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martedì 11 dicembre 2012

divina liturgia

Non sempre serve solo capire


C'era un raggio di sole che dritto come un dardo illuminava i libriccini poggiati sui banchi di legno, una freccia di luce che penetrava dal cortile antico, mentre risuonavano le campane del mezzogiorno ... 
di Lidia Lombardi

   Ravvivava il rosa, il verde, il giallo dei marmi. Aumentava il tripudio dei candelieri, dei putti dorati nel legno e di quelli affrescati nella volta, angioletti che volano in gloria excelsis Deo. 
   «Te igitur, clementissime Pater, per Iesum Christum Filium tuum Dominum nostrum, supplices rogamus...». Te dunque, Padre clementissimo, per Gesù Cristo tuo Figlio e nostro Signore supplichiamo ....

   Come in un miracolo, quel raggio di sole ha rubato cielo alle nuvole, ieri a mezzogiorno. E nel momento che non poteva che essere «quel» momento ha reso splendenti le parole stampate nei libriccini. Trecento libriccini di una Messa speciale, la più speciale che Roma abbia avuto da decenni.

   «Dominica I Adventus - Missa Solemnis» sul frontespizio. Già, la prima domenica di Avvento, l'avvio dell'attesa, del mondo assorto nella speranza di rigenerazione e di senso. Trecento libriccini. 
   «In nomine Patri et Filii et Spiritus Sancti», sussurrano i trecento riuniti sotto la volta con gli angioletti del Paradiso e nella sala attigua, dove troneggia il nobile camino. 
   Trecento persone che ieri hanno vissuto una piccola grande rinascita: nella chiesa della Madonna della Clemenza e di Sant'Aniceto, dentro Palazzo Altemps, il cardinale che nel '600 volle edificio e cappella, si è svolta per loro (l'ingresso era libero) la celebrazione liturgica in rito antico accompagnata dalle musiche che Giovanni Angelo Altemps compose e fece comporre.

   Se ne stavano col fiato sospeso, quelle persone. Il respiro non poteva interrompere la concentrazione, la riscoperta di senso, la memoria di come parliamo e di come preghiamo. 
   Il latino del messale era come la nenia della balia, che nutre e culla, non distrae con gli orpelli, punta dritto al vero e all'utile. 
   Utile e vero per l'anima di chi crede, utile e vero per la mente di chi si inchina alla conoscenza, alla Storia, alle radici. In una parola, alla nostra civiltà.

   Certo, il Vaticano II - pensavano, chissà, molte di quelle persone, e c'erano tanti giovani, con la camicia e il maglione, o con la felpa e i jeans - ha attuato la più grande rivoluzione nella Messa, parlata nella lingua viva di tutti, rivolta a tutti, come la faccia del sacerdote girata non più verso l'altare ma verso i credenti. 
   Certo, la Messa postconciliare è diventata democratica. E però la democrazia qualche volta sfiora la demagogia, e allora si svuota di significato. Dimentica da dove viene e dove vuole andare.   
   Sostituisce rituali al rito. Divaga e annacqua.

   E allora ritrovare per una volta gli accenti antichi, la lentezza del canto, l'austerità del gesto non è levare, ma dare. 
   Certo, ai fedeli si richiede impegno, gusto, pazienza nel decifrare il canto e le parole e nel rinunciare al troppo facile. 
   Un celebrante ieratico, come il diacono e il suddiacono; un manipolo di officianti all'unisono nei gesti e nella genuflessione, oppure ciascuno intento al turibolo dell'incenso, al cero ai piedi dell'altare, al pallio che purifica durante la lettura del Vangelo stratificano significati che avevamo dimenticato. 
   Per esempio, che nel momento in cui celebra, il Sacerdote è Cristo. 
   E infatti i Ministri entrano in chiesa col capo coperto, lo scoprono officiando, lo ricoprono subito dopo il «Ite, missa est». 
   Anche all'omelia, le parole ai fedeli extraliturgia, il celebrante indossa il copricapo.

   E l'omelia di ieri a Palazzo Altemps ha ricongiunto fede, arte, musica, rievocando il costume della nobiltà capitolina, degli ottimati di Santa Romana Chiesa: «In questi spazi la bellezza è al servizio di Dio, la Verità è nella raffinatezza della musica, nella magnificenza di pitture e architetture, è omaggio al mistero di Dio, presente nella Santa Messa. Qui c'è ciò che l'uomo riceve da Dio, fa per Dio e fa con Dio». 
   Poi il sacerdote è ritornato all'altare, ha sussurrato il latino del messale, ha consacrato il pane e il vino, ha impartito Comunione e Benedizione. Le musiche dei seicenteschi Bartei, Allegri, Giovannelli, suonate e cantate dall'ensemble Festina Lente, modulavano Kyrie, Gloria, Credo.

