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mercoledì 30 luglio 2014

Chi sono io per giudicare?

“Chi sono io per giudicare?” 

Approfondimenti sul tema del “giudizio”

secondo la fede cattolica.


«È compito della Chiesa annunziare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigano i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime» (Codice di Diritto canonico, can. 747).

di Silvio Brachetta


Sembra quasi che, sulla questione del giudizio, dalla Sacra Scrittura provengano due richieste di Dio all’uomo, opposte tra loro. Nel Discorso della montagna, Gesù Cristo dissuade dall’appropriasi di un giudizio che appartiene solo a lui: «Non giudicate per non essere giudicati» (Mt 7, 1). E spiega anche il perché: poiché voi uomini – dice il Signore – «col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» (Mt 7, 2). Che il giudizio espresso nel Discorso della montagna appartenga solo a Dio, lo dice ancora Gesù, come riporta l’Evangelista San Giovanni: «Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi» (Gv 9, 39). Anche San Paolo, nella lettera ai Romani (2, 1), ripete il medesimo concetto che Gesù espresse sulla montagna: «Perciò chiunque tu sia, o uomo che giudichi, non hai alcun motivo di scusa perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso; tu che giudichi, infatti, fai le medesime cose».
Altrove, però, la Scrittura esorta l’uomo al giudizio. È il Signore stesso a richiederlo: «Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!» (Gv 7, 24). Non solo, ma rimproverando i farisei, domanda loro: «Come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12, 56-57). Pure San Paolo, rivolto ai cristiani di Corinto, li ammonisce: «Non sapete voi che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare delle cose di questa vita!» (1 Corinzi 6, 3). Come allora interpretare ciò che sembra un paradosso?

Se giudicare sia lecito all’uomo
San Tommaso d’Aquino affronta il tema del giudizio, in generale, nella seconda sezione della seconda parte della Summa Theologiae (quaestio n. 60). Il santo Dottore ricorda che il termine «giudice» deriva dal latino «ius dicens», intendendo colui che «dichiara il diritto». E da «giudice» derivò «giudizio». Però il giudizio – precisa San Tommaso – non si restringe all’ambito forense, ma investe ogni categoria morale, così che esso diviene la «determinazione retta di qualsiasi cosa, sia nell’ordine speculativo che nell’ordine pratico». Giudice è quindi il magistrato, ma anche ogni persona che giudica qualcosa o qualcuno. Molto importante, inoltre, è la disposizione di chi giudica, poiché il giudizio è giusto nella misura in cui una persona ha la virtù della carità e i doni soprannaturali della sapienza e della prudenza.
Il problema non è dunque il giudizio in sé stesso, ma se esso sia «un atto di giustizia» o non piuttosto un’ingiustizia. Per questo motivo, affinché il giudizio sia vera giustizia, si richiedono all’uomo tre cose: che il giudizio «derivi dall’abito della giustizia, che derivi dall’autorità di uno che comanda e che sia emanato secondo la retta norma della prudenza». San Tommaso, pertanto, ammette che sia lecito giudicare, ma lega la validità del giudizio a queste tre condizioni, che solo di rado sono rispettate. Quando, infatti, un peccatore giudica un altro peccatore, non lo fa come qualcuno che ha un’autorità sul peccato. Egli non è un giusto tra i peccatori, ma è un peccatore tra molti. In tal modo annulla la seconda condizione e il suo non è più un atto di giustizia, bensì è un «giudizio usurpato». Usurpato a Dio.
Quando invece abbiamo autorità in un certo ambito e siamo animati dalle virtù e dai doni dello Spirito Santo, non solo è lecito, ma è doveroso giudicare. È il caso dei genitori nei confronti dei figli, dell’esperto nei confronti dell’inesperto, del religioso nei confronti del laico, del principe nei confronti del popolo, del soggetto nei confronti della realtà oggettiva conosciuta, della creatura spirituale nei confronti delle creature temporali. Così l’uomo (e in particolare il cristiano) è chiamato a scrutare i segni dei tempi, ad ammonire i peccatori circa il peccato e a valutare ogni situazione della vita propria e altrui.

