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mercoledì 30 novembre 2016

Ignazio, valente condottiero ...





Signore Gesù,
insegnaci ad essere generosi,
a servirti come Tu meriti,
a dare senza contare,
a combattere senza temere le ferite,
a lavorare senza cercare riposo,
a darci,
senza aspettare altra ricompensa, 
che sapere di compiere la tua volontà.
 
Ignazio di Loyola

Cristianofobia: Sant’Ignazio di Loyola censurato in ospedale

(di Gianfranco Amato) Sembra inarrestabile la deriva cristianofobica nel Regno Unito. E si stenta a tenere il conto nello stillicidio quasi quotidiano degli episodi. Questa volta alla ribalta delle cronache è finito il caso di un medico pediatra sessantaquattrenne, il dott. David Drew, costretto ad adire l’Employment Tribunal di Birmingham per essere stato licenziato dal Walsall Manor Hospital, il plesso ospedaliero dove prestava servizio. 




Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, è l’involontaria causa del licenziamento. Il dott. Drew, infatti, ha avuto l’impudenza di inviare per posta elettronica ai colleghi una preghiera del Santo spagnolo, con l’intenzione di stimolare e motivare gli altri medici. La mail era preceduta da una riflessione dello stesso dott. Drew: «Io trovo in queste parole una personale ispirazione per i miei fragili e imperfetti sforzi di servire i pazienti, i loro familiari e il nostro dipartimento».

Questo è il testo della preghiera incriminata: «Insegnaci, Signore, ad essere generosi, a servirTi come meriti, a dare senza contare, a combattere senza pensiero delle ferite, a lavorare senza cercare riposo, a prodigarci senza aspettare altra ricompensa, con la coscienza di fare la Tua santa volontà». Non proprio un testo dell’integralismo cattolico, visto che, tra l’altro, è ufficialmente adottata come la preghiera delle Guide Scout. Non sembra neppure che i colleghi del dott. Drew abbiano preso male la sua iniziativa. Anzi, pare sia stata accolta da tutti con una certa benevolenza.

Del resto, David Drew era noto per essere un cristiano capace di testimoniare la propria fede con la vita più che con le parole. Laureatosi in medicina alla Bristol University nel 1972, si è specializzato in pediatria al Birmingham Children’s Hospital, prima di partire come medico volontario in Indocina, nei campi dei rifugiati nella Tailandia del Nord, e di fondare un dipartimento universitario pediatrico a Jos, in Nigeria.

Gli occhiuti responsabili del Walsall Manor Hospital non hanno gradito la mail del dott. Drew, e neppure gli auguri di Natale che lo stesso medico inviava ai colleghi. Per questo, dopo un’accurata indagine, gli è stato formalmente ordinato di «astenersi dall’utilizzare riferimenti religiosi nelle sue comunicazioni professionali verbali o scritte». Drew non pare essere tipo da farsi intimorire o da accettare compromessi al ribasso per quanto riguarda la propria fede, per cui di fronte alla sua opposizione ed al rifiuto di una generosa “buona uscita” per togliere in silenzio il disturbo, è stato licenziato in tronco per giusta causa.

Questo ennesimo odioso episodio di cristianofobia, mi ha fatto venire in mente la recente polemica che ha coinvolto la rivista “Popoli”, che si definisce «mensile internazionale e missionario dei gesuiti italiani». Lo scorso 9 marzo, infatti, su quel periodico è apparso uno strano articolo intitolato «Quando la cristianofobia fa comodo», in cui si invitava ad un certo understatement sul tema, lamentando come «negli ultimi mesi sul web sia aumentato in modo esponenziale il numero di siti dedicati alla “lotta alla cristianofobia”».

Pare che, secondo il mensile dei gesuiti, molto spesso quel triste fenomeno venga «mistificato per un mero interesse economico» o «strumentalizzata per fini politici». Da qui l’invito ad un basso profilo e a non esagerare, «perché difficilmente “gonfiare” le notizie potrà giovare alla causa dei cristiani nel mondo». Non so che cosa abbia indotto quei padri gesuiti ad un’insolita quanto inopportuna prudenza sull’esecrabile fenomeno della cristianofobia.