    All'uscita da Palazzo Altemps - sede del Museo Nazionale Romano che ha eccezionalmente aperto la chiesa di Sant'Aniceto - Roma era di nuovo grigia di nuvole. Ma la Messa in latino aveva rimestato nella memoria di chi l'aveva ascoltata.
   Non sempre serve solo capire. Non capivano il latino i due viandanti poveri e sporchi dipinti da Caravaggio per la pala d'altare nella vicina chiesa di Sant'Agostino. Però dialogavano con la Madonna dei Pellegrini. Misteriosa, eppure quanto vera.

Il Tempo.it, 03/12/2012

venerdì 31 agosto 2012

lingua latina

Papa Benedetto, incorreggibile: ancora Latino per tutti ....


Tornielli ci segnala la notizia, data per certa, dell'imminente pubblicazione di un nuovo"Motu Proprio" di Benedetto XVI. Anche questa volta c'entra il latino, ma non direttamente o solo per la celebrazione liturgica. Il Papa intenderebbe fondare una Pontificia Accademia per la diffusione dell'uso della lingua di Roma e della Chiesa, non solo per quello che riguarda l'uso strettamente ecclesiale, ma in maniera larga, intendendo il latino come importante patrimonio culturale, da far conoscere e studiare, lingua di accesso a tutto il sapere dell'Occidente antico, medievale e moderno.
Davvero Papa Benedetto dimostra di avere una "fissazione" per la lingua dell'Urbe, e con queste abili mosse, evidentemente, cerca di dare importanti segnali "politici", per esempio ai responsabili di seminari, studentati religiosi e alle Facoltà ecclesiastiche, dove gode - ahimé - di migliore stampa l'ebraico biblico che non il latino, tanto necessario per leggere praticamente tutte le fonti della Chiesa antica (compresi gli Atti del Vaticano II), eppure così ideologicamente trascurato.

Speriamo che il Motu Proprio in pubblicazione abbia più fortuna dell'abortita Veterum Sapientia di Giovanni XXIII, di cui si è recentemente festeggiato il 50° anniversario, o della lettera strappalacrime di Paolo VI Sacrificium laudis (da rileggere e meditare).... Chi ha orecchie per intendere, metta in pratica...

Se ci pensiamo è proprio strano che possano essere ordinati preti nella CHIESA LATINA, in barba al Diritto Canonico, che stabilisce così a proposito della competenza linguistica dei ministri ordinati:
Can. 249 - Institutionis sacerdotalis Ratione provideatur ut alumni non tantum accurate linguam patriam edoceantur, sed etiam linguam latinam bene calleant necnon congruam habeant cognitionem alienarum linguarum, quarum scientia ad eorum formationem aut ad ministerium pastorale exercendum necessaria vel utilis videatur.
I candidati al sacerdozio dimostreranno il loro zelo per le anime preparandosi bene al futuro ministero. Non importa se sono bravi a giocare a curling o se suonano divinamente le maracas, è meglio che passino il tempo 1) a studiare accuratamente la lingua nazionale (nella quale si presume dovranno predicare, parlare ai singoli in confessione, scrivere....); ma (2) anche siano bene competenti nella lingua latina, (non dice 'calleant', ma rafforza 'bene calleant'), e infine (3) abbiano una sufficiente conoscenza delle lingue straniere, il cui studio per la formazione del clero o per l'esercizio del futuro ministero sia valutato come necessario o utile.
Prima dei corsi di inglese o spagnolo o perfino ebraico biblico è richiesta una buona competenza nella lingua latina. Non per colloquiare con l'accento di Cicerone, ma almeno per saper leggere e capire un messale o un breviario, non dico del 1962, ma anche ben più recenti (purtroppo vengono ancora scritti in latino).