I cinque significati del giudizio
Sono dunque rintracciabili, in San Tommaso, cinque significati del giudizio. Primariamente c’è il giudizio che proviene dall’odio, ad esempio del peccatore che si reputa giusto, «come quando uno giudica di cose dubbie od occulte basandosi su delle semplici supposizioni». In questo caso il giudizio è «sospettoso» o «temerario», poiché l’uomo non può leggere nel cuore di un’altra persona, né darsi una ragione completa dei moventi dietro le azioni altrui. È importante non giudicare, a questo proposito, specialmente quando si tratta di un peccato pubblico, «poiché ne nascerebbe uno scandalo nella mente altrui». Il secondo senso del giudizio, simile al primo, è quello usurpativo, che l’uomo esercita su cose di cui non ha competenza: è di colui che si sostituisce a Dio o di chi giudica prima di avere un quadro completo delle circostanze. Perciò San Paolo afferma: «Non giudicate prima del tempo» (1 Cor 4, 5), ovvero prima di avere esaminato ogni aspetto della situazione.
C’è un terzo senso del giudizio, su cui l’uomo non si può e non si deve esprimere. Potremmo chiamarlo giudizio d’incompetenza ed è tipico di chi non ha l’autorità nei confronti del superiore. Sbaglia dunque il ragazzo che si ribella ai genitori, o l’imputato che disprezza il giudice, o l’ignorante che mette a tacere il sapiente, o il penitente che mortifica il confessore, o il popolo che rovescia un potere costituito. Ma il giudizio è invece legittimo in ordine a due significati ulteriori, già accennati in precedenza: nel caso il giudicante abbia l’autorità necessaria – ma anche legale e consentita – sugli uomini (quarto senso) e l’abbia sulla realtà oggettiva (quinto senso).
Giudizio della coscienza e giudizio magisteriale
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che, sebbene il Padre abbia «rimesso ogni giudizio al Figlio», questi «non è venuto per giudicare, ma per salvare» il mondo (n. 679). Così vi sarà un giudizio, per i vivi e per i morti, dove però sarà compiuta anche la misericordia verso il peccatore penitente. Quanto all’uomo, ogni sua azione morale deriva da un proprio «giudizio di coscienza», che può essere buono o cattivo. Questo è un giudizio legittimo, che precede ogni atto umano consapevole e che dipende dall’oggetto dell’azione, dall’intenzione soggettiva e dalle circostanze esterne (nn. 1749, 1750). È dunque chiaro che l’uomo esercita il giudizio senza interruzione, per tutto il corso della propria vita, relativamente alle azioni da compiere e alle scelte da effettuare. Vi è addirittura una salutare «sentenza del giudizio di coscienza» (n. 1781), mediante la quale possiamo individuare il nostro peccato, pentirci e salvarci. Certamente il giudizio umano può essere «retto», se in accordo alla ragione e alla legge divina, o «erroneo», se ostinato nella colpa. In ogni caso è un giudizio effettivo, personale.
Anche la Chiesa, sulla base del Magistero, contempla l’esercizio del giudizio: «È compito della Chiesa annunziare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigano i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime» (Codice di Diritto canonico, can. 747).
http://www.korazym.org/16386/per-giudicare-approfondimenti-tema-giudizio-fede-cattolica/

giovedì 16 gennaio 2014

Messa "di sempre" e Francescani dell’Immacolata come Caino e Abele?

