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giovedì 12 giugno 2014

il giovane clero cresce

“Ho mangiato l’ostia sputata via da un malato”. I bravi preti ci sono, e sono tutti giovani

Sono i semi gettati nel deserto del post-concilio da san Giovanni Paolo II aiutato dal suo prefetto Ratzinger, destinato a succedergli. I bravi preti ci sono, e sono quasi tutti giovani e io li sento, li leggo, li vedo. Se non li vediamo tutti è perché sono ancora dei piccoli germogli dispersi nel deserto. Ma le oasi e talora le foreste nascono da un germoglio sperduto nel deserto che è sbocciato. Basta un soffio dello Spirito.

  


1001458_10200579178534774_422173223_ndi Antonio Margheriti Mastino

Sono contro il pessimismo eccessivo perché è l’altra faccia dell’ottimismo demenziale. Sono contro a dire che “tutti i preti” di oggi fanno pena. Non è vero, non può essere vero, e lo vedo con i miei occhi. Anzi che sono pure migliorati rispetto a quelli di qualche anno fa, anche se i seminari, in senso inversamente proporzionale, laddove non hanno chiuso sono peggiorati.


È scomparso senza salutare il seminarista bambino. Menomale!

È che si sono impegnati da loro, questi giovani preti validi, studiando da soli, ricercando appassionatamente la verità per sé e, una volta trovata, avevano l’ansia di comunicarla integrale agli altri, perché il neofitismo è un fuoco e il fuoco sopravvive e si alimenta trasmettendosi e ardendo altrove, divorando insaziabile. Sono dei convertiti, e perciò le loro vocazioni sono dette (quasi) “adulte”.
Infatti non ce ne siamo accorti, ma è scomparsa all’improvviso e ormai del tutto e crediamo definitivamente una figura classica, quella dell’antico seminarista così come eravamo abituati a immaginarlo e vederlo: un bambino tutto perfettino cresciuto nelle chiuse mura del seminario, nascosto al mondo, senza esperienza della vita e delle sue tentazioni, avviato al sacerdozio più che vocato: i danni che hanno fatto, poi crescendo, questi seminaristi “avviati” al sacerdozio anziché chiamati!
I più furiosi demolitori del post-concilio, erano loro: odiatori di tutto quanto sapeva ancora di cattolico e di “chiuso” come le mura seminariali che li avevano separati dal mondo (e dagli affetti) e senza accorgersi “avviati” al sacerdozio così come si avvia un apprendista artigiano all’artigianato, non avendone una vocazione profonda, matura; loro i primi a strapparsi di dosso con furore la talare e rifiutare con risentimento ogni altro segno sacrale; loro i primi a spogliarsi.

Occorrono non preti “adulti” ma maturi

35814_reclining_priest_fUna vocazione oggi ha da essere consapevole, autentica, profonda e perciò adulta. Nel senso di matura, non adulterata e marcia. D’altro canto, i frutti acerbi non sono più utili a nessuno. Si deve fare esperienza di questo mondo per capire di che povera e triste cosa in realtà sia, a quanto poco si rinunci per avere il “tutto” del sacerdozio. Chi è stato sempre in seminario e mai nel mondo (come successe nell’immediato post-concilio) chissà cosa mai pensa si sia perso … onde i complessi, le smanie, i pruriti psicologici di mondanizzarsi per compensare quella “mancanza”, quell’ansia di non sperimentato, non vissuto. Mi verrebbe quasi da dire che a briglie sciolte nel mondo è necessario quel lasciarsi tentare dalle tentazioni come un batterio, per poi immunizzarsene, e dire di poi “rinuncio a satana, alle sue opere e tentazioni”.
Oggi il vero seminario è il “mondo”: lì impari tutto quello che “non è” Cristo; cosa è la falsa libertà che si presenta sotto la specie di libertinismo. Una volta che hai scoperto cosa “non è” Cristo, scopri “cosa è” il demonio. Presto scoprirai pure cosa Cristo è veramente. E allora puoi dire come in Paolo «non sono io che Ti ho trovato, sei Tu che mi hai cercato».  La chiamano “vocazione adulta”, dice.

