domenica 20 aprile 2014

Mors et vita duello conflixere mirando.

"SCUOTETE LA POLVERE 

DAI VOSTRI CALZARI!"



strisciante e pericolosissima inclinazione ad evitare l’espressione del giudizio, per non contrapporsi al “mondo” e ai suoi mali, ma per “comprenderlo”, “farselo amico” e, spesso, di giustificarlo.

di Danilo Quinto

Tra le istruzioni di Gesù ai dodici apostoli, per la loro prima missione (Mt,10,1-23), ve n’è una alla quale i nostri tempi, così grami e torbidi, sembrano non badare: «Se qualcuno non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri calzari. In verità vi dico, nel giorno del giudizio, il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città».

Quanti sono coloro che, pur consapevoli che Dio solo è giudizio, sono disposti a mettere in pratica il precetto di “scuotere la polvere dai propri calzari”? Il pensiero che si fa giudizio – e non condanna - sugli atti e sui comportamenti degli uomini, sugli eventi e le situazioni che la storia o la vita quotidiana ci propongono, semplicemente non deve esistere. A volte per pavidità, altre per rassegnazione, viene sostituito dal “pensiero unico”, morbido, accondiscendente, accomodante, annacquante. Inesistente, perché corrisponde al nulla. Si è insinuata una strisciante e pericolosissima inclinazione ad evitare l’espressione del giudizio, che corrisponde all’esigenza di non contrapporsi al “mondo” e ai suoi mali, ma di “comprenderlo”, di “farselo amico” e, spesso, di giustificarlo.

L’espressione netta e chiara del giudizio significa comprendere e valutare, dove sta il bene e dove sta il male, dove la giustizia e l’ingiustizia, dove la Verità e la mistificazione o l’ipocrisia. Vuole dire, in una parola, testimoniare la Verità, quella che precede e tempera il diritto umano, fornendogli un punto di riferimento oggettivo, una cornice. Quella scritta nell’anima di ogni essere umano. Coloro che vogliono impedire il giudizio, vogliono fare a meno della morale. La disprezzano, la calpestano e incitano ad abrogarla, per crearne una addomesticata, buona per tutti gli usi e che si concilii con i desideri individuali.




Anche il bambino, – come ha insegnato uno dei più grandi pedagoghi della storia moderna, Jean Piaget – esercita un innato giudizio di carattere morale sulle situazioni e sulle cose che fanno parte del suo mondo. Sottrargli questa possibilità – che gli è propria per il solo fatto di essere creatura umana ed è, quindi, naturale – equivale a sottrargli il respiro, ad eliminare la sua autonomia di pensiero. In una parola, ad ucciderlo. La medesima cosa accade quando molti invitano alle “buone maniere”, ad evitare polemiche, a “non disturbare il manovratore”, a comprendere che non conviene esprimersi con parole di Verità per non urtare le altrui suscettibilità, a edulcorare la realtà o ad omettere di citare le responsabilità o di dare un nome e un cognome a persone che sono colluse con il male o che lo praticano loro stesse o che lo assecondano o a situazioni di palese torbidità. Pusillanimi!

Il laissez-faire, condivisibile in campo economico, in quello della Verità morale che proviene da Dio, diventa una sola cosa: complicità. Sono tanti a praticare questa connivenza con il male. Presidiano i loro “orticelli” da coltivare e pensano di trovare spazio per farli crescere, solo attraverso la compromissione con il potere, con l’ambizione di divenire loro stessi potere. Rincorrono tattiche e strategie e le piccole miserie quotidiane che la vita ci propone. L’invidia, il rancore, l’egoismo, l’avidità. Coltivano terreni aridi, che non producono nulla, perché nulla in essi può germogliare. Generano solo la “mala pianta” della “setta”, che per sua natura odia la Libertà e la Verità. Servi, insieme disperati e onnipotenti delle loro ideologie, conducono un’aspra e feroce battaglia contro l’essere umano che non cerca queste “appartenenze” e che per evitare connivenze e complicità, si rifiuta di ricevere “protezioni” o di accondiscendere a progetti “mondani”. Tutti contrassegnati dall’ansia prodotta da Mammona, dalla bramosia del denaro e del potere da esercitare. Quale altra seduzione, del resto, ha più forza di quella che si produce se l’uomo può fare quel che vuole nei confronti di un suo simile? Senza l’”iscrizione” alla lobby che conta, sta diventando sempre più difficile anche solo sopravvivere. In tutti i campi dell’agire umano. Come se le “appartenenze” di questa terra avessero una qualche importanza agli occhi di Dio. Sono cenere. Come ciascuno di noi è cenere. Non parliamo poi di quel che accade quando chi non si “iscrive” a nessuna “setta”, usa parole di Verità. Prima, viene ritenuto un pazzo, poi scatta l’esigenza dell’emarginazione e della “gogna pubblica”.

La Verità si deve celare, occultare, a parere di questi “lupi”. «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi», dice Gesù, che prosegue così: «Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato. Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra; in verità vi dico: non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo». Esiste anche una dimensione quotidiana del martirio – profetizzata da Gesù - per chi vuole operare per la Verità di Dio. È una dimensione, da un lato, chiarificatrice, rispetto a chi vuole praticare i compromessi e perseguire il male minore rispetto alle leggi, ai comportamenti e agli atti degli uomini. Dall’altro lato, è dirimente per distinguere – oggi, come duemila anni fa – nella confusione indicibile che domina, i seguaci di Gesù. Invisi al mondo allora, come lo sono oggi.

Rispetto alla dissoluzione della morale che si vive oggi, che incide – come mai avvenuto prima d’ora – sulle nostre vite con l’obiettivo di privarle della loro identità originaria e di non accogliere nella sua pienezza la Verità che si fece Verbo e venne a vivere in mezzo a noi, si deve forse “riscoprire” proprio la dimensione del martirio quotidiano. La sua bellezza, perché solo essa contiene la promessa della salvezza eterna. Accettarla fino in fondo. Praticarla. Con ostinazione, con tenacia, con coraggio e con umiltà. È un’opera estremamente difficile, di conversione costante, quotidiana, che può sommare singole volontà individuali, per far sì che diventino corpo militante. I martiri della prima ora furono pochi, ma distrussero un impero, per costruire il mondo nuovo. Ora occorre che coloro che si vogliono battere per la Verità di Dio e solo per questa, aprano orizzonti nuovi nelle e per le loro vite e per quelle dei loro figli. Che la loro sofferenza nell’abbracciare la croce di Gesù, diventi forza. Instancabile e incorruttibile testimonianza della Verità. Solo così, il pensiero cristiano e l’azione a questo conseguente, potrà tornare ad incidere nel dibattito pubblico e abbandonare la sua attuale irrilevanza, per divenire “popolo di Dio”. Scriveva un grande santo, Giustino (100-165 d.C.): «Che poi non ci sia chi ci metta paura e ci possa asservire, noi che su tutta la terra abbiamo creduto in Gesù, è cosa evidente. È noto infatti che, decapitati, crocifissi, gettati in pasto alle fiere, gettati in catene o nel fuoco e sottoposti a quanti altri tormenti, non abbandoniamo la nostra professione di fede, anzi, quanto più subiamo di questi supplizi, tanto più cresce il numero di fedeli e dei devoti nel nome di Gesù. Come quando uno pota i tralci della vite che hanno dato frutto e quella ricresce facendo germogliare nuovi rami rigogliosi e fruttiferi, cosi avviene anche a noi, perché la vigna piantata da Cristo, Dio e salvatore, è il suo popolo». È questo il compito che Dio ha dato ai Suoi servi inutili.

http://radiospada.org/2014/04/danilo-quinto-per-radio-spada-scuotete-la-polvere-dai-vostri-calzari/

auguri di santa Pasqua



Χριστός ἀνέστη!

