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lunedì 22 settembre 2014

la Messa Roveto ardente

d. ROBERTO SPATARO: LA MESSA "di sempre" DIFENDE IL SENSO DEL SACRO


Don Roberto Spataro S.D.B., segretario della Pontificia Academia Latinitas, e docente all’Università Pontificia Salesiana, ha celebrato il 27 luglio scorso a Bacoli (Napoli), nella Parrocchia di S. Anna Gesù e Maria, una Messa in rito romano antico su invito della sezione di Napoli di Una Voce, alla presenza di oltre 100 fedeli. Latinista, docente di letteratura cristiana, Don Spataro è un difensore della liturgia tradizionale ed ha tenuto conferenze sul rito tridentino. LETTERA NAPOLETANA gli ha rivolto alcune domande.

D. Ritiene che la Messa in rito romano antico sia una risposta, per i fedeli che vi partecipano, alla perdita del senso del sacro nella nostra società?
R. Sono d’accordo. Nel mondo occidentale, com’è sotto gli occhi di tutti, il processo di secolarizzazione è drammaticamente sempre più aggressivo ed invadente. Pertanto, è necessario offrire spazi ove il “sacro”, cioè la presenza oggettiva di Dio, sia comunicato e appreso, accolto e assimilato. La Messa “tridentina” privilegia un linguaggio, fatto di parole in una lingua riservata a Dio, e di eloquenti simboli, che coinvolgono tutti i sensi esterni ed interni dell’uomo, capace di trasmettere immediatamente ed efficacemente la bellezza e la potenza del “sacro”.
D. Come spiega il fatto che soprattutto nei Paesi anglosassoni, ma anche in Brasile, siano soprattutto i giovani ad essere attirati dal rito tradizionale?
R. Nei paesi anglosassoni c’è un fenomeno significativo: non sono pochi i giovani che da varie denominazioni protestanti aderiscono al Cattolicesimo e che amano la Messa “tridentina” in quanto in essa trovano ciò che, mossi dalla Grazia di Dio, cercavano: la natura sacrificale della Messa, il ruolo insostituibile del sacerdozio ordinato, la fede nella presenza reale e nella transustanziazione. Inoltre, percepiscono nella Messa tridentina una vera e propria summa della fede cattolica cui hanno dato la loro adesione con entusiasmo e, a volte, subendo ostacoli ed incomprensioni.
D. Per quanto riguarda il clero, si trovano molto più facilmente sacerdoti di 30-40 anni disposti a celebrare il rito tridentino che sacerdoti di 50-60. Come mai?
R. I sacerdoti che oggi hanno tra i 50 e i 70 anni sono stati formati negli anni del postconcilio quando vigeva un certo sospetto, se non una vera e propria ostilità, verso la Tradizione, e si ricercava, nella teologia e nella pastorale, un “novum” concepito ingenuamente come “bonum”. Sono pertanto psicologicamente bloccati verso ciò che ritengono un “ritorno al passato”. Nelle generazioni più giovani, soprattutto in quei seminaristi e giovani che hanno seguito con gioia l’insegnamento del Papa Benedetto XVI, questa precomprensione non c’è, poiché non hanno vissuto né gli anni del Concilio né i primi decenni ad esso successivi. Per alcuni di essi, la Tradizione è una risorsa, un “ritorno al futuro”, se mi è lecito l’ossimoro.