Una cosa appare, però, paradossale: mentre un cristiano viene licenziato per aver condiviso una preghiera di Sant’Ignazio di Loyola, i suoi seguaci sembrano aderire a quella linea di pensiero che invita ad essere cauti nel denunciare i pericoli della cristianofobia, a non enfatizzare le notizie, a non drammatizzare i casi, a non accentuare le situazioni limite.

Chissà cosa direbbe quell’Ignazio di Loyola che nello stesso sito web ufficiale dei gesuiti è definito come «cavaliere basco, uomo d’armi e di corte, valente condottiero, coraggioso in battaglia». Il fondatore della Compagnia di Gesù, in realtà, avrebbe combattuto con coraggio il diritto a far diffondere la sua preghiera. Ne siamo certi.

martedì 12 maggio 2015

DIOCESI DI VICENZA: APRITE ALL'AMORE GAYO

ANCHE DALLA DIOCESI DI VICENZA ARRIVA UN SEGNALE AL SINODO: APRITE ALL'AMORE OMOSESSUALE




di Gianfranco Amato

Sono tranquillamente seduto in un comodo scompartimento del Frecciargento in partenza dalla Stazione Termini. Destinazione Vicenza, per la consueta conferenza serale su gender, educazione, “diritti gay”, famiglia e affini. Mi dicono che Vicenza sia una piazza particolarmente difficile, soprattutto per quanto riguarda il mondo soi-disant cattolico. Me ne accorgo subito leggendo una surreale iniziativa che la Diocesi di Vicenza ha inteso organizzare per mercoledì 6 maggio, a ridosso del mio incontro. Si tratta della presentazione di un libro di Beatrice Brogliato e Damiano Migliorini intitolato “L’amore omosessuale. Saggi di psicoanalisi, teologia e pastorale. In dialogo per una nuova sintesi” (Cittadella Editrice, 2014). Il luogo della presentazione non si può certamente considerare neutro: è il celebre Palazzo delle Opere Sociali in piazza Duomo, edificio di proprietà della diocesi di Vicenza, e attuale sede di uffici diocesani e associazioni cattoliche.
La locandina dell’evento descrive senza ipocrisie il contenuto del saggio da presentare: «Un’occasione per porsi alcuni interrogativi sul tema al centro del Sinodo e per condividere con varie realtà, ecclesiali e non, i risultati dei questionari raccolti nelle parrocchie del vicentino, che interpellano la nostra Chiesa; il libro vuole essere un punto d’incontro, che corrisponde all’invito di Papa Francesco ad “uscire”, a porsi in ascolto, con fiducia, convinti che è nello scambio rispettoso di opinioni che le nostre comunità, laica e cristiana, possono addentrarsi nella verità di fenomeni complessi e ancora, tutt’oggi, controversie e ignoti». 
Introduce la presentazione del libro don Andrea Guglielmi, assistente generale dell’azione cattolica vicentina. Seguono gli interventi di Paolo Rigliano psichiatrico psicoterapeuta scrittore; Cristina Simonelli teologa, docente presso la facoltà teologica dell’Italia settentrionale e presidente del coordinamento delle teologhe italiane; Riccardo Battocchio teologo, docente presso la facoltà teologica del Triveneto e Segretario dell’associazione teologica italiana. Questi i soggetti che hanno dato il patrocinio all’iniziativa: Ufficio per la pastorale per il Matrimonio e la Famiglia della Diocesi di Vicenza, CTI Coordinamento Teologhe Italiane, Cittadella editrice, Casa di Cultura Popolare, Libreria San Paolo, Pastorale giovanile le diocesi di Vicenza, Società Generale di mutuo soccorso, Società Filosofica Italiana – sezione vicentina, Centro culturale San Paolo ONLUS, Istituto di Scienze Sociali “Nicolò Rezzara”, Congregazione dell’oratorio di Vicenza, Caritas vicentina, Azione cattolica Vicenza, Associazione La parola.

A dissipare qualunque dubbio sulla buona fede degli organizzatori, e sul contenuto del saggio, ci ha pensato lo stesso Damiano Migliorini, uno dei due autori, in un’intervista pubblicata da “Progetto Gionata”: «La carenza più grande che si riscontra nel modo “tradizionale” di affrontare la tematica è la scelta di non voler considerare la relazione tra due persone dello stesso sesso come una forma autentica d’amore; le ambiguità della dottrina cattolica, espressa nei documenti più recenti, nascono principalmente da qui, ed è per questo motivo che l’omosessualità costituisce ancora un “punto ermeneutico molto critico” per la Chiesa».

