giovedì 27 marzo 2014

odio per Benedetto xvi

Odio x Giovanni Paolo II e Benedetto XVI


The Tablet, nota rivista cattolica britannica, sospende il suo corrispondente da Roma che su Facebook chiama "Topo" Ratzinger e auspica il suo funerale. Ma quanto è diffuso nei media cattolici, sotto l'entusiasmo per papa Francesco, e al di là della piaggeria, l'odio per il pontefice tedesco?

MARCO TOSATTI
L’odio per Benedetto.  
Il fatto in sé è abbastanza minuscolo; ma è significativo di un’atmosfera e di come un papa coraggioso, onesto e fedele al Vangelo come Benedetto XVI ha dovuto compiere la sua missione. “The Tablet” il noto giornale cattolico britannico, ha sospeso il suo corrispondente da Roma, Robert Mickens. Perché? Per un commento postato su Facebook, in cui si parlava della porpora concessa a Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII. Scriveva Robert Mickens, in colloquio con un'altra persona: 
“Avrebbe dovuto accadere molto tempo fa. Pensa che ce la farà per il funerale del Topo?”. 
In inglese la frase era: “the Rat’s funeral”. Dove Rat indicava ovviamente Benedetto XVI, Joseph Ratzinger. 

Rispondeva il suo amico: “Spero che starà abbastanza bene per concelebrare la canonizzazione di Giovanni XXII e di un altro il 27 aprile. Il funerale del Topo sarebbe un bonus”. 

Ieri pomeriggio The Tablet annunciò su Twitter che il corrispondente da Roma era stato sospeso, e che era in corso un’inchiesta. 

Un episodio minimo, ma che offre lo spunto ad alcune riflessioni. 

La prima: pensiamo a che tipo di informazione obiettiva e spassionata sulla Chiesa cattolica e sul pontificato di Benedetto XVI può essere partita da Roma, e recepita dai cattolici britannici, in tutti questi anni. E se questi sono, almeno in via di principio, gli “amici”, che bisogno c’è di nemici? 

La seconda. L’amico di Mickens parla della canonizzazione di Giovanni XXIII e di “un altro”. Che sarebbe poi Giovanni Paolo II. E anche questo è significativo: sia papa Ratzinger che il suo predecessore sembrano accomunati in un sentimento non positivo. 

C’è da chiedersi poi quanto questo genere di comportamenti sia diffuso, anche all’interno di quanti seguono professionalmente le vicende della Chiesa, e magari non sono così ingenui come Robert Mickens da esternare il loro pensiero su Facebook.  

Una spia di questo sentimento sono – al di là della piaggeria ecclesiastica, che non appare seconda a nessuna piaggeria – forse gli elogi sperticati a papa Francesco.  

Citiamo l’editoriale che una rivista – di un grande gruppo editoriale religioso – dedicava al primo anniversario di papa Bergoglio: "E' passato un anno dall'elezione di Papa Francesco, il 13 marzo 2013, ma la sensazione è che si siano fatti enormi passi in avanti nella Chiesa, riducendo quel ritardo di 200 anni di cui parlava il cardinale Martini". In occasione di questo anniversario bisogna "riflettere sulla Chiesa del futuro, sulle prospettive aperte dalla rinuncia di Benedetto XVI, gesto profetico che ha desacralizzato la figura del Papa, e l'elezione di Bergoglio che ha rimesso al centro il Vangelo".  

Ora, chi vi scrive segue dal 1982 le vicende della Chiesa. Con atteggiamento spesso critico, e sempre distaccato, come pensiamo debba fare chi informa. E non ho notato che né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI mettessero al centro del loro spendersi per la Chiesa il Corano, o il Talmud, o il Baghavad Gita, tanto apprezzati da alcune pubblicazioni cattoliche specializzate in ecumenismo. Povero Benedetto! 
Povero Karol! 

mercoledì 26 marzo 2014

confessate i vostri peccati

14 ragioni per non confessarmi in questa Quaresima

Ce n'è qualcuna che non hai sentito, o anche pensato?



Frederique Voisin Demery
Chi è il prete per perdonare i peccati?

Solo Dio può perdonarli. Sappiamo che il Signore ha dato questo potere agli apostoli (Gv 20,23); questa argomentazione, tra l'altro, l'ho già letta... proprio nel Vangelo: lo dicevano i farisei, indignati, quando Gesù perdonava i peccati (cfr. Mt 9, 1-8).

Io mi confesso direttamente con Dio, senza intermediari

Fantastico... ma c'è qualche “però” da considerare... Come sai che Dio accetta il tuo pentimento e ti perdona? Senti qualche voce celestiale che te lo conferma?

Come sai che sei in condizione di essere perdonato? Ti renderai conto che la cosa non è così semplice... Una persona che ruba in una banca e rifiuta di restituire il denaro, per quanto si confessi direttamente con Dio o con un sacerdote, se non ha intenzione di riparare al danno commesso – in questo caso restituire il denaro – non può essere perdonata... perché non vuole “disfarsi” del peccato.

Dall'altro lato, questa argomentazione non è nuova: quasi 1600 anni fa, Sant'Agostino replicava a chi diceva lo stesso: “Nessuno pensa: io opero privatamente, di fronte a Dio... È senza motivo che il Signore ha detto: 'Ciò che legherete in terra sarà legato in cielo'? Alla Chiesa sono state date le chiavi del Regno dei Cieli senza necessità? Procedendo così frustriamo il Vangelo di Dio, rendiamo inutile la parola di Cristo”.

Perché devo dire i miei peccati a un uomo come me?

Perché quell'uomo non è un uomo qualsiasi: ha il potere speciale di perdonare i peccati (il Sacramento dell'Ordine). È questo il motivo per cui devi andare da lui.

Perché devo dire i miei peccati a un uomo che è peccatore come me?

Il problema non sta nella “quantità” di peccati: se sia meno peccatore di te, uguale o di più... Non ti confesserai perché è santo e immacolato, ma perché ti può dare l'assoluzione, un potere che ha per il Sacramento dell'Ordine, e non per la sua bontà. È una fortuna – in realtà una disposizione della saggezza divina – che il potere di perdonare i peccati non dipenda dalla qualità personale del sacerdote, cosa che sarebbe terribile, visto che non si saprebbe mai chi è sufficientemente santo per perdonare. Il fatto inoltre che sia un uomo e in quanto tale abbia peccati facilita la confessione: proprio perché conosce sulla propria pelle cosa vuol dire essere debole può capirti meglio.



Mi vergogno

È logico, ma bisogna superare la vergogna. C'è un fatto verificato a livello universale: quanto più ti costa dire qualcosa, tanto maggiore sarà la pace interiore che raggiungerai dopo averla detta. E costa proprio perché ti confessi poco; facendolo frequentemente vedrai come supererai quella vergogna.

Non credere poi di essere tanto originale... Il sacerdote ha già ascoltato migliaia di volte quello che gli dirai. A questo punto della storia, è difficile credere di poter inventare peccati nuovi. E poi non dimenticarti di quello che ci ha insegnato un grande santo: il Demonio toglie la vergogna per peccare, e la restituisce aumentata per chiedere perdono. Non cadere nella sua trappola.

Confesso sempre le stesse cose

Non è un problema. Bisogna confessare i peccati commessi, ed è abbastanza logico che i nostri difetti siano sempre più o meno gli stessi. Sarebbe terribile cambiare costantemente i propri difetti; quando ti fai il bagno o lavi i vestiti, non ti aspetti che appaiano macchie nuove che non avevi mai avuto prima; la sporcizia è più o meno sempre dello stesso tipo. Per voler essere puliti basta voler rimuovere il sudiciume... indipendentemente da quanto sia originale oppure ordinario.

Confesso sempre gli stessi peccati

Non è vero che sono sempre gli stessi peccati: sono diversi, anche se sono dello stesso tipo. Se insulto mia madre dieci volte, non si tratta dello stesso insulto, è sempre diverso; così come non è lo stesso uccidere una persona o dieci: se ho assassinato dieci persone non è lo stesso peccato, ma sono dieci omicidi distinti. I peccati precedenti mi sono già stati perdonati; ora ho bisogno del perdono dei “nuovi”, ovvero di quelli commessi dall'ultima confessione.

