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martedì 26 novembre 2013

bilanci e prospettive

50 anni di Concilio Vaticano II




(di Cesare Maria Glori) 
Quest’anno celebriamo il cinquantenario dell’apertura del Concilio Vaticano II e la ricorrenza viene presa come spunto per approfondimenti e studi critici. Dopo cinquanta anni sarebbe stato lecito attendersi l’emergere di qualche positivo risultato come, ad esempio, un rinnovato slancio missionario e un risveglio del fervore liturgico con una partecipazione  entusiasta e numerosa alla vita ecclesiale. Nulla di tutto ciò è avvenuto.  
Sul Concilio Vaticano II, invece, si intrattengono confronti anche serrati e aspri, si discute molto, anzi troppo, ma sempre per esaltarlo a priori come conquista di un recuperato confronto con la modernità o per considerarlo come causa immediata della crisi manifesta e inequivocabile della Chiesa, sia essa considerata come struttura che come comunità.
Benedetto XVI lamenta, e con ragione, la crisi della fede. Crisi che è generalizzata e più visibile nelle nazioni di più antica cristianizzazione.  Questa crisi era stata già individuata da Paolo VI° quando parlò del fumo di satana che era penetrato nella Chiesa. Allorché Paolo VI° disse Chiesa non intendeva certamente la comunità ecclesiale  ma soprattutto la sua testa, il suo centro nevralgico, in altri termini la gerarchia. Benedetto XVI per contrastare questa crisi ha promosso la “Rievangelizzazione”. Che cosa significa questa parola e che cosa sottintende?  Significa esattamente quel che il termine stesso esprime e cioè che occorre riportare a far vivere il Vangelo laddove esso è stato messo da parte. Vangelo vissuto significa vivere in una mentalità e in modo conforme a quanto esso insegna. Non vi sono dubbi che nel mondo d’oggi i popoli che erano cristiani si siano allontanati molto da quella mentalità e da quella cultura che aveva fatto dell’Europa e dell’Occidente la comunità dei cristiani, seppure con le differenze dovute alla grande crisi della Riforma del secolo sedicesimo.
Non per nulla si dice oggi correntemente, e si considera quanto vien detto e ripetuto quasi come una conquista, che viviamo in un mondo postcristiano. Questo termine vuole affermare non soltanto un desiderio di molti – molti che possono, oggi, anche essere la maggioranza – ma anche celebrare la mutazione avvenuta nei paesi occidentali e cioè che viviamo con una mentalità che non è più, sostanzialmente, cristiana. Si ha un bel dire che si tratta di una crisi temporanea, una crisi che preannuncia un rinnovamento e che questo rinnovamento produrrà una rinascita, una trasformazione in meglio della Chiesa.  Quale Chiesa, innanzitutto?  Affermarlo per la Chiesa cattolica mi parrebbe, a dir poco, temerario. Come si può rinascere a nuova vita e tornare ad un fervore religioso quando i fedeli  diminuiscono sempre di più a mano a mano che le generazioni si danno il cambio?  Non sarà,  purtroppo,  la  Rievangelizzazione,  promossa e desiderata con tanta fede e con tanta passione da Benedetto XVI°, a rivitalizzare la Cattolicità languente  se non interverrà la Divina Provvidenza per il tramite di Maria Santissima, luce dei nostri tempi, a imprimere lo slancio missionario in coloro che sono chiamati a questo compito che appare, rebus sic stanti bus, votato all’insuccesso. Ma ciò che non è possibile a noi esseri umani non è impossibile a Dio, per cui si deve sperare anche contro  le più sfavorevoli prospettive. Noi esseri umani siamo soltanto degli operai nella vigna del Signore e dobbiamo operare anche nelle avverse situazioni e sperare sempre nel Suo aiuto e nella Sua insostituibile opera. Perciò la Rievangelizzazione è una missione che deve essere portata avanti, costi quel che costi, data la situazione attuale della Chiesa cattolica. Occorre confidare nell’aiuto di Dio e della Vergine  Maria Santissima, corredentrice e mediatrice di tutte le grazie,  sperando contro ogni avversa realtà per riportare la fede laddove essa si è affievolita o, in  troppi casi, del tutto scomparsa.
Se Benedetto XVI°  ha promosso la rievangelizzazione a cinquanta anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, vuol dire che qualcosa non ha funzionato come era lecito attendersi dopo gli osanna elevati alla sua chiusura e le speranze che si nutrivano.  Il concilio doveva essere pastorale e tale è stato definito  e, per questo motivo, doveva infondere slancio al modo di presentare Gesù Cristo al mondo. Dopo cinquanta anni era logico attendersi dei risultati ma questa missione di riportare il Vangelo fra le genti cristiane, o che tali erano, sta a significare che la perdita della Fede in Gesù Cristo è il risultato più clamoroso ed evidente del Post Concilio. Non è il caso di affrontare in questa sede le cause della perdita della fede in Gesù Cristo e se esse debbano essere, in qualche modo, connesse al Concilio. Sarebbe semplicemente presuntuoso e inopportuno affrontare un tema del genere in poche battute. Qualche riflessione può, però, essere fatta. Se sono i risultati a giudicare ogni evento umano, allora occorre fare un confronto fra il Concilio Tridentino e il Vaticano II.   
Quello di Trento ebbe immediatamente frutti prodigiosi sul piano pastorale. Non è il caso qui di affrontare l’aspetto dottrinale, anche se quel concilio ebbe proprio la dottrina fra i suoi fini. Limitiamoci a esaminare i frutti sul piano pastorale.  Al termine del Concilio di Trento si ebbe uno sviluppo grandioso nella formazione sacerdotale; furono istituiti i seminari e le vocazioni furono numerose e confortanti per   rivitalizzare la chiesa cattolica  scossa dalla frattura dolorosa della Riforma. Assieme alle vocazioni vi fu un fiorire di santità in ogni parte del mondo cattolico e l’emergere di grandi personalità che dettero slancio e nuova linfa vitale alla Chiesa di Cristo. Straordinario fu lo slancio missionario ad opera soprattutto delle nuove congregazioni (Gesuiti  in prima linea), ma non meno straordinario fu quello degli Ordini votati alla carità verso il prossimo  (ordini ospitalieri e per la formazione dei giovani e l’assistenza dei bisognosi) e non meno efficaci furono le organizzazioni associative laicali (confraternite e fraterie varie). Se dovessimo fare un paragone con quanto si è verificato dopo il Concilio Vaticano II non potremmo far altro che stendere un bilancio negativo. L’abbandono di centinaia di migliaia di sacerdoti e di consacrati e consacrate in tutto il mondo è stata un’autentica tragedia per la Chiesa Cattolica ed il fenomeno non pare essersi arrestato. I seminari si sono svuotati e soltanto i nuovi Ordini, tutti quelli ispirati ad un ritorno alla Tradizione, presentano un fiorire di vocazioni confortante.
Le Missioni costituiscono un problema a sé, poiché si ha paura di annunciare con entusiastica fede il Vangelo per tema di offendere le culture autoctone, a motivo di una erronea interpretazione di come si debba affrontare l’approccio verso persone di diversa fede.  Rispetto della fede altrui non può significare la rinuncia a predicare la buona novella come ci ha comandato di fare Gesù stesso. Se si ha paura di farlo per timore di essere osteggiati e perseguitati sarebbe meglio starsene a casa. Gesù Cristo ha bisogno di apostoli coraggiosi e non Gli servono servitori pusillanimi e timorosi.
  Ma l’aspetto più sconfortante del Post Concilio resta la perdita della fede in tutto il mondo cattolico, massime nei paesi di più antica cristianizzazione. Addebitare la causa di questi fenomeni al Concilio sarebbe non solo assurdo ma anche infondato. Non sono state le risoluzioni del Concilio  (Costituzioni e decreti) ad aver provocato la crisi ma, semmai, la loro cattiva lettura e distorta interpretazione. Se certi passi in alcune delle risoluzioni conciliari possono prestarsi a letture controverse ed equivoche,  non si avvertono  però palesi e inequivocabili vulnus agli aspetti dogmatici della Fede Cattolica. Una cosa però è certa ed inequivocabile. La vocazione pastorale del Concilio è stata un insuccesso e i risultati lo starebbero a dimostrare. Un’altra lettura, tuttavia, può essere fatta in senso completamente opposto.  In previsione degli attacchi che il mondo ha lanciato alla Chiesa Cattolica, la Provvidenza sta facendo pulizia in seno ad essa per prepararla con forze convinte e decise, anche se ridotte nel numero, ad affrontare la sfida. Sfida che si preannuncia epocale e sconvolgente per il futuro del mondo intero. La battaglia sarà dura e costerà enormi sacrifici e tante vittime, ma la vittoria finale è fuori discussione. Dio non sarà mai sconfitto; lo ha garantito Maria Santissima, la Sua portavoce più affidabile, a Fatima e lo va ripetendo anche in altre apparizioni. Sono sempre le minoranze convinte e decise a decidere le sorti degli scontri epocali. Se dalla Riforma in poi sono state le minoranze agguerrite e decise ad avere l’iniziativa, saranno anche minoranze decise e animate da una fede incrollabile in Cristo a tener testa all’attacco di forze fra loro in contrasto ma unite in questo urto che si profila essere  decisivo per le sorti del mondo intero. L’anticristo è già in azione ma una minoranza coraggiosa e fiduciosa, guidata da Maria Santissima, emergerà come baluardo ostinato e incrollabile a reggere l’urto poderoso del principe di questo mondo.

