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sabato 10 maggio 2014

il sangue dei martiri seme dei cristiani

I Martiri della Vandea



Nel 1793, durante la Rivoluzione francese, si scatenò, nella terra della Vandea, il primo genocidio di Stato della storia occidentale. Il regime rivoluzionario di Parigi venne imposto con la forza nelle province di Francia ed ebbe in Vandea, la più cattolica di esse, la reazione più coraggiosa e gloriosa. I Blanchs (i vandeani) si contrapposero ai Blues (i giacobini): uniti a Dio e al Re, i contadini della Vandea, con i loro amati sacerdoti e i loro generali, si distinsero per la strenua difesa contro la dea ragione ed il principio deista dell’essere supremo; perciò, a causa del loro fermissimo Credo e della loro fedeltà monarchica, vennero massacrati. Per odio ideologico perirono, in quell’ecatombe, più di 30 mila abitanti. Tuttavia di questo evento storico o si è parlato in termini negativi per esaltare i “benefici” della Rivoluzione e del Terrore sanguinario oppure lo si è del tutto omesso dai libri di storia…

Lascia scritto Aleksandr Isaevič Solženicyn:
«Già due terzi di secolo fa, da ragazzo, leggevo con ammirazione i libri che evocavano la sollevazione della Vandea, così coraggiosa e così disperata, ma non avrei mai potuto immaginare, neppure in sogno, che nei miei tardi giorni avrei avuto l’onore di partecipare all’inaugurazione di un monumento agli eroi e alle vittime di questa sollevazione. […] gli avvenimenti storici non vengono mai compresi appieno nell’incandescenza delle passioni che li accompagnano, ma a distanza, una volta che il tempo li abbia raffreddati.
Per molto tempo ci si è rifiutati di capire di accettare quel che gridavano coloro che morivano, che venivano bruciati vivi: i contadini di una contea laboriosa, per i quali la rivoluzione sembrava essere fatta apposta, ma che la stessa rivoluzione oppresse e umiliò fino alle estreme conseguenze: e proprio contro essa si rivoltarono. […]. È stato il ventesimo secolo ad appannare, agli occhi dell’umanità, quell’aureola romantica che circondava la rivoluzione del XVIII secolo […] le rivoluzioni distruggono il carattere organico della società; quanto rovinino il corso naturale della vita; quanto annichiliscano i miglioramenti della popolazione, lasciando campo libero ai peggiori; come nessuna rivoluzione possa arricchire un Paese, ma solo qualche imbroglione senza scrupoli; come nel proprio Paese, in generale, essa sia causa di morti innumerevoli, di un esteso depauperamento e, nei casi più gravi, di un decadimento duraturo della popolazione» («Famiglia Cristiana», n. 41/1993, pp.80-81).
In Vandea si verificarono una serie di conflitti civili scoppiati al tempo della Rivoluzione francese, che videro la popolazione della Vandea e di altri dipartimenti vicini insorgere contro il governo rivoluzionario. La prima e la seconda guerra di Vandea vengono solitamente accorpate in un unico periodo che va dal 1793 al 1796. L'insurrezione ebbe inizio nel marzo 1793, quando la Convenzione Nazionale ordinò la leva obbligatoria per 300.000 uomini da inviare al fronte e proseguì per i successivi tre anni, con brevi tregue durante le feste come il Natale e la Pasqua. Il periodo più acuto degli scontri, in cui spesso gli insorti ebbero ragione delle truppe repubblicane, terminò con la vittoria di queste ultime nella battaglia di Savenay. La repressione compiuta tra l'estate del 1793 e la primavera del 1794, ad opera delle truppe repubblicane regolari e da reparti di volontari, fu assai feroce.
Tuttavia gruppi armati vandeani continuarono a combattere e una tregua vera e propria si ebbe solo nella primavera del 1795, con la pace di La Jaunaye. Questa prima guerra fu la più importante per numero di operazioni militari ed è quella a cui comunemente ci si riferisce trattando dell'insurrezione vandeana. Nondimeno lo stato insurrezionale rimase endemico nella regione e la rivolta si riaccese più volte negli anni seguenti, soprattutto nei momenti di crisi dei governi repubblicani e napoleonici. Il 24 giugno 1795 iniziò la seconda guerra di Vandea, che terminò l'anno successivo.
