giovedì 5 giugno 2014

Eliminiamo i padrini



Il Padrino. Ultimo atto?

È proprio necessario avere un padrino?



Ragioni, degenerazioni, fallimento e inutilità di un istituto canonico del tutto svuotato di senso: i padrini. Passati dall’essere “garanti” della fede di cresimandi e battezzati, a profanatori di chiese e dissacratori di sacramenti. E spesso protagonisti di vere e proprie ritorsioni violente contro parroci e vescovi che volessero preservare una parvenza di decenza davanti ai sacramenti, o semplicemente il codice di diritto canonico. Che sia arrivata l’ora di abolire queste figure diventate un incentivo paradossale di “mondanità spirituale” – nonché di consumismo e fonte di pubblici scandali – dentro le chiese? Divorziati risposati, atei, pubblici peccatori, omosessualisti, anticlericali, massoni, anticattolici, buddisti persino e padrini di cresimandi non cresimati essi stessi: tutti pretendono di salire e scendere a prescindere dagli altari, come padrini (e spesso ahinoi “testimoni” di nozze). Ma cosa “testimoniano” questi? Che un ufficio cattolico segno di pietà e umiltà è diventato un “diritto”? Siamo andati a chiederlo a un canonista, Che … senza peli sulla lingua …  spiega come stanno veramente le cose. E come dovrebbero.

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891989_125991450893727_92656265_odi d. Marco Scandelli

Con l’arrivo della primavera, non solo la natura riprende vita e forma, ma anche molti di coloro che si definiscono “credenti”, salvo poi ricordarsi a mala pena il “Padre nostro”, si risvegliano dal letargo della loro fede e si dirigono con sguardo fiero, rivendicando presunti “diritti”, verso le canoniche delle parrocchie italiane, in cui ad accoglierli benevolmente trovano spesso sacerdoti che hanno l’unica colpa di mettere in pratica ciò che la Chiesa ha chiesto loro di fare.
Sto parlando del fenomeno di coloro che reclamano il diritto soggettivo di essere “padrini” – di Battesimo o di Cresima poco importa – costi quel che costi.
La famosa scena del battesimo (rigorosamente in rito antico) nel film il Padrino, con Marlon Brando
Le famose scene del battesimo (rigorosamente in rito antico) nel film il Padrino, con Marlon Brando.
Da un punto di vista canonico, non c’è nulla da fare. Il Codice parla chiaro al can. 874. Per essere ammesso all’incarico di padrino/madrina sono necessari nove requisiti: 1. Sia designato da colui che deve ricevere il Sacramento, o da chi ne fa le veci o ancora dal sacerdote. 2. Abbia intenzione di esercitare tale incarico. 3. Abbia compiuto i 16 anni. 4. Sia cattolico. 5. Sia cresimato. 6. Abbia fatto la “prima comunione”. 7. Conduca una vita conforme alla fede e all’incarico che assume. 8. Non sia irretito da pena canonica inflitta o dichiarata. 9. Non sia il genitore.
È lasciata discrezionalità innanzitutto sul terzo punto, relativo all’età, poiché essendo una prescrizione di diritto positivo – naturalmente, infatti, si richiede solo che la persona abbia una certa maturità confacente all’incarico – può essere modificata dal Vescovo diocesano o addirittura dispensata “per giusta causa” ad casum.
Cover_CresimaUn’altra eccezione è ammessa per il n. 4: infatti, il Direttorio ecumenico afferma che è consentito per un valido motivo “ammettere un fedele orientale con il ruolo di padrino congiuntamente a un padrino (o madrina) cattolico”, e ciò “in forza della stretta comunione esistente tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali ortodosse”.
Infine, storicamente – con legittimità – è avvenuto il caso, contro il n. 9, in cui un padre o una madre chiedesse e ottenesse di fare da padrino/madrina del proprio figlio. Si tratta di una prassi che per un certo periodo si è diffusa in più luoghi nella Chiesa. Di per sé, dunque, è stato possibile che un genitore facesse anche da padrino. La Chiesa, però, cercando di riflettere maggiormente sulla figura normata dal can. 874 ha ritenuto che sia necessario evitare il declino di una tradizione importante che vede nel padrino una figura educativa di riferimento accanto a quella dei genitori. “Accanto”, appunto. Altra cosa!
Ma per gli altri punti il discorso è diverso: non si tratta di un capriccio o di una interpretazione sbagliata del canone, come qualcuno a volte accusa, ma è in gioco la stessa natura della figura del padrino.

Ristoranti, bel tempo e il “padrino irregolare”

Argentina. Il sacrilego "battesimo" di un bambino preso da una coppia di lesbiche, madrina la presidentessa argentina. Il tutto è accaduto con l'autorizzazione della diocesi. E' diventa un'occasione per "genitori" e padrini di inscenare una sorta di gay pride in chiesa