venerdì 22 novembre 2013

La Chiesa non è una democrazia!

Card. O'Malley. "La Chiesa non è 
democrazia! Ma volontà di Dio"

Il Cardinale si riferiva alla dimensione temporale-organizzativa della Curia, ma il concetto vale anche e soprattutto in ambito dottrinale! 

da Tempi, del 17.11.2013

Riportiamo ampi stralci dell’intervista rilasciata al National Catholic Register dal cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, chiamato da papa Francesco a far parte del consiglio degli otto cardinali che lo affiancano come consiglieri nella guida della Chiesa. 


sean o'malley
Lei è l’unico americano chiamato a consigliare il Papa sulla riforma del governo della Chiesa. Cosa può dirci a riguardo della sua missione di consigliere?

Come annunciato, c’è un desiderio di riformare la curia perché sia maggiormente al servizio del Santo Padre e delle Chiese locali. Lo scopo è di renderla più efficiente e quindi di permettere al Santo Padre di governare con più incisività. È importante esaminare le funzioni dei dicasteri e del consiglio pontificio, per capire come possono lavorare meglio. Il Santo Padre si preoccupa anche, ha un desiderio di cura pastorale per le persone che lavorano in curia. Molti al suo interno hanno dato la vita per servire la Chiesa. Non ci deve essere però un approccio carrieristico ma missionario. Il Santo Padre vuole essere sicuro che questo sia lo spirito (…). Inoltre, la Chiesa è cresciuta molto ed è più internazionale. Perciò c’è un desiderio di internazionalizzare in parte la curia (…). Il consiglio non serve solo per la riforma della curia ma anche per consigliare il Santo Padre sul governo della Chiesa.

Di recente si è parlato di ampliare le consultazioni in seno alla Chiesa. Questo consiglio è un modello di governo per la Chiesa anche ad altri livelli?

La Chiesa non è una democrazia, ma può procedere solo se si cerca di discernere la volontà di Dio e questo non lo facciamo solo come individui, lo facciamo in un’atmosfera di dialogo e preghiera. In ultima istanza, poi, sarà il Santo Padre a prendere le decisioni a cui noi ubbidiremo.

Papa Francesco ci ha chiesto di essere una “Chiesa per i poveri”. Significa condurre una vita più semplice?