Migliorini riesce ad essere ancora più preciso nel delineare gli obiettivi del libro: «Nell’analisi dell’esegesi, della Tradizione, di alcune categorie etiche fondamentali (come quella di legge morale naturale) che offriamo, cerchiamo proprio di mostrare come, introducendo una visione integrale e positiva dell’amore omosessuale, si possa tranquillamente rivedere la posizione corrente, senza abbandonare alcuna delle categorie etiche della tradizione morale della Chiesa; purché i cambiamenti si collochino al suo livello olistico di complessità e solidità; il nostro tentativo è quello di mostrare come il rinnovamento dottrinale sia il risultato proprio di quelle categorie, e come sia la Tradizione, sia la Sacra Scrittura, sia la teologia morale abbiano al loro interno tutte le potenzialità per favorire questo rinnovamento, purché ci si accordi su quale sia l’antropologia biblica e la visione cattolica della sessualità». L’obiettivo è semplice: rinnovare la dottrina capovolgendola.

Gli autori del libro si definiscono degli sperimentatori: «È una strada che non è ancora stata battuta e che noi vorremmo contribuire a esplorare, attraverso l’esposizione del pensiero di studiosi e documenti “cattolici” e delle Chiese sorelle, di laici impegnati, anche non credenti». Tutto ciò per «far sì che il dibattito interno alla Chiesa si apra agli apporti esterni, nei quali è depositato qualche seme di verità», perché «le corpose parti storiche» che gli autori offrono «servono proprio a creare dialogo, scoprendo da dove provengono le nostre culture e identità». Migliorini spiega, inoltre, come nel libro si analizzino anche i questionari proposti nelle parrocchie in cui hanno tenuto alcuni incontri formativi, dai quali emergerebbe «con chiarezza che il sensus fidei si sta trasformando, soprattutto nelle generazioni più giovani», un dato che, sempre secondo Migliorini, «la Chiesa non può ignorare»: essa, infatti, «deve lasciarsi interrogare dal nuovo modo in cui i fedeli interpretano l’amore omosessuale». Gli autori ritengono sia giunto il momento di questo cambiamento epocale: «Crediamo che la Chiesa sia pronta per un cambio di passo, ma si deve interrogare – noi ci abbiamo provato – sulle ragioni profonde e umane che spingono a un riconoscimento giuridico e sacramentale di tale amore; si tratta di chiedersi quali siano la forma e i presupposti teologici per vivere una vera fraternità con i fratelli omosessuali». «Riconoscimento giuridico e sacramentale dell’amore omosessuale» è espressione che non lascia dubbi di sorta.

Migliorini e Brogliato hanno almeno l’onestà intellettuale di essere assolutamente chiari, cosa che pare, invece, mancare ai patrocinatori dell’iniziativa. E’ difficile riconoscergli persino l’attenuante della superficialità o della dabbenaggine. Qualcuno di loro avrà pur letto il libro, o quantomeno le inequivocabili interviste rilasciate dagli autori. Diciamo allora, per carità cristiana, che forse dalle parti della Diocesi di Vicenza oggi pare regnare una perniciosa confusio doctrinae fidei. Triste, se si pensa che la comunità cristiana vicentina vanta una più che millenaria e inossidabile tradizione di fede, fin dal suo primo Vescovo Oronzio attorno al 590 d.C.
Ai cattolici di quelle nobili terre venete occorrerebbe fraternamente ricordare l’ammonimento scritto nella prefazione del mio libro “Gender (d)Istruzione” dall’Arcivescovo di Ferrara, mons. Luigi Negri: «Non bisogna perdere il tempo, non bisogna inventarsi cose che non abbiano il rigore e la chiarezza dell’Annuncio cristiano, non bisogna farsi “sballottare dalle onde e portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina” (Ef. 4,14)». Per questa ragione, mi permetto di chiedere pubblicamente che il Pastore della comunità vicentina, Sua Eccellenza mons. Beniamino Pizziol, intervenga per fare chiarezza sull’improvvida iniziativa patrocinata dalla Diocesi. Parafrasando la celebre espressione di François Andrieux sul giudice berlinese, dovremmo anche noi chiederci «si nous n’avions pas de évêques a Vicenza». Ma noi siamo certi che esiste un Vescovo a Vicenza. E che si farà sentire.

martedì 30 dicembre 2014

preti plaudenti al disastro



LA FAMIGLIA SOLA SUL BARATRO. 