Ἀληθῶς ἀνέστη"




Christos Anesti ! (in greco Χριστός Ανέστη) è il saluto che i cristiani orientali scambiano durante i quaquanta giorno tra la Pasqua Cristo, l' Ascensione. Christos Anesti ! significa «Cristo è risorto !» e si risponde Alithos Anesti ! (in greco Αληθώς Ανέστη)  «E' veramente, risorto !»

Christos Santikai (nato ad Atene nel 1994) canta meravigliosamente il « Christos anesti » 

Khristos anesti ek nekron,
Thanato thanaton patisas,
Kai tis en tis mnimasi
Zo-in kharisamenos! 

canto tradizionale bizantino.






sabato 19 aprile 2014

non moriranno di morte improvvisa

per una buona Pasqua




San Bernardo, Abate di Chiaravalle, domandò nella preghiera a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua Passione. Gli fu risposto: «Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la croce: questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; ed a tutti quelli che per amore di essa mi onoreranno con tre Pater, tre Ave e tre Gloria al giorno perdonerò i peccati veniali e non ricorderò più i mortali e non moriranno di morte improvvisa ed in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine e conseguiranno la grazia e la misericordia».
Preghiera alla Sacra spalla
Dilettissimo Signore Gesù Cristo,
mansuetissimo Agnello di Dio,
io povero peccatore, adoro e venero
la Vostra Santissima Piaga
che riceveste sulla Spalla nel portare
la pesantissima Croce del Calvario,
nella quale restarono scoperte tre Sacralissime Ossa,
tollerando in essa un immenso dolore;
Vi supplico, in virtù e per i meriti di detta Piaga,
di avere su di me misericordia
col perdonarmi tutti i miei peccati sia mortali che veniali,
ad assistermi nell’ora della morte
e di condurmi nel vostro regno beato.

Pater, Ave, Gloria (tre volte)
San Pio e la piaga della spalla
San Pio da Pietrelcina è stato uno di quei pochissimi sacerdoti santi ad aver avuto l’onore di portare sul proprio corpo i segni visibili e tangibili della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, e anche lui ha patito gli stessi atroci dolori alla piaga della sua spalla, a conferma di quanto rivelato diretta­mente da Gesù a San Bernardo sulla presenza di una dolorosissima ed inco­gnita piaga alla Sua Sacra Spalla. Una sconcertante scoperta riguardo ai dolori alla spalla patiti da Padre Pio è stata fatta dopo la sua morte da un carissimo amico del Padre, nonché suo figlio spirituale, Fra’ Modestino da Pie­trelcina, il quale riferì:
»... Dopo la morte di Padre Pio, continuai ad esplo­rare con cura ed oculatezza ogni lembo dei suoi indumenti che sistemavo e ar­chiviavo, con il presentimento che an­cora qualche altra sconcertante sco­perta avrei dovuto fare. Non mi sba­gliai! Quando fu la volta delle maglie, mi venne in mente che una sera del 1947, davanti alla cella N.5, Padre Pio mi confidò che uno dei suoi più grandi dolori era quello che provava quando si cambiava la maglia... avevo pensato che quel dolore fosse stato causato al venerato Padre dalla piaga che egli aveva sul costato. Il 4 febbraio 1971 però dovetti cam­biare opinione allorché, osservando con più attenzione una maglia di lana da lui usata, notai sopra di essa, con mia grande sorpresa, all'altezza della clavicola, una traccia indelebile di sangue. Non mi sembrava, come nella «camicia della flagellazione» una macchia di essudazione sanguigna. Si trattava del segno evidente di una ec­chimosi circolare di circa dieci centi­metri di diametro, all'inizio della spal­la, vicino alla clavicola. Mi ba­lenò l'idea che il dolore lamentato da Padre Pio potesse derivargli da quella misteriosa piaga. Rimasi scosso e per­plesso. D'altra parte avevo letto su qualche libro di pietà una preghiera in onore della piaga della spalla di Nostro Si­gnore, apertagli dal legno della Croce che, scoprendogli tre sacratissime ossa, Gli avevano procurato acerbissimo dolore. Se in Padre Pio si erano ripetu­ti tutti i dolori della Passione, non era da escludersi che egli avesse sofferto anche quelli provocati dalla piaga del­la spalla. La sua sofferenza nel con­templare Cristo carico del pesante le­gno e più ancora, carico dei nostri peccati, gli aveva procurato certamen­te sulla spalla quella ennesima ferita. Dolore mistico e dolore fisico. Ormai, grazie al mio amico medico, avevo le idee chiare, o quasi, in proposito. In Gesù, carico della croce, sulla spalla si era avuta la distruzione del­l'epidermide e del sottocutaneo. Il peso del legno e lo strofinio del durissimo elemento rigido contro le parti molli, gli aveva prodotto una lesione trauma­tica muscolare, con«risentimento al­gico nevritico osseo». In Padre Pio quella lesione fisica, generata dalla sofferenza mistica, aveva determinato un profondo ematoma e una fuoriusci­ta di liquido ematico sulla spalla, con secrezione sierosa. Ecco quin­di sulla maglia un alone sfocato con al centro la macchia scura del sangue assorbito. Di questa scoperta parlai subito al padre superiore che mi disse di scrive­re una breve relazione. Anche Padre Pellegrino Funicelli, che per anni ave­va assistito Padre Pio, mi confidò che, aiutando parecchie volte il Padre a cambiare la maglia di lana che indos­sava, aveva notato quasi sempre, sulla spalla ora destra ora sinistra, una ec­chimosi circolare. In aggiunta a questa, un’ importan­te conferma mi venne dallo stesso Pa­dre Pio. A sera, prima di addormentar­mi, feci a lui, con tanta fede, questa preghiera: «Caro Padre, se tu avevi veramente la piaga alla spalla, dam­mene un segno». Mi addormentai. Ma, esattamente all'una e cinque minuti di quella notte, mentre dormivo tranquil­lamente, un improvviso, acuto dolore alla spalla mi fece svegliare. Era come se qualcuno, con un coltello mi avesse scarnito l'osso della clavicola. Se quel dolore fosse durato qualche minuto ancora, penso che sarei morto. Con­temporaneamente sentii una voce che mi diceva: «Così ho sofferto io!». Un intenso profumo mi avvolse e riempì tutta la mia cella. Sentii il cuore tra­boccante di amor di Dio. Provai anco­ra una strana sensazione: l'essere sta­to privato di quella insopportabile sof­ferenza mi era ancora più penoso. Il corpo voleva respingerla ma l'anima, inspiegabilmente, la desiderava. Era dolorosissima e dolce insieme. Ormai avevo capito! Confuso più che mai avevo la certezza che Padre Pio, oltre alle stigmate alle mani, ai piedi e al costato, oltre ad aver subito la flagellazione e la coronazione di spine, per anni, novello Cireneo di tutti e per tutti, aveva aiutato Gesù a porta­re la croce delle nostre miserie, delle nostre colpe, dei nostri peccati. E quel­la maglia ne portava indelebile il se­gno!».
da «Novissimum Verbum» (sett. - dic. 2002)
http://italia.diariodelweb.it/italia/articolo/?nid=20140419_310610