Argentina. Il sacrilego “battesimo” di un bambino nato per inseminazione artificiale da una coppia di lesbiche, madrina la presidentessa argentina. Il tutto è accaduto con l’autorizzazione della diocesi. Ed è stato occasione di propaganda GLBT dentro la chiesa.
Non è un caso che la maggior parte delle Cresime e dei Battesimi avvenga nella “bella stagione”, complice anche la celebrazione della Pasqua intorno all’equinozio di primavera. Infatti, in un paese di antica tradizione cristiana come l’Italia, in cui però di cristiano spesso non vi è più nemmeno lo scudo crociato, in molti rivendicano il diritto di ricevere i Sacramenti dell’iniziazione cristiana quando c’è bel tempo, perché si possano così fare foto artistiche per riempire gli album di famiglia (e facebook) ed avere la possibilità di fare rinfreschi o pranzi nelle ville più gettonate per decorazioni floreali e ambienti mozzafiato. Il problema principale dei genitori – normalmente capi cerimonieri di queste giornate in cui la liturgia cattolica serve solo come contorno socialmente apprezzato ed esigito – è quello di dare una forma perfetta alla giornata, poco importando quale sia lo spirito con il quale essa sarà vissuta.
Sto generalizzando. E mi scuso per questo. Ma l’iperbole ha un suo perché.
Pensiamo per esempio alla Cresima: le lezioni di catechismo in preparazione del Sacramento, infatti, sono spesso concepite come un respiro di sollievo durante il quale si può parcheggiare il proprio (unico) figlio per un’ora in un’aula semi grigia. Altrimenti non si saprebbe come fare per andare al supermercato. E poi pare anche che senza una presenza costante, il rischio sia quello di essere additati come coloro che “non sono stati ammessi”. Tant’è vero che la percentuale di bambini che frequentano la Messa domenicale scende in picchiata rispetto a quelli che partecipano alla “dottrina”. Alla Messa non prendono la presenza. Al catechismo sì: come se fosse più importante la spiegazione delle verità di fede, piuttosto che la possibilità di viverle nell’Eucaristia.
Sempre di più, poi – almeno da quando il divorzio in Italia è stato legalizzato – avviene che non si riesca a trovare un ruolo agli zii, ai cugini di primo-secondo-terzo grado, ai vicini di casa, alla badante del nonno e pure ai portinai del palazzo accanto che, non si capisce bene perché, ma sono sempre gli “irregolari” di fronte alla Chiesa. Ma a tutti i costi “devono fare da padrino”.
images (2)È interessante notare che, pur essendo i divorziati meno di tre milioni, in ogni parrocchia della penisola italica capita immancabilmente almeno un caso del “parente irregolare” che: “Mi scusi, signor parroco, ma questa persona potrebbe fare da padrino?”. La risposta è immancabilmente sempre la stessa. Ma ogni anno qualcuno ci prova. Tanto che si registrano casi di gente che, pensando di essere più furba e intelligente, fa carte false e riesce a fare da padrino anche più volte, chiedendosi poi (ci è o ci fa?): “Sono divorziato-risposato civilmente e ho fatto da padrino a cinque battesimi. È ingiusto che gli altri non possano farlo. Ma la legge non è uguale per tutti?”. Già, la legge richiamata da chi ha fatto di tutto per non rispettarla!

Hitler sì! Io no!

Confermazione
Confermazione
Capita poi, come sempre, il giustizialista, quello che “l’altro è più peccatore di me”: quello che portando come esempio la condotta di Adolf Hitler, spera di passare per l’agnellino immacolato, magari accomodando la Legge di Dio per sentirsi a posto con la coscienza. Buttando tutta la polvere della stanza sotto il letto, in fondo, spera che Dio non la veda più. Soprattutto non la veda il ministro di Dio! Si tratta dei casi in cui la pertinace arroganza del peccatore incallito si sfoga con rabbia contro il malcapitato sacerdote, dicendo che naturalmente “io sono cattolico impegnato”.
Senza voler entrare nel merito di che cosa significhi “cattolico impegnato”, la confessione che queste persone tentano di strappare ai preti è: “Un assassino può fare da padrino, mentre lei – irregolare a livello matrimoniale – non può farlo”. Alcuni sono anche arrivati a gridarlo in faccia ai parroci, i quali mai si sono sognati di ammettere una persona che – a meno che non ci sia pentimento sincero e riparazione dello scandalo – uccidendo qualcun altro non hanno certo dimostrato di condurre una vita conforme alla fede e all’incarico che vogliono assumere (n. 7).
Francesco Saverio battezza degli adulti neofiti

Francesco Saverio battezza degli adulti neofiti
Ma, in verità, non è sempre colpa dei “parenti irregolari”. Infatti, succede anche che i sacerdoti, forse per troppo zelo di pastori – o piuttosto per l’atavica codardia alla don Abbondio –, abneghino il proprio compito di discernimento e giudizio, promuovendo, invece, al compito di padrino persone che se non sono in peccato pubblico manifesto, quanto meno non hanno mai messo piede in una Chiesa dal giorno della loro di Cresima. Magari celebrata nella primavera di vent’anni fa. In tal senso, perciò, gli unici discriminati vengono ad essere non i padrini-cugini che dai primi Vespri del sabato ai secondi Vespri della domenica si trovano in uno stato confusionale dovuto all’assunzione di sostanze più o meno illecite, ma proprio lo zio divorziato-risposato che ogni domenica mattina si precipita in Chiesa per cantare nel coro parrocchiale.

È proprio necessario avere un padrino?

Nicolas Poussin. Confermazione

Nicolas Poussin. Confermazione
Con l’approssimarsi dei Sacramenti dell’iniziazionecristiana, uno dei punti all’ordine del giorno diventa proprio quello di trovare il famoso “padrino”. In realtà, il dettato del can. 892 afferma che esso ci deve essere “per quanto è possibile”. Ma i canonisti sono propensi a leggere una tale possibilità non in senso facoltativo, quanto piuttosto straordinario: potrebbe infatti accadere che per grave causa non ci siano persone che possano assolvere il ruolo liturgico di padrini. In tal caso non si potrebbe negare il Sacramento solo per il fatto che manchi una tale figura. Proprio per questo, la Congregazione per il Culto ha specificato che i genitori stessi potrebbero assolvere alle funzioni liturgiche dei padrini in caso questi mancassero, come per esempio il fatto di annunciare il nome del cresimando al Vescovo celebrante durante la Confermazione.
Ciò, inoltre, deve essere comunque fatto con prudenza pastorale e valutate le condizioni e le circostanze del luogo [Notitiae, 11 (1975)]. In ogni caso, il padrino non dovrebbe mai mancare se, invece, a mancare fossero proprio i genitori o lui stesso fosse l’unica persona in grado di offrire sufficienti garanzie relativamente all’educazione cristiana della persona che riceve il Sacramento: è il caso in cui, per esempio, dovesse ricevere il Sacramento un neofita con genitori atei o appartenenti ad altra religione.
Torta da cresima. Con la bandiera della "pace", vista da un verso. Degli ideologi omosessualisti vista nell'altro verso.