D. In una sua recente conferenza lei ha parlato di “minoranze creative” in riferimento ai gruppi di fedeli che si organizzano per chiedere ai parroci di celebrare con il Vetus Ordo ed ha ricordato che le riforme, anche liturgiche, sono partite a volte da piccole comunità monastiche.
R. Il concetto di “minoranza creativa” è stato valorizzato dall’allora cardinale Ratzinger per descrivere gruppi di persone che, con le loro motivazioni robuste, la loro testimonianza di vita, a volte con la loro organizzazione, e soprattutto con la loro adesione ad un pensiero “forte”, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, i “principi non negoziabili”, possono rigenerare dall’interno la società corrosa dalla “dittatura del relativismo”, un po’come le antiche comunità monastiche hanno salvato e rinnovato creativamente la civiltà romana al suo tramonto. In fondo, quello di “minoranza creativa” è un concetto vicino alla categoria biblica del “piccolo resto”, quei pochi che, per la loro fedeltà a Dio, diventano strumento della sua azione redentrice. Anche nelle epoche più oscure della storia, Dio, nella sua Provvidenza, suscita sempre la presenza di persone pie e buone, umili e coraggiose.
D. Dopo il Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI pensa che il clima sia cambiato e che, almeno in Italia, la diffusione del rito romano antico avvenga con maggiore difficoltà?
R. Non sono in grado di stabilire una “classifica” nazionale delle resistenze al Motu Proprio. Certamente, membri del clero ed anche noti prelati in Italia non hanno nascosto la loro opposizione al Summorum Pontificum. Mi sia consentito affermare che, non poche volte, coloro che esprimono il loro dissenso riguardo alla Messa tridentina ne hanno una conoscenza approssimativa e contestano un documento pontificio senza averlo mai letto interamente!
D. Per i tanti cattolici disorientati dall’aggressione della cultura laicista e dalla desacralizzazione pensa che il ritorno della Messa Tridentina sia una speranza?
R. Sicuramente! Attorno a questa nobile forma liturgica, realmente culmen et fons, fedeli laici e sacerdoti organizzano la propria vita spirituale. Vi attingono i tesori della Grazia divina e vi trovano, come posso constatare soprattutto tra i fedeli laici, un alimento robusto per corroborare la propria fede e dare una coraggiosa testimonianza, in un contesto che tende a marginalizzare il Cristianesimo e la sua incidenza sociale, con i risultati che hanno reso il mondo, proprio perché indifferente o ostile a Dio, meno umano e misericordioso, come ci ricorda il Papa Francesco.
Fonte: Lettera Napoletanea
http://www.summorumpontificum.org/2014/09/don-roberto-spataro-la-messa-tridentina-difende-il-senso-del-sacro/

giovedì 16 gennaio 2014

Messa "di sempre" e Francescani dell’Immacolata come Caino e Abele?

