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domenica 30 aprile 2017
è tutta la bellezza del mondo
«In tutto ciò che si inchina con grazia ci deve essere uno sforzo di rigidità. Gli archi sono belli quando si curvano, soltanto perché cercano di stare rigidi. La rigidezza che cede un poco, come la Giustizia piegata dalla Misericordia, è tutta la bellezza del mondo. Ogni cosa si sforza di essere dritta e, per fortuna, nessuna vi riesce. Cercate di stare dritti, e la vita vi piegherà».
(Chesterton, citato da Stravinsky in Poetica della Musica)
lunedì 22 febbraio 2016
noi pazzi
Fair is foul, and foul is fair:
Hover through the fog and filthy air
Conoscete queste parole? Le pronunciano le streghe di Macbeth. In italiano in genere la prima frase è resa con “Bello è il brutto e brutto è il bello”, ma in inglese c’è una coincidenza linguistica per cui fair vuol dire sì bello, ma anche buono, giusto, corretto, e foul vuol dire sia brutto che turpe, osceno, scorretto. In quasi nessuna delle lingue c’è questa coincidenza, i greci hanno dovuto inventare la parola kagatos che nasce dall’unione di kalos+agatos per indicare la bontà e la bellezza unite. In italiano invece spesso per traslato “bello” si intende anche “buono”: “stasera mi mangio una bella pizza”. In ebraico invece questa coincidenza esiste: Tov significa bello/buono era brutto/cattivo. Quindi quando Dio nei sei giorni della creazione “vide che era cosa buona”, sta contemplando qualcosa di bello e buono insieme.
Qual è il significato originale del testo di Shakespeare?: le streghe dicono: “ciò che per voi è bello/buono, per noi è brutto/cattivo e ciò che per voi è brutto/cattivo, per noi è bello/buono.” Com’è possibile ciò lo spiega il verso seguente: solo passando attraverso la nebbia e l’aria mefitica si può scambiare il male col bene. Anche Dante dice che è entrato nella Selva oscura in un momento di annebbiamento: tant’era pien di sonno a quel punto … Colui che ci porta verso il male all’inizio mette in moto i meccanismi per confondere la vista e la comprensione di ciò che è bene per tramutarlo in male e viceversa, ma in seguito, quando la sua vittima si è abituata al male, si è corrotta, come direbbe Papa Francesco, la scelta del male al posto del bene è fatta in modo sempre più consapevole e, quel che è peggio, volontario. Il mondo, come lo chiama San Giovanni, quello che non ha conosciuto Dio, ha una visione completamente opposta a quella di Dio: il mondo giudica belle e desiderabili tutta una serie di cose che sono male agli occhi di Dio.
Senza volervi tediare con il discorso sui trascendentali, sappiate però che sono alla base di quanto sto per dire ora, sappiamo che la natura di Dio è la bellezza e la bontà, ma anche che la via della salvezza dell’umanità scelta da Lui passa attraverso la bruttura e la repulsione: “il più bello dei figli dell’uomo” diventa colui che “non ha né apparenza né bellezza”: “Due flauti suonano in modo diverso, ma uno stesso Spirito vi soffia dentro. Dice il primo: “Egli è il più bello tra i figli degli uomini” (Sal 45,3); e il secondo, con Isaia, dice: ‘Lo abbiamo visto: non aveva più né bellezza, né decoro’ (Is 53,2). ‘Egli non aveva bellezza né decoro’ per dare a te bellezza e decoro. Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità, affinché tu possa correre amando e amare correndo… Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello”. Sant’Agostino, In lo. Ep., IX, 9.
Così come sono unite in Dio, così anche nella storia della salvezza la bellezza deve essere unita alla carità per non essere mero fattore estetico, guscio vuoto (e non ultimo strumento del male, perché tutto può essere pervertito, la bellezza come la verità). Quindi Gesù è bellissimo nel momento in cui è sfigurato:
Il crocifisso di Grunenwald ed il crocifisso di San Damiano ci mostrano come l’arte cristiana ha sempre cercato di mostrare i due aspetti del sacrificio della croce: l’orrore e la bellezza, che però non possono essere visti contemporaneamente, un po’ come i due lati di una moneta.
Il mondo non considererà mai belli e desiderabili il sacrificio, la rinuncia, il nascondimento, il dono di sé che invece sono belli agli occhi di Dio perché frutto della carità. Mentre invece l’autoaffermazione, l’appropriazione, l’apparenza, l’autoconservazione sono brutti agli occhi di Dio perché sono frutto della mancanza di carità.
Quindi per questo ciò che è sapiente agli occhi del mondo è stoltezza agli occhi di Dio e ciò che è sapiente agli occhi di Dio è stoltezza per il mondo: “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.” I Cor 1, 22-24
La novità del cristianesimo è la rivelazione della pazzia di Dio, Dio è pazzo, poiché esce dalla sua impassibile trascendenza per mescolarsi alle nostre gioie, alle nostre pene, alla nostra disperazione. Il tema dell’amore ‘folle’ di Dio affiora dovunque nel Nuovo Testamento. Se la creazione rivela la sapienza di Dio, l’incarnazione per la nostra salvezza rivela il suo amore pazzo per noi. Il Crocifisso per amore è il segreto di ogni follia. Il Dio incarnato discende nella morte per prendere tutti gli uomini nella follia del suo amore. Con gli occhi bendati, schiaffeggiato, schernito, coperto di sputi, rivestito di una porpora da beffa, coronato di spine, re per burla, ecce homo, ecce deus: un pazzo in verità!
in quale modo si può rispondere a questa pazzia di Dio? Essendo pazzi come Lui: Gli Apostoli lasciano tutto e lo seguono e come loro nei secoli i martiri, i monaci, i re, i frati, i missionari … Chi segue Cristo è sempre giudicato pazzo.