Torta da cresima. Con la bandiera della “pace”, vista da un verso. Degli ideologi omosessualisti vista nell’altro verso. In cosa sono stati appena “confermati” questi qui?
Si pensi, inoltre, che il numero dei padrini è ristretto a uno o due (in tal caso meglio affiancare una madrina, meglio ancora se proprio la moglie del padrino) per motivazioni pratiche. Spiega infatti la dottrina canonistica che se fossero più di due si potrebbe incorrere in due rischi: da una parte questi potrebbero non sentire come grave il loro impegno, con la conseguenza di assolvere a tale funzione in modo non adeguato; dall’altra, infine, potrebbero nascere contrasti sui criteri e sul metodo educativo.
E qui mi fermo. Prendo un attimo di respiro e mi domando: ma le cose che sto scrivendo a quale universo parallelo si riferiscono? Perché a parte qualche eccezione, di solito coloro che fanno parte di un Movimento ecclesiale – penso ai neocatecumenali, ai ciellini, ai focolarini, ecc. –, chi oggi vive in questo modo il suo ruolo di padrino? Non è forse diventato una figura mondana, completamente integrata nel sistema consumistico? Non è forse quello che “deve fare il regalo più bello”? Quale padrino oggi assolve davvero al compito educativo che gli viene richiesto?
Da più parti, così, nasce la domanda sulla reale esigenza di avere tali figure: hanno ancora ragione di esistere? Non sono retaggio di una società ormai inesistente? Non sarebbe meglio abolirli? Si eviterebbe una certa mondanità ecclesiale, una profanazione delle “res sacrae”, si scongiurerebbe l’ennesimo scandalo, fuori e dentro la Chiesa.

Allontaniamo i padrini dalla liturgia!



I sette sacramenti
Fino alla riforma del Codice di Diritto Canonico, tra gli impedimenti dirimenti il Matrimonio vi era lacognatio spiritualis: per la verità, tale impedimento esiste ancora nel Codice dei Canoni della Chiese Orientali (il Codice che regola la vita delle Chiese cattoliche di rito orientale). È fatto impedimento al padrino (similmente a ciò che accade per il genitore) convolare a nozze con la propria figlioccia (la madrina con il figlioccio) perché il legame di parentela spirituale che nasce tra loro è così importante da essere equiparato a quello che scaturisce dalla paternità e dalla maternità sanguigna. Si trattava (e si tratta ancora nel CCEO) di impedimento di diritto positivo, pertanto vi era la possibilità di dispensa ed oggi, appunto, è stato tolto.
La fattispecie giuridica appena richiamata fa comprendere ancora di più l’importanza del “padrino” e, in quanto sacerdote, mi fa tremare al pensiero che oggi di fatto in molti chiudono gli occhi di fronte alla grave situazione in cui tale istituzione, seppur non centrale nella celebrazione però non priva di significato, si trova.
Battesimo, fine '600. La donna vestita di nero dovrebbe essere la madrina

Battesimo, fine ’600. La donna vestita di nero dovrebbe essere la madrina
Oggi, dunque, si limita il compito del padrino ad aspetti liturgici, svuotati del loro valore primario. Ma la liturgia, che non è un’azione magica di passaggi sociali, dovrebbe invece presentare la verità del ruolo del padrino che è anzitutto pedagogico.
Provocatoriamente, mi verrebbe da fare una proposta: si eliminino i padrini dalla liturgia! Si eviti di dare spazio a ricercate pose fotografiche di persone che non comprendono nemmeno che il loro figlioccio è in procinto di essere conformato a Cristo nell’unzione battesimale, come in quella crismale. Le funzioni che i padrini devono assolvere nella liturgia possono essere assolte dagli stessi genitori o, nel caso di adulti, dagli stessi battezzani-cresimandi. Cominciamo a far comprendere che i padrini sono degli educatori alla fede! Non importa quanto vadano in Chiesa, quanto siano bravi nel suonare la chitarra nel coro parrocchiale. Non importa quanto sappiano delle “storie” della Bibbia o dei precetti della Chiesa. Non importa quanto sia conforme la loro vita al Vangelo (o quanto non lo sia!). I padrini sono anzitutto pedagoghi, persone che per questo devono essere cresimate, aver deciso di donare la propria vita a Cristo e alla Chiesa. In altre parole: non è che devono essere dei santi e dei teologi per forza i padrini, ma devono comunque avere la volontà di indicare ai figliocci l’”ortodossia”, cioè la “retta via”, che è naturalmente la via cristiana.
J.Steen. Festa di battesimo. XVII secolo.

J.Steen. Festa di battesimo. XVII secolo. Il padrino (dietro al padre col pargolo) “misteriosamente” fa il gesto delle corna : pare si alluda maliziosamente alla vera identità del padre… biologico del battezzato
Il vero padrino non ha smania di apparire nella liturgia. Il vero padrino è quello che accompagna con la preghiera e l’insegnamento, con l’esempio e con la libertà il proprio figlioccio verso l’incontro con il Signore Risorto che agisce nei Sacramenti. Il vero padrino è quello che non rivendicadiritti, ma prende sul serio la responsabilità educativa: i nove requisiti non danno alcun “diritto soggettivo”; essi, invece, si pongono come esame di coscienza per tutti coloro che hanno il desiderio di paternità e maternità spirituale. Nella Chiesa non si rivendicano diritti, ma ci si conforma a Cristo.
Smettiamola, dunque, di dare spazio a persone disinteressate al fatto religioso. Almeno per un po’! E cominciamo a coinvolgere i padrini non una settimana prima della celebrazione, ma fin dall’inizio dell’educazione cristiana dei ragazzi. Chiediamo che siano presenti alla catechesi. Chiediamo loro che si assumano davvero le proprie responsabilità. Abbiamo il coraggio di dire basta a questo modo di fare.
Non è sufficiente un pezzo di carta in cui si dica: “è idoneo a fare da padrino”. Senza pretendere la perfezione – attributo divino – chiediamo almeno la disponibilità alla coerenza e l’assunzione di responsabilità. L’idoneità non è sinonimo di “situazione matrimoniale regolare”. Altrimenti avrebbero ragione coloro che si battono perché “irregolari”, ma al tempo stesso “cattolici impegnati”, chiedendo pari opportunità. “Idoneo” significa avere le qualità necessarie ad esercitare un compito. Tra queste vi è anche la “vita conforma alla fede”, dove per fede si intende qualcosa di veramente importante.
G.B.Moroni, "Testimone" di un battesimo eccezionale.

