Visualizzazione post con etichetta Guzzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guzzo. Mostra tutti i post

domenica 23 marzo 2014

vittime delle donne

Intervista sul maschicidio

di Giuliano Guzzo
L’opinione pubblica si concentra sul cosiddetto femminicidio e lei, sfidando la corrente, invita a guardare altrove e a considerare che esiste – nascosta, spesso non considerata e dimenticata – anche un’altra violenza: quella contro gli uomini. Di più: per Glenda Mancini, classe 1989, una laurea in scienze delle investigazioni e il desiderio di specializzarsi presto in psicologia criminale, la geografia della violenza, rispetto a come ce la raccontano, è diversa al punto che si può affermare «in molti casi le donne sono le carnefici e gli uomini le vittime». Ne è talmente convinta che all’argomento ha dedicato un intero libro pubblicato da poco – L’uomo vittima di una donna carnefice (Booksprint) – e che è destinato a far discutere. L’abbiamo avvicinata per saperne di più sul suo punto di vista e sulle sue ricerche.

Dottoressa Mancini, direi di partire dal suo libro. Già il titolo è, come si suol dire, un programma: L’uomo vittima di una donna carnefice. Com’è nata l’idea e perché la scelta di un titolo così provocatorio? «L’idea nasce dopo aver avuto la fortuna di imbattermi in alcuni studi internazionali nella quale la violenza domestica sembra essere agita in percentuali maggiori da donne sugli uomini piuttosto che il contrario. Il titolo originale della tesi era “o qualcuno è uomo o qualcuno è vittima” affermazione di Lenz, per rendere il contenuto più facile da comprendere a partire dal titolo ho deciso di cambiarlo per l’occasione del libro».
In effetti, della violenza contro gli uomini sappiamo poco. Che dimensione ha il fenomeno e, soprattutto, in che misura questa violenza è agita da donne? «In realtà che dimensioni abbia effettivamente non possiamo dirlo in quanto non ci sono studi ufficiali sul fenomeno, ma da quelli non ufficiali, di studi, sicuramente si può pensare che la dimensione sia più vasta di come si immagina e soprattutto sconosciuta in molte delle sue forme».
Qual è – per quel che ha potuto appurare nelle sue ricerche – la prima causa della violenza femminile contro l’uomo? «Queste sono valutazioni che dovrebbe farle uno psicologo, mi limito a raccontare e a mettere per iscritto quello che i dati ci comunicano. Quello che posso dire è qual è la forma di violenza più agita ed è sicuramente quella psicologica che può prendere la forma poi, nei casi di separazioni e divorzi, del mobbing giudiziario».
Posto che i mass media ne parlano raramente, sembra che violenza delle donne – a differenza di quella maschile – sugli uomini non solo non sia oggetto di riprovazione sociale, ma venga spesso giustificata come meramente “difensiva”. Concorda? «Viene sostenuto abbia origine difensiva, ma questa tesi è del tutto speculativa, per diverse ragioni, in primo luogo non esiste nessuno studio che metta in correlazione peso ed altezza della vittima e del carnefice e se pur è ragionevole come ipotesi, in realtà dimentica la possibilità di armarsi o utilizzare strumenti più fini e subdoli come la violenza psicologica sotto forma di minaccia e ricatto, soprattutto quando si serve dei figli. Al di là della differenza di genere, entrambi i sessi tendono a rispondere con i medesimi istinti di lotta o di fuga».
Dunque esiste, secondo lei, il rischio di una polarizzazione culturale tale per cui l’uomo è riconosciuto sempre e solo come carnefice e la donna sempre è solo come vittima? Se sì, come uscirne? «Certo che esiste, e l’unico modo per uscirne è incominciare per lo meno ad interessarsi al tema della violenza in un’altra prospettiva quella, cioè, che vede vittima l’uomo. Sono temi paralleli che devono essere trattati insieme perché si toccano e, spesso, dall’uno dipende l’altro».
Ho letto che ha dichiarato sbagliati i dati femminicidio in Italia. A che dati allude precisamente, e perché questa critica? «Non sono errati i dati del femminicidio, è l’uso che se ne fa a non essere corretto nel momento in cui si dichiara che il femminicidio rappresenta la prima causa di morte in Italia o che l’Italia si il paese più pericoloso per le donne, non è assolutamente così: al contrario, è uno dei più sicuri».
La sensazione è che il suo libro – e le tue tesi, peraltro fondate e convincenti – le potrebbero procurare più critiche che elogi. Pronta a difendersi? «Sinceramente quello che ora mi preme è che si parli del fenomeno della violenza sugli uomini, le critiche se costruttive sono sempre ben accette e certo gli elogi non mi danno fastidio».

http://giulianoguzzo.wordpress.com/2013/12/22/intervista-sul-maschicidio/

lunedì 13 gennaio 2014

Castità prematrimoniale

Castità prematrimoniale: 
perché la Chiesa ha ragione



di Giuliano Guzzo
Sta alimentando dissensi e polemiche un recente intervento dell’arcivescovo di Trento, reo di aver rammentato l’immoralità del piacere sessuale al di fuori del matrimonio. Che poi è notoriamente l’argomento preferito per accusare la Chiesa d’essere fuori dal mondo. Tutto si può dire, quindi, tranne che questo genere di polemiche siano sorprendenti.