Ma esiste una particolare vocazione alla pazzia che è tipica della spiritualità russa: il “pazzo in Cristo”, lo “jurodivyj” è l’uomo che risponde con tutto il suo essere alla follia di Dio, che entra anche lui nella «stoltezza della croce», che diventa pazzo per amore di Cristo. Il pazzo in Cristo s’identifica con Cristo oltraggiato, crocifisso, eppure risorto: egli vive già nel Regno e denuncia l’orgoglio, l’odio e la menzogna di ‘questo mondo’. Prende alla lettera le Beatitudini e il Discorso della montagna, tutta quella insopportabile follia: la terra donata ai miti, la gioia ai perseguitati e I’offrire la guancia sinistra quando siamo colpiti sulla destra, in tre parole: amare i nemici.
Il pazzo in Cristo rivela possibile l’impossibilità del cristianesimo. È un massimalista cristiano, è uno che sotto l’apparenza di una finta pazzia vive il Vangelo alla lettera, povero e senza un rifugio. Non entra nelle le chiese se non per farvi scandalo, vive nei rifiuti della città, nella sua più compromettente o più pericolosa marginalità, con i cattivi e le donne di cattiva condotta …
Serapione, Simeone, Nicola e Teodoro, Xenia sono alcuni dei Pazzi in Cristo russi. Tra di loro c’era chi girava nudo e alla domanda «Chi ti ha svestito così?» «E’ lui» rispose Serapione, indicando il Vangelo che aveva tra le mani. C’era chi si vestiva con un’uniforme militare e diceva di chiamarsi come il marito defunto (Xenia). C’era chi correva sul fiume e si azzuffava per far capire quanto futili e meschine fossero le beghe tra due città vicine (Nicola-Testa-di-Cavolo e Teodoro). C’era chi dava scandalo in chiesa, bombardando ad esempio le donne con le nocciole o entrava nei loro bagni pubblici (Simeone). C’era chi prendeva sassate le case dei buoni e baciava le mura delle case dei cattivi (indovinate perché…) Ma grazie queste pazzie, che avevano solo lo scopo di far vedere il mondo sotto un’altra prospettiva, cioè come lo vedevano loro: sottosopra (e quindi nel modo corretto direbbe Chesterton …), i Pazzi in Cristo riuscivano a fare degli atti di carità impossibili agli altri: c’era chi dava l’elemosina ad un mercante ben vestito e ingioiellato
( si scoprirà che era tutto quello che possedeva, avendo perduto tutto e vergognandosi di chiedere la carità), c’era chi andava a trovare una prostituta generando i peggiori sospetti (le aveva portato da mangiare perché sapeva che era rimasta da tre giorni senza cibo), c’era chi di notte trasportava i mattoni in cima ad una impalcatura per facilitare il lavoro agli operai il giorno dopo …
( si scoprirà che era tutto quello che possedeva, avendo perduto tutto e vergognandosi di chiedere la carità), c’era chi andava a trovare una prostituta generando i peggiori sospetti (le aveva portato da mangiare perché sapeva che era rimasta da tre giorni senza cibo), c’era chi di notte trasportava i mattoni in cima ad una impalcatura per facilitare il lavoro agli operai il giorno dopo …
Eccoli:
Il bello è che i pazzi in Cristo, sia gli jurodivyj veri e propri che i cristiani che cercano solo di essere tali, generano spesso incomprensione anche tra gli stessi cristiani. In questo bel film, che vi consiglio, L’isola di Pavel Lungin, un monaco russo non riconosce uno jurodivyj che vive con lui nello stesso monastero e si lamenta delle sue pazzie…, ma alla domanda “Perché Caino ha ucciso Abele?” non sa rispondere, ovvero, conosce la risposta perché l’ha studiata, ma non ha fatto l’esperienza di aver ucciso un innocente, come invece il suo fratello pazzo ha fatto e sta cercando di espiare seguendo la via della pazzia.
In questo spezzone del film guardate i primi minuti almeno fino alla domanda dell’abate: “E tu lo sai?” se poi vi piace continuate pure :-)
Siccome sono una pericolosa estremista, credo che al mondo si possa solo essere pazzi, e l’unica scelta che abbiamo è per chi essere pazzi.
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venerdì 29 gennaio 2016
verso la pazzia collettiva
Il tracollo mentale profetizzato da Chesterton
Il problema di oggi non è la decadenza morale, ma è quella caratteristica del pensiero unico profetizzata da Chesterton: «Le cose vengono decise tramite associazioni di idee invece di ricorrere ad argomentazioni basate sulla realtà»
di GIUSEPPE ZOLA
Il genio spesso è anche profetico. L’ho pensato rileggendo un passo del grande Chesterton, laddove scrive che «il mondo moderno ha subito un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale. Le cose vengono decise tramite associazioni di idee invece di ricorrere ad argomentazioni basate sulla realtà». Il nostro G.K.C. sosteneva circa novanta anni fa ciò che sta avvenendo ai nostri giorni, nei quali pare che si sia perso proprio il ben dell’intelletto: oggi non si ragiona più sulla base di dati di fatto, ma solo con slogan che allontanano dalla verità della realtà.
