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sabato 2 novembre 2013

Missa pro defunctis


La Missa pro defunctis e il "funereo"
Novus Ordo: un parallelo liturgico
di Satiricus 



Oggi mi sento in vena di ecumenismo. E vado in cerca di ciò che ci unisce. Di ciò che unisce la Forma Ordinaria del Rito Latino (FO) alla Forma Extra-ordinaria del medesimo Rito (FE). E trovo il trait d’union nella celebrazione odierna – In commemoratione omnium fidelium defunctorum - o anche, se vogliamo, nelle Missae pro defunctis in generale.

E’ infatti cosa evidentissima per chi conosca la FE, quale e quanto sia lì lo scarto tra la celebrazione feriale e quella di suffragio. Se ne accorge massimamente il celebrante, e chiunque con lui abbia la pazienza di soffermarsi sulle indicazioni del rubricale.

Anzitutto la FE chiede che nelle messe per i defunti sia omesso integralmente il salmo 42, cosicché la cerimonia si trova ad iniziare ex abrupto dal Confiteor. Similmente vengono decurtate la preghiera di purificazione prima della lettura del Vangelo, che di tre parti – Munda cor meum, Iube Domine, Dominus sit – ne mantiene solo una; e le preghiere precedenti la Comunione – Domine I. C. qui dixisti, Domine I. C. Filius Dei vivi, Perceptio corporis tui – che sono ridotte a due.

L’Agnus Dei conosce una variazione nelle risposte. Ed ugualmente varia la conclusione del rito, cui vengono omessi il congedo abituale e la benedizione. Cadono alcuni gesti: il segno di croce all’Introito (modificato più che annullato), il bacio del Vangelo, il segno di croce sull’ampollina dell’acqua all’Offertorio, il percotimento del petto all’Agnus Dei.

Che dirne? La celebrazione si fa greve. Qualcuno dirà: lugubre. Secca e asciutta. Quasi che il gesto liturgico del celebrante porti con sé la pesantezza ed il dolore del popolo che piange i propri morti. E questa morte riveste con potenza il sacerdote, che si paramenta tutto in nero – non così il paliotto dell’altar maggiore né il conopeo, luoghi della presenza del Santissimo, di Colui che è Vita: qui un violetto è l’estrema variatio cromatica concessa – e con ciò davvero sembra, il sacerdote, non aver più la forza di benedire, di baciare, di salmeggiare, di battersi e pregare.

Scompaiono – quasi dimenticavo – anche i gloria (all’Introito e Lavabo) ed i relativi inchini. Scompaiono le