Confessarmi non serve a nulla, continuo a commettere i peccati che confesso

Lo scoraggiamento può indurre a pensare: “Confessarmi o no è lo stesso, non cambia nulla, tutto resta uguale”. Non è vero. Il fatto che uno si sporchi non fa concludere che lavarsi sia inutile. Chi si fa il bagno tutti i giorni si sporca ugualmente tutti i giorni, ma grazie al fatto di lavarsi non accumulerà sporcizia e potrà essere pulito. Succede lo stesso con la confessione. Se c'è una lotta, anche se si cade, il fatto di togliersi i peccati di dosso rende migliori. È meglio chiedere perdono che non chiederlo. Chiedere perdono ci rende migliori.

So che peccherò di nuovo, il che dimostra che non sono pentito

Dipende... L'unica cosa che Dio mi chiede è che sia pentito del peccato commesso e che ora, in questo momento, sia disposto a lottare per non commetterlo di nuovo. Nessuno chiede di impegnare il futuro che ignoriamo. Cosa succederà tra quindici giorni? Non lo so. Mi viene chiesto di essere sinceramente deciso, davvero, ora, a rifiutare il peccato. Il futuro va lasciato nelle mani di Dio.

E se il confessore pensa male di me?

Il sacerdote è lì per perdonare. Se penserà male sarà un problema suo del quale dovrà confessarsi. Tende sempre a pensare bene: valorizza la tua fede (sa che se sei lì a raccontare i tuoi peccati non è per lui, ma perché credi che egli rappresenti Dio), la tua sincerità, la tua voglia di migliorare...

Suppongo che ti renderai conto del fatto che sedersi ad ascoltare peccati gratuitamente per ore non si fa se non per amore delle anime. Per questo se ti dedica del tempo, se ti ascolta con attenzione, è perché vuole aiutarti e gli importa di te. Anche se non ti conosce ti valorizza abbastanza da volerti aiutare ad andare in Cielo.

E se il sacerdote poi racconta a qualcuno i miei peccati?

Non ti preoccupare di questo. La Chiesa cura tanto questo fatto da applicare la pena più grande che esista nel Diritto Canonico – la scomunica – al sacerdote che si azzarda a rivelare quanto ha appreso durante la confessione. Ci sono martiri per il sigillo sacramentale: sacerdoti che sono morti per non rivelare il contenuto della confessione.

Sono pigro

Può essere vero, ma non credo che sia un vero ostacolo, perché è abbastanza facile da superare. È come se uno dicesse che non si fa il bagno da un anno perché è pigro...

Non ho tempo

Non credo che tu pensi davvero che negli ultimi mesi non hai avuto dieci minuti a disposizione per confessarti. Vogliamo fare un paragone con le ore di televisione che hai visto nello stesso periodo? Moltiplica il numero di ore quotidiane per il numero di giorni.

Non trovo un sacerdote

I sacerdoti non sono una razza in via di estinzione, ce ne sono a migliaia. Come extrema ratio, cerca sull'elenco il numero di telefono della tua parrocchia; se non sai come si chiama, cerca la diocesi, sarà più semplice. In questo modo potrai sapere, in tre minuti al massimo, il nome di un sacerdote con il quale confessarti, e prendere anche un appuntamento per non dover aspettare.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

corrompere i giovani

Ecco il forzuto e inatteso discorso di Bagnasco sulla famiglia

26 - 03 - 2014Matteo Matzuzzi
Ecco il forzuto e inatteso discorso di Bagnasco sulla famiglia
E’ stato durissimo e inaspettato l’attacco che il presidente della conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, ha sferrato all’ideologia del gender. L’occasione era data dal Consiglio permanente della Cei che si è aperto martedì a Roma. Nel corso della prolusione, Bagnasco – dopo aver toccato vari altri punti, come il problema della disoccupazione – ha parlato dell’educazione.
LA SOCIETA’ HA IL DOVERE DI NON CORROMPERE I GIOVANI
Il cardinale arcivescovo di Genova fissa una data: il 10 maggio prossimo in piazza san Pietro con il Papa: “Davanti a lui e con lui, riaffermeremo l’urgenza del compito educativo; la sacrosanta libertà dei genitori nell’educare i figli; il grave dovere della società – a tutti i livelli e forme – di non corrompere i giovani con idee ed esempi che nessun padre e madre vorrebbero per i propri ragazzi; il diritto a una scuola non ideologica e supina alle mode culturali imposte; la preziosità irrinunciabile e il sostegno concreto alla scuola cattolica”. E proprio su questo punto, Bagnasco va oltre: la scuola cattolica è un patrimonio storico e plurale del nostro Paese, offrendo un servizio pubblico seppure in mezzo a grandi difficoltà e a prezzo di sacrifici imposti dall’ingiustizia degli uomini: ingiustizia che i responsabili fanno finta di non vedere pur sapendo – tra l’altro – l’enorme risparmio che lo Stato accantona ogni anno grazie a questa peculiare presenza”.
“SI VUOLE ISTILLARE NEI BAMBINI PRECONCETTI CONTRO LA FAMIGLIA”
Presidio fondamentale, dunque, anche per contrastare “la recente iniziativa di tre volumetti dal titolo ‘Educare alla diversità a scuola’, che sono approdati nelle scuole italiane, destinati alle scuole primarie e alle scuole secondarie di primo e secondo grado”. Le tre guida, nota il presidente della Cei, “mirano a istillare nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre…parole dolcissime che sembrano oggi non solo fuori corso, ma persino imbarazzanti, tanto che si tende a eliminarle anche dalle carte. E’ la lettura ideologica del genere, una vera dittatura, che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni”. L’arcivescovo di Genova prosegue e dice “viene da chiederci con amarezza se si vuol fare della scuola dei campi di rieducazione, di indottrinamento. Ma i genitori hanno ancora il diritto di educare i propri figli oppure sono stati esautorati? Si è chiesto a loro non solo il parere ma anche l’esplicita autorizzazione?”. E ancora, “i genitori non si facciano intimidire”.
BASSETTI E GALANTINO, I PIU’ ASCOLTATI DA FRANCESCO
Parole dure e inattese, specie dopo l’anno vissuto dall’episcopato italiano dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio a Pontefice. Dodici mesi in cui il Papa ha invitato la Cei a riformarsi, magari anche provvedendo ad eleggere autonomamente i propri vertici. Punto su cui i vescovi italiani hanno già deliberato, in senso negativo. Semmai, si potrà fornire al Pontefice una rosa da cui scegliere il presidente e il segretario. Un anno in cui Francesco ha prima prorogato e poi trasferito a Latina (non certo sede di primaria importanza) il segretario Mariano Crociata, mettendo al suo posto mons. Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Jonio. Ed è quest’ultimo l’interlocutore privilegiato del Papa, se è vero che negli ultimi due mesi sono stati ben tre gli incontri tra i due a Santa Marta. Se a ciò si somma la grande considerazione che il Pontefice dà all’attuale vicepresidente della Cei, Gualtiero Bassetti, tanto da averlo elevato al cardinalato, s’intuisce che la situazione è in rapido aggiornamento.
L’INCONTRO DI SABATO TRA IL PAPA E BAGNASCO
Eppure, la prolusione di Bagnasco di martedì è di importanza rilevante, soprattutto perché presentata sabato scorso direttamente al Papa in uno degli ormai rari incontri tra i due. Un testo che, si può immaginare, Francesco abbia condiviso. In attesa delle riforme e dell’importante Assemblea del prossimo maggio, con la prolusione in San Pietro che sarà con ogni probabilità tenuta direttamente dal Papa, vescovo di Roma e Primate d’Italia.

martedì 25 marzo 2014

ad quid?

Suor Cristina, ce n'era bisogno?
di Roberta Vinerba
25-03-2014




Perplessa. Non saprei come altrimenti dire lo stato d’animo che suscita in me il “fatto” di Suor Cristina Scoccia. Non ho seguito la trasmissione televisiva, su facebook pochi giorni fa ho visto postato, sulla bacheca di una ragazza che conosco, il video della esecuzione della giovane suora a “The Voice” con il commento “questa è una grande!”. Poi su altre bacheche è stato un proliferare di video e di commenti e infine una selva di post favorevoli/contrari. A questo punto mi sono incuriosita e ho guardato  il video. 