Ricordiamo ai giovani seminaristi che, a differenza del fuoco di Pentecoste, lo Spirito Santo che ricevono nell'ordinazione sacra - solitamente - non infonde il dono delle lingue. Ci devono pensare prima i singoli (e anche dopo), con tanta fatica e applicazione. Ma la scienza acquisita col sudore e per amore delle anime non vale certo meno della scienza infusa!
E poi, non si sa mai, metti che un domani si debba concelebrare con sacerdoti cinesi, russi e norvegesi, magari si può usare la Preghiera Eucaristica in una lingua comune; perfino il latino potrebbe, a volte, rivelarsi utile.... Domani però.
Così il Papa vuole promuovere il latino
Benedetto XVI pubblicherà un motu proprio per istituire la «Pontificia Academia Latinitatis». E in Vaticano traducono «indirizzo email» con «inscriptio cursus electronici»

ANDREA TORNIELLI (per Vaticaninsider)
CITTÀ DEL VATICANO: «Foveatur lingua latina». Papa Ratzinger vuole far crescere la conoscenza della lingua di Cicerone, di Agostino e di Erasmo da Rotterdam, nell’ambito della Chiesa ma anche della società civile e della scuola e sta per pubblicare un motu proprio che istituisce la nuova «Pontificia Academia Latinitatis». Fino ad oggi Oltretevere ad occuparsi di mantenere in vita l’antico idioma era stata una fondazione, «Latinitas», rimasta sotto l’egida della Segreteria di Stato e ora destinata a scomparire: oltre a pubblicare l’omonima rivista e a organizzare il concorso internazionale «Certamen Vaticanum» di poesia e prosa latina negli anni si è occupata di tradurre in latino parole moderne.

L’imminente istituzione della nuova accademia pontificia che si affianca alle undici già esistenti – tra le quali ci sono le più note dedicate alle scienze e alla vita – è confermata in una lettera che il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della Cultura, ha inviato a don Romano Nicolini, un sacerdote riminese grande propugnatore del ritorno dell’ora di latino nella scuola media inferiore. Ravasi ha ricordato che l’iniziativa dell’Accademia è «voluta dal Santo Padre» ed è promossa dal dicastero vaticano della cultura: vi faranno parte «eminenti studiosi di varie nazionalità, con finalità di promuovere l’uso e la conoscenza della lingua latina sia in ambito ecclesiale sia in ambito civile e quindi scolastico». Un modo per rispondere, conclude il cardinale nella lettera, «a numerose sollecitazioni che ci giungono da diverse parti del mondo».

Sono passati cinquant’anni da quando Giovanni XXIII, ormai alla vigilia del Concilio, promulgò la costituzione apostolica «Veterum sapientia» per definire il latino come lingua immutabile della Chiesa e ribadirne l’importanza, chiedendo alle scuole e università cattoliche di ripristinarlo nel caso fosse stato abbandonato o ridotto. Il Vaticano II stabilirà di mantenere il latino in alcune parti della messa, ma la riforma liturgica post-conciliare ne avrebbe abolito ogni traccia nell’uso comune. Così, mentre mezzo secolo fa prelati di ogni parte del mondo riuscivano a capirsi parlando l’idioma di Cesare e i fedeli mantenevano un contatto settimanale con esso, oggi nella Chiesa il latino non gode di buona salute. E sono altri ambiti, laici, interessati a promuoverla.

Oltretevere continuano comunque a lavorare studiosi che propongono neologismi per tradurre le encicliche papali e i documenti ufficiali. Un lavoro non facile è stato quello di tradurre in latino l’ultima enciclica di Benedetto XVI, «Caritas in veritate» (luglio 2009), dedicata alle emergenze sociali e alla crisi economico finanziaria. Alcune scelte dei latinisti della Santa Sede sono state criticate da «La Civiltà Cattolica», l’autorevole rivista dei gesuiti, che ha ritenuto discutibile la scelta dei termini «delocalizatio», «anticonceptio» e «sterilizatio», approvando invece le scelte di «plenior libertas» per liberalizzazione, e di «fanaticus furor» per fanatismo». Tra le curiosità, l’espressione «fontes alterius generis» per tradurre le fonti alternative e «fontes energiae qui non renovantur» per le risorse energetiche non rinnovabili.

L’iniziativa del Papa di istituire una nuova Pontificia Accademia è un segnale significativo, di rinnovata attenzione. «Il latino educa ad avere stima delle cose belle – spiega don Nicolini, che ha diffuso nelle scuole medie diecimila copie di un opuscolo gratuito introduttivo alla lingua latina e sta diffondendo l’appello per farla tornare tra le materie curricolari – e ci educa anche a dare importanza alle nostre radici».

