mercoledì 5 settembre 2012

Cardinale Martini

Sull'accanimento terapeutico

A due giorni dal funerale del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, riprendo questo articolo dal blog Campari e De Maistre a proposito della questione dell'accanimento terapeutico. A corpo ancora caldo, non appena saputa la notizia del rifiuto dell'accanimento terapeutico, i soliti noti anticlericali non si sono risparmiati critiche feroci alla Chiesa cattolica ed alla sua dottrina, sparando senza controllo falsità che prontamente sono state accolte dall'eruditissimo (ossimoro) mondo di Facebook: ma qui, lo si sa, la realtà è ormai diventata una questione di maggioranza, e molti utenti sarebbero pronti a giurare di avere cinque teste e sei gambe, se l'affermazione avesse un sufficiente numero di likes e shares. Agli utenti ancora capaci di ragionare un minimo con la propria testa e disposti a sentire obiettivamente come stanno le cose propongo, dunque, la lettura di questo articolo, ricco di referenze e rimandi ai documenti ufficiali della Chiesa.
Il cardinal Martini: l'accanimento terapeutico e quello dei soliti sciacalli
Di Giacomo Diana
E' ufficiale: l'anafabetismo religioso è alle stelle. Il Cardinale Martini è morto, rifiutando l'accanimento terapeutico. Apriti cielo: tutti i media hanno presentato il gesto del prelato come un atto di rivolta e dissenso al Magistero della Chiesa, ignorando - tuttavia - che la Chiesa da sempre ne consente il rifiuto; la stessa scelta fu presa anche dal morente Giovanni Paolo II.

Da Vendola a Fo, fino ai Radicali: il cardinale è divenuto l'eroe del dissenso tra i prelati.

Il leader di Sel Nichi Vendola ha affermato che Martini "sceglie il primato della dignità, un atto straordinario su cui tutti, a partire dai vertici della chiesa, devono riflettere". Parte del popolo della Rete, al solito sensibile alle suggestioni tanto al chilo, adotta seduta stante il porporato morente ed inizia a rumoreggiare di "ultima lezione teologica" e di "esempio alla Chiesa per la Chiesa": "Almeno Martini sapeva che il Medioevo è finito". Gran parte - invece - ne approfitta per dar sfogo al livore anticlericale: "Questi maledetti preti negano alle persone una morte dignitosa, ma per essi sclegono eccome. Ipocriti". Non son neppure mancati - e come avrebbe potuto essere diversamente? - quelli che hanno poi augurato al cardinale (e poi al resto del clero) di finire all'Inferno. Ammirevole.

Da lì in avanti, il coro è pressoché unanime. Estrema sinistra, Radicali, maestri del pensiero radical chic, persino qualche isolata voce di centrodestra, come quella del deputato del Pdl Alfonso Papa ("Il suo no al sondino fa riflettere"). Parenti Welby ed Englaro a tracciare paralleli tra le vicende dei propri cari e quella di Martini. Dario Fo butta lì che la scelta di rifiutare l’accanimento terapeutico "è stupenda e mostra che tipo di persona fosse". Tutti in fila per rendere il più ipocrita degli omaggi, per travestire da pietà la smania di andare a sventolare quel corpo in faccia alla Chiesa dicendo: visto che anche i vostri ci danno ragione?

Ma la situazione - invero - è alquanto triste, e attesta non solo una generale ignoranza crassa (della società e dei media), che non porta a fare alcun distinguo tra eutanasia e accanimento terapeutico, ma anche l'analfabetismo religioso di quanti attaccano la Chiesa senza neppure conoscerne la dottrina.

Che differenza c'è tra eutanasia e rifiuto dell'accanimento terapeutico?

L'eutanasia è il procurare intenzionalmente la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica. L'individuo, tuttavia, non è in fin di vita. Si tratta di una scelta di non accettazione della compromissione della propria condizione fisica, per cui si sceglie la morte come via di fuga. Questa è l'eutanasia, a cui la Chiesa è da sempre contraria.

Il rifiuto dell'accanimento terapeutico è - invece - il prendere semplicemente atto che non c’è più niente da fare, che non c’è alcun intervento che può cambiare una situazione ormai irreversibile, per cui vengono interrotte quelle pratiche mediche volte solo al prolungare al malato un'agonia dall'esito di morte ormai certo.

Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma: “L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (CCC, 2278).

Ribadisce pure il documento della Pontificia accademia per la vita sul “Rispetto della dignità del morente” del 2000:

“Nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile e imminente è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita poiché vi è grande differenza etica tra ‘procurare la morte e ‘permettere la morte’: il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa” (6).

Ed è la migliore descrizione della scelta del cardinale Martini.

Fonte: campariedemaistre.com.

martedì 4 settembre 2012

Jesu decus angelicum




IESU, decus angelicum,
in aure dulce canticum,
in ore mel mirificum,
in corde nectar caelicum.
Qui te gustant, esuriunt,
qui bibunt, adhuc sitiunt;
desiderare nesciunt,
nisi Iesum, quem diligunt.

O Iesu mi dulcissime,
spes suspirantis animae!
Te quaerunt piae lacrimae,
Te clamor mentis intimae.

Mane nobiscum, Domine,
et nos illustra lumine;
Pulsa mentis caligine,
Mundum reple dulcedine.

Iesu, flos Matris Virginis,
amor nostrae dulcedinis,
Tibi laus, honor nominis,
regnum beatitudinis. Amen.

Libera me, Domine - Lorenzo Perosi

Ferrandina (MT) - Processione di San Rocco (2010)




La statua di San Rocco esce dalla Collegiata di San Lorenzo, mentre viene eseguita la marcia sinfonica "Mosè" del M° Gioacchino Rossini eseguita dalla Banda "Cittadella della Gioventù" di Nardò.

ferrandina la mia terra

Ferrandina la mia terra





Ferrandina (Frannìn in dialetto) è un comune di 9.105 abitanti in provincia di Matera. Per il numero dei suoi abitanti è il sesto comune più popoloso della provincia e il tredicesimo di tutta la Basilicata.

islam

Della serie "incredibile ma vero". Fatti altrui che diventano fatti nostri...

Riprendo la segnalazione che segue da Le Forum Catholique. È una questione seria, che non ci può lasciare indifferenti, conoscendo come gli islamici non lavorino nell'immediatezza ma sul lungo termine e come le questioni che si aprono e fanno strada in America ben presto raggiungono anche noi. Del resto in molte città europee, siamo già all'applicazione sia pur parziale, della sharia. E quando sono anche le autorità religiose che abbassano la guardia e in un dialogo ad ogni costo, tralasciando l'Annuncio del Signore Gesù, non credo ci si possa aspettare qualcosa di buono. La vita civile non è per nulla estranea alla nostra Fede.
 

 
In novembre avrà luogo l'elezione del prossimo Presidente degli Stati Uniti. Questa nazione resta ancora una super-potenza le cui forze armate si trovano su ogni continente. L'attuale presidente è un Democratico... in parte eletto con i voti dei cristiani alcuni anni fa.