venerdì 18 aprile 2014

FUNERALE DI CRISTO

venerdì santo

" Il vostro delitto e il troppo amore che ci avete portato. Questo, più che Pilato, vi condanna alla morte."


S. Alfonso Maria de Liguori, Meditazioni sulla Passione di Gesù Cristo.
Meditazione pel venerdì: Della condanna di Gesù e viaggio al Calvario.



 

I. Finalmente Pilato per timore di perdere la grazia di Cesare, dopo aver tante volte dichiarato Gesù innocente, lo condanna a morir crocifisso. o condannato mio Signore, piange S. Bernardo, e qual delitto avete voi commesso che abbiate ad esser giudicato alla morte? Quid fecisti, innocentissime Salvator, ut sic iudicareris? Ma ben intendo, ripiglia il santo, il peccato che voi avete fatto: Peccatum tuum est amor tuus:1 Il vostro delitto e il troppo amore che ci avete portato. Questo, più che Pilato, vi condanna alla morte.
Si legge l'iniqua sentenza, Gesù l'ascolta e tutto rassegnato l'accetta sottomettendosi alla volontà dell'Eterno Padre che lo vuole morto e morto in croce per li peccati nostri: Humiliavit semet ipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philip. II, 8). Ah, Gesù mio, voi innocente accettaste la morte per amor mio; io peccatore accetto la morte per amor vostro quale e quando a voi piacerà di mandarmela.
Letta la sentenza, afferrano con furia l'innocente Agnello, gli rimettono le sue vesti ed indi prendono due rozzi travi e ne compongono la croce. Non aspetta Gesù che gliela impongano, da sé l'abbracciai la bacia e se la pone sulle spalle impiagate dicendo: Vieni, mia cara croce, da trentatré anni ti vado cercando; in te voglio morire per amor delle mie pecorelle. --Ah Gesù mio, che potevate più fare per mettermi in necessità di amarvi? Se un mio servo solamente si fosse offerto a morire per me, pure avrebbe tirato il mio amore; e come poi io ho potuto vivere tanto tempo senz'amarvi, sapendo che siete morto per me? Voi siete morto per perdonarmi. V'amo, o sommo bene, e, perché v'amo, mi pento d'avervi offeso.


 https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgumk7wHCdVMCMHbhrhsFttdJD2je3Vt0EaOmgYRmAqZS6LStyXw1tKWw_MGOxr7WeDoqf1nQRnYU6-D-JMSZjdaXDo0bl3P3qfKvDtZ0J9vX87jSk_fzv9jStLoxjc1n9pBF_-3_zsoo8/s1600/via-crucis.jpg

II. Esce la giustizia coi condannati, e tra questi va ancora il re del cielo con la sua croce in spalla: Et baiulans sibi crucem, exivit in eum qui dicitur Calvariae locum (Io. XIX, 17). Uscite ancora voi dal paradiso, o Serafini, e venite ad accompagnare il vostro Signore, che va al monte per essere giustiziato. O spettacolo! Un Dio giustiziato per gli uomini! Anima mia, deh mira il tuo Salvatore, che va a morire per te. Miralo come va col capo curvo, colle ginocchia tremanti, tutto lacero di ferite e scorrendo sangue, con quel fascio di spine in testa e con quel pesante legno sulle spalle! oh Dio, cammina egli con tanta pena che par che ad ogni passo spiri l'anima. o Agnello di Dio, digli, dove vai? Vado, risponde, a morire per te. Quando mi vedrai già morto ricordati, dice, dell'amore che t'ho portato: ricordatene ed amami. --Ah mio Redentore, come ho potuto vivere per lo passato così scordato del vostro amore? o peccati miei, voi avete amareggiato il Cuore del mio Signore, Cuore che mi ha tanto amato. Gesù mio, mi pento del torto che vi ho fatto; vi ringrazio della pazienza ch'avete avuta con me e v'amo: v'amo con tutta l'anima e solo voi voglio amare. Deh ricordatemi sempre l'amore che mi avete portato, acciò io non mi scordi più di amarvi.
III. Gesù Cristo sale il Calvario e c'invita a seguirlo. Si, mio Signore, voi innocente mi andate avanti colla vostra croce: camminate pure, ch'io non voglio lasciarvi. Datemi quella croce che volete, che io l'abbraccio, e con quella voglio seguirvi sino alla morte. Voglio morire insieme con voi che siete morto per me. Voi mi comandate ch'io v'ami, ed io non altro desidero che amarvi. Gesù mio, voi siete ed avete da essere sempre l'unico mio amore. Aiutatemi ad esservi fedele.

Maria, speranza mia, pregate Gesù per me.

IL MISTERO DEL VELO DEL TEMPIO


LA MORTE DI GESÙ E IL MISTERO DEL VELO DEL TEMPIO CHE SI SQUARCIÒ NEL MEZZO


La morte di Gesù e il mistero del velo del Tempio che si squarciò nel mezzo

di Rino Cammilleri (da Il Timone, gennaio 2014) 

Dicono i Vangeli che, appena morto Gesù, il velo del Tempio si squarciò. I Vangeli, stringati resoconti storici, ci vengono ripetuti da duemila anni ogni domenica e, come accade delle cose cui si è fatta l’abitudine, finiscono col divenire parte del panorama consueto. Mi si passi l’esempio, è come vedere per la prima volta un bel paesaggio. La sua bellezza desta meraviglia e piacere ma, se si va ad abitare proprio lì davanti, in pochi giorni la meraviglia e il piacere svaniscono. L’abitudine, insomma, uccide lo stupore e un importante dettaglio, a furia di starci sotto il naso, rischia di non venire mai colto. Così è per il velo del Tempio cui accennavamo, un particolare che a noi forse dice poco ma che per gli astanti di allora deve essere stato sconvolgente. 