Che dire? Sono una suora anch’io, anch’io ora come in passato non disdegno il mezzo televisivo che considero un ottimo strumento di evangelizzazione. Penso anche che molti di noi, religiosi e sacerdoti, non sappiano usare questo strumento diventando di fatto, o l’agnello immolato in trasmissioni preparate ad arte per far fare una brutta figura a uomini e donne di Chiesa incapaci di dominare la comunicazione, o fenomeni da baraccone rincorrendo un modo di comunicare che bada più all’effetto che alla sostanza. Pochi di noi si sanno muovere bene in questo mondo. Insomma della comunicazione televisiva ne conosco i vantaggi e le insidie. Non demonizzo i media, li considero una chance per il Vangelo, credo però vada messo a fuoco il perché e il come della nostra presenza di consacrati. 

Mentre guardo il video capisco che sono di fronte ad un nuovo fenomeno: carina, giovane, con grande capacità comunicativa e con una voce strepitosa, suor Cristina ha carisma da vendere. Al contempo resto perplessa davanti alla sua esibizione chiedendomi: ma ce n’era bisogno? Quale vantaggio per il Vangelo? Ho tenuto per me i miei pensieri, sinceramente desiderosa di comprendere, di non schierarmi né con i tifosi né con i detrattori della suora. 

Su facebook si stanno confrontando due modi differenti di vedere, in ultimo, il compito e la presenza dei consacrati nell’arena mediatica. Tanti difendono a spada tratta la scelta di suor Cristina e delle sue consorelle, affermando che si tratta finalmente di una Chiesa che comunica, che sa arrivare a toccare coloro che mai si sarebbero sognati di tifare una suora e che è un modo per portare il Vangelo là dove non penetrerebbe mai. Parlano di papa Francesco, di una Chiesa più giovane, più fresca, finalmente pronta a confrontarsi con le famose periferie esistenziali. Accusano chi non condivide questo stile, di essere bigotti e fuori dal vento nuovo che soffia nella Chiesa. Poi ci sono quelli scandalizzati, quelli che una suora che si esibisce in televisione, non la digeriscono proprio: un vero e proprio tradimento della sacralità dell’abito religioso. Alcuni meno intransigenti, si domandano se davvero serva a qualcosa questo successo che la travolgerà e temono per questa vocazione che, è bene ricordarlo, non è ancora definitiva perché solo a luglio suor Cristina emetterà la sua professione religiosa definitiva. 

E io, mi domando, da che parte sto? Non sto. Nel senso che sto cercando di capire e soprattutto di ascoltarmi, da consacrata anch’io. La mia perplessità nasce dal fatto che non ho ancora risposto a quelle domande della prim’ora. Perché? Ce n’era bisogno? Certamente suor Cristina e le sue consorelle, le sue superiori avranno pregato, fatto discernimento, certamente non hanno affrontato questa scelta con superficialità e a cuor leggero. Hanno le loro ragioni. Solo che non riesco a comprenderle. Molti sono stati raggiunti dalla gioia esplosiva di questa suora e questo è un bene. Tanti si saranno fatti delle domande che altrimenti non avrebbero mai avuto la possibilità di farsi. Ne sono convinta. 

Eppure questo non basta per farmi dire sì, questa presenza, questo stile mi convince. Dall’altra parte non riesco a togliermi di dosso il disagio di una presenza fuori posto, di un centro non centrato. E non perché si tratta di televisione, non perché si tratta di un programma “non confessionale”: i cristiani come sale e lievito stanno bene ovunque e devono essere ovunque. Ciascuno però ha il proprio dono, per citare suor Cristina. E fin qui sono d’accordo con lei, ma questo dono messo in circolo in questa maniera, lascia trasparire davvero il Donatore di ogni dono? Non ho ancora una risposta. 

Tendenzialmente sarei per prendere le distanze da questo modo di presentare la vita consacrata e lo dico da consacrata tante volte criticata per la sua presenza nei media, per uno stile forse troppo distante dai canoni tradizionali con i quali viene rappresentata la vita consacrata. Credo che ci sia davvero bisogno di una nuova presenza al mondo di noi uomini e donne che abbiamo scelto la via della verginità. Ma credo anche che debba essere appropriata al proprio essere nel mondo ma non del mondo e che un abito, volente o nolente, ti chiede di fare alcune cose e di rinunciare ad altre. 

E penso a Fra Alessandro Brustenghi, il frate di Assisi, caro amico che, famoso in tutto il mondo, ha fatto la scelta di donare la sua splendida voce solo per cantare canti del repertorio sacro. Per quello che mi riguarda sta più nelle mie corde. Ma la Chiesa è grande, il Vangelo si incarna nelle differenti situazioni nei modi più impensati; la scelta di suor Cristina, radicalmente differente, potrebbe essere, anch’essa, vincente. "Dai frutti li riconoscerete". Non devo giudicare, né dire oggi se sia giusto o no quello a cui stiamo assistendo, se viene da Dio o no. La prudenza e la necessaria obbedienza allo Spirito Santo che muove dove e come vuole, mi chiede oggi di non tranciare giudizi avventati, né pro né contro. 

Continuo ad interrogarmi, ammettendo che si tratta di qualcosa che non rientra nel mio modo di vedere la vita consacrata e la sua missione nel mondo. Ma si vedrà. Per il momento mi limito sinceramente ad augurare, a questa giovane suora, ogni bene e che Dio la conduca dove Lui vuole anche fossero strade inconsuete. E a pregare per lei e per la sua consacrazione.

lunedì 24 marzo 2014

profeti falsi

VERITA' DIMENTICATE

LA MISERICORDIA DI DIO E' PER CHI LO TEME 

ABUSO DELLA DIVINA MISERICORDIA 

Ignoras, quoniam benignitas Dei ad poenitentiam te adducit? (Rom 2,4) 



PUNTO I 

Si ha nella parabola della zizania in S. Matteo (Matth 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: "Vis, imus, et colligimus ea?". Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: "In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum". Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa con i peccatori; e per l'altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino che in due modi il demonio inganna gli uomini: "Desperando, et sperando". Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, l'anima al peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno: "Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam". Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l'Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?

Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori voglion peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. "Bonus est Deus, faciam quod mihi placet", ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino. Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.

Non dire, dice il Signore: Son grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. "Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur" (Eccli 5,6). Nol dire, dice Dio; e perché? "Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius" (Eccli 5,7). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che son le miserazioni) son finiti. Dio è misericordioso ma è ancora giusto. "Ego sum iustus, et misericors", disse il Signore un giorno a S. Brigida; "peccatores tantum misericordem me existimant". I peccatori, scrive S. Basilio, voglion considerare Dio solo per metà: "Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare". Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P. M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa. "Et misericordia eius timentibus eum", come cantò la divina Madre. Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino) Dio non mentisce nelle promesse; così non mentisce ancora nelle minacce: "Qui verus est in promittendo, verus est in minando".

Guardati, dice S. Giovanni Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; "Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur". Guai, soggiunge S. Agostino, a chi spera per peccare: "Sperat, ut peccet; vae a perversa spe". Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo, questa vana speranza. "Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit". Povero chi s'abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo! Dice S. Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo. Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia. Perciò ancora dice S. Gio. Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesù Cristo: "Fidit in lenitate magistri". In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de' cristiani (parlando degli adulti) si danna: "Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam" (Matth 7,13).

Chi offende Dio colla speranza del perdono, "irrisor est non poenitens", dice S. Agostino. Ma all'incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: "Deus non irridetur" (Galat 6,7). Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. "Quae enim seminaverit homo, haec et metet" (Galat 6,7). Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all'inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest'inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt'i peccati vi salverete. Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. "Maledictus homo qui peccat in spe". La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l'abbominio di Dio: "Et spes illorum abominatio" (Iob 11,20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome irriterebbe il padrone quel servo che l'offendesse, perché il padrone è buono.

PUNTO II 

Dirà taluno, Dio m'ha usate tante misericordie per lo passato, così spero che me l'userà per l'avvenire. Ma io rispondo: E perché t'ha usate tante misericordie, per questo lo vuoi tornare ad offendere? Dunque (ti dice S. Paolo) così tu disprezzi la bontà e la pazienza di Dio? Nol sai che 'l Signore ti ha sopportato sinora; non già a fine che tu lo segui ad offendere, ma acciocché piangi il mal fatto? "An divitias bonitatis eius, et patientiae contemnis? Ignoras, quoniam benignitas Dei ad poenitentiam te adducit?" (Rom 2,4). Quando tu fidato alla divina misericordia non vuoi finirla, la finirà il Signore. "Nisi conversi fueritis, arcum suum vibrabit" (Ps 7). "Mea est ultio et ego retribuam in tempore" (Deut 32,35). Dio aspetta ma quando giunge il tempo della vendetta, non aspetta più e castiga.