Tra coloro che si occupano di rinnovare il lessico latino per poter comunicare ancora oggi nella lingua ciceroniana c’è don Roberto Spataro, 47 anni, è docente di Letteratura cristiana antica e segretario del Pontificium Institutum Altioris latinitatis, voluto da Paolo VI presso l’attuale Università Pontificia Salesiana di Roma. «Come tradurrei “corvo”? Mi aspettavo questa domanda… Ecco, direi: “Domesticus delator” o “Intestinus proditor”», risponde il sacerdote. E spiega come nascono i neologismi latini: «Esistono due scuole di pensiero. La prima, che potremmo definire anglosassone, ritiene che prima di creare un neologismo per tradurre parole moderne bisogna passare al setaccio tutto ciò che è stato scritto in latino lungo i secoli, non soltanto il latino classico. L’altra scuola, che per comodità definirei latina, ritiene che si possa essere più liberi nel creare una circonlocuzione che renda bene l’idea e il significato della parola moderna, mantenendo però il sapore del latino classico, ciceroniano».

Spataro appartiene alla seconda scuola e invita «a sfogliare l’ultima edizione del “Lexicon recentis latinitatis”, curato da don Cleto Pavanetto, eccellente latinista salesiano, e pubblicato nel 2003, con ben 15.000 vocaboli moderni resi in lingua latina». Ad esempio, fotocopia si traduce “exemplar luce expressum”, banconota diventa “charta nummária”, basket-ball “follis canistrīque ludus”, best seller è “liber máxime divénditus”, i blue-jeans sono “bracae línteae caerúleae”, mentre goal è “retis violátio”. Gli hot pants diventano “brevíssimae bracae femíneae”, l’IVA si traduce “fiscāle prétii additamentum”, mountain bike è “bírota montāna”, paracadute diventa “umbrella descensória”. Nel Lexicon mancano però i riferimenti al web. «In effetti non ci sono – spiega don Spataro – ma negli ultimi nove anni tra chi scrive e parla in latino si sono coniate nuove espressioni. Così internet è “inter rete”, e l’indirizzo email “inscriptio cursus electronici”».


Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz259ANC3My
http://www.cantualeantonianum.com

giovedì 10 maggio 2012

messale

La questione decisiva del tradurre i testi liturgici e il nuovo «Roman Missal»



Sul discorso dell'uso del Latino e delle traduzioni dei testi sacri nonché di quelli liturgici, sempre più spesso infedeli, torneremo tra breve. Nel frattempo, propongo di seguito l'interessante articolo apparso su L'Osservatore Romano di Oggi, magisteriale riflessione di uno studioso serio e competente come Uwe Michel Lang, perfettamente in linea con il pensiero del Papa. Lo stesso autore - nel corso del primo Convegno Summorum Pontificum - Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa, Roma 16-18 settembre 2008 - ha pronunciato un notevole intervento dal titolo Il Latino come lingua liturgica del Rito Romano. Ne conservo il testo integrale dal Convegno e lo rendo disponibile dal link. C'è una 'inclusione' nella conclusione, ricavata dall'estratto pubblicato da Zenit, che reca un riferimento alla traduzione inglese del Missale Romanum.

Dell'oratoriano Uwe Michael Lang è appena uscito negli Stati Uniti il volume The Voice of the Church at Prayer. Reflections on Liturgy and Language (San Francisco, Ignatius Press, 2012, pagine 225, dollari 18,95) nel quale il liturgista tedesco sottolinea come riappropriarsi del profondo di parole date per scontate, o appiattite e “consumate” dall'uso sia una delle priorità del cristiano. Dello stesso autore ricordiamo anche il libro Turning Towards the Lord (San Francisco, 2004, seconda edizione 2009), introdotto da una prefazione del cardinale Joseph Ratzinger, che ha avuto ampia diffusione ed è stato tradotto in varie lingue. In Italia è stato pubblicato dall'editrice senese Cantagalli con il titolo Rivolti al Signore.