F.I. : come Abramo e Lot, non come Caino e Abele


di Fabrizio Cannone


In medio stat virtus. La Chiesa Cattolica che all’epoca di Giovanni Paolo II ha permesso la Santa Messa con le chierichette, la comunione in mano, le chitarre e i tamburelli, la tavola, ecc., con Benedetto XVI permette anche la messa con diacono e suddiacono, la comunione in ginocchio, l’organo, il canto gregoriano, l’altare coram Deo, il latino…
«Le due forme dell’uso del rito romano possono e devono arricchirsi a vicenda» [1].
 Così si esprimeva il card. Kurt Koch sulle pagine de L’Osservatore Romano, a commento del Motu proprio Summorum Pontificum.
 È necessario che le due forme, ordinaria e extraordinaria, convivano pacificamente, affinché la riforma liturgica non diventi una rivoluzione liturgica; affinché il ramo nuovo non si stacchi dalla radice da cui trae linfa vitale; affinché nella continuità dei riti, risplenda la continuità dell’unica fede; affinché sia affermata l’ermeneutica della continuità e non prevalga la logica della rottura e della discontinuità (Benedetto XVI, 22 dicembre 2005)
Se nella Chiesa non ci fosse più posto per i cultori della Tradizione, i fedeli sarebbero travolti dai cultori delle novità il cui “prurito”, stigmatizzato da san Paolo (2 Tim 4, 3), porta a “seguire le favole” (ivi) e a smarrire l’immutabile Verità della Fede vivificante.
«Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto» (Benedetto XVI, Lettera di presentazione del Motu proprio SP, 7 luglio 2007).
Detto questo, veniamo a noi. La Chiesa missionaria di papa Francesco (Evangelii Gaudium, cap. 1), nella sua tensione verso i poveri e verso una radicale conversione che coinvolga tutto e tutti, compreso il papato (cfr Evangelii Gaudium, § 32) è allo stesso tempo la Chiesa che manifesta al mondo la gloria di Dio attraverso lo splendore della liturgia (cfr EG § 24).
A chi sperava di arruolare papa Francesco tra i nemici del Motu proprio Summorum Pontificum è arrivata una doccia fredda. I Vescovi della Puglia, nella loro visita ad limina, la primavera scorsa, si lamentavano per le divisioni create dalla liberalizzazione dell’uso antiquior del rito latino. Il Papa rispose esortandoli «a vigilare sugli estremismi di certi gruppi tradizionalisti, ma anche a fare tesoro della tradizione e a farla convivere nella Chiesa con l’innovazione»[2], e avrebbe aggiunto: “Vedete? Dicono che il mio maestro delle cerimonie papali [Guido Marini] sia di stampo tradizionalista; ed in molti, dopo la mia elezione, mi hanno invitato a sollevarlo dall’incarico e sostituirlo. Ho risposto di no, proprio perché io stesso possa fare tesoro della sua preparazione tradizionale e contemporaneamente egli possa avvantaggiarsi, allo stesso modo, della mia formazione più emancipata” (ivi).
Il Papa dei poveri e della semplicità evangelica non può essere il Papa della sciatteria e della banalità liturgica. Come san Francesco d’Assisi, povertà e austerità per sé e per i frati, ma non per Dio, al quale vanno offerte le cose più belle e più preziose (cfr San Francesco, Lettera a tutti i chierici).
Una delle finalità della piccola “riforma della riforma” liturgica iniziata da Benedetto XVI era quella di “favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa” (Universae Ecclesiae, 8 c). Il suo cuore era verso il mondo tradizionalista che, soprattutto in occidente, cresce sempre più, e spesso sfocia in atteggiamenti scismatici.
Ora si dice: la liberalizzazione del Vetus Ordo era per favorire la riconciliazione, e invece a causa del Vetus Ordo i Francescani dell’Immacolata stanno per dividersi. È la dimostrazione del disastroso fallimento del motu proprio Summorum Pontificum.
Rispondiamo: no, è il provvidenziale fallimento di un semplicistico e sostanzialmente errato concetto di unità. Altra è l’unità della Chiesa, altro è il modo in cui avviene l’unità dei Cristiani all’interno della stessa Chiesa. Altra è la riconciliazione rispettosa delle diversità, e altra è la massificazione omologante. Non si può paragonare la deriva scismatica (in atto o in potenza) dei lefebvriani con l’ormai irreversibile processo di distinzione dei Francescani dell’Immacolata, destinato a generare due rami dalla stessa radice originaria.
La divisione scismatica è un danno per la Chiesa, perché è la perdita di un tralcio che si stacca dalla vite ed è così destinato a seccare. La divisione riformatrice, invece, è un guadagno per la Chiesa, perché è la generazione di un nuovo pollone, destinato a crescere e a portare frutto, come tutte le riforme degli ordini religiosi. In tal senso, al motu proprio Summorum Pontificum va il merito, non la colpa, di avere catalizzato questo processo di riforma nei francescani dell’Immacolata nel senso di un approfondimento del loro carisma, sia pure in due direzioni diverse. E crediamo che non siano gli unici.