"Propterea exspectat Dominus, ut misereatur vestri" (Is 30,18). Dio aspetta il peccatore, acciocché si emendi: ma quando vede che quegli del tempo, che gli è dato per piangere i peccati, se ne serve per accrescerli, allora chiama lo stesso tempo a giudicarlo. "Vocavit adversum me tempus" (Thren 1,15). S. Gregorio: "Ipsum tempus ad iudicandum vertit". Sicché lo stesso tempo dato, le stesse misericordie usate serviranno per farlo castigare con più rigore e più presto abbandonare. "Curavimus Babylonem, et non est sanata, derelinquamus eam" (Ier 51,9). E come Dio l'abbandona? O gli manda la morte, e lo fa morire in peccato; o pure lo priva delle grazie abbondanti, e lo lascia colla sola grazia sufficiente, colla quale il peccatore potrebbe sì bene salvarsi ma non si salverà. La mente accecata, il cuore indurito, il mal abito fatto renderanno la sua salvazione moralmente impossibile; e così resterà, se non assolutamente, almeno moralmente abbandonato. "Auferam sepem eius, et erit in direptionem" (Is 5,5). Oh che castigo! Che segno è, quando il padrone scassa la siepe, e permette che nella vigna v'entri chi vuole, uomini e bestie? è segno che l'abbandona. Così fa Dio, quando abbandona un'anima, le toglie la siepe del timore, del rimorso di coscienza, e la lascia nelle tenebre; ed allora entreranno in quell'anima tutti i mostri de' vizi. "Posuisti tenebras, et facta est nox, in ipsa pertransibunt omnes bestiae silvae" (Ps 103,20). E 'l peccatore abbandonato che sarà in quell'oscurità, disprezzerà tutto, grazia di Dio, paradiso, ammonizioni, scomuniche; si burlerà della stessa sua dannazione. "Impius, cum in profundum peccatorum venerit, contemnit" (Prov 18,3).

Dio lo lascerà in questa vita senza castigarlo, ma il non castigarlo sarà il suo maggior castigo. "Misereamur impio, et non discet iustitiam" (Is 26,10). Dice S. Bernardo su questo testo: "Misericordiam hanc ego nolo; super omnem iram miseratio ista". Oh qual castigo è quando Dio lascia il peccatore in mano del suo peccato, e par che non gliene domandi più conto! "Secundum multitudinem irae suae non quaeret" (Ps 9). E sembra che non sia con lui sdegnato. "Auferetur zelus meus a te, et quiescam, nec irascar amplius" (Ez 16,42). E par che lo lasci a conseguir tutto ciò che desidera in questa terra. "Et dimisi eos secundum desideria cordis eorum" (Ps 80). Poveri peccatori, che in questa vita son prosperati! È segno che Dio aspetta a renderli vittime della sua giustizia nella vita eterna. Dimanda Geremia: "Quare via impiorum prosperatur?" (Ier 12,1). E poi risponde: "Congregas eos quasi gregem ad victoriam". Non v'è castigo maggiore, che quando Dio permette ad un peccatore che aggiunga peccati a peccati, secondo quel che dice Davide: "Appone iniquitatem super iniquitatem... deleantur de libro viventium" (Ps 66,28). Sul che dice il Bellarmino: "Nulla poena maior, quam cum peccatum est poena peccati". Meglio sarebbe stato per talun di quest'infelici, che il Signore l'avesse fatto morire dopo il primo peccato; perché, morendo appresso, avrà tanti inferni, quanti peccati ha commessi.

PUNTO III 

Si narra nella vita del P. Luigi la Nusa che in Palermo v'erano due amici; andavano questi un giorno passeggiando, uno di costoro chiamato Cesare ch'era commediante, vedendo l'altro pensoso: Quanto va, gli disse, che tu sei andato a confessarti, e perciò ti sei inquietato? Senti (poi gli soggiunse), sappi che un giorno mi disse il Padre la Nusa che Dio mi dava 12 anni di vita, e che se io non mi emendava tra questo tempo, avrei fatta una mala morte. Io ho camminato per tante parti del mondo, ho avute infermità, specialmente una che mi ridusse all'ultimo, ma in questo mese in cui si compiscono i 12 anni mi sento meglio che in tutto il tempo della vita mia. Indi l'invitò di venire a sentire il sabato una nuova commedia da lui composta. Or che avvenne? nel sabato, che fu a' 24 di novembre del 1668, mentre stava egli per uscire in iscena, gli venne una goccia, e morì di subito, spirando tra le braccia d'una donna anche commediante, e così finì la commedia. Or veniamo a noi. Fratello mio, quando il demonio vi tenta a peccare di nuovo, se volete dannarvi, sta in arbitrio vostro il peccare, ma non dite allora, che volete salvarvi; mentre volete peccare, tenetevi per dannato, e figuratevi che allora Dio scriva la vostra condanna, e vi dica: "Quid ultra debui facere vineae meae, et non feci?" (Is 5,4). Ingrato, che più io dovea fare per te, e non ho fatto? Or via, giacché vuoi dannarti, sii dannato, è colpa tua.

Ma dirai: E la misericordia di Dio dov'è? Ahi misero, e non ti pare misericordia di Dio l'averti sopportato per tanti anni con tanti peccati? Tu dovresti startene sempre colla faccia a terra ringraziandolo e dicendo: "Misericordiae Domini, quia non sumus consumti" (Thren 3). Tu facendo un solo peccato mortale, hai commesso un delitto più grande, che se ti avessi posto sotto i piedi il primo monarca della terra; tu n'hai commessi tanti, che se l'ingiurie ch'hai fatte a Dio, l'avessi fatte ad un tuo fratello carnale, neppure ti avrebbe sopportato; Dio non solo ti ha aspettato, ma ti ha chiamato tante volte, e ti ha invitato al perdono. "Quid ultra debui facere?". Se Dio avesse avuto bisogno di te, o se tu gli avessi fatto qualche gran favore, poteva egli usarti maggior pietà? Posto ciò, se tu di nuovo tornerai ad offenderlo, farai che tutta la sua pietà si muti in furore e castigo.

Se quella pianta di fico trovata dal padrone senza frutto, dopo l'anno concesso a coltivarla, neppure avesse renduto alcun frutto, chi mai avrebbe sperato che il Signore l'avesse dato più tempo e perdonato il taglio? Senti dunque ciò che ti avverte S. Agostino: "O arbor infructuosa, dilata est securis, noli esse secura, amputaberis". Il castigo (dice il santo) ti è stato differito, ma non già tolto, se più ti abuserai della divina misericordia, "amputaberis", finalmente ti taglierà. Che vuoi aspettare, che proprio Dio ti mandi all'inferno? Ma se ti ci manda, già lo sai che non vi sarà poi più rimedio per te. Il Signore tace, ma non tace sempre; quando giunge il tempo della vendetta, non tace più. "Haec fecisti, et tacui. Existimasti inique, quod ero tui similis? Arguam te, et statuam contra faciem tuam" (Ps 49,21). Ti metterà avanti le misericordie che ti ha usate, e farà ch'elle stesse ti giudichino e ti condannino.

Sant'Alfonso Maria dè Liguori

La dottrina è nemica della pastorale?

Concistoro Segreto: cosa accadde.



seguire la strada della pastoralità senza fare riferimento alla dottrina

Nel Concistoro Segreto in cui si è discusso di divorziati risposati e di eucarestia il "teorema Kasper" ha avuto pochissimi consensi, e molte critiche. Ecco una ricostruzione di alcuni degli interventi più significativi e importanti. "Sarebbe un errore fatale"  ha detto qualcuno, voler percorrere la strada della pastoralità senza fare riferimento alla dottrina.
MARCO TOSATTI
Doveva essere segreto, il Concistoro del 22 febbraio, per discutere della famiglia. E invece dall’alto si è deciso che fosse opportuno rendere pubblica la lunga relazione del card. Walter Kasper in tema di eucarestia ai divorziati-risposati. Probabilmente per aprire la pista in attesa del Sinodo di ottobre sulla famiglia. Ma una metà del Concistoro è rimasta segreta: e ha riguardato gli interventi dei cardinali. E forse non a caso, perché dopo che il card. Kasper ha illustrato la sua lunga (e a quanto pare non lievissima, quando pronunciata) relazione parecchie voci si sono levate per criticarla. Tanto che nel pomeriggio, quando il Papa gli ha dato il compito di rispondere, a molti il tono del porporato tedesco è parso piccato, se non stizzito.  

