di conseguenza” (Sant'Ignazio di Loyola). Serve un ego piuttosto grande per dire di no a Cristo e alla Sua Chiesa! Abbiamo bisogno di più umiltà, di arrenderci totalmente e di impegnarci sinceramente per mettere la volontà di Cristo prima della nostra. So per esperienza personale che fare le cose a modo mio non ha mai dato grandi risultati.

3. Pratichiamo la santità personale: La chiamata alla santità è radicata nel Battesimo e riproposta negli altri sacramenti, soprattutto nell'Eucaristia. Visto che i cristiani sono rivestiti di Cristo Gesù e ristorati dal Suo Spirito, sono “santi”. Hanno quindi la capacità di manifestare questa santità e la responsabilità di testimoniarla in tutto ciò che fanno. L'apostolo Paolo non si stanca mai di ammonire i cristiani a vivere “come si addice a santi” (Ef 5, 3).

4. Siamo gioiosi!: È così facile perdersi nei propri problemi e dimenticare di essere gioiosi... Capita a me e a chiunque altro io conosca. Ricordiamo, però, che siamo circondati da persone che ci guardano. Possono essere alla ricerca di Lui e cercare qualcuno, chiunque, che mostri loro la via che porta a Cristo. Potrebbero imparare dal nostro buon esempio, essere ispirati dalla nostra gioia e incoraggiati dal nostro cammino di fede se solo ricordiamo che siamo chiamati a condividere la Buona Novella. Se siamo malinconici, frustrati, concentrati su di noi e critici nei confronti della Chiesa non saremo mai in grado di aiutare nessuno e potremmo mettere a rischio la nostra salvezza.

5. Perseguiamo il Cielo, “rifiutiamo” il Mondo: Il Cielo è la nostra destinazione ultima, non questo posto chiamato Terra. I nostri critici ci aiuteranno ad andare in Cielo? Ci sosterranno nei periodi difficili? No, ci spingeranno verso uno stile di vita secolare in cui c'è poco spazio per Dio e il materialismo e la popolarità sono gli idoli alla moda del giorno. Fare ciò che è giusto non è sempre facile, ma nel lungo periodo è chiaramente la cosa che apporta maggiore beneficio. Perché non dovremmo scegliere il Cielo?

C'è ancora un altro modo per essere un vero ribelle cattolico nel mondo di oggi, che è il filo conduttore che corre lungo tutti gli altri atti che ho menzionato: pregare con fede ogni giorno. 

Iniziate la giornata con una preghiera di ringraziamento a Dio per le benedizioni presenti nella nostra vita. Pregate per avere l'aiuto e il coraggio di affrontare le prove che il mondo ci presenta. Fatevi il segno della croce e pregate prima di ogni pasto, pubblico o privato. Recitate il rosario quotidianamente e chiedete l'aiuto e l'intercessione della nostra Beata Madre e pregate con la famiglia ogni sera. Non posso immaginare che una persona possa ribellarsi seriamente contro la Chiesa se è fedelmente impegnata nella preghiera quotidiana.

Sarebbe facile leggere questo post e decidere che non si applica a voi, ma suggerirei che siamo tutti colpevoli di qualche grado di ribellione negativa ogni giorno. Possiamo scegliere la via d'uscita semplice nella pratica della nostra fede quando è richiesto un piccolo sforzo extra o ignoriamo ciò che viene richiesto dalla nostra vocazione affidataci da Dio. Possiamo rifiutare di fare ciò che sappiamo che è giusto perché temiamo le opinioni negative degli altri o non abbiamo il coraggio di affrontare situazioni difficili.

Una delle cose che ho trovato più attraenti nella Chiesa cattolica quando mi sono convertito è stato il fatto che non è facile essere cattolici. Sono cresciuto con una “fede facile” nella Chiesa battista, l'ho abbandonata quando era adolescente e non ho avuto alcuna fede per 23 anni fino a quando non sono arrivato alla Verità del cattolicesimo nel 2005. Sono incredibilmente grato per la mia fede cattolica e non vedo perché dovrei sprecare il mio tempo argomentando contro gli insegnamenti della Chiesa. Ho già trascorso più di due decenni dicendo “no” a Dio, e la mia ribellione piena di orgoglio è stata estenuante. Quando mi sono arreso alla Sua volontà nel 2005, ho iniziato a dire “sì”, e questo ha fatto la differenza nella mia vita.