La terza guerra di Vandea durò solo tre mesi, dal 26 ottobre al 17 dicembre 1799, terminando con l'armistizio di Pouancé: a causa dell'instabile situazione politica, la Francia non avrebbe potuto sostenere una nuova guerra civile e per questo motivo il nuovo Governo francese preferì acconsentire alle richieste degli insorti, in modo da evitare il ritorno della monarchia, che in quel momento sembrava imminente.
La quarta guerra di Vandea iniziò nel marzo 1813, dopo la ritirata di Napoleone dalla Russia (1812) ed ebbe una pausa quando, a seguito della sconfitta dell'Imperatore a Lipsia (ottobre 1813), Luigi XVIII salì al trono, nell'aprile 1814. Dopo il ritorno al potere di Napoleone con i Cento Giorni, la guerra riprese il 15 maggio 1815 e terminò il mese successivo quando, a seguito della battaglia di Waterloo, Luigi XVIII ritornò sul trono di Francia nel giugno 1815. Il Sovrano, in segno di riconoscenza, conferì il grado di generale dei granatieri reali (un corpo militare addetto alla protezione del re) al generalissimo dell'armata vandeana Louis de La Rochejaquelein e lo stesso fece con il suo successore Charles Sapinaud, che divenne generale e fu insignito del titolo di Duca.
I vandeani iniziarono la rivolta solo dopo che il regime terroristico attuò misure repressive per il clero e aumentò le tasse per poter sostenere le spese militari. Il ripristino della monarchia rappresentava per i controrivoluzionari vandeani una soluzione per porre fine alla tragica rivoluzione.
I primi testi che trattarono del genocidio vandeano furono le memorie di alcuni dei protagonisti di quei tragici eventi: la marchesa La Rochejaquelein, Poirier de Beauvais, Joseph de Puisaye, la signora Sapinaud de La Rairie e per i repubblicani: Grouchy, Kléber, René-Pierre Choudieu, Turreau, Dumas. Il più celebre documento, del primo raggruppamento di testimoni, sono le Mémoires (1811) de Madame la marquise de la Rochejaquelein, vedova di Louis Marie de Lescure e in seguito di Louis de La Rochejaquelein, che essendo vedova di due tra i più importanti generali dell'Esercito cattolico e reale visse in prima persona tutte le guerre di Vandea, che descrive come una rivolta spontanea dei contadini per difendere il loro re e la loro Chiesa.
L' Esercito cattolico e reale era formato da quei francesi contrari alla rivoluzione e che invece sostenevano la monarchia, in particolare era composto da contadini della cosiddetta «Vandea Militare», composta dai dipartimenti di Vandea, Loira Atlantica, Maine-et-Loire e Deux-Sèvres. I capi furono scelti tra la nobiltà francese che non era emigrata in altri Stati, per paura della cattura e della ghigliottina, ma che rimase in Francia per cercare di ristabilire la monarchia.
L' Esercito nacque il 4 aprile 1793, in seguito alla riunione dei principali capi vandeani avvenuta a Chemillé, in seguito alla quale venne scelto come comandante in capo (che verrà chiamato «Generalissimo») Jacques Cathelineau. Da Parigi, intanto, la Convenzione, ordinò la «pulizia etnica» dei «briganti» vandeani.
I principali capi militari dell’Esercito cattolico e reale furono: Jacques Cathelineau, François-Athanase Charette de La Contrie, Charles Melchior Artus de Bonchamps, Maurice-Louis-Joseph Gigot d'Elbée, Louis Marie de Lescure, Henri du Vergier de La Rochejaquelein, Jean Nicolas Stofflet, Jacques Nicolas Fleuriot de La Fleuriais, Charles Sapinaud, Louis e Auguste du Vergier de La Rochejaquelein (entrambi fratelli di Henri de La Rochejaquelein), Charles d'Autichamps. Alcuni di questi valorosi e cattolici generali sono ricordati nella bellissima canzone di Jean Pax Méfret, Guerre de Vendée.
Il simbolo della controrivoluzione vandeana era un cuore sormontato da una croce rossa su campo bianco a simboleggiare i Sacri Cuori di Gesù e di Maria, ai quali i vandeani erano particolarmente devoti grazie alla predicazione di San Luigi Maria Grignion de Montfort; inoltre tale simbolo richiamava anche lo stemma della Vandea, anch’esso formato da due cuori rossi (quelli di Gesù e Maria) sormontati da una corona che termina con una croce e che rappresentare la regalità di Cristo. Il motto era «Dieu Le Roi» («Dio [è] il Re»).