Un caso esemplare è dato dall’uso assolutamente irrazionale che si sta facendo della parola “diritti”. Il “diritto” dovrebbe riguardare aspetti attinenti alle dimensioni essenziali della vita di ogni uomo e di ogni donna, come la vita, l’educazione, il lavoro, l’abitare, la salute. Per «associazioni di idee», invece, oggi ogni desiderio o, peggio ancora, ogni capriccio viene fatto assurgere a diritto e pertanto la nostra vita sociale si è riempita di “diritti”, con i quali, senza più pudore, si pretende di sconvolgere l’ordine naturale delle cose. E non solo, si pretende di sconvolgere la mente di interi popoli, che credono di diventare moderni per il solo fatto di adeguarsi a quelli che i salotti culturali (?) chiamano, appunto, diritti. Così, è diventato diritto delle donne quello di interrompere il corso di una vita nascente già in essere, mettendolo al posto del dovere di custodire con delicatezza quella stessa vita. E’ diventato diritto quello di avere a tutti i costi un figlio, anche quando la struttura biologica di una persona non lo permetterebbe, abbandonando così sia la realtà che il buon senso. Sta diventando diritto, secondo la pazzia del momento, la possibilità di scegliere il proprio sesso, indipendentemente dal proprio assetto fisico ed in questo caso tale diritto sfida non solo la realtà, ma lo stesso Creatore: è la bestemmia più moderna. Che fare di fronte a questa valanga di pseudo-diritti?
Ancora Chesterton ha scritto che «la fede cattolica, che preserva sempre le virtù fuori moda, in questo momento è sola nel difendere l’intelligenza indipendente della persona». C’è, allora, una strada: quella di porre resistenza a questa invasione di sedicenti diritti, ponendosi, credenti e non credenti, alla sequela di quella esperienza bimillenaria che, pur tra molti errori e molti peccati, preserva comunque sempre la verità e la realtà della persona. Il cristianesimo non bara. Non illude la gente e, soprattutto, non la prende in giro. Dice pane al pane e vino al vino. Non scambia i capricci dell’istinto dell’uomo con i diritti civili.
Molti si lamentano dell’epoca attuale, mostrando nostalgia per i “nostri tempi” e si lamentano soprattutto degli aspetti morali della nostra decadenza. Probabilmente sbagliano, perché ha ragione Chesterton: il tracollo è «mentale» prima che morale. E’ dalle idee e dalla testa che nascono tutte le cose buone, ma anche tutte le pazzie che si intromettono nella storia umana. E’ culturale il vero problema e si sbaglia a sottovalutare tale dimensione della vita: e, in questo, rischiano di sbagliare sia i cattolici che i liberali. Personalmente, cerco di sbagliare il meno possibile e, per questo, a Roma al Family Day, per dare il mio piccolo contributo ad evitare al mio Paese un grave «tracollo mentale»
lunedì 10 novembre 2014
Elogio della famiglia anarchica
Elogio della famiglia selvaggia,
anarchica e preistorica
(se basta l’amore, per allevare i bambini
vanno bene gli orfanotrofi)
Il secondo tempo del Sinodo straordinario sulla famiglia si
giocherà fra il 4 e il 25 ottobre dell’anno prossimo, quando l’argomento sarà
ripreso dal Sinodo ordinario sotto il titolo “La vocazione e la missione della
famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”. E visto come è andata la
prima metà della partita, sarà meglio allenarsi di più e prepararsi a dare
ciascuno il proprio contributo al gioco di squadra. Molto utile a questo
proposito può rivelarsi la lettura approfondita di Qu’est-ce qu’une famille?,
l’ultimo libro scritto da Fabrice Hadjadj, il
pensatore cattolico francese direttore della Fondazione Anthropos a Losanna.
Autore sempre geniale,
sorprendente e provocatorio, come anche stavolta si evince sin dal sottotitolo,
che suona così: suivi
de La Transcendance en culottes et autres propos ultra-sexistes.
Cioè “risultato de La Trascendenza nelle mutande e altre proposizioni
ultrasessiste”. La famiglia per Hadjadj è a livello umano quello che a livello
cosmico è l’acqua per Talete o l’aria per Anassimandro: il principio anteriore
a tutto il resto, il fondamento che non può essere spiegato proprio perché è un
fondamento. Solo se ne può prendere atto, constatando che a dargli forma è la
differenza sessuale che si manifesta come attrazione fra l’uomo e la donna. La
famiglia è anzitutto natura, ma sempre ordinata e presa in mano dalla cultura.
Perché il nascere, proprio di ogni forma naturale, presso gli umani è sempre
circondato da un “far nascere”. E dal far nascere della levatrice alla
maieutica di Socrate (non a caso figlio di una levatrice), che aiuta a far
nascere la verità che è dentro ad ogni uomo, il passo è breve e necessario.
Nel libro, di cui si attende
presto una traduzione in lingua italiana, Hadjadj individua principalmente tre
nemici della famiglia nelle società occidentali: le ultime tecnologie
elettroniche, la trasformazione della procreazione in produzione ingegneristica
di esseri umani, e le derive fallocentriche (proprio così) della maggior parte
dei femminismi odierni. Su questi argomenti Tempi lo ha
intervistato.
Il suo libro è apparso alla vigilia del Sinodo dei vescovi sulla
famiglia. Le pare che i lavori e il documento finale del Sinodo riflettano
alcune delle sue preoccupazioni?