Attenti a non svilire le parole
 di Uwe Michael Lang

La storia della traduzione biblica comincia con la versione dei Settanta, che ha reso la Scrittura ebraica accessibile alla lingua greca e al mondo ellenistico. Non si sottolineerà mai abbastanza l'importanza religiosa e culturale di questo progetto di traduzione, che non ha eguali nel mondo antico. Mentre la nuova fede cristiana si diffondeva anche negli angoli remoti del mondo conosciuto, la questione della traduzione diventava più urgente. In questo processo è emersa una preferenza per la traduzione letterale (verbum pro verbo), per la quale si presentavano le seguenti ragioni teologiche: la traduzione senso-per-senso presuppone che il traduttore sia in grado di comprendere il senso pieno del testo originale, e questo sarebbe in contraddizione con l'infinita ricchezza della Scrittura.

San Girolamo, avendo ricevuto il mandato da Papa Damaso di produrre una nuova versione latina della Bibbia, poi conosciuta come Vulgata, esprimeva pure questa idea, quando scrisse che nella Sacra Scrittura «anche la sequenza delle parole è un mistero» (Lettera, 57, 5).

Tuttavia la traduzione letterale, nel passaggio dalla lingua di partenza alla lingua d'arrivo, spesso non riesce a comunicare il messaggio del testo, soprattutto quando si tratta dei testi antichi, come quelli biblici o liturgici, nelle lingue contemporanee.

Senz'altro ogni traduzione cerca di trasmettere il contenuto spirituale e dottrinale in un modo che renda giustizia delle regole e delle convenzioni del linguaggio d'arrivo.

Alcune ermeneutiche di traduzione vanno ben oltre, nel senso che non mirano più a una traduzione che riproduca per quanto possibile la struttura formale dell'originale. Lo scopo è piuttosto quello di identificare il messaggio contenuto nel testo originario e di astrarlo dalla sua forma linguistica. Nel tradurre occorre creare una nuova forma che possieda qualità equivalenti in grado di esprimere più adeguatamente il contenuto originale. Per mezzo di questa nuova forma, la traduzione si propone di avere nella lingua d'arrivo lo stesso effetto informativo ed emotivo che il testo avrebbe nella sua lingua d'origine.

Senz'altro si pongono delle questioni metodologiche, soprattutto come determinare il significato di un testo astraendolo dalla sua forma.

Nel 1966 una traduzione inglese del Nuovo Testamento è stata pubblicata con il titolo Good News for Modern Man. Avendo completato la versione dell'Antico Testamento nel 1976, si pubblicò la Good News Bible (Gnb) con i libri deuterocanonici nel 1979. I problemi di questa versione risaltano al confronto con la Revised Standard Version (Rsv), che si inserisce nella grande tradizione delle Bibbie in lingua inglese, in forma aggiornata e al corrente delle scienze storiche.

Per dare qualche esempio (traducendo dall'inglese): dove la Rsv parla di essere riscattato «con il sangue prezioso di Cristo», la Gnb legge «il prezioso sacrificio di Cristo» (1 Pietro, 1, 19). Si tratta di una parafrasi, anziché di una traduzione, che scarta l'immediatezza dell'espressione biblica e le sue risonanze nella tradizione della Scrittura. La parola di Cristo che «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Rsv) è reso nella Gnb come «Dio è Spirito, e solo nella potenza del suo Spirito si può adorarlo come realmente è» (Giovanni, 4, 24). In questo passo centrale, il senso della frase è trasformato dal precetto di adorare Dio “in spirito e verità” ad una dichiarazione generica di essere in grado di adorare Dio “come è”. Si perdono pure le sfumature trinitarie e cristologiche del detto (cfr. Giovanni, 6, 63 e 14, 6). La scelta metodologica di astrarre il messaggio essenziale per comunicarlo nella lingua moderna non riguarda quindi solo questioni di stile e di espressione letteraria, ma solleva anche problemi di carattere dottrinale.

Uno dei casi più noti è il racconto lucano dell'Annunciazione, dove la Gnb rende il greco parthènos (Luca, 1, 29), come “giovane donna” invece di “vergine” e offusca così un'affermazione essenziale del Vangelo.

Tuttavia, tali teorie hanno influenzato la traduzione dei nuovi libri liturgici nelle lingue volgari, e sono state applicate nel modo più coerente nella versione inglese del Missale Romanum di Paolo VI, pubblicata nel 1974.

Mentre non si può presentare in questo luogo un quadro dettagliato, può essere utile accennare in linea di massima alcune tendenze che sono evidenti soprattutto nelle preghiere variabili della Messa. Molto spesso la versione inglese ristruttura la preghiera originale, con poco riguardo alla sequenza delle idee teologiche e alla loro espressione retorica, che sono caratteristiche della classica eucologia romana. Quelli nel cui nome si fa la preghiera, sono non di rado ridotti ad un indeterminato “noi”, presumibilmente da identificare con la particolare assemblea. Di conseguenza, si limita lo scopo universale di tante preghiere, il quale include tutto il Corpo cristiano o addirittura tutta l'umanità.