La Chiesa ha sempre incoraggiato le persone a tenere uno stile di vita semplice. (…) Il punto è che dobbiamo essere più coscienti dei bisogni della gente e voler rinunciare alle ricchezze e ai comfort superflui. I Cavalieri di Malta per tradizione vedono i poveri e i malati come «il nostro Signore Sovrano». Madre Teresa disse che i poveri sono Cristo «sotto sembianze dolorose». Dobbiamo imparare a vedere il valore delle persone che potrebbero apparire invisibili alla cultura, inclusi i bambini non nati, i pazienti affetti da Alzheimer, i drogati. Alcune di queste persone vivono situazioni difficilissime, non sono le persone belle e produttive, non solo celebrità. Dobbiamo imparare a riconoscere il loro valore con gli occhi di Dio. Socrate diceva: «Le persone mi credono perché sono povero». La testimonianza di una vita semplice è importante nella Chiesa. Non significa che le persone non devono vivere secondo quanto richiesto dalla loro condizione di vita – non tutti devo fare un voto di povertà. Quando leggiamo la vita dei primi cristiani e vediamo come condividevano tutto fra loro, si vede un senso di responsabilità per i poveri, gli orfani e gli stranieri. Dobbiamo fare di più.

Nella sua intervista al magazine America, papa Francesco ha parlato della sua profonda esperienza di paternità spirituale, ma ha anche chiarito che tutti i dirigenti della Chiesa e i pastori devono andare verso gli altri, come padri spirituali.

Per tutti i sacerdoti è importante vedere noi stessi come padri spirituali del nostro popolo. Il Santo Padre, nel corso dell’omelia della Messa crismale, ha detto: «Il pastore deve avere l’odore delle pecore». Come il padre di famiglia fa molti sacrifici per i suoi figli, un sacerdote deve fare molti sacrifici per il suo popolo. Quando il padre fa quei sacrifici non è dispiaciuto per se stesso, la vede come la sua missione. Questo è il modo con cui un buon sacerdote deve agire. Temo, però, che la crisi nel clero legata agli abusi abbia portato alcuni sacerdoti a tenersi in disparte dalle persone così che non si possa sospettare delle loro intenzioni.

Lei è stato eletto nel 2012 presidente del Comitato per la vita della Conferenza episcopale americana. Quali sono i suoi obiettivi?

Vatican Pope Cardinals
Nell’ultimo anno ho provato a richiamare all’importanza di cambiare la mentalità del paese sull’adozione. (…) Nel 1998 lessi un articolo di Paul Swope in First Things: «Aborto: un fallimento nella comunicazione». Swope scelse le ricerche che mostravano le donne in gravidanze difficili che finivano per scegliere l’aborto. Queste hanno tre opzioni a loro disposizione: mantenere il bambino, abortire o dare il bambino in adozione. Mantenere il bambino è spesso interpretato come una morte personale. Dare il bambino in adozione è percepita come una opzione terribile – sono una cattiva madre, che sta mettendo il bambino in una situazione di abbandono (…). In qualche modo dobbiamo sfondare questa visione sull’adozione, e aiutare le donne a vedere che ci sono molte coppie senza figli meravigliose e pronte per essere genitori amorevoli. Dobbiamo fare di più per sostenere i genitori adottivi (…). Promuoviamo anche l’assistenza post-aborto… sono così tante le donne che hanno abortito. Queste credono di aver commesso un crimine di cui non si può parlare, imperdonabile, e convivono con quella colpa. Dobbiamo aiutarle a trovare la via della riconciliazione, a sperimentare la misericordia di Dio. Questa è una delle cose più belle di papa Francesco. Egli sta mostrando come la Chiesa deve essere un “ospedale da campo “, andando fuori a raggiungere coloro che sono stati devastati dal peccato.

Un membro del Congresso, Chris Smith, ha recentemente introdotto il Abortion Full Disclosure Act, una proposta di legge che richiederebbe ai piani sanitari offerti dallo Stato, autorizzati dall’Obamacare, di rendere trasparente il finanziamento all’aborto. È importante questo disegno di legge?

Il primo novembre ho scritto una lettera di sostegno alla proposta di legge. Il disegno di legge può essere lanciato come uno sforzo per tutelare i contribuenti: le persone hanno il diritto di sapere se un piano sanitario prevede la copertura dell’aborto prima di pagare piani assicurativi statali.

Il Massachusetts è stato il primo stato a legalizzare il matrimonio omosessuale. Che cosa hanno sperimentato la Chiesa, i pastori, le famiglie?

A Boston abbiamo istituito una commissione incaricata di studiare l’impatto del matrimonio omosessuale e il tema dell’omosessualità. Stiamo monitorando ciò che viene insegnato nelle scuole pubbliche. Sappiamo che è una antropologia del tutto diversa da quella della Chiesa. C’è poi un atteggiamento così aggressivo verso chiunque difende il matrimonio tradizionale che molte persone sono intimidite. E c’è un movimento ora che sta cercando di impedire l’adozione a persone religiose. La sfida che abbiamo di fronte oggi è di aiutare le persone a capire che il matrimonio implica la famiglie. Come l’arcivescovo [Salvatore] Cordileone [di San Francisco] ha spiegato nella sua relazione in una conferenza di questa settimana: «Ogni bambino viene da un uomo e una donna. Il matrimonio riconosce questa realtà e unisce i bambini ai loro genitori». Tutti gli studi dimostrano che la circostanza ottimale perché un bambino cresca è con i suoi genitori biologici in un matrimonio d’amore impegnato. Ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di far capire – e questo è difficile – che le persone omosessuali non sono sgradite alla Chiesa. La grande minaccia che il matrimonio deve affrontare è la convivenza (…).

venerdì 12 aprile 2013

autodistruzione


Il tramonto di una civiltà




Ibn Baṭṭūṭa (Tangeri, 24 febbraio 1304 – Fez, 1368-69), il viaggiatore berbero da me precedentemente citato, nei suoi appunti di viaggio, ad un certo punto scrive che i bizantini dovevano impiegare nel loro esercito etnìe barbare poiché si erano resi inabili al mestiere della guerra. Noi, oggi, diremo in modo diretto e un poco brutale: “si erano rammolliti”.