L'Attuale Convenzione del Partito Democratico vede riunirsi  - tenetevi forte - 20 000 musulmani presso l'Ufficio degli affari dei musulmani indigeni (BIMA). È annunciato anche l’imam Siraj Wahhaj. Il Dr Zuhdi Jasser, presidente fondatore del Foro Americano Islamico per la Democrazia (un'altra associazione) è preoccupato :
«È sconcertante constatare che la Convezione nazionale democratica ha deciso di promuovere di associare il suo nome e di concedere una piattaforma agli organizzatori della  «Preghiera alla Convenzione nazionale democratica». I responsabili annunciati di questo evento, Jibril Hough e l’imam Siraj Wahhaj (vedi foto), non sono dei moderati. Sono radicali. Promuovono la supremazia islamica e hanno dato il loro sostengo a ideologie radicali.

Ogni americano e ogni democratico deve preoccuparsi che la Convenzione democratica corteggi simili individui. Ci sono molti musulmani patrioti tra i partiti e occorre esprimersi alto e forte quando le ideologie radicali fanno una dimostrazione di «solidarietà» in nome della nostra fede e scelgono degli   imam come Siraj Wahhaj, che ho visto con i miei occhi, nel 1995, fare una dichiarazione sediziosa affermando essere suo dovere, e nostro dovere in quanto musulmani, sostituire la costituzione americana col corano.

La loro Jumah (preghiera di gruppo), presentata come una protesta contro il Patriot Act, la polizia di New York e l'islamofobia, non tende a rinforzare la nostra democrazia ma a rinforzare i partigiani degli islamisti e dei Fratelli musulmani nel cuore del sistema politico per anestetizzare gli Americani. Gli Americani musulmani devono esprimersi ed emarginare questi radicali. La Convenzione democratica deve respingerli in ragione delle loro idee e della loro storia radicali ».
C'è di più. Questo Siraj Wahhaj... è l’imam d'una moschea di Brooklyn a New York che dirige l'Alleanza Musulmana nel Nord America ; è membro del CAIR ; ed è stato considerato cospiratore non perseguito nell'attentato contro il World Trade Center !!!!!!!!

Preghiamo perché il prossimo Presidente Americano non si eletto da questi fanatici !
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

lunedì 3 settembre 2012

Card. Martini

LA CHIESA AVANZA O RESTA INDIETRO? RIFLESSIONI DOPO LA MORTE DEL CARD. MARTINI - di P. Giovanni Cavalcoli, OP

di P. Giovanni Cavalcoli, OP


Non posso non unirmi anch’io alla commozione generale per la morte del card. Martini. Prego per la sua anima e Dio voglia accoglierlo nella sua gloria dopo una così lunga ed operosa vita spesa al servizio della Parola di Dio e della Chiesa.
cmNon si può non restare ammirati davanti ad una personalità così ricca e poliedrica, dalla cultura così vasta e dall’umanità così sensibile ai gravi problemi ed ai valori del nostro tempo, desiderosa di incarnare le esigenze morali del Vangelo nei casi umani di maggiore attualità con soluzioni audaci e magari discutibili, nonché con quello slancio e a volte quella spericolatezza che caratterizza a volte lo spirito di avventura, se così posso esprimermi, dei figli di S.Ignazio, sempre alla ricerca di nuove frontiere ad maiorem Dei gloriam.
Colpiscono altresì i numerosi attestati di stima che giungono da molti ambienti ad di fuori della Chiesa, dagli ebrei ai protestanti, dai laicisti ai non credenti, e da parte di ogni ceto della società civile ed ecclesiale. Tutto ciò indubbiamente per noi cattolici fa piacere; tuttavia - e qui voglio esser franco - questo successo oceanico non sappiamo quanto sia dovuto ad un’integrale e lineare testimonianza del Vangelo o quanto invece non sappia di successo mondano dovuto a quanto pare ad un eccessivo e indiscriminato attaccamento del Cardinale alla modernità con i suoi valori, ma anche con i suoi pericoli e difetti, o quanto non sia piuttosto dovuto ad un dialogo irenista più preoccupato di consensi che non di esprimere con chiarezza e schiettezza le ardue esigenze del Vangelo, così come ci vengono mediate ed interpretate dal dogma e dalla dottrina della Chiesa nella loro cristallina e luminosa precisione.
Al riguardo e ovviamente prescindendo da una gran quantità di esempi che si potrebbero fare, voglio fermarmi soltanto su di una affermazione assai infelice e quanto meno equivoca rilasciata dal Cardinale in una recente intervista pubblicata giorni fa dal Corriere della Sera.
Richiesto di un giudizio sull’attuale situazione della Chiesa, il Porporato ha affermato che “la Chiesa è rimasta indietro di 200 anni”. La prima domanda che ci viene in mente davanti ad una dichiarazione del genere è la seguente: rimasta indietro rispetto a che cosa? Viene spontaneo e ci sembra logico rispondere: rimasta indietro rispetto alla modernità, come se nel suo cammino nella storia la Chiesa non fosse luce e guida del mondo, ma quasi dovesse essere il mondo col suo progresso ad essere luce e guida della Chiesa.
Il Corriere della sera, dal canto suo, ha dato notizia del commento che la BBC, la nota agenzia radiofonica inglese, ha dato di questa frase. Il commentatore, tutto gongolante, ha detto di essere rimasto stupito di sentire queste parole da un Cardinale di Santa Romana Chiesa, il quale con tali parole avrebbe portato a modello l’illuminismo, notoriamente affermatosi in Inghilterra nel secolo XVIII, inquantochè questa tendenza culturale è fiorita appunto circa due secoli fa.
D’altra parte sappiamo anche quanto la modernità è impregnata di illuminismo, come ce lo ha ricordato più volte Papa Benedetto XVI. Ora, è ben noto come tale corrente filosofica non priva di alcuni valori, che peraltro si ritrovano anche nella massoneria fondata a Londra nel 1717, contiene in se stessa un orientamento razionalistico ed antropocentrico, che considera come superstizione e fanatismo quella dimensione misterica e soprannaturale della Chiesa, che è precisamente oggetto della fede cattolica e il clima spirituale nel quale vive la carità cristiana.
Il problema vero della Chiesa di oggi non è che essa sia rimasta indietro, non si sa bene rispetto a quale modernità. Il problema vero è quello di realizzare quella vera modernità, ben distinta dal modernismo, che ci è proposta da una retta interpretazione del Concilio Vaticano II. E’ questa la vera e sana modernità rispetto alla quale non si deve dire che la Chiesa è rimasta indietro perché è la Chiesa stessa che la propone, e semmai, chi è rimasto indietro è un piccolo settore nella Chiesa, il quale per un malinteso concetto di Tradizione non è capace di assumere il rinnovamento promosso dal Concilio. Quindi non si tratta di superare il Concilio per una “modernità” del tutto equivoca, ma semplicemente di realizzarlo.
Viceversa nelle parole del Card. Martini si ha le netta impressione che nella sua mente ci sia un modello illuministico, secolarista e modernista, che non corrisponde al ritratto che la Chiesa fa di se stessa secondo gli insegnamenti della Tradizione, della Scrittura, del Concilio e dello stesso Magistero perenne della Chiesa. Allora, quale “Chiesa” sarebbe rimasta indietro?
Se la vera Chiesa è quella che ci viene dall’illuminismo, come lascia intendere il Cardinale Martini, non c’è altra alternativa a questa Chiesa se non pensare alla Chiesa che ci è presentata dal Magistero stesso della Chiesa, il quale nella persona del Papa, ci presenta ancor oggi una Chiesa veramente moderna in opposizione all’illuminismo.
Semmai la Chiesa arretrata è quella dell’illuminismo, e quindi quella del Cardinale Martini, intendendo per illuminismo quella forma mentis che è ristretta alla pura verità empirica e non è capace di elevarsi o di allargarsi, come dice il Papa, sì da accogliere la superiore verità della Parola di Dio. E’ questo modello illuministico di Chiesa che appare come arretrato e quindi superato dalla Chiesa, che va oltre l’illuminismo per abbracciare la trascendenza del Vangelo.