Frasi tipiche come praesta, ut o concedere, ut, con le quali si esprime la supplica a Dio, si traducono di solito con una variante di “aiutarci”. In questo modo, si introduce una nozione debole della causalità divina e si riduce l'operazione misteriosa della grazia divina nel cuore umano, con una sfumatura semi-pelagiana. Nella colletta per la ventunesima domenica del Tempo ordinario la tendenza generale a rendere l'originale in parafrasi è andata così lontano che il concreto concetto biblico di amare la legge divina (id amare quod praecipis) viene trasformato in “valori” (values). Questo non si può non descrivere come un passo verso l'auto-secolarizzazione e forse anche verso il relativismo morale (in quanto il concetto di “valori” viene comunemente adoperato per sostituire il discorso di un ordine morale oggettivo). Se si chiede quali siano questi “valori”, la versione inglese dà la risposta: quelli «che ci porteranno gioia perenne in questo mondo che cambia (that will bring us lasting joy in this changing world)». Quando l'antica colletta romana parla di inter mundanas varietates, si sentono anche le connotazioni negative che invece si perdono nella frase sul mondo che cambia.

Ancora più importante: il testo originale non chiede la gioia perenne in mezzo alle incertezze di questo mondo, ma prega piuttosto che il nostro cuore sia ancorato in quel luogo, dove si trova la vera gioia: la realtà trascendente del cielo (ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia). Nella versione inglese è sparito l'eco di Luca, 12, 34, «dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore».

La consapevolezza che questa traduzione si è allontanata troppo dalla lex orandi del Rito Romano ha portato al grande progetto di revisione, iniziato dall'istruzione della Santa Sede Liturgiam authenticam del 2001. In seguito, si è preparata una nuova traduzione del Missale Romanum, che è stata introdotta in modo definitivo in moltissimi Paesi anglofoni la prima domenica d'Avvento dell'anno scorso.

Anche se una traduzione può solo approssimare l'eleganza e la concisione delle antiche orazioni latine con il loro ritmo di prosa e le loro figure retoriche, il nuovo Roman Missal, a differenza del suo predecessore, apre il tesoro della tradizione liturgica latina, fedelmente e integralmente, alla Chiesa nel mondo anglofono. Inoltre, esso contribuisce notevolmente alla formazione di “una lingua sacra vernacola”, come è previsto dalla Liturgiam authenticam (n. 47): un linguaggio di culto che si distingue dal linguaggio quotidiano ed è sentito come la voce della Chiesa in preghiera. «Attraverso questi testi sacri e le azioni che li accompagnano, Cristo sarà reso presente e attivo fra la sua gente. La voce che ha contribuito a far scaturire queste parole avrà completato il suo compito» (Benedetto XVI, Discorso ai Membri del Comitato “Vox clara”, 28 aprile 2010). Per i pastori, a cui è affidato il compito di introdurre la nuova traduzione nelle loro comunità, questa è anche un'occasione unica per insegnare la lex credendi che trova un'espressione bella e profonda in queste preghiere, un'opportunità che «dovrà essere colta con fermezza» (Benedetto XVI, ibidem).
[vedi anche: Benedetto XVI, Lettera ai vescovi tedeschi sul "pro multis" - vedi anche]
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(©L'Osservatore Romano 7-8 maggio 2012)

venerdì 24 febbraio 2012

VETERUM SAPIENTIA

Cinquantesimo
della VETERUM SAPIENTIA




Perché i preti
devono studiare il latino


Pubblichiamo stralci di una delle relazioni tenute dall’arcivescovo segretario della Congregazione per il Clero nel corso del convegno organizzato dal Pontificium Institutum Altioris Latinitatis alla Pontificia Università Salesiana e dedicato al cinquantesimo anniversario della costituzione apostolica «Veterum sapientia».


di Celso Morga Iruzubieta


La seconda metà del Novecento ha segnato — e non solo a livello ecclesiale — uno spartiacque nella storia dell’uso della lingua latina. Tramontata già da secoli come strumento della comunicazione erudita, ha resistito nella scuola, come materia di studio nei programmi educativi di livello secondario superiore, e, nella Chiesa cattolica, in generale, come mezzo di espressione della liturgia e tramite della trasmissione dei contenuti della fede e di un ampio patrimonio letterario che spazia dalla speculazione teo-filosofica al diritto, dalla mistica e dall’agiografia alla trattatistica sulle arti, alla musica e perfino alle scienze esatte e a quelle naturali.

