Visualizzazione post con etichetta deserto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta deserto. Mostra tutti i post

mercoledì 3 febbraio 2016

La forza del pudore per viaggiare leggeri

EDUCARE LE EMOZIONI

IL PUDORE



(NPG 09-09-69)
Raffaele Mantegazza
La natura ama nascondersi
(Eraclito)
Nel bel film Stand by me – che tutti gli educatori che lavorano con preadolescenti dovrebbero vedere – il protagonista ragazzino, che va con tre compagni alla ricerca dei resti di un coetaneo morto, vede un daino nel bosco risvegliandosi la mattina; ma non ne parla agli altri ragazzi, lasciando che quell’incontro sia un segreto, resti nell’area del non-detto. È l’unico momento in quella avventura nel quale i quattro preadolescenti non condividono qualcosa, non mettono in comune una esperienza; il daino resta nell’intimo del protagonista, questa esperienza non sarà mai raccontata, se non a distanza di anni in un romanzo autobiografico.
Ci sembra che questa storia possa servire da esempio per quello che noi definiamo pudore come resistenza all’istigazione al discorso che ci appare sempre più come la caratteristica negativa dell’educazione contemporanea – e non solo dell’educazione. Ai ragazzi viene chiesto di dire tutto, di parlare di sé e del loro mondo, di denudarsi spiritualmente di fronte ai compagni e agli educatori, e ogni tentativo di sottrarsi a questa educazione da terzo grado è patologizzato e interpretato come indebita resistenza all’educazione e all’educatore.
Tutto questo riflette in realtà una situazione più ampia a livello sociale: l’esibizione costretta e impudica delle nudità dei pazienti negli ospedali fa il paio con la richiesta altrettanto irrispettosa della messa a nudo dei propri sentimenti nei talk-show, nelle interviste e in tutto l’insopportabile circo mediatico.
Nulla sembra sfuggire a questa esposizione universale del dolore, del sentimento, della nudità dei soggetti; ci viene in mente l’esperienza del piccolo Jona che vede il cadavere del padre nudo in mezzo agli altri deportati uccisi nel campo di sterminio:
Altri bambini ci avevano seguito. La maggior parte si teneva il naso chiuso. Una bambina mi disse: «Guarda, là c’è il tuo papà, non ha neppure un lenzuolo». Allora vidi i morti. Erano fagotti fatti di lenzuola. Da alcuni sporgevano gambe e braccia. Certi corpi erano nudi. Altri avevano ancora i calzoni. Giacevano lì, gettati disordinatamente uno sopra l’altro, per verso e per traverso. (…). Entrai e scavalcai i corpi che mi stavano davanti. Mi arrampicai sul mucchio e gettai un’occhiata nel fagotto più in alto. Vidi soltanto un braccio. Cominciai a svolgere il lenzuolo. Fuori udii che gridavano. Tirai fuori il braccio. La mano somigliava a quella di mio padre Tirai ancora il lenzuolo fino a che riuscii a vedere la testa. Il volto era nero di barba. Scesi giù dal mucchio e guardai il corpo di lato. La luce ci arrivava sopra appena. Cercai di vederlo in volto. Gli occhi erano neri. Le guance incavate. La barba corta come quella del mio papà. Anche il naso somigliava al suo. Guardai ancora le mani. Assomigliavano molto a quelle del papà. (…) Una delle bambine disse: «Tuo padre non ha neanche un lenzuolo». Io dissi che lo aveva sì, il lenzuolo addosso, e che lo avevo visto con i miei occhi. Lei disse che lo aveva visto anche lei e che non era vero. (…) Poi corremmo via e io ora potevo restare con quelli più grandi. La sera la mamma mi domandò che cosa avevo fatto durante il giorno. Le raccontai che ero stato insieme ai ragazzi più grandi. Mi domandò se mi prendevano così senz’altro con loro e io le spiegai che ora sì, mi prendevano con loro, perché avevo superato la prova. Ero stato all’osservatorio. Lei mi domandò che cos’era, un osservatorio. Risposi che lo sapeva benissimo, che lì c’erano i cadaveri e che sapeva anche benissimo che mio padre era stato gettato sopra gli altri cadaveri e che non aveva neppure un lenzuolo e io avevo detto ai bambini che ne aveva sì uno, mentre avevo visto benissimo che non ne aveva. Mi misi a strillare che lei era matta a lasciare che lo buttassero così sugli altri cadaveri senza lenzuolo e che non mi aveva neppure raccontato che era stato portato via dalla baracca dell’infermeria e che io volevo andare almeno a salutarlo un’ultima volta e che lei era stata cattiva e che era colpa sua se era lì così nudo sopra i cadaveri. [1]
Occorre allora trovare lenzuola; occorre insegnare ai bambini e ai ragazzi, alle ragazze e alle bambine, a trovare spazi e tempi di nascondimento e di raccoglimento, per celare al mondo ciò che hanno di più intimo e di più personale. Si tratta di cercare quelli che noi definiamo «buchi bianchi»: un buco bianco è un frammento di spazio-tempo essenziale per la resistenza del soggetto, uno spazio di crepa, di falda, di soglia che si incunea nelle incrinature presenti tra gli oggetti e nell’anima stessa degli oggetti.