G.B.Moroni, “Testimone” di un battesimo eccezionale.
Poniamo l’accento sull’educazione. Togliamo gli onori celebrativi e ricordiamo gli oneri educativi.
Solo così eviteremo di ritrovarci anche la prossima primavera a dover discutere con il solito azzeccagarbugli – pronto tra l’altro a minacciare lettere indirizzate nientepopodimeno che a Santa Marta – perché figlio di quella generazione che ritiene virtuosa l’espressione dell’opinione personale frutto della propria pancia – se non dei propri lombi – nella legittimazione della rivendicazione di “diritti”: diritti presunti dalla lettura sterile, letterale, farisaica, sindacalista del Codice di Diritto Canonico.
*Foto e didascalie a cura della redazione
http://www.papalepapale.com/develop/il-padrino-ultimo-atto/


«Il tuo padrino è vietato»


E Matteo rifiuta la cresima



Il 13enne aveva scelto l’amico Vito, sposato con una divorziata ed escluso dal diritto canonico. Ora si rivolgono a Papa Francesco: «Aiutaci tu».



I sacramenti vanno dati anche ai marziani, se lo chiedono» ha detto recentemente Papa Francesco. Un’indicazione chiara. Ma poi che non è così facile darvi seguito. Vi sono le regole, il codice di diritto canonico, da rispettare. E a volte paiono proprio inadeguate a cogliere quella domanda di accoglienza e misericordia evangelica nella vita concreta delle persone così spesso richiamata da Bergoglio. 

È quello che deve aver pensato Vito Maraschio. Lui, un quarantenne molto conosciuto a Scorrano nel Salento, anche perché è presidente del comitato per la Festa di Santa Domenica, non può fare da padrino alla cresima di Matteo, un giovane tredicenne figlio di amici. La ragione è che ha sposato una donna divorziata. Così il neo cresimando decide di rinunciare al sacramento. Era stato il ragazzo a «sceglierlo» come padrino. Lo voleva a fianco in questo passaggio - il sacramento della «confermazione» - così importante per la sua vita cristiana. Ma ci sono le regole del diritto canonico, i codici da rispettare. Li ha richiamati, come era suo dovere, il parroco del paese. Vi è una dichiarazione che l’aspirante padrino della cresima è chiamato a sottoscrivere. Oltre ad avere qualità umane e morali che gli consentono di essere un riferimento al cresimando, deve aver «già ricevuto i sacramenti dell’Iniziazione cristiana (battesimo, confermazione, eucaristia) e deve condurre «una vita conforme alla fede e all’incarico che assume». Viene specificato «coloro che non sono ammessi al compito di padrino». «Vanno annoverati - viene specificato - coloro che vivono in situazione matrimoniale irregolare, conviventi di fatto, cattolici sposati solo civilmente, cattolici divorziati risposati civilmente». 

Il matrimonio con una donna divorziata escludeva la possibilità per Vito di fare da padrino a Matteo. Ma lui non si è dato pervinto, perché considera la sua come una condizione particolare. Sua moglie ha avuto il divorzio da un uomo violento che è stato condannato al carcere per maltrattamenti e violenza. Lui che ha cresciuto come un padre le due figlie avute dal precedente matrimonio dalla moglie, tra l’altro attiva nel volontariato cattolico, sente di vivere nel rispetto dei valori cristiani. Per lui quelle regole non gli sembrano proprio tener conto della vita sua e dei suoi cari. Chiede udienza al suo vescovo, quello di Otranto, monsignor Donato Negro per spiegare e capire meglio. Il no gli viene confermato. Vi è quell’ostacolo, quella irregolarità nella sua vita familiare, che gli impedisce di fare da padrino al giovane Matteo. «Sono rimasto senza parole» è stata la sua reazione. «A chi commette davvero reati e peccati gravi, viene concesso il perdono. A me, che sono tutt’altro che un peccatore, viene negata la partecipazione al sacramento di un carissimo amico di famiglia» scrive nella lettera inviata a Papa Francesco. 

Sì, perché Vito Maraschio scrive al vescovo di Roma. Chiede non solo per sé, ma per tanti che sono nella sua stessa situazione, la revisione all’articolo 874 del Codice di Diritto Canonico. Vi spiega quello che considera un doloroso paradosso. 

«Ho sposato una donna divorziata - racconta - a cui la giustizia civile ha riconosciuto i torti subiti con una sentenza che condannava a nove mesi l’ex marito per percosse. Le due figlie di lei sono diventate le mie figlie e per loro sono stati compiuti tutti gli sforzi necessari per garantire le opportunità di crescita, di formazione e di futuro che i genitori devono assicurare per obbligo di legge, ma ancora prima per dovere morale e di fede». «Per fare il padrino - aggiunge - dovrei lasciare mia moglie e le mie figlie. Impensabile. Ma non voglio neanche rinunciare a fare il padrino di un ragazzo che non mi ha scelto certo per interesse o per suggerimento». «Ecco perché - spiega - voglio iniziare una semplice, ma decisa battaglia. “Io no, un assassino si”. Rivendico il mio essere cristiano e lotterò con ogni mezzo per far cambiare questa ingiustizia». 

«Voglio con tutte le mie forze e con il mio cuore essere il padrino di Matteo. Non so come spiegare - così Maraschio conclude la sua lettera a Papa Francesco - ad un giovincello che vede tante incongruenze, purtroppo anche nella Chiesa, che sono colpevole di non so bene quale colpa. Desidererei essere io destinatario di quel messaggio di comprensione che da millenni ha innalzato la vita di tutti noi e che quella comprensione diventasse fatto concreto. Chiedo scusa per averVi importunato, ma sono un cristiano che si rivolge ai suoi Pastori». 