L’opinione corrente è che il “teorema Kasper” tenda a far sì che possano comunicarsi in generale i divorziati risposati, senza che il precedente matrimonio venga riconosciuto nullo. Attualmente questo non avviene; in base alle parole di Gesù, molto severe ed esplicite sul divorzio. Chi ha una vita matrimoniale completa senza che il primo legame sia considerato non valido dalla Chiesa si trova, secondo la dottrina attuale, in una situazione permanente di peccato. 

In questo senso hanno parlato chiaro il cardinale di Bologna, Caffarra, così come il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il tedesco Mueller. Altrettanto esplicito il card. Walter Brandmuller (““Né la natura umana né i Comandamenti né il Vangelo hanno una data di scadenza…Serve il coraggio di enunciare la verità, anche contro il costume corrente. Un coraggio che chiunque parli in nome della Chiesa deve possedere, se non vuole venir meno alla sua vocazione…Il desiderio di ottenere approvazione e plauso è una tentazione sempre presente nella diffusione dell’insegnamento religioso…”. E in seguito ha reso pubbliche le sue parole). Anche il presidente dei vescovi italiani Bagnasco si è espresso in maniera critica verso il “teorema Kasper”; così come il cardinale africano Robert Sarah, responsabile di “Cor Unum” che ha ricordato, in chiusura dei suo intervento come nel corso dei secoli anche su questioni drammatiche ci siano state divergenze e controversie all’interno della Chiesa, ma che il ruolo del Papato è sempre stato quello di difendere dottrina.  
Il cardinale Re, uno dei grandi elettori di Bergoglio, ha fatto un intervento brevissimo, che si può riassumere così: prendo la parola un attimo, perché qui ci sono i futuri nuovi cardinali, e magari qualcuno di loro non ha il coraggio di dirlo, allora lo dico io: sono del tutto contrario alla relazione. Anche il Prefetto della Penitenzieria, il card. Piacenza si è detto contrario e ha più o meno detto: siamo qui adesso e saremo qui a ottobre per un Sinodo sulla Famiglia, e allora volendo fare un Sinodo in positivo non vedo perché dobbiamo toccare solo il tema della comunione ai divorziati. E ha aggiunto: Volendo fare un discorso pastorale mi sembra che dovremmo prendere atto di un pansessualismo diffusissimo e di un’aggressione dell’ideologia del gender che tende a scardinare la famiglia come l’abbiamo sempre conosciuta. Sarebbe provvidenziale se noi fossimo lumen gentium per spiegare in quale situazione ci troviamo e cosa può distruggere la famiglia. Ha concluso esortando a riprendere in mano le catechesi di Giovanni Paolo II sulla corporeità perché contengono molti elementi positivi sul sesso, sull’essere uomo, l’essere donna e la procreazione e l’amore.  
Il cardinale Tauran, del Dialogo Inter-Religioso, ha ripreso il tema dell’aggressione alla famiglia, anche alla luce dei rapporti con l’islam. E anche il cardinale di Milano, Scola, ha elevato perplessità teologiche e dottrinali.  

Molto critico anche il card. Camillo Ruini. Che ha aggiunto: non so se ho preso bene nota, ma fino a questo momento circa l’85 per cento dei cardinali che si sono espressi paiono contrari all’impostazione della relazione. Aggiungendo che fra quelli che non hanno detto niente e non si possono classificare coglieva dei silenzi “che credo che siano imbarazzati”.  
Il cardinale Ruini ha poi citato il Papa Buono. Dicendo, in buona sostanza: quando Giovanni XXIII fece il discorso di apertura del Concilio Vaticano II disse che si poteva fare un Concilio pastorale perché fortunatamente la dottrina era pacificamente accettata da tutti e non c’erano controversie; quindi si poteva dare un taglio pastorale senza timore di essere fraintesi, poiché la dottrina rimane molto chiara. Se avesse avuto ragione in quel momento Giovanni XXIII, ha chiosato il porporato, lo sa solo Dio, ma apparentemente in buona parte forse era vero. Oggi questo non si potrebbe più dire nel modo più assoluto, perché la dottrina non solo non è condivisa ma è combattuta. "Sarebbe un errore fatale" voler percorrere la strada della pastoralità senza fare riferimento alla dottrina.  
Comprensibile dunque che il card. Kasper sembrasse un po’ piccato, nel pomeriggio, quando papa Bergoglio gli ha permesso di rispondere, senza però permettere che si desse vita a un vero contraddittorio: solo Kasper ha parlato. Da aggiungere che alle critiche elevate in Concistoro al “teorema Kasper” se ne stanno sommando, in forma privata verso il Papa, o pubblica, altre, da parte di cardinali di ogni parte del mondo. Cardinali tedeschi, che conoscono bene Kasper, dicono che è dagli anni ’70 che questo tema lo appassiona. Il problema rilevato da parecchie voci critiche è che su questo punto il Vangelo è molto esplicito. E non tenerne conto – questo il timore – renderebbe molto instabile, e modificabile a piacere, qualunque altro punto di dottrina basato sui Vangeli. 

domenica 23 marzo 2014

vittime delle donne

Intervista sul maschicidio

di Giuliano Guzzo
L’opinione pubblica si concentra sul cosiddetto femminicidio e lei, sfidando la corrente, invita a guardare altrove e a considerare che esiste – nascosta, spesso non considerata e dimenticata – anche un’altra violenza: quella contro gli uomini. Di più: per Glenda Mancini, classe 1989, una laurea in scienze delle investigazioni e il desiderio di specializzarsi presto in psicologia criminale, la geografia della violenza, rispetto a come ce la raccontano, è diversa al punto che si può affermare «in molti casi le donne sono le carnefici e gli uomini le vittime». Ne è talmente convinta che all’argomento ha dedicato un intero libro pubblicato da poco – L’uomo vittima di una donna carnefice (Booksprint) – e che è destinato a far discutere. L’abbiamo avvicinata per saperne di più sul suo punto di vista e sulle sue ricerche.

Dottoressa Mancini, direi di partire dal suo libro. Già il titolo è, come si suol dire, un programma: L’uomo vittima di una donna carneficeCom’è nata l’idea e perché la scelta di un titolo così provocatorio? «L’idea nasce dopo aver avuto la fortuna di imbattermi in alcuni studi internazionali nella quale la violenza domestica sembra essere agita in percentuali maggiori da donne sugli uomini piuttosto che il contrario. Il titolo originale della tesi era “o qualcuno è uomo o qualcuno è vittima” affermazione di Lenz, per rendere il contenuto più facile da comprendere a partire dal titolo ho deciso di cambiarlo per l’occasione del libro».
In effetti, della violenza contro gli uomini sappiamo poco. Che dimensione ha il fenomeno e, soprattutto, in che misura questa violenza è agita da donne? «In realtà che dimensioni abbia effettivamente non possiamo dirlo in quanto non ci sono studi ufficiali sul fenomeno, ma da quelli non ufficiali, di studi, sicuramente si può pensare che la dimensione sia più vasta di come si immagina e soprattutto sconosciuta in molte delle sue forme».
Qual è – per quel che ha potuto appurare nelle sue ricerche – la prima causa della violenza femminile contro l’uomo? «Queste sono valutazioni che dovrebbe farle uno psicologo, mi limito a raccontare e a mettere per iscritto quello che i dati ci comunicano. Quello che posso dire è qual è la forma di violenza più agita ed è sicuramente quella psicologica che può prendere la forma poi, nei casi di separazioni e divorzi, del mobbing giudiziario».
Posto che i mass media ne parlano raramente, sembra che violenza delle donne – a differenza di quella maschile – sugli uomini non solo non sia oggetto di riprovazione sociale, ma venga spesso giustificata come meramente “difensiva”. Concorda? «Viene sostenuto abbia origine difensiva, ma questa tesi è del tutto speculativa, per diverse ragioni, in primo luogo non esiste nessuno studio che metta in correlazione peso ed altezza della vittima e del carnefice e se pur è ragionevole come ipotesi, in realtà dimentica la possibilità di armarsi o utilizzare strumenti più fini e subdoli come la violenza psicologica sotto forma di minaccia e ricatto, soprattutto quando si serve dei figli. Al di là della differenza di genere, entrambi i sessi tendono a rispondere con i medesimi istinti di lotta o di fuga».
Dunque esiste, secondo lei, il rischio di una polarizzazione culturale tale per cui l’uomo è riconosciuto sempre e solo come carnefice e la donna sempre è solo come vittima? Se sì, come uscirne? «Certo che esiste, e l’unico modo per uscirne è incominciare per lo meno ad interessarsi al tema della violenza in un’altra prospettiva quella, cioè, che vede vittima l’uomo. Sono temi paralleli che devono essere trattati insieme perché si toccano e, spesso, dall’uno dipende l’altro».
Ho letto che ha dichiarato sbagliati i dati femminicidio in Italia. A che dati allude precisamente, e perché questa critica? «Non sono errati i dati del femminicidio, è l’uso che se ne fa a non essere corretto nel momento in cui si dichiara che il femminicidio rappresenta la prima causa di morte in Italia o che l’Italia si il paese più pericoloso per le donne, non è assolutamente così: al contrario, è uno dei più sicuri».
La sensazione è che il suo libro – e le tue tesi, peraltro fondate e convincenti – le potrebbero procurare più critiche che elogi. Pronta a difendersi? «Sinceramente quello che ora mi preme è che si parli del fenomeno della violenza sugli uomini, le critiche se costruttive sono sempre ben accette e certo gli elogi non mi danno fastidio».