Il buco bianco è spazio pudico e nascosto nel quale rielaborare e finalizzare i propri sforzi; spazio di riposo ma anche di disimpegno attivo dal fragore del mondo; è il cespuglio dietro il quale si nasconde la tigre prima di spiccare il balzo, è il silenzio gravido di promesse proprio di quel cespuglio. Nel buco bianco ci si cela, ci si nasconde, kryptestai: pensiamo al buco bianco come a uno spazio-tempo di ridefinizione di frammenti di quel Sé violentato dalle istanze di dominio, di riappropriazione di tutti i significati delle cose che sono stati cancellati dal trascorrere dei secoli.
Il bigliettino che i due adolescenti innamorati si scambiano in segreto nell’aula scolastica, il doppiofondo della cartella nel quale il bambino nasconde i soldatini come il muro della cella sul quale il deportato scrive messaggi d’amore o di lotta, sono frammenti interstiziali in uno spazio-tempo del dominio che crediamo omogeneo, ma che in una prospettiva resistenziale possiamo colonizzare con i «nostri» buchi bianchi.
Ma tutto questo non è possibile se l’educatore per primo non mette in atto procedure di sottrazione e di nascondimento: il mito cabalistico dello tzim-tzum si interroga sulle origini del mondo e del cosmo prevedendo una sorta di rattrappimento della divinità. Creando il mondo Dio, si è ritirato progressivamente per lasciare spazio a quell’altro da sé che era ed è la sua creazione; non ci sono parole per dire che cosa ci sia nell’assenza di Dio e che cosa ci sia nel prima rispetto alla comparsa del mondo.
In un certo senso è proprio questo rattrappimento a dover essere ricercato e perseguito dall’educatore che vuole insegnare la forza resistenziale del pudore: lasciare spazio al proprio allievo significa sia farsi da parte nel momento in cui gli/le si attribuiscono nuove responsabilità, sia lasciare in ombra parti di sé (la propria vita privata, le proprie vicende sessuali, le proprie frustrazioni con i figli) che devono essere appunto sottratte alla relazione educativa e giocate nei propri spazi privati.
C’è allora una debole forza resistenziale del pudore: occorre imparare il pudore e insegnarlo ai nostri ragazzi, come contrappeso alla squallida esibizione dei sentimenti che i mass-media ci propongono; un silenzio pudico come cura di ciò che si è ricevuto, come salvaguardia di ciò che potrebbe morire se esposto all’aria aperta, nella piazza, nell’agorà.
La democrazia che occorre realizzare, che è democrazia cosmica perché non può non comprendere gli animali e le piante come portatori di diritti, non è una democrazia trasparente (questa sarebbe semmai una distopia); è invece un mondo popolato di spazi oscuri e di penombre quello che dovremmo iniziare a costruire, dove il principale diritto dell’uomo, della donna e dell’animale è il diritto al silenzio e alla solitudine, alla cura per il non-detto e per non-dicibile, alla contemplazione solitaria e rispettosa dell’esperienza dell’incontro con un daino, troppo fragile e tenera per poter essere esposta ai riflettori della narrazione obbligata e della pubblica confessione.
Si tratta di invitare a uno stile di vita leggero e sobrio, che sappia sottrarsi senza che questo significhi abbandonare il mondo o tradire le amicizie; ma si tratta anche di uno stile di vita che sappia chiudere le storie, gestire i congedi, narrare gli addii:
Nei buchi neri del mondo è difficile perdersi completamente,/
c’è sempre un momento in cui si ritorna con le mani nervose a domandare di niente, /
ma lei c’è riuscita, diceva, non credo che ti ricorderai,/
mentre ridendo mi lasciava una busta con scritto non aprire mai./
Ed è per questo che noi da oggi, abbiamo smesso di cercarla,/
avrà certo fatto ancora molte volte l’amore, avrà certo passato il confine straniero, /
starà certo aspettando da sola il suo grande sospiro.[2]
Il pudore ci regala la forza di andare leggeri per il mondo e di considerare anche le altrui presenze come passeggere, e per questo più profonde, più importanti; gestire il mistero che alberghiamo dentro noi senza metterlo sempre al centro dell’occhio di bue dei media ma condividendolo con alcuni amici (e per certi versi nemmeno con quelli, come per il daino di Stand by me) può insegnare a serbare la propria identità più autentica; e può insegnare anche agli altri quel senso del congedo e del ritiro, quell’anticipazione della morte che per chi vive di audience e di dati Auditel è il peggior terrore, ma per chi sa vivere celato (almeno per una parte che sa) perde in parte il suo pungiglione velenoso. Insegnare il pudore significa insegnare ad andarsene:
Con il mare proprio sotto casa mia /
il mio destino in fondo quale vuoi che sia /ho scelto la mia vita libera /
può darsi che non torni più /del mio ricordo fanne un po’ quel che vuoi tu (…) Il giorno che la voce del vento si farà lontana /
forse sui capelli avrò tutto il bianco del sole ormai /
se avrò voglia di tornare /
certamente lo farò /
spero tanto che non ti ritroverò.[3]