A ben rifletterci, tutto nella morte di Gesù fu anormale, a cominciare da quel condannato che, fino all’ultimo respiro, non aveva smesso di dire di essere il Messia atteso. Già questa ostinazione, sovrumana in chi sta per morire, avrebbe dovuto inquietare coloro che quella condanna avevano provocato: è pensabile che un truffatore truffi anche mentre è in agonia?. Poi abbiamo le tre ore di tenebre, da mezzogiorno alle tre (le ore di solito più luminose, specialmente in un giorno di aprile). Non era un’eclisse, sia perché la Pasqua ebraica si svolgeva in plenilunio (dunque, la luna era dall’altra parte della terra e non poteva perciò essere davanti al sole), sia perché le eclissi durano pochi minuti. Infine il velo: «Ed il velo del Tempio si squarciò nel mezzo» (Lc 23,45); «Ed il velo del Tempio si squarciò in due dall’alto in basso» (Mc 15,38). 

Matteo, il cui racconto è rivolto agli ebrei (i quali potevano facilmente verificarlo, magari chiedendo ai più anziani), dice di più: «Ed ecco che il velo del Tempio si squarciò in due, dall’alto in basso, e la terra si scosse, e le pietre si spezzarono, e si aprirono le tombe, e molti santi, i cui corpi riposavano, risuscitarono e, usciti dalle tombe, dopo la sua risurrezione entrarono nella città santa e apparvero a molti» (27,51). Qualcuno si stupì di quel che accadeva, in primis il centurione e il suo manipolo sotto la croce. Matteo: «Il centurione e gli altri che con lui stavano a guardia di Gesù, vedendo il terremoto e quanto era accaduto, furono presi da terrore, dicendo: “Veramente costui era Figlio di Dio”» (27,54). Già: avevano sentito chiaramente il Nazareno raccomandare il suo spirito al Padre prima di morire. «E tutti i gruppi che avevano assistito a questo spettacolo, considerando le cose avvenute, se ne tornarono percuotendosi il petto» (Lc 23,48). Costoro, tuttavia, essendo sul Golgota, non potevano sapere quel che accadeva al velo del Tempio. Ma di certo lo seppero i sacerdoti, e a maggior ragione quel Sinedrio che aveva fatto di tutto perché Gesù finisse in croce. 

Il cosiddetto Velo del Tempio, infatti, non era una tenda qualsiasi, e non solo per il suo aspetto simbolico. Di veli, nel Tempio di Gerusalemme, ce n’erano due: uno stava davanti all’altare dell’incenso, dove i sacerdoti accedevano ogni giorno; l’altro separava la zona riservata ai sacerdoti da quella del Santo dei Santi, nella quale poteva entrare solo il Sommo Sacerdote una volta all’anno nel Giorno dell’Espiazione. Fu quest’ultimo il velo che si squarciò. E i sacerdoti del cortile dell’incenso lo trovarono diviso in due, dall’alto in basso. Ma la meraviglia sta nel fatto che si trattava di un drappo enorme. Alto quasi venti metri e spesso dieci centimetri. Dice lo storico Flavio Giuseppe che neanche la forza di due cavalli, uno di qua e uno di là, sarebbe riuscita a lacerarlo. Per tirarlo giù, arrotolarlo e portarlo a lavare ci volevano decine di uomini (pare una settantina). Perché un velo (Parokhet, questo il suo nome in ebraico) e non una normale è più pratica porta? Perché così obbligava la Scrittura: «Farai poi una cortina di porpora violacea e scarlatta, di cremisi e di lino fine ritorto, lavorato a ricamo, con cherubini, e l’appenderai a quattro colonne d’acacia ricoperte d’oro, con ganci d’oro e posate sopra quattro basi d’argento. Metterai la cortina sotto i fermagli; e, al di là della cortina, nell’interno, vi collocherai l’Arca della Testimonianza; e la cortina servirà da divisione tra il luogo Santo e quello Santissimo» (Es 26,30). Infatti, ancora oggi nelle sinagoghe si usa un velo Parokhet, che fa da sipario sulla parte anteriore dell’Aron Kodesh, dove si conservano i rotoli della Torah. Ma la lacerazione del Velo del Tempio di Erode, all’ora della morte di Cristo, dovette per forza essere un fatto che destò sensazione e la cui notizia fece il giro di Gerusalemme. La città, ricordiamolo, in quei giorni era affollatissima per la ricorrenza della Pasqua, cui accorrevano ebrei da ogni parte del mondo. 
E vediamolo da vicino, questo fatto impressionante, avvenuto, oltretutto, in concomitanza con un terremoto e mentre Gerusalemme era ancora avvolta dal misterioso oscuramento del sole. Perché gli evangelisti, senza tema di smentita, affermano che il Parokhet si strappò «dall’alto in basso»? Evidentemente il drappo era, sì, lacerato ma non del tutto: la parte più bassa, quella che toccava terra, doveva essere rimasta intatta. Dunque, lo strappo era partito dall’alto. Ma poteva ciò essere accaduto per effetto dello scuotimento tellurico? Difficile, se non impossibile. I terremoti spezzano gli oggetti rigidi, pietre, travi, vetri. E un drappo, per quanto ampio, è morbido e flessibile. La testimonianza unanime che il Parokhet si squarciò dall’alto in basso, per quanto laconica ed essenziale, fa pensare ad alcune cose. Una: il velo non era caduto per terra ma era ancora in piedi. Due: lo squarcio non era artificiale, perché, anche adoperando diverse pariglie di cavalli, si sarebbe proceduto necessariamente nella parte bassa. Tre: che parecchi uomini robusti si siano arrampicati per venti metri onde procedere al taglio dall’alto è semplicemente assurdo, dato il luogo e le circostanze. Non solo: sarebbe mancato il movente. E ricordiamoci che lì potevano entrare solo i sacerdoti. Infine, sappiamo che il Parokhet era una tenda, plausibilmente agganciata a occhielli metallici che scorrevano in una sbarra orizzontale o fornita essa stessa di occhielli che scorrevano in una sbarra oppure direttamente (ma non permanentemente) fissati all’architrave. Per tutto ciò, uno squarcio repentino e dall’alto non poteva essere che di natura soprannaturale. Qualcuno ha osservato che il fatto richiama lo stracciarsi delle vesti del Sommo Sacerdote quando sentì il Nazareno ammettere che, sì, il Messia era davvero lui. Adesso era Dio stesso che, alla morte di suo Figlio, stracciava la veste che Lo ricopriva (il Santo dei Santi era la sede della Presenza di Dio). 
Dio, insomma, se ne andava dal suo Tempio? Se dobbiamo credere al solito Giuseppe Flavio, non ancora. Nella Guerra giudaica scrive che l’abbandono definitivo del Tempio da parte di Dio avvenne esattamente trentatré anni dopo, nel 66. Nella Pentecoste di quell’anno a Gerusalemme si udì nel Tempio una moltitudine di voci che gridavano «Noi ce ne andiamo da qui!». Pochi mesi dopo scoppiò la rivolta antiromana che doveva concludersi nel 70 con la distruzione del Tempio. 

