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sabato 18 marzo 2017

l’ora di san Giuseppe

È l’ora di san Giuseppe, patrono della Chiesa e della famiglia





Celebrare la festa di san Giuseppe del 19 marzo (i primi furono i monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani nel 1399; venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V e resa obbligatoria nel 1621 da Gregorio XV) significa rendere onore liturgico al Patrono universale della Chiesa e all’avvocato di ogni famiglia. Oggi più che mai occorre pregare ed implorare la sua intercessione per l’una e per l’altra realtà. Alla Vergine Maria si tributa il culto di iperdulia (al di sopra di tutti i Santi), mentre a san Giuseppe il culto di proto dulia (primo fra tutti i Santi).

Santa Teresa d’Avila affidò sempre a lui la risoluzione dei suoi problemi e dei suoi affanni e mai San Giuseppe la deluse. Lasciò scritto la mistica spagnola: «Ad altri Santi sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol farci intendere che a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, così anche in cielo fa tutto quello che gli chiede». Perciò, «qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada», infatti, «ho visto chiaramente che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare» (Vita, VI, 5-8).

Come implorarlo per le necessità? La Chiesa invita a pregarlo, in particolare, praticando la devozione del Sacro Manto di San Giuseppe (risalente al 22 agosto 1882, data in cui l’Arcivescovo di Lanciano, Monsignor Francesco Maria Petrarca, la approvò: orazioni da recitarsi per 30 giorni consecutivi in ricordo dei 30 anni del casto sposo di Maria Santissima a fianco e a tutela di Gesù). Un Manto che molto potrebbe ottenere nell’anno del centenario di Nostra Signora di Fatima, perché, proprio a Fatima, anche san Giuseppe apparve. Era il 13 ottobre 1917, ultima delle apparizioni mariane alla Cova d’Iria.

Pioveva a dirotto. Racconterà suor Lucia: «Arrivati (…) presso il leccio, spinta da un istinto interiore, domandai alla gente che chiudesse gli ombrelli, per recitare la Corona. Poco dopo, vedemmo il riflesso di luce e subito dopo la Madonna sopra il leccio» (Quarta Memoria di Lucia dos Santos, in A.M. Martins S.j., Documentos. Fátima, L.E. Rua Nossa Senhora de Fátima, Porto 1976, p. 349). «Cosa vuole da me?». «Voglio dirti che facciano qui una cappella in Mio onore; che sono la Madonna del Rosario; che continuino sempre a dire la Corona tutti i giorni» (Ivi, pp. 349; 351).

A questo punto Lucia chiese se poteva guarire malati e convertire peccatori, la Madonna disse che non tutti avrebbero ricevuto la grazia: «Devono emendarsi; chiedano perdono dei loro peccati» e, con un aspetto più triste, non «offendano più Dio Nostro Signore, che è già tanto offeso» (Ivi, p. 351). In seguito la Madonna aprì le mani, che emanavano luce, e le fece riflettere e proiettare nel sole. Lucia allora gridò a tutti di guardare l’astro in cielo. Mentre la Madonna si elevava congedandosi, il riflesso della sua luce continuò a proiettarsi nel sole. E accanto al sole apparvero ai veggenti: san Giuseppe, il Bambino Gesù, la Madonna, vestita di bianco, con il manto azzurro. San Giuseppe e il Bambino benedicevano il mondo: la Sacra Famiglia si presentò nel suo splendore celeste per assicurare la protezione in terra. Poi Maria Vergine divenne Addolorata, con aspetto simile alla Madonna del Carmine.

In seguito iniziò il miracolo danzante del sole. Padre premuroso e sollecito, san Giuseppe, a differenza di una certa letteratura modernista che lo tratteggia soltanto come uomo di tenerezza, fu assai forte e coraggioso (si pensi all’aver preso in sposa, contro il suo pubblico onore, la Vergine Maria in attesa di Gesù, oppure alla fuga in Egitto) e fu uomo mistico, visto che in più occasioni gli fu dato il privilegio di conoscere la volontà di Dio attraverso gli angeli. San Giuseppe, che ebbe così alta dignità e così alta responsabilità di capo della Sacra Famiglia, proteggendo la sua sposa e il Figlio di Dio, se invocato dai credenti e, principalmente, dai puri di cuore e, dunque, in grazia di Dio, non abbandonerà la Sposa di Cristo ai peccati e agli errori dei nostri tempi, sia clericali che civili. Ricorrere a lui significa affidarsi al giusto difensore celeste.

Il b. Pio IX, l’8 dicembre del 1870, quando proclamò s. Giuseppe patrono della Chiesa universale, disse: «In modo simile a come Dio mise a capo di tutta la terra d’Egitto quel Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, affinché immagazzinasse frumento per il popolo, così, all’arrivo della pienezza dei tempi, quando stava per mandare sulla terra suo Figlio unigenito Salvatore del mondo, scelse un altro Giuseppe, del quale il primo era stato tipo e figura, che rese padrone e capo della sua casa e del suo possesso e lo scelse come custode dei suoi principali tesori».

Allo stesso modo Leone XIII, nell’enciclica Quamquampluries del 15 agosto 1889, afferma: «è affermata l’opinione, in non pochi Padri della Chiesa, concordando su questo la sacra liturgia, che quell’antico Giuseppe, nato dal patriarca Giacobbe, aveva abbozzato la persona e i destini di questo nostro Giuseppe e aveva mostrato col suo splendore, la grandezza del futuro custode della sacra famiglia». La stessa interpretazione venne espressa da Pio XII quando istituì la festa di san Giuseppe artigiano nel 1955. Possa il paterno discendente del Re Davide infondere nei responsabili terreni della Chiesa e nei genitori un poco del suo virile coraggio proveniente dalla sua indefettibile Fede. (Cristina Siccardi)

venerdì 7 ottobre 2016

abbiate fiducia, ....ho vinto

La cultura pro-life produce i suoi frutti

 

 

Gli abortisti sono in difficoltà, tanto che Roberto Saviano si è sentito in dovere di intervenire sui social network e le sue affermazioni sono state riprese il 4 ottobre scorso dall’Agenzia Adnkronos: «L’obiezione di coscienza», ha scritto, «imposta ai ginecologi più che liberamente scelta, in un Paese dove i padiglioni degli ospedali pubblici e laici sono intitolati a santi, è una piaga che rende la 194 la più tradita delle leggi».