Con il tempo, tuttavia, almeno sotto il profilo propagandistico, la lingua latina è finita per divenire, in massima parte, appannaggio sempre più caratteristico della formazione clericale nella Chiesa cattolica, al punto di ingenerare una spontanea, quanto forse inappropriata, identificazione tra la Chiesa romana e l’entità linguistica latina, che in essa ha trovato, in questa fase critica, un almeno apparente vigore.

«Apparente» perché, se si considerano a posteriori le circostanze odierne, tutto lascerebbe pensare che la voce del beato Giovanni XXIII, rivolta il 7 settembre 1959 a un convegno di cultori della lingua latina, non sia soltanto rimasta inascoltata, ma che la questione dell’uso e perfino dello stesso insegnamento della lingua latina, anche nel contesto ecclesiale, procedesse, probabilmente, già sui sentieri di un radicale ridimensionamento. «Purtroppo vi sono parecchi che, esageratamente sedotti dallo straordinario progresso delle scienze, hanno la presunzione di rigettare o restringere lo studio del latino e di altre discipline di tal genere».

È fuor di dubbio che l’identificazione tra Chiesa cattolica e lingua latina, in un contesto di secolarismo culturale, e, per un certo tempo, anche di anticlericalismo, dominante — attecchito anche in larghi strati del mondo stesso ecclesiale — abbia prodotto ingenti danni alla sopravvivenza stessa della lingua latina, all’interno dei sistemi educativi, sospinta non tanto dall’accelerazione fulminante del progresso delle scienze “esatte” e delle scienze naturali, quanto da un “intellettualismo critico e sicuro” della propria capacità di sviluppare “impianti culturali autosufficienti”, capaci di prescindere da ogni rapporto di dipendenza da un passato giudicato troppo oneroso e, per di più, caratterizzati dal rifiuto di qualsiasi atteggiamento normativo considerato alla stregua di una forza di coercizione.

Sta di fatto che l’esperienza generale dell’uomo di Chiesa è che il latino sia finito per essere tenuto in maggior considerazione da chi, negli stessi seminari, ma non solo in essi, provenisse da un retroterra formativo, anche assai distante dalla cultura umanistica, piuttosto che da quanti si rivolgevano a interessi di matrice storica, letteraria, teologica, filosofica, spirituale e giuridica (ambito umanistico).

Tuttavia, nonostante le difficoltà, si riscontra oggi tra i sacerdoti la convinzione che scopo dell’avvio al latino sia quello di accostare una civiltà e misurarne valori, interessi e significati, vagliandone insegnamenti e fondamenti teoretici nella prospettiva di una comprensione critica del presente. Si tratta di un segnale decisamente incoraggiante del mondo e della Chiesa contemporanea, disposta a non osservare la lezione e lo studio del passato come un superfluo o retrogrado sguardo inutilmente volto al recupero di qualcosa di tramontato, ma come riappropriazione, diretta e priva di intermediazioni, di un messaggio di straordinaria ricchezza dottrinale, culturale e pedagogica, di una eredità intellettuale troppo vasta, feconda e radicata per lasciare presupporre qualsiasi cesura dalle sue radici.

Allo stato attuale, appare improbabile che si riesca a far apprezzare al sacerdote, ancor meno nella fase iniziale del proprio percorso formativo, il valore del latino come lingua dotata di nobiltà di struttura e di lessico, capace di promuovere uno stile conciso, ricco, armonioso, pieno di maestà e di dignità, che giova alla chiarezza e alla gravità, atta a promuovere ogni forma di cultura, l’humanitatis cultus, tra i popoli.

È in questo recupero di un’identità culturale propria, in questa ripresa dal fondo delle motivazioni della presenza stessa della Chiesa nella società che si configura l’importanza del latino nel curriculum scolastico degli aspiranti al sacerdozio, riscattandola da ogni semplicistico — nonché scorretto e riduttivo — quesito sulla sua funzionalità pratica e riabilitandone il ruolo di materia ampiamente formativa.