F.I. : come Abramo e Lot, non come Caino e Abele


di Fabrizio Cannone


In medio stat virtus. La Chiesa Cattolica che all’epoca di Giovanni Paolo II ha permesso la Santa Messa con le chierichette, la comunione in mano, le chitarre e i tamburelli, la tavola, ecc., con Benedetto XVI permette anche la messa con diacono e suddiacono, la comunione in ginocchio, l’organo, il canto gregoriano, l’altare coram Deo, il latino…
«Le due forme dell’uso del rito romano possono e devono arricchirsi a vicenda» [1].
 Così si esprimeva il card. Kurt Koch sulle pagine de L’Osservatore Romano, a commento del Motu proprio Summorum Pontificum.
 È necessario che le due forme, ordinaria e extraordinaria, convivano pacificamente, affinché la riforma liturgica non diventi una rivoluzione liturgica; affinché il ramo nuovo non si stacchi dalla radice da cui trae linfa vitale; affinché nella continuità dei riti, risplenda la continuità dell’unica fede; affinché sia affermata l’ermeneutica della continuità e non prevalga la logica della rottura e della discontinuità (Benedetto XVI, 22 dicembre 2005)
Se nella Chiesa non ci fosse più posto per i cultori della Tradizione, i fedeli sarebbero travolti dai cultori delle novità il cui “prurito”, stigmatizzato da san Paolo (2 Tim 4, 3), porta a “seguire le favole” (ivi) e a smarrire l’immutabile Verità della Fede vivificante.
«Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto» (Benedetto XVI, Lettera di presentazione del Motu proprio SP, 7 luglio 2007).
Detto questo, veniamo a noi. La Chiesa missionaria di papa Francesco (Evangelii Gaudium, cap. 1), nella sua tensione verso i poveri e verso una radicale conversione che coinvolga tutto e tutti, compreso il papato (cfr Evangelii Gaudium, § 32) è allo stesso tempo la Chiesa che manifesta al mondo la gloria di Dio attraverso lo splendore della liturgia (cfr EG § 24).
A chi sperava di arruolare papa Francesco tra i nemici del Motu proprio Summorum Pontificum è arrivata una doccia fredda. I Vescovi della Puglia, nella loro visita ad limina, la primavera scorsa, si lamentavano per le divisioni create dalla liberalizzazione dell’uso antiquior del rito latino. Il Papa rispose esortandoli «a vigilare sugli estremismi di certi gruppi tradizionalisti, ma anche a fare tesoro della tradizione e a farla convivere nella Chiesa con l’innovazione»[2], e avrebbe aggiunto: “Vedete? Dicono che il mio maestro delle cerimonie papali [Guido Marini] sia di stampo tradizionalista; ed in molti, dopo la mia elezione, mi hanno invitato a sollevarlo dall’incarico e sostituirlo. Ho risposto di no, proprio perché io stesso possa fare tesoro della sua preparazione tradizionale e contemporaneamente egli possa avvantaggiarsi, allo stesso modo, della mia formazione più emancipata” (ivi).
Il Papa dei poveri e della semplicità evangelica non può essere il Papa della sciatteria e della banalità liturgica. Come san Francesco d’Assisi, povertà e austerità per sé e per i frati, ma non per Dio, al quale vanno offerte le cose più belle e più preziose (cfr San Francesco, Lettera a tutti i chierici).
Una delle finalità della piccola “riforma della riforma” liturgica iniziata da Benedetto XVI era quella di “favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa” (Universae Ecclesiae, 8 c). Il suo cuore era verso il mondo tradizionalista che, soprattutto in occidente, cresce sempre più, e spesso sfocia in atteggiamenti scismatici.
Ora si dice: la liberalizzazione del Vetus Ordo era per favorire la riconciliazione, e invece a causa del Vetus Ordo i Francescani dell’Immacolata stanno per dividersi. È la dimostrazione del disastroso fallimento del motu proprio Summorum Pontificum.
Rispondiamo: no, è il provvidenziale fallimento di un semplicistico e sostanzialmente errato concetto di unità. Altra è l’unità della Chiesa, altro è il modo in cui avviene l’unità dei Cristiani all’interno della stessa Chiesa. Altra è la riconciliazione rispettosa delle diversità, e altra è la massificazione omologante. Non si può paragonare la deriva scismatica (in atto o in potenza) dei lefebvriani con l’ormai irreversibile processo di distinzione dei Francescani dell’Immacolata, destinato a generare due rami dalla stessa radice originaria.
La divisione scismatica è un danno per la Chiesa, perché è la perdita di un tralcio che si stacca dalla vite ed è così destinato a seccare. La divisione riformatrice, invece, è un guadagno per la Chiesa, perché è la generazione di un nuovo pollone, destinato a crescere e a portare frutto, come tutte le riforme degli ordini religiosi. In tal senso, al motu proprio Summorum Pontificum va il merito, non la colpa, di avere catalizzato questo processo di riforma nei francescani dell’Immacolata nel senso di un approfondimento del loro carisma, sia pure in due direzioni diverse. E crediamo che non siano gli unici.