Le preoccupazioni dei pro dead si incrementano di anno in anno nell’osservare che il numero degli obiettori di coscienza cresce, così come crescono le associazioni e i movimenti pro life. Lo scorso 23 settembre la camera bassa del parlamento della Polonia ha votato a favore di un disegno di legge che, se definitivamente approvato, vieterebbe praticamente ogni forma di aborto, in un Paese dove la pratica dell’interruzione di gravidanza è già ristretta a pochissimi casi. Alcuni giorni fa 267 deputati su 460 hanno votato a favore della proposta, che ora dovrà affrontare altri due passaggi parlamentari. Le femministe polacche e del mondo occidentale si sono allarmate e il 3 ottobre quelle della Polonia sono scese in piazza, vestite a lutto (il lutto per timore di non poter più abortire, invece di indossare il nero per i bambini uccisi), aderendo al movimento Czarny Protest, ossia «proteste in nero».

Il disegno di legge in discussione è l’iniziativa di un Paese profondamente cattolico, che è riuscito a mantenersi tale sia sotto il regime nazista, sia sotto quello sovietico e che oggi fa sentire la propria voce anche sotto la dittatura relativista e laicista. Esso è sorto proprio grazie all’alleanza di diversi gruppi religiosi cattolici, appoggiata anche dalla Conferenza episcopale polacca, così facendo si è riusciti a raccogliere 100 mila firme per presentare al Governo una proposta di legge di iniziativa popolare.

Anche in Italia ci sono segnali molto interessanti dal punto di vista delle obiezioni di coscienza, tanto che ancora Saviano allerta: «Questo tema, a noi italiani, dovrebbe essere caro, perché, nonostante l’aborto sia legale, le difficoltà che le donne italiane trovano oggi ad abortire sono immense» e per sostenere l’aborto è costretto a ricorrere alla vetusta propaganda radicale degli aborti clandestini.

Sette ginecologi su dieci in Italia sono obiettori di coscienza, scegliendo di non praticare il volontario omicidio sull’infante nel grembo materno. Spesso, riportano i media, non sono stati formati per effettuare aborti. Un dato in aumento, come segnalano le percentuali 2015 del Ministero della salute riferite al periodo 2013-2014. Dal 2005 al 2013 gli obiettori sono passati dal 59% al 70%. Cifre che allarmano non poco la politica abortista.

La cultura della vita contro la cultura della morte produce i suoi frutti. «Lo scandalo supremo della nostra epoca», come lo definì Giuliano Ferrara, sta diventando un problema per tanti medici. Dopo la Polonia, siamo il Paese dove è più diffusa la convinzione che l’aborto non dovrebbe essere legale se non quando è in pericolo la vita della madre.

Nella relazione del Ministero della salute sull’attuazione della 194/78 del 26 ottobre 2015 si rileva che nel 2013 sono presenti elevati numeri di obiezione di coscienza, specie tra i ginecologi, 70.0%, cioè più di due su tre). A livello nazionale si è passati dal 58.7% del 2005, al 69.2% del 2006, al 70.5% del 2007, al 71.5% del 2008, al 70.7% nel 2009, al 69.3% nel 2010 e 2011, al 69.6% nel 2012 e al 70.0% nel 2013. Fra gli anestesisti la situazione è più stabile con una variazione da 45.7% nel 2005 a 50.8% nel 2010, 47.5% nel 2011 e 2012 e 49.3% nel 2013. Per il personale non medico si è osservato un ulteriore incremento, con valori che sono passati dal 38.6% nel 2005 al 46.5% nel 2013.

Si osservano notevoli variazioni tra regioni. Percentuali superiori all’80% tra i ginecologi sono presenti in 8 regioni, principalmente al Sud: 93.3% in Molise, 92.9% nella provincia di Bolzano, 90.2% in Basilicata, 87.6% in Sicilia, 86.1% in Puglia, 81.8% in Campania, 80.7% nel Lazio e in Abruzzo. Anche per gli anestesisti i valori più elevati si osservano al Sud (con un massimo di 79.2% in Sicilia, 77.2% in Calabria, 76.7% in Molise e 71.6% nel Lazio). Per il personale non medico i valori sono più bassi e presentano una maggiore variabilità, con un massimo di 89.9% in Molise e 85.2% in Sicilia.

Tuttavia secondo la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194 (Laiga), gli obiettori sembrerebbero essere molti di più. Si alzano così le accuse della Cgil e del Comitato europeo a “difesa” delle donne che hanno intenzione di abortire, in quanto sarebbero costrette a rivolgersi a strutture estere: non certo al Portogallo, dove gli obiettori sono l’80% e non in Austria, dove diverse sono le regioni austriache prive di assistenza sanitaria abortiva.

L’Agenzia La Presse il 28 settembre scorso ha scritto: «Nella giornata sull’aborto sicuro le donne scoprono che le pillole contraccettive non sono più gratuite. Mentre la Legge 194, a causa dell’aumento dei medici obiettori di coscienza, in Italia resta sempre più sulla carta». Proprio per questo l’Onu ha riconosciuto il 28 settembre come la Giornata dell’aborto sicuro. Leggiamo ancora sulla notizia battuta dalla risentita La Presse per gli accadimenti italiani: «Molti obiettori di coscienza (…) arrivano a ostacolare e discriminare i colleghi che invece l’aborto lo praticano (…) Come il medico a cui i colleghi obiettori si rifiutavano di lavare i ferri con cui operava, costringendolo a lavarseli da solo. Come le portantine di un ospedale pugliese che si sono rifiutate di spostare le barelle con le pazienti in attesa di aborto». Normale e giusta, quindi, che sia arrivata la «bacchettata» dall’Unione Europea, che si sdegna di fronte alla Polonia o all’Irlanda, dove abortire è affare assai arduo.

E ancora La Presse si scandalizza che «anche le ultime pillole anticoncezionali a carico del servizio nazionale siano diventate a pagamento». Mario Puiatti, presidente dell’Associazione italiana per l’educazione demografica ha affermato: «Queste pillole erano preziose per le ragazze più giovani o per le donne straniere per cui anche pochi euro possono fare la differenza, escludendole si rischia di danneggiare una fascia debole di utenza». Esiste, dunque, un’Associazione per l’educazione demografica e, logicamente, questa “educazione” va contro sia al concetto di famiglia secondo i disegni del Creatore, sia a quello realista di sana e saggia continenza cristiana o di castità.