40 ANNI IN CADUTA LIBERA TRA DIVORZI, COPPIE DI FATTO E DISASTRI VARI


e preti benedicenti

Se si vuole fare una diagnosi della salute dell’Italia dal punto di vista della demografia, e di ciò che le sta dietro, non si può che partire da un anno: il 1975. Lo spiega lo statistico Roberto Volpi, tra i maggiori studiosi dei mutamenti della popolazione nel nostro Paese, nel suo ultimo libro pubblicato da Vita e Pensiero La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? (pp. 178, euro 15).
Professore, perché il 1975 sarebbe cruciale?
«Perché è l’inizio del crollo. Da quell’anno sia i matrimoni che le nascite cominciano a perdere molto terreno. Queste ultime in 5 anni arrivano a perdere il 25%, una caduta che poi rallenta ma non si arresta per altri vent’anni. Fino agli anni Novanta, quando il tasso di fecondità (cioè il numero medio di figli per donna) tocca quota 1,2: uno dei più bassi del mondo in quel momento, meno della metà di quello che era alla fine degli anni Sessanta. Il che significa anche una mutazione per così dire antropologica: un conto è avere famiglie di due o tre figli, un conto è averne uno. L’inizio di quel processo è evidente: più che il divorzio in sé, è stato proprio il referendum a segnare una svolta radicale».

Come mai? Non doveva bastare la legalizzazione del divorzio?
«Perché il referendum è stato caricato di un valore enorme, equivalente a quello che aveva la famiglia tradizionale. Fin allora in Italia sia i cattolici che i laici avevano aderito a un tipo di matrimonio fortemente ispirato dalla Chiesa: sino alla fine degli anni ’60 su 100 matrimoni 98 erano religiosi. Indissolubilità, fedeltà e obbedienza dei bambini all’autorità familiare, segnatamente del padre, ne erano i cardini. Ci si sposava giovani, le donne a una media di 24 anni. E si sposavano tutti. La battaglia sul divorzio mirava al cuore di quel modello: indissolubilità e fedeltà. Un vincolo di fedeltà, però, che gravava più sulla donna che sull’uomo. Questo è da sottolineare perché è l’elemento che cede e che fa crollare l’edificio. L’infedeltà del maschio era più tollerata, socialmente e moralmente, di quella della moglie, accompagnata da una sua maggiore autorità (almeno pubblica, di fronte alla società: perché sappiamo che all’interno della famiglia molto spesso non era così). Così la rivendicazione di autonomia femminile si manifesterà proprio nel divorzio. Si pensava che sarebbe stata un’arma maschile, ma non è stato così: all’inizio, due su tre domande di separazione legale vennero avviate da donne. Le donne hanno visto nel divorzio la possibilità di spostare un rapporto di forza sull’uomo».

Al referendum i «no» al divorzio furono molto numerosi al Sud. Oggi com’è la situazione: permane l’eccezione o anche il Meridione è stato omologato?
«Direi che è stato omologato. I dati dimostrano maggior divorzialità al Nord, ma al Sud è l’elemento di difficoltà economica a frenare le separazioni. Negli Stati Uniti l’indice di divorzialità è usato quasi come un indicatore economico: quando i divorzi sono alti l’economia va bene, quando sono bassi l’economia è depressa. Perché il divorzio ha costi alti e comporta in genere un abbassamento del tenore di vita rispetto alla famiglia originaria. Al Sud si divorzia meno per questo. Lo possiamo dire osservando pure altri fattori, in primis la natalità: oggi le regioni dove la fecondità è più bassa sono quelle del Sud, il Molise e la Basilicata, e va segnalato il caso della Sardegna, leader nella de-fecondità e de-nuzialità, una regione che demograficamente sta sprofondando. Perfino la Campania, che ha sempre avuto tassi di fecondità molto alti, staziona ormai a metà classifica. Al Sud permane peraltro una maggiore nuzialità che al Nord – ricordiamo però che siamo sempre a livelli bassissimi, a un tasso di nuzialità di 3 matrimoni ogni mille abitanti: il 50% rispetto alla media europea – ma in sostanza per i motivi di cui sopra. Il modello di famiglia tradizionale non ha retto nemmeno lì».