Ma non si ferma a questo. Il padrino «mancato» lancia anche una petizione online a sostegno della sua battaglia. Se una persona si pente del suo peccato, risulta in linea con la fede cattolica, mentre chi si risposa o si unisce in matrimonio con chi è divorziato, mantiene «attivo» il peccato, perpetrandolo nel tempo senza pentirsene. 

È la condizione che vivono tutti i divorziati risposati che vorrebbero accedere ai sacramenti. Un tema sentito nella Chiesa alle prese con la crisi della famiglia. Su questo tema Papa Francesco ha convocato due sinodi dei vescovi e ha coinvolto nella discussione tutte le diocesi del mondo. Entro il 2015 arriveranno le decisioni. Intanto il giovane Matteo, ha rinunciato alla sua cresima. E non è un marziano.


http://www.unita.it/sociale/il-tuo-padrino-e-vietato-br-e-matteo-rifiuta-la-cresima-1.572927?localLinksEnabled=true&utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook


mercoledì 4 giugno 2014

prima Comunione e Cresima insieme


E' giusto fare insieme Cresima 

e prima Comunione?

Confermazione ed Eucaristia, insieme al Battesimo, sono i sacramenti dell'iniziazione cristiana e vanno considerati come un tutt'uno.


Gentile direttore, domenica scorsa, nella mia parrocchia, i ragazzi di 11 anni hanno ricevuto la Cresima (prima) e la Comunione, nella stessa cerimonia. Mi sono stupita perché io ho ricevuto a nove anni la Comunione, dopo altri cinque anni di catechismo, la Confermazione. Il parroco invece mi ha detto che è “corretto” ricevere insieme i due sacramenti, anzi la Cresima prima della Comunione. E' davvero così? Non sarebbe più giusto che i ragazzi fossero maturi per riconfermare le promesse del Battesimo?

Adele


Ha ragione il parroco, cara Adele, ma c'è bisogno di qualche spiegazione ulteriore. Parto da una riflessione teologica. La Cresima e l'Eucaristia, insieme al Battesimo, costituiscono i sacramenti dell'iniziazione cristiana. Infatti ci rendono pienamente partecipi della morte e risurrezione di Cristo, ci trasformano in lui e ci rendono parte del suo corpo che è la Chiesa, ci inseriscono nella sua vita e nella sua missione. Gli iniziati sono coloro che entrano a far parte di un gruppo. In questo caso non è solo un ingresso formale, ma una trasformazione completa della persona per mezzo dello Spirito Santo. Diventiamo veramente e pienamente cristiani. I tre sacramenti sono distinti ma vanno considerati come un tutt'uno, perché unico è il mistero pasquale di Cristo morto e risorto di cui ci rendono partecipi.


Su questa unità era basata la prassi antica, ancora in uso nella Chiesa ortodossa: il Battesimo e la Cresima venivano dati insieme e abilitavano a ricevere l'Eucaristia. Nella Chiesa occidentale le cose sono cambiate verso il V secolo. Il cristianesimo aveva cominciato a diffondersi nelle campagne ed era stata concessa anche ai preti la facoltà di battezzare e di comunicare, mentre si era lasciata al vescovo, di per sé il ministro di tutta l'iniziazione cristiana, almeno l'imposizione delle mani con il sigillo dello Spirito. Inizia qui la separazione tra Battesimo e Cresima. Più tardi, nel 1215, il Concilio Lateranense IV stabilì di spostare la prima partecipazione all'Eucaristia, vista la sua importanza, alla cosiddetta età di discrezione, verso i 12 anni. In ultimo, nel 1910, un decreto di Pio X anticipa la prima Comunione all'età di sette anni, e così la Cresima è diventato l'ultimo dei sacramenti conferiti.

Dal punto di vista teologico, comunque, i tre sacramenti sono un tutto unico. Lo attestano anche i più recenti documenti ecclesiali. Di particolare importanza è il Rito di iniziazione cristiana degli adulti del 1972, presentato dai vescovi italiani come la “forma tipica”, il modello di ogni itinerario di formazione cristiana. Anche per i bambini che chiedono il Battesimo da sette anni di età i tre sacramenti si celebrano insieme e nell'ordine originario: Battesimo, Cresima, Eucaristia. In questo modo si evidenzia anche come l'Eucaristia sia il “culmine” dell'iniziazione. Con il lavacro battesimale nasce l'uomo nuovo per mezzo dello Spirito Santo; con l'unzione crismale lo Spirito conferma il nuovo rapporto con Dio, compie la conformazione a Cristo e rende partecipi della sua missione; tutto questo abilita a partecipare alla mensa eucaristica per diventare, come Cristo, pane spezzato e sangue versato per amore. Due elementi bisogna sottolineare. Prima di tutto quello ecclesiale: i sacramenti dell'iniziazione non sono un fatto privato, ma inseriscono a pieno titolo nel corpo di Cristo che è la Chiesa. Perciò è tutta la comunità ecclesiale a essere coinvolta, non solo il parroco, o i catechisti o i padrini. Anzi, al primo posto ci sono i genitori. Essere cristiani non significa infatti essere iscritti su un registro e apprendere alcune norme e concetti, ma è incontrare Cristo ed essere trasformati in lui, partecipando alla vita della comunità. La fede si trasmette prima di tutto con l'esempio, rendendo partecipi di un'esperienza.


Da qui deriva la seconda sottolineatura: è fondamentale una preparazione che coinvolga tutta la comunità ecclesiale, genitori, catechisti, padrini, in analogia con il cammino dei catecumeni, cioè di coloro che si preparano a ricevere il Battesimo. E poi è necessario un accompagnamento dopo il conferimento dei sacramenti, denominato mistagogia. Bisogna cioè fare esperienza di vita cristiana, attraverso la catechesi, la partecipazione alla liturgia, la testimonianza di una vita trasformata dallo Spirito.