Bologna, 3 settembre 2012

san gregorio m.

3 SETTEMBRE

SAN GREGORIO MAGNO (m)
Papa e Dottore della Chiesa
UFFICIO DELLE LETTURE

INVITATORIO
Ant.
Venite, adoriamo Cristo Signore, fonte di ogni sapienza.

prima lettura
Dal libro del Siracide  
L'uomo sapiente, esperto nelle Scritture  
Chi si applica e medita la legge dell'Altissimo,  indaga la sapienza di tutti gli antichi, si dedica allo studio delle profezie. Conserva i detti degli uomini famosi, penetra le sottigliezze delle parabole, indaga il senso recondito dei proverbi e s'occupa degli enigmi delle parabole. Svolge il suo compito fra i grandi, è presente alle riunioni dei capi, viaggia fra genti straniere, investigando il bene e il male in mezzo agli uomini. Di buon mattino rivolge il cuore al Signore, che lo ha creato, prega davanti all'Altissimo, apre la bocca alla preghiera, implora per i suoi peccati. Se quesla è la volontà del Signore grande  egli sarà ricolmato di spirito di intelligenza, come pioggia effonderà parole di sapienza, nella preghiera renderà lode al Signore. Egli dirigerà il suo consi-glio e la sua scienza, mediterà sui misteri di Dio. Farà brillare la dottrina del suo insegnamento, si vanterà della legge dell'alleanza del Signore. Molti loderanno la sua intelligenza, egli non sarà mai dimenticato, non scomparirà il suo ricordo, il suo nome vivrà di generazione in generazione. I popoli parleranno della sua sapienza, l'assemblea proclamerà le sue lodi. Se vive a lungo, lascerà un nome più noto di mille altri, se egli muore, avrà già fatto abbastanza per sé. Esporrò ancora le mie riflessioni, ne sono pieno come la luna a metà mese. Ascoltatemi, figli santi, e crescete come una pianta di rose su un torrente. Come incenso spandete un buon profumo, fate fiorire fiori come il giglio, spandete profumo e intonate un canto di Iode; benedite il Signore per tutte le opere sue. 






responsorio    (Is 63,11; Ef 4, 12)
IISignore si ricordò del suo popolo, lo trasse fuori con i pastori del suo gregge.
* Pose nell'inti­mo di lui il suo santo Spirito.
È lui che ha stabilito alcuni come pastori e maestri per rendere idonei i fratelli
a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo.
Pose nell'intimo di lui il suo santo Spirito.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie su Ezechiele» di san Gregorio Magno, papa  (Lib. 1, 11, 4-6; CCL 142, 170-172)Non risparmio me stesso nel parlare di Cristo
«Figlio dell'uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d'Israele» (Ez 3, 16). E' da notare che quando il Signore manda uno a predicare, lo chiama col nome di sentinella. La sentinella infatti sta sempre su un luogo elevato, per poter scorgere da lontano qualunque cosa stia per accadere. Chiunque è posto come sentinella del popolo deve stare in alto con la sua vita, per poter giovare con la sua preveggenza.
Come mi suonano dure queste parole che dico! Così parlando, ferisco m stesso, poiché né la mia lingua esercita come si conviene la predicazione, né la mia vita segue la lingua, anche quando questa fa quello che può.
Ora io non nego di essere colpevole, e vedo la mai lentezza e negligenza. Forse lo steso riconoscimento della mia colpa mi otterrà perdono presso il giudice pietoso.
Certo, quando mi trovavo in monastero ero in grado di trattenere la lingua dalla parole inutili, e di tenere occupata la mente in uno stato quasi continuo di profonda orazione. Ma da quando ho sottoposto le spalle al peso dell'ufficio pastorale, l'animo non può più raccogliersi con assiduità in se stesso, perché è diviso tra molte faccende.
Sono costretto a trattare ora le questioni delle chiese, ora dei monasteri, spesso a esaminare la vita e le azioni dei singoli; ora ad interessarmi di faccende private dei cittadini; ora a gemere sotto le spade irrompenti dei barbari e a temere i lupi che insidiano il gregge affidatomi.
Ora debbo darmi pensiero di cose materiali, perché non manchino opportuni aiuti a tutti coloro che la regola della disciplina tiene vincolati. A volte debbo sopportare con animo imperturbato certi predoni, altre volte affrontarli, cercando tuttavia di conservare la carità.
Quando dunque la mente divisa e dilaniata si porta a considerare una mole così grande e così vasta di questioni, come potrebbe rientrare in se stessa, per dedicarsi tutta alla predicazione e non allontanarsi dal ministero della parola?
Siccome poi per necessità di ufficio debbo trattare con uomini del mondo, talvolta non bado a tenere a freno la lingua. Se infatti mi tengo nel costante rigore della vigilanza su me stesso, so che i più deboli mi sfuggono e non riuscirò mai a portarli dove io desidero. Per questo succede che molte volte sto ad ascoltare pazientemente le loro parole inutili. E poiché anch'io sono debole, trascinato un poco in discorsi vani, finisco per parlare volentieri di ciò che avevo cominciato ad ascoltare contro voglia, e di starmene piacevolmente a giacere dove mi rincresce-va di cadere.
Che razza di sentinella sono dunque io, che invece di stare sulla montagna a lavorare, giaccio ancora nella valle della debolezza?
Però il creatore e redentore del genere umano ha la capacità di donare a me indegno l'eleva-tezza della vita e l'efficienza della lingua, perché, per suo amore, non risparmio me stesso nel parlare di lui. 