L’odio per la profonda Fede religiosa dei vandeani fu la ragione principale della spaventosa repressione e delle stragi indiscriminate. Il Terrore si scatenò contro la Fede e contro contadini che volevano continuare a vivere del loro lavoro e dei loro valori.
Ancora oggi nelle case di Lucs-sur-Boulogne (sul fiume Boulogne), il villaggio dove la memoria è molto forte, è rimasto il simbolo della rivolta vandeana: la bandiera con il cuore e la croce. Le chiese della Vandea sono piuttosto recenti, perché i Blues, i soldati inviati dalla Convenzione di Parigi, ne bruciarono circa 800.
La chiesa più piccola di Le Lucs, chiamata «la Chapelle», sorge su un colle un po’ fuori dal paese ed è divenuta monumento storico. Qui, il 28 febbraio 1794, i soldati entrarono nella Chapelle (che sorgeva nello stesso luogo e identica a quella odierna) e spianarono i loro fucili contro più di cento uomini e soprattutto donne e bambini. Le vittime, che pregavano in ginocchio per prepararsi alla morte, vennero trucidati dai rivoluzionari. In tutto il villaggio di Le Lucs i morti furono 563, fra cui 110 bambini al di sotto dei sette anni: oggi i loro nomi sono scolpiti sulle pareti a perenne memoria de «la haine de la foi» («l’odio verso la fede»). Vicino alla Chapelle sorge un museo-memoriale, che venne inaugurato da Solzenicyn il 25 settembre 1993.
In Vandea, su 800 parrocchie circa, i preti refractaires, che cioè rifiutarono di giurare all’Assemblea costituente di Parigi, furono 768 e tutti vennero sostituiti da parroci sermentées, cioè giurati (spesso neppure regolarmente ordinati), disprezzati dai contadini vandeani. La persecuzione quotidiana dei sacerdoti veri fu la prima e reale ragione dell’esasperazione vandeana. Esiste un documento del più feroce persecutore e sterminatore giacobino, il generale Louis Marie Tourreau, nel quale sottolinea la grande autorità, presso i vandeani, dei preti non giurati  e ciò per tre ragioni: integrità dei costumi, serietà della formazione dottrinale, intima conoscenza del loro gregge.
La guerra civile in Francia su larga scala ebbe inizio proprio in Vandea con l’insurrezione di Bressuire. La repressione provocò 100 morti e molti rivoluzionari staccarono le orecchie delle loro vittime per farsene coccarde.
Molte furono le vittorie a vantaggio del popolo armato di forche e falci contro le equipaggiate truppe rivoluzionarie. Nantes, strappata «ai borghesi di Parigi», fu tenuta per mesi. Ma proprio Nantes fu spesso teatro degli annegamenti delle persone, essi ebbero inizio alla fine del 1793 e continuarono fino alla primavera del 1794. Responsabile fu soprattutto Jean-Bptiste Carrier, inviato dalla Convenzione di Parigi a praticare la «soluzione finale» del problema vandeano. Le prime tre cosiddette noyades furono rivolte esclusivamente ai preti refractaires (250 circa). Gli storici calcolano che gli annegati furono circa 8000. Quando Carrier tornò a Parigi, dopo gli eccidi, la Convenzione per togliersi la responsabilità dei massacri decise di tagliargli la testa sotto Madame Guillotine.
Il generale Tourreau, invece, mise a ferro e fuoco la regione vandeana da nord a sud e da est ad ovest: i villaggi venivano circondati, la gente radunata e trucidata, infine i soldati incendiavano case ed edifici. Chiaro l’obiettivo: l’olocausto del popolo vandeano era accompagnato alla distruzione di tutto. Scriveva la  «Gazette Nationale» riportando la seduta del 17 febbraio 1794: (trascitta il 19, p. 503): «si tratta di spazzare con il cannone il suolo della Vandea e di purificarlo con il fuoco». Ha spiegato il grande storico del genocidio vandeano Reynald Secher: «Queste rappresaglie non corrispondono dunque agli atti orribili, ma inevitabili, che si verificano nell’accanimento dei combattimenti di una lunga e atroce, ma proprio a massacri premeditati, organizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una regione ben definita e di sterminare tutto un popolo, di preferenza donne e bambini» (R. Secher, Il genocidio vandeano, Effedieffe Edizioni,  Milano 1989, p. 306) per sterminare una «razza maledetta», termine ripreso da tutti i rivoluzionari, una razza ed una terra considerate irrecuperabili, perciò: «La guerra finirà solo quando non vi sarà più un abitante su questa terra disgraziata» (Archivio storico dell’esercito, B. 58. Lettera del 25 piovoso dell’anno II). I Giacobini gioivano, come risulta dai documenti dell’epoca, nel lasciare sul loro cammino soltanto cadaveri e rovine… perché occorreva «sacrificare tutto alla vendetta nazionale» (R. Secher, Il genocidio vandeano, p. 306). Insomma, la volontà di far sparire dalla faccia della terra ogni traccia di un popolo, qualsiasi popolo, contiene in sé la definizione di genocidio.