http://giulianoguzzo.wordpress.com/2013/12/22/intervista-sul-maschicidio/

sabato 22 marzo 2014

Crucifixus






The choir of King's College, Cambridge sing Antonio Lotti's wonderful setting of Crucifixus. 


Crucifixus etiam pro nobis 
sub Pontio Pilato

passus et sepultus est.


He was crucified also for us
 

under Pontius Pilate

He suffered and was buried.

peccato che conduce alla morte

Il senso del peccato

Da quando Papa Francesco è salito al soglio pontificio mi sembra che sul mondo stia roteando un velocissimo e devastante tornado. Mi riferisco sia al mondo cattolico che a tutto il resto. Quello che mi preoccupa di più però è il mondo dei cattolici perché il resto non è da prendere in considerazione per quanto riguarda giudizi, pregiudizi ed inclinazioni (solo perchè, non essendo cattolico, non ha nulla da insegnarci in materia di Dottrina e di morale). Mi preoccupa, leggendo qua e là, constatare come non tutti coloro che si reputano cattolici siano poi in reale sintonia con la Dottrina Cattolica ed il Magistero della Chiesa e lo sgomento mi coglie ancor di più quando non lo sono i consacrati, a partire dal sacerdote, per arrivare su in cima alla scala gerarchica. Mi preoccupa che, il resto del mondo, strumentalizzi le parole del Santo Padre per cercare di scardinare la morale dalla coscienza bimillenaria della Cristianità- che ha costruito la storia del mondo - ma anche il senso della legge naturale inscritta nel cuore di ogni essere umano sia esso credente e non. Mi preoccupa che anche parte dei cattolici, cosiddetti praticanti, facciano lo stesso, approvando scelte e comportamenti, stigmatizzando chi non lo fa, che sono contrarie alla legge di Dio, in preda ad una follia buonista, prendendo come spunto le parole e gli atteggiamenti del Santo Padre. Ma cosa sta succedendo? Stiamo forse perdendo la ragione? Non credo. Credo invece che abbiamo perso il senso del peccato, tutto qui. Tutto qui? E' questo il punto nevralgico, il punto centrale, il punto focale, il punto! Il peccato inteso come condizione che ci allontana da Dio, che ci fa vivere senza la Sua Grazia, che pone un grande ostacolo fra la terra ed il Cielo, che ci obbliga a strisciare piuttosto che a volare. Si continua a far confusione tra peccato e peccatore e per cercare di salvare il peccatore, si salva anche il suo peccato. Il Santo Padre non ha mai detto questo! Egli, è vero, parla di accoglienza, di misericordia, di bontà, di gioia, ma parla anche di confessione, dunque anche di peccato e di ritorno a Dio, di sacramenti, di salvezza e dannazione eterna. Accogliere il fratello peccatore non vuol dire acconsentire e giustificare il suo peccato; metterlo di fronte al suo peccato vuol dire usargli misericordia ed amarlo e non giudicarlo. Accettare la sua condotta di vita peccaminosa vuol dire, non amarlo, non volere il suo bene, illuderlo ed aprirgli la porta verso la dannazione eterna. Il Santo Padre ha detto:'Chi sono io per giudicare?' Ma cosa vuol dire veramente questa domanda? E' vero che non dobbiamo né abbiamo la capacità di giudicare i nostri fratelli, perchè non siamo capaci di guardare nel cuore e nella mente, però le azioni sì, queste vanno giudicate, pesate, vagliate per riconoscere il peccato e bandirlo!
 
Riconoscere il peccato, una condotta malvagia, non vuol dire allontanare ed odiare chi li commette, anzi, in questo modo, si cerca di allentare e recidere le briglie che stringono, nella morsa della morte, la sua anima, si cerca di aiutarlo a diradare la nebbia oscura che ottenebra la sua mente e che gli fa perdere ogni capacità di discernimento. Un salmo recita 'Misericordia e verità s'incontreranno' è questo il messaggio che il Santo Padre cerca di far capire al mondo intero. Non ha nessuna intenzione di cambiare la Dottrina ed il Magistero della Chiesa, non potrebbe farlo, non ne è il padrone, ma solo il Santo Custode! Sulla carità, che si può considerare l'altra faccia della misericordia, il Santo Padre Benedetto XVI ha scritto un'Enciclica ed il messaggio che ha voluto lasciarci è quello che la Santa Madre Chiesa ci propone da duemila anni, quello di Gesù che amava (ha dato la sua vita per questo) le pecorelle smarrite ma si scagliava contro il loro peccato, quante volte ha detto: ' La tua fede ti ha salvato, và e non peccare più'?

venerdì 21 marzo 2014

tu chiamale, se vuoi, emozioni

I limiti del cuore

No a una fede sentimentale.