Responsorio   Dalle profondità delle Scritture trasse norme di azione e contemplazione, e immise nella vita del popolo l'acqua viva del Vangelo. * La sua voce continua a risuonare nella Chiesa.
Come aquila colse dall'alto il senso delle cose;
con la forza della carità provvide agli umili e ai grandi.
La sua voce continua a risuonare nella Chiesa.
VANGELO Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19              
Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
TERZA LETTURA:  Dal traltato «Sulla Trinità» dì sant'Ilario, vescovo
Questa fede è fondamento della Chiesa
Non è basata sul vangelo e sulla dottrina degli apo­stoli una fede che credesse che il Figlio di Dio lo è solo di nome e non per natura. Se si tratta solo di adozione, e non è proprio il Figlio genera-to da Dio, mi domando per qual motivo il beato Pietro, figlio di Giona, ha confessalo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Forse perché tutti possono rinascere come figli di Dio mediante il sacramento del battesimo? Se Cristo è Figlio di Dio secondo questa denominazione, domando come mai disse a Pietro: «Né la carne, né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli»? (Mt 16,17). Che merito c'è in una profes­sione di fede tanto generica? O qual gloria di spe­ciale rivelazione vi può essere nel conoscere ciò che è comune a tutti gli altri santi? Ma la fede del­l'apostolo si spinge oltre i limiti dell'intelligenza umana.
Aveva già sentito altre volte:  «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40). Non ignorava che era il Messia, e da colui che egli conosceva bene come l'inviato  del  Padre  aveva  sentito  proclamare: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno cono­sce il Padre se non il Figlio» (Mt 11,27). Che cos'è dunque quello che adesso il Padre rivela a Pietro e che gli procura la gloria di una splendida testimonianza? Non conosceva forse già il nome del Padre e del Figlio? Anzi, l'aveva sentito tante volte. Ma Pietro afferma ciò che voce umana non aveva ancora mai proferito: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Benché infatti Cristo, pur rimanendo nel corpo, avesse affermato di essere Figlio di Dio, tuttavia soltanto adesso per la prima volta la fede dell'apostolo riconobbe in lui la natu­ra divina.
Pietro infatti fu lodato non tanto per l'onore pro­clamato, quanto perché aveva conosciuto il mi-stero: perché aveva confessato non solo che era il Cristo, ma che il Cristo era il Figlio di Dio. Con le parole «Tu sei» espresse la forza e la proprietà della realtà della natura. Il Padre poi, dicendo: «Questi è il Figlio mio» (Mt 17,5), rivelò a Pietro che dicesse: «Tu sei il Figlio di Dio» (Mt 16,16). Nell'affermazione «Questi è» abbiamo l'indicazio­ne di chi rivela; nella risposta «Tu sei», abbiamo la conoscenza di chi confessa. Dunque su questa pietra della confessione poggia l'edificio della Chiesa. Ma il sentimento della carne e del sangue non rivela la profonda conoscenza di questa confessione. Appartiene al mistero della divina rivelazione non solo chiamare Cristo Figlio di Dio, ma crederlo in­timamente.
Questa fede è il fondamenlo della Chiesa: in virtù di questa fede le porte degli inferi nulla possono contro di essa. Questa fede detiene le chiavi del regno dei cieli. Tutto ciò che questa fede avrà sciol­to o legato su questa terra, sarà legato o sciolto nel cielo. Questa fede è dono della rivelazione del Padre: non immaginare erroneamente che Cristo sia creatura fatta dal nulla, ma confessare che egli è il Figlio di Dio per natura.
O empio furore di una povera follia che non com­prende la testimonianza di un beato e fedele mar­tire, del martire Pietro, per il quale era stato pre­gato il Padre perché la sua fede non venisse meno nella prova! L'apostolo dopo aver due volte confes­sato di amare Dio, alla domanda di Gesù, la terza volta, gemette, quasi fosse messo alla prova come incerto e vacillante nell'amore. Ma per questo, do­po la terza interrogazione, purificato dalla sua de­bolezza nella prova, meritò di sentite dal Signore tre volte: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,17). Nel silenzio generale di tutti gli altri apostoli, cono­scendo oltre i limiti dell'umana debolezza, per ri­velazione del Padre, il Figlio di Dio, meritò per la confessione della sua santa fede una gloria eccelsa.

responsorio
“Beato te, Simone figlio di Giona, perché ne la carne, né il sangue te l'hanno rivelato,
ma il Padre mio che sta nei cieli”, * ha detto il Signore.
Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa,
ha detto il Signore

vangelo Dal vangelo secondo Giovanni (21, 15-17)
In quel tempo, quando si fu manifestato ai disce­poli ed essi ebbero mangiato,
Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?».
Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo».
Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?».
Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo».
Gli disse: «Pasci le mie pecorelle».
Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?».
Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse:
«Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle».

terza lettura:  Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile
A Pietro è conferito il primato per affermare l'unità della Chiesa,
Questo passo del santo vangelo ci raccomanda la virtù dell'amore perfetto. Amore perfetto è quello con cui ci è comandato di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze, e il prossimo come noi stessi. Ora, né l'uno né l'altro di questi due amori può essere perfetto se l'al­tro manca, perché non si può amare veramente Dio senza amare il prossimo, né il prossimo senza amare Dio. Por cui, avendo il Signore domandato più volle a Pietro se lo amasse e rispondendogli questi che, come lui stesso ben sapeva, lo amava, a ogni risposta soggiunse, per concludere: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,16 s.), oppure: «Pasci i miei agnelli» (Gv 21,15), come per dire apertamente che la sola e vera prova di un amore totale per Dio con­siste nell'esercizio di una premurosa e laboriosa sol­lecitudine per i fratelli.
È sapiente bontà da parte del Signore il domanda­re a Pietro per tre volte se lo ama, perché con quel­la triplice dichiarazione egli possa spezzare le catene che lo avevano legato quando per tre volte lo rinnegò. E quante volte aveva negato di conoscerlo sotto l'effetto dello spavento causategli dalla sua passione, altrettante volte, rianimato dalla sua risurrezione, attesta di amarlo con tutto il cuore. Per una sapiente disposizione, a lui che per tre volte gli dichiara il suo amore, per tre volte ugual­mente affida le sue pecore da pascere, perché era conveniente che quante volte aveva vacillato nella fedeltà al Pastore, altrettante volte gli venisse co­mandato di curare, con rinnovata fedeltà, anche le membra del suo Pastore. Quel che infatti gli dice in ques-to momento «Pasci le mie pecorelle», è esat­tamente quanto gli aveva detto con più chiarezza prima della passione: «Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta rav­veduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32). Pascere le pecorelle di Cristo equivale dunque a confer­mare i credenti in Cristo perché non abbandonino la fede, e affaticarsi perché in essa abbiano a pro­gredire sempre di più.
E’ necessario tuttavia osservare accuratamente co­me questo pascere il gregge del Signore richieda un impegno non già uniforme ma diversificato. Poiché è necessario che il superiore provveda dili­gentemente a che non manchino ai sudditi gli aiuti materiali e abbia cura di offrir loro, insieme con la parola della predicazione, anche esempi di virtù. Se poi si accorgesse che c'è chi si oppone al loro bene spirituale ovvero anche a quello materiale, deve resistere più che può alla loro violenza. Che se i suoi stessi sudditi peccassero, secondo il detto del salmista, il giusto li corregga e rimproveri con misericordia, guardandosi dal blandire i loro cuori con l'olio di un dannoso consenso (cfr. Sal 140,5). Poiché anche questo rientra nel compito di un buon pastore. Chi trascurasse infatti di correggere gli errori dei sudditi e di curare, per quanto ne è capace, le ferite dei loro peccati, con quale ardire potrebbe pretendere  di esser annoverato tra i pastori delle pecorelle di Cristo? Ma pure questo il pastore deve avere ben impresso nell'animo: deve ricordarsi cioè di trattare coloro a cui è preposto non già come se appartenessero a lui, bensì come gregge del suo Signore, secondo ciò che vien detto a Pietro: se mi ami, «pasci le mie pecorelle». Le «mie», dice, non le tue. Sappi che ti vengono affi­date le mie pecore e, se mi ami perfettamente, ricordati di governarle appunto in quanto mie, in modo cioè che in esse tu abbia a cercare la mia gloria, il mio dominio, i miei interessi, e non i tuoi. Poiché ciò che è stato detto a Pietro, «Pasci le mie pecorelle», è stato detto a tutti. Gli altri apostoli infatti erano ciò che era Pietro, ma a Pietro viene conferito il primato per affermare l'unità della Chiesa. Tutti sono pastori ma viene presentato un unico gregge che allora era governato da tutti gli apostoli con unanime consenso, e in seguito viene governato con impegno comune dai loro succes­sori, dei quali un gran numero hanno glorificato il loro Creatore con la morte e tutti con la vita. E non soltanto quei sommi luminari della Chiesa, ma anche la rimanente folla degli eletti, vivendo o morendo, ciascuno a suo tempo, glorifica Dio. Anche noi, fratelli miei, nel nostro tempo, dobbia­mo seguire le loro orme, sia regolando la nostra condotta sull'esempio dei buoni, sia perseverando sino alla morte nel proposito di una vita santa, cosicché, uniti a loro nell'impegno di vita, meritia­mo di esserlo anche quanto alla corona. Ciò che faremo se, ascoltando l'invito che ci viene da questa santa lettura, ci stringiamo al nostro Redentore con l'affetto che gli è dovuto e vegliamo con sollecitudine fraterna sulla salvezza del pros­simo, con l'aiuto di colui che a noi comanda di fare così e, per parte sua, promette di ricompensare ciò che avremo fatto: nostro Signore Gesù Cristo, che è Dio, e vive e regna con Dio Padre, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