Il loro caso è comunque singolare: sulla base di un carisma comune, un gruppo con a capo i Fondatori accoglie la liberalizzazione del Vetus Ordo come un lievito che fa fermentare la massa verso la tradizione liturgica; un altro gruppo l’accoglie come un corpo estraneo, tutt’al più come un bel soprammobile da guardare ogni tanto, ma di cui, per loro, non c’era alcun bisogno. Così che nulla nei Francescani dell’Immacolata è come prima: un gruppo vede nel carisma originario tutte le virtualità della tradizione liturgica, che il motu proprio ha permesso di esplicitare. Un secondo gruppo nega che ci siano queste virtualità e afferma, invece, una vera contrarietà. Danno anche loro, perciò, una nuova interpretazione del carisma originario.
Non si fermano al dato di fatto: “fino al 2007 i Francescani dell’Immacolata non celebravano secondo il Vetus Ordo”; ma aggiungono una valutazione di principio: “perché il Vetus Ordo è incompatibile con il carisma dei Francescani dell’Immacolata”, che è dire molto di più. Ora, questa incompatibilità, pur essendo oggettivamente indimostrabile, si configura come una nuova possibile interpretazione del carisma fondazionale. Ora, se ha diritto di esistere la novità contraria al Vetus Ordo, ancor più avrà diritto d’esistere la novità favorevole, perché ha dalla sua parte e i Fondatori, e uno dei documenti più importanti e autorevoli del pontificato di Benedetto XVI.
A onor del vero, se un effetto scismatico c’è stato, questo è storicamente seguito alla riforma liturgica di Paolo VI, la quale è direttamente chiamata in causa – soprattutto nel modo in cui è stata attuata – dalla drammatica e feroce contestazione da parte della “galassia lefebvriana”, in costante espansione, che a tutt’oggi conta circa 600 sacerdoti, 215 seminaristi, numerosi conventi e monasteri, e 2 milioni di fedeli in tutto il mondo. La riforma della riforma di Benedetto XVI sicuramente non provocherà un altro “scossone scismatico”, anzi, ridurrà le dimensioni di quello in atto, ma forse provocherà la “meiosi” dei Francescani dell’Immacolata, e questo non è un male, soprattutto se si guarda alla loro potenziale fecondità futura.
Papa Francesco ha ricordato recentemente ai superiori maggiori degli ordini religiosi, che “Il carisma non è una bottiglia di acqua distillata” (Incontro con i superiori maggiori del 29 novembre 2013, SIR 3 gennaio 2014), ossia non è una realtà stagnante ma dinamica, non è morta ma viva. E la dinamicità e la vivacità degli ordini religiosi si dimostra anche nella loro capacità di rigenerarsi attraverso la riattualizzazione del loro carisma. Cosa che per i Francescani dell’Immacolata avvenne grazie all’impulso del motu proprio Summorum Pontificum.
È vero che la riforma di una famiglia religiosa non richiede necessariamente la divisione dei suoi membri; è vero che tutto poteva realizzarsi all’interno. È vero, e sarebbe stato bello che così fosse avvenuto. Ma le cose, per circostanze imponderabili, sono andate in altro modo. “La realtà è superiore all’idea” (EG 233) dice il Santo Padre. E ora non c’è che da prendere atto di una realtà, forse più brutta dell’ideale unità, ma innegabile: ci sono due modi diversi d’intendere il carisma originario, per la qual cosa, la divisione dei Frati Francescani dell’Immacolata, in un modo o in un altro, è inevitabile. Bisogna cercare il modo migliore, soprattutto per salvare tante vocazioni e la fede di tanti fedeli laici, che seguono con apprensione questa complicata vicenda.
Chi potrà aiutare i Francescani dell’Immacolata in questo travaglio rigeneratore?
Chi li aiuterà a dividere la preziosa eredità kolbiana, affinché ciascuno dei due gruppi prenda la sua strada, da buoni fratelli, come Abramo e Lot, come Paolo e Barnaba, e non come Caino e Abele? Chi, per motivi ideologici, sta armando una parte per sopprimere l’altra, la finisca, per favore! (Dietro ogni “primavera araba” c’è un “signore della guerra”). 
Prevalga il buon senso, il bene della Chiesa, prevalga il “sano realismo cristiano”, al quale si riferisce Papa Francesco. Al nostro amato Papa questo osiamo chiedere la nomina un cardinale di santa Romana Chiesa, che sia super partes, affinché accompagni i due gruppi, già esistenti di fatto, di Francescani dell’Immacolata in questo ormai irreversibile processo di divisione rigeneratrice.