Sorprende, invece – e parecchio -, l’atteggiamento di coloro che puntualmente liquidano come sessuofobico l’insegnamento della Chiesa senza in realtà conoscerlo. 

Non è infatti vero, tanto per sbugiardare un mito duro a morire, che la Chiesa consideri l’astinenza dal piacere sessuale alla leggera, come se fosse un percorso semplice e banale. Al contrario, il Catechismo chiarisce senza equivoci che i fidanzati che vivono «la castità nella continenza» risultano effettivamente messi «alla prova». Il punto è che non si tratta di una prova fine a sé stessa, bensì volta ad accrescere «il reciproco rispetto», ad allenare «alla fedeltà e alla speranza di riceversi l'un l'altro da Dio» (CCC, 2350).
Non per nulla viene caldeggiato il ricorso alla preghiera come sostegno costante e fondamentale anche per la vita di coppia, diversamente in balia di sole forze ed umori umani, spesso troppo umani.

Un secondo equivoco – probabilmente il più diffuso e grave – riguarda il fatto che la Chiesa proibirebbe il sesso prima del matrimonio. Il che non solo è falso, ma è addirittura impossibile.
Infatti, come può intuire anche l’uomo della strada, la sessualità è ben più ampia di quella che si può consumare tra le lenzuola dal momento che descrive l’intera esistenza di ciascuno di noi, soprattutto nella dimensione relazionale. A meno che non si voglia considerare il rapporto sessuale unitivo la sola manifestazione di sessualità: in tal caso si dimostrerebbe non solo di ignorare la morale cristiana, ma persino la sessualità in quanto tale, riducendola alla sola fase orgasmica.
Un po’ deprimente, non vi pare?

Il terzo equivoco sulla presunta sessuofobia della Chiesa riguarda le ragioni dell’astinenza dal piacere sessuale in vista del matrimonio.  Che non sono solo ragioni confessionali ma anche, per così dire, “laiche”.
Anzitutto per la salute stessa del matrimonio: esiste, in proposito, una lunga tradizione di ricerca che mostra come le coppie che scelgono di andare a convivere prima del matrimonio – e che quindi esperimentano prima e con una certa continuità anche la dimensione sessuale –   abbiano una probabilità dal 50 al 100% maggiore di divorziare rispetto a quelle che non hanno convissuto prima del matrimonio (Cfr. «Demography» (1992); 29 (3): 357-374), oltre che maggiori rischi di depressione (Cfr. «Health Soc Behav» (2000); 41(3):241-55); e anche quando il matrimonio “regge” viene comunque dichiarato – da quanti prima hanno convissuto, rispetto agli altri – meno appagante (Cfr. «Journal of Family Psychology» (2009) 23 (1): 107-111).

C’è poi una ragione più “affettiva” che depone a favore dell’astinenza pre-matrimoniale: la ragione che – per usare un’espressione molto di moda ma poco compresa – potremmo chiamare del "Vero Amore".
Si vuole qui alludere al fatto che solamente coloro che trovano la forza – e la fede! – per attendere il matrimonio prima di donarsi totalmente uno all’altro possono sinceramente dirsi: «Tu per me sei l'unico/a». Quanti invece scelgono altre strade possono naturalmente promettersi amore eterno allo stesso modo, ma di certo non potranno farlo con la stessa carica che solo l’unicità di un rapporto tanto sospirato può conferire.

Un ultimo aspetto poco ricordato ma decisivo della castità è la sua intrinseca natura trasgressiva. Infatti, l’obiezione secondo cui l’attesa del matrimonio sarebbe da rifiutare perché «non lo fa più nessuno» è da rovesciare: proprio perché «non lo fa più nessuno» è un percorso interessante, nuovo, da esplorare.
Diversamente si consuma il paradosso – assai ricorrente, a dire il vero – secondo cui le coppie da un lato insistono con la ricerca di esperienze “diverse” (viaggi in posti lontanissimi, vacanze esclusive, ecc.), salvo poi, d’altro lato, amarsi all’insegna del più palese conformismo, senza farsi tentare da qualcosa di davvero grande come la castità integralmente vissuta – tanto più oggi – può essere.   
E poi diciamoci la verità: cosa c’è di più bello, esaltante ed alto che amare il proprio fidanzato o la propria fidanzata fino a donargli/le il futuro? 

Perché la castità, in fondo, è proprio questo: il desiderio di allargare le pareti del fidanzamento, di dilatare l'anima in vista di un obbiettivo stupendo e comune, da desiderare senza tregua.
Ecco che allora quell'attesa impegnativa e così spesso oggetto di irrisione assume i contorni di una gioiosa gradinata verso la felicità coniugale. Che non è affatto – come abbiamo detto – cosa a portata di mano, bensì premio che richiede la pazienza di amarsi giorno dopo giorno, passo dopo passo, fino a che non si è arrivati abbastanza in alto da potersi dire pronti ad una promessa di eternità.
Nella consapevolezza tutta cristiana di non essere soli. E che il meglio deve ancora venire.   

martedì 20 novembre 2012

divorzio?