responsorio
Sii esempio ai fedeli perché tutti progrediscano:
* così facendo salverai te e coloro che ti ascoltano.
Dedicati alla lettura,
all'esortazione e all'insegnamento:
così facendo salverai te stesso
e coloro che ti ascoltano.

orazione       O Dio, che guidi il tuo popolo con la soavità e la forza del tuo amore, per intercessione del papa san Gregorio Magno, dona il tuo spirito di sapien­za a coloro che hai posto maestri e guide nella Chiesa, perché il progresso dei fedeli sia gioia eterna dei pastori. Per il nostro Signore.

Deus, qui pópulis tuis indulgéntia cónsulis et amóre domináris, da spíritum sapiéntiae, intercedénte beáto Gregório papa, quibus dedísti régimen disciplínae, ut de proféctu sanctárum óvium fiant gáudia aetérna pastórum. Per Dóminum.

domenica 2 settembre 2012

Chiara Corbella

“Io, Chiara e il nostro amore speciale”

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Chiara Corbella
Chiara Corbella

Radio Vaticana intervista Enrico Petrillo, il marito di Chiara Corbella, morta dopo aver rinviato le cure anti-tumore per far nascere sano il figlio

mauro piantaroma


La sua storia sta facendo il giro del mondo. Chiara Corbella, una bella ragazza romana di 28 anni, è morta il 13 giugno scorso. E’ morta dopo aver rinviato le cure per un tumore scoperto al quinto mese di gravidanza. La sua scelta ha consentito al figlio Francesco di venire al mondo sano. La sua, però, non era la prima gravidanza: Maria e Davide erano scomparsi poco dopo il parto essendo nati entrambi con gravi malformazioni.

Prima di morire Chiara aveva scritto in una lettera al figlio Francesco: «Vado in cielo ad occuparmi di Maria e Davide, e tu rimani con il papà. Io da lì prego per voi».

Enrico Petrillo, il marito di Chiara, ha letto quella lettera al funerale della ragazza. Una cerimonia alla quale hanno partecipato più di mille persone.  Enrico nei giorni scorsi ha rilasciato un’intervista a Radio Vaticana.

In un filmato su Youtube, Chiara ha pronunciato questa frase: “Il Signore mette la verità in ognuno di noi; non c’è possibilità di fraintendere”. Alla luce di quanto accaduto (i dolori, le incertezze, le scelte fatte ) qual è, è stato chiesto ad Enrico, la verità che hai scoperto?

«Quella frase – ha risposto il giovane- si riferisce al fatto che il mondo di oggi, secondo noi, ti propone delle scelte sbagliate di fronte all’aborto, di fronte a un bimbo malato, di fronte a un anziano terminale, magari con l’eutanasia… Il Signore risponde con questa nostra storia che un po’ si è scritta da sola: noi siamo stati un po’ spettatori di noi stessi, in questi anni. Risponde a tante domande che sono di una profondità incredibile. Il Signore, però, risponde sempre molto chiaramente: siamo noi che amiamo filosofeggiare sulla vita, su chi l’ha creata e quindi, alla fine, ci confondiamo da soli volendo diventare un po’ padroni della vita e cercando di sfuggire dalla Croce che il Signore ci dona. In realtà, questa Croce – se la vivi con Cristo – non è brutta come sembra. Se ti fidi di lui, scopri che in questo fuoco, in questa Croce non bruci e che nel dolore c’è la pace e nella morte c’è la gioia. Quando vedevo Chiara che stava per morire ero ovviamente molto scosso. Quindi, ho preso coraggio e poche ore prima – era verso le otto del mattino, Chiara è morta a mezzogiorno – gliel’ho chiesto. Le ho detto: “Chiara, amore mio, ma questa Croce è veramente dolce, come dice il Signore?”. Lei mi ha guardato, mi ha sorriso e con un filo di voce mi ha detto: “Sì, Enrico, è molto dolce”. Così, tutta la famiglia, noi non abbiamo visto morire Chiara serena: l’abbiamo vista morire felice, che è tutta un’altra cosa».

Ma cosa racconterà papa Enrico al figlio Francesco quando lui domanderà della mamma?  «Gli racconterò sicuramente – ha risposto ancora Enrico - di come è bello lasciarsi amare da Dio, perché se ti senti amato puoi fare tutto. Questa, secondo me, è l’essenza, la cosa più importante della vita: lasciarsi amare, per poi a nostra volta amare e morire felici. Questo è quello che gli racconterò. E gli racconterò che questo ha fatto mamma Chiara. Lei si è lasciata amare e, in un certo senso, mi sembra che stia amando un po’ tutto il mondo. La sento più viva oggi che prima. E poi, il fatto di averla vista morire felice per me è stata una sconfitta della morte. Oggi, so che c’è una cosa bellissima di là che ci aspetta».

Infastidito dal “profumo di santità” intorno a Chiara? «Sinceramente mi lascia abbastanza indifferente. Nel senso che Chiara e io avevamo fatto altre scelte, per la vita: avremmo desiderato tanto invecchiare insieme. Però, anche in questo momento della nostra storia vedo come Dio ogni giorno mi meravigli... Io sapevo che mia moglie era speciale: credo nella beatitudine, che una persona venga proclamata beata perché beato significa essere felici. Chiara e in parte anch'io abbiamo vissuto tutta questa storia con una grande gioia nel cuore, e questo mi faceva intuire delle cose grandi. Però, oggi sono meravigliato, perché mi sembrano molto più grandi di quello che io potessi pensare». Una meraviglia che fa il giro del mondo.

cresima


Di Gesù ci s’innamora




È chiarissimo a tutti voi, ma a me preme sottolineare come questo appello sia diverso dagli altri, dalle centinaia, migliaia di appelli a cui siamo stati sottoposti nella nostra vita, a partire dalla scuola materna dove si diceva il nostro nome e si segnavano i presenti e gli assenti. Questo vostro dire “presente” non è solo un’attestazione di presenza fisica – ci sono, sono arrivato, mi sono presentato, non ho preso sonno stamattina, giorno della mia Cresima – ma significa molto di più. Significa essere presenti ad un mistero, ma anche consegnarsi a quel mistero. Quindi non è una semplice contiguità – ci sono io e c’è quest’altra persona che è Gesù che manda il Suo Spirito – ma un lasciarsi prendere da quello Spirito e lasciarsi modellare da quella presenza.

Mi è venuto da chiedervi: che avete fatto stanotte?