Riflettete sul dipinto di San Michele Arcangelo che sovrasta un Lucifero sconfitto. Nel Paradiso Perduto di Milton, Lucifero ha dichiarato la sua ribellione in Cielo contro Dio con il grido Non Serviam! (Non servirò!). L'arcangelo Michele ha difeso lealmente Dio con il suo grido Serviam e ha mandato Lucifero all'Inferno con tutti i suoi demoni. E noi cosa sceglieremo, Serviam o Non serviam?

Randy Hain è senior editor di The Integrated Catholic Life, dove è apparso originariamente questo articolo.

[Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]


http://www.aleteia.org/it/religione/articolo/5-modi-per-essere-un-vero-cattolico-ribelle-5868278714990592

domenica 21 settembre 2014

Madonna Barbie

SULLE DEVOZIONI “PSEUDO MARIANE” 

E SULLE “MISERICORDIE” TROPPO FACILI




poi non so se mi colpisce di più la Madonna bionda 

o il timore che a breve arrivi l'imprimatur 

e la benedizione di qualche prete.

Magari rientra anche questa nell'operazione commercio-


pastorale di avvicinare i ggiovani alla Chiesa.

Si legge, in alcuni scritti, che certi mantra o devozioni “para e/o pseudo mariane” —a mo’ quasi di formula magica— certamente hanno il “potere” di calpestare la Giustizia di Dio e di generare una certa “misericordia ad personam”. Sinceramente io avrei timore a scrivere certe fantasie, e ne spiegherò brevemente i motivi!
Stando a quel che leggo, specialmente su Facebook ed in alcuni blog “cattolici”, molti commentatori (credo e spero in buona fede), auto-dichiaratisi guidati dallo Spirito Santo e/o da qualche “veggente” contemporaneo, divulgano uno strano culto alla Vergine Maria, quasi una “fede parallela” che evidentemente cancellerebbe, già di suo, pene e colpe.
San Luigi Maria Grignon de Montfort, alle pagine 18 e succ. del suo Trattato della vera devozione a Maria, parla di “devoti presuntuosi”, di “altri falsi devoti della Vergine Santa che sono gli ipocriti” e di “devoti interessati”.
Purtroppo se oggi lo studioso contemporaneo —che non vuol assolutamente giudicare— si permette di sfatare alcuni miti della “mariologia puerile e passionale” e di smascherare alcuni “spiritismi” [cf. Bollettino ufficiale Medjugorje, 2/208, p. 81] spacciati per “messaggi mariani”, citando Magistero, cronache dell’epoca o documenti contemporanei, questi viene sottoposto —da alcuni— ad una sorta di processo inquisitorio abusivo, privo totalmente di contenuti ed altrettanto inconcludente dal punto di vista pratico, ovvero ai fini propri dell’evangelizzazione; credo, invece, che San Luigi avesse ed abbia tutti i titoli per educare alcuni “novelli apologeti” affascinati dal giudizio temerario.

I devoti presuntuosi [Op cit. n° 97]:
“I devoti presuntuosi sono dei peccatori abbandonati alle proprie passioni, o degli amanti del mondo, i quali, sotto il bel nome di cristiani e di devoti della Santa Vergine, nascondono l'orgoglio, o l'avarizia, o l'impurità, o l'ubriachezza, o la collera, o la bestemmia, o la maldicenza o l’ingiustizia, ecc. Essi dormono tranquilli nelle loro cattive abitudini, senza sforzarsi molto per correggersi, con la scusa che sono devoti della Vergine e pensano che Dio li perdonerà e che non moriranno senza essersi confessati e che non andranno dannati perché recitano il Rosario, digiunano il sabato, sono iscritti la confraternita del Santo Rosario o a quella dello Scapolare, o perché sono membri di un'associazione, o portano l'abitino o la catenella della Santa Vergine, ecc. Quando si dice loro che questa devozione non è che una illusione del demonio e una pericolosa presunzione, capace di perderli, essi non lo vogliono credere; rispondono che Dio è buono e misericordioso, che non ci ha creati per dannarci e che non c'è uomo che non pecchi; dicono che non moriranno senza confessarsi e che un buon mea culpa in punto di morte basterà; e aggiungono che in più sono devoti della Santa Vergine, portano lo scapolare e recitano in suo onore ogni giorno sette Pater e sette Ave fedelmente e senza ostentazione, e anzi ogni tanto recitano pure il Rosario e l'ufficio della Santa Vergine e che digiunano, ecc. A conferma di quanto dicono e per accecarsi ancor più, raccontano qualche episodio, sentito o letto sui libri, non importa loro se vero o falso”.