Ma quanti danni fa il divorzio?

di Giuliano Guzzo

Tutti lo sanno ma nessuno, o quasi, lo dice. Non conviene, come quasi sempre accade per la verità. E la verità – che le cronache sfiorano solo quando si parla di contese per l’affido dei figli o in seguito a casi di violenza – è che il divorzio sta procurando danni immensi al tessuto sociale. Danni anzitutto a coloro che divorziano e che in teoria dovrebbero, così facendo, ritrovare tranquillità e, se non proprio felicità, almeno serenità. In realtà è tutto il contrario.
A questo proposito, fanno impressione i dati di un’indagine effettuata dall’Istat negli anni 1987-91 sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari, dalla quale si evince come il tasso di morbilità cronica per disturbi nervosi dei divorziati sia il doppio di quella dei coniugati, con un valore del 62,2‰. I divorziati, inoltre, fanno maggiore ricorso a farmaci antidolorifici e antinevralgici – 119‰ rispetto ai 106‰ dei coniugati -, di tranquillanti e antidepressivi – 48‰ rispetto 39,5‰. Altre ricerche, eseguite sempre in Italia, hanno messo in luce una differenza consistente anche per quanto riguarda i ricoveri classificati come disturbi psichici, di cui soffre il 7,7% dei divorziati rispetto allo 0,8% dei coniugati.

Quel che è peggio è che tali conseguenze, com’è stato messo in luce anche da studi recenti, perdurano nel tempo (Cfr.«Journal of Health and Social Behavior», 50 (2009): 344–358). Viceversa, esiste una lunga tradizione di ricerca che ha mostrato come il matrimonio e la conseguente stabilità affettiva siano correlati positivamente alla salute e alla longevità personale (Cfr.«Social Science and Medicine», 40 (1995):1717-1730; «American Sociological Review», 61 (1992):907-917).
Se questi sono le conseguenze per coloro che divorziano, potete immaginare come possono essere quelle di questo “diritto” sui figli: ancora peggiori. Infatti, anche senza consultare la letteratura scientifica, appare intuitivo come per loro, per i bambini, sia tutto più difficile: l’idea di vedere litigare prima e dividersi poi mamma e papà equivale ad un vero e proprio terremoto esistenziale, con conseguenze devastanti. Lo confermano numerose ricerche internazionali: i bambini che crescono con un solo genitore hanno il triplo di probabilità, rispetto agli altri, di andare male a scuola, e il doppio di soffrire di disturbi psichici («International Journal of Law, Policy and the Family», 12 (1998):15-46; «Demography», 27 (1990): 431-446).
C’è poi da ricordare che nella stragrande maggioranza dei casi, dopo un divorzio, i figli rimangono con la madre. E l’assenza dal padre si fa sentire, eccome. Basti dire che, stando a studi statunitensi, il 63% dei suicidi in età giovanile si verifichi famiglie col padre assente («Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry», 34 (1995):209-215). Più in generale, una recente ricerca condotta su un campione di oltre 6.500 soggetti ha confermato come coloro che sono cresciuti con i genitori divorziati siano più esposti, rispetto agli altri, a tentazioni suicide («Psychiatry Research» 187, (2011): 150-155).
Alla luce di una così consistente mole di dati la domanda sorge spontanea: ma non sarebbe il caso – anziché facilitarlo con tempi più brevi - di ripensare l’istituto del divorzio cercando di predisporre nuovi sostegni per le coppie in crisi e mettendo compiutamente in guardia coloro che pensano alla rottura coniugale da tutti gli immensi rischi che questa comporta? Non è forse giunto il momento di ostacolare i matrimoni a scadenza e di tifare tutti assieme per l’amore a tempo indeterminato? O forse dobbiamo aspettare che la precarietà affettiva faccia altri danni? A noi, a ciascuno di noi, la possibilità di una riflessione. Che, oggi più che mai, si rivela urgente.

sabato 17 novembre 2012

sessualità

Lo scandalo dei vescovi che parlano di sesso

di Giuliano Guzzo

Siete delusi da sfumature di grigio che prima esaltano e poi, finito il libro, ti salutano? Volete pane per i vostri denti, voi assetati di esperienze che contano? Insomma, volete roba forte? Bene, allora leggetevi le 36 pagine degli Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia ad opera della Commissione Episcopale per la famiglia e per la vita. Fidatevi, non ci troverete la solita minestra ma dinamite. Roba forte, appunto. A partire dai passaggi rivolti ai giovani di oggi, agli «adolescenti, assediati da un clima generale fortemente erotizzato nella comunicazione, nella moda, nei modelli proposti, devono essere guidati ad acquisire un sano senso critico» (p.7).

Poche ma già dense parole che fotografano appieno la devianza di una sessualità che quando è continuamente indotta non può, nonostante i piaceri che procura, essere libera. E meno liberi ancora sono quanti, proprio perché «assediati da un clima generale fortemente erotizzato», non scelgono qualcuno per amore ma lo cercano per piacere; non del tutto consapevolmente magari, ma questo fanno. Attenzione però: non si vuole, dicendo questo, demonizzare proprio nulla. Al contrario, proprio perché la sessualità è fondamentale che deve essere vissuta come si deve. E cioè secondo quel magnifico principio che, scomparso come termine dalla lingua parlata, di questo passo lascerà pure il vocabolario: il pudore. Che non è una prigione ma un mezzo, una via che «custodisce e tutela i valori intimi e profondi della persona; non limita la sessualità, ma la protegge e l’accompagna verso un amore integrale e autenticamente umano» (p. 8). Pudore e castità, quindi, da intendersi non come privazione del piacere durante il fidanzamento, ma come orientamento di quest’ultimo verso il piacere vero, da vivere pienamente nel matrimonio. Altro che Chiesa sessuofobica!