Non è semplice diffondere la cultura della vita, anche a fronte di una Chiesa che non si erge con sufficiente chiarezza e determinazione sui principi e sui valori cristiani contro gli errori e i peccati mortali del nostro tempo. Ha dichiarato Ferrara in un’intervista rilasciata il 2 settembre 2015 a Paolo Rodari de La Repubblica: «Una legittimazione delle battaglie pro-life, per me opportuna, non viene dalla chiesa di Papa Francesco. Devo però dire, a onor del vero, che in merito anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno agito con una certa sofferenza e titubanza, anche se la loro predicazione andava nella direzione di una difesa esplicita e culturalmente rilevante della vita».

Tuttavia oggi è maggiormente possibile l’impegno rispetto al 1978, quando arrivò la ghigliottina della 194, all’epoca non esisteva la circolazione delle idee su Internet e in Italia le testate giornalistiche amplificavano le voci di Marco Pannella e di Emma Bonino, che dai microfoni di Radio Radicale, dalla fine del 1975, iniziarono la loro propaganda letale per gli innocenti. Come oggi è più agevole battersi per le verità di fede, rispetto agli anni del Concilio Vaticano II, così oggi c’è maggior spazio per contrastare la 194. Onore al merito per coloro che durante la rivoluzione sessantottina e la rivoluzione pastorale hanno dimostrato la loro fedeltà, e sfruttiamo noi quella lealtà e quella dedizione, nonché le potenzialità dell’età contemporanea.

Le diverse persone che hanno dedicato e dedicano la loro vita all’esistenza di chi non ha il diritto di nascere per volontà altrui, le straordinarie opportunità offerte da Internet, gli eventi nazionali ed internazionali come La Marcia per la Vita, le riviste come I quaderni di San Raffaele, le gocce evangeliche che scavano la pietra… creano disturbo alla 194 e alla sua applicazione. Se si continuerà a non rassegnarsi, ad implorare l’intervento divino, a tenere ben stretti i nomi dei Santi in tutela dei nostri ospedali, a dire pazientemente e con perseveranza la verità sul quel che accade nei laboratori della morte, a spiegare scientificamente che cosa significa “interruzione di gravidanza”, con scritti e conferenze, allora gli obiettori di coscienza cresceranno ancor più… e un giorno, con l’intercessione di Maria Santissima, quell’iniqua legge sparirà. 

(Cristina Siccardi)

sabato 6 febbraio 2016

il «Padre Pio delle Dolomiti»

DON ENRICO VIDESOTT




È chiamato il «Padre Pio delle Dolomiti», la sua fama di santità fra le maestose montagne dell’Alto Adige è impressionante. Bisogna andare sul luogo per misurare concretamente la devozione che la gente nutre per Don Enrico Videsott (1912-1999), sacerdote che rimase legato alla Tradizione della Chiesa e non si fece influenzare dai venti rivoluzionari del modernismo entrati nella Chiesa. Un sacerdote che fece solo e sempre il sacerdote e i suoi parrocchiani e figli spirituali, quando hanno la grazia di incontrare un ministro di Dio che pensa al Cielo e non al mondo, accorre. Così è sempre accaduto: il santo Curato d’Ars (1786-1859), san Giuseppe Cafasso (1811-1860), padre Pio da Pietrelcina (1887-1968), d. Enrico Videsott … furono, soprattutto, confessori, ovvero hanno curato le anime e le hanno rapite al Signore.

Fede, sacrificio, rinuncia, abbandono alla volontà di Dio erano le sue linee guida e al centro di tutta la sua vita e di ogni suo giorno c’erano il Santo Sacrificio e la preghiera. Non aveva altri interessi all’infuori della Trinità, della Madonna e della “famiglia terrena”, i suoi tanti figli spirituali per i quali usava una smisurata carità.

Perfetto l’equilibrio, diurno e notturno, che riusciva a mantenere fra contemplazione e azione. La sua è stata un’esistenza calibrata sulla dimensione soprannaturale. Attraverso le celebri benedizioni di d. Enrico Videsott si ottenevano spesso mutamenti nel corso degli eventi naturali: malati risanati, incidenti sventati, anime recuperate…

Il razionalismo del XIX e XX secolo ha minato la Fede; ma all’orgoglio del liberalismo, Dio oppone anime sante che conquistano le coscienze delle persone con armi in antitesi stretta ai sofismi dei sedicenti liberi pensatori. Ed ecco che don Enrico leniva dolori, scongiurava pericoli, comandava agli agenti atmosferici. La sua fama si è estesa anche oltre i confini del Tirolo, tanto che giungevano a La Valle persone da tutto il nord Italia, dall’Austria, dalla Svizzera, dalla Germania e dall’Europa orientale, ma anche in alcune zone dell’Africa e del Messico.

Don Enrico era un mistico e viveva da mistico. Sacrifici, privazioni, offerta di se stesso per la salvezza delle anime, unione profonda con Dio, Aveva un libro che teneva molto caro: La passione di Gesù Cristo di Caterina Emmerich. 

Henrich Ulrich Videsott nasce a Mantana-San Lorenzo di Sebato (BZ) il 3 luglio 1912. Un giorno, assistendo alla Santa Messa di un novello sacerdote proprio a San Lorenzo, inizia a desiderare di consacrarsi a Cristo. Dopo la maturità, nel 1932, fa il suo ingresso nel Seminario di Bressanone e intraprende gli studi di teologia. 
È ordinato sacerdote a 24 anni, il 29 giugno 1937. Considererà sempre il giorno della sua ordinazione quello più bello della sua vita e proprio allora decide di fare un’esplicita richiesta alla Madonna: il dono della parola, una parola giusta per tutti coloro che a lui si sarebbero rivolti. 

Nello stesso 1937 viene inviato come cappellano, per un anno, nella parrocchia di Vallarga (Vandoies); qui conosce in maniera approfondita la figura di san Giuseppe Freinademetz di San Leonardo (1852-1908), nativo della Val Badia e missionario in Cina, legato a don Enrico come parente di quarto grado. Sarà proprio a reperire la documentazione necessaria ai fini di avviare il processo di beatificazione, che avrà il suo felice epilogo con la beatificazione del 1975 e la canonizzazione del 2003.