Per quanto riguarda la famiglia, quali nuovi fenomeni si fanno strada?
«Le coppie di fatto e le coppie di fatto non conviventi. Le seconde sono più difficili da rilevare dal punto di vista statistico, per ovvie ragioni: lasciano meno tracce, non abitando sotto lo stesso tetto. Ma, anche qui, si "percepiscono" da altri fattori. Per esempio vediamo che negli ultimi 20 anni sono cresciuti i cosiddetti veri celibi, cioè quelli che hanno più di 25 anni e non sono sposati, che oggi sono più di 5 milioni. È da escludere una scelta in massa per la castità: si tratta di persone che hanno rapporti affettivi, anche duraturi, ma che non entrano in una convivenza».

Qual è l’impatto di questi rapporti sulla società?
«Il modello di famiglia tradizionale è fondato su una forte responsabilizzazione reciproca. Il nuovo modello è fondato invece sul sentimento: l’amore, il sentimento basta. Sembra una visione più avanzata, moderna, in realtà è un’idea più fragile e con ricadute sociali negative. Lo dico da un punto di vista nettamente laico: una società che si fonda su legami familiari ad alta responsabilità e a forte istituzionalizzazione è indiscutibilmente una società più solida, interrelata e solidale di una che si fonda su legami a più basso livello di responsabilità e a nullo livello di istituzionalizzazione. È un elemento che l’opinione laica non coglie. È come non fare figli: una coppia è liberissima di non volerne, ma se questo atteggiamento diventasse prevalente la società morirebbe... Oltre a ciò, le famiglie che nascono tardivamente non hanno la spinta economico-produttiva che avevano una volta, non sono più un fattore dirompente da questo punto di vista: oggi si sposa quando si è già costruito virtualmente tutto, quando ci si è sistemati».

E i matrimoni religiosi come stanno?
«Sono 110mila all’anno, mentre erano 420mila nel 1964: un calo del 75%. E stanno diminuendo di sette, otto o anche diecimila all’anno. Se la tendenza dovesse perdurare, i matrimoni in chiesa diventeranno un elemento residuale. Sulla famiglia, la Chiesa ha perso la sua battaglia culturale nei confronti della società laica. Non ha altra scelta che ricominciarne un’altra se vuole rilanciare il suo modello». 

lunedì 20 ottobre 2014

CONVIVENTI SANTI

CONVIVERE O NO PRIMA DEL MATRIMONIO?

Gabriella era titubante, ma poi al Sinodo p. Lombardi annuncia che le unioni di fatto presentano ''elementi di santificazione e di verità'': dilemma sciolto, convivenza iniziata


di Gianfranco Amato

Gabriella è una brava ragazza di parrocchia, che ha vissuto, fino a pochi giorni fa, un tormentato dilemma. Doveva decidere se aderire alla richiesta del suo ragazzo Guido di andare a convivere con lui.

La vicenda è divenuta un piccolo dramma familiare quando è stata esternata ai genitori, entrambi cattolici praticanti e membri di riferimento della loro comunità ecclesiale. Da qualche giorno Gabriella ha potuto finalmente tirare un sospiro di sollievo. A rimuovere gli ultimi scrupoli morali per quella sua sofferta decisione ci ha pensato la Sala Stampa Vaticana. Non poteva credere alle proprie orecchie quando ha saputo che la Seconda Congregazione del Sinodo per la famiglia ha dichiarato che «le unioni di fatto in cui si conviva con fedeltà ed amore, presentano elementi di santificazione e di verità». È corsa dalla madre e, dopo averle precisato che lei e Guido si vogliono bene e sono fedeli, le ha spiegato che con la nuova Chiesa di Papa Francesco anche nella forma di convivenza che loro vogliono vivere ci sono «elementi di santificazione e verità». Niente più remore di sorta.