Un'ultima nota per spiegare quello che è successo nella tua parrocchia, cara Adele. Negli ultimi anni i vescovi italiani hanno avviato alcune sperimentazioni per valutare l'efficacia pastorale, cioè pratica, di un ritorno all'ordine corretto dell'iniziazione e del conferimento congiunto della Cresima e dell'Eucaristia per i bambini battezzati da piccoli. Questo è avvenuto solo in alcune diocesi, in base alla scelta del vescovo locale. Ciò che conta, secondo me, è comprendere che i tre sacramenti dell'iniziazione non sono cerimonie esteriori che magari diventano occasioni per un pranzo speciale, ma doni di Dio che trasformano le persone e riguardano la comunità intera. Tutti siamo coinvolti e invitati a lasciarci trasformare dallo Spirito per essere sempre più di Cristo, cristiani per davvero.




http://www.aleteia.org/it/religione/q&a/e-giusto-fare-insieme-cresima-e-prima-comunione-5321170157043712?page=2



lunedì 2 giugno 2014

Ne vedremo delle belle...

Chi sono io per giudicare?

Un numero della rivista Concilium per discutere (molto criticamente) di ortodossia

FABRIZIO MASTROFINI





L’idea di questo numero di Concilium è affascinante: suggerisce l’ipotesi che l’ortodossia non sia necessaria. A partire dalla famosa frase di Papa Francesco sull’omosessualità: chi sono io per giudicare una persona, pronunciata in aereo di ritorno dal Brasile. I vari saggi del fascicolo percorrono in lungo e largo l’idea dell’ortodossia come si è stabilita nel corso di due millenni di cristianesimo e la necessità di fare spazio a qualcosa di radicalmente diverso. Andres Torres Queiruga si esprime così: «è innegabile che in qusto campo negli ultimi tempi si è imposto uno spirito di ortodossia escludente, che pastoralmente si è trasformato in sfiducia cronica e in atteggiamento condannatorio verso qualsiasi tentativo di rinnovamento; e teoricamente ha portato all’enorme confusione tra il pastorale e il teologico che ha indotto a trasformare un ‘catechismo’ in norma ultima per giudicare i progressi della teologia».

Più chiaro di così è anche il saggio del teologo David Tracy, secondo il quale una visione critica dell’ortodossia è possibile. Dobbiamo essere consapevoli che l’ortodossia è stata stabilita a partire da una visione europea o occidentale della teologia. In questo senso Tracy legittima l’importanza di una «ermeneutica del sospetto» cioè un approccio che ponga prima di tutto la domanda su quanto i nostri punti di vista culturali di partenza influenzino la lettura che si compie rispetto al sapere e alle impostazioni degli altri. Se incrociamo questo dato con la misericordia di Dio – che la Chiesa predica molto con Papa Francesco –  allora a cosa serve l’affermazione dell’ortodossia? A niente, è la risposta, anche se in questo numero di Concilium non viene espressa in maniera tanto brutale. Jon Sobrino, ad esempio, il gesuita che è considerato un esponente di spicco della teologia della liberazione, nota che la misericordia di Gesù e la Croce vengono poco considerate quando si parla di ortodossia.

E ad un esame più attento scopriamo che i dogmi sono molto meno stabili di quello che sembri. Norman Tanner, gesuita britannico, analizzando la formula del Credo di Nicea e di Calcedonia, dimostra in un acuto saggio come i primi Concilii ecumenici abbiano speso molto tempo e molta sapienza teologica nel precisare e correggersi. Dunque se lo hanno fatto in quell’epoca, perché non oggi? In pratica le definizioni dogmatiche che consideriamo immutabli non lo erano al tempo in cui furono determinate e per molti decenni sono state riviste e rielaborate. «L’aggiornamento – nota Tanner – è stato una tradizione costante nella Chiesa». E servirebbe anche oggi con buona pace dei troppo rigidi custodi dell’ortodossia. Perché, come nota Queiruga citando il teologo Otto Karrer, si deve sempre supporre (nelle persone e) nei teologi la «buona fede». Anche questo numero di Concilium dunque è un contributo indiretto e prezioso nella direzione di una «Riforma» della Chiesa.

Concilium 2/2014, Dall’«anathema sit» al «Chi sono io per giudicare?», Queriniana, pp. 200, euro 15; www.queriniana.it

omosessuale e gay non sono sinonimi



Gli inganni della neolingua gay.

Di Giovanni Lazzaretti
Gay-prideLa proposta di legge sulla cosiddetta omofobia era prevista nel programma elettorale di PD + IdV e non era prevista nel programma di PdL + Lega. PdL e Lega però non l’hanno voluta fermare in sede di Commissione, e così il 12 ottobre la proposta di legge (relatrice la PD Anna Paola Concia) è andata in discussione in Parlamento. Stoppata grazie alla pregiudiziale di incostituzionalità proposta dall’UdC e approvata a maggioranza, la proposta di legge tornerà, stavolta con un disegno di legge presentato dal Governo.
Tutto questo “volerla approvare a tutti i costi” è già una prima vittoria per la lobby gay, che ha inventato l’omofobia per zittire il dissenso.
Mia moglie e io nel 1980 formammo una famiglia, società naturale fondata sul matrimonio, i cui diritti sono riconosciuti dalla Costituzione. Desideravamo dei figli, e questo veniva incontro alle necessità della società, che ha bisogno di 2,1 figli per donna per sussistere. I figli nacquero attraverso rapporti sessuali matrimoniali. Vedete qualcosa di anormale in questo percorso? Niente di anormale, è un percorso normale.

Eppure la lobby gay ci ribattezzò “eterosessuali”, e nessuno ha reagito. Io rifiuto la neolingua gay e riaffermo che il mio percorso non è “eterosessuale”, è semplicemente un percorso “normale”, non avendo in sé niente di anormale.
La distinzione da fare è tra rapporti sessuali e rapporti omosessuali: questi ultimi sono scelte personali (sottolineo “scelte”: una persona può avere tendenze omosessuali e scegliere di NON avere rapporti), sono infecondi e privi di rilevanza sociale. Ma la neolingua gay parlò di rapporti “eterosessuali e omosessuali”, come se fossero due opzioni sullo stesso piano. Io rifiuto la neolingua gay e continuo ad affermare la distinzione tra rapporti sessuali, potenzialmente fecondi e rilevanti per la società, e rapporti omosessuali, scelte personali infeconde e irrilevanti per la società.