[1] Koch card. Kurt, “Una speranza per tutta la Chiesa”, in L’Osservatore Romano, 15 maggio 2011, p. 7.
[2]Magister Sandro, Tra confidenze e esorcismi, Un Francesco tutto da decifrare, 25 maggio 2013, in L’Espresso, Settimo Cielo)

venerdì 27 dicembre 2013

DELENDA CARTAGO

“Sono venuto per sfasciare tutto…”


di Antonio Villa
P. Fidenzio Volpi si lamenta per “la calunnia” che gli attribuisce “la distruzione del carisma” dei Francescani dell’Immacolata. Eppure, al di là delle intenzioni che si presuppongono buone, la distruzione del carisma è in atto, proprio attraverso il governo autocratico di p. Volpi. D’altra parte, lui stesso aveva ammesso: “sono venuto per sfasciare tutto e per ricostruire”. Certo, vogliamo pensare che intendesse sfasciare la struttura portante dell’istituto (governo, formazione, gestione economica, programmazione delle missioni, ecc.), non il carisma il quale, al contrario, avrebbe dovuto esser liberato dalla suddetta struttura che, a suo parere, non era più portante, ma soffocante. ..
Ebbene, proprio quest’ultimo giudizio, che ha portato alla decisione di commissariare l’istituto, non corrisponde alla realtà e lo dimostra, tra l’altro, il numero sempre crescente di giovani vocazioni italiane e europee che riempivano le case di formazione FI, oggetto d’invidia e incredulità da parte di molti teorici del rinnovamento della vita religiosa, frustrati dalla desertificazione dei loro noviziati. A tal proposito, dovremmo tutti ben ponderare e praticare le parole di Papa Francesco:
«All’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre! Nel quartiere, nel posto di lavoro, quante guerre per invidie e gelosie, anche tra cristiani! … Attenzione alla tentazione dell’invidia! Siamo sulla stessa barca e andiamo verso lo stesso porto! Chiediamo la grazia di rallegrarci dei frutti degli altri, che sono di tutti» (Evangelii gaudium, nn. 98. 99).
Ci si è basati sulla testimonianza scritta di una minoranza di religiosi, influenzati da una campagna ossessiva di calunnie e maldicenze («Quelli che in una comunità fanno chiacchiere sui fratelli, sui membri della comunità, vogliono uccidere» secondo Papa Francesco, omelia del 2 settembre 2013), e non si è dato all’ex consiglio generale l’opportunità di difendersi dalle accuse. La difesa non c’è stata, perché sarebbe emerso chiaramente che l’oggetto del contendere non erano, come si è fatto credere pretestuosamente, presunti abusi o irregolarità, o peggio, scandali che non esistono, ma la stessa visione della vita religiosa: più tradizionale quella dei Fondatori, più progressista quella dei contestatori. E’ l’eterno conflitto che accompagna la bi millenaria storia della Chiesa e che al suo interno ha visto dei Santi schierati ora da una parte, ora dall’altra: si pensi a Sant’Ippolito di Roma, contrapposto a san Callisto Papa; si pensi alle controversie occorse tra san Cipriano e papa santo Stefano I; tra il b. Antonio Rosmini e il b. papa Pio IX; tra il b. Giovanni XXIII e s. Pio da Pietrelcina… Si pensi alla storia travagliata delle riforme religiose…
Solo la Santità di Cristo e di Maria riescono a superare queste opposizioni e, collocandosi su un livello superiore, mantengono integra l’unità della Chiesa. Ma nemmeno la santità di Cristo, di Maria e della Chiesa riescono a mantenere l’unità delle famiglie religiose, le quali, al contrario della Chiesa, si rinnovano attraverso “riforme” che producono inevitabilmente divisioni rigeneratrici. Historia docet. Cosa sarebbe la spiritualità benedettina senza le riforme cistercensi, trappiste…? Cosa sarebbe la spiritualità carmelitana senza la riforma di santa Teresa di san Giovanni della Croce; cosa sarebbe la spiritualità francescana senza le riforme dell’Osservanza e dei Cappuccini, ai quali appartiene pure p. Fidenzio Volpi?