Il problema di un Sinodo è che deve parlare per la Chiesa
universale, mentre le situazioni che la famiglia vive possono essere molto
differenti da un paese all’altro, addirittura radicalmente opposte. Per quello
che mi riguarda, si tratta di pensare quello che succede alla famiglia nelle
società post-industriali, contrassegnate dall’economia liberale. La Relatio
Synodi, nella sua diagnosi si accontenta di evocare una volta di
più l’«individualismo» e l’«edonismo», mentre i dibattiti si sono
cristallizzati attorno alla questione dei «divorziati risposati» o alla
benedizione delle persone omosessuali. In questo modo mi sembra si manchi
completamente ciò che è assolutamente proprio della nostra epoca, intendo dire
la rivoluzione antropologica che si sta operando: il passaggio dalla famiglia
all’azienda, e dalla nascita alla fabbricazione – o se preferite dal
concepimento oscuro nel ventre di una madre, al concepimento trasparente nello
spirito dell’ingegnere… La famiglia è attaccata sul piano ideologico fin dagli
inizi del cristianesimo. Per esempio dagli gnostici. Ma oggi l’attacco è più
radicale: esso non proviene tanto dall’ideologia, quanto dal dispositivo
tecnologico. Non è più questione di teoria, ma di pratica, di mezzi efficaci
per produrre al di fuori dei rapporti sessuali degli individui più adatti, più
performanti.
Lei oppone la tavola in legno, attorno alla quale si riunisce la
famiglia, al tablet elettronico, che ne separa e isola i membri, e la sua
conclusione è che la tecnologia ha fatto collassare la famiglia e che
assistiamo alla sua «distruzione tecnologica». Siamo davanti al più grande
nemico della famiglia?
Qual è il luogo dove si tesse il tessuto familiare? Qual è il
luogo dove le generazioni si incontrano, conversano, talvolta litigano e
tuttavia, attraverso l’atto molto primitivo di mangiare insieme, continuano a
condividere e ad essere in comunione? Questo luogo è tradizionalmente la
tavola. Oggi invece sempre di più ciascuno mangia davanti alla porta del
frigorifero per tornare più rapidamente al proprio schermo individuale. Non si
tratta nemmeno più di individualismo, ma di «dividualismo», perché su quello
schermo ciascuno apre più finestre e si divide, si frammenta, si disperde,
perde il suo volto per diventare una moltitudine di «profili», perde la sua
filiazione per avere un «prefisso». La tavola implica il raggrupparsi, entro
una trasmissione genealogica e carnale. Il tablet implica la disgregazione,
entro un divertimento tecnologico e disincarnato. D’altra parte l’innovazione
tecnologica fa sì che ciò che è più recente sia migliore di ciò che è antico, e
dunque distrugge il carattere venerabile di ciò che è antico e dell’esperienza.
Se la tavola scompare, è anche perché l’adolescente diventa capofamiglia: è lui
che sa maneggiare meglio gli ultimi gadget elettronici, e né il nonno né il papà
hanno niente da insegnargli.
Lei scrive, molto provocatoriamente, che se davvero pensiamo che
tutto ciò di cui hanno bisogno i figli siano l’amore e l’educazione, allora non
soltanto una coppia di persone dello stesso sesso può assolvere alla bisogna, ma
pure un orfanotrofio di qualità. Se l’essenziale sono l’amore e l’educazione,
non è detto che una famiglia sia necessariamente il posto migliore per un
bambino. Allora perché la famiglia padre-madre merita di essere privilegiata?
È la questione posta nel Mondo nuovo di Aldous Huxley: se avete un figlio per la via sessuale, è semplicemente perché siete andati a letto con una donna. Ciò non offre garanzie sulle vostre qualità riproduttive né sulle vostre competenze di educatore. Ecco perché sarebbe meglio, per il benessere del nuovo essere creato, che sia messo a punto dentro a un’incubatrice ed educato da degli specialisti. Questa argomentazione è molto forte. Fino a quando i cristiani continueranno a definire la famiglia come il luogo dell’educazione e dell’amore, essi non la contraddiranno, daranno anzi delle armi ai loro avversari, che potranno concludere che due uomini capaci di affetto e specializzati in pedagogia sono molto più adatti di un padre e di una madre. Ma il problema è che è ancora il primato del tecnologico sul genealogico che presiede a questa idea e ci spinge a sostituire la madre con la matrice e il padre con l’esperto.
Dietro a tutto questo c’è l’errore di cercare il bene del bambino e di non considerare più il suo essere. Ora, l’essere del bambino è di essere il figlio o la figlia di un uomo e di una donna, attraverso l’unione sessuale. Attraverso questa unione, il bambino arriva come un sovrappiù dell’amore: non è il prodotto di un fantasma né il risultato di un progetto, ma un’altra persona che sorge, singolare, incalcolabile, che supera i nostri piani. Quanto al padre, dal semplice fatto che ha trasmesso la vita riceve un’autorità senza competenza, e ciò è molto meglio di qualunque competenza professionale. Perché il padre è anzitutto là per manifestare al bambino il fatto che esistere è cosa buona, mentre gli esperti sono là per mostrare che è cosa buona riuscire. E poi la sua autorità senza competenza lo spinge a riconoscere davanti al bambino che lui non è il Padre assoluto, e dunque a rivolgersi insieme al suo bambino verso questo Padre dal quale ogni paternità trae il suo nome.