Il capo del Sant’Uffizio esprime con parole chiare

un manifesto per l’alleanza di fede e ragione




Pubblichiamo ampi stralci della lectio magistralis tenuta da mons. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico 2013-2014 della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, a Milano.
Discernimento, storia e speranza sono il primo ed elementare contributo che la fede – anzitutto attraverso la prassi di una vita che la testimonia e quindi anche attraverso la riflessione di una teologia che ne rileva puntualmente i tratti essenziali – è chiamata a offrire al mondo, per risollevare le sorti di un’umanità sempre più povera di legami, di senso e di fiducia.
Qui la teologia può dare molto al saeculum, sempre più “breve”, da cui veniamo e in cui ci troviamo ancora. Qui avvertiamo anche l’importanza dell’esercizio di una ragione che sia insieme umile e forte, che la teologia può testimoniare come occasione positiva per ritrovare un ragionevole orientamento nella complessità della realtà. Non ci può essere infatti un reale discernimento senza una ragione che sia certa di trovare la verità – in modo non conclusivo, mai esausto, né in via concordistica o ideologica – scommettendo fino in fondo sulla libertà dell’uomo e sulle sue risorse, quando sono sanate ed elevate.
E non ci può essere progresso reale per l’uomo se non diviene certo di poter attingere a significati che eccedano quelli offerti dalle scienze cosiddette “esatte”. Non si possono liberare energie e dinamiche efficaci in vista di un cambiamento se non vi è la fiducia per guardare con speranza al futuro che ci attende. E non vi può essere speranza senza certezza di rinvenire – anche qui con modalità certe e nello stesso tempo relativamente riformulabili sul fronte rivelato – il bene. Da qui, esistenzialmente, possiamo cogliere quasi empirica-mente quanto il legame libertà-verità / bene sia indissolubilmente connesso con il binomio speranza-dynamis: queste stanno o cadono insieme.
Pensiamo a quanto tutto ciò diviene concreto sullo sfondo di quella crisi che da tempo ci attanaglia: una crisi antropologica prima ancora che economica e finanziaria. Una crisi che esige risposte radicali, di quella radicalità che solo un profondo cambiamento dell’humanum può ottenere. Una crisi che attende una svolta culturale e noetica prima ancora che di strutture e di costumi.
A tal riguardo, proprio l’esperienza dell’umano che ci è offerta nel contesto ecclesiale – laddove esso è vissuto autenticamente – ci mostra come ogni riforma che non cominci dal nous dell’uomo è destinata a raccogliere e alimentare disillusioni e scetticismo sul versante etico. Pensiamo a tante proposte di riforme strutturali che oggi sentiamo, le quali – pur necessarie e proficue se comprese nella loro natura accessoria e penultima – non ottengono mai un cambiamento decisivo, poiché limitarsi al mutamento delle strutture – retaggio in fondo di ideologie sociali ormai datate e superate dalla storia – non attinge mai ai fondamenti ultimi dell’uomo: e se il cambiamento non arriva lì, non arriverà mai.
A questo punto, vorrei soffermarmi brevemente anche su qualche altra istanza odierna, da cui non possiamo non sentirci interpellati.
Anzitutto, la cosiddetta “società plurale” nella quale sempre più viviamo: una società multietnica, multiculturale, multireligiosa, multicontestuale. Questa pluralità dei contesti e dei soggetti esige – anche qui, chi vi guida, da tempo e con efficace sintesi lo rimarca – che il nostro lavoro sia espresso con un linguaggio sempre meno iniziatico e autoreferenziale. E’ purtroppo il vezzo di molti nostri ambienti accademici, formulare il proprio sapere con un linguaggio e codici eccessivamente, anche se non sempre necessariamente, criptici. Da una parte vi è l’esigenza di un rigore linguistico e di una profondità nell’esprimere contenuti complessi, che non possono eccedere nel semplificare, pena l’impoverimento dei contenuti. Dall’altra vi è però anche la necessità di saper comunicare e tradurre, senza tradire, il dato teologico secondo coordinate il più accessibili alla cultura e ai soggetti con cui viviamo, pena l’erigere muri di estraneità invece che creare prossimità – la qual cosa ci ha richiamato con forza e più volte Papa Francesco.
In questo senso, ritengo che un esempio insuperato e ancora tutto da valorizzare nella sua portata è il pensiero di Benedetto XVI, il cui magistero è un luminoso riferimento anche per come ha saputo coniugare profondità di pensiero e semplicità di linguaggio.
La questione del “pluralismo” culturale in cui siamo immersi rappresenta indubbiamente una stimolante sfida per il “dirsi” della fede in modo comprensibile anche ad ambiti distanti dai nostri per retroterra e premesse di pensiero e di costumi. Con fiducia affrontiamo questa provocazione che ci costringe a praticare terreni non facili con l’umiltà di chi sa di dover procedere con cautela e di dover osare nello stesso tempo. A questo proposito, il rigore critico della teologia deve anzitutto sgomberare il campo dalla superficialità di chi si lascia assecondare dai luoghi comuni creati dalla pressione dei media e di mentalità non compatibili coi contenuti autentici della fede: pensiamo a quanta leggerez-za nel teologare intorno a temi come il sacerdozio femminile, l’autorità nella Chiesa, l’accesso ai sacramenti da parte di chi non è in piena comunione con la Chiesa…
E, guarda caso, quanti applausi da parte dei media nei confronti di certi teologi e di opinioni teologiche non radicate fino in fondo con i capisaldi dottrinali della fede. In tal senso, attorno a certi temi, vi è oggi più che mai il rischio di una deriva sentimentale della fede, anche a livello di espressione teologica. Logos e Agape, che sono inseparabili coordinate dell’essere umano nel mondo, vengono sovente contrapposti, e spesso un amore male inteso viene utilizzato per offuscare, se non oscurare, la verità.
Perciò, i pur giusti richiami alla gerarchia delle verità, alla necessaria pluriformità che la stessa natura “cattolica” della Chiesa esige, all’unità da ricercare soprattutto intorno agli elementi essenziali della fede, alla libertà del pensare – intesa non come un pretesto per una inaccettabile autonomia – non tolgono che, a questo riguardo, ogni discorso rischia di essere vano se non mette a fuoco una questione previa: quella del sensus fidei e del sensus fidelium in Ecclesia.
Tutti noi comprendiamo che ogni dibattito, nella Chiesa evita la sterilità e diviene fecondo solo se avviene all’interno di un autentico senso della fede, che non può mai esser dato per scontato. In tal senso, ogni protagonista che voglia essere tale, all’interno dei legittimi dibattiti teologici, deve in primo luogo autenticare le sue prese di posizione, specie se pretendono di porsi con accento di novità, testimoniando anzitutto una sostanziale fedeltà alla vivente trasmissione della fede apostolica, le cui fonti – Scrittura, Tradizione e Magistero – sono insuperabili e inaggirabili.
In tal senso, mai come altrove, a partire da qui comprendiamo che la teologia è una questione non di singoli – professori, pastori, gruppi di opinione – ma, in un senso profondo e davvero teologicamente caratterizzato, è questione “della Chiesa”, è affare di tutti e di tutti coloro che testimoniano un reale sensus fidei et Ecclesiae, poiché non vi è Chiesa senza fede apostolica e non vi è fede apostolica al di fuori dei luoghi che “fanno” la Chiesa.
Qui, insuperate e sempre attuali – poiché in esse vediamo in filigrana anche quanto è già accaduto in molti secoli di storia della Chiesa – paiono le parole di Karl Barth: “La teologia non è questione privata dei teologi e dei professori: per fortuna vi sono sempre stati dei pastori in grado di capirne di più in fatto di teologia che non la maggior parte dei professori. Ma non è neppure questione privata dei pastori: per fortuna ci sono stati singoli fedeli e talvolta intere Chiese capaci di adempiere la funzione teologica, tacitamente ma con energia, mentre i loro pastori, dal punto di vista teologico erano dei bambini o dei barbari. La teologia è una questione della Chiesa. Senza pastori e senza professori non si va avanti, ma il problema della teologia, la purezza del servizio ecclesiale, è posto a tutta la Chiesa”.
Tutto ciò mette al centro la questione della fede: e proprio questo ha voluto richiamarci Benedetto XVI indicendo l’Anno della fede. Perciò non vi può essere purezza di servizio ecclesiale senza una fede che sia integra nei suoi contenuti e integrale nella sua espressione. Non vi può essere servizio ecclesiale fecondo quando la fede non è fedele a se stessa, quando sceglie metodi che non rispettano la sua euristica fondamentale, o quando viene espressa omettendo o manomettendo, comunque sia, alcuni suoi elementi essenziali.
In tal senso, mai come oggi occorre una rinnovata riflessione intorno ai contorni autentici di sensus fidei, sensus fidelium, sensus Ecclesiae. Qui la teologia oggi può e deve dare molto. E non vi è chi non vede la scorrettezza e la miopia, a questo proposito, dell’impiego di tecniche di e-mailing per sondare indiscriminatamente nella rete, via internet, l’opinione dei più… Ben altri sono i forum e le agorà di cui necessita la Chiesa oggi per rinvenire ed esprimere, in modo genuino, quel sensus fidei da cui è, in ogni tempo, rinvigorita e ringiovanita.
L’aver sostituito l’opinione della rete ai luoghi propri del sensus fidelium rivela non solo un misunderstanding intorno a ciò che costituisce la Chiesa ma induce persino a pensare che nella formazione ecclesiale si ritengono, in fondo, più efficaci alcune tecniche di pressione politica piuttosto che i criteri mutuati dalla stessa fede. E anche di fronte a questo pericolo – che la politica conti più della fede anche nella Chiesa – la teologia ha oggi un compito profetico insostituibile. Si tratta di un compito oggi quanto mai profetico e “martiriale”, nel senso letterale di martyria…