L'appunto non è per nulla privo d'importanza, tenuto conto che viene redatto un centinaio d'anni prima della caduta di Costantinopoli, per mano dei turchi.

La storia, in tal senso, ha molto da insegnarci anche oggi. La nostra civiltà occidentale è giunta ad un elevato grado di raffinatezza: nonostante tutto, in Europa abbiamo ancora ottime università, possibilità di crescita umana e culturale, straordinario sviluppo tecnologico, diffuso benessere...

Fatte le dovute distinzioni, nella Costantinopoli degli ultimi suoi due secoli non si offriva tanto di meno. Sì, la quarta crociata la provò molto al punto che, in seguito, dovette barcamenarsi con crescente difficoltà. Ma rimaneva pur sempre la Città per eccellenza e il punto di riferimento imprescindibile per i commerci che continuarono a fervervi. Il commercio a Costantinopoli si smorzò con la scoperta dell'America non con la conquista turca.

Il luogo culturalmente rappresentava un collegamento diretto con l'antichità greca, passando per la civilità cristiana. Per certi versi, lo stesso Umanesimo italiano si trovò tributario a Costantinopoli. Solo per fare un esempio, il nucleo originario della Biblioteca Marciana è composto dai libri lasciati in dono dal Metropolita Bessarion, poi cardinale Bessarione.

Tuttavia, come nel corpo umano, quando si supera una certa età avviene la decadenza e la morte, così nel corpo di un'intera società avviene il declino proprio nel momento della sua massima raffinatezza.

Il declino, inutile dirlo, coinvolge tutto: istituzioni statali ed ecclesiastiche. Qui, però, c'è qualcosa d'importante da notare. La Chiesa ortodossa, con l'avvento della turcocrazia, non godette di certo dei privilegi della precedente situazione e, per alcuni versi, fu abbastanza provata. Ma seppe fronteggiare la nuova situazione, grazie al profondo senso di “tradizione” che la caratterizzava. Si ebbero (e tutt'oggi si hanno) dei chierici non esemplari, persone nelle quali le cosiddette virtù cristiane non brillavano sovente, ma nessuno tra questi inventò o inventa la liturgia, tanto per fare un altro esempio.

Anche il più scalcinato prete ortodosso sà che esiste una “taxis”, un ordine da rispettare che identifica la Chiesa impedendole di divenire un'altra cosa. Non si tratta di statico tradizionalismo (dal momento che la liturgia bizantina ha subìto nei secoli qualche piccolo adattamento) ma di fedeltà al dato ricevuto.

È questo senso di tradizione che ha permesso alla Chiesa di “tenere duro” davanti alla turcocrazia e al crollo della civiltà bizantina. È con questo senso di tradizione che i popoli cristiani di quelle regioni hanno potuto rimanere tali, nonostante alcune “conversioni” al mondo mussulmano.

Nel nostro mondo stiamo assistendo a qualcosa di analogo al mondo bizantino prima della sua caduta, fatte altre dovute differenze del caso, ovviamente. 
Anche da noi, si può dire, c'è un diffuso “rammollimento”: i nostri giovani non sono certo persone buone per la lotta, tanto meno per la lotta che si faceva nelle guerre di un tempo. Sacrificio e privazione sono parole sconosciute, da noi, e le avversità trovano la maggioranza della gioventù impreparata e recalcitrante.

È proprio per questo, che dei popoli grezzi, “primitivi” ma pieni di forza vitale, potrebbero sottometterci in poche generazioni. In questo contesto la Chiesa come reagirà, se si considera la sua differente situazione, rispetto alla Chiesa post-bizantina?

Da noi la Chiesa (cattolica) si è talmente disaffezionata alle sue tradizioni antiche e liturgiche da vivere, come si diceva, sempre più “al di fuori di se stessa”. In fondo il parroco in blue-jeans non è che un segno rivelatore: un prete che vive "al di fuori" della sua identità di prete, ossia di uomo del sacro che si deve distinguere dagli altri. Un papa che assume atteggiamenti populistici e secolari è indice della stessa cosa.

L'identità di questa Chiesa è molto fragile ed espone i suoi credenti ad ogni sorta di relavismo. che lo voglia o meno, che lo sappia o meno. È veramente divenuta la “figlia dei nostri tempi”, in tutto e per tutto.

Ma, con questi presupposti, non potrebbe correre il rischio di venir spazzata via, dinnanzi ad un cambio repentino della società, come fu quando Costantinopoli divenne turca?

Certamente da noi non ci sono turchi che premono alle porte o almeno non lo fanno con il metodo di allora. Eppure nella società italiana sta lievitando sempre più una presenza non cristiana (non credente o di altre religioni) e questa, o prima o poi, genererà dei forti contraccolpi se non un capovolgimento della situazione.
Una Chiesa disarmata e disarmante sarà senz'altro la prima ad esserne colpita. E quando la Chiesa avrà perso gran parte delle sue possibilità finanziarie e non avrà più la forza politica odierna (e potrebbe avvenire) cosa proporrà ai suoi fedeli? Il suo vero e principale tesoro da tempo è stato svilito. Proporrà, forse, una liturgia ancor più svuotata e pauperizzata? Un credo che la rende indistinta da qualsiasi altra credenza? Umanamente parlando, quanta vita può avere ancora una Chiesa di questo tipo? 

http://traditioliturgica.blogspot.it/2013/04/il-tramonto-di-una-civilta.html

lunedì 1 aprile 2013

primato petrino?