Erano anni che non avevamo tanti bravi preti


Mi diceva oggi sul mio fb qualcuno, a proposito del mio articolo di ieri sulla scomparsa del “catechismo” dall’orizzonte di molti praticanti, più per hobby che per convincimento:
«Molto bello il tuo articolo, ma non servirà a nulla. Ho provato a spiegare queste cosa da anni ai preti e monaci che conosco, semplicemente sembra che la cosa non li riguardi».
Naturalmente è vero, e questo che mi parla è uno che dopo una vita mondana e un lavoro lontanissimo per sua natura da prospettive di fede, anzi fiero nemico della prospettiva cristiana, questo qui all’improvviso si è convertito. E allora è andato a bussare alle porte delle sacrestie e dei conventi toscani per comunicare la sua svolta, per ricevere aiuto, essere accompagnato nella fede che aveva scoperto, per scoprire oltre. Quando preti e frati non gli hanno sbattuto la porta in faccia, gli hanno spiegato che non era necessario convertirsi, anzi semmai era pure una cosa sconveniente.
Saranno certamente quei preti e frati “avviati” (da bambini), senza essere veramente vocati, al sacerdozio, col risultato che odiano il sacerdozio e il Sommo Sacerdote. Perché odiano quella vita che non era disegnata per loro, non scelta con spirito adulto, e che perciò ora trovano tediosa, sono senza ansia missionaria, senza fuoco: carne cruda. E di conseguenza, con fastidio hanno trattato questo convertito, loro desiderosi semmai di vivere quella vita dalla quale disilluso il neoconvertito sta scappando e della quale loro non hanno fatto esperienza, fra tanti rimpianti. Ecco perché odiano quell’altare che non li ha resi liberi, ma prigionieri di una vocazione sbagliata, mentre ormai tutto è irreparabile; allora ti spieghi il loro ostinato, suicida tentativo di mondanizzare la loro parrocchia: se non hanno ottenuto il mondo, che sia la chiesa a somigliargli. Una compensazione e una vendetta inconscia.
Rispondo a questo amico che non è vero, ci stanno tanti giovani preti capaci da qualche anno, li vedo. Se problemi hanno glieli creano più che i fedeli i vescovi o i parroci più anziani, per tacere dei formatori seminariali. Erano anni che non c’erano tanti bravi preti, e in questo è stato fondamentale l’esempio di Wojtyla e Ratzinger. Ma anche tanta buona apologetica. Un ragazzo che ha letto Messori e poi è diventato prete, sarà un bravo prete. Tanti così. Questo dico. E aggiungo che, fra l’altro, da anni, vedo giovanissimi preti persino in talare, e vecchi preti vestiti come operai Fiat e col cervello da adolescenti. Frustrati per giunta.

I teneri germogli dispersi nel deserto: i giovani preti

santi25Mentre tutto questo accadeva, si diceva, si scriveva, come un segno del cielo che volesse significarmi un bonum scripsisti Antoni, mi scrive un giovanissimo prete proveniente da ambienti più o meno ciellini. Non so perché tanti preti giovani, veramente parecchi, mi scrivano, e non per darmi consigli, ma piuttosto per, in certo senso, chiedermene o più spesso “confessarsi”: a me che sono istintivamente un vecchio anticlericale, allergico assai alle sacrestie. A me. A me per cose che forse un tempo avrebbero dovuto domandare al loro vescovo: evidentemente non se ne fidano, o sono certi di non riceverne alcuna risposta responsabile, o il vescovo è troppo impegnato in giro a tagliare nastri, pavoneggiarsi in atteggiamenti “umili”, fare comizi populisti con una croce di legno attaccata al collo.
Un giovane prete, dunque, uno di quei preti dei quali sempre e comunque, generalizzando, diciamo male, ma che – mi dico – forse proprio in base a queste critiche riescono talora a orientarsi e regolarsi, facendo in modo d’essere diversi da tanti loro confratelli anziani e  in crisi di identità, disposti a diventare tutto pur di non essere semplicemente sacerdoti di Cristo, tanto poco gli sempre il sacerdozio, e che puntualmente contestiamo, magari con insolenza (ma del resto loro pure sono cocciuti e arroganti). Ecco, questo giovane sacerdote, queste parole commoventi e che un po’ impressionano mi scrive:
«Ciao Mastino. A proposito di sacrilegio e profanazione dell’Eucaristia. La bestia ignorante del mio predecessore bruciava le ostie che i poveri anziani della casa di riposo di tanto in tanto sputavano. Io ne sono testimone. Mi è già capitato un paio di volte di ingoiare le ostie che qualche povero anziano ha sputato perché incosciente. L’ultima volta ho aggredito la ausiliare cretina che mi ha detto che l’avrebbe bruciata. Gli ho urlato che era il Corpo di Cristo e ho preso la particola piena di saliva e l’ho ingoiata. Questo gesto di per sé disgustoso mi ha dato una grande carica perché atto d’amore per il mio Signore. Non pubblico queste cose per evitare di scandalizzare i piccoli. Ma quanta rabbia mi viene nel vedere trattato così il Signore! Ciao».
Io non avrei avuto il coraggio: io che tante volte ho dato del “cacasotto” a tanti preti.
“Non sono più io che vivo, sei tu Signore che vivi in me”, dice Paolo. Quando un prete giovane riesce a realizzare questo, è pronto a tutto. Ce ne sono!
Sono i semi gettati nel deserto del post-concilio da san Giovanni Paolo II aiutato dal suo prefetto Ratzinger, destinato a succedergli.
I bravi preti ci sono, e sono quasi tutti giovani e io li sento, li leggo, li vedo. Se non li vediamo tutti è perché sono ancora dei piccoli germogli dispersi nel deserto. Ma le oasi e talora le foreste nascono da un germoglio sperduto nel deserto che è sbocciato. Basta un soffio dello Spirito.

mercoledì 10 aprile 2013

liturgia povera?

