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venerdì 22 aprile 2016

permettiamo di peccare

Dostoevskij e la Leggenda del Grande Inquisitore. «Diremo che permettiamo loro di peccare perché li amiamo»
 
 
 
«Amare il prossimo come se stessi (…) è impossibile. Su questa terra siamo legati dalla legge dell’individualità. Il nostro io ci è di ostacolo»

F.M. Dostoevskij


LA LEGGENDA DEL GRANDE INQUISITORE

Queste poche pagine vogliono essere una riflessione su un capolavoro nel capolavoro. Mi riferisco a La leggenda del Grande Inquisitore che Ivan racconta al fratello Alësa nell’opera di Dostoevskij I fratelli Karamazov.

Il racconto di Ivan

La Leggenda è nota: Gesù Cristo torna sulla terra (per la precisione a Siviglia nel XVI secolo), vi compie miracoli e subito viene acclamato dalle folle come Salvatore, ma prima che la gente lo riconosca come il Cristo, viene arrestato dall’Inquisizione. Nella cella di reclusione, mentre scende a notte, riceve la visita del novantenne capo dell’Inquisizione, che immediatamente Lo riconosce.

Inizia un lungo monologo, in cui il vecchio rimprovera a Gesù di essere tornato sulla terra a rovinare i suoi piani e a mettere in pericolo il suo progetto di pacifica convivenza  tra gli uomini. L’ideale evangelico di libertà – sostiene l’Inquisitore – è troppo duro per la maggior parte degli uomini (non per lui, cui Dio aveva dato le forze necessarie per seguirlo), condannati pertanto da esso alla inevitabile dannazione e dunque all’infelicità. Proprio questa considerazione lo spinse ad abbandonare l’ideale evangelico e a prendere parte al progetto di concedere almeno la felicità terrena ad un’umanità comunque incapace di raggiungere quella eterna. Questo progetto prevede la trasformazione dell’ideale evangelico in una morale più accessibile all’uomo, fatta di gesti esteriori alla portata di tutti. In questo modo, anche i deboli crederanno di poter raggiungere la felicità eterna, sottometteranno la loro libertà ai precetti della Chiesa e ne riceveranno in cambio una felice speranza nell’aldilà. Ecco allora tutta la terra schiava, illusa ma felice. Questo il progetto dell’Inquisizione: portare in terra la felicità a tutti, dato che quella celeste è al di fuori della portata di molti. Di più l’uomo non può pretendere.
 
Ora, Cristo tornando a Siviglia rischia di rovinare il progetto: riaffermando il vero ideale evangelico, tutti si renderebbero conto che solo a pochi eletti sono state date le capacità di realizzarlo. Che ne sarebbe allora del resto dell’umanità? Folle disilluse, che tentano invano di uniformarsi al Vangelo e cadono di continuo nel peccato, disperate nel vedersi destinate all’Inferno e all’infelicità. Cristo porterebbe la felicità solo a pochi eletti, l’Inquisizione la mette alla portata di tutti. Certo, seguendo l’Inquisizione l’uomo non raggiungerà il Paradiso, ma non l’avrebbe raggiunto comunque, a causa della propria naturale debolezza. Per lo meno, sarà felice sulla terra.
Per questo, al termine del lungo monologo, l’Inquisitore invita Cristo ad andarsene dalla terra e a non ritornare più.
Cristo bacia l’inquisitore e se ne va’. In silenzio. Così termina la Leggenda.
Chi è il Grande Inquisitore?
Il Grande Inquisitore è un uomo di chiesa, appartiene anzi ai più alti gradi gerarchici di questa chiesa che dice di essere depositaria e diffonditrice del messaggio della salvezza, ma egli non crede in quel Dio, nel cui nome tuttavia parla ed agisce. E non si può certamente dire che l’Inquisitore abbia perduto la fede per la rilassatezza dei costumi. Anzi ha «mangiato anche lui radici nel deserto», anche lui si è «accanito a domare la propria carne per rendersi libero e perfetto» .
Ma al messaggio della libertà, gli uomini non sono in grado di corrispondere, perché deboli e fragili. Sì, dice ancora il vecchio, «non c’è nulla di più ammaliante per l’uomo che la libertà della propria coscienza: ma non c’è nulla, del pari, di più tormentoso ». Pertanto, con un tragico ribaltamento di prospettiva, egli riterrà di amare gli uomini, togliendo loro il peso della libertà e rendendoli “felici” nel docile appiattimento dello spirito e nella soddisfazione dei bisogni immediati. Un amore questo, che si tinge dei sinistri bagliori dei roghi… è giusto che uno muoia … per il bene di molti.
Il progetto del Grande Inquisitore
L’ampia e tragica pretesa del Grande Inquisitore è quella di “correggere” l’opera di Cristo: «Ma io ho aperto gli occhi, e non ho voluto servir la follia. Ho virato di bordo, e mi sono aggregato alla schiera di quelli che hanno corretto le Tue gesta». Ritenendo impraticabile ai più la strada della libertà indicata da Cristo, nel nome stesso di Lui, mentendo, alla strada impervia della libertà è stata sostituita la strada facile del servilismo felice, permettendo anche di peccare.