Nulla, nel Cristianesimo, è più condannabile di una simile presunzione diabolica; come si può dire infatti di amare e onorare davvero la Santa Vergine, quando a causa dei propri peccati, si continua a colpire, a trafiggere, a mettere in croce e ad offendere senza pietà Gesù Cristo suo Figlio, ricorda il Santo.Sant'Ignazio di Loyola (cit. Perinde ac cadaver) smascherava anche lo spirito immondo che anima le ostinate disobbedienze; San Tommaso: “«Resistere in faccia davanti a tutti» passa [anche] la misura della correzione fraterna” [Summa Th., IIª-IIae q. 33 a. 4 ad 2].

Poi ci sono i devoti ipocriti [Op. cit. n° 102]:
“Vi sono altri falsi devoti della Vergine Santa che sono gli ipocriti. Questi coprono i loro peccati e le cattive abitudini sotto il manto di questa Vergine fedele, per apparire agli occhi degli altri diversi da quello che sono”.

Infine San Luigi parla dei devoti interessati [Op. cit. n° 102]:
“Un'altra categoria sono i devoti interessati, i quali ricorrono alla Vergine Santa solo per vincere qualche processo, o per evitare un pericolo, guarire da una malattia, o per qualche altro bisogno di questo genere; senza queste circostanze la dimenticherebbero. Gli uni e gli altri sono falsi devoti, senza valore davanti a Dio e alla sua santa Madre”.

San Luigi —che di certo non era “ignorante”, non era “nemico della Vergine Maria”, non aveva il “cuore indurito” e non era “cieco allo Spirito Santo”— motivava accuratamente queste sue deduzioni; aggiungeva inoltre [Op. cit. n° 90]:
“Il demonio, come un falsario e ingannatore sperimentato, ha già raggirato e fatto perdere tante anime con una falsa devozione alla Santa Vergine; e ogni giorno, nella sua diabolica esperienza, si dà da fare per perderne molte altre, illudendole e facendole addormentare nel peccato, con il pretesto di qualche preghiera, recitata male, e di qualche pratica esteriore da lui suggerita. Come un falsario non contraffa di solito che l'oro e l'argento e solo raramente gli altri metalli, perché non ne vale la pena, così lo spirito maligno non falsifica tante altre devozioni, ma quelle di Gesù e di Maria, cioè la devozione all'Eucaristia e quella mariana, perché queste rappresentano ciò che l'oro e l'argento sono in confronto agli altri metalli”. [cf. Casini — Di Pietro, La vera devozione alla Vergine Maria, Segno, 2012].

Credo che anche il Concilio di Trento, che di certo non fu “anti mariano” e non fu “poco docile allo Spirito Santo”, possa venirci incontro.

Dio aveva promesso “un maestro di giustizia per illuminare le genti” (Gl. 2,23) che avrebbe portato la sua salvezza “fino agli estremi confini della terra” (Is. 49,6); Gesù, manifestatosi per Ciò che Egli era ed è, sin dal principio ed in eterno, “destinò alcuni a essere Apostoli, altri costituì pastori e dottori” (Ef. 4,14), perché annunciassero la parola di vita, per evitare che noi “fossimo sballottati da ogni vento di dottrina”; ben fermi invece sul fondamento della Fede, “fossimo compaginati nell'edificio di Dio per opera dello Spirito Santo” (Ef. 2,22).