Non ci scandalizziamo, dunque, se ancor oggi succedono queste cose. Da un certo punto di vista, è segno di vitalità, è segno che nei Francescani dell’Immacolata c’è gente che crede fermamente in un ideale, ed è disposta a sacrificarsi per esso. Tutti si riconoscono nell’ideale fondazionale di p. Stefano M. Manelli, e anche molti di quelli che ora lo combattono in certo senso lo venerano, perché riconoscono che devono a lui tutto, o quasi tutto, quello che di buono hanno appreso circa la via francescano-mariana alla santità. Solo che questi ultimi, a differenza della maggioranza che è rimasta unita ai Fondatori, ritengono che, soprattutto dal 2008 in poi, p. Stefano M. Manelli abbia adulterato sostanzialmente il carisma, sbilanciandosi eccessivamente verso il tradizionalismo. Il casus belli è stata la lettera circolare del 21 novembre 2011 in cui il Consiglio generale esortava, senza imporre, ad adottare, con prudenza e discrezione, il Vetus Ordo quale preghiera liturgica preferenziale comunitaria.
Per p. Stefano Manelli questa promozione del Vetus ordo, senza imposizione, significava corrispondere ai desiderata del Santo Padre Benedetto XVI, chiaramente espressi nella sua abbondante letteratura liturgica e perlomeno impliciti nel suo recente magistero; per i contestatori, al contrario, era tradire il carisma originario FI e la natura stessa di quei documenti (Motu proprio Summorum Pontificum; Istruzione Universae Ecclesiae) che, a detta loro, erano riservati ai lefebvriani e a una piccola frangia di gruppi tradizionalisti cattolici fanatici.
Questo è il nodo gordiano della vexata quaestio, ma proprio questo nodo non è ancora stato sciolto.
I due gruppi di frati hanno dialogato (gennaio 2012) per tentare una conciliazione interna ma, visto che l’interpretazione degli stessi testi era irriducibilmente diversa, i contestatori sono ricorsi alla Congregazione dei Religiosi. Questa, guidata dal card. focolarino Joao Braz de Aviz, al posto di mediare in vista di una soluzione concordata, ha mandato prima un visitatore e poi un commissario come p. Volpi, prendendo così la parte dei contestatori contro il Consiglio Generale; si lasciava, però, ancora sistematicamente a latere il problema n. 1, che è quello sopra citato dell’eterna tensione tra tradizione e progresso e della conseguente diversa interpretazione della nuova legislazione liturgica sul Vetus ordo la quale, dopo 40 anni di accelerazione verso il novus, ha mosso qualche passo in direzione della tradizione.
Si preferisce occultare questa questione, e rimanere sui pretesti – benché infondati – perché, se la si affrontasse con tutto il rigore ermeneutico che essa merita, si vedrebbe chiaramente che p. Stefano Manelli ha agito in piena conformità al diritto che gli veniva dalla recente legislazione in materia (Summorum Pontificum; Universae Ecclesiae). Questa – checché si dica – non è solo per i lefebvriani e per i cattolici nostalgici; al contrario, il suo fine è quello di “offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare” (UE, § 8).
In questo senso favorevole a p. Manelli e all’ex Consiglio Generale, si è espressa la Pontificia Commissione Ecclesia Dei su perizia presentata ad hoc da un autorevole perito dei testi legislativi pontifici. La lettera del Consiglio Generale del 21 novembre 2011 non era altro che questo: voler offrire a tutti i frati FI l’uso più antico della liturgia romana, considerata tesoro prezioso da conservare, secondo lo spirito e la lettera di SP e UE. La questione della prudenza, dell’opportunità, delle modalità, viene dopo, e sarà la storia a giudicarla. In ogni caso, anche se sotto questi aspetti si poteva fare meglio, i provvedimenti presi contro il governo di p. Stefano M. Manelli sembrano del tutto sproporzionati, se non si suppone da parte sua un vero e proprio abuso di autorità. Che però, non c’è stato. Così, al posto di aiutare l’istituto a risolvere il problema del Vetus ordo quoad modum, si è intervenuti con p. Volpi, il quale sta distruggendo quoad substantiam, e il Vetus ordo, e l’Istituto stesso.