«Oh, noi li persuaderemo che allora soltanto essi saranno liberi, quando rinunzieranno alla libertà loro in favore nostro e si sottometteranno a noi… Oh, noi consentiremo loro anche il peccato, perché sono deboli e inetti, ed essi ci ameranno come bambini, perché permetteremo loro di peccare. Diremo che ogni peccato, se commesso col nostro consenso, sarà riscattato, che permettiamo loro di peccare perché li amiamo e che, in quanto al castigo per tali peccati, lo prenderemo su di noi. Così faremo, ed essi ci adoreranno come benefattori che si saranno gravati coi loro peccati dinanzi a Dio. E per noi non avranno segreti. Permetteremo o vieteremo loro di vivere con le proprie mogli ed amanti, di avere o di non avere figli, – sempre giudicando in base alla loro ubbidienza, – ed essi s’inchineranno con allegrezza e con gioia. Tutti, tutti i più tormentosi segreti della loro coscienza, li porteranno a noi, e noi risolveremo ogni caso, ed essi avranno nella nostra decisione una fede gioiosa, perché li libererà dal grave fastidio e dal terribile tormento odierno di dovere personalmente e liberamente decidere. E tutti saranno felici, milioni di esseri, salvo un centinaio di migliaia di condottieri. Giacché noi soli, noi che custodiremo il segreto, noi soli saremo infelici».

Il tragico ateismo del Grande Inquisitore raggiunge il punto culminante e intensivo nell’identificazione con lui, con il Tentatore.
L’identificazione con lo spirito del Tentatore da parte del Grande Inquisitore, «… noi non siamo con Te, siamo con lui: ecco il nostro segreto!», fa sì che questi, nel confronto con Cristo nel buio della prigione Sivigliana, assuma la configurazione dell’Anticristo. Desunte dalla pagina del vangelo matteano (Mt 4, 1-11), le tre tentazioni si rivestono di un progressivo significato di sfida, di fronte all’insuccesso dell’opera di Gesù. Le tre tentazioni indicano l’unica strada da seguire, per raggiungere gli uomini deboli e dominarli nella illusione di una «quieta e umile felicità». Non saranno le pietre a trasformarsi in pane, ma il pane stesso, frutto del lavoro degli uomini, sarà loro sottratto e ridistribuito da chi ha il potere. E il miracolo sarà nell’aver tramutato in pane quel pane che, senza quel dominio che ha tolto la libertà, si sarebbe trasformato in pietra.

[...]
Le ragioni dell’Inquisitore

Il discorso dell’Inquisitore non può essere semplicemente rigettato come figlio di un patto col diavolo, pertanto falso a priori. L’Inquisitore (come dimostra anche la sua vicenda personale) è un uomo che ha preso estremamente sul serio il messaggio evangelico. Infatti, chi potrebbe negare che il comandamento dell’amore è qualcosa di “sovrumano”? L’amore sfugge al controllo della ragione. Si può stabilire intellettualmente che è giusto amare il prossimo, ma una volta fatto questo si è ancora infinitamente distanti dall’amarlo concretamente, dal provare amore per lui. Ancor più evidente è il caso del perdono. Il genitore di un figlio assassinato può ripetersi mille volte che è giusto perdonare (e già questo implica uno sforzo notevole...), ma non è ben più “naturale” (“umano”) che, nei confronti dell’omicida, provi un odio profondo, anziché vedere in lui un fratello?
Nessun ragionamento è in grado, automaticamente, di far nascere il minimo sentimento. Il comandamento dell’amore è al centro del Vangelo, ma l’uomo raramente riesce a “farsi ubbidire” quando comanda a se stesso di amare. Troppo fragile è la volontà umana, troppo debole la voce della ragione. L’Inquisitore sta lì a ricordarci la sproporzione tra le “pretese” di Cristo e le nostre capacità, di qui il rimprovero al “prigioniero” di aver sopravvalutato l’uomo: non siamo abbastanza forti per amare; solo alcuni, cui è stata concessa una grazia particolare, lo possono fare. La Chiesa si occupa degli altri.