FORZA E DEBOLEZZA DEL PAPATO 

di P. Giovanni Cavalcoli, OP




Ormai appare sempre più chiaro per chi non vive alla superficie della vita ecclesiale, ma vuole essere all’interno della Chiesa o, come diceva S.Teresa di Gesù Bambino, “nel cuore della Chiesa”, “in medio Ecclesiae”, come si diceva di S.Domenico, soprattutto in questi ultimi decenni, si è affermato un episcopato, che impone un modello di Chiesa ispirato a Rahner (anche se non solo), di marca modernistico-protestante-massonica, Chiesa dal basso, Chiesa popolo di Dio, Chiesa pneumatica senza dogmi e senza gerarchia, Chiesa confusa col mondo e quindi mondanizzata [1], Chiesa “trascendentale” ed “atematica” dei cristiani anonimi.

Si tratta di una Chiesa nella Chiesa, dove questa è quella che è governata dal Papa e dai vescovi fedeli al Papa, sulla linea della Scrittura, della Tradizione, dei Padri, dei Concili, di Agostino, di Tommaso sino alla Chiesa del Concilio Vaticano II [2], che però i rahneriani interpretano a proprio uso e consumo.

Infatti questi vescovi recenti sono stati formati da docenti rahneriani non sufficientemente corretti dai vescovi precedenti, già allora troppo indulgenti verso Rahner. Se dunque nei primi anni del postconcilio avevamo per lo più soltanto teologi rahneriani colpevolmente tollerati dai loro vescovi, adesso abbiamo vescovi rahneriani, che sono gli antichi seminaristi di un tempo formati da insegnanti rahneriani. Una situazione incancrenita e pericolosissima. Rahner è diventato un “classico” quasi fosse un Padre della Chiesa o un nuovo S.Tommaso d’Aquino.

E’ dunque avvenuto un salto di qualità: se ai tempi dei teologi rahneriani, costoro influenzavano solo gli ambienti della scuola, adesso che abbiamo vescovi, prelati e superiori rahneriani,  i rahneriani hanno acquistato un vero e proprio potere, se è vero come è vero che il potere di governo non spetta ai teologi ma ai vescovi.

Succede così in queste condizioni che l’essenziale apporto del Papato, ben lontano dal sostenere Rahner, giunge faticosamente, scarsamente, precariamente e rischiosamente nelle varie aree della Chiesa, come l’aria in una trachea asmatica o come il cuore in un sistema circolatorio affetto dal colesterolo, e quindi giunge solo in alcuni ambienti ristretti della Chiesa, dove il Papa è rispettato ed obbedito ed ha un vero influsso anche disciplinare.

Ma la maggioranza degli ambienti ecclesiali, la formazione del clero, il clima delle parrocchie, la liturgia, i mass-media, gli istituti religiosi, i movimenti laicali, sono sotto controllo dell’episcopato rahneriano, ribelle o quanto meno indifferente al Papa e quindi si è fatto guida di una Chiesa che si è costituita per conto proprio, indipendentemente dal Papa (se non proprio contro il Papa), sulla linea della teologia e dell’ecclesiologia di Rahner e dei rahneriani. Tutto ciò è frutto di malintesa interpretazione ed attuazione dell’autonomia della Chiesa locale, nonché delle conferenze episcopali nazionali e dei sinodi mondiali.

Dove questo episcopato comanda, è molto difficile e rischioso obbedire al Papa, perché questo episcopato richiede assoluta obbedienza ed avendo in mano il potere, può vessare, diffamare e perseguitare quei cattolici [3], giovani, anziani, laici, docenti, religiosi, preti, seminaristi [4], chiunque, i quali volendo essere integralmente fedeli a Roma, in un modo o nell’altro si pongono in rotta di collisione con i vescovi e i superiori modernisti.

Il potere di questi prelati, essendo immediatamente e spazialmente vicino, conta più di quello del Papa, è più temibile di questo. Disobbedire al Papa in molti ambienti non porta a nessuna conseguenza, anzi si ottiene successo e si passa per moderni ed avanzati, ma disobbedire ai prelati modernisti si paga caro e può compromettere o bloccare la stessa carriera o attività ecclesiastica o sacerdotale, per quanto si possa essere teologi o docenti stimati e di lunga esperienza.

In tal modo il Papato con i pochi collaboratori fedeli che gli restano tra i vescovi e tutti i buoni cattolici, è una specie di stato maggiore di un esercito dove però l’esercito si è costituito capi per conto suo, i quali non seguono affatto le direttive dello stato maggiore, ma vanno per conto proprio con una loro politica ecclesiastica, una loro teologia ed una loro pastorale che non riflette la vera concezione cattolica, ma quella concezione ereticale di cui sopra.

E il Papato ha le mani legate, non può far quasi nulla dal punto di vista del governo, del controllo della dottrina e delle nomine ecclesiastiche. Queste ultime sono per lo più imposte od ottenute con raggiri dai modernisti, sicchè il Papa deve, come si suol dire, “far buon viso a cattivo gioco”, si trova ad avere a che fare con “collaboratori” finti o di facciata che non sono affatto  copertamente o scopertamente  veri collaboratori, ma che gli remano contro se non in modo plateale e sfacciato, certo comunque in modo reale e come un tarlo che corrode ogni giorno il sistema del Papato.

Il Papa è così sottoposto ad uno stillicidio quotidiano, ad una vita logorante difficilmente sopportabile [5],  se non fosse che abbiamo avuto in questi decenni Papi santi che hanno saputo offrire la loro vita per la Chiesa in unione con la croce di Cristo. Con tutto ciò è chiaro che il Papa ha i suoi buoni collaboratori, presenti grazie a Dio in tutti i settori della Chiesa in tutto il mondo, ma in scarsissimo numero, e tutto quello che possono fare, oltre a soffrire insieme col Vicario di Cristo, è la proclamazione della sana dottrina, peraltro sistematicamente ed immediatamente criticata, fraintesa, derisa e contestata dai potenti mezzi propagandistici dei modernisti. E’ possibile dunque sapere, in linea di principio, che cosa pensa il Magistero, ma è assai difficile metterlo in pratica a causa degli ostacoli, delle minacce, delle seduzioni e delle persecuzioni provenienti dal potere modernista.