Il primo incarico di don Videsott fu la parrocchia di Weitental, in seguito, nel 1939, dopo un anno a Malles in Val Venosta, fu trasferito come cappellano a Pieve di Marebbe in Val Badia e dal 1941 al 1943 a Brunico. Con la seconda Guerra mondiale, però, la sua voce venne silenziata. Ci fu il pericolo che venisse arrestato e deportato in Germania. Ma la Curia lo trasferì a Cortina d’Ampezzo, in una parrocchia ai margini della Diocesi di Bressanone, dove rimase, come cappellano, fino al 1947. 
Per don Enrico non esisteva nulla all’infuori di Dio: tutto era inutile e privo di significato senza la Fede. Le anime non soccorse erano il suo tormento maggiore, mentre ricondurre un’anima al suo Creatore era la sua felicità, la sua ricompensa. Ai mendicanti di amore, ai peccatori, ai malati di anima e di corpo, don Enrico sapeva elargire doni celesti, quietando gli animi e dipingendo di bene i giorni dei penitenti, anche gli ultimi istanti delle loro vite.

Dopo quattro anni, venne trasferito a Pieve di Livinallongo, in seguito a Mezzaselva, un piccolo paese tra Fortezza e Vipiteno ed infine, nel 1964, a La Valle in Val Badia, come parroco, e qui resterà per il resto della sua vita: in quei trentacinque anni di permanenza si offrì ai suoi parrocchiani con paternità e santità.

Don Enrico, il «Segenspfarrer» (il parroco delle benedizioni), era sacerdote, da capo a piedi. Confessava, amministrava i sacramenti, predicava, pregava e benediva. Tutto il resto era per lui perdita di tempo e, soprattutto, perdita di Dio: le occupazioni, secondo la sua cattolica impostazione, distoglievano dalla vita di unione a Cristo, perno sul quale ruota l’esistenza del sacerdote. 

Era l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata e il suo cuore si fermò. Riprese, dopo alcuni secondi, a ribattere. Chiamarono d’urgenza Aurora Ambrosino, la fedele perpetua che vive ancora oggi nella casa di don Enrico e che ebbe la consolazione di vederlo ancora vivo. Si spense all’1,30 del 9 dicembre. Aveva detto: «La benedizione di Dio è una irradiazione della santità di Dio. Quando benedice il sacerdote, benedice Gesù».

Dalla morte di don Enrico la sua fama di santità non soltanto non è andata spegnendosi, ma anzi è aumentata: testimonianze di gratitudine a lui e richieste di intercessione giungono da ovunque e la tomba è meta di continui pellegrinaggi. Ciò ha spinto a costituire il Comitato «Amici di don Enrico» al fine di approfondire lo studio della sua eredità spirituale, di raccogliere notizie, di diffondere la sua conoscenza. A questo proposito il Comitato ha affidato ad un esperto, il Rev.do don Riccardo Petroni di Roma, Postulatore delle Cause dei Santi, accreditato presso la Congregazione delle Cause dei Santi del Vaticano, di studiare il caso e di verificarne tutte le possibilità future al fine di poter promuovere, se i legittimi Pastori lo concederanno, tutti quei passi utili ad aprire un’auspicabile Causa di Beatificazione.
Autore: Cristina Siccardi

domenica 9 agosto 2015

emorragia nella chiesa della misericordia

Chiesa tedesca, è ancora emorragia di fedeli



L’agenda della misericordia non porta bene alla Chiesa tedesca. Secondo gli ultimi dati, più di 200 mila tedeschi hanno formalmente lasciato la Chiesa cattolica nel 2014, accelerando così il trend che ha visto scendere sempre più negli ultimi anni la percentuale dei cattolici nella popolazione tedesca.
Perché una persona sia considerata parte di una religione, deve pagare una tassa alla Chiesa, che viene raccolta dal ministero delle Finanze. Si può dare il contributo a cattolici, evangelici od ebrei. Si può anche scegliere di non darla a nessuno. Ma in questo caso, si perde anche il diritto a un funerale di tipo religioso.
Per quanto riguarda i cattolici, la scelta di non pagare alcuna tassa viene comunicata al vescovo, che provvede ad eliminare la persona dal registro dei battezzati. Un atto che un tempo equivaleva ad una dichiarazione di apostasia, e quindi a una scomunica latae sententiae, e che aveva creato non pochi problemi. Se infatti a non pagare le tasse era un immigrato straniero, magari inconsapevole della tassa, la decisione veniva comunicato al suo vescovo di appartenenza. È successo che immigrati, tornati in patria, non si sono potuti sposare in Chiesa perché formalmente scomunicati. E solo di recente la scomunica si è trasformata, ed ora chi non paga le tasse è considerato semplicemente in “grave peccato pubblico.” Con più o meno gli stessi effetti di una scomunica. Non pagare la tassa è comunque reato, e l’ultimo caso noto è quello del calciatore Luca Toni, che non ha pagato la tassa nel periodo in cui era calciatore in Germania.
La tassa si chiama Kirchensteuer, ed è in vigore dal 1867, come compensazione per le perdite della Chiesa dovute al processo di secolarizzazione dovuto da Napoleone. I cattolici tedeschi, che hanno forte il senso della comunità e sentono di dover contribuire alla vita della Chiesa, non hanno mai considerato la tassa come un ‘gabello,’ ma piuttosto come un contributo perché la Chiesa mantenesse la sua indipendenza.
Fino ai tempi moderni, quando – passo dopo passo – i cattolici tedeschi hanno cominciato a decidere di smettere di pagare la Kirchensteuer. In alcuni casi per mere ragioni economiche. In altri casi, per disaffezione verso la Chiesa di Germania.
Così, nel 2013 l’emorragia era stata di 178.805 fedeli. Nel 2014, sono stati 217.716 i fedeli che hanno smesso di pagare le Kirchensteuer, secondo le statistiche ufficiali rilasciate dalla Conferenza Episcopale Tedesca. Vale a dire, il 22 per cento in più dell’anno precedente.
Altri dati: mentre più di 200 mila persone hanno lasciato la Chiesa di Germania, 2.809 sono entrati e 6.314 sono stati riammessi. Il Cardinal Reinhard Marx, presidente della Conferenza Episcopale di Germania, ha osservato che gli abbandoni della Chiesa cattolica riflettono “decisioni di vita personale che in ogni caso noi profondamente disapproviamo, ma rispettiamo anche in nome della libertà di scelta.”
Il Cardinal Marx è anche uno dei promotori dell’ “agenda della misericordia,” ovvero l’agenda il cui linguaggio “non è quello dell’esclusione.” In prima fila per il cambiamento della disciplina dell’accesso ai sacramenti ai divorziati risposati, la Chiesa di Germania ha cercato negli anni di orientarsi sempre più verso l’agenda progressista, forse nella speranza di fermare l’emorragia dei fedeli.
L’ultima scelta in questo senso – avvenuta lo scorso marzo - è stata quella di cambiare la loro legge sul lavoro – le agenzie di tipo cattolico avevano la possibilità di assumere secondo i loro criteri – in modo da “renderla più aderente ai molteplici cambiamenti nella pratica legale, nella legislazione e nella società.”
Con questo cambiamento, lo stile di vita personale non è più un criterio di selezione del personale laico degli organismi della Conferenza Episcopale Tedesca e cattolici in generale (ospedali, scuole, servizi sociali). Vale a dire che divorziati e risposati o coloro che sono in unioni civili omosessuali non perderanno automaticamente il lavoro, come poteva accadere in passato.
Il cambiamento della legge sul lavoro è stato approvato con i voti di più dei due terzi delle 27 diocesi tedesche, anche se c’è stata qualche opposizione.
Tra le voci pro-cambiamento, quella del Cardinal Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, che pure si è distinto in passato per posizioni molto forti contro le unioni omosessuali, ha voluto sottolineare che la nuova legge sul lavoro non nega l’insegnamento ufficiale della Chiesa che il matrimonio è indissolubile, anche perché – ha spiegato all’agenzia KNA – “le persone che divorziano e si risposano sono molto raramente licenziate. Il punto è limitare le conseguenze del secondo matrimonio e di una unione omosessuale ai casi più seri, che comprometterebbero l’integrità e credibilità della Chiesa.”
Il cambiamento appare essere anche questo parte di una strategia per parare i colpi del mondo secolare, ed eventualmente fermare l'emorragia dei fedeli. Perché è vero che in Germania si permette alla Chiesa di avere una sua legge sul lavoro, ma è anche vero che le sentenze delle Corti di giustizia hanno puntato a limitare le leggi sul lavoro della Chiesa, e in più si è operato molto sulla sensibilità dell’opinione pubblica, che ha cominciato a reagire malamente quando, ad esempio, veniva diffusa la notizia che un primario era stato licenziato dopo che era stata riconosciuta una sua unione omosessuale.
Questo adattamento allo spirito del mondo non ha però portato alla Chiesa di Germania nulla in termini di acquisto dei fedeli, ma ha piuttosto – dati alla mano – fatto accelerare l’emorragia.
E c’è uno zoccolo duro di vescovi in Germania che lo sottolinea, con critiche anche pesanti. Come il Cardinal Walter Brandmueller, che recentemente ha dato una intervista al Rheinische Post – il giornale della Regione del Reno da cui partì l’ondata che chiese una riforma sulla disciplina del matrimonio negli Anni Novanta, con un gruppo di vescovi che includeva gli attuali Cardinali Kasper e Lehman.
Nell’intervista, il Cardinal Brandmueller si è lamentato che i vescovi tedeschi sono rimasti in silenzio di fronte ad alcuni peculiari sviluppi sociali. “I vescovi non hanno promesso al momento della loro ordinazione di proclamare il Vangelo di Cristo con lealtà e di preservare il deposito della fede?” ha chiesto provocatoriamente l’anziano Cardinale tedesco.
http://www.acistampa.com/story/chiesa-tedesca-e-ancora-emorragia-di-fedeli-1062