[...]

giovedì 17 marzo 2016

vigilia dell' ordinazione

LA SERA PRECEDENTE L'ORDINAZIONE SACERDOTALE





 

1. Domani, mio Dio, si dirà: «La santa Madre Chiesa chiede che questi nostri fratelli siano ordinati presbiteri ».  Dunque è la tua Chiesa che lo vuole. Tu, nella tua Chie­sa. Non io ho scelto te, ma tu hai scelto me. Scelta felice perché è la tua scelta, la scelta delle tue vie imperscrutabili, che sono amore e misericordia.

Scelta tremenda perché è la tua scelta, quella che tu ope­ri nella libertà e nella sicurezza sovrana dei tuoi pieni pote­ri, quella per la quale fai del piccolo l'essere più grande, del debole un superuomo, affinchè nessuno si esalti ma la sola forza di Dio si riveli nella nostra debolezza. Aiutami a comprendere che anche per l'« onus presbyterii » vale quel­la tua parola: « II mio giogo è dolce e il mio peso leggero »; a capire che il peso della croce del tuo sacerdozio si cam­bierà per me nel dolce peso di Dio, nel sovrappeso di tutte le grazie.
 

E poi sentirò il vescovo domandare: « Sei certo che ne sono degni? ». Dio mio, e chi è degno di te? Chi mai è de­gno davanti a te? Può esserlo la nullità davanti alla tua super-realtà, la peccaminosità davanti alla tua onnidivorante santità? Vedi, sono costretto a pregare come Isaia, quando, chiamato a diventare profeta, udì il triplice « san­to » del serafino adorante: « Ahimè, sono perduto, poiché sono un uomo e ho le labbra immonde e abito in mezzo a un popolo dalle labbra immonde ». Ma sei tu a rendermi degno, perché la tua chiamata, la tua grazia e la tua forza sono la mia dignità. Nonostante il mio: « Domine, non sum dignus », anch'io posso dire fiduciosamente con Isaia: Eccomi, manda me.

2. E poi il vescovo mi imporrà le mani sul capo senza dire neppure una parola. In questo silenzio, simile a quello di una notte di Natale o di Pasqua - « dum silentium tenet omnia » - la tua parola onnipotente e l'ardore del tuo Spirito mi trasformeranno in un prete del tuo Figlio, mio Signore. Scenderà sopra di me il tuo Spirito, il dono di Dio, che non è uno Spirito di timidezza, ma uno Spirito di forza, di amore, di saggezza (2 Tm 1,6-7), lo Spirito che fa diventare preti, ministri del tuo sacrificio e testimoni della tua parola, lo Spirito che ci strappa da noi stessi e rende la nostra vita parte viva del sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo.