Per approfondire: Reynald Secher, Il genocidio vandeano, Effedieffe Edizioni, Milano 1989.

ELENCO DEI GENERALI VANDEANI MARTIRI:
95088 - Jacques Cathelineau
95453 - François-Athanase Charette de La Contrie
95451 - Charles Melchior Artus de Bonchamps
95457 - Maurice-Louis-Joseph Gigot d'Elbée
95454 - Louis Marie de Lescure
95452 - Henri du Vergier de La Rochejaquelein
95456 - Jean Nicolas Stofflet
95455 - Antoine-Philippe de La Trémoille de Talmont

domenica 14 ottobre 2012

morale laica

ancora sulla MORALE LAICA


Ho letto qualche giorno fa un articolo che trattava l'introduzione dell'ora di "morale laica" nelle scuole francesi. 
Fino ad oggi in Francia, iniziando dal 1905, è stata insegnata "educazione civica", il cui contenuto verteva sugli "immortali principi" rivoluzionari del 1789. Tutto questo per sostituire e contrastare la religione cattolica.
Molti si chiedono a che pro istituire un'ora di morale laica che non differisce molto dall'ora precedente. 
A questo cerco di dare una risposta a fine articolo, preferendo adesso fare una premessa sul significato di questa morale.
Innanzitutto per "laica" si intende una morale che deriva dalla coscienza. 
Ma la coscienza si è venuta formando attraverso i secoli in base al messaggio cristiano per cui la morale non può essere laica.
Si può essere atei o agnostici ma le categorie come morale, persona, rispetto, amore, responsabilità, ragione vengono direttamente dal profetismo ebraico-cristiano che si è incarnato nella filosofia greca e nel diritto romano.
Tutti i laici e i laicisti per solito si "riempiono la bocca", si "pavoneggiano" parlando di morale laica, con un senso di superiorità verso il credente credulone che secondo loro non ha la capacità di ragionare, che peggio, ha portato il cervello all' "ammasso". 
Ma se un poco riflettiamo e grattiamo sotto la superficie scopriamo un'altra verità: gli irrazionali sono loro, i non credenti.
E' stato dimostrato ampiamente i limiti della morale laica. 
Al tempo delle ideologie, la marxista in particolare, si tendeva ad educare la prole a "vivere religiosamente l'antireligione", infatti nelle case e negli ambienti socialisti e umanisti d' Europa si erano sacralizzati i valori del laicismo ottocentesco che venivano dal settecento giacobino e dalla Rivoluzione francese: la Libertà, l'Eguaglianza, i Diritti dell'Individuo.
Si dà però il caso, che questi valori che vengono spacciati come prodotto della libera ricerca umana, vengono dritti dritti dal cristianesimo e sono incomprensibili senza di esso; vengono direttamente dalla tradizione evangelica. 
Possiamo essere "cristiani" o "anticristiani", ma non a-cristiani, non possiamo più uscire da quel quadro di riferimento.
Lo conferma Ida Magli, antropologa: "ogni persona è figlia del suo tempo, affonda le sue radici nel suo terreno culturale. 
Neppure i più grandi geni dell'umanità possono sfuggire a questa regola generale. 
Proseguiva, lei agnostica, dicendo che solo una persona è sfuggita (per lei misteriosamente e incomprensibilmente) a questo imperativo: Gesù Cristo. (potrebbe essere un tema per un altro articolo).
Tutto il marxismo ad esempio, e la sua etica, sarebbero incomprensibili senza la tradizione biblica, che ha finito per nutrire popolazioni che niente avevano a che fare con l'Occidente cristiano: i cinesi, gli africani, i vietnamiti.
L'agnostico belga, nonchè storico e sociologo, Leo Moulin, affermava: "noi umanisti ci dobbiamo rassegnare, ogni morale sedicente laica non è che un Cristianesimo senza Cristo". Ancora: "la chimerica etica della sola ragione non funziona per niente. Quel che è peggio, questa figlia prediletta del razionalismo non è in grado di giustificare razionalmente se stessa e finisce dritta dritta nell'irrazionale se vuol spiegare per quale motivo dovremmo rispettarla".