Emorragia record di fedeli nel 2014 – di Cristina Siccardi

I nodi, prima o poi, vengono sempre al pettine. Ieri nel suo blog, «San Pietro e dintorni», Marco Tosatti ha rivelato che la Chiesa cattolica tedesca l’anno scorso ha perso «un numero record» di fedeli: quasi 218 mila, circa 39 mila più di quanti ne perse nell’anno precedente. Una vera e propria emorragia. Una cifra allarmante, infatti, scrive il vaticanista de «La stampa»: «superiore persino a quella del 2010, l’anno in cui la Chiesa tedesca fu scossa dallo scandalo degli abusi sessuali sui minori».
Quando arriverà il mea culpa della Chiesa non per gli errori commessi nei confronti delle altre confessioni religiose, ma della propria? «Qui ventum seminabunt et turbinem metent»; sta scritto, infatti, in Osea 8, 7: «E poiché hanno seminato vento / raccoglieranno tempesta». La tempesta è già iniziata.
La Chiesa moderna è contro la vita di fede perché contro gli insegnamenti di Cristo, come rivela la volontà di alcuni vescovi di intraprendere per il Sinodo sulla Famiglia una strada tragicamente peccaminosa che si ribella con tracotanza alle leggi di Dio.
In Germania, se si è di fede cattolica, si deve pagare una tassa piuttosto salata: lo sa bene il campione di calcio Luca Toni. Infatti al centravanti italiano, di religione cattolica, che ha giocato per il Bayern Monaco è stato chiesto un milione e settecento mila euro per assolvere alla «KirchenSteuer», il  contributo obbligatorio della legge tedesca
Il crollo dei fedeli preoccupa la Chiesa? Non si hanno notizie in merito, certamente a preoccuparsi è lo Stato tedesco, dunque il Cancelliere Merkel, che oltre a pensare ai debiti della Grecia, dovrà fare a meno delle massicce entrate cattoliche della «Kirchensteuer». Nel 2011 la Chiesa tedesca ha percepito 6,3 miliardi di dollari; essa, afferma ancora Tosatti, «è il secondo datore di lavoro nel Paese, e la sua influenza è considerevole nel Terzo Mondo grazie anche agli aiuti elargiti con i fondi della Kirchensteuer».
Cos’è che spinge i tedeschi a lasciare il Cattolicesimo? C’è la consapevolezza, nei tedeschi come in altri Paesi europei, che non valga più la pena di essere cattolici perché i pastori non sono più i loro pastori, avendo assunto posizioni lontanissime  dagli insegnamenti di sempre, in materia sia di dottrina che di morale; perciò i fedeli abbandonano la nave di San Pietro. Il veloce crollo degli ultimi mesi è dovuto particolarmente al tentativo di modificare la dottrina della Chiesa a riguardo del matrimonio e dei sacramenti ai divorziati risposati, un punto sul quale è talmente evidente l’eresia che chiunque abbia una fede con reminiscenze romane e non luterane, calviniste o protestanti in genere decide di gettare la spugna.
Monsignor Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia, nonché segretario particolare di Benedetto XVI, ultimamente ha dichiarato a Zenit, interrogato proprio sulle questioni rivoluzionarie che si propongono al Sinodo sulla Famiglia:  «Perché alcuni pastori vogliono proporre ciò che non è possibile? Non lo so. Forse cedono allo spirito del tempo, forse si lasciano guidare dal plauso umano causato dai media… Essere critico contro i mass media è certamente meno piacevole; ma un pastore non deve decidere in base agli applausi o meno dei media; la misura è il Vangelo, la fede, la sana dottrina, la tradizione». Quella tradizione che ha permesso di trasmettere la linfa della Chiesa di pastore in pastore, di padre in figlio, di sacramento in sacramento, di comunione in comunione: un Tesoro divino che non può essere svenduto per un piatto di lenticchie (gli applausi dei media). La partita che alcuni membri della Chiesa stanno giocando è molto pericolosa e la loro responsabilità non è davanti ai media, ma davanti al Giudice Supremo.
Ha dichiarato il Cardinale Velasio De Paolis:
«La Chiesa è una comunità soprannaturale nella sua natura nei suoi fini e nei mezzi. Essa dipende in modo decisivo dalla grazia, secondo le parole del Fondatore: “Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,8). Tutto è possibile a Dio. La Chiesa ne è consapevole. Essa non è una potenza che si sostiene con i mezzi umani. Per di più essa non ha una sapienza frutto di intelligenze di uomini; la sua è sapienza della croce, nascosta nel segreto di Dio e tenuta nascosta alla sapienza umana. La sua verità non è di facile accesso e accettazione da parte di una cultura che è puro frutto di intelligenza umana. Si tratta di affermazioni che in modo particolare si scontrano con la cultura illuministica scientista e positivistica secolarizzata del mondo di oggi […] la Chiesa corre il rischio di mettere tra parentesi proprio le realtà che le sono proprie e specifiche, ossia la verità divina e di adattarsi al mondo. Certo, non negando le proprie verità, ma non proponendola o esitando a proporre ideali di vita che sono concepibili e praticabili solo alla luce della fede ed attuabili solo con la grazia. La Chiesa corre il rischio di annacquare il suo messaggio più vero e più profondo per paura di essere rifiutata dalla cultura moderna o per farsi accogliere da essa. Certamente la Chiesa ha bisogno sempre, ma particolarmente nei momenti difficili di credere a ciò che umanamente è impossibile. Così essa mette in luce la sua natura divina e trasmette il suo messaggio di salvezza dell’uomo»
Le alte gerarchie ecclesiastiche, quando cesseranno di rincorrere e scimmiottare le ideologie del mondo e si preoccuperanno di riscoprire la propria, unica, splendida, gioiosa e insostituibile identità, potranno finalmente suturare piaghe ed arrestare emorragie.