II vescovo mi imporrà le mani, come nell'Antica Allean­za si imponevano le mani sulla vittima del sacrificio per l'espiazione dei peccati. Infatti io debbo seguire colui che, pur non avendo conosciuto peccato, tu hai reso peccato in nostro favore, affinché per mezzo di lui potessimo diven­tare giustizia di Dio (2 Cor 5,21); debbo seguire l'Agnello di Dio, che prese sopra di sé il peccato del mondo (Gv 1,29), sul quale hai caricato le colpe e i peccati di tutti (Is 53,6). Il vescovo imporrà le mani su di me così come Mosè aveva costituito Giosuè condottiero del popolo eletto me­diante l'imposizione delle mani e quello « fu ripieno dello spirito della sapienza perché Mosè aveva posto le mani so­pra il suo capo» (Dt 34,9); cosi come i leviti venivano costituiti tali con l'imposizione delle mani (Nm 8,10); come Gesù imponeva le mani sopra i bambini e sopra gli amma­lati; come gli apostoli imponevano le mani sui loro discepo­li affinché ricevessero Io Spirito, quando li sceglievano per l'opera alla quale Io Spirito li aveva chiamati (At 13,2).                 Il vescovo mi imporrà le sue mani ed io entrerò a far parte della serie dei tuoi servi, che da duemila anni, in tut­ti i tempi e in tutti i paesi, vanno a portare il tuo nome davanti a re e a popoli; entrerò a far parte di quell'ininter­rotta serie di tuoi servi che ebbe inizio quando il tuo Fi­glio, nostro Signore, disse: «Andate in tutto il mondo, ... ecco, io sono con voi»; entrerò nella catena ininterrotta della missione, del compito per un destino universale, di una forza e potenza nuove; entrerò a far parte dell'unica santa stirpe dei tuoi preti che viene perennemente genera­ta non da sangue e da volere di carne, ma mediante la na­scita dal tuo Spirito e in forza del tuo incarico; entrerò nel­la ininterrotta catena della tua stirpe sacerdotale che mai si estinguerà, in attesa del giorno in cui tu verrai a giudica­re i vivi e i morti. Il vescovo imporrà sopra di me le sue mani. Poi, ancora in silenzio, le ritirerà dal mio capo. Ma la tua mano, Signore, si fermerà e riposerà sopra di me.

Le tue mani rimarranno sopra di me.

Le mani dell'Onnipotente, più dolci delle mani di una madre.

Le mani che tutto hanno creato e tutto mantengono in vita.

Le mani che possono gravare pesantemente sull'uomo

e spesso graveranno pesantemente sopra di me nella mia vita di prete.

La mano che colpisce e che risana.

Le mani del Dio vivente, nelle quali è terribile cadere.

Le mani nelle quali in morte consegnerò il mio spirito.

Se la tua mano, per il tramite della mano del vescovo, si poserà su di me e sopra di me si poserà il tuo Spirito, anch'io potrò dire quel che profetizzò Isaia: « Lo Spirito dell'Onnipotente riposa sopra di me, perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spez­zati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Si­gnore» (Is 61). Allora potrò dire con Gesù: «Oggi si è compiuta la parola delle Scritture» (Lc 4,21). Come av­venne un giorno per Timoteo, domani anche i miei confra­telli, i miei compagni nell'esercito del Signore, mi impor­ranno fraternamente le mani, affinchè un unico Spirito e un'unica forza e un'unica missione viva e operi in tutti noi, affinchè lo Spirito presbiterale della Chiesa di Gesù conti­nui ad essere generato. Allora entreremo a far parte del presbiterio, saremo cresciuti, saremo annoverati fra gli an­ziani. Su di noi allora graverà questa responsabilità: che lo Spirito degli apostoli e dei martiri, lo Spirito della fedeltà, della forza, dell'altruismo, della fede, del sacrificio, lo Spirito del coraggio e dell'eroismo, che noi abbiamo ricevuto, non si estingua mai.
 

3. Poi il vescovo mi imporrà la stola e la incrocerà sul mio petto, sul mio cuore, e mi rivestirà della veste presbi­terale, la casula. Oltre alla veste battesimale, mio Dio, mi dai anche la veste presbiterale. Possa io riconsegnarle entrambe senza macchia davanti al tuo trono di giudice! Al tuo cospetto io sono povero e nudo, giacché, agli occhi della tua inesorabile giustizia, l'uomo è soltanto nullità e peccato. Ma tu rivestimi dell'abito della giustizia e della santa disciplina, ricoprimi, figlio perduto qual sono, con le vesti della tua grazia, della tua luce, della tua eterna chiari­tà. Donami inoltre le armi della luce (Rm 13,12), affinchè sia cinto ai fianchi con la verità, rivestito con la corazza della giustizia, abbia come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace, tenga in mano lo scudo della fede ed abbia l'elmo della salvezza e la spada della pa­rola di Dio (cfr. Ef 6,10-17).
 
 
4. Poi il vescovo ungerà in forma di croce le mie mani. Le mani che dovranno benedire, le mani che dovranno dispensare la pace di Dio ai pecca­tori, le mani che si apriranno nella preghiera per il popolo santo di Dio, le mani che dovranno stringere il corpo e il sangue del Signore.

«Riempire le mani» già nell'Antica Alleanza era espres­sione di consacrazione sacerdotale.