La libertà dell’educando sta nel sapersi ritirare anche dal processo educativo; ogni progetto pedagogico che non rispetti, anzi che non preveda questa libertà, è un progetto di conquista e di colonizzazione dell’anima degli educandi.
Alla fine, il maggior sintomo di rispetto del pudore dei figli, dei ragazzi e delle ragazze è la consapevolezza che si sta lavorando per il loro «andare via»; la speranza, alla fine del viaggio, di voltarsi indietro e non ritrovarli più perché sono oramai nel mondo della vita, arricchiti però della consapevolezza che le ricchezze interiori non vanno regalate al mondo ma serbate dentro di sé, come la Madonna «serbava in cuor suo» (Lc 2,19) quel mistero che forse non capiva ma forse comprendeva (nel senso di prenderlo-con sé) fin troppo profondamente.




[1] Jona Oberski, Anni d’infanzia. Un bambino nel lager, Firenze, Giuntina 1989, pag. 45.
[2] Claudio Lolli, Non aprire mai.
[3] Ivano Fossati, All’ultimo amico.



Con il mare proprio sotto casa mia 
il mio destino in fondo quale vuoi che sia 
ho scelto la mia vita libera 
può darsi che non torni più 
del mio ricordo fanne un po' quel che vuoi tu 
ho scelto la mia vita libera 
può darsi che non torni più 
del mio ricordo fanne un po' quel che vuoi tu. 

E tutto il tempo in cui non ho vissuto 
gli anni passati a guardare che tornava e chi no 
quelli non li ricordare 
quelli non ci sono più 
apri un po' gli occhi resti solamente tu 
quelli non li ricordare 
quelli non ci sono più 
apri un po' gli occhi resti solamente tu. 

Quando il volo dei gabbiani mi accompagnerà
il vento la mia vela sempre più grande renderà 
quando sarò già lontano 
e non potrai vedermi più 
apri gli occhi allora sarai solo tu 
quando sarò già lontano 
e non potrai vedermi più 
apri gli occhi allora sarai solo tu. 