domenica 2 agosto 2015

Dov’è il tuo tesoro, lì sarà il tuo cuore

Il Diario di mons. Canovai





(di Cristina Siccardi) Era il 7 maggio 1940 quando don Giuseppe Canovai (1904-1942), sacerdote romano che diventerà diplomatico della Santa Sede, scriveva: «Mio Dio voglio essere Sacerdote, in tutto, per tutto, in ogni attimo della vita, in ogni momento della mia giornata, in ogni atteggiamento del mio spirito… voglio che tutto sia Sacerdozio».

La chiamata sacerdotale è una grazia molto speciale perché segno di predilezione divina, ma quando il sacerdote risponde nei termini sopra citati la grazia è doppia, infatti Monsignor Canovai perseguì la santità sacerdotale in modo determinato e costante. L’attenzione ecclesiastica si sta focalizzando su di lui. Il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, propone con vigore questa straordinaria figura, additandola come esempio sia di presbitero che di diplomatico: «Che cosa hanno in comune due figure tra loro diverse e distanti come il sacerdote ed il diplomatico? La risposta, a prima vista complessa, è in realtà più semplice di quanto si immagini. Entrambi ricevono una missione. Entrambi sono inviati. Il diplomatico è mandato dal proprio governo a trasmettere un messaggio che non è suo. Il sacerdote è inviato dalla Chiesa per annunziare la buona novella del Signore. Entrambi sono la voce di qualcun altro. Per svolgere bene un compito così delicato, tutti e due dovranno sapersi adattare al mondo in cui vivono, ben sapendo però che la loro Patria è un’altra».

Questo il gran segreto: se la Patria è un’altra il cuore è in essa, come spiega il Vangelo: «Dov’è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore» (Mt 6, 21). Il brano del Cardinale Parolin è tratto dalla prefazione dell’opera Passione per Cristo. Diario di Mons. Giuseppe Canovai, edito in questi giorni da Cantagalli (elegante cofanetto che raccoglie tre volumi ‒ dal settembre 1919 al novembre 1942, € 60.00).

Monsignor Canovai ha avuto una vita breve (38 anni) ed intensa, intensa soprattutto nella sua ricca spiritualità e nella sua ferma volontà di vivere al meglio le virtù teologali e cardinali. Quale la sua meta? Essenzialmente una: «guadagnare Cristo» (Fil 3, 8). Fortemente e ardentemente profondi i pensieri dipanati e sbriciolati in questo Diario: è il cammino di un sacerdote in reale comunione con Dio perché vuole la Trinità con tutte le sue forze e perché è rimasto puro: insegue continuamente il candore dell’innocenza: «(…) tu doni al tuo amico la comunione dei tuoi beni e effondi nell’amore con cui si unifica a te i meriti della tua redenzione. Per questo Signore fammi nella preghiera fanciullo, dammi Signore di pregare in unione di amore con te, in comunione di amicizia con te: senza nominarti o anche quando non ti invoco espressamente che tutto sia nella comunione con te, come sentivo uno il mio cuore con la mamma mia quando pregavo con lei» (Vol. 3, p. 1523).

Oggi molti preti sono “adulti” e non cercano la comunione con Dio nel silenzio e nella preghiera, ma nei problemi della gente, più o meno angosciata, più o meno povera, con il risultato pratico che, non coltivando l’unione con il Signore, rendono arida la loro missione, non riuscendo ad abbeverare gli spiriti disidratati del nostro tempo. Monsignor Canovai si sentiva realmente alter Christus e lo dimostrava, come si può evincere da questo Diario, dove ogni parola è solfeggiata sul metronomo della propria anima.

Scrive nell’introduzione il curatore del Diario, Monsignor Florian Kolfhaus: «Essere sacerdote, essere un santo sacerdote, è stata la grande passione di Mons. Giuseppe Canovai», sul quale nel 2001 si è chiuso a Roma il processo diocesano dell’iter riguardante la sua causa di beatificazione ed ora il suo dossier è al vaglio della Congregazione per le Cause dei Santi. Monsignor Canovai dà ampia dimostrazione che il sacerdote è persona pienamente completa se votata a desiderare il possesso del Cielo e se ambisce al Tutto, ovvero a Cristo, fonte e cuore adorabili.