Gesù, per evitare fraintendimenti, ovvero che qualcuno —ingannato dal maligno— potesse credere o dire che i successori degli Apostoli parlavano “come parola umana” e non “come parola di Cristo”,  stabilì di conferire al loro Magistero tanta autorità da affermare: “Chi ascolta voi ascolta me; e chi disprezza voi disprezza me” (Le. 10,16). E questo non intese riferirlo solo ai presenti cui si rivolgeva, ma a tutti quelli che per legittima successione avrebbero ricevuto l'ufficio d'insegnare, perché promise di assisterli sino alla fine del mondo (cf. Mt.  28,20). [cf. Catechismo Tridentino, pubblicato dal Papa San Pio V, p.1]

Ogni sorta di dottrina che deve essere insegnata ai fedeli è contenuta nella parola di Dio, distribuita nella Sacra Scrittura e nella Tradizione; ”Tutta la Scrittura, infatti, ispirata da Dio, è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e preparato per ogni opera buona” (2Tm. 3,16s).

La Genesi, come la Chiesa insegna, ci presenta la creazione dell’uomo a cui Dio volle fare dono anche della giustizia originale, e volle che l’uomo comandasse a tutti gli animali, tuttavia Adamo mancò all'obbedienza verso Dio con il trasgredirne il comando: “Mangerai i frutti di qualsiasi albero del paradiso, ma non toccherai quelli dell'albero della scienza del bene e del male, poiché il giorno in cui li toccherai ne morrai” (Gn 2,16.17). Cadde perciò in tanta disgrazia da perdere senz'altro la santità e la giustizia in cui era stato posto e da subire tutti quegli altri malanni che il Concilio Tridentino spiegò ampiamente (Sess. 5, can. 1, 2; sess. 6, can. 1). [Op. cit. p. 12].

Dio è sì misericordioso, ma la Sua misericordia non prevarica e non annulla la Sua stessa giustizia, difatti giustizia e misericordia sono due degli attributi [*] principali del vero Dio, Uno e Trino, che con assoluta veracità ci ha fatto conoscere tutto ciò che è necessario fare e sapere per salvarci. Ecco perché l’Apostolo in Atti 20:
“26 Per questo dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdessero, 27 perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio”.