È la questione posta nel Mondo nuovo di Aldous Huxley: se avete un figlio per la via sessuale, è semplicemente perché siete andati a letto con una donna. Ciò non offre garanzie sulle vostre qualità riproduttive né sulle vostre competenze di educatore. Ecco perché sarebbe meglio, per il benessere del nuovo essere creato, che sia messo a punto dentro a un’incubatrice ed educato da degli specialisti. Questa argomentazione è molto forte. Fino a quando i cristiani continueranno a definire la famiglia come il luogo dell’educazione e dell’amore, essi non la contraddiranno, daranno anzi delle armi ai loro avversari, che potranno concludere che due uomini capaci di affetto e specializzati in pedagogia sono molto più adatti di un padre e di una madre. Ma il problema è che è ancora il primato del tecnologico sul genealogico che presiede a questa idea e ci spinge a sostituire la madre con la matrice e il padre con l’esperto.
Dietro a tutto questo c’è l’errore di cercare il bene del bambino e di non considerare più il suo essere. Ora, l’essere del bambino è di essere il figlio o la figlia di un uomo e di una donna, attraverso l’unione sessuale. Attraverso questa unione, il bambino arriva come un sovrappiù dell’amore: non è il prodotto di un fantasma né il risultato di un progetto, ma un’altra persona che sorge, singolare, incalcolabile, che supera i nostri piani. Quanto al padre, dal semplice fatto che ha trasmesso la vita riceve un’autorità senza competenza, e ciò è molto meglio di qualunque competenza professionale. Perché il padre è anzitutto là per manifestare al bambino il fatto che esistere è cosa buona, mentre gli esperti sono là per mostrare che è cosa buona riuscire. E poi la sua autorità senza competenza lo spinge a riconoscere davanti al bambino che lui non è il Padre assoluto, e dunque a rivolgersi insieme al suo bambino verso questo Padre dal quale ogni paternità trae il suo nome.
L’altra causa di distruzione della famiglia che lei cita è il
rifiuto della nascita come nascita, cioè come qualcosa di naturale e
imprevisto. Chi è favorevole alla tecnologizzazione della nascita dice che
bisogna vigilare per un’utilizzazione delle biotecnologie vantaggiosa per il
bambino che deve nascere, ma che comunque queste tecniche sono buone. Che cosa
risponderebbe loro?
Se le biotecnologie vengono utilizzate per accompagnare o
restaurare una fertilità naturale, sono favorevole ad esse: è il senso stesso
della medicina. Ma se consistono nel farci entrare in una produzione
artificiale, non si tratta più di medicina, ma di ingegneria. Quel che allora
succede, è che il bambino diventa un diritto che viene rivendicato, e non più
un dono di cui ci si sente indegni. A partire da ciò, voi potete immaginare le
influenze che subirà. Ma la cosa più grave sta in un altro fatto, in quella che
chiamerei la confusione fra novità e innovazione. Se il nuovo nato rinnova il
mondo, è perché egli in qualche modo viene fuori preistorico: non ci sono
differenze fondamentali fra il bebè dell’italiano di oggi e quello dell’uomo
delle caverne. È sempre un piccolo primitivo, un piccolo selvaggio che sbarca
nella famiglia, e che porta con sé un inizio assoluto, la promessa rinnovata
dell’aurora. Se in futuro la nascita sarà misurata sul metro dell’innovazione,
se si fabbricheranno principalmente dei bebè transumani, essi saranno vecchi
già prima di nascere, perché riproporranno la logica del progresso e quindi
anche della fatale obsolescenza degli oggetti tecnici. Corrisponderanno agli
obiettivi di chi li commissiona, alle attese della loro società. Ci ritroviamo
di fronte a un’inversione delle formule del Credo: si vuole un essere che sia
«nato dal secolo prima di tutti i padri, creato e non generato».
Lei scrive: «Grazie alla tecnologia, la dominazione fallica è
assicurata principalmente da donne isteriche prodotto di uomini castrati». Cosa
intendete dire?
Il proprio del femminile, nella maternità, è di accogliere dentro
di sé un processo oscuro, quello della vita che si dona da sé. Creare degli
uteri artificiali può apparire come un’emancipazione della donna, ma in realtà
è una confisca dei poteri che le sono più propri. Da una parte per far sì che
la donna, non essendo più madre, diventi un’impiegata o una padrona (come se
fosse una liberazione); dall’altra perché il processo vitale oscuro diventi una
procedura tecnica trasparente, quella di un lavoro esterno e controllato, che è
ciò a cui si limita l’operazione dell’uomo, che non ha un utero e fabbrica con
le proprie mani. Ed eccoci di fronte al paradosso della maggior parte dei
femminismi: essi non sono che un machismo della donna, un rivendicare
l’eguaglianza ma sulla scala dei valori maschili, un volere una promozione in
pieno accordo con la visione fallica del mondo. Perché la fecondazione e la
gestazione in vitro sono quanto di più prossimo ci sia a un dominio fallico
sulla fecondità: non avere più bisogno del femminile, fare entrare la
procreazione nel gioco della fabbricazione, della trasparenza e della
concorrenza. Come ho già parlato di un’inversione del Credo, potrei parlare in
questo caso di una Contro-Annunciazione. Nell’Annunciazione evangelica, Maria
accetta una gravidanza che la supera due volte, dal punto di vista naturale e
da quello sovrannaturale. Nella Contro-Annunciazione tecnologica, la donna
rifiuta ogni gravidanza, ed esige che la procreazione sia una pianificazione
integrale, che non la supera più, ma s’inserisce nel suo progetto di carriera.