Il loro caso è comunque singolare: sulla base di un carisma comune, un gruppo con a capo i Fondatori accoglie la liberalizzazione del Vetus Ordo come un lievito che fa fermentare la massa verso la tradizione liturgica; un altro gruppo l’accoglie come un corpo estraneo, tutt’al più come un bel soprammobile da guardare ogni tanto, ma di cui, per loro, non c’era alcun bisogno. Così che nulla nei Francescani dell’Immacolata è come prima: un gruppo vede nel carisma originario tutte le virtualità della tradizione liturgica, che il motu proprio ha permesso di esplicitare. Un secondo gruppo nega che ci siano queste virtualità e afferma, invece, una vera contrarietà. Danno anche loro, perciò, una nuova interpretazione del carisma originario.
Non si fermano al dato di fatto: “fino al 2007 i Francescani dell’Immacolata non celebravano secondo il Vetus Ordo”; ma aggiungono una valutazione di principio: “perché il Vetus Ordo è incompatibile con il carisma dei Francescani dell’Immacolata”, che è dire molto di più. Ora, questa incompatibilità, pur essendo oggettivamente indimostrabile, si configura come una nuova possibile interpretazione del carisma fondazionale. Ora, se ha diritto di esistere la novità contraria al Vetus Ordo, ancor più avrà diritto d’esistere la novità favorevole, perché ha dalla sua parte e i Fondatori, e uno dei documenti più importanti e autorevoli del pontificato di Benedetto XVI.
A onor del vero, se un effetto scismatico c’è stato, questo è storicamente seguito alla riforma liturgica di Paolo VI, la quale è direttamente chiamata in causa – soprattutto nel modo in cui è stata attuata – dalla drammatica e feroce contestazione da parte della “galassia lefebvriana”, in costante espansione, che a tutt’oggi conta circa 600 sacerdoti, 215 seminaristi, numerosi conventi e monasteri, e 2 milioni di fedeli in tutto il mondo. La riforma della riforma di Benedetto XVI sicuramente non provocherà un altro “scossone scismatico”, anzi, ridurrà le dimensioni di quello in atto, ma forse provocherà la “meiosi” dei Francescani dell’Immacolata, e questo non è un male, soprattutto se si guarda alla loro potenziale fecondità futura.
Papa Francesco ha ricordato recentemente ai superiori maggiori degli ordini religiosi, che “Il carisma non è una bottiglia di acqua distillata” (Incontro con i superiori maggiori del 29 novembre 2013, SIR 3 gennaio 2014), ossia non è una realtà stagnante ma dinamica, non è morta ma viva. E la dinamicità e la vivacità degli ordini religiosi si dimostra anche nella loro capacità di rigenerarsi attraverso la riattualizzazione del loro carisma. Cosa che per i Francescani dell’Immacolata avvenne grazie all’impulso del motu proprio Summorum Pontificum.
È vero che la riforma di una famiglia religiosa non richiede necessariamente la divisione dei suoi membri; è vero che tutto poteva realizzarsi all’interno. È vero, e sarebbe stato bello che così fosse avvenuto. Ma le cose, per circostanze imponderabili, sono andate in altro modo. “La realtà è superiore all’idea” (EG 233) dice il Santo Padre. E ora non c’è che da prendere atto di una realtà, forse più brutta dell’ideale unità, ma innegabile: ci sono due modi diversi d’intendere il carisma originario, per la qual cosa, la divisione dei Frati Francescani dell’Immacolata, in un modo o in un altro, è inevitabile. Bisogna cercare il modo migliore, soprattutto per salvare tante vocazioni e la fede di tanti fedeli laici, che seguono con apprensione questa complicata vicenda.
Chi potrà aiutare i Francescani dell’Immacolata in questo travaglio rigeneratore?
Chi li aiuterà a dividere la preziosa eredità kolbiana, affinché ciascuno dei due gruppi prenda la sua strada, da buoni fratelli, come Abramo e Lot, come Paolo e Barnaba, e non come Caino e Abele? Chi, per motivi ideologici, sta armando una parte per sopprimere l’altra, la finisca, per favore! (Dietro ogni “primavera araba” c’è un “signore della guerra”). 
Prevalga il buon senso, il bene della Chiesa, prevalga il “sano realismo cristiano”, al quale si riferisce Papa Francesco. Al nostro amato Papa questo osiamo chiedere la nomina un cardinale di santa Romana Chiesa, che sia super partes, affinché accompagni i due gruppi, già esistenti di fatto, di Francescani dell’Immacolata in questo ormai irreversibile processo di divisione rigeneratrice.