Ne abbiamo già discusso abbondantemente negli studi che rilancio nelle note 1 e 2, quindi credo che sia inutile ripetersi, solamente domando con cortesia agli interessati di documentarsi per evitare appunto quei “venti di dottrina” fai da te che sono molto pericolosi, specie se poi gli stessi adorano il giudizio temerario; va detto, inoltre, che la Rivelazione termina con la morte dell’ultimo Apostolo, e questo è un dato troppo rilevante specialmente oggigiorno, dunque mi sembra opportuno ricordalo [3]. Ricordiamoci anche del peccato di scandalo e del fatto che in alcuni casi è peggiore dell’omicidio, quindi facciamo sempre attenzione a non deviare dalla retta ed integra dottrina, casomai per abbracciare “novità” o “venti” ispirati invece non si sa da quale preciso “spirito” [4].
Perché è necessaria la giustizia di Dio e perché misericordia e giustizia sono in perfetta sinergia fra loro? Come conciliare la misericordia di Dio con la giustizia dello Stesso?
Ne parlai in un mio vecchio studio rilanciando le pubblicazioni di mons. Perardi [cf. Vita eterna: l’Inferno, ed. Segno]. Cito brevemente qualche estrapolato:
  1. Supponiamo di non capire nulla, né della necessità dell’Inferno eterno, né dell’armonia sua con la bontà e con l’amor infinito di Dio. Perciò? Che cosa siamo noi, meschine creature per voler intendere e giudicare Dio? Poiché Dio ci ha rivelato l’Inferno eterno, noi sappiamo che esso non può ripugnare ma deve concordare con tutte le perfezioni di Dio, anche col suo infinito amore, con la sua infinita bontà, anche se noi non ne comprendiamo nulla. Quindi abbiamo poco da opporci: si accetta e basta;
  2. Poi considerate che non è mai troppo grave una condanna quando la si può con tanta facilità evitare. Il peccatore non ha nessun diritto di lamentarsi dell’Inferno eterno, ed è tanto meno scusabile dal momento che sa che col peccato ch’egli volontariamente commette si merita quella terribile condanna. Invece di gridare contro la bontà e l’amor di Dio che non lo salvano dall’Inferno, gridi contro la propria sciocchezza e stupidaggine che ne accetta e merita la condanna, prezzo di sì miserabile soddisfazione quale è il peccato. È lui che, peccando, fa l’ottuso contratto col demonio contro Dio: per questa miserabile soddisfazione, per questo peccato, rinunzia al Paradiso, accetta di subire la condanna all’Inferno. Dopo di ciò, come può egli lamentarsi di Dio che lo condanna all’Inferno? Ma se è lui che scientemente, deliberatamente vi si condanna col peccato, sapendo che a causa del peccato è dato certo merita l’Inferno;
  3. Inoltre pensate tutto ciò che Dio ha fatto e continua a fare per non condannare l’uomo all’Inferno, quante volte glie lo ha risparmiato e condonato: la Redenzione, la Chiesa, i Sacramenti, gli Angeli, un tesoro di grazie attuali per trattenerlo dal peccato, per richiamarlo a pentimento e conversione. Di ogni uomo che si danna, Dio deve ripetere ciò che per mezzo del Profeta lamentava del popolo d’Israele raffigurato nella vigna: “Che cos’avrei dovuto fare ancora alla mia vigna e che non glie l’abbia fatto”? (Is. 5,4);
  4. Dio non è solo infinitamente buono, ma anche infinitamente giusto e santo; perché infinitamente santo deve volere il bene e ripudiare il male. Se neppure coll’Inferno eterno minacciato, non riesce ad ottenere da tanti che pratichino il bene e fuggano il male, che cos’avverrebbe quand’Egli non avesse l’Inferno eterno? Se anche con l’Inferno eterno dobbiamo lamentare tanta iniquità sulla terra, e noi stessi cediamo così facilmente al male, che cosa accadrebbe quando non ci fosse neppur il ritegno del pensiero di quella inesorabile punizione? Senza l’Inferno eterno, la santità di Dio come potrebbe, se non altro, mostrare tutto il suo odio, tutta la sua abominazione per il male? Come la pena di morte su questa terra è l’ultima difesa e l’ultimo grido della società contro certi abominevoli delitti, così l’Inferno eterno è l’ultima difesa che Dio ha contro il male, l’ultimo grido con cui la sua santità lo ripudia. Aggiungete che solo l’Inferno eterno può spiegare la pazienza con cui Dio sopporta certe prolungate iniquità, bestemmie e insulti con cui taluni sfogano continuamente e ostinatamente l’odio che nutrono contro di Lui;
  5. Infine, Dio condannando il peccatore all’Inferno, come potrebbe poi liberarlo? Dio non può perdonare il peccato senza il pentimento soprannaturale per il quale occorrono la Grazia sua e la volontà del peccatore. Dio ha detto chiaramente e senza alcun equivoco che con la morte del peccato cessa la sua Grazia; che la morte è al termine ultimo in cui Egli chiama il peccatore, dopo il qual termine vi sarà la punizione eterna. Sapete voi il valore che ha la parola nella persona verace? Si dice tante volte che l’uomo d’onore ha la parola, che la parola sua vale più di uno scritto. E noi —che purtroppo facciamo così poco conto della parola nostra anche solennemente impegnata con Dio— pretenderemmo che Dio manchi di parola a sé stesso, alla sua santità, alla sua giustizia, ai suoi diritti di creatore? No; Egli ha non solo una parola per noi, l’ha anche per sé, pei suoi diritti, e la deve mantenere. 
È vero, dobbiamo incessantemente pregare Dio affinché ci doni la grazia della vera contrizione finale, allontani da noi e dai nostri famigliari la scure della morte improvvisa in stato di peccato mortale, tuttavia non possiamo e non dobbiamo credere che qualche “rito magico” o presunta “formula/rivelazione pseudo-salvifica” possa giustificare, in punto di morte, la nostra condotta degenerata, ostinata e peccaminosa. Tutta la nostra fede, che è nel contempo razionale e di facile apprendimento, va vissuta nella giusta misura, questo per evitare di inciampare; difatti il Signore è certo clemente con i bambini, ma non ha mai parlato di “clemenza per i bamboccioni”, non a caso “piena avvertenza” e “deliberato consenso” (cf. Cat. San Pio X, peccato mortale) sono “parenti” con “l’età della ragione”. Il giorno della morte, quando ci sarà il “Giudizio individuale” [cf. Denz. M2a; M2bb]: 
“Un giudizio particolare con la destinazione al cielo, al purgatorio o all’inferno avviene subito (mox) dopo la morte (857s 1002 1304-1306); prima di regnare con Cristo, gli uomini debbono rendere conto davanti a lui della loro vita corporale 4168; ciascuno dovrà rendere conto davanti al tribunale di Dio della propria vita 4317; l’uomo riceverà la propria ricompensa per ciò che ha fatto nel suo corpo 443 574 1002 4168; cf. M 3b (beatitudine eterna); M 3c (la beatitudine, grazia e ricompensa); M 3d (dannazione dell’uomo)”.