Il giorno che la voce del vento si farà lontana 
forse sui capelli avrò tutto il bianco del sole ormai 
se avrò voglia di tornare 
certamente lo farò 
spero tanto che non ti ritroverò 
se avrò voglia di tornare 
certamente lo farò 
spero tanto che non ti ritroverò. 

venerdì 9 marzo 2012

Fuga saeculi

FUGA MUNDI


Dal trattato «Sulla fuga dal mondo» di sant'Ambrogio, vescovo
(Cap. 6, 36; 7, 44; 8, 45; 9, 52; CSEL 32, 192. 198-199. 204)


Aderiamo a Dio, unico vero bene
Dov'è il cuore dell'uomo ivi è anche il suo tesoro. Infatti il Signore non suole negare il buon dono a quanti lo pregano.
Pertanto, poiché il Signore è buono e lo è soprattutto per quelli che lo aspettano pazientemente, aderiamo a lui, stiamo con lui con tutta la nostra anima, con tutto il cuore, con tutta la forza, per restare nella sua luce, vedere la sua gloria e godere della grazia della felicità suprema. Eleviamo dunque l'anima a quel Bene, restiamo in esso, aderiamo ad esso; a quel Bene, che è al di sopra di ogni nostro pensiero e di ogni considerazione e che elargisce pace e tranquillità senza fine, una pace che supera ogni nostra comprensione e sentimento.
Questo è il Bene che pervade tutto, e tutti viviamo in esso e da esso dipendiamo, mentre esso non ha nulla al di sopra di sé, ma è divino. Nessuno infatti è buono se non Dio solo: perciò tutto quello che è buono è divino e tutto quello che è divino è buono, per cui è detto: «Tu apri la mano, si saziano di beni» (Sal 103, 28); a ragione, infatti, per la bontà di Dio ci vengono date tutte le cose buone perché a esse non è mischiato alcun male.
Questi beni la Scrittura li promette ai fedeli dicendo: «Mangiate i frutti della terra» (Is 1, 19).
Siamo morti con Cristo; portiamo sempre e in ogni luogo nel nostro corpo la morte di Cristo perché anche la vita di Cristo si manifesti in noi. Dunque, ormai non viviamo più la nostra vita, ma la vita di Cristo, vita di castità, di semplicità e di tutte le virtù. Siamo risorti con Cristo, viviamo dunque in lui, ascendiamo in lui perché il serpente non possa trovare sulla terra il nostro calcagno da mordere.
Fuggiamo di qui. Anche se sei trattenuto dal corpo, puoi fuggire con l'anima, puoi essere qui e rimanere presso il Signore se la tua anima aderisce a lui, se cammini dietro a lui con i tuoi pensieri, se segui le sue vie nella fede, non nella visione, se ti rifugi in lui; perché è rifugio e fortezza colui al quale Davide dice: In te mi sono rifugiato e non mi sono ingannato (Sal 76, 3).
Pertanto siccome Dio è rifugio, e Dio è in cielo e sopra i cieli, allora dobbiamo fuggire di qui verso lassù dove regna la pace, il riposo dalla fatiche, dove festeggeremo il grande sabato, come disse Mosè: «Ciò che la terra produrrà durante il suo riposo servirà di nutrimento a te» (Lv 25, 6). Infatti riposare in Dio e vedere le sue delizie è come sedere a mensa ed essere pieni di felicità e di tranquillità.
Fuggiamo dunque come cervi alle fonti d'acqua, anche la nostra anima abbia sete di quello di cui era assetato Davide. Qual è quella sorgente? Ascolta colui che dice: «E' in te la sorgente della vita» (Sal 35, 10): dice la mia anima a questa fonte: Quando verrò e vedrò il tuo volto? (Sal 41, 3). La sorgente infatti è Dio.