Riempi le mie mani della tua benedizione! Non siano mai vuote! Siano sempre sante! Siano sempre pronte al tuo servizio e legate ai tuoi voleri! Non si rivolgano mai verso il male! La tua croce, segno del tuo amore, bruci sopra di esse come una stimmata, affinchè io pure porti sempre sul mio corpo le ferite di Cristo. Che io sia unto dell'unzione con cui ungesti Aronne, i re e i profeti come tuoi sacerdoti regali e tuoi profeti. Che io sia unto come il tuo Unto, il Messia, Signore no­stro, « con l'olio della letizia davanti a tutti i miei compa­gni », con l'olio della forza e della santità, con l'olio dello Spirito Santo, l'olio della divinità; con l'unzione che rima­ne in noi e ci insegna ogni cosa (1 Gv 2,27).
 

5. Poi il vescovo affiderà per la prima volta alle mie ma­ni unte la patena e il calice con le offerte del pane e del vino. «Calicem salutaris accipiam et nomen Domini invocabo». Terrò in mano la patena sulla quale sarà posto il corpo del Signore. Prenderò in mano il calice che conterrà il riscatto per i peccati del mondo. Sarò tuo presbitero e celebrerò il sacrificio di Cristo domani e tutti i giorni della mia vita. Avrò il potere della parola che trasforma il mon­do in Dio. Offrirò il sacrificio perenne della nuova ed eter­na alleanza. Terrò nelle mani il corpo che fu sacrificato per noi. Alzerò il calice con il sangue che fu versato per me e per tutti, affinché fossimo purificati e santificati nella veri­tà. Distribuirò ai miei fratelli il tuo corpo, il sacramento della tua grazia, della morte del Signore, il sacramento del­l'unità e dell'amore, il sacramento del corpo nuovo e della resurrezione. Con la mia vita sarò inserito nella tua morte. Sarò tuo presbitero.
 

6. Allora tu Signore, Cristo Gesù, sacerdote in eterno, starai davanti a me e mi guarderai, come guardasti i tuoi apostoli con uno sguardo di onniscienza e di inesauribile amore, e anche a me dirai: « Jam non dicam vos servos, sed amicos meos ». Vi ho chiamati amici perché a voi ho rivela­to tutto quel che ho udito dal Padre (Gv 15,15). Signore, io sono il tuo servo e il figlio della tua ancella, ma sono an­che tuo amico, perché tu lo hai detto e la tua parola è effi­cace e onnipotente. Sono tuo amico perché mi hai dato tutto quello che hai: il Padre tuo, la tua vita, la tua grazia, la tua missione, la tua potenza, il tuo ministero, la tua chiamata, il tuo destino, la tua croce, la tua morte e la tua vittoria eterna. E tu sussurri di nuovo dentro il mio santo entusiasmo: «Vos amici mei estis, si feceriris quae ego praecipio vobis ». Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.
 

7. E poi ripeterò ancora una volta il «Credo», la « bella confessione di fede davanti a molti testimoni» già pronunciata da Timoteo (1 Tm 6,13); il Credo degli apo­stoli, dei miei antenati e dei miei genitori; il Credo della mia fede semplice di quand'ero bambino; il Credo che ha allietato la mia giovinezza; il Credo cui sono rimasto fedele da adulto; il Credo che è più sapiente di tutta la sapienza del mondo, il Credo che è parola di Dio, la quale rimane in eterno; il Credo al quale ora appartiene ogni mia parola, ogni mia fatica, tutto il mio sangue; il Credo che dovrò professare e vivere.
 

8. E ancora una volta il vescovo mi imporrà le mani e mi dirà che sono mandato per legare e per sciogliere, per giudicare e perdonare nel tuo nome. Fà che io ami sem­pre questo mio ministero nascosto, serio e umile, della re­missione dei peccati; questo ministero dell'amara serietà della vita umana, il peccato; questo ministero della tua ine­sauribile misericordia e longanimità; questo ministero nel quale la tua giustizia e la tua grazia diventano una cosa so­la, come diventano una cosa sola l'umanità più umana e la divinità più divina; questo ministero del silenzio e della pazienza, questo ministero della vita eterna.
 