D’accordo, si obbietterà, ma così dicendo di fatto si suggerisce ad una coppia di sposarsi senza nemmeno un sano e raccomandabile collaudo dell’intesa sessuale. E come si fa, scusate, a sposarsi senza questo? E se poi uno scopre di avere sposato la famigerata “persona sbagliata”, che fa? Si spara? Ora, messa così l’obiezione ha effettivamente il sapore della critica intelligente, che inchioda la morale cattolica alle proprie contraddizioni con la realtà. Il punto è che proprio la realtà, se ci pensiamo bene, a dare ragione alla Chiesa. Infatti nessuno può negare la diffusione, oggigiorno, dei rapporti prematrimoniali. Ebbene, al tempo stesso non si può negare neppure un’altra tendenza, ossia quella – piuttosto triste, diciamolo – per cui le coppie si sposano sempre meno e, anche quando convolano a nozze, si lasciano sempre prima, ognuno per la sua strada. Eppure si tratta di coppie che la famosa intesa sessuale l’avevano sperimentata a dovere, intensamente, prima a rate e poi tutta intera, senza limiti. Insomma, sulla carta si tratta di coppie – almeno in teoria - moderne, libere e felici. Ma poi, non di rado, arrivano là dove non avrebbero mai pensato e voluto: a lasciarsi. Come mai? Vuoi vedere che forse è proprio vero che sessualità è sì importante, ma non sufficiente per la longevità di una storia? Per la stabilità di un rapporto, infatti, serve ben altro che la percezione di stare bene insieme: si deve sapere dove insieme si vuole andare. E occorre saperlo con chiarezza da subito, perché una relazione che inizia come passatempo, c’è poco da fare, difficilmente può tramutarsi in qualcosa di più serio. Sarà ricca e stimolante, ma dopo un po’ perderà il suo fascino iniziale. Come accade, appunto, per i passatempi.

A scanso di equivoci è comunque bene ribadire che la Chiesa – contrariamente a ciò che qualcuno pensa - non raccomanda di fidanzarsi o addirittura di sposarsi “a scatola chiusa”, senza conoscere minimamente il proprio partner. E’ una balla grande come una casa. La Chiesa non vuole affatto questo; ed oltretutto non potrebbe nemmeno volerlo: primo perché l’attrazione fisica fra due persone non ha bisogno di alcun “giro di prova” e non soggiace ad alcun divieto – o c’è o non c’è –, e secondo perché se due si sposassero senza desiderarsi sarebbe semplicemente folle.

La Chiesa e gli autori degli Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia questo lo sanno bene. Tanto è vero che alla fine, come prova definitiva delle proprie tesi, non ricorrono ad alcun argomento bensì alla testimonianza. A quella testimonianza che chiunque può incontrare. Infatti, se è «vero che non pochi dei fidanzati che richiedono il sacramento del matrimonio sono da tempo distanti dalla pratica religiosa e dalla partecipazione attiva alla vita della comunità cristiana, non possiamo dimenticare che vi sono giovani che scelgono di sposarsi in chiesa con una chiara coscienza di fede, magari dopo cammini pluriennali all’interno della comunità» (p. 19).

Una constatazione che lascia aperta una serie di domande: ma se davvero – anche se non è affatto così, come ogni buon cattolico sa – la vita è una e bisogna gustarne ogni esperienza, perché non provare anche la castità? Perché non osare? Il percorso è di quelli tosti, inutile raccontarsi storie. Eppure vale la pena tentarlo. Perché gettare le piastrelle del fidanzamento da subito nella direzione del matrimonio non significa a tutti i costi arrivarci, ma sapere che quando ci si arriverà non solo avremo davanti a noi la sospirata “persona giusta”, ma saremo a nostra volta la “persona giusta”. Perché avremo imparato ad amare; a rispettare davvero l’altro; a governare le passioni, pronti al meritato piacere di cui non saremo schiavi, ma principi.
http://giulianoguzzo.wordpress.com/
 

lunedì 29 ottobre 2012

Halloween

Tutto quello che non ci dicono su Halloween

(I parte)

di Giuliano Guzzo
Esageri, è incredibile, non scherzare: le reazioni che s’incontrano nel raccontare le dinamiche esoteriche della festa di Halloween sono in genere di questo tipo, ossia del massimo scetticismo. Svelare i retroscena di quella che per molti è solo una carnevalata genera disturbo rispetto ad convincimento che non si vuole mettere in discussione: Halloween è bella festa, innocua ed allegra, e sbaglia chi ne dubita. Ora, spiace contraddire quanti – in perfetta buona fede, naturalmente – si sono fatti di quest’idea, ma poiché è sempre disonesto sottrarsi ad confronto con la realtà, eviteremo di farlo.