Responsorio   Mt 22, 37-38; cfr. Dt 10, 12

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente. * Questo è il più grande, il primo dei comandamenti.
Questo ti chiede il Signore: di temere, amare e servire il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima.
Questo è il più grande, il primo dei comandamenti.
Orazione

O Dio, che per mezzo dei sacramenti ci rendi partecipi del tuo mistero di gloria, guidaci attraverso le esperienze della vita, perché possiamo giungere alla splendida luce in cui è la tua dimora. Per il nostro Signore.


Ex Tractátu sancti Ambrósii epíscopi De fuga sæculi (Cap. 6, 36; 7, 44; 8, 45; 9, 52: CSEL 32, 192. 198-199. 204)
Adhæreamus Deo, uni vero bono
Ubi cor hóminis, ibi et thesáurus eius est; non enim solet bonum datum deprecántibus Dóminus denegáre.
Ergo, quia bonus Dóminus est et máxime sustinéntibus se bonus est, ipsi adhæreámus, cum ipso simus tota ánima nostra, toto corde, tota virtúte, ut simus in lúmine eius et videámus eius glóriam et delectatiónis supérnæ fruámur grátia; ad illud ígitur bonum erigámus ánimos et in illo simus atque in ipso vivámus, ipsi adhæreámus, quod est supra omnem mentem et omnem consideratiónem et pace útitur perpétua ac tranquillitáte; pax autem supra omnem mentem est et supra omnem sensum.
Hoc est bonum, quod pénetrat ómnia, et omnes in ipso vívimus atque ex ipso pendémus, ipsum autem nihil supra se habet, sed est divínum; nemo enim bonus nisi unus Deus, quod ergo bonum divínum et quod divínum bonum, et ídeo dícitur: Aperiénte te manum, implebúntur ómnia bonitáte; per bonitátem enim Dei, nobis univérsa tribuúntur mérito bona, quibus nihil admíxtum est mali.
Hæc bona promíttit Scriptúra fidélibus dicens: Quæ bona sunt terræ manducábitis.
Mórtui sumus cum Christo; mortem Christi in córpore nostro circumférimus, ut et vita Christi in nobis manifestétur. Non ergo iam nostram illam vitam, sed Christi vitam vívimus, vitam innocéntiæ, vitam castimóniæ, vitam simplicitátis omniúmque virtútum. Cum Christo resurréximus, in ipso vivámus, in ipso ascendámus, ut serpens calcáneum nostrum quod vúlneret in terris reperíre non possit.
Fugiámus hinc. Potes ánimo fúgere, etsi retinéris córpore, potes et hic esse et adésse ad Dóminum, si illi adhæreat ánima tua, si post ipsum cogitatiónibus tuis ámbules, si fide, non spécie, vias eius sequáris, si ad ipsum confúgias; est enim refúgium et virtus, cui dicit David: Ad te confúgi et non sum decéptus.
Ergo quia Deus refúgium, Deus autem in cælo et supra cælos, útique hinc illo fugiéndum est, ubi pax, ubi réquies ab opéribus, ubi epulémur sábbatum magnum, sicut dixit Móyses: Et erunt sábbata terræ vobis escæ. Epulatórium enim et plenum iucunditátis et tranquillitátis est requiéscere in Deo et eius delectatiónem vidére.
Fugiámus sicut cervi ad fontes aquárum; quod sitiébat David, sítiat et nostra ánima; quis est ille fons? Audi dicéntem: Quóniam apud te est fons vitæ; huic fonti dicat ánima mea: Quando véniam et parébo ante fáciem tuam? Fons enim Deus est.

Responsorium   Mt 22, 37-38; cf. Deut 10, 12

Díliges Dóminum Deum tuum in toto corde tuo, et in tota ánima tua et in tota mente tua:
* Hoc est magnum et primum mandátum.
Quid Dóminus petit a te, nisi ut tímeas Dóminum Deum tuum, et díligas eum, ac sérvias Dómino Deo tuo in toto corde tuo et in tota ánima tua?
* Hoc est.

Oratio
Deus, qui nos gloriósis remédiis in terris adhuc pósitos iam cæléstium rerum facis esse consórtes, tu, quæsumus, in ista qua vívimus nos vita gubérna ut ad illam, in qua ipse es, lucem perdúcas. Per Dóminum.