A tal proposito, guardiamo anche a quale vasto campo di testimonianza si apre di fronte a noi, in un tempo in cui occorre aiutare molti nostri contemporanei, afflitti da un ormai cronico fraintendimento della libertà umana, che usa il lemma del gender per autoaffermarsi, a fare i conti con un inaggirabile sostrato che precostituisce ogni uomo. Il concetto di “natura”, infatti, rappresenta quel fondamento indisponibile senza cui l’uomo non riuscirebbe più a fissare, oltre i labili e volubili contorni delle maggioranze di ogni tempo, i confini non negoziabili della sua dignità e identità, e quindi dei suoi diritti e doveri. Una di-gnità e identità che sono “donati” all’uomo, che l’uomo è chiamato dapprima a riconoscere e poi ad attuare, e che nessuno può autofabbricarsi, pena lo smarrimento di quelle identità e dignità, e di un fraintendimento di quei diritti e doveri: ciò che appunto oggi è già accaduto e avviene.
Anche qui attendiamo dalla riflessione teologica un contributo insostituibile e che oggi esige anche un coraggio profetico di fronte ai continui tentativi di manipolare la natura, l’identità e la vita umana.
D’altronde, soltanto se l’uomo riesce a rinvenire fondamenti indisponibili ed incondizionati al suo stesso porsi nel mondo, può riuscire a creare un argine al dio profitto che tutto sembra dominare e tutti sembra attrarre, accantonando ogni forma di sapere che non sia funzionale a esso. Vi è infatti chi ha denunciato il pericolo che nell’immediato futuro si assista alla “produzione” – non si parla nemmeno più di “formazione”, ma questo è un punto cui vorrei accennare qui di seguito – di generazioni di uomini, i quali solo con grave difficoltà saranno in grado di discernere ciò che è umano e degno dell’uomo e ciò che non lo è .
In questo senso, nessuno come la Dottrina sociale ecclesiale può aiutare il diritto e l’economia a riconoscere l’originario legame di profitto e solidarietà, che il peccato tende a spezzare, e che una visione ritrovata dell’unità inscindibile di bene personale e comune permette di ricomporre. Bene comune e personale che, nell’ottica esigente e responsabilizzante della sussidiarietà, sono chiamati a operare in sinergia per salvaguardare la dignità e la tenuta del tessuto sociale. Sono questi solo dei richiami che, in via rapsodica, mi permetto di formulare, per tentare di aprire utili scorci al tema che mi avete affidato.
Vi è poi un’altra questione che vorrei sottoporre alla vostra attenzione. Vorrei partire qui da una semplice costatazione: mai come nella modernità si è sottolineata l’importanza e richiamata l’attenzione sul “soggetto”, sulla sua libertà, sulla sua autonomia, sul suo peso all’interno della gnoseologia… Eppure a cosa abbiamo assistito nella cosiddetta post modernità? A una sorta di oscuramento proprio del soggetto, a scapito di un’enfasi posta sui prodotti delle sue mani: l’uomo stesso si è reificato, è divenuto un oggetto e un prodotto del suo stesso agire. Anche il sapere ha perso il suo carattere profondamente “personale”, cioè la sua connotazione di comunicazione fra persone, per divenire una sorta di reificata veicolazione di dati.
Così oggi, nel mondo accademico e scientifico, si parla di “produzione del sapere”, si ritiene ancora che la scienza possa essere talmente oggettivata da essere quasi un prodotto da scambiare fra i soggetti indipendentemente dal loro stesso essere. Non è tuttavia ciò che realmente accade quando un sapere viene trasmesso. Infatti, ogni produzione e trasmissione di sapere non è mera comunicazione di dati, poiché esso è anche e inseparabilmente, lo si voglia e ammetta o no, una comunicazione assiologica, di valori, di visione dell’uomo e del mondo. Fra l’altro, quest’ultima è una comunicazione che non avviene senza conseguenze e non lascia indifferenti né chi comunica, né coloro a cui si comunica.
Pensiamo a quanto ciò, se assunto come un dato con cui fare davvero i conti, sia gravido di implicazioni, specie dal punto di vista educativo. Ciò, ad esempio, significa che non esiste forma di insegnamento che non sia contemporaneamente anche formazione. Un insegnamento che pretenda di essere scevro da esigenze formative, mente o perlomeno ignora ciò che avviene nel fenomeno così umano della comunicazione del sapere. Questa realtà va esplicitata e assunta responsabilmente fino in fondo. Concretamente, ciò significa che ogni docente deve assumersi con piena responsabilità quel processo con cui, trasmettendo una conoscenza comunica altresì un orizzonte di valori ai suoi discenti.
Questo fatto comporta che ogni insegnante, anche e specialmente in ambito accademico – contrariamente alla prassi comune e benché rappresenti un compito gravoso in tutti i sensi – non può disinteressarsi della formazione dei suoi allievi o considerare il suo insegnamento estraneo ad essa. Ecco perché non si può comunicare bene se, in fondo, non ci si fa carico di coloro a cui si comunica, cioè se non si “amano” i destinatari del nostro messaggio. La qual cosa, Papa Francesco in continuazione ci testimonia con la sua stessa persona e azione.
In tal senso, anche a questo livello, si avverte intorno noi uno smarrimento dei fondamenti che costituiscono l’umano. L’uomo oggi sa molte cose sui meccanismi biologici, psicologici e sociologici del suo comunicare ma – avendo perso i “contorni” dell’identità del suo “io” – ha perduto la consapevolezza di ciò che profondamente accade quando un “io” comunica con un altro “io”. Poiché la razionalità del Logos viene snobbata come subscientifica, si è smarrita la valenza culturale intrinseca della comunicazione umana. Anche qui, una ragione illuminata dalla fede è chiamata ad allargare gli orizzonti alla razionalità dei nostri contemporanei.
Ritengo perciò che l’appello formulato da Benedetto XVI e teso ad “allargare i confini della razionalità” sia ancora tutto da raccogliere, sondare e rilanciare. Ancora patiamo le conseguenze della gnoseologia e della “nuova scienza” moderne, le quali hanno ridotto – in buona sostanza, da Galileo e Cartesio in poi – la ragione alle sue facoltà analitiche, compromettendo così anche la sua congenita apertura al trascendente. Ma senza tale apertura, l’uomo perde anche il senso della sua profonda dignità e vocazione – come ci ricorda il Concilio Vaticano II (cfr. GS 21) – precludendosi la possibilità di conoscere il suo destino eterno. D’altronde, senza accogliere una tale apertura come un elemento essenziale e imprescindibile della sua ragione, l’uomo diventa estraneo anche alle dimensioni e alle ragioni che connotano indelebilmente il suo cuore – Bellezza, Verità, Giustizia – e che costituiscono la forza propulsiva ultima del suo agire. Senza comprendere tali dimensioni, non si comprenderà mai l’uomo nella portata del suo stesso essere e operare nel mondo. Qui la teologia ha ancora molto da dire e da offrire al pensiero contemporaneo.
Proprio a partire da qui, infatti, la Chiesa può rivelare efficacemente all’uomo come il dono di cui essa è portatrice – la vita nuova rivelata ed offerta da Dio in Cristo e nel Suo Spirito – non limita l’uomo e non guasta la sua gioia di vivere, ma amplia senza fine i suoi orizzonti e gli apre la prospettiva di una definitività, di un “per sempre” senza di cui ogni guadagno umano è illusorio e fallace.
Sono questi soltanto alcuni spunti che vorrei offrire alla vostra riflessione e sui quali sarebbe interessante aprire altresì un dibattito. Anche altre istanze del pensiero e dell’ethos contemporaneo interpellano la nostra fede, provocandola ad un apporto che sia rigorosamente critico e dialogante: in questa sede, intendo soltanto aprire degli spazi e porgere un convinto parere, nella speranza di offrire un piccolo contributo. E mi permetto di farlo proprio in nome di quella “paradossale cittadinanza” in cui siamo collocati dalla nostra peculiare identità di battezzati, di christi-fideles, di uomini ai quali, pur vivendo nella condizione di tutti, è donato di vivere “nella fede del Figlio di Dio” (cfr. Gal 2,20) che quotidianamente ci interpella, si offre a noi in dono e ci invia ai nostri contemporanei.
Il “paradosso” di questa cittadinanza è un tratto indelebile del nostro porci nel mondo e genera un movimento in cui le differenze non annullano le identità ma le rimettono continuamente in gioco, affinché queste siano purificate e ricomposte in un abbraccio “cattolico”, che accorcia distanze, genera reale prossimità e sa individuare strade per un’unità che non è mai al ribasso o a buon mercato. Proprio a questo livello ci è dato di cogliere il nesso inscindibile di fede e verità, un nesso che siamo chiamati a evidenziare in ogni passo del nostro lavoro di “teologi”. Laddove la fede è vissuta nella sua pienezza illumina sempre il mondo con la luce della verità.
Pellegrinaggio nella verità, non gioco intellettuale
Perciò consentitemi di concludere facendo mie alcune parole di Benedetto XVI, che sento quanto mai importanti e decisive per il nostro lavoro di teologi: “L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità […] Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. E’ la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi. Penso che dobbiamo imparare di nuovo questo “non-avere-la-verità”. E allora brillerà di nuovo: se essa stessa ci conduce e ci compenetra”.
Questo è il mio augurio e auspicio per ciascuno di noi: che la ricerca della verità rifugga ogni gioco intellettuale, incapace di compenetrare e dar forma alla vita, così che la luce della verità sia sempre sopra di noi e davanti a noi, e che – per immeritato dono dall’alto – essa possa conquistare la sua forza nel mondo anche attraverso di noi. Grazie.
di Gerhard L. Müller