9. E finalmente il vescovo prenderà le mie nelle sue ma­ni e farò promessa di obbedienza e fedeltà alla Chiesa, obbedienza tenace anche se difficile, obbedienza senza pensare a me stesso, obbedienza nella quale l'uomo riversa e dimentica tutta la propria vita in una missione che è più grande di lui, obbedienza nella quale l'uomo si perde per ritrovarsi nella fedeltà e nella bontà infinita. Ecco, metto le mie nelle tue mani, Dio. Prendi la mia mano e conduci­mi: attraverso la gioia e il dolore, l'onore e il disprezzo, nel lavoro e nella sofferenza, nel grigiore quotidiano e nelle grandi ore, nel santo silenzio della tua casa ma anche sulle strade interminabili e polverose del mondo. Conducimi oggi e sempre, conducimi nel regno della tua vita eterna.
 

10. Dopo che mi avrai così chiamato, elevato, unto con la tua forza, inviato, io mi alzerò e me ne andrò diventato tuo prete, tuo unto, tuo messaggero, tuo testimone, tuo prete in eterno.

L'ordinazione presbiterale è davvero la tua ultima grande parola pronunciata sulla mia vita, la tua ultima, decisiva, definitiva e irrefutabile chiamata, che la­scia un'impronta indelebile nella mia vita. Quello che av­verrà poi nella mia vita potrà essere soltanto l'effetto, lo sviluppo di questa tua chiamata definitiva, l'esecuzione di questo tuo definitivo comando che dovrà dominare per sempre su tutta la mia esistenza. Donami perciò di essere fedele. Tu hai chiamato, tu darai anche il compimento (1 Ts 5,24). Poiché i tuoi doni non conoscono pentimento. Nel giorno della mia ordinazione la mia preghiera mattuti­na sia la parola di sant’Ignazio: «Signore, insegnami la vera grandezza d'animo. A servirti come meriti. A dare senza contare, a combattere senza temere le ferite, a lavorare senza cercare riposo, a sacrificarmi senza attendere altra ricompensa che sapere di compiere la tua vo­lontà. Amen! ». K. Rahner s. j.
 

venerdì 8 gennaio 2016

ti loderò per sempre

OMELIA 

di congedo da 

Matera-Irsina



Mons. Salvatore Ligorio


                           Signore, mio Dio, ti loderò per sempre (Salmo 29).

Carissimi fratelli e sorelle,

1.In questa solennità dell’Epifania del Signore, celebriamo la “gloria del Signore che si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno”.
L’ Epifania è la festa della luce.”Alzati, rivestiti di luce, perché viene la luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1).

La Chiesa, con queste parole del profeta Isaia, esprime il contenuto della festa che oggi celebriamo. E’ venuto nel mondo Colui che è la vera Luce, Colui che rende gli uomini luce. Egli dona loro il potere di diventare figli di Dio (cfr. Gv 1,9-12).
Contemplando questo grande Mistero, che dilata il nostro cuore e lo riempie di vera gioia, del quale il Padre ci fa partecipi ancora oggi attraverso la liturgia, il mio congedo da questa amata Chiesa diocesana di Matera-Irsina non può essere per me motivo di tristezza e non lo deve essere neppure per voi, ma esprime un ulteriore passo in avanti che insieme facciamo nella maturazione di fede verso Cristo Gesù “che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia”.

   Siamo operai della sua Vigna e come tali siamo chiamati ad essere al suo servizio, soprattutto mettendoci nelle mani del buon Pastore che discerne per noi i luoghi e i tempi del nostro operare per il Regno di Dio. A noi il compito di mettercela tutta perché la sua Chiesa “sia il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo”  ( Evangelii Gaudium, 114).

   Sento il bisogno, in questo momento, di porgere un deferente saluto alle Autorità civili e militari presenti.

   Desidero dare un abbraccio, con tutto il cuore, a voi Eccellenze Re.me, a voi miei carissimi Sacerdoti, in particolare a mons. Pierdomenico Di Candia, mio Vicario Generale, e ai collaboratori di Curia, ai Religiosi e Religiose, ai diaconi e a tutti i seminaristi.

Tendo la mano, per un affettuoso saluto, a voi fratelli e figli carissimi, che rappresentate le Comunità parrocchiali, le Associazioni e i Movimenti di questa amata Chiesa di Matera-Irsina, e con voi abbraccio gli anziani, gli ammalati, i carcerati e i “cercatori di Dio”.