E cercheremo di rispondere alle seguenti domande: che cosa si cela davvero dietro Halloween? Vi sono implicazioni e retroscena religiosi? Se sì, di che cosa si tratta esattamente?
Prima di procedere, preciso che quelle a seguire sono considerazioni che possono in parte risentire dell’orientamento religioso, di matrice cristiano-cattolica, del sottoscritto. Non per questo dette considerazioni debbono – almeno mi auguro – risultare inattendibili dato che «sarebbe molto facile citare numerosi» casi nei «quali si vede che la posizione sociale dell’osservatore influenza non solo le sfumature, ma il cuore stesso dell’analisi» [1] e che quindi la totale obbiettività, nel concreto, non esiste [2]. Questa precisazione non vuole pertanto essere una preliminare dichiarazione di tendenziosità, ma al contrario un atto di onestà nei confronti del lettore, al quale si cercherà naturalmente di offrire una chiave di lettura il più neutra possibile. Ma torniamo ora all’oggetto del nostro approfondimento.

Le origini
Iniziamo da una panoramica di carattere storico che ci dice – o ci ricorda, per chi già lo sapesse – l’origine molto antica delle celebrazioni officiate il 31 ottobre. Origine che lo storico Rogers, concordemente ad altre fonti, fa risalire «alla festa celtica di Samhain, originariamente scritto Samuin (pronunciato sow-an o sow-in)»[3]. La festa di Samhain corrispondeva al capodanno Celtico perché era il 1° novembre, a quel tempo, che terminava ufficialmente la stagione del caldo per lasciare posto a quella del gelo. In quell’occasione il protagonista dei festeggiamenti e delle ritualità era appunto Samhain, venerato come il Signore della Morte e il Principe delle Tenebre nonché colui che il 31 ottobre – tramite l’apertura delle porte annwn (regno degli spiriti) e sidhe (regno delle fate) – poteva convocare temporaneamente gli spiriti dei defunti, ospiti nel frattempo di un luogo di giovinezza e beatitudine denominato Tir nan Oge. Dobbiamo quindi a quella celtica, una cultura antichissima (formatasi, pare, attorno al III millennio a.C.), l’origine di quella che ai nostri giorni chiamiamo Halloween. Tuttavia la cultura celtica, pur forte di origini assai remote, a partire dalla conquista normanna della Inghilterra (1066) – estesa successivamente al Galles e, con il XII secolo, all’Irlanda e alla Scozia – conobbe una progressiva marginalizzazione che l’ha resa sempre più meno istituzionale e, in conseguenza di un mancato ed univoco appoggio istituzionale, sempre meno popolare. Ne consegue l’estrema difficoltà di un collegamento tra l’Halloween odierna e la festa Samhain che non sia meramente storico ed introduttivo, almeno per quanto concerne il nostro percorso.

Ognissanti
Altra cosa, rispetto a Samhain, è la Festa di Tutti i Santi. Posto che l’origine della storia dei culto dei santi è assai remota ed ha il suo inizio nell’epoca dei martiri a partire dal martirio di Policarno di Smirne [5], si ritiene che la Festa di Tutti i Santi sia stata all’inizio «promossa dalla Chiesa orientale» per poi essere «accolta a Roma quando il papa Bonifacio IV ebbe dall’ambasciatore Foca il Panteon di Agrippa, che consacrò a tutti i martiri e alla Vergine […] la festa di Ognissanti passò quindi nell’ambiente della corte di Carlo Magno» [5]. Fu allora che il monaco sassone maestro di Carlo Magno, Alcuino di York (735–804) – al quale dobbiamo, fra le altre cose, l’introduzione nel Canone della messa del Memento dei morti – [6], spostò la data originaria della festa di Ognissanti, fissata allora al 13 maggio, al 1° novembre. Tale spostamento fu manifestamente finalizzato alla cristianizzazione della festa celtica di Samhain anche se, come abbiamo ricordato poc’anzi, non c’è dubbio che la cultura celtica fosse avviata al declino ben prima dell’avvento del Cristianesimo, come dimostra l’estinzione, già in tarda antichità, della lingua celtica. Ad ogni modo l’intuizione di Alcuino di York venne ripresa, su richiesta di Papa Gregorio IV, dall’imperatore Ludovico il Pio. Ma fu soltanto secoli dopo – precisamente nel 1475 – e grazie al pontefice Sisto IV [7], che la festività di Ognissanti venne resa obbligatoria in tutta la Chiesa. E non mancarono, coi secoli, ulteriori metamorfosi, ma ciò che qui è importante ricordare è che quella di Ognissanti è una festa antica, rilevante e che merita quindi di essere osservata dai credenti e non confusa con altre festività.