Poi qualcuno cominciò a sostituire la parola “omosessuale” con la parola “gay”. Più spiccio, dicevano. Spiccio e falso: omosessuale e gay non sono sinonimi. Gli omosessuali non gay sono la maggioranza: sono persone riservate, che non amano il chiasso, che non vanno in TV e non sfilano in piazza, che non rivendicano diritti particolari. Ognuno di noi ne conosce qualcuno.
Nelle nostre menti però tutti gli omosessuali si sono trasformati in militanti gay, e questo falsa completamente il dibattito. Io rifiuto la neolingua gay e riaffermo che la maggioranza degli omosessuali sono “omosessuali non gay”.
Poi la lobby gay inventò il “genere”. Solo una parola elegante da usare al posto di “sesso”? No, un’invenzione ideologica che sostituisce i due sessi, reali e constatabili alla nascita di ognuno, con 5 o 7 opzioni di “genere”, di carattere culturale. Io rifiuto la neolingua gay e continuo ad affermare che i sessi sono due e sono un dato genetico constatabile da chiunque in natura; il resto sono opzioni personali, irrilevanti per la società.

Poi la lobby gay inventò l’omofobia. Ha un “suono” simile a una malattia (claustrofobia, aracnofobia,…), ma è una malattia inesistente, inventata dall’ideologia gay per i suoi scopi. Conoscete casi di persone rifiutate sul lavoro perché omosessuali? Conosco invece casi di ragazze rifiutate perché giovani spose a rischio di maternità.
Persone omosessuali siedono in Parlamento, sono ai vertici di diverse regioni, sono presenti nel mondo dell’arte, del teatro, della TV, del cinema, della letteratura, della moda, nelle università e nelle scuole di ogni ordine e grado, hanno una disponibilità di reddito ben superiore alla media, hanno organizzazioni nazionali a loro disposizione: la discriminazione non esiste, anzi qualche illustre personaggio afferma che l’essere gay l’ha aiutato nella carriera.
La finta malattia detta “omofobia” serve solo a zittire coloro che contestano l’ideologia gay (si dà dell’omofobo un po’ come un tempo si dava del fascista). Io rifiuto la neolingua gay e affermo che non esiste discriminazione basata “sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” (che sono libere opzioni personali modificabili nel tempo), mentre c’è una chiara discriminazione per la famiglia “costituzionale”, società naturale fondata sul matrimonio.
“Ma ci sono le aggressioni ai gay!”, dirà qualcuno. A parte che la fumosità delle statistiche su queste aggressioni è totale (ad esempio: nessuno ci comunica quante aggressioni a gay sono fatte da altri gay; nessuno fa una statistica sull’ambientazione di queste aggressioni), le aggressioni ai gay vanno perseguite e punite come ogni altra aggressione. Col passaggio di questa legge, accadrà che un’aggressione a me o a voi verrà punita con meno rigore rispetto all’aggressione a un gay. Io rifiuto l’ideologia gay e sostengo che un’aggressione alla mia persona debba essere punita con lo stesso rigore dell’aggressione a un gay.

Viene già usata la parola “omocrazia”? Prima o poi bisognerà usarla. In un’Italia in cui si può satireggiare chiunque fino all’insulto, con l’approvazione di questa proposta di legge un militante gay non potrà nemmeno essere contraddetto. Se passa la legge in Parlamento, nasce una nuova “casta” intoccabile.
Giovanni Lazzaretti è nato a Correggio (RE) il 22 giugno 1955, sposato con Angela Maria, ha tre figli: Giulia, Anna e Andrea.
Laureato in ingegneria elettronica, di professione fa il programmatore.
Si occupa di volontariato gestionale per la locale scuola materna “Regina Pacis”ed è membro del direttivo del Circolo Culturale “J. Maritain” di San Martino in Rio e segretario amministrativo del medesimo.
A ridosso delle elezioni collabora col sito www.carairma.it. Il sito non è una forma di “propaganda elettorale”, ma di “consulenza elettorale”. I testi presentati vogliono rispondere a questa domanda: “Quali possibilità di voto ci sono per coloro che credono nella legge naturale universale?”. Nato in forma cartacea a uso di alcune amiche casalinghe, adesso il sito ha una piccola utenza molto più variegata, anche se i testi continuano a rivolgersi in prima persona alla signora Irma.
Crea dei piccoli dossier a uso locale; ultimi in ordine di tempo: caso Englaro e testamento biologico; caso Boffo.

http://www.riscossacristiana.it/linvenzione-dellomofobia/

domenica 1 giugno 2014

cambiare la Messa per cambiare la Fede

IL “NOVUS ORDO” 

NELL’EPOCA ELISABETTIANA

Non era più la Pietra del Sacrificio, da dove il fumo del Calvario mistico saliva giorno dopo giorno: era la tavola dove pane e vino venivano mangiati e bevuti in memoria di un evento la cui energia immortale aveva cessato, almeno in questo posto, di operare, e niente più. Però era qui, pensò Marjorie, che solo quarant’anni fa, poco più di vent’anni prima che lei nascesse, in questa Notte, la grande chiesa aveva ronzato e vibrato di vita.



E’ impressionante, ancora una volta, scoprire le affinità esistenti tra la cosiddetta “nuova messa” e la liturgia protestante. Robert Hugh Benson, nel suo libro “Vieni ruota! Vieni forca!” (“Come rack! Come rope!”), un romanzo ambientato durante il regno di Elisabetta I d’Inghilterra e le persecuzioni anticattoliche, racconta infatti l’incredibile storia di tanti uomini morti per Cristo e per la Fede, in un’epoca di grandi stravolgimenti teologici, politici e culturali sia per l’Inghilterra che per l’intera Europa. Sono gli anni in cui la salita al trono di una regina apertamente protestante modifica per sempre il destino di un’isola.