In questa dinamica la cosiddetta “ignoranza vincibile” non scusa: - il peccatore vuole volontariamente ignorare qualcosa per non abbandonare il male che desidera; - trascura di informarsi; - desidera direttamente o indirettamente qualcosa che provoca l'ignoranza, ecc...; [cf. San Tommaso, Quaestio disputata de Malo] [5].
Abbiamo già parlato della Penitenza [6], quindi dell’attrizione e della contrizione (noi dobbiamo domandare a Dio l’aiuto per risultare veramente contriti), del pentimento sincero, del sano proposito e della soddisfazione; cerchiamo adesso di non farci ingannare e di non lasciarci trasportare da facili entusiasmi puerili, casomai allontanandoci —anche non volendo— dal Sacramento della Penitenza. Torneremo sull’argomento Sacramenti nei prossimi giorni… a Dio piacendo!

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)
Note:
[*] Attributi. — Il primo attributo di Dio è l'immutabilità, perché secondo la parola di S. Giacomo «in Dio non vi è né cambiamento, né ombra di rivoluzione» (Iac. I, 17); - Il secondo attributo di Dio è che ogni bene gli piace, ed aborre ogni male; — Il terzo attributo di Dio è la previdenza o prescienza; — Il quarto è lapazienza; — Il quinto è la giustizia; Il sesto è la rettitudine; — Il settimo attributo di Dio è la sua liberalità infinita; — L'ottavo attributo è che Dio facilmente si placa [così i Santi non la durano mai lungo tempo nella collera e nello sdegno, anche il più giusto]; — Il nono è che Dio è pronto al perdono con quelli che l'hanno gravemente offeso; — Il decimo attributo di Dio è la sua veracità nelle parole e nelle promesse; — L'undicesimo è che in Dio non vi è accettazione di persone; — Il dodicesimo è la fermezza; — Il tredicesimo è che Dio non cerca mai i propri vantaggi e nelle opere della creazione, della redenzione, della conservazione, del governo dell'universo, non mira che al bene degli uomini e delle altre creature; — Il quattordicesimo è che Dio fa ogni cosa bene e perfettamente; — Il quindicesimo è che Dio non punisce due volte la medesima colpa. [I Tesori di Cornelio A Lapide [vol. III, Ed. Internazionale, Roma, 1949, pp. 434 e succ.]
[1] http://radiospada.org/2013/09/contro-i-falsi-profeti-il-cielo-e-la-terra-passeranno-ma-le-mie-parole-non-passeranno/
[2] http://radiospada.org/2013/09/la-tremenda-frase-degli-edicolanti-la-chiesa-apre-a/
[3] http://radiospada.org/2013/08/che-cose-la-bibbia-e-come-si-usa/
[4] http://radiospada.org/2013/07/sul-peccato-di-scandalo-non-versare-sangue-innocente/
[5] http://radiospada.org/2013/10/confusione-e-belligeranza-nel-cattolicesimo-contemporaneo-la-zizzania/
[6] http://radiospada.org/2013/09/la-vera-contrizione-necessaria-per-non-andare-allinferno/