Vale solo la pena di accennare al dato che il Tempio, da allora, non fu più ricostruito. E non fu fatto perché mai più si poté. L’unico tentativo seriamente intenzionato fu quello dell’imperatore Giuliano, non a caso detto l’Apostata, nel 362. Giuliano, per fare un dispetto ai cristiani, non solo permise agli ebrei di ricostruire l’antico Tempio ma finanziò pure l’opera. Narra lo storico Ammiano Marcellino che l’incarico fu dato ad Alipio di Antiochia, che era stato prefetto vicario in Britannia e che operò di concerto col governatore della provincia. Solo che, durante i lavori per lo scavo delle fondamenta, «paurosi globi di fuoco» eruppero dal terreno bruciando gli operai. E non una volta sola. Alla fine, poiché i lavoranti erano sempre ricacciati indietro da queste vampate improvvise, fu giocoforza mollare l’impresa e chiudere il cantiere. L’imperatore, poi, fu subito preso da più gravi incombenze, soprattutto quella campagna contro i Persiani nella quale doveva trovare la morte. Tornati gli imperatori cristiani, naturalmente non se ne parlò più. Nel VII secolo Gerusalemme fu occupata dai Persiani, che però ci rimasero poco perché cacciati dai bizantini dell’imperatore Eraclio. Poi fu il turno degli arabi musulmani. I quali, ancora oggi, hanno sul luogo in cui sorgeva il Tempio la moschea di Al-Aqsa, uno dei loro luoghi più sacri. Pare che un eventuale nuovo Tempio non possa sorgere altro che là, nel punto esatto in cui Abramo stava per sacrificare Isacco. Ma questa è un’altra storia…

giovedì 17 aprile 2014

Silenzio e solitudine del Golgota

Sull'Altare all'Ora Nona



Riportiamo un testo poetico e mordente del "Mastino", massimo esempio contemporaneo di come spirito di contemplazione, passione, fascino e pietà liturgica non debbano necessariamente evirare il Cattolico per farne un ebete naïf girotondista-scalzo in una valle verde al ciel sereno, ma al contrario forniscano solido e inossidabile metallo per rivestire ogni soldato di Cristo dell'armatura della buona dottrina, del gusto apologetico e dell'irrefrenabile sarcasmo di chi, vivendo con gioia la Verità che rende liberi, ride delle nauseabonde vanità mondane smascherandone l'origine falsa e bugiarda.

                                                                                                  

Sull'Altare all'Ora Nona. 

Silenzio e solitudine del Golgota:

assistere alla Messa "di sempre" 

di Antonio Margheriti Mastino

Ci sono due aspetti in particolare che ci rendono il senso profondo della messa, specialmente secondo il rito extraordinario, che personalmente prediligo: il silenzio e la solitudine. L’altare, prima e durante e dopo il Sacrificio, è avvolto dal silenzio. E dalla solitudine: del celebrante, “Alter Christus”.

Ma come, si dirà, la Pasqua e dunque la celebrazione sono “anche un trionfo!”. Certo, sì. Ma è anche il perpetuarsi della passione e morte di Cristo. Che si svolgono nel silenzio, nella solitudine, nel tradimento, nel rinnegamento, nella fuga dei discepoli. Nell’ultima cena Cristo è tradito e venduto da Giuda; nell’Orto degli Ulivi, nella notte che precede il supplizio Cristo è lasciato solo a sudare sangue mentre i discepoli s’addormentano invece di pregare con lui, la sola cosa che aveva domandato loro; Pietro nella stessa notte lo rinnega tre volte; nessuno cerca di salvarlo, nessuno gli si offre a sorreggere per un po’ la croce (il Cireneo ne è costretto). Nessuno sembra più conoscerlo o riconoscerlo.

Cristo in un attimo di dolore veramente umano, grida a squarciagola al suo Dio, all’Abbà, il baratro di sventura e solitudine in cui sprofonda inerte.

La “solitudine”. La stessa solitudine che in quel momento sull’altare del Sacrificio Supremo, nuovo Golgota, dove davvero e di nuovo irrompe la Passione di Cristo, sperimenta il sacerdote, “Alter Christus”.

Il sacerdote è solo davanti all’altare. E a questa solitudine si aggiunge l’ombra propria della solitudine: il silenzio. Sulla collina desolata del Golgota, e prima, nell’Orto, e dopo ancora, nel sepolcro, Cristo è solo e nel silenzio. Il silenzio della sua obbedienza, del calice dell’amarezza, del sudore sanguinolento. È il silenzio dell’impotenza, che per un attimo sembra persino di Dio. “Padre mio, Abbà, perché mi hai abbandonato?!”. Il “silenzio” di Dio, in quel frangente, sembra quasi l’inabissarsi della Divinità.

Ma è anche l’impotenza e la desolazione che deriva dal primo ed eterno “sì” in obbedienza di Maria, accettando questo Figlio che non era per lei: “Stabat Mater Dolorosa…”, sotto la croce. È quel silenzio tremendo che avverte sul letto di morte anche la piccola enorme Teresina di Lisieux, quando si lamenta, in quel momento estremo d’agonia e incertezza, della “non presenza di Dio”.

Silenzio. Come stettero zitti i discepoli, Maria, chi volle bene al Cristo uomo e già Messia, tutti quanti: tacquero sotto la croce, o si nascosero, impotenti per obbedienza e per viltà, tacquero persino impietriti dal dolore e dalla confusione, o perché in definitiva così “dovevano” andare le cose… tutti stettero in silenzio. Assistettero soltanto: alla passione e morte del figlio di Dio.

La stessa ragione per cui alla messa del Sacrificio, i fedeli non devono “partecipare”, ma assistere. In silenzio. Il silenzio che ammanta il sacerdote mentre compie il Sacrificio di Cristo. E di se stesso. Oppure devono solo “accettare”, assecondare l’ineluttabile, il miracolo che non ci ha lasciati “orfani” sulla terra, come aveva promesso il Messia.

Ma allora, la Resurrezione? E’ un trionfo. Ma è un trionfo vissuto nel nascondimento, da un Dio senza arroganza. Avviene ancora una volta nel silenzio e nella solitudine. Dentro un sepolcro di pietre, di notte, assenti tutti, tranne i soldati chiamati a vegliare l’esterno dell’avello. Alla stessa maniera, submissa vox, nel silenzioso, quasi segreto e oscuro formulare del sacerdote “Alter Christus” sull’altare del Sacrificio, avverrà la Resurrezione. Nel silenzio e nella solitudine.