Sulle prime è una domanda un po’ indiscreta … Che vuole sapere il Vescovo? Vorrei sapere – ma non ve lo chiedo, è una domanda che lascio a mezz’aria – che sentimenti vi hanno animati la notte scorsa. C’era una meravigliosa luna piena … È la luna della Pasqua, la luna che ha accompagnato Gesù nei momenti decisivi della sua passione e morte. È una domanda che non vuole entrare nella vostra vita privata, ma confortare il Vescovo – sarà un’illusione? – che stanotte abbiate fatto fatica ad addormentarvi, nella percezione che vi siate preparati a questa celebrazione come i cavalieri nel Medioevo – e, ancora oggi, in certi ordini cavallereschi che però rimangono solo di nome e di fasto – con una “veglia d’armi”. La notte che precedeva la propria investitura a cavaliere, veniva vissuta stando svegli e si chiamava “veglia d’armi” perché quell’evento, quel poggiare la spada sulla spalla, da parte del gran cavaliere, del gran cerimoniere (i titoli si sprecano nel mondo cavalleresco, ieri come oggi), costituiva uno spartiacque: prima e dopo. Sarà così anche per voi? è un’illusione che oggi i giovani possano dire: prima della Cresima e dopo la Cresima? prima di quel giorno e dopo quel giorno? Per questo vi ho chiesto cosa avete fatto ieri sera e quanto, quella sera, vi sia parsa una sera d’addio a un modo di vivere, e questa mattina, con le sue luci, un buongiorno ad una nuova stagione di vita, quella di cristiani adulti, di cavalieri che sono capaci di andare ovunque, di raggiungere qualsiasi meta, purché il Re glielo indichi.

E chi è questo Re?
È uno che può dire, come avete appena ascoltato dal Vangelo, in una maniera molto dura, chiedendo un prezzo altissimo: Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Noi non portiamo una spada: noi portiamo una spada al contrario, una spada che è una croce; è spada per noi più che per gli altri, perché ci ferisce, è una parola che ci scava continuamente, che ci dice che dobbiamo cambiare, convertirci. Per gli altri è una croce da annunciare, da guardare nei momenti di difficoltà per essere salvi. Chi può chiedere tanto? La risposta è: un maestro. Parola che immagino nella vostra vita non abbia grande fascino.
Avete avuto dei maestri? Ne avete in questo momento? C’è un maestro dentro di voi che è una persona incontrata nell’infanzia, nell’adolescenza, nella prima giovinezza, che ci ha affascinati al punto – il vocabolario è psicologico – da introiettarlo, cioè da proiettarlo dentro di noi, cosicché, anche se questo maestro fosse morto, rimane dentro di noi.
Gli insegnamenti ricevuti vanno ben oltre il fatto che ci vediamo, che ci incontriamo, che possiamo parlare. Un maestro, come un diamante, è per sempre. E perché vi parlo del maestro? Perché, dovreste sapere – anche qui spero di sfondare una porta aperta – che il Santo Protettore della vostra parrocchia ha avuto un grande maestro che si chiamava Agostino. Non era un Agostino qualsiasi, era Sant’Agostino, forse il più grande, almeno nei termini della produzione (per quello che ci è giunto, perché tante cose di Agostino sono andate perdute), il più grande dottore, il più grande maestro della fede, ovviamente dopo Gesù e gli apostoli. La grandezza di Eraclio è stata quella di aver incontrato Agostino.
Eraclio si è sentito attratto dal modo con cui Agostino parlava – di più – dal modo con cui Agostino viveva, e lo scelse, senza saperlo, a suo maestro.
Quand’è che una persona diventa maestro? Lo dirò in una maniera un po’ provocatoria ed equivoca per certi aspetti (ma a volte le cose grandi sono equivoche): è la persona di cui ci innamoriamo.
Non ci si innamora solo dell’uomo, della donna della nostra vita, del ragazzo, della ragazza, del marito, della moglie (speriamo che si possa ancora parlare di innamoramento dentro le mura del Matrimonio), ma ci si innamora anche di un maestro. Una persona non è maestro perché insegna italiano, inglese, latino o tiene delle lezioni all’Università: quello è un insegnante, e una cosa è l’insegnante, una cosa è il maestro. Tutti sono insegnanti, a scuola e all’università, ma tra questi insegnanti forse ci siamo imbattuti in un maestro.
Il maestro parla al cuore, il maestro non dà l’assegno, non è pedante, non ci fa sbadigliare, piuttosto ci fa battere il cuore. Del maestro conserviamo delle reliquie, del maestro baceremmo, come voi giovani per gli idoli del calcio o della musica leggera, le orme che ha lasciato. Perché vi sto dicendo questo? Perché Eraclio è diventato grande all’ombra di un grande maestro. Agostino ha avuto tanti ad ascoltarlo, folle, ma Eraclio era particolarmente presente. Erano presenti tanti alle catechesi di Agostino sui salmi, su san Giovanni (solo a leggere tutto quello che ci è arrivato da Sant’Agostino ci vuole una vita), ma Eraclio era iperpresente, non si lasciava sfuggire neanche una parola, come si dice di un profeta nell’Antico Testamento, non lasciò andare a vuoto neppure una parola. Guardava il maestro negli occhi, forse dopo un po’ di tempo che l’aveva ascoltato riusciva anche ad anticiparne le mosse: Adesso dirà questo… Adesso farà questo esempio… Adesso citerà questo poeta… Adesso utilizzerà questo espediente oratorio…

Come si chiama uno così? Innamorato.
Spero che, almeno una volta, voi vi siate innamorati di un maestro nella vostra vita, altrimenti non tirerete fuori nulla di buono dalle vostre tasche, dalle vostre menti, dai vostri giorni. Gesù, per voi che adesso vi cresimate, diventa questo maestro da ascoltare, non solo perché è un insegnante, ma perché è il Maestro. E il Maestro lo si segue anche se ci porta all’inferno. Anche quando il Maestro ci chiede un prezzo alto, riteniamo che siano spiccioli; è esigente ma non ci pesa, parla a lungo ma non ci scoccia, non ci fa sbadigliare.
Un maestro diventa una forma dentro la quale entriamo per essere formati. Cos’è la formazione scolastica, umana, affettiva, se non entrare in una forma? Questa forma è una persona. Voi donne, quando fate i pasticcini – spero siate brave pasticciere, a volte lo sono anche i maschi – fate la pasta frolla e poi date la forma: una conchiglia, un cuore, una stella… Tiro fuori la forma che voglio dare a questo dolce e la forma è il maestro. Quelli che vengono formati dal maestro sono simili. Probabilmente chi, a distanza di 20’anni dalla morte di Agostino sentiva parlare Eraclio, diventato suo successore, indicato da Agostino come successore (è uno dei pochi casi nella storia, come leggerete nel libro del dottor Cifonelli, appena pubblicato, di un Vescovo che, prima di morire, ha detto: Il mio successore sarà…), gli sembrava di sentir parlare ancora Sant’Agostino, perché la forma era quella. Con un termine inglese, che riguarda la psicologia, si dice imprinting: l’esperienza fondamentale, le coordinate intorno cui si svolgerà una vita dipende dall’imprinting. Oggi ricevete un imprinting; è il secondo, il primo l’avete ricevuto nel Battesimo, incoscienti, ma adesso ricevete un imprinting coscienti, perché nessuno di voi è stato costretto a cresimarsi. Adesso il resto della vostra vita dovrà andare sotto la forma che lo Spirito vi darà attraverso le povere mani del vostro Vescovo.
Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; chi vorrà perdere la propria vita per me la salverà.
Tutto questo è assurdo se non è inserito in questo rapporto di amore tra un discepolo e un maestro, perché del Maestro – ricordatelo – ci s’innamora.

sabato 1 settembre 2012

chiesa

DOVE CELEBRARE?

di Uwe Michael Lang *
 

Dove celebrare? (CCC 1179-1186)

Nel suo esistere, l’uomo è individuato da due coordinate fondamentali: lo spazio e il tempo, due realtà che non si costruisce, ma che gli sono date. L’uomo è legato allo spazio e al tempo, e lo è anche la sua preghiera a Dio. Mentre la preghiera in quanto semplice atto religioso si può fare dappertutto, la liturgia, invece, in quanto atto di culto pubblico e ordinato, richiede un luogo, di norma un edificio, dove si può realizzare come rito sacro.