Halloween
Abbiamo fin qui visto, sia pure in estrema sintesi, origini e differenze fra la festa celtica di Samhain e quella cristiana di Ognissanti. E Halloween? Halloween è una festività di altra natura. Prima di vedere quale, una precisazione di carattere terminologico: Halloween deriva da All Hollows che «era la traduzione inglese di “tutti i santi”» e da All Hollow’s Eve, la «”vigilia di Ognissanti”, poi storpiato nella parola Halloween» [8]. Dunque il termine Halloween ha indubbiamente un che di cristiano. Solo il termine, però. Perché la festività, in concreto, rappresenta un appuntamento tutt’altro che cristiano, bensì satanico. Proprio così: satanico.
Ora, è probabile che alla lettura di questo passaggio in qualcuno possa emergere dello scetticismo. Eppure c’è una vastissima mole di materiale che depone a favore di questa tesi. Anzitutto lo affermano con sorprendente convergenza molti ex satanisti. Pensiamo alle testimonianze di Cristina Kneer e di Eugenio Masias. Oppure a quella di  Doreen Irvine, prostituta passata per anni al satanismo e convertitasi poi al Cristianesimo, che su Halloween è stata piuttosto esplicita: se i padri sapessero il significato di questa festa, ha detto, non la nominerebbero nemmeno davanti ai loro figli. Dettagliato è anche il resoconto di “Michela”, ex satanista ora suora consacrata quando scrive: «Tra fine ottobre e inizio novembre, ossia nelle notti precedenti Halloween (31 ottobre) e la memoria dei defunti, c’era […] l’unico appuntamento in un cimitero, dove profanavamo le ossa, facendo uno specifico rituale che alla fine le distruggeva» [9].
In aggiunta a queste testimonianze, c’è poi un’ampia letteratura che suffraga la natura satanica di quella che per molti è una presunta carnevalata. Pensiamo a quanto scrive James. R. Lewis, studioso di movimenti religiosi [10], oppure alle considerazioni presenti in un monumentale studio di 600 pagine pubblicato sull’argomento del satanismo nel quale si specifica che «la religione satanica, oltre ai suoi riti, ha anche le sue proprie festività che sono, principalmente, la Walpurgisnacht ed Halloween» [11].
Concorda su questo passaggio anche Bamonte quando annota che «i momenti considerati più propizi per» i riti satanici «sono quelli delle grandi “solennità” del calendario satanico che coincidono con alcune delle dati delle principali festività dell’antica stregoneria: la prima è quella di Halloween, che si celebra la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre (vigilia di Tutti i Santi) ed è considerata il Capodanno magico» [12]. Nel loro accurato studio sul satanismo, anche Cantelmi e Cacace sottolineano come se, da un lato, nell’arco dell’anno i satanisti osservano 14 festività, d’altro lato è innegabile come la prima sia quella che ricorre «il 31 ottobre, commemorazione dei defunti e di tutte le potenze delle tenebre, detta Samhain o Halloween. Questo giorno è considerato il capodanno di Satana, perché secondo un’antica credenza popolare, le anime dei defunti tornano in visita nelle proprie case, per cui è possibile stabilire un contatto con loro. I satanisti utilizzano la celebrazione per fare delle richieste al demonio, perché credono che verranno esaudite» [13].
Note:
[1] Boudon R. – Bourricaud F. Dizionario critico di Sociologia, voce “Obiettività”, Armando editore, Roma 1991, p. 341; 
[2] Significative, a questo proposito, le parole dell’antropologo Robert Borofsky: «Non ho mai conosciuto nessuno, nelle scienze sociali, che ha pensato seriamente che gli esseri umani potessero divenire dei ricercatori […] pienamente obiettivi, come degli automi» (Borofsky R. L’antropologia culturale oggi, Meltemi, Roma 2004, p. 217); 
[3] Rogers N. Samhain and the Celtic Origins of Halloween. Halloween: From Pagan Ritual to Party Night, Oxford University Press, New York 2002, pp. 11–21; 
[4] AA.VV. Santi e Patroni. Dizionario biografico dei patroni di tutti i Comuni italiani e di altri santi. Istituto Geografico De Agostini S.p.A, Novara 2006, p. 322; 
[5] Cfr. Kunzler M. La liturgia della Chiesa. Jaca Book, Milano 2003, p. 581; 
[6] Cfr. Vuchez A. La spiritualità dell’Occidente medioevale. Vita&Pensiero, Milano 2006, p. 22; 
[7] L’ipotesi è che lo spostamento definitivo di Ognissanti venne deciso sotto il pontificato di Sisto IV in omaggio al concordato firmato dal papa con Luigi XI, re di Francia. Cfr. AA.VV. Santi e Patroni, Ibidem; 
[8] Gulisano P. – O’Neill B. La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano 2006, p. 63; 
[9] Michela. Fuggita da Satana. La mia lotta per scappare dall’Inferno. Piemme, Milano 2007, p. 109; teniamo qui a precisare che sottovalutare anche in termini quantitativi il fenomeno del satanismo pare rischioso dato che, con solo riferimento all’Italia, si parla di un mondo – per quanto variegato e ricco di sfumature sulle quali non abbiamo qui lo spazio di soffermarci – che secondo stime recenti ad opera della Polizia di Stato conta qualcosa 8.000 sette sataniche per un totale di circa 600.000 adepti. Cfr. http://www.abc.es/20120410/internacional/abci-sectas-satanicas-proliferan-italia-201204092005.html; 
[10] Cfr. Lewis. J.R. Satanism Today, An Encyclopedia of Religion, Folklore, and Popular Culture, ABC-CLIO, Santa Barbara 2001 p. 306; 
[11] Monti D. – Fiori M. – Micoli A. L’abisso del sé. Satanismo e sette sataniche. Giuffrè, Milano 2011, p. 143; 
[12] Bamonte F. Possessioni diaboliche ed esorcismo, Paoline, Milano 2006, p. 50; 
[13]  Cantelmi T. – Cacace C. Il libro nero del Satanismo. Abusi, rituali e crimini. San Paolo, Cinisello Balsamo – Milano 2007, p. 69.