La sua convinzione è fiume mistico che scorre con irruenza travolgente: «Vorrei che tutto il mio sangue si facesse espressione del mio amore come tu lo desti tutto sulla Croce in testimonianza all’Amore» (Vol. 1, p. 12); «Io ti voglio Signore (…) tutto, tutto per me (…) ti voglio di una volontà assoluta, violenta, o preda celeste promessa ai violenti!» (Vol. 1, p. 12), «(…) in quell’istante sublime in cui il nostro cuore si unisce al suo, e siamo come Giovanni appoggiati al suo petto, sia sublime la nostra preghiera, dimentichi del mondo, della terra, della nostra vita quotidiana con tutte le sue piccole noie e i suoi piccoli bisogni, le sue piccole ambizioni le sue miserie, tutto sparisca in quell’istante sublime» (Vol. 1, p. 13).

Laureato in Filosofia, Giurisprudenza, Teologia e Diritto Canonico, don Giuseppe Canovai non ha mai pianificato la sua vita, si è lasciato condurre dalla volontà di Dio. Lavora in Vaticano, ma allo stesso tempo si dedica all’apostolato, nel 1937 viene nominato Assistente diocesano della Fuci (Federazione universitari cattolici italiani) e intanto ispira la Professoressa Tommasina Alfieri per la fondazione di un’opera apostolica e secolare, l’Opera Familia Christi, votata alla santificazione dei laici nel mondo e a coloro che sono intenzionati a consacrarsi al Signore nella vita religiosa, poi costituisce dentro questa realtà una famiglia sacerdotale. Nel maggio del 1939 diventa diplomatico della Santa Sede a Buenos Aires, prestando servizio presso la Nunziatura apostolica.

Egli fu «come il cardinale Merry del Val, a cui può forse essere comparato, un diplomatico pienamente nel mondo e, allo stesso tempo, completamente staccato dalla mondanità. Il suo tratto dominante fu la bonomia: la battuta scherzosa, il tono scanzonato, l’allegria contagiosa. Non si tratta solo del suo temperamento naturale, ma della gioia soprannaturale di chi si sente chiamato a servire Cristo e la Chiesa» (Vol. 1, p. 16).

Tuttavia questa affabilità che conquista molti convive con una sofferta tristezza interiore a causa della consapevolezza dei suoi limiti umani. Ecco che vive con passione la Passione di Cristo: conosce la Croce da vicino a motivo delle sofferenze spirituali e fisiche che lo aiutano ad essere più unito al Figlio di Dio. Uniche sue consolazioni sono la pietà eucaristica e la devozione a Maria Vergine. Inscindibile dalla sua vita è il suo sconfinato amore per il Santo Sacrificio: vive la Santa Messa non come un banchetto, ma nel significato autentico, come Calvario, come Passione, come Crocifissione e come Redenzione del Salvatore.

Per Monsignor Canovai non è allora strano invocare il Signore per chiedergli non petali di rose, ma spine, ossia «i roventi brucianti dell’amor tuo e di sotto le spine germini una spiga a me invisibile, perché bello è non vedere e non sapere, non conoscere e non pensare frutto di fatica nostra» (Vol. 1, p. 17). Fidarsi umilmente, ciecamente di Dio e abbandonarsi alla Sua amorevole volontà, questo a lui bastò. (Cristina Siccardi)

martedì 15 luglio 2014

nel tempo di apostasia

Gli amici della Chiesa nei tempi di crisi



A differenza di Gesù, che rimase solo nell’Orto del Getsemani, la sua Sposa, la Chiesa, quando soffre la Passione, può sempre contare su un gruppo di fedelissimi, uniti fra loro dal vincolo indivisibile dell’amore per Lei. Al tempo dell’eresia ariana, che ebbe origine nel IV secolo, che divenne religione ufficiale dell’impero romano durante il regno di Costanzo II e resistette fino al VII secolo, gli amici dei coraggiosi santi Atanasio di Alessandria, Eusebio di Vercelli, Ilario di Poitiers fecero scudo intorno all’autentica Chiesa.
Al tempo degli scismi che contrapposero Papi ad antipapi e che maturarono sotto l’impero di Federico Barbarossa nel XII secolo e fra il XIV e XV secolo, ovvero quando Avignone sembrò sostituire la sede di Pietro, numerosi amici si radunarono intorno a due guide illuminate dallo Spirito Santo: santa Ildegarda di Bingen e santa Caterina da Siena.
Dopo il Concilio di Trento, un nugolo di amici si aggregò alla sequela di tre giganti della Controriforma, amici fra di loro: san Carlo Borromeo, sant’Ignazio di Loyola, san Filippo Neri.
Dopo la tragica guerra dichiarata dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese alla Chiesa, sorse un’energica risposta di ricristianizzazione e arrivarono altri amici, forti e decisi, che si unirono in quell’organizzazione culturale che va sotto il nome di Amicizia Cristiana, fondata dallo svizzero Nikolaus Albert von Diessbach, un militare al servizio di Casa Savoia che, dopo la conversione, entrò nella Compagnia di Gesù e come il suo fondatore volle «militare per Iddio sotto il vessillo della Croce», come scrive il professor de Mattei nel suo libro Idealità e dottrine delle amicizie (Bibliotheca Romana, Roma 1981, p. 43).
Scrisse Diessbach nella sua opera apologetica Le Chrétien Catholique (1771): «Io sono cristiano e cattolico. Vissi, lessi, meditai. Voglio scrivere per avere la soddisfazione di sviluppare a me stesso e ad altrui le tracce dei sentimenti che nati  e prodotti dall’uso della vita, dalla lettura e dalla riflessione, contribuirono grandemente a rendermi cristiano e cattolico» (p. 44). Egli individuò nella stampa l’arma dei nemici della Chiesa, così come aveva fatto papa Clemente XIII con l’enciclicaChristianae Reipublicae Salus del 1766. Ritiratosi in un’abbazia cistercense, raccolse attorno a sé alcuni collaboratori fidati. Proprio da questi amici ebbe origine la Pia Associazione per la Stampa, che localizzò le sue sedi a Torino e Friburgo, e contò, grazie ad amicizie disseminate qua e là, su diversi punti vendita in ben 31 città italiane.
Fu così che fra il 1779 e il 1780 venne fondata nella capitale subalpina l’Amicizia Cristiana, destinata ad unire gli amici della Chiesa cattolica, iniziativa che, seppur segreta, ebbe ampia risonanza in tutta Europa e portò ottimi frutti. L’eredità di padre Diessbach venne raccolta dal venerabile Pio Brunone Lanteri, fondatore degli Oblati di Maria, il quale, contro i seminatori della menzogna e dell’eresia, fece sorgere l’Amicizia Cattolica (1817). Con lui altri amici, devoti del Sacro Cuore di Gesù, sostennero la Chiesa e lo fecero leggendo e studiando testi dal timbro inconfutabile: sant’Ignazio di Loyola, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Francesco di Sales, santa Teresa d’Avila…
L’Amicizia Cattolica sarà l’humus nel quale si formeranno anime come quella di don Luigi Guala, fondatore del Convitto ecclesiastico, che darà vita alla docenza di san Giuseppe Cafasso, riformatore del clero e maestro, fra tanti altri santi sacerdoti, di don Bosco. Tutti questi uomini vissero l’amicizia come la intende sant’Agostino:  «Quando ci si vuol bene, e tra chi parla e chi ascolta c’è una comunione profonda, si vive quasi gli uni negli altri, e chi ascolta si identifica in chi parla e chi parla in chi ascolta».
Oggi la Chiesa, dal Concilio Vaticano II in poi, sta vivendo una profonda crisi, causata dall’illusoria utopia di rendere conciliabile ciò che non lo è: Chiesa e mondo.
La Tradizione, ancora una volta, ha prodotto e produce nuovi suoi amici che nell’odierno dibattito culturale diffonde, con la «buona stampa» e il «buon Internet» le idee cattoliche di sempre. Chi possiede il vero timore di Dio non inganna il prossimo: non esiste amicizia più solida e più alta, nella sua eternità, di quella sperimentata da coloro che non guardano l’amico per interesse proprio, ma per interesse della Fede e della Carità.
Cristina Siccardi 