martedì 15 luglio 2014

nel tempo di apostasia

Gli amici della Chiesa nei tempi di crisi



A differenza di Gesù, che rimase solo nell’Orto del Getsemani, la sua Sposa, la Chiesa, quando soffre la Passione, può sempre contare su un gruppo di fedelissimi, uniti fra loro dal vincolo indivisibile dell’amore per Lei. Al tempo dell’eresia ariana, che ebbe origine nel IV secolo, che divenne religione ufficiale dell’impero romano durante il regno di Costanzo II e resistette fino al VII secolo, gli amici dei coraggiosi santi Atanasio di Alessandria, Eusebio di Vercelli, Ilario di Poitiers fecero scudo intorno all’autentica Chiesa.
Al tempo degli scismi che contrapposero Papi ad antipapi e che maturarono sotto l’impero di Federico Barbarossa nel XII secolo e fra il XIV e XV secolo, ovvero quando Avignone sembrò sostituire la sede di Pietro, numerosi amici si radunarono intorno a due guide illuminate dallo Spirito Santo: santa Ildegarda di Bingen e santa Caterina da Siena.
Dopo il Concilio di Trento, un nugolo di amici si aggregò alla sequela di tre giganti della Controriforma, amici fra di loro: san Carlo Borromeo, sant’Ignazio di Loyola, san Filippo Neri.
Dopo la tragica guerra dichiarata dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese alla Chiesa, sorse un’energica risposta di ricristianizzazione e arrivarono altri amici, forti e decisi, che si unirono in quell’organizzazione culturale che va sotto il nome di Amicizia Cristiana, fondata dallo svizzero Nikolaus Albert von Diessbach, un militare al servizio di Casa Savoia che, dopo la conversione, entrò nella Compagnia di Gesù e come il suo fondatore volle «militare per Iddio sotto il vessillo della Croce», come scrive il professor de Mattei nel suo libro Idealità e dottrine delle amicizie (Bibliotheca Romana, Roma 1981, p. 43).
Scrisse Diessbach nella sua opera apologetica Le Chrétien Catholique (1771): «Io sono cristiano e cattolico. Vissi, lessi, meditai. Voglio scrivere per avere la soddisfazione di sviluppare a me stesso e ad altrui le tracce dei sentimenti che nati  e prodotti dall’uso della vita, dalla lettura e dalla riflessione, contribuirono grandemente a rendermi cristiano e cattolico» (p. 44). Egli individuò nella stampa l’arma dei nemici della Chiesa, così come aveva fatto papa Clemente XIII con l’enciclicaChristianae Reipublicae Salus del 1766. Ritiratosi in un’abbazia cistercense, raccolse attorno a sé alcuni collaboratori fidati. Proprio da questi amici ebbe origine la Pia Associazione per la Stampa, che localizzò le sue sedi a Torino e Friburgo, e contò, grazie ad amicizie disseminate qua e là, su diversi punti vendita in ben 31 città italiane.
Fu così che fra il 1779 e il 1780 venne fondata nella capitale subalpina l’Amicizia Cristiana, destinata ad unire gli amici della Chiesa cattolica, iniziativa che, seppur segreta, ebbe ampia risonanza in tutta Europa e portò ottimi frutti. L’eredità di padre Diessbach venne raccolta dal venerabile Pio Brunone Lanteri, fondatore degli Oblati di Maria, il quale, contro i seminatori della menzogna e dell’eresia, fece sorgere l’Amicizia Cattolica (1817). Con lui altri amici, devoti del Sacro Cuore di Gesù, sostennero la Chiesa e lo fecero leggendo e studiando testi dal timbro inconfutabile: sant’Ignazio di Loyola, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Francesco di Sales, santa Teresa d’Avila…
L’Amicizia Cattolica sarà l’humus nel quale si formeranno anime come quella di don Luigi Guala, fondatore del Convitto ecclesiastico, che darà vita alla docenza di san Giuseppe Cafasso, riformatore del clero e maestro, fra tanti altri santi sacerdoti, di don Bosco. Tutti questi uomini vissero l’amicizia come la intende sant’Agostino:  «Quando ci si vuol bene, e tra chi parla e chi ascolta c’è una comunione profonda, si vive quasi gli uni negli altri, e chi ascolta si identifica in chi parla e chi parla in chi ascolta».
Oggi la Chiesa, dal Concilio Vaticano II in poi, sta vivendo una profonda crisi, causata dall’illusoria utopia di rendere conciliabile ciò che non lo è: Chiesa e mondo.
La Tradizione, ancora una volta, ha prodotto e produce nuovi suoi amici che nell’odierno dibattito culturale diffonde, con la «buona stampa» e il «buon Internet» le idee cattoliche di sempre. Chi possiede il vero timore di Dio non inganna il prossimo: non esiste amicizia più solida e più alta, nella sua eternità, di quella sperimentata da coloro che non guardano l’amico per interesse proprio, ma per interesse della Fede e della Carità.
Cristina Siccardi 


(Fonte: CORRISPONDENZA ROMANA.it)