Liturgia povera?

La sua ricchezza è simbolo dell' alterità divina!

 
L’undicesimo volume dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger, quello sulla “Teologia della Liturgia”, riporta sul retro della copertina una neanche troppo velata dichiarazione: “Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della chiesa”. Questi primi giorni di pontificato (anzi, di episcopato?) di papa Francesco la rendono tremendamente attuale e ci impongono inevitabilmente una riflessione sul rapporto tra la povertà (e non il pauperismo) e la liturgia. Una riflessione che, non va sottovalutato, è tra una dimensione umana, la povertà, e quella divina, la liturgia. Già, perché è sfuggito, in questi anni di convulsioni post conciliari, la natura squisitamente divina della liturgia: un affacciarsi del Cielo sulla terra, la prefigurazione terrena della Gerusalemme che, pertanto, ne deve richiamare la maestà e la gloria. Nella liturgia, attualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo sulla croce, è Dio che incontra l’uomo: essa non è fatta dall’uomo – altrimenti sarebbe idolatria – ma è divina, come richiama anche il Concilio Vaticano II.

In questo quadro, assume, evidentemente, una notevole importanza anche il discorso relativo ai paramenti. Lo ha già sottolineato magistralmente Annalena Benini nelle sue “Nostalgie benedettine” sul Foglio del 23 marzo scorso: “Benedetto XVI si rivestiva di simboli e di tradizione mostrando a tutti che lui non apparteneva più a se stesso, né tantomeno al mondo”. Era di Cristo, era l’“alter Christus” quale è il sacerdote nella liturgia. Con il paramento egli non è più un uomo privato, ma “prepara” (parare) il posto a qualcun altro: e quel qualcun altro è il Re dell’Universo. Impoverire la maestosità del paramento significa, inevitabilmente, impoverire Cristo. Ed è proprio Gesù stesso ad aver separato il concetto di povertà personale da quella dell’istituzione chiesa. Lo fa nel vangelo di Giovanni, laddove accettò l’unzione di una donna di Betania: “Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” (Gv 12, 3-5). Innanzitutto, Egli giustifica il culto con oli costosi (e, guarda caso, Giovanni ricorda che è Giuda a lamentare lo spreco di danaro che, invece, avrebbe potuto essere destinato ai poveri) e, soprattutto, emerge l’esistenza di una cassa comune tra i dodici.

Torniamo alle origini? Allora si dovrà tornare ai drappi d’oro e porpora ritrovati nella tomba di Pietro. E’ evidente, dunque, che, non essendo il pauperismo un tratto distintivo della vita cultuale della chiesa, essa ci “trasmette ciò che ha ricevuto”, per usare un’affermazione dell’apostolo Paolo (1Cor 15, 3). Pio XII, emblema collettivo dell’opulenza liturgica, si dice che dormisse su tavole di legno nude e crude e seguisse modestissime diete. Ma in privato. L’ancoraggio liturgico alla tradizione fatta di mozzette, pianete e fanoni, è parziale manifestazione della Gerusalemme celeste, della liturgia degli angeli, come dice san Gregorio. Una tradizione fatta di canto gregoriano, che è incarnazione sonora della Parola di Dio, è garanzia di corretta risposta alla Parola stessa. Una tradizione fatta di una lingua sacra, il latino, immutabile nella quale ogni parola è già essa stessa teologia.

B-XVI, nella scuola di liturgia delle sue messe papali, ci ha insegnato magnificamente questo: ristabilire il primato della liturgia, fonte e culmine della vita della chiesa, e il primato di Cristo. “Non più io vivo, ma è Cristo che vive in me”, afferma san Paolo. Il sacerdote, coi paramenti, si “riveste” di Cristo (Gal 3, 27), dell’uomo nuovo (Ef 4, 24), per diventare per Cristo, con Cristo e in Cristo. Il Padre misericordioso, ci ha insegnato Joseph Ratzinger, dopo averlo abbracciato al suo ritorno, che è una risurrezione spirituale, ordina di andare a prendere “il vestito migliore” (Lc 15, 22).
E questo altro non è che l’applicazione di quel Concilio Vaticano II al quale molti si appellano per dimostrare il definitivo superamento dell’arte sacra della tradizione: “Una vigilanza speciale abbiano gli Ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, vengano alienate o disperse” (Sacrosanctum Concilium, 126) e precisa, inoltre, l’Ordinamento generale del Messale romano: “Nei giorni più solenni si possono usare vesti festive più preziose” (n. 346).

di Mattia Rossi