Lei è d’accordo con Chesterton che la famiglia è «l’istituzione
anarchica per eccellenza». Che cosa significa? La famiglia ancora oggi è
accusata di autoritarismo, o di essere un residuo dell’epoca del potere
patriarcale.
La famiglia è un’istituzione anarchica nel senso che è anteriore
allo Stato, al diritto e al mercato. Dipende dalla natura prima di essere
ordinata dalla cultura, poichè naturalmente l’uomo nasce dall’unione di un uomo
e di una donna. In poche parole, ha il suo fondamento nelle nostre mutande. È
qualcosa di animale – il maschio e la femmina – e nello stesso tempo noi
crediamo che questa animalità sia molto spirituale, di una spiritualità divina,
iscritta nella carne: «Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li
creò». C’è qualcosa che è donato, e non costruito. Tanto che anche il
patriarca, come si vede nella Bibbia, è sempre sorpreso e pure esasperato dai
suoi figli. Pensate alla storia di Giacobbe. Pensate a Giuseppe, il padre di
Gesù. Non si può certo dire che tengono sotto controllo la situazione.
L’autorità del padre si trasforma in autoritarismo quando finge di avere tutto
sotto controllo e di essere perfettamente competente. Ma come ho detto prima,
la sua vera e più profonda autorità sta nel riconoscere che non è all’altezza,
e che è obbligato a volgersi verso il Padre eterno.
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martedì 30 settembre 2014
la Fede? una palla al piede
I bagagli scomodi della Chiesa
Si rende sempre
più comune la convinzione che per vivere la fede, per trasmettere la fede ai
lontani (nelle periferie
esistenziali del mondo o della vita o delle coscienze e via dicendo), la
dottrina ( e quindi la Tradizione, quella che i Padri definiscono la regula
fidei) sia relativa, o secondaria se non addirittura inutile, anzi molte volte
un peso! Tanto la fede si riconduce ad un 'esperienza che basta a se stessa,
che spiega se stessa! Una convinzione, o meglio un sentire, che serpeggia in
maniera più o meno consapevole fra non pochi cattolici seriamente impegnati e
che tende ad opporre drasticamente l'esperienza religiosa, la fede come
esperienza alla dottrina della fede.
Premesso ciò, il Cristianesimo, certo, è anche
esperienza, ma l’esperienza è per sé stessa, incomunicabile senza diventare un
fatto soggettivo, variabile, se non volubile; mentre ciò che si può comunicare
sono i princìpi che precedono l’esperienza e da cui l’esperienza dipende.
Nessuno mette in dubbio l’esistenza dell’esperienza religiosa che, sotto certi
aspetti, è la forma più alta di vita cristiana. L’esperienza è infatti una
conoscenza immediata e diretta della realtà, come ci insegna San Tommaso e
tutta la tradizione tomistica della Chiesa. Nel percorso di Mons. Luigi
Giussani questo aspetto è particolarmente evidente: l’esperienza religiosa non
solo non nega la credibilità razionale della fede, ma la presuppone. Mentre
nella prospettiva di coloro che pretendono di esaurire la fede nell'esperienza,
prescindendo o relativizzando la razionalità dei motivi, posiamo dire che essa
si trasforma in una fede diluita e proteiforme. Qualche esempio! Chi potrà dire
al buddista che la sua esperienza religiosa non sia vera, mentre la tua si?
Esperienza è la sua ed esperienza è la tua. Chi potrà dire al protestante che
la sua adesione alla fede luterana sia meno vera della tua. Esperienza è la sua
ed esperienza è la tua! Chi potrà dire all'anziano signore convertitosi a
ottant'anni ai TdG che la sua scelta è errata, che quella fede non salva! Ti
risponderà: come mi hanno abbracciato questi fratelli non mi ha abbracciato
nessuno! E allora? Attendiamo un abbraccio migliore? E chi ti dice che ci sia?
E che quell'abbraccio sia vero solo perchè migliore? L’esperienza religiosa ha
valore solo se sottomessa alla ragione, alla rivelazione e al magistero,
all'oggetività delle verità di fede immutabili! Questo da sempre la Chiesa
crede e professa!
Oggi si è smarrita la vera nozione di fede, perché
la si riduce a sentimento del cuore, a pura esperienza, dimenticando che essa è
un atto razionale, che ha come oggetto la verità. L’intelletto è la sola
facoltà spirituale che può far proprie le verità proposte dalla rivelazione.
Perché l’esperienza religiosa sia vera e non sia
un’illusione ci vuole invece un criterio di verità. Il problema di fondo è come
determinare l’autenticità dell’esperienza. L’esperienza religiosa può essere
solo esperienza del vero Dio e della vera religione: non è un generico
sentimento di dipendenza dall’assoluto, di umano beneficio o gratificazione,
ecc..
Ogni errore ha delle conseguenze.
Ogni errore ha delle conseguenze.