Questa situazione di debolezza e di impotenza sorge col papato di Paolo VI e si protrae sino ai nostri giorni. Essa certamente è all’origine delle dimissioni di Benedetto XVI [6]. Il Papato con Paolo VI non è più Cristo che guida le folle [7], che compie prodigi, che corregge i discepoli, che caccia i demòni, che minaccia farisei, sommi sacerdoti e dottori della legge, ma è Cristo sofferente, “crocifisso e abbandonato”, inascoltato, disobbedito, contestato, beffato, emarginato, angosciato.

La forza del Papato postconciliare è la forza di Cristo crocifisso, è il potere della croce. Il Papa deve stare continuamente in croce, fino all’ultimo. Alcuni hanno accusato Benedetto XVI di aver abbandonato la croce. Ma chi ci dice che non ne abbia adesso una più pesante, umiliato com’è per essere ingiustamente messo a confronto col nuovo Pontefice, quasi che questi vada bene e non il precedente? Sciocchezze incredibili.

I modernisti le studiano tutte  per conquistarsi il nuovo Papa, ma non riusciranno. Avrà certo come tutti i suoi difetti umani, ma non s’illudano che egli perda il carisma dell’infallibilità, se messo alla prova e all’occasione propizia. Essi forse si sentono vicini all’aver messo un rahneriano sul trono di Pietro. Ma saranno scornati. L’eresia può giungere molto in alto, può arrivare tra i Cardinali - e lo abbiamo visto -, ma non può raggiungere il Papa.

Nessun Papa si è piegato all’eresia, per quanto sia stato circonvenuto, adulato, fatto soffrire e minacciato [8]. Nei primi secoli abbiamo Papi martiri e chi ci dice che la serie sia finita? Il Papa si piega a tutto ma non all’eresia. Forse Benedetto ha avuto forti pressioni perché cedesse ai rahneriani. Probabilmente l’enciclica sulla fede che aveva intenzione di preparare avrebbe dato fastidio a molti.

Ottimo è il ritratto di questo Papato che si riflette nelle sofferenze della Chiesa nel libro Gethsemani [9] del grande card. Siri. Egli colpisce nel bersaglio attaccando Rahner, meno felice è nella critica a De Lubac, del tutto fuori centro è col Maritain, uomo di santa vita ed esimio tomista aperto con discrezione ai valori del pensiero moderno, in perfetta linea con la figura di teologo promossa dal Concilio Vaticano II, lodato e raccomandato da Paolo II e dal Beato Giovanni Paolo II.

Non si capisce perchè l’illustre Cardinale se la prenda con lui, quando avrebbe potuto avere l’imbarazzo della scelta nello scegliere i tormentatori della Chiesa [10]: dagli Schillebeeckx, Hulsbosch e Schoonenberg ai teologi della liberazione, Gutierrez, Girardi, Sobrino, Boff ed Assman, dai moralisti esistenzialisti come Molinaro, Rossi, Valsecchi e Mongillo, agli idealisti come Bontadini e Severino, dagli heideggeriani come Marranzini e Sartori ai neohegeliani come Küng, Kasper e Forte. In tal modo la sua polemica perde di mordente e presta il fianco alla critica modernista che lo accusò di conservatorismo, misconoscendo la tempra eccezionale di speculativo del dotto Cardinale.

La debolezza del Papato che si è manifestata ad iniziare dal periodo postconciliare dipende, a mio avviso, da un difetto nelle disposizioni pastorali del Concilio concernenti quella che dev’essere la collaborazione tra Papa e vescovi nella tutela della rettitudine della fede e nella correzione degli eretici. In modo sorprendente - e questo è stato notato dagli studiosi seri - il Concilio, contrariamente a tutta la tradizione dei Concili ecumenici, non fa parola di eresie o dottrine contrarie alla fede. Parla sì genericamente di gravi errori, come l’ateismo, il materialismo,  l’antropocentrismo, il secolarismo, lo scientismo, il liberalismo, il naturalismo, ma si tratta di condanne generiche e scontate, più riferite ad errori del passato che a precisi fenomeni eresiologici del presente.

Senza ovviamente negare la preminente responsabilità di Roma nella repressione dell’eresia, il Concilio promuove un’attività autonoma dei singoli vescovi o delle conferenze episcopali nella difesa della fede. In particolare, come sappiamo, il Concilio promuove e sviluppa la dottrina della collegialità episcopale, in se stessa di grande importanza, la quale tuttavia va intesa bene.

Alcuni la hanno intesa non come andava intesa, ossia come promozione della comunione fraterna dei vescovi tra di loro e col Papa e sotto il Papa, ma come accentuazione dell’autonomia del corpo episcopale rispetto al Papa, non certo finendo nel conciliarismo, il che sarebbe stata un’eresia, ma dando adito a questa interpretazione, certo sbagliata ma possibile. Ne hanno approfittato i modernisti per sottolineare esageratamente questa autonomia provocando gravi danni all’unità della fede nella Chiesa e solleticando l’ambizione dei vescovi.

Ancora di recente lo storico modernista Melloni, della cosiddetta “scuola di Bologna” si diceva insoddisfatto del grado di “collegialità” raggiunto ed auspicava che sia più accentuato: dunque un aggravamento del male anziché una sua mitigazione o correzione. Melloni popone una linea che è esattamente l’opposto rispetto a quella nella quale si deve procedere.

Negli anni ’80 a Roma ebbi un colloquio col card. Pietro Parente, illustre cristologo ed ex-Segretario del Sant’Uffizio, il quale mi disse con preoccupazione di essersi quasi pentito di essersi fatto promotore in Concilio della dottrina della collegialità, vista l’interpretazione conciliarista alla quale stava andando soggetta.