Tutto quello che non ci dicono su Halloween (II parte)

Perché è una festa da non festeggiare 
Potremmo naturalmente continuare a lungo con le citazioni se non fosse già evidente che la notte di Halloween è per eccellenza la notte dei satanisti e, per chi ci crede, del Diavolo. Dunque una notte non così allegra e che oltretutto, secondo alcune ricerche, presenta altri risvolti non particolarmente allegri. Infatti, anche se non è stata dimostrata una crescita superiore dei tassi di violenza, sappiamo che la “notte delle streghe” coincide col momento dell’anno nel quale nascono meno bambini [14] e nel quale ne muoiono di più dato che la mortalità infantile per incidenti, a causa dell’abitudine – tipicamente statunitense ma diffusa sempre più anche da noi - di lasciare i giovanissimi circolare a caccia di dolcetti per vie e strade, la notte di Halloween arriva ad essere quattro volte superiore alla media [15].
Tornando al lato esoterico della “notte delle streghe”, si è visto visto come l’appuntamento abbia parecchio a che vedere con le messe e con la magia nera. Ma la magia di chi si veste da strega o da mostro – si obbietterà – nulla ha a che vedere col mondo satanista.  In realtà non è così dal momento che come ha scritto Anton Lavey (1930-1997) – che non è un cattolico tradizionalista bensì il fondatore della Chiesa di Satana – non c’è alcuna «differenza fra magia “bianca” e “nera” tranne nella presuntuosa ipocrisia, presunta legittimità e autoinganno del praticante di magia “bianca”» [16].
Non stupisce dunque apprendere che il 40% dei giovani, secondo un’indagine di Telefono Antiplagio, festeggi la notte delle streghe con dichiarate simpatie verso il mondo magico [17] e che il 16% delle persone avviate all’esoterismo – che poi è l’anticamera del satanismo – ha esordito, a detta del Servizio antisette della Comunità Papa Giovanni XXIII , proprio durante Halloween. Il punto è che anche se non fosse dimostrato, come invece sembra essere, un maggior tasso di avvicinamento al mondo satanista nel periodo che segue ed anticipa notte del 31 ottobre, un fatto rimane evidente: Halloween tutto è meno che una festa cristiana. Non solo: è per eccellenza una festa anticristiana. Pertanto – una volta che si è presa consapevolezza di quanto abbiamo riportato poc’anzi – seguitare a ritenerla una carnevalata significa, almeno in una prospettiva cattolica, commettere un grosso errore. Sta infatti scritto: «Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro» [18].
In questo senso sottovalutare Halloween o addirittura festeggiarla in luogo della ricorrenza di Ognissanti – cosa che talora accade in alcune parrocchie, dove la Festa di Tutti i Santi è confinata alla sola celebrazione eucaristica, mentre gli oratori ospitano prolungati festeggiamenti dalle tinte macabre –  verosimilmente agevola, per chi ci crede, l’azione tentatrice del Diavolo dato che questa, come appunta il celebre demonologo Corrado Balducci (1923-2008), si concreta «in un senso particolare e più ampio […] in un lavorio continuato, più insistente, più penetrante, volto ad allontanare l’uomo da Dio, a tenerlo lontano da lui» [19]. E come si può non ritenere favorevole al satanismo la sostituzione di massa di una festa importantissima come Ognissanti col capodanno di Satana? La domanda appare più che sensata dato che l’alternativa, ossia l’idea che la notte del 31 ottobre sia a tutt’oggi una festa celtica, appare francamente poco attuale.
A quanto detto va poi aggiunto che l’opposizione ad Halloween non ha solo motivazioni di carattere confessionale e può riguardare gli stessi linguaggi e costumi di festeggiamenti che risultano, per usare un eufemismo, di dubbio gusto. Decisamente significative, al riguardo, le considerazioni svolte da Jordan – che non è un sacerdote ma un esperto di dinamiche criminali – , il quale, con riferimento alla “notte delle streghe”, ha esplicitamente parlato di «farsa satanica» ed ha affermato: «La programmazione cinematografica e televisiva nel periodo di Halloween ruota intorno a storie horror, con essere malefici […] demoni e spiriti del male, con tanto di sangue, sacrifici e morte. Gli adulti vedono tutto ciò come un divertimento […] ma i bambini lo sanno? Queste cose non hanno su di loro un effetto nocivo? […] I bambini hanno un’immaginazione che si lascia manipolare facilmente..» [20].  In tempi in cui «i pubblicitari conoscono i nostri figli molto meglio di noi» [21], si farebbe dunque bene a porsi delle domande in relazione alle conseguenze che i festeggiamenti di Halloween – così promossi a livello mediatico e dalle tinte discutibili  – possono arrecare ai più giovani.
Conclusione