L’esperienza, dunque, poiché il cristianesimo esige
non solo di essere conosciuto, creduto, pensato, ma anche vissuto. Ma
“esperienza” è concetto ambiguo che porta inevitabilmente con sé una quota di
soggettivismo e rischia di relativizzare la fede. Se è vero che il
cristianesimo è incontro con Cristo, bisogna insegnare dove ordinariamente
avviene: nella Chiesa e nei suoi sacramenti. Certamente il Signore può trovare
altre strade per intercettare un’anima, dalla bellezza di un tramonto
all’affetto di una “compagnia”. Ma Cristo si incontra nei sacramenti, dal
battesimo alla confessione passando per l’eucarestia, e nella preghiera. Per
questo vado a messa, mi confesso, mi comunico, mi inginocchio e prego. Perché
nel corso della giornata vorrei avere occhi solo per vedere Gesù, ma so che,
senza di Lui, non ho la forza per farlo.
Il resto è terreno sdrucciolevole, sul quale i
sentimenti rischiano di accecare la ragione e l’esperienza rischia di mangiarsi
la verità. Un territorio dove concetti veri come “fascino”, “attrazione”,
“risposta alla domanda dell’uomo” possono illudere che seguire Cristo sia
l’assecondare una gradevole strada in discesa, mentre è proprio il contrario.
L’uomo deve combattere contro tutto ciò che in ogni momento lo spingono lontano
da Cristo, deve lottare con la sua “debolezza mortale” ci ricorda la liturgia
della Chiesa. E deve vigilare perché il peccato e il male diventano persino un veicolo privilegiato
da pilotare per tenere comodamente insieme l’incontro con Cristo e una vita
lontana dal Decalogo, dando del moralista a chi lo fa notare e in barba proprio
a quel Cristo che ammonisce “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva,
questi è colui che mi ama”.
Per uno di quei paradossi che ne fanno l’unica
religione vera, il cristianesimo è esaltante perché indica a tutti il povero
orizzonte di quelli che il vecchio Chesterton chiamava i cristiani comuni.
Quelli che credono giusto il bere e biasimevole l’ubriachezza, che credono
normale il matrimonio e anormale la poligamia, che condannano chi colpisce per
primo e assolvono chi ferisce in propria difesa. Quelli che pensano, e quindi
compiono, ciò che la dottrina ha sempre insegnato e, loro sì, sono avviati
verso il Paradiso.
Insomma, si certamente, esistono tanti modi di vivere ed esprimere la fede. Ma questi sono legittimi solo in quanto non contraddicono la dottrina della fede formulata dalla Chiesa. È sempre essenziale la convergenza tra dottrina e vita.
Insomma, si certamente, esistono tanti modi di vivere ed esprimere la fede. Ma questi sono legittimi solo in quanto non contraddicono la dottrina della fede formulata dalla Chiesa. È sempre essenziale la convergenza tra dottrina e vita.
Domanda: In questi tempi si insiste molto sulla dimensione pastorale piuttosto che sulla proclamazione della Verità. Si dice: << <<..A chi vive nel deserto esistenziale del nostro mondo non si può proporre la vera dottrina ma un abbraccio.>> Che dire in proposito?
Risposta: Prima di tutto va detto che non c'è pastorale senza verità. Non c'è nessun abbraccio che sia buono se non è nella verità e se non porta alla verità. Come recentemente ha affermato il cardinale Muller ( Prefetto della Congregazione della dottrina della fede) non c'è contrapposizione tra pastorale ( l'abbraccio) e la verità, Cristo maestro e Cristo pastore ( cioè che abbraccia) non sono due Cristi diversi; Cristo è maestro ed è pastore, ed è pastore proprio in quanto è maestro.
La pastorale ( l'abbraccio della Chiesa) è la traduzione della verità sul piano della predicazione e dell'azione cristiana. E' sempre la verità che "informa", nel senso di "dare forma", "dare contenuto", alla pastorale, non il contrario.
Il pastore cosa deve fare? Deve guidare le pecore e proteggerle dai lupi, cioè dai pericoli. Guidare significa orientare verso una meta e non c'è meta senza conoscenza. Proteggere significa mettere in guardia dai pericoli, non solo individuarli, ma anche denunciarli e renderli riconoscibili a tutti affinché nessuno possa lasciarsi irretire.
L'errore logico di qualcuno è di credere che più verità è uguale a meno carità o misericordia .... ma basta un po' studiare i duemila anni di storia della Chiesa per accorgersi che la difesa della verità non è stato mai considerato un atto di poca carità o misericordia! Dire che il matrimonio è indissolubile non è mancare di misericordia verso gli altri....ma amarli veramente! Un papà che non dica al figlio che il fuoco brucia perché altrimenti il figlio potrebbe sentirsi represso o inibito nelle sue esperienze non è un vero papà, è un delinquente. Quindi insegnare, custodire, difendere la retta dottrina è la più grande misericordia della Chiesa verso l'uomo che si trova nel deserto esistenziale altrimenti è solo inutile sentimentalismo. Comunque si possono rileggere con calma e meditare: J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo e L. Giussani, La coscienza religiosa nell'uomo moderno.
La pastorale ( l'abbraccio della Chiesa) è la traduzione della verità sul piano della predicazione e dell'azione cristiana. E' sempre la verità che "informa", nel senso di "dare forma", "dare contenuto", alla pastorale, non il contrario.
Il pastore cosa deve fare? Deve guidare le pecore e proteggerle dai lupi, cioè dai pericoli. Guidare significa orientare verso una meta e non c'è meta senza conoscenza. Proteggere significa mettere in guardia dai pericoli, non solo individuarli, ma anche denunciarli e renderli riconoscibili a tutti affinché nessuno possa lasciarsi irretire.