L’edificio di culto cristiano non è il corrispettivo del tempio pagano, dove la cella con l’effigie della divinità era anche considerata in qualche modo l’abitazione di quest’ultima. Come dice San Paolo agli ateniesi, “Dio non abita in templi costruiti dall’uomo” (Atti degli Apostoli 17,24).

C’è invece un rapporto più stretto con la Tenda del convegno, eretta nel deserto secondo le istruzioni di Dio stesso, dove la gloria del Signore (shekinah) si rendeva manifesta (Esodo 25,22; 40,34). Tuttavia, Salomone, dopo aver costruito il Tempio di Gerusalemme, edificio che prese il posto della Tenda del convegno, esclama, “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli, e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita!” (1 Re 8,27). Nella storia del popolo d’Israele avviene una spiritualizzazione, che porta al famoso passo dal libro del profeta Isaia: “Tutta la terra è piena della sua gloria” (Isaia 6,3; cf. Geremia 23,24; Salmi139,1-18; Sapienza 1,7), testo poi passato nel Sanctus della Liturgia Eucaristica. “Tutta la terra è santa e affidata ai figli degli uomini” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1179).

Una tappa ulteriore è presente nel Vangelo secondo Giovanni, quando Cristo dichiara, durante il suo incontro con la donna samaritana, che “è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giovanni 4,23). Ciò non significa che, alla luce del Vangelo, non ci dovrebbe essere alcun culto pubblico o edificio sacro. Il Signore non dice che non ci dovrebbero essere luoghi per il culto nella Nuova Alleanza; allo stesso modo, nella profezia sulla distruzione del Tempio, Egli non afferma che non ci debba essere più alcun edificio costruito in onore di Dio, ma piuttosto che non ci debba essere un solo luogo esclusivo.

Cristo stesso, il suo corpo vivo, risorto e glorificato, è il nuovo tempio dove Dio dimora e dove si svolge il suo culto universale “in spirito e verità” (cf. J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, pp. 39-40). Come scrive San Paolo: “È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e voi avete in lui parte alla sua pienezza” (Colossesi 2,9-10). Per partecipazione, in forza del Battesimo, anche il corpo del cristiano diventa tempio di Dio (1 Corinzi 3,16-17; 6,19; Efesini 2,22). Utilizzando una frase molto cara a Sant’Agostino, Christus totus, il Cristo interoè il vero luogo di culto cristiano, cioè Cristo in quanto Capo e i cristiani in quanto membra del suo Corpo Mistico. I fedeli che si riuniscono in uno stesso luogo per il culto divino costituiscono le “pietre vive”, messe insieme “per la costruzione di un edificio spirituale” (1 Pietro 2,4-5). Infatti, è significativo che la parola che prima indicava l’azione del riunirsi dei cristiani, cioè ekklesia – Chiesa –, sia passata a indicare il luogo stesso in cui la riunione si realizza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insiste sul fatto che le chiese (come edifici) “nonsono semplici luoghi di riunione, ma significano e manifestano la Chiesa che vive in quel luogo, dimora di Dio con gli uomini riconciliati e uniti in Cristo” (n. 1180).

In epoca paleocristiana, forma tipica dell’edificio chiesa è diventata la basilica con grande navata centrale rettangolare, che termina in un’abside semicircolare. Tale tipo di edificio corrispondeva alle esigenze della liturgia cristiana e, allo stesso tempo, lasciava grande libertà ai costruttori, per la scelta dei singoli elementi architettonici ed artistici. La basilica esprime anche un orientamento assiale, che apre l’assemblea alle dimensioni trascendente ed escatologica dell’azione liturgica. Nella tradizione latina, la disposizione dello spazio liturgico con l’orientamento assiale è rimasta normativa e si ritiene che anche oggi sia la più adatta, perché esprime il dinamismo di una comunità in cammino verso il Signore.

Come afferma Benedetto XVI, “la natura del tempio cristiano è definita dall’azione liturgica stessa” (Sacramentum Caritatis, n. 41). Per questo, anche la progettazione degli arredi sacri (altare, tabernacolo, sede, ambone, battistero, luogo della penitenza) non può seguire soltanto criteri funzionali. L’architettura e l’arte non sono elementi estrinseci alla liturgia e neppure hanno una funzione puramente decorativa. Perciò, l’impegno di costruire o adeguare le chiese deve essere permeato dallo spirito e dalle norme dalla liturgia della Chiesa, ossia da quella lex orandi che esprime la lex credendi, e da questo risulta la grande responsabilità sia dei progettisti che dei committenti.
______________________________
* Padre Uwe Michael Lang, C.O., era Officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Ora è tornato al suo convento Brompton Oratory di Londra.

Fonte: Zenit.org

Card. Martini

Messe per defunti e per vivi; Dio, per esaudirci, non si regola da solo? Ha forse bisogno dei nostri consigli e delle nostre preghiere?



Imploriamo la tua clemenza, o Signore,
per l'anima fedele del Card. Carlo Maria
:
nella grandezza della tua misericordia,
lavalo da ogni colpa contratta nella sua esistenza terrena
e fa' che, liberato dai vincoli della morte,
possa entrare nella vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
R. Amen.

Quesito
Gentilissimo Padre Angelo,
Le sarei grata se potesse spiegarmi il senso delle messe per i defunti o anche per i vivi.
Se si chiede una grazia o comunque si chiede a Dio un buon trattamento per le anime, possibile che Dio si basi sulle richieste delle persone? Non si regola da solo? Si basa sui consigli/preghiere? O le ascolta solo se sono giuste? Ma se sono giuste, Dio lo sa comunque come comportarsi senza necessità di messe.
Inoltre se per una persona non si fanno messe, questa è più svantaggiata rispetto ad una per le quali se ne fanno?
La messa per i defunti è poi una messa che si farebbe comunque con l'aggiunta dei nomi delle persone. È dunque lecito prendere soldi per questo? Un conto possono essere benedizioni, ecc. (e anche qui c'è da discutere) in cui il prete fa un servizio apposta e viene pagato. Ma qui non è troppo? E quanto è diverso dalla vendita delle indulgenze?
Le sarei riconoscente per le risposte poiché in genere spiegazioni varie che sento in giro ma su tanti argomenti religiosi, non sono risposte per quanta sensatezza sembrano vederci chi le dà.
La ringrazio.
Cordialmente,
Elisabeth

Risposta del sacerdote
Cara Elisabeth,

1. ci sono molte inesattezze nelle tue considerazioni.
A cominciare dal fatto che Dio non ha bisogno di consigli e tuttavia ha chiesto di pregare e di pregare molto.
A che cosa serve dunque a preghiera?
Rispondono sant’Agostino e San Tommaso: non serve a istruire Dio, ma a cambiare noi, perché scopriamo che è necessario cambiare tante cose nella nostra vita per poter diventare degni di ricevere e di usare santamente i doni che Dio ha già determinato di accordarci.