Con queste disposizioni poco prudenti per non dire sbagliate del Concilio è successo che il peso gravissimo della condanna dell’eresia e della correzione degli eretici ha finito per cadere quasi esclusivamente su Roma, mentre generalmente i vescovi hanno trascurato questo loro grave dovere per non dire che hanno favorito copertamente e qualche volta scopertamente gli eretici, con la scusa del dialogo, della misericordia, della libertà e cose del genere, che spesso sono diventate etichette che nascondono comportamenti errati.

Il nome scelto dal nuovo Pontefice - Francesco - è certo bello ed ha commosso tutto il mondo per il suo richiamo ai grandi temi della spiritualità francescana, con particolare riferimento alla giustizia sociale, ai poveri, ai semplici, agli umili, agli oppressi, ai perseguitati e ai sofferenti.

Tuttavia mi resta qualche perplessità o qualche timore, che penso saranno fugati dal futuro comportamento del Papa. Si tratta di questo: la spiritualità francescana evidentemente è innanzitutto propria del frate francescano e pertanto insiste sulle virtù tipiche del religioso: la povertà, la mitezza, l’umiltà, la docilità, la pazienza, la penitenza, la dolcezza, la misericordia.

Però, in questa spiritualità non appare evidente un altro essenziale aspetto della condotta cristiana, soprattutto quella che spetta ai superiori: la vigilanza contro il nemico, la forza nello scoprirlo, nel combatterlo e nel vincerlo, il far sentire ai ribelli la forza della legge, l’energia nel disciplinare e saper tenere unito il gregge di Cristo e difenderlo dai lupi, l’autorevolezza che all’occorrenza sa incutere timore nei ribelli e negli arroganti, la forza per difendere i deboli contro gli oppressori, il tutto certo nella massima carità, ma appunto la carità stessa chiede, come insegna il Vangelo e testimoniano i Santi, il saper intervenire con forza quando occorre.
Tutte queste doti si addicono in modo particolare al Papa e sono state proprie di tutti i grandi e santi Pontefici della storia. Certo il Papa dovrebbe poter disporre di questo potere, ma se non ce l’ha, che gli resta? Quello di soffrire sulla croce.

Perché tanti Papi col nome di Leone, Gregorio, Pio, Innocenzo, Giovanni, Paolo? Ma evidentemente perché ricordavano i S.Leone Magno, i S.Gregorio Magno, i S.Pio V o Pio X e via discorrendo, per non parlare dei Papi martiri. Oggi i modernisti sono riusciti a creare nell’immaginario popolare una certa antipatia per questi nomi, ma del tutto a torto. Un tempo il popolo cristiano li venerava ed accoglieva con gioia e speranza questi nomi che evocavano le passate glorie e non sono mancati i risultati positivi. Certo, abbiamo avuto Papi francescani, ma hanno fatto i Papi e hanno smesso di fare i frati. Questo sia detto con tutto rispetto dei frati - io sono un frate domenicano - ma non bisogna confondere i ruoli nella Chiesa. I frati domenicani che sono diventati Papi hanno fatto i Papi.

Questo nuovo Papa poi è Gesuita, ed anche questa sua qualità certo ci fa sperare insieme col carissimo nome di Francesco, anzi vorremmo sperare in una sintesi tra l’energia e la dottrina del Gesuita da una parte e la mitezza ed umiltà francescane dall’altra. In ogni caso il grande problema pastorale di oggi è una ritrovata collaborazione tra Papa ed episcopato. In ciò indubbiamente è utile l’applicazione delle direttive conciliari, tuttavia adeguatamente corrette nei loro difetti e non peggiorate come vorrebbero i modernisti, pensando così di far avanzare la Chiesa e invece la fanno retrocedere.

In particolare bisogna che i vescovi, senza affatto abbandonare la bella figura del pastore evangelico delineata dal Concilio, riprendano in mano il loro ufficio di maestri e custodi della fede evitando di lasciare solo il Papa in questo gravissimo compito che spetta a tutto il Magistero della Chiesa. Ovviamente il corpo episcopale in ciò è infallibile, ma lo è solo a condizione di compiere il proprio dovere in comunione col Papa, che non è un vescovo come gli altri alla pari degli altri, ma è il Successore di Pietro al quale Cristo ha detto pasce oves meas e confirma fratres tuos.

Il Papa non è vescovo di Roma alla pari del vescovo di Milano o di New York, ma è vescovo di quella diocesi che, come dice S.Ireneo, ha il compito e il carisma infallibile e indefettibile di presiedere su tutte le altre Chiese nella carità. Come ebbe a profetizzare il Vate latino: tu regere imperio populos, Romane, memento: parcere subiectis et debellare superbos.

[1] Secondo il teologo domenicano modernista Albert Nolan, in linea con Gutierrez, non esiste un altro mondo oltre a questo, ma solo questo mondo, per cui la Chiesa deve renderci felici in questo mondo.

[2] La “Chiesa del Denzinger”, “piramidale ed aristocratica”, come dicono sarcasticamente i modernisti, mentre la loro è la Chiesa “dello Spirito Santo” o la Iglesia popular dei liberazionisti dell’America Latina. Il card. Martini ebbe a dire che per salvarsi non occorre la Chiesa, ma basta lo Spirito Santo - come se lo Spirito Santo non operasse nella Chiesa e per mezzo della Chiesa.

[3] Famoso fu a suo tempo il processo intentato dall’arcivescovo di Milano al coraggioso pubblicista cattolico Vittorio Messori, per non parlare di altri casi simili..

[4] Alcuni ottimi seminaristi comunicano con me segretamente per non essere scoperti dai loro superiori.

[5] Come giudicare l’ineffabile ipocrisia dei modernisti che parlano di Papato autoritario ed impositivo?

[6] Ridicolo il commento di un modernista alle dimissioni del Papa: vede in esse il gesto di un uomo “non attaccato al potere”.