L'errore logico di qualcuno è di credere che più verità è uguale a meno carità o misericordia .... ma basta un po' studiare i duemila anni di storia della Chiesa per accorgersi che la difesa della verità non è stato mai considerato un atto di poca carità o misericordia! Dire che il matrimonio è indissolubile non è mancare di misericordia verso gli altri....ma amarli veramente! Un papà che non dica al figlio che il fuoco brucia perché altrimenti il figlio potrebbe sentirsi represso o inibito nelle sue esperienze non è un vero papà, è un delinquente. Quindi insegnare, custodire, difendere la retta dottrina è la più grande misericordia della Chiesa verso l'uomo che si trova nel deserto esistenziale altrimenti è solo inutile sentimentalismo. Comunque si possono rileggere con calma e meditare: J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo e L. Giussani, La coscienza religiosa nell'uomo moderno.
domenica 24 agosto 2014
In una Chiesa normale ...........
La tifoseria "cattolica" si rifiuta di vedere i veri problemi della Chiesa
Dalla tifoseria papista si è levata ieri più veloce della luce la voce di Tornielli che ha da ridire contro tutti gli «ex papisti» [sic] lamentando che due anni fa difendevano Benedetto XVI mentre oggi «bombardano con sarcasmo e talora disprezzo» [sic] Francesco.
Siamo in quei tempi di ripudio della ragione oltre che della fede, ampiamente preannunciati da Chesterton: « ... Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate ... » E - ci permettiamo di aggiungere - piccoli blog di periferia verranno mobilitati per ricordare che si è fedeli al Papa perché cattolici, non viceversa. Non si tratta di un'opinione nostra ma di Colui che oltre a dire «pasci le mie pecorelle».
Pietro e i suoi successori sono custodi del deposito della fede, con tutta la responsabilità sull'intero gregge.
La Chiesa vive tempi che non sono normali.
In una Chiesa normale, parole e azioni del Papa sono quelle che «spiegano», non quelle che«hanno bisogno di spiegazioni».
In una Chiesa normale, le priorità sono «ab intra» (amministrare rettamente i sacramenti, insegnare bene la retta dottrina, guidare spiritualmente le anime), non le attività «ad extra» (dialoghi ecumenici e marce per la pace, preghiere sincretiste, osservatori e laboratori di accoglienza, campi scuola e centri di ascolto, sinodalità praticamente istituzionalizzata, interviste a fiumi e pastorale mediatica, pastorale del turismo e dello sport, partite interreligiose, ecc.)
In una Chiesa normale non si anima una tifoseria sofista arrivando ad evocare la vicenda di Pio XII: tutt'altra storia e fraintendimenti pilotati sappiamo da chi.
In una Chiesa normale non si anima una tifoseria sofista arrivando ad evocare la vicenda di Pio XII: tutt'altra storia e fraintendimenti pilotati sappiamo da chi.
In una Chiesa normale, le vocazioni non vengono ostacolate e abortite a causa di legittime preferenze sulla liturgia (caso FI) e non si lasciano inascoltate le richieste e le esigenze spirituali dei fedeli.
In una Chiesa normale non si interviene sui vescovi che fossero disposti ad accogliere gli esuli dal carìsma originario del proprio Ordine brutalizzato.
In una Chiesa normale non si interviene sui vescovi che fossero disposti ad accogliere gli esuli dal carìsma originario del proprio Ordine brutalizzato.
In una Chiesa normale, uno è cattolico in virtù di ciò che personalmente professa e di come vive i sacramenti, non per l'appartenenza a qualche tifoseria papista, non per l'attivismo chiesastico, non per il numero di volte che infila nel discorso qualche parolone del gergo cattolico di moda al momento, non per i soldi o l'impegno che investe per il suo movimento o per la sua apparizione preferita.
In una Chiesa normale, chi dice scempiaggini non è da applaudire ma da castigare: tanto più quando si tratta di membri del clero o di persone di spicco.
In una Chiesa normale, chi dice scempiaggini non è da applaudire ma da castigare: tanto più quando si tratta di membri del clero o di persone di spicco.
In una Chiesa normale, la liturgia è culto a Dio, non un cerimoniale in cui occorra sforzarsi di dare il proprio contributo.
In una Chiesa normale, la teologia è quella che chiarisce anche ai semplici, non quella che richiede sforzo degli esperti.
In una Chiesa normale, la carriera ecclesiastica dipende dall'ortodossia, dai doveri di stato, dalla santità di vita, non da automatismi curiali o da benemerenze servili (quante berrette cardinalizie, rosse per la disponibilità al martirio, lo sono in pratica oltre che in teoria? E stendiamo un velo pietoso su quanto lo fossero in difesa o in comunione d'intenti con Benedetto XVI)
In una Chiesa normale non esce dalla Chiesa chi sta al suo passato, ne esce chi inventa un cristianesimo nuovo. Tornare al passato non è chiusura a nove, (i modi nuovi di riscoprire e approfondire la verità) ma a nova (le cose nuove che sovvertono).
In una Chiesa normale la Tradizione non è roba da museo, ma vita e giovinezza perenne, che è progresso autentico verso il fine cui è orientata; progresso nella sua giusta accezione e non da una visuale ideologica.
In una Chiesa normale l'ortodossia non è considerata “una violenza metafisica” che porta alla sostituzione del primato della dottrina con quello della prassi e dunque dell'azione sulla conoscenza.
In una Chiesa normale la storia e la cultura vengono lette alla luce del Vangelo e non viceversa.
In una Chiesa normale, l'insegnamento di oggi non può contraddire quello di ieri.
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