Prosegue dicendo: "ammesso e non concesso, che sia possibile parlare di "coscienza" senza fare riferimento a categorie cristiane, perchè dovremmo seguirne la voce anche quando, (si verifica quotidianamente) è in contrasto con il nostro interesse o comodo ? 
Senza un Legislatore al di fuori di noi, è ragionevole fissarci e seguire leggi per il nostro agire ?
"Staccati dal tronco della fede, quei valori poggiano sul nulla (è come voler appendere un quadro senza il chiodo), non sono più giustificabili razionalmente. 
Nessuno senza fare riferimento a Dio (e al Dio di Cristo) può rispondere qui: perchè preferire l'amore all'odio, la verità alla menzogna, la virtù al vizio, l'altruismo all'egoismo" ? (Quindi, perchè fare del bene al prossimo quando sappiamo che il più delle volte ne riceviamo male ? dove sta la razionalità di questo agire, se non si ha come riferimento il Dio di Cristo che ci invita ad amare il prossimo e addirittura il nemico ? )
Il credente Arturo Carlo Jemolo, famoso giurista, affermava che proprio grazie alla fede che poteva usare la ragione: "E' impossibile fondare qualsiasi morale praticabile da tutti e sempre, prescindendo dall'idea di un Legislatore e di un Giudice che ci sovrastino. 
Ai miei amici filantropi sempre ho domandato: "perchè amare ? ". Gli uomini, spesso, non sono affatto amabili e neanche rispettabili. Perchè allora dovremmo farlo, se non ci si riferisce a un Padre comune, a un Giudice che ci attende ?"
Lo stesso Manzoni ai suoi contemporanei: "ogni morale senza religione non è che un codice senza tribunali. Le leggi possono essere perfettissime, come rispettarle se non c'è chi le garantisca ?"
Ci possiamo sbizzarrire a costruire le più nobili morali, ma una cosa è la teoria e un'altra è la realtà: come rendere efficace e rispettare noi per primi e far rispettare questi bellissimi principi?
Bobbio, il più famoso filosofo italiano, pur non riuscendo ad approvare il ragionamento, citava John Locke, il filosofo della tolleranza, del libero pensiero: "una società può ammettere qualunque opinione, ma non l'ateismo. 
Perchè per un ateo, nessun vincolo tra gli uomini può esser sacro e, dunque sicuro. 
Eliminato Dio, tutte queste cose cadono". 
Si può stare certo senza religione, accettando però di stare senza morale, per cui si arriva alla conclusione di Dostoevskj: "se Dio non c'è, tutto è permesso".
Premesso tutto ciò, ci si domanda perchè la Francia batta la grancassa della morale laica che non è molto differente dall'insegnamento precedente, quello di educazione civica. 
Il ministro socialista dice che occorre che lo Stato insegni ai giovani i principi di solidarietà, tolleranza, uguaglianza. 
Ma l'educazione civica cosa ha insegnato dal 1905 ad oggi, se non questo ?
Si sospetta quindi che la Francia voglia fare un ulteriore salto di qualità: se l'educazione civica ha contrastato l'insegnamento religioso per decenni fino a secolarizzare quasi interamente la società, adesso è l'ora, con l'insegnamento della morale laica di distruggere gli ultimi scampoli di cristianità e gli ultimi concetti in campo bioetico e sociale di concezione naturale.
Per cui distruggere quello che è rimasto di sano nella famiglia, la condanna di ogni distinzione sociale, razziale, culturale, l'affermazione dell'omosessualità e ancor più l'ideologia di genere che non è più solo maschio e femmina, ma bisogna aggiungere omosessuale, bisessuale, transessuale.
Senza poi parlare del relativismo bioetico: oramai tutte le possibili mostruosità sono alla nostra portata e cerchiamo pure di perseguirle. 
Hanno l'impudenza di chiamare tutto ciò "progresso". Chi si oppone è un retrivo, un retrogrado. 