   Sono venuto in mezzo a voi con trepidazione, inviato da San Giovanni Paolo II, con un’unica certezza nel mio cuore e nelle mie povere mani, quella di esercitare il ministero episcopale qualificandolo esclusivamente come segno vivente, in mezzo alla Comunità, del Cristo supremo Pastore del popolo di Dio e dell’azione ininterrotta dello Spirito Santo.

   Lascio, in obbedienza a Papa Francesco, questa operosa e cara città di Matera, nella sua attuale espressione di capitale europea della cultura con tutta la  Comunità diocesana, che ho amato e conosciuto bene in tutte le sue potenzialità, attraverso la visita Pastorale, gli incontri personali, i convegni, le feste religiose e tutte le numerose iniziative che hanno scandito il nostro cammino comunitario, sicuro che il servizio svolto, insieme al presbiterio e a tutti voi, sarà moltiplicato, vivendo il dono dell’unità, “a lode e gloria del Signore”.

                                  Siamo venuti per adorare il Signore

2.  La Chiesa, nella solennità dell’Epifania, continua a contemplare e a celebrare il ministero della nascita di Gesù salvatore. In particolare, la ricorrenza odierna rileva la destinazione e il significato universale di questa nascita.

   Facendosi uomo nel grembo di Maria, il Figlio di Dio è venuto non solo per  il popolo d’Israele, rappresentato dai pastori di Betlemme, ma anche per l’intera umanità, rappresentata dai Magi.

   La Chiesa, in questo giorno solenne, ci invita a meditare e a pregare, attraverso la Parola ascoltata e alla luce del mistero dell’Epifania, in che modo si realizza in Gesù Cristo, la missione di Israele di riunire tutti i popoli della discendenza di Abramo per realizzare la promessa dell’universalismo, “cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere”  (Is 60,3).
Tutti noi siamo venuti, come i pastori e i magi, per adorare il Signore.                              
Ci ha guidato la stella della Chiesa con la sua liturgia, e incontriamo il bimbo, avvolto in fasce, che giace nella semplicità di una mangiatoia, è Cristo Gesù, morto e risorto, che rinnova a ciascuno di noi il mandato universale: “ Andate in tutto il mondo” (Mc 16,15), “fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19), sarete miei testimoni “fino ai confini della terra” (At 1,8), predicando “la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47).

   La Chiesa nasce con quest’apertura universale, e nel corso dei secoli ha ininterrottamente proclamato e testimoniato con fedeltà il Vangelo, che: “Gesù morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor 15,3-4).

   All’inizio del terzo millennio, però questa missione è ancora lontana dal suo compimento. E’ per questo più che mai attuale oggi il grido dell’apostolo Paolo sull’impegno missionario di ogni battezzato: “ Non è, infatti per me un vanto predicare il vangelo; è una necessità che si impone: guai a me se non predicassi il vangelo” (1 Cor 9,16). Ciò spiega la particolare attenzione che il Magistero dedica a motivare ed a sostenere la missione evangelizzatrice della Chiesa, soprattutto in rapporto alle tradizioni religiose del mondo (Dichiarazione Dominus Iesus, 2).

   Occorre ridestare nei cristiani la certezza intima della verità di quello che si annuncia; bisogna prestare così, più importanza all’oggetto che al soggetto dell’evangelizzazione, al suo contenuto più che alle condizioni in cui essa si svolge.
Ogni evangelizzatore, con Paolo, deve essere “animato da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: ho creduto perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo” ( Cor 4,13).

   Aver fede è un fiducioso affidarsi a un tu, il quale dà una certezza diversa, ma non meno solida di quella che viene dal calcolo esatto o dalla scienza: è adesione a un tu  che dona speranza e fiducia (cfr. Benedetto XVI, Udienza generale, 24 ottobre 2012).

    Il successo della nuova evangelizzazione dipenderà, quindi, dalla massa di fede che si riuscirà a creare nella Chiesa, tra gli stessi evangelizzatori. Una fede che comprenda una conoscenza delle Sue verità e degli eventi della salvezza, ma che, soprattutto, nasca da un vero incontro con Dio, in Gesù Cristo, dall’amarLo, dal dare fiducia a Lui, così che tutta la vita ne sia coinvolta.