SANTIFICAZIONE E VERITÀ?
Gabriella ha quindi raccolto le sue cose e ha lasciato la casa paterna per andare a sperimentare questa nuova modalità di «santificazione e verità». Inimmaginabile il cruccio dei genitori, che non sono affatto degli anziani bigotti. Anzi, sono relativamente giovani e appartengono alla generazione cresciuta con gli insegnamenti di San Giovanni Paolo II, il Papa della Familiaris Consortio. La loro dottrina è quella del Catechismo della Chiesa Cattolica – che, peraltro, non pare essere stato ancora abrogato – il quale sulla questione della "libera unione" ha posizioni di magistero assai chiare. I genitori di Gabriella sono ancora convinti che valga, per esempio, il n. 2390 del Catechismo, quello che recita così: «Si ha una libera unione quando l'uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l'intimità sessuale. L'espressione è fallace: che senso può avere una unione in cui le persone non si impegnano l'una nei confronti dell'altra, e manifestano in tal modo una mancanza di fiducia nell'altro, in se stessi o nell'avvenire? L'espressione abbraccia situazioni diverse: concubinato, rifiuto del matrimonio come tale, incapacità di legarsi con impegni a lungo termine (Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 81). Tutte queste situazioni costituiscono un'offesa alla dignità del matrimonio; distruggono l'idea stessa della famiglia; indeboliscono il senso della fedeltà. Sono contrarie alla legge morale: l'atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale».

DIRITTO ALLA PROVA?
Al corso prematrimoniale frequentato dai genitori di Gabriella era stato loro spiegata l'inconsistenza dei motivi invocati a giustificazione della convivenza prima delle nozze. Era stato letto loro, infatti, il n. 2391 del Catechismo: «Molti attualmente reclamano una specie di "diritto alla prova" quando c'è intenzione di sposarsi. Qualunque sia la fermezza del proposito di coloro che si impegnano in rapporti sessuali prematuri, tali rapporti "non consentono di assicurare, nella sua sincerità e fedeltà, la relazione interpersonale di un uomo e di una donna, e specialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci" (Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 7). L'unione carnale è moralmente legittima solo quando tra l'uomo e la donna si sia instaurata una comunità di vita definitiva. L'amore umano non ammette la "prova". Esige un dono totale e definitivo delle persone tra loro (Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 80)».
Sia detto con tutto il rispetto, ma la vicenda di Gabriella dimostra come non sembri essere davvero un ottimo metodo quello di dare in pasto alla stampa le riflessioni "franche" dei padri sinodali prima che si giunga ad una posizione finale e definitiva. Si rischiano di sottovalutare gli effetti negativi, sotto il profilo pedagogico, che semplici affermazioni estemporanee, fuori contesto, non circostanziate e non approfondite, possono avere sull'opinione pubblica, soprattutto fra coloro che non hanno un'adeguata maturità o solidità dottrinale. A meno che - ma Dio non voglia - l'obiettivo sia proprio quello di demolire il depositum fidei, un colpo alla volta, grazie al piccone di Padre Lombardi. Sempre ai genitori di Gabriella, quando erano fidanzati, il parroco aveva spiegato anche che secondo il n. 2400 del Catechismo, «l'adulterio e il divorzio, la poligamia e la libera unione costituiscono gravi offese alla dignità del matrimonio». Un cattolico fortemente preoccupato potrebbe chiedersi se dopo lo sdoganamento della libera unione, toccherà alla poligamia, al divorzio e all'adulterio. In tal caso occorrerebbe modificare il n. 2400 del Catechismo. Anzi, abrogarlo.



Nota di BastaBugie: per approfondire il tema del matrimonio è consigliabile il quaderno del Timone "Matrimonio e famiglia" di Mario Palmaro al costo di soli € 6,00. Interessante anche "Amore e Sessualità" di Roberto Marchesini. I quaderni del Timone possono essere ordinati al seguente link
http://www.iltimone.org/it_IT/home/cosa_facciamo/quaderni
Oppure si può telefonare o scrivere alla redazione del Timone: via Benigno Crespi, 30/2 – 20159 Milano (MI), tel. 02.66.82.52.06– fax 02.60.85.70.91– e-mail: info@iltimone.org