[1] Koch card. Kurt, “Una speranza per tutta la Chiesa”, in L’Osservatore Romano, 15 maggio 2011, p. 7.
[2]Magister Sandro, Tra confidenze e esorcismi, Un Francesco tutto da decifrare, 25 maggio 2013, in L’Espresso, Settimo Cielo)

giovedì 31 gennaio 2013

persecuzioni

SOLDATI DI CRISTO 

 
«Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa? Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta: uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio. […]
 

Sarebbe questo sul Demonio e sull’influsso, ch’egli può esercitare sulle singole persone, come su comunità, su intere società, o su avvenimenti, un capitolo molto importante della dottrina cattolica da ristudiare, mentre oggi poco lo è. Si pensa da alcuni di trovare negli studi psicanalitici e psichiatrici o in esperienze spiritiche, oggi purtroppo tanto diffuse in alcuni Paesi, un sufficiente compenso. Si teme di ricadere in vecchie teorie manichee, o in paurose divagazioni fantastiche e superstiziose.
Oggi si preferisce mostrarsi forti e spregiudicati, atteggiarsi a positivisti, salvo poi prestar fede a tante gratuite ubbie magiche o popolari, o peggio aprire la propria anima – la propria anima battezzata, visitata tante volte dalla presenza eucaristica e abitata dallo Spirito Santo! – alle esperienze licenziose dei sensi, a quelle deleterie degli stupefacenti, come pure alle seduzioni ideologiche degli errori di moda, fessure queste attraverso le quali il Maligno può facilmente penetrare ed alterare l’umana mentalità.
Non è detto che ogni peccato sia direttamente dovuto ad azione diabolica; ma è pur vero che chi non vigila con certo rigore morale sopra se stesso si espone all’influsso del mysterium iniquitatis, a cui San Paolo si riferisce, e che rende problematica l’alternativa della nostra salvezza […].
 

Potremmo dire: tutto ciò che ci difende dal peccato ci ripara per ciò stesso dall’invisibile nemico. La grazia è la difesa decisiva. L’innocenza assume un aspetto di fortezza. E poi ciascuno ricorda quanto la pedagogia apostolica abbia simboleggiato nell’armatura d’un soldato le virtù che possono rendere invulnerabile il cristiano. Il cristiano dev’essere militante; dev’essere vigilante e forte; e deve talvolta ricorrere a qualche esercizio ascetico speciale per allontanare certe incursioni diaboliche; Gesù lo insegna indicando il rimedio “nella preghiera e nel digiuno”. E l’Apostolo suggerisce la linea maestra da tenere: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci nel bene il male”»

Paolo VI - Udienza Generale di Mercoledì 15 novembre 1972