Quanto poi alla presunta deformazione del carisma originario: come la riforma liturgica di Paolo VI non ha intaccato il carisma originario di nessun ordine religioso, che per secoli ha celebrato secondo il Vetus ordo, così la piccola “riforma della riforma” di Benedetto XVI non può intaccare il carisma dei Francescani dell’Immacolata che da meno di 40 anni celebrano secondo il Novus Ordo. Dice bene p. Lanzetta: la liturgia precede il carisma religioso e la cattolicità del carisma religioso è misurata dalla sua compatibilità con ogni autentica riforma della liturgia, da cui fiorisce, si sviluppa e trae nutrimento. Oggi, come dimostrano poca cattolicità i tradizionalisti che dicono: la morte, ma non la messa di Paolo VI; così sono poco cattolici i progressisti che dicono: la morte, ma non la messa del beato Giovanni XXIII.
L’ideologia tradizionalista è dannosa quanto l’ideologia progressista. Padre Stefano, da uomo saggio e illuminato, per la grazia di stato che gli è stata data in quanto Fondatore e Ministro Generale dei Francescani dell’Immacolata, ha imboccato esattamente la via media, in perfetto equilibrio tra i due opposti estremismi. E’ stato uno dei pochi, e per questa sua santa audacia è stato premiato dall’aumento esponenziale delle vocazioni. Ma non è stato premiato da p. Fidenzio, che “è venuto per sfasciare tutto”, dando credito “a priori” (perché il problema di fondo non è stato risolto) ai contestatori del Padre Fondatore, giustificando la sua azione devastatrice con dei semplici pretesti privi di fondamento in re.
Non si è tenuto conto che sin dalle origini i Fondatori di Casa Mariana si sono ispirati più da vicino alla Tradizione integrale (liturgica-dogmatica-morale-ascetica, che non è integralismo), e non si è tenuto conto che la legislazione liturgica di Benedetto XVI ha permesso ai Fondatori di sviluppare ed esplicitare le “rationes seminales liturgicae” contenute nel carisma fondazionale, ma “ibernate” durante i decenni del divieto del Vetus ordo. Non si è voluto riconoscere l’analogia esistente tra questo processo di crescita del carisma religioso FI e la Tradizione vivente della Chiesa, di cui oggi tanto si parla, e che comporta una crescita progressiva e “organica” nella comprensione della Verità (senza sostanziale mutazione).
Con il commissariamento, si è condannata, almeno implicitamente, non tanto la persona di p. Stefano M. Manelli, quanto la linea eccessivamente tradizionalista che egli, si dice, ha voluto imporre all’istituto. Ora, però, si vuole fare esattamente il contrario, alla giacobina maniera. Da qui la missione affidata a p. Fidenzio Volpi: “sfasciare tutto per poi ricostruire”, senza considerare che, quando si sfascia il corpo di una persona, fisica o morale che sia, quella persona semplicemente muore, e il suo spirito se ne va in altro luogo. Nessuna palingenesi mai ci sarà, se non alla fine del mondo. E così sarà dei Francescani dell’Immacolata, se continua la gestione sconsiderata di p. Volpi. L’istituto sfasciato e portato alla tomba sarà quello di p. Stefano M. Manelli, di p. Gabriele M. Pellettieri e della grande maggioranza dei frati che sono con loro; l’istituto “ricostruito” (se ancora ce ne sarà uno) sarà quello di p. Volpi e dei pochi che hanno applaudito al suo arrivo, ma non saranno più i Francescani dell’Immacolata delle origini, perché sradicati dal rapporto vitale con i loro Fondatori.
Lo sbaglio di p. Volpi è proprio questo, illudersi che dopo lo “sfascio totale” ci possa essere una miracolosa risurrezione dello spirito originario dei Fondatori, contro quello che i Fondatori viventi ritengono sia il vero bene dell’istituto, senza che ci sia stata una condanna da parte della Chiesa nei confronti di “questo vero bene” (ossia il “passo” verso la Tradizione con la promozione preferenziale del Vetus ordo).