Ecco spiegato il perché e il come si sta, si assiste al Santo Sacrificio della Messa. La Messa antica. Lontana dal clamore e dal chiasso, dalla frenesia e dalle sindromi di protagonismo, dai microfoni gracchianti e stordenti, dal profluvio di fraseologia frigida e dai battimano della messa riformata in stile anni ’70, gli anni più stancamente declamatori, populistici, inutili mai vissuti sulla faccia della terra.


FontePapalePapale e La Cuccia del Mastino

mercoledì 16 aprile 2014

la chiesa non più docente

lettera aperta al sig. Bergoglio:

Diritto naturale e famiglie di fatto

La presidente delle Famiglie Arcobaleno 

non è d'accordo con il Papa .... 

Ecco gli interlocutori della Chiesa dialogante




"Bambini hanno diritto a un padre e una madre". "Occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare in relazione alla mascolinità e alla femminilità di un padre e di una madre". La "impostazione dei progetti educativi", ha detto il papa, è innanzitutto necessario "sostenere il diritto dei genitori all'educazione morale e religiosa dei propri figli": "a questo proposito vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti. Conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del 'pensiero unico'".

Gentile sig. Bergoglio 

la sua posizione, riportata (con qualche approssimazione) dalla stampa, è una mera opinione che non trova riscontro da nessuna parte e nemmeno nel cosiddetto diritto "naturale" (che del resto è esso stesso una contraddizione in termini).

Un bambino non ha diritto "a crescere in una famiglia con un papà e una mamma". Un bambino ha diritto a crescere in un ambiente idoneo al suo sviluppo, questo sì. Lo ripetono - per fortuna - tutti documenti a difesa e protezione dei minori!

La scienza - la psicologia, l'antropologia, la pedopsichiatria - e anche la sociologia e il diritto ormai, per non parlare dei tribunali, dicono tutti la stessa cosa: non importa chi siano i genitori, di quale sesso e di quale orientamento sessuale siano, non importa se siano uno, due o diciotto, importa una sola cosa: la responsabilità, la cura, la presenza, il porre limiti e fare coccole, in due parole: supporto e attenzione. È questo che conta, malgrado i tanti bugiardi che si arrampicano sugli specchi citando sempre gli stessi tre studi rinnegati dalle massime istituzioni scientifiche, e mai le migliaia di ricerche che dicono il contrario.

Importa sopra ogni cosa il rispetto. E secondo me, la prima forma di rispetto che i genitori dovrebbero dimostrare ai figli è lasciarli crescere liberi dalle superstizioni e dalle religioni. Il primo rispetto che uno stato laico e democratico dovrebbe dimostrare ai propri cittadini, è liberare la scuola pubblica della presenza di qualsiasi credenza metafisica, che sia religiosa o solo superstiziosa.

Un genitore, uno Stato, rispettosi dei propri figli in senso lato, hanno il dovere di dire loro la verità sulle religioni: che ne esistono tantissime, che ognuna predica di essere l'unica vera e che proprio per questa asserzione, toglie ogni serietà all'affermazione suddetta. Per rispetto della verità e rispetto dei cittadini, sia le religioni sia le dottrine degli atei e degli agnostici dovrebbero venire spiegate come un fenomeno storico. Infine si dovrebbe permettere ai propri figli, solo quando sono maggiorenni e qualora ne sentano la necessità, di accogliere e seguire una delle tante religioni esistenti.

Riempire il cervello dei bambini con storie da fantascienza e a volte dell'orrore, per giunta in seno alla scuola pubblica, è per me e tanti altri la dimostrazione che la Chiesa cattolica non ha a cuore il rispetto dei cittadini e ancor meno quello dei bambini, ma solo il suo interesse ad accaparrarsi al più presto la coscienza dei più piccoli e distruggerne ogni senso critico.

Questi sono i veri orrori della manipolazione educativa.

Per il resto la Chiesa, le Chiese, hanno sempre camminato mano nella mano con i potenti e le dittature. Perciò mi viene un po' difficile accogliere la sua opinione senza sorridere.

Distinti saluti


Giuseppina La Delfa

martedì 15 aprile 2014

la Settimana Santa: istruzioni

Istruzione sulla Settimana Santa




settimana santaLa Settimana Santa, che si dice anche la Settimana Maggiore a motivo dei grandi misteri che furono in essa compiuti da Gesù Cristo, e di cui si rinnova la memoria nella Chiesa, è quella che precede immediatamente la solennità della Pasqua, cominciando dalla Domenica delle Palme.

Fino ai tempi apostolici essa venne consacrata ad onorare i misteri della Passione, Morte e Sepoltura di Gesù Cristo, ed a rappresentarli agli occhi ed alla mente dei fedeli mediante l’ufficiatura e le cerimonie che vi si praticano.
Nei primi tempi della Chiesa si digiunava in questa settimana più rigorosamente che nel resto della Quaresima: era denominata la Zerofagia,cioè il mangiar secco; i fedeli si astenevano dai piaceri più innocenti fino al bacio di pace di solito a darsi nella Chiesa; era vietato ogni lavoro; chiusi i tribunali; si ponevano in libertà i carcerati; si facevano mortificazioni speciali, e ne davano l’esempio i principi stessi e gli imperatori.


_D7C3881Nell’ ufficiatura dei tre ultimi giorni si lascia il Gloria Patri:
per significare che in quei giorni non si proferivano contro di Cristo che maledizioni e bestemmie; per conformarsi ai desideri di Gesù che per la sua elezione volle in questi giorni tener nascosta la sua gloria per diventar l’obbriobrio degli uomini e l’abbiezione della plebe.

Si cantano le Lamentazioni perché ciò che Geremia diceva del popolo ebreo rimproverandolo di ingratitudine, minacciandolo di desolazione, la Chiesa con più ragione lo ripete sopra i Cristiani, i quali spesso rinnegano coi fatti il loro Redentore e si tirano sul proprio capo i flagelli più spaventosi della sua collera.

Si spengono i lumi nel corso e nel fine dell’Ufficio delle Tenebre per significare che in tal Tempo: Cristo, vera luce del mondo, fu oscurato con mille obbrobrii, e poi estinto colla morte; gli Apostoli destinati ad essere la luce del mondo si tennero per timore nascosti, quasi che in loro fosse estinto il lume della Fede.

Spegnendosi le candele del triangolo si conserva sempre accesa la più alta, la quale poi si nasconde: per conservar sempre nella Chiesa il lume sacro, che è il simbolo di quella Fede che nella Chiesa non fu mai estinta; per mostrare che la divinità di Cristo, mistico fuoco, inseparabile dalla sua umanità, non fu mai estinta, né oscurata, ma solamente nascosta; per significare che la parte superiore dell’anima di Gesù Cristo godeva la gloria dei comprensori, mentre la inferiore era esposta a tutti i travagli dei viatori.