2. La Messa.
Che cos’è la Messa?
È la perpetuazione sui nostri altari del sacrificio che Gesù ha compiuto sulla croce.
Gesù ha conferito ai sacerdoti i suoi stessi poteri divini: mutare il pane e il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue.
Insieme con questo potere, ha dato ai sacerdoti anche il potere di destinare per qualche intenzione particolare il sacrificio che celebrano.
Così la Chiesa ha fatto fin dall’inizio, ad esempio per suffragare le anime dei defunti oppure in onore dei martiri.

3. L’offerta che si dà al sacerdote non serve per pagare la Messa e neanche il tempo che vi impiega. Questa sarebbe simonia.
Ma è un’offerta con la quale coloro che chiedono al sacerdote di applicare il sacrificio di Gesù Cristo per un’intenzione particolare intendono unirsi al sacrificio di Cristo in maniera più forte e in modo particolare, e cioè con un sacrifico personale.
L’offerta data dai fedeli ha primariamente questo significato: di volersi unire più intensamente al sacrificio di Cristo con un sacrificio personale.
Come vedi, la Messa per i defunti non ha valore perché il sacerdote aggiunge il nome, ma perché dà al sacrificio una destinazione particolare e perché i fedeli si congiungono più intimamente col sacrificio di Cristo con un sacrificio personale.

4. L’offerta viene indicata dalla Conferenza episcopale per evitare che qualche sacerdote faccia di testa sua. Ed è così esigua che non si può dire che il sacrificio personale non sia poi così grosso.
Ma è un fatto: chi fa celebrare una Messa, sente che quella Messa è “sua”.
Lo sa, certo, che il sacrificio di Cristo ha un valore generale e infinito.
Ma sa anche che il sacerdote quella volta lo offre a Dio dandogli anche una destinazione particolare, quella indicatagli da lui.
Penso allora di avere risposto alla tua domanda.

5. Il sacrificio di Cristo ha già di suo molte destinazioni generali.
Ma il sacerdote, congiungendosi ai desideri dei fedeli, ne aggiunge uno particolare.
Questo vale per i defunti, ma anche per i vivi.
Se sapessi quanto vale la celebrazione della Messa per la buona riuscita di determinate imprese, per la protezione o la salute di alcuni, per la liberazione da certi guai!
Come non pensare al papà di S. Teresina del Bambin Gesù che quando vide questa sua figlia, che gli era carissima, in preoccupanti condizioni di salute (i medici ormai disperavano e non sapevano cosa fare) decise di far celebrare una novena di Messe per la sua guarigione. E proprio l’ultimo giorno della novena la figlia all’improvviso ricuperò la salute.
Come non pensare ancora alla stessa S. Teresina del Bambin Gesù, che quand’era ancora ragazza aveva sentito dire di un criminale condannato a morte con la ghigliottina. E niente lasciava sperare in un suo ravvedimento. Chiese al Signore che le desse un segno del suo ravvedimento. Fece celebrare una Messa per la conversione di quel criminale. E questi, proprio prima di morire prese dalle mani del sacerdote il crocifisso e lo baciò per tre volte con devozione.
Sant’Ignazio di Loyola, che era sacerdote, celebrava molte messe per le sue intenzione e ne faceva celebrare molte anche da parte dei suoi confratelli.
Dio ha detto a S. Caterina da Siena: “Le preghiere e le lacrime dei miei servi mi muovono a fare misericordia al mondo”.
Ma per i defunti, la Messa ha un valore sommo, perché da se stessi ormai non possono aiutarsi.

6. Mi chiedi: “Inoltre se per una persona non si fanno messe, questa è più svantaggiata rispetto ad una per le quali se ne fanno?”.
Bisogna dire che le nostre preghiere, comprese la celebrazione di Messe, sono offerte a Dio e vengono messe nelle sue mani. Hanno un valore di impetrazione, non di comando.
Inoltre può darsi che la persona per la quale facciamo celebrare la Messa non ne abbia bisogno perché si trova già in Cielo oppure si trova irrimediabilmente dalla parte opposta.
In ogni caso la Messa non perde il suo valore e il Signore, mentre dà a offre la giusta ricompensa per il gesto di generosità compiuto, la mette a profitto delle cause generali per cui Cristo ha offerto il sacrificio di Sé.
Allora sotto questo proposito certamente alcuni sono più avvantaggiati rispetto ad altri perché c’è chi si prende cura di loro.
Tuttavia la Chiesa non dimentica nessuno. Molti infatti celebrano Messe e pregano per le anime più abbandonate del Purgatorio.
Noi - queste anime - le chiamiamo “più abbandonate” perché non c’è nessuno che specificamente prega per loro. Ma ogni Messa, nelle sue destinazioni generali, va sempre a beneficio anche delle anime più abbandonate del Purgatorio.
Indubbiamente però l’intenzione particolare dà forza alla preghiera.

7. Scrivi ancora: “È dunque lecito prendere soldi per questo? Un conto possono essere benedizioni, ecc. (e anche qui c'è da discutere) in cui il prete fa un servizio apposta e viene pagato. Ma qui non è troppo? E quanto è diverso dalla vendita delle indulgenze?”
San Paolo ha detto: “Non sapete che coloro che celebrano il culto traggono il vitto dal culto, e coloro che attendono all'altare hanno parte dell'altare?” (1 Cor 9,13).
Allora l’offerta che viene data, mentre testimonia che ci si congiunge col sacrificio di Cristo in maniera più stretta, vuole essere anche un contributo che si dà al sacerdote per il suo sostentamento.
In fondo, per quanto grande sia l’offerta che si dà al sacerdote, è sempre infinitamente inferiore al beneficio spirituale ed eterno che si riceve.
Non si tratta di pagare la sua prestazione, sarebbe simonia. Ma si sente il bisogno di fare qualcosa per lui, che ha pur bisogno di vivere.
Lo stesso discorso vale anche per le benedizioni. Anche le benedizioni non si possono pagare! Al massimo ci si onora di dare un’offerta. Anzi, molti fedeli sentono il bisogno di farla.
La vendita delle indulgenze (se qualcuno nel corso della storia l’avesse fatta) è una simonia bella e buona. E la Chiesa, come ben sai, l’ha sempre condannata.

8. Dio non ha bisogno dei nostri consigli, ma ci porta con Sé in Paradiso solo se abbiamo un cuore conforme al Suo.
Il Signore dunque vuole che siamo pieni carità e che ci aiutiamo gli uni gli altri tanto nell’ordine materiale quanto in quello spirituale e soprannaturale.
Dio sa tutto, conosce sa anche la nostra miseria.
Ma ci stimola a diventare più umili e più santi facendoci ricorrere all’affetto e all’intercessione vicendevole.

Ti saluto, ti ricorderò al Signore in modo particolare nella prossima S. Messa e ti benedico.
Padre Angelo