(Fonte: CORRISPONDENZA ROMANA.it)

giovedì 31 ottobre 2013

Vaticano II, i mutamenti e le cause

l'inverno della Chiesa... 
Il nuovo libro della Siccardi



Il dibattito sull’ermeneutica del Concilio Vaticano II, che si era proficuamente aperto sotto il pontificato di Benedetto XVI, sembrerebbe non rientrare più negli interessi di Papa Francesco, che vive pragmaticamente e con determinazione la nuova Chiesa uscita dall’Assise che si aprì 50 anni fa. Tuttavia i problemi nati prima, durante e dopo l’ultimo Concilio non sono cancellati: in psicanalisi si afferma che i problemi, seppure rimossi, permangono se non risolti, così il dibattito teologico, storico, spirituale continua ad essere al centro di un sano, acceso e schietto confronto culturale che permette di non rimuovere una questione che, nonostante si cerchi di far finta di niente, esiste e si incancrenisce sempre più.

Il 15 ottobre sarà in distribuzione un nuovo libro di Cristina Siccardi dal titolo L’inverno della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II, i mutamenti e le cause, pubblicato da Sugarco (pp. 304, € 23,00). L’autrice, partendo da fatti storici e contemporanei fa comprendere come realmente l’Assise abbia deliberatamente cambiato i propri connotati pastorali, i quali hanno minato la stessa dottrina. I mutamenti hanno trovano il loro punto di appoggio proprio nei documenti prodotti nel Vaticano II e non da una loro errata interpretazione.  Quest’opera offre, senza ipocrisie, un panorama realistico di che cosa sia accaduto nel Concilio più discusso della storia e quali siano state e continuino ad essere le sue conseguenze.

Si legge sulla quarta di copertina:
«Signore, da chi andremo?» (Giovanni 6, 67), forse dal Concilio Vaticano II? Sono trascorsi 50 anni dall’apertura del Concilio più studiato della storia e quello meno chiaro della storia: quali sono i suoi frutti? Come sono cambiate in questi decenni le figure del vescovo, del sacerdote, del monaco, del religioso, della suora, del chierichetto, del catechista? Che cosa presentavano gli schemi preparatori del Concilio per decidere di non prenderli in considerazione? Nell’anno della Fede, Papa Francesco e Benedetto XVI hanno dedicato ad essa un’enciclica, la Lumen Fidei. Ma che cosa significa e che cosa comporta possedere la Fede? Il libro offre delle risposte storico-spirituali a tali interrogativi.

In molti, ormai, paragonano la nostra epoca a quella del IV secolo, quando sant’Atanasio pronunciava queste parole: « Oggi, è l’intiera Chiesa che soffre. Il sacerdozio è vilipeso oltre ogni dire e – quel che è peggio! – il santo timore di Dio viene beffeggiato da un’empia irreligiosità. [...] La fede non ha avuto il suo inizio da oggi, ma ci è venuta dal Signore, tramite i suoi discepoli. Che non si abbandoni, dunque, ai nostri giorni, quella tradizione, conservata nelle chiese fin dal principio; né siamo noi infedeli a ciò che ci è stato affidato! ».

« Da alcune descrizioni si ha l’impressione che dopo il Vaticano II tutto sia cambiato e tutto quanto lo precede non sia più valido o lo sia solo alla luce del Vaticano II. [...] Sebbene esso non abbia emanato alcun dogma e abbia voluto considerarsi più modestamente al rango di Concilio pastorale, alcuni lo rappresentano come se fosse per così dire il super-dogma, che rende irrilevante tutto il resto ». (Benedetto XVI)
 
«L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella sua terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio ». (Paolo VI)
 
«Quando il Concilio ha fatto delle innovazioni, esso ha scosso la certezza delle verità insegnate dal Magistero autentico della Chiesa come appartenenti definitivamente al tesoro della Tradizione ». (Mons. M. Lefebvre)
 
«Il Concilio Vaticano II [...] ha proposto insegnamenti autentici non certo privi di autorità. Il suo Magistero è autorevole e supremo. Ma solo chi ignora la teologia [...] potrebbe attribuire un grado di “infallibilità” a tutti i suoi insegnamenti. Laddove essi suscitino dei problemi, il supremo criterio ermeneutico è rappresentato dalla Tradizione, vivente e perenne, della Chiesa». (R. de Mattei)
 
«È la prima volta nella storia della Chiesa che un Concilio divide invece di unire; è la prima volta nella storia della Chiesa che un Concilio crea problemi invece di risolverli. Cercando di inglobare il mondo moderno nella Chiesa, i suoi membri ne sono rimasti umanamente imbrigliati con contraddizioni, dubbi, errori propri della modernità».