Non era dello sfascio totale che i Francescani dell’Immacolata avevano bisogno. Se qualche sbilanciamento verso la Tradizione ci fosse stato, c’era tutto lo spazio possibile per un dialogo, per una mediazione, per una chiarificazione e per un eventuale aggiustamento. Come i frati avevano cominciato a fare nel gennaio 2012. Avevano bisogno di aiuto. Ma al posto di aiutarli a dialogare, per chiarire il problema che soggiace a questa triste contesa, si è intervenuti pragmaticamente a modo di “golpe”. Si trattava di agire con esprit de finesse e si voluto colpire con uno tsunami, c’era bisogno dell’antiinfiammatorio ed è stato amputato l’arto, c’era bisogno di un cesellatore ed è venuto un picconatore.
Dopo 5 mesi dal commissariamento, ancora non si conoscono le vere ragioni dello stesso commissariamento. Oramai il commissariamento si spiega con se stesso, per la legge dell’assuefazione al dato di fatto. All’inizio si diceva che ci sono delle enormità dal punto di vista morale, economico, formativo… Ma alla domanda: quali sono in concreto queste enormità? La risposta era: Adesso non lo possiamo dire, ma verranno fuori, verranno fuori. A distanza di 5 mesi non è venuto fuori nulla, se non l’ideologia distruttiva di p. Volpi nei confronti del Vetus ordo e del modo più tradizionale di concepire la vita religiosa: il Vetus ordo deve sparire e con esso i Francescani dell’Immacolata che si permettono di promuoverlo.
Da 4 mesi il Commissario proibisce a molti frati FI, senza motivazione e contro la volontà del Papa, di celebrare ilVetus ordo. In seguito: limita drasticamente la libertà personale del Padre Fondatore; disperde i suoi più stretti collaboratori; decreta la sospensione di tutte riunioni del Terz’ordine e delle associazioni; chiude il seminario; vieta la collaborazione con la casa editrice; sospende le ordinazioni… Siamo allo “sfascio”totale: p. Volpi sta realizzando la prima parte del suo piano. Ora vediamo se ci sarà il tempo e la forza per il passo successivo, la ricostruzione di un istituto che non sarà più quello dei Francescani dell’Immacolata, o si passerà direttamente all’eutanasia, perché si prenderà atto che l’istituto, ormai, è “irrecuperabile”.
Questa è il “sentire cum Ecclesia” di p. Volpi e di qualcuno che lo sostiene nei Sacri Palazzi, ma non è “il sentire” del Papa, il quale non è contro il Vetus ordo, come invece è p. Volpi e quelli che lo sostengono. È vero che il Papa ha approvato il commissariamento, e stanno circolando immagini che vorrebbero ostentare la sua perfetta sintonia con il Commissario. Ma è altrettanto vero che il Papa non conosce la realtà dei fatti, né prima, né durante il commissariamento, e siamo certi che se li conoscesse, e certamente verrà il giorno che li conoscerà, allora porrà fine a questo ingiusto stato di cose, che non finisce di scandalizzare i buoni fedeli del mondo intero.
La querelle scoppiata in seno ai Francescani dell’Immacolata, non dimentichiamolo, riflette la situazione della Chiesa. 4 anni fa Papa Benedetto XVI, scrivendo ai Vescovi di tutto il mondo, citava le forti parole di san Paolo:
“Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!” (Gal 5, 15)…
E commentava:
«purtroppo questo “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata» (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi circa la remissione della scomunica ai 4 vescovi consacrati da mons. Lefebvre, 10 marzo 2009). 
A distanza di 5 mesi dal commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, chiediamo che si finisca di “morderli e divorarli” e, se al loro interno, ci sono due modi d’intendere lo stesso carisma, si conceda ai due gruppi di continuare il loro cammino separatamente, con pace delle loro coscienza, e per il bene della Santa Chiesa.