In particolare, nel passaggio citato, un gruppo di cattolici entra nella cattedrale di San Paolo a Londra, la sera di Natale. Al suo interno nulla è più come prima: tutto è freddo e vuoto, e le poche persone al suo interno stanno tutte abbandonando l’edificio. Tutti quegli altari dove una volta veniva celebrato il Santo Sacrificio della Messa sono scomparsi per far posto al tavolo del pane e del vino, necessari per rievocare la memoria dell’ultima cena. La cattedrale rimane pressoché identica nell’architettura ma è chiaramente diventata il luogo di culto di un’altra religione …

Ed ora, la vigilia di Natale, Robin, Anthony e le due signore entrarono nella Cattedrale mentre il buio stava scendendo – prima passando attraverso il cimitero, sopra il muro del quale incombevano le file di case, nelle cui finestre le luci avevano cominciato ad ardere.
L'oscurità dell’aria rese più impressionanti le enormi altezze della grande chiesa. Davanti a loro si stendeva la lunga navata, oltre settecento piedi dall’inizio alla fine; dal pavimento al tetto l’occhio viaggiava sui gruppi di sottili colonne fino al soffitto scuro, rimesso a nuovo dopo l’incendio, circa centocinquanta piedi. Le alte finestre su ciascun lato, e le luci della vetrata soprastante, baluginavano pallidamente nell’oscurità che avanzava.

Ma, agli occhi cattolici che guardavano su di essa, la desolazione appariva più dello splendore. C’era moltissima gente, a dire il vero; gruppi si muovevano su e giù, parlando, dirigendosi sempre più verso le uscite, man mano che la notte avanzava, perché la chiesa sarebbe stata chiusa presto; in una navata un uomo stava parlando forte, come se tenesse una conferenza, con una folla di teste intorno. In un’altra alcuni uomini sobriamente vestiti stavano disponendo le loro carte e inchiostri sui tavolini che stavano in fila – questo era l’Angolo degli Scrivani, le dissero; da una terza una mezza dozzina di persone stavano andandosene scoraggiate – questi erano servitori che avevano atteso di essere presi a servizio. Ma l’anima del posto era perduta. Quando uscirono nei transetti, Anthony li fermò con un gesto, mentre una coppia di uscieri, che portavano scatole sulla testa, avanzavano spintonando, nel loro breve scorciatoia attraverso la Cattedrale.

“Era qui,” disse, “che stava l’altare.”
Indicò tra le colonne, sui due lati, e là, sopra gradini poco alti, giacevano i pavimenti delle cappelle. Ma dentro tutto era vuoto, tranne una tomba o due, alcuni colori scrostati e i fonti battesimali ancora al loro posto. Dove c’erano stati gli altari c’erano spazi bianchi di muro; impilate in uno di questi posti c’erano file di sedili di legno piazzati lì per le necessità della stanza.

Di fronte all’entrata del coro, dove un tempo sopra le teste pendeva il grande Crocefisso, i quattro restarono a sbirciare attraverso un buco, che i muratori stavano riparando nell’alto muro che aveva separato il coro dalla navata. Da ambo le parti, come prima, ancora si innalzavano torreggianti gli scanni intagliati; lo splendido pavimento ancora risplendeva sotto, rifrangendo sulla superficie il bagliore della luce dalle finestre colorate in alto; ma la testa era sparita dal corpo. Da qualche parte, sotto il drappo profondamente ombreggiato, poterono distinguere una costruzione che poteva essere un altare, solo che sapevano che non lo era. Non era più la Pietra del Sacrificio, da dove il fumo del Calvario mistico saliva giorno dopo giorno: era la tavola dove pane e vino venivano mangiati e bevuti in memoria di un evento la cui energia immortale aveva cessato, almeno in questo posto, di operare, e niente più. Però era qui, pensò Marjorie, che solo quarant’anni fa, poco più di vent’anni prima che lei nascesse, in questa Notte, la grande chiesa aveva ronzato e vibrato di vita. Attorno ai muri si erano seduti preti, ognuno al suo posto; e accanto ad ognuno si era inginocchiato un penitente, che si preparava ancora una volta alla gioia di Betlemme – saggio e semplice – Pastori e Magi – ma tutti resi semplici davanti allo sconcertante ed estasiante Mistero. C’erano stati passi e voci anche – ma di uomini che erano indaffarati degli affari del loro Padre nella casa del loro Padre, e non dei loro. Erano andati di altare in altare, parlando coi loro Amici a Corte; e qui, di fronte a dove lei stava e sbirciava nella vuota e fredda oscurità, avevano bruciato lumi davanti al Trono di Colui che aveva creato Cielo e terra, e fatto la Volontà di Suo Padre sulla Terra come veniva fatta in Cielo … Quarant’anni fa la vita in questa chiesa stava crescendo proprio in questa notte, con il mormorio come di una moltitudine che si avvicina, di ora in ora, illuminandosi e affrettandosi man mano che arrivava, fino alla gloria della Messa di Mezzanotte, la chiesa affollata, illuminata da un'estremità all'altra, l'odore di bosso e alloro nell'aria, che presto sarebbe stato confuso e sovrastato dall'aroma del fumo d'incenso; e anche il mondo dello spirito si affrettava intorno a loro; e gli angeli (lei pensava) scendevano dal Paradiso, come gli uomini dalla città tutt'intorno, per salutare Colui che è Re sia degli angeli che degli uomini.

E adesso, in questa nuova Inghilterra, la chiesa, vuota della Presenza Divina, si stava svuotando anche dei suoi visitatori umani. Udiva grandi porte sbattere da qualche parte, e il riverbero rotolare sotto le volte di pietra. Sarebbe stata presto vuota, desolata e scura; e sarebbe stata così tutta la notte… Perché non piangevano anche le pietre?
Mistress Alice la toccò su un braccio.
“Dobbiamo andare,” disse. “Stanno chiudendo la chiesa.”

a cura di Luca Fumagalli

http://radiospada.org/2013/03/il-novus-ordo-nellepoca-elisabettiana/