È in tale prospettiva che Paolo VI, nel motu proprio Studia latinitatis — con cui istituiva presso l’allora Ateneo Salesiano il Pontificio Istituto Superiore di Latinità — ribadiva con decisione nell’esordio stesso del testo lo stretto legame tra lo studio della lingua latina e la formazione al sacerdozio, riaffermando il carattere di ineluttabilità di una non exigua scientia del latino. «È stata in ogni epoca convinzione dei Sommi Pontefici che lo studio della lingua latina e della letteratura antica sia assolutamente congiunto con l’istruzione e la formazione dei seminaristi e, in passato come ai nostri giorni, essi hanno pubblicato su tale argomento importanti documenti».

Un primo aspetto della sua utilità, intrinsecamente legato alla formazione del sacerdote, è nel suo disporsi come tramite di un insieme di valori che favorisce il pieno sviluppo della personalità, delle disposizioni dell’animo e di un’autentica maturità umana che si ripercuote nella capacità di operare scelte ponderate e di giudicare con retto spirito critico uomini ed eventi, nell’acquisizione del dominio di sé, nello sviluppo dello spirito di iniziativa, nella capacità di lavorare in comune con i confratelli e con i laici, nella cura di valori quali la lealtà, il rispetto, la giustizia, la fedeltà, la gentilezza del tratto, la discrezione, la carità, il retto uso della libertà.

Veicolo di una visione antropocentrica del mondo profondamente intrisa di spiritualità cristiana, la lingua latina consente di offrire un contributo autorevole e peculiare nel valutare e orientare gli obiettivi emergenti dalle nuove scienze, riconfigurando ogni nozione di progresso in un equilibrato bilanciamento tra ricerca di felicità e benessere e risposta alle esigenze profonde dell’homo interior.

Questa formazione culturale, radice nonché patrimonio bimillenario della pedagogia e della cultura ecclesiastica costituisce il tramite collaudato di un discernimento sapiente nel dialogo tra fede e ragione, nel discernimento dei valori mutuabili nel contatto con diverse o nuove forme di cultura, nella costruzione di personalità che si distinguano per essere simul pastoralia et theologica, catechetica et culturalia, spiritalia et socialia praecellentem in modum.

Ma la conoscenza delle lingue classiche è tanto più necessaria per il sacerdote nel suo compito di educatore del popolo e formatore della comunità nella maturità della fede mediante la pratica di una carità sincera e attiva, l’esempio, la preghiera, l’esercizio di quella libertà con cui Cristo stesso ha reso l’umanità libera, rendendolo «strumento efficace per indicare o agevolare a chi ancora non crede il cammino che porta a Cristo e alla sua Chiesa e per stimolare, alimentare e sostenere anche i credenti nella lotta spirituale».

Tale ruolo passa inevitabilmente attraverso una riappropriazione di quel mondo di valori che definisce il cristianesimo in un legame di continuità che fa del presente il frutto di una millenaria elaborazione. Recidere il legame e stabilire uno iato con il passato significa, infatti, per il mondo sacerdotale un impoverimento radicale, nella stessa misura in cui la mancanza di memoria rappresenta, dal punto di vista medico, uno stato patologico e non la normalità dell’individuo.

Questa continuità costituisce un legame che connette la Chiesa, la cultura cristiana e il sacerdote odierni con le proprie radici in un rapporto diretto di dipendenza in cui si attingono stimoli e suggestioni che definiscono la propria autentica identità, non come modelli idealizzati, perduti e inarrivabili, ma come un archetipo di una tradizione in continua evoluzione, ben lungi dall’essersi esaurita.

Studiare il latino significa accostare direttamente, senza mediazioni linguistiche e, per ciò stesso, culturali, autori come Agostino, Cipriano, Leone Magno, Isidoro di Siviglia, Alcuino, Bernardo, Ildegarda di Bingen, Tommaso, Bartolo da Sassoferrato, ma anche Lucrezio, Virgilio, Seneca, Boezio, Ulpiano, Graziano, al pari di tanti altri maestri delle arti e del pensiero, che in qualche misura hanno orientato e continuano a orientare il modo di essere e di esprimersi odierno.

Solo attraverso il latino il sacerdote apprende come fondamento della propria formazione quella consuetudine con il Deus caritas e fa del praevenire amando agostiniano, l’arrivare per primi nell’amare, la colonna portante di quell’intero sistema pedagogico che è l’apostolato.

© L'Osservatore Romano 25 febbraio 2012