    Dobbiamo scrollarci di dosso ogni senso d’impotenza e di rassegnazione. Abbiamo, è vero, davanti a noi un mondo chiuso nel suo secolarismo, inebriato dai successi della tecnica e dalle possibilità offerte dalla scienza, refrattario all’annuncio evangelico. Ma … forse era meno sicuro di sé e meno refrattario al Vangelo il mondo su cui si affacciavano i primi cristiani, cioè la grecità con la sua sapienza e l’impero romano con la sua potenza? (cfr. Cantalamessa, Come la scia di un vascello).

                                    La Chiesa evangelizzatrice si evangelizza
                                               con la bellezza della liturgia

3.  Lascio a tutti voi, miei carissimi, il compito di continuare ad annunciare il Vangelo di Cristo in quest’amata Chiesa di Matera-Irsina, con la forza dello Spirito e la generosità che ci viene dalla misericordia del Padre. Siamo convinti, nella tradizione del magistero della Chiesa, che la comunità dei credenti non può essere chiusa in se stessa, ma deve sempre caratterizzarsi come Chiesa missionaria.

   Papa Francesco ritiene questo un dinamismo indispensabile per la vita della Chiesa e, nell’esortazione Evangelii Gaudium, dichiara come criterio peculiare che permette di attuarlo, la bellezza della liturgia: “La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi” ( Evangelii Gaudium, 24).

   La bellezza della liturgia, indicata dal Papa, è fonte di rinnovato impulso a donarsi, perché la liturgia è ascolto della Parola; è incontro con Cristo che si fa presente e convoca i battezzati come Chiesa; è riscoperta a vivere nel quotidiano la vocazione battesimale che invia i credenti ad andare in uscita, nella carità, ad annunciare il Vangelo nelle periferie esistenziali della società; è cammino educativo al rispetto per ogni creatura  per l’ambiente in cui viviamo (cfr. Lettera Enciclica Laudato Sì).

   Evangelizzarsi per evangelizzare, sia per la Chiesa ma anche per ogni credente, non sono due momenti successivi ma simultanei.

4.   Per la missione che il Padre ha ritenuto opportuno affidarmi, attraverso l’invito di Papa Francesco, chiedo, a tutti voi, di continuare a pregare per me, in un momento così denso di timore e di gioia.

    Il Signore mi renda sempre più degno e capace di continuare a servirLo nei fratelli e sorelle che mi affida.       

   Alla materna intercessione di Maria SS. della Bruna,  affido tutti voi miei carissimi.
   “In quest’Anno Giubilare - concludo esortandovi con le parole di Papa Francesco – la Chiesa si faccia eco della Parola di Dio che risuona forte e convincente, come una parola e un gesto di perdono, di sostegno, di aiuto, di amore. Non si stanchi mai di offrire misericordia e sia sempre paziente nel confortare e perdonare. La Chiesa si faccia voce di ogni uomo e ogni donna e ripeta con fiducia e senza sosta: Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre” (Sal 25,6)”.
                                                                                              (Francesco,  Misericordiae Vultus,”25)          

Matera, 5 gennaio 2016                           
                                                                                                                    + Salvatore Ligorio

lunedì 2 luglio 2012

madonna della bruna

2 LUGLIO
Maria santissima della BRUNA
PATRONA della Citta’
e dell’ Archidiocesi di Matera - Irsina



Liturgia Eucaristica dalla Festa della Visitazione
al 31 Maggio


O Madre della Chiesa e Madre nostra, questa comunità nel consacrarsi a Te, Ti offre: l’innocenza dei bambini, la generosità e l’ entusiasmo dei giovani, la sofferenza dei malati, la solitudine degli anziani, la fatica dei lavoratori, le angustie dei disoccupati, gli affetti coltivati nelle famiglie. Guarda, o Madre, chi ricerca il senso dell’ esistenza, il pentimento di chi è smarrito nel peccato, i propositi e le speranza di quanti vivono nell’ amore del Padre, la fedeltà dei sacerdoti,  le preghiere e il servizio delle religiose e lo zelo di chi si spende nell’ apostolato e nelle opere di misericordia. Concedi o Madre alla società civile di progredire nella solidarietà e nella giustizia, di crescere sempre nella fraternità. Aiutaci a raggiungere gli orizzonti della speranza, fino alle realtà eterne del cielo.
                                  


                                                                                                                                                                        Giovanni Paolo II a Matera, 27 4 1991