Si fa gran rumore dopo l’Ufficio delle tenebre per significare: la sollevazione che i capi della Sinagoga eccitarono nel popolo contro Gesù; lo schiamazzo della turbe che gridava a Pilato: Crucifige, crucifige benché Gesù, dal giudice stesso, fu dichiarato innocente; lo sconvolgimento di tutta la natura alla morte di Gesù Cristo.


giovedì-santoIl Giovedì Santo si chiama in Coena Domini: perché Gesù Cristo fece in tale giorno coi suoi Apostoli l’ultima Cena solenne in un magnifico salone di Gerusalemme; perché in essa istituì Gesù Cristo la gran Cena spirituale dell’Eucarestia preparata per tutti i popoli fino alla consumazione dei secoli.

Nel Giovedì Santo si fa la comunione anche del Clero per ricordare che in tal giorno Gesù Cristo di propria mano distribuì ai suoi Apostoli il SS. Sacramento, da lui istituito dopo la cena legale, sotto le specie del Pane e del Vino.
Non si dice che una Messa e questa dal primo dignitario di ciascuna chiesa in cui si celebra, per indicare che in tal giorno il solo Gesù Cristo consacrò e dispensò di sua mano il Pane ed il Vino già tramutati nel suo corpo e nel suo sangue.

Si consacravano dal Vescovo gli olii che si usano per i quattro Sacramenti, il Battesimo, la Cresima, l’Estrema Unzione e l’Ordine, nonché nella consacrazione delle cose destinate al culto divino e ciò per dimostrare: che in tal giorno Gesù Cristo deputò gli Apostoli in suoi speciali ministri, facendoli non solo sacerdoti ma anche Vescovi; che ogni benedizione procede dalla Passione a cui Gesù Cristo diede principio coll’Orazione nell’orto dopo la Cena.

Si fa cessare il suono delle campane per significare con questo silenzio: la mestizia della Chiesa; il silenzio degli Apostoli che, per timore dei Giudei, cessarono di predicare Gesù Cristo e si diedero alla fuga.

Si fa la lavanda dei piedi: per onorare la memoria di quella che fece Gesù Cristo ai suoi Apostoli; per assecondare l’invito che fece Gesù Cristo che dopo aver lavato i piedi ai suoi Apostoli, li esortò tutti ad imitare il suo esempio.

Si fa il Santo Sepolcro con molta magnificenza per ricordarci: che Gesù Cristo fu sepolto in un sepolcro nuovo, reso poi sommamente glorioso nella sua Resurrezione; che Gesù Cristo anche nel suo corpo separato dall’anima, merita l’adorazione di tutto il mondo, perché unito inseparabilmente alla divinità; che deve essere con molta cura purificato il nostro cuore quando in esso, come già nel Sepolcro, sta per essere depositato Gesù Cristo come colla SS. Comunione.

Non si tiene Acqua Santa nella Chiesa per indicarci: che i fedeli in questi giorni devono essere così mondi da ogni peccato da non abbisognare di purificazione; che quando Cristo ci lava col sangue, non conviene usare altra aspersione.

Si fanno devote visite al Santo Sepolcro: per riparare i tanti torti fatti a Gesù Cristo nei sette viaggi della Sua Passione; per imitare la SS. Vergine e le altre pie donne che onorarono Gesù Cristo ora coll’accompagnarlo fino al Calvario per assistere alla sua morte, ora coll’avviarsi al sepolcro per imbalsamare il cadavere.


Il Venerdì Santo si chiama Parascere, che vuol dire Preparazione: per indicare che in tal giorno i Giudei preparavano tutto l’occorrente per il sabato compreso negli otto dì della Pasqua, in cui veniva proibito qualunque lavoro, ed anche la preparazione del cibo; per avvisare i cristiani di prepararsi spiritualmente alla prossima Santa Pasqua.

Si legge il Vangelo e si fa la predica della Passione di Gesù Cristo per invitare tutti i fedeli: a leggerla e meditarla con devozione; a ringraziare Gesù Cristo per il suo amore dimostrato e i nel patire tanto per noi; ad imitarlo davvero, mortificando le nostre passioni e distruggendo in noi il peccato che fu il vero crocifissore di Gesù Cristo.

venerdì-santo
Si prega per tutti gli Stati e per tutte le Nazioni del mondo per indicare: che Gesù Cristo ha sparso il suo sangue per tutti gli uomini; che la sua redenzione è così copiosa da poter pagar sovrabbondantemente i debiti di tutti, per quanto vecchi ed enormi, solo che si unisca ai suoi meriti una penitenza sincera per parte di chi ha peccato.

Non si dice alcuna Messa, perché nel giorno in cui Cristo ha compiuto il suo sacrificio visibile e cruento coll’effusione del proprio sangue, non conviene il nostro sacrificio che è incruento, quindi soltanto commemorativo di quello che è compiuto sopra il Calvario, sebbene per l’identità della vittima che si sacrifica contenga in sé tutti i meriti, e rinnovi a pro nostro tutti gli effetti che furono prodotti dal primo.

Si lasciano nudi tutti gli Altari: per significare la nudità di Cristo nella flagellazione e sulla Croce; per indicarci che Gesù Cristo in tal giorno fu spogliato non solamente d’ogni veste, ma ancor d’ogni seguito, dacchè i suoi Apostoli si diedero alla fuga; per ispirarci i sentimenti di disprezzo per le vanità della terra, condannate da Gesù Cristo con tante sue umiliazioni; perché si rappresenti la tristezza della Chiesa per la morte del Figlioul di Dio.

Si adora solamente la Croce: per dimostrare col fatto che Gesù Cristo, morendo su di essa la nobilitò, la santificò, la rese adorabile in tutto il mondo; per indicare la stima che noi, come veri credenti, professiamo a tutto ciò che servì di strumento alla nostra redenzione.

Si bacia il Crocifisso: per indicare che per mezzo della Passione Dio si è riconciliato con l’uomo, il Cielo ha fatto pace colla terra; per imprimere nel nostro cuore l’amore della Croce indispensabile a portarsi per arrivare a salute; per impegnar Gesù Cristo ad accordarci tutti quei beni che colla sua morte di Croce ci ha procurati. Si deve quindi adorare la Croce: con spirito di compunzione, riconoscendo che i nostri peccati furono la vera causa per cui su di essa morì Gesù Cristo, poiché colla sua morte ha soddisfatto per noi alla divina Giustizia; con volontà risoluta di sempre onorare la Croce, pigliando dalle mani di Dio, tutte le mistiche croci da cui possiamo essere travagliati.


Nel Sabato Santo si fa il Fuoco Nuovo e il Lume Nuovo per significare: la vita nuova che pigliò Gesù nella resurrezione; la vita nuova che devono condurre tutti i cristiani; la nuova sorte a cui furono chiamati tutti gli uomini, dacché Gesù Cristo portò sulla terra il mistico fuoco del santo amore.