Per concludere questa nostra panoramica su Halloween, non possiamo non constatare come convenga, in particolare al cattolico, guardare con diffidenza questa festività dagli echi fortemente esoterici e recentissima – dall’Enciclopedia cattolica (1948-1954) al Grande Dizionario enciclopedico (1935), dal Grande Dizionario della lingua italiana (1972) alla Grande Enciclopedia universale Atlantica (1982), sono molti i testi enciclopedici di qualche decennio fa che neppure la contemplano -  e che, proprio perché in apparenza innocente e presentata in modo accattivante, da un lato risponde benissimo alle esigenze tipiche di quella «nuova religiosità “nomade”» di cui parlava l’antropologa Cecilia Gatto Trocchi (1939-2005)[22]; e, d’altro lato, può a buon diritto ritenersi un tentativo di scristianizzazione, fenomeno che ha «radici molto antiche» dato che «sono molteplici i tentativi nella storia, sotto diverse latitudini e regimi, di ridurre o eliminare le feste cristiane. Basti pensare a quello che avvenne durante la Rivoluzione francese, quando il regime giacobino impose il nuovo calendario» [23]. Quale modo migliore, infatti, per favorire la scristianizzazione[24], se non quella di esaltare una festa che coincide col capodanno satanico, del tutto prossima alla festa cattolica di Ognissanti, che ha molto a che vedere – nelle forme e nei costumi – con quei linguaggi magici esplicitamente condannati dal Catechismo della Chiesa Cattolica [25], e che trova spazio perfino in tanti oratori?
La gravità del fenomeno è tale che persino un esponente della Chiesa difficilmente tacciabile di oscurantismo quale era il cardinal Carlo Maria Martini (1927-2012) a suo tempo fu molto chiaro rispetto alla necessità di boicottare Halloween  - da lui emblematicamente apostrofata come «il brutto scherzo che facciamo alla nostra cultura» – al fine di meglio preservare la tradizione cattolica: «Halloween è una festa estranea alla nostra tradizione. Una tradizione che ha valori immensi e che deve essere continuata» [26]. Ora, alla luce di così tante evidenze – che nulla hanno di complottistico e che risultano suffragate da numerose fonti – alcuni, per paura di mettere in discussione i propri convincimenti, seguiteranno probabilmente a minimizzare oppure a considerare inesistente l’antitesi tra la “notte delle streghe” ed Ognissanti [27]. Non solo: alcuni continueranno a pensare che occorre davvero esagerare per trovare in Halloween qualcosa di negativo. Ma il punto, almeno per quanti si pongono in una prospettiva cristiana, è quello opposto: occorre davvero esagerare per trovarvi qualcosa di positivo.
Note: 
[14] Cfr. Levy B.R. - Chung P.H. - Slade M. D. (2011) Influence of Valentine’s Day and Halloween on birth timing. «Social Science & Medicine» ;73(8):1246-8; 
[15] Cfr. Centers for Disease Control and Prevention (CDC). (1997) Childhood pedestrian deaths during Halloween .United States, 1975-1996. «Morbidity and Mortality Weekly Report»; 46(42):987-90; 
[16] A. Lavey, The Satanic Bible, New York 1969, p. 110; 
[17] Molto significativo anche un comunicato stampa del 2007 di Telefono Antiplagio su Halloween: «Quella che dovrebbe essere una notte di divertimento sta diventando, anno dopo anno, un’occasione per incidenti di varia natura e delitti. Lo scorso anno un bambino di 7 anni di Bergamo e’ morto carbonizzato nell’incendio causato da una candela contenuta in una zucca. A Lecce un altro bambino, di 11 anni, mascherato da maghetto e’ stato ucciso da un’auto in corsa durante i festeggiamenti. A Bari il gestore di un pub e’ stato ammazzato con un colpo di pistola sparato da un rapinatore vestito da scheletro. A tutto ciò vanno aggiunti i maltrattamenti agli animali, in particolare gatti neri e galline, che nella notte di Halloween vengono ”sacrificati” per macabri rituali […] in Italia il 55% dei giovani da 13 a 25 anni festeggia Halloween, di questi il 46% sono ragazzi e il 54% ragazze. Il 38% dei giovani e’ interessato a magia e negromanzia e il 17% e’ incuriosito dal satanismo. Il 9%, nella notte di Halloween, viene irretito da ciarlatani presenti nei locali pubblici e dirottato nei loro studi per un consulto con il ”mago” o con le anime dei morti. Negli adulti oltre i 25 anni la partecipazione ad Halloween scende al 15% e nei bambini fino a 12 anni al 12%.» http://www.antiplagio.org/halloween.htm; 
[18] Isaia 5, 20; 
[19] Balducci C. Il diavolo, Oscar Mondadori, Milano 1994, p. 196; 
[20] Jordan F.D. (1996) Sex crime investigations: the complete investigator’s handbook (ed. it. Sex crime investigations. Roma: Mediterranee; 2008:231); che poi i bambini esposti «più spesso a film horror» evidenzino (guarda caso!) più «conoscenze specifiche legate al satanismo» è pressoché certo (Cfr. Zappalà A. Abusi sessuali collettivi sui minori, FrancoAngeli, Milano 2006, p-.55); 
[21] Cfr. Gatto Trocchi C. Nomadi spirituali. Mappe dei culti del nuovo millennio. Oscar Mondadori, Milano 1998, p. 18; 
[22] Randazzo A. Bambini psico-programmati, Il leone verde, Torino 2007, p. 112; 
[23] Gulisano P. – O’Neill B. La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, p. 75; 
[24] Sintomatica, a proposito della scristianizzazione posta in essere (anche) attraverso la pubblicizzazione di Halloween, la pubblicazione – poi corretta attraverso la divulgazione di un allegato integrativo – del diario europeo, edito dalla Commissione Europea, nel quale inizialmente campeggiavano feste di altre religioni (Halloween compresa) ma non quelle cristiane, né Ognissanti né quella dei defunti; 
[25] Cfr. CCC, 2115 – 2117;
[26] Martini C.M. cit in. Climati C. La notte delle streghe, «Sì alla Vita», ottobre 2003, p. 41; 
[27] Cfr. Bonato L.Tutti in festa. Antropologia della cerimonialità, FrancoAngeli, Milano 2006,  p. 122.