La parola "normalità" è fuorilegge, è razzista e diamoci tempo, vedremo prospettive ancora più estremiste come la legalizzazione dell'incesto (di cui si parla sempre più frequentemente), la bestialità, la pedofilia (in Olanda esiste un partito politico che promuove l'amore con i minori), l'infanticidio (tema sollevato poco tempo fa da due scienziati italiani che lavorano in Australia) l'eutanasia (è notizia di qualche giorno fa che in Olanda, dove c'è la legge, come si temeva, vengono uccisi pure gli anziani che non la chiedono e non sono pochi).
Tutto ciò per passare da una cultura cristiana attenta e compassionevole verso i più deboli, ad una cultura tecno-scientifica che non ha niente di umano e di cristiano.
L'ultimo esito della Modernità, quello che, per due secoli , i razionalisti e i positivisti hanno cercato di nascondere si sta esplicitando oggi nella "filosofia del boudoir " del marchese De Sade, il più lucido profeta luciferino degli sviluppi futuri di quel che si era postulato in quei tempi: un taglio netto con la cultura cristiana e un ritorno al paganesimo.
Il momento che stiamo vivendo e ancor più in futuro, sarà sotto l'egida di questa filosofia codificata più di duecento anni fa da questo famigerato Donatien-Alphonse-Francois de Sade , entusiasta sostenitore della Rivoluzione francese e famoso pervertito sessuale, che soggiornò più tempo in galera che fuori.
Ancora oggi i pensatori progressisti non perdonano al "divin marchese" di aver dimostrato che la filosofia illuminista conteneva tutte le premesse del relativismo morale, del darwinismo sociale e del totalitarismo politico coniugato al sadismo sessuale, per cui per impedire l'aumento della popolazione bisogna ricorrere all'aborto e all'omicidio. 
Uccidere è più naturale che procreare, secondo De Sade (anticipando Malthus).
Solo i più forti hanno il diritto di sopravvivere per il possesso delle risorse naturali (anticipando Darwin).
Raccomanda vivamente l'infanticidio finalizzato alla selezione eugenetica della razza umana (anticipando Peter Singer).
De Sade invita i francesi a portare a termine la Rivoluzione francese del 1789 abrogando le leggi contro la calunnia, il furto, l'omicidio, l'aborto, l'infanticidio, lo stupro, l'incesto, la pedofilia.
I valori morali, dice, non devono più derivare da Dio, ma dalla natura, la cui legge fondamentale è la distruzione.
La natura distrugge incessantemente gli esseri viventi per trarre da essi i materiali con cui costruisce nuovi esseri viventi.
Leggendo De Sade cominciamo a capire come mai oggi quelli che più si danno da fare per distruggere la famiglia in nome della libertà, la sinistra statalista, Zapatero è stato in prima linea, favoriscono ogni genere di unioni, fuorchè quelle matrimoniali fra uomini e donne. 
Infatti De Sade afferma che la famiglia è il nemico naturale dello Stato rivoluzionario.
L'amore per la donna (per De Sade "essere inferiore") è un'illusione alimentata dalla superstizione cristiana. 
Nutre il massimo disprezzo per gli uomini innamorati delle donne. 
Morto l'amor cortese che ha fatto grande la letteratura occidentale, rimane solo la pornografia.
De Sade è soprattutto il primo lucido teorico di quel gusto della pornografia che oggi si è affermato come un gusto di massa nei paesi occidentali.
Egli capisce prima di chiunque altro che il sesso sganciato dall'amore, non è altro che violenza e sopraffazione del più forte sul più debole. 
Violenza dell'uomo non solo sulla donna ma sui bambini.
De Sade capisce che l'uomo senza Dio non è veramente libero, ma schiavo di una natura omicida.
Ecco, dopo più di duecento anni quasi tutte le premesse dell'Illuminismo settecentesco si sono esplicitate e checchè ne dicano ancora oggi tanti laici e laicisti che pontificano sui media che Illuminismo=modernità e cristianesimo=oscurantismo, noi cristiani li dobbiamo confutare con i fatti, con la realtà dell'oggi, rilevando che la morale laica che si vuol insegnare nelle scuole francesi, non fa altro che accelerare questo processo auto-distruttivo e suicida della Francia e dell'Europa tutta.
 
F.V.