Il Cero Pasquale significa Gesù Cristo resuscitato e si lascia fino al giorno dell’Ascensione per significare che in tutto questo tempo Gesù Cristo restò visibile sopra la terra.

Cinque Grandi d’Incenso con cui si rappresenta la Croce sul Cero Pasquale, significano le cinque piaghe di Gesù Cristo, in virtù delle quali ogni cristiano deve spargere dappertutto il buon odore di Cristo con una santa condotta.

Le tre candelette disposte a triangolo in cima ad una canna significano: le Tre Marie, sempre fedeli nel seguir Gesù Cristo in mezzo alle sue umiliazioni; le Tre Divine Persone, glorificate in tutto il mondo per la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù Cristo.
Si adopera il Triangolo per accendere il Cero Pasquale onde significare: che la SS. Trinità fu quella che risuscitò l’umanità di Gesù Cristo; che le Tre Marie furono le prime a riconoscere e pubblicare la di Lui Risurrezione.

Le Campane che si suonano e l’Alleluja che si canta al principio della Messa di questo giorno significano: l’allegrezza di Maria e di tutti gli Apostoli per la Risurrezione di Cristo; la gioia che proveremo noi tutti, quando, dopo aver partecipato alle sue umiliazioni qui in terra, saremo fatti partecipi della sua gloria in cielo.

rapinano l'uomo della sua dignità

Rapinano l'uomo della sua dignità, 

e noi lo consideriamo come un furto di caramelle. 


La pacca sulle spalle non salva nessuno! 




Ribadisco il mio pensiero. Tanto non possono trattarci peggio di come già ci trattano. La misericordia di Dio sarà clemente con le nostre fragilità, se avremo chiesto perdono ed emendato. Sarà benevola, quando il cuore desidererà sinceramente la conversione e l'obbedienza alla volontà di Dio. Ma sarà giustizia senza sconti per chi avrà scelto di impugnare la verità nella propria vita e in quella degli altri. Essere conniventi di un pensiero avverso a quello di Dio non porta alla salvezza. Il mondo e settori stessi della Chiesa potranno applaudirci per la libertà dimostrata, la solidarietà umana e quanto altro si vuole, ma finiremo per dannarci l'anima. Posso rubare un pezzo di pane per fame o persino per capriccio, ed avere perdono. Ma se progetto o appoggio una rapina ad una grande banca, la considerazione sarò diversa. Qui stanno rapinando l'uomo della sua dignità, e noi finiamo per considerarlo come un furto di caramelle. La pacca sulle spalle non salva nessuno! Salva la verità! In noi e negli altri. Antonio Ucciardo

Inno Cherubico



Tchaikovsky 9 Sacred Pieces No. 1 - Cherubic Hymn 1


Inno Cherubico
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Οι τα Χερουβίμ μυστικώς εικονίζοντες
και τη ζωοποιώ Τριάδι
τον τρισάγιον ύμνον προσάδοντες
πάσαν την βιοτικήν αποθώμεθα μέριμναν
ως τον βασιλέα των όλων υποδεξόμενοι,
ταις αγγελικαίς αοράτως δορυφορούμενον τάξεσιν.
Αλληλούια

Mentre misticamente vediamo i Cherubini
e la Trinità che dona la vita,
cantando l'inno tre volte santo,
abbandoniamo ogni umana cura,
per accogliere il Re di tutte le cose,
invisibilmente scortato dagli ordini angelici.
Alleluia.

We, mystically representing the cherubim and singing the thrice-holy hymn to the life-creating Trinity, let us now lay aside every worldly care so that we may raise up the King of all, who is invisibly borne aloft by the angelic orders. Alleluia, Alleluia, Alleluia


di Francesco Colafemmina

Mentre la nostra Chiesa è attraversata da funesti temporali, talvolta è bene fermarsi in qualche piccola cappella e pregare. Vorrei così sottoporvi uno splendido inno che viene cantato nella Sacra Liturgia di San Giovanni Crisostomo (che a giusta ragione potremmo definire la versione orientale della Santa Messa di San Gregorio Magno). Si tratta del cosiddetto "Cherubico".

Quando si canta il "Cherubico" il momento è sacro. Tutti i fedeli si rappresentano in immagini (ikonìzo rafforzato dal mystikòs rende pienamente l'idea della "visione mistica", dell'apparizione, dello squarcio del divino sul mondo) i Cherubini e cantano con loro l'inno angelico. E' infatti fra poco che avverrà la Trasformazione sull'Altare delle Preziose Offerte. Il Cherubico è cantato appena dopo la lettura del Vangelo e prima della recita del Credo. E' in questo momento che diventa chiaro che quanto sarà a breve contenuto nel Sacro Disco e nel Sacro Calice non sarà più semplice pane e vino... Perciò l'inno dice "deponiamo ogni vitale preoccupazione" mentre ci innalziamo nell'ordine angelico sì da esser degni di meritare "il Re di tutti" che arriva seguito dall'esercito dei suoi angeli. Infatti la Santa Comunione, l'eucharistia (ringraziamento), è in maniera più evidente nell'Ortodossia, vero raccoglimento degli uomini verso la loro unica salvezza: Cristo. Il sacerdote al di là dell'Iconostasi inizierà a preparare le Offerte (ta Tìmia Dòra), sbriciolando il pane con la "lancia", una sorta di coltellino che rappresenta la lancia di Longino, in varie parti sul disco composto da diversi "settori" (dedicati ai Santi, alla Vergine, ai vivi e ai morti), rappresentazione simbolica della mangiatoia di Betlemme, del letto di morte e della terra in cui viviamo. Poi l'unirà al vino nel calice, versando dal "zeon" (una piccola anforetta) dell'acqua calda che rappresenta l'acqua uscita dal costato di Gesù e il calore dello Spirito Santo. Una volta benedette le Offerte nel kathaghiasmò, trasformate così nel Corpo e Sangue di Cristo, il sacerdote tirerà la tendina che lo aveva occultato durante la preparazione della Comunione e si porrà al centro dell'iconostasi pronto ad imboccare ogni fedele, come fosse un bambino debole e bisognoso di aiuto, con un piccolo cucchiaino. Tutti i fedeli giungono sul presbiterio e prendendo un fazzoletto purpureo che il sacerdote trattiene per un lembo nella mano in cui sostiene il calice, lo avvicinano alle labbra (perchè neppure una goccia possa cadere), e si comunicano. La sensazione evidente è che tutti questi uomini giunti per trovare il Signore, sono accomunati da un cucchiaino, sono umiliati dall'impotenza e la necessità di salvezza, dall'amore per Cristo che sanerà le piaghe di cisascuno, morali e fisiche. Il vero significato della Comunione diviene così a tutti intelligibile e resta solidamente legato alla Presenza Reale di Cristo in quel calice.