[7] Le adunate oceaniche del Beato Giovanni paolo II furono fuochi d’artificio o il grido strozzato delle masse cattoliche frastornate e scandalizzate dai loro pastori.

[8] Per citare un esempio relativamente recente: pensiamo all’eroica resistenza di Pio VI, prigioniero di Napoleone. Gli esempi addotti da Küng nel suo famoso libro Infallibile? circa supposte cadute di Papi nell’eresia, sono fasulli. E’ vero però che ciò può accadere come dottori privati o se privi del pieno possesso delle loro facoltà mentali. Teniamo inoltre presente che lo stesso Küng non crede all’immutabilità e quindi alla verità assoluta dei dogmi.

[9] Edizioni della Fraternità della SS.Vergine , Roma 1980.

[10] Bastava che Siri attingesse all’importante rassegna del Fabro L’avventura della teologia progressista, Rusconi Editore, Milano 1974 o al libro del card. Parente La crisi della verità e il Concilio Vaticano II, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1983.

martedì 26 marzo 2013

è papa, ma non lo vuole dire

Cosa rischia di diventare il Papato?



Sono allibita da quel che vado leggendo nell'ultimo articolo di Sandro Magister: È papa ma non lo vuole dire. Lascio alla vostra lettura e valutazione il discorso, che si fa complesso e innovativo in termini inimmaginabili ed è approfondito e puntualizzato da un articolo di Gianfranco Ghirlanda su La Civiltà Cattolica. Si sta dipanando sotto i nostri occhi e imponendo alle nostre coscienze turbate una nuova 'forma' di esercizio del ministero petrino, già potenzialmente inquinato dalla "collegialità", alla quale si aggiunge ora, del tutto inopinatamente, la cosiddetta "conciliarità".
Non mi metto a riflettere sul combinato intreccio delle affermazioni di Documenti come la Lumen Gentium (1964), Ut unum sint (1995), Novo millennio ineunte (2001), il Nuovo Codice di Diritto Canonico (1983) che trasformò in legge la collegialità. Ecco cosa scrisse Giovanni Paolo II nel suo decreto di promulgazione del Codice:
« Se ora passiamo a considerare la natura dei lavori che hanno preceduto la promulgazione del Codice, come pure la maniera con cui essi sono stati condotti, specialmente sotto i pontificati di Paolo VI e di Giovanni Paolo I e di poi fino al giorno d’oggi, è assolutamente necessario rilevare in tutta chiarezza che tali lavori furono portati a termine in uno spirito squisitamente collegiale. E ciò non soltanto si riferisce alla redazione materiale dell’opera ma tocca altresì in profondo la sostanza stessa delle leggi elaborate.
Ora, questa nota di collegialità, che caratterizza e distingue il processo di origine del presente codice, corrisponde perfettamente al magistero e all’indole del Concilio Vaticano II. Perciò il Codice, non soltanto per il suo contenuto, ma già anche nel suo primo inizio, dimostra lo spirito di questo Concilio, nei cui documenti la Chiesa «universale sacramento di salvezza (Cfr. Cost. Dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, nn. 1, 9, 48), viene presentata come Popolo di Dio e la sua costituzione gerarchica appare fondata sul Collegio dei Vescovi unitamente al suo Capo ».[Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges, 25 gennaio 1983]
Il lungo circostanziato articolo del canonista Ghirlanda così conclude:
« La X Sessione plenaria della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa (Ravenna 8-15 ottobre 2007), nel documento sottoscritto intitolato «Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Comunione ecclesiale, conciliarità e autorità (documento di Ravenna)» (27), pone la reciproca interdipendenza tra primato e conciliarità al livello locale, regionale e universale, per cui «il primato deve essere sempre considerato nel contesto della conciliarità e, analogamente, la conciliarità nel contesto del primato» (n. 43). Questa visione dà una dinamicità al modo di concepire il ministero pontificio in una proiezione verso un futuro che ogni fedele vorrebbe vedere realizzato [!?] ».
Ricordo che il documento di Ravenna - promotore il pluri-citato (dal nuovo Papa) card. Kasper - fu accolto con alcune riserve [documentai a suo tempo le perplessità di diverso ordine del Patriarcato di Mosca], mentre ora viene riproposto sic et simpliciter senza remore. Esso aggiunge alla collegialità la cosiddetta conciliarità, peraltro nel documento non riferita propriamente al Vaticano II. Tuttavia si corre ugualmente il rischio di riconoscere ad esso, in virtù della collegialità che evoca e che si intende realizzare, una ulteriore funzione costitutiva e fondante una nuova realtà che va a toccare il cuore stesso della Chiesa e della sua identità nella persona del Romano Pontefice. Il problema non è solo sugli evidenti segnali di apertura nei confronti dei "fratelli separati" Orientali, ma anche su quelli nei confronti delle altre confessioni cristiane, che non possiamo di punto in bianco non considerare più eretiche. Appaiono scelte che contengono un messaggio preciso, sia nel senso della collegialità episcopale, sia nel senso dell'ecumenismo. Inoltre il problema non è nell'apertura in sé; ma nel fatto che venga escluso il reditus.

Avrei molte riflessioni da fare, ma me ne astengo perché non è il mio ruolo: questioni come questa necessitano di esser prese in considerazione da chi di dovere e meriterebbero una grande smentita dotata della dovuta autorevolezza. Ma temo che queste avvisaglie preludano a tutto fuorché ad una smentita. Non dimentichiamo che qualunque adeguamento ai tempi operato attraverso 'forme'  su essi modulate, porta lontano dalla fontale primazialità voluta dal Signore. Infatti ogni 'forma' veicola e manifesta una sostanza corrispondente pur se implicita. Difendere la manifestazione della sostanza significa difendere la sostanza stessa, nella consapevolezza che la negazione di una dimensione accidentale rischia di essere un ferimento che la sostanza può sopportare solo fino ad un certo punto.
 

sabato 2 marzo 2013

pensiero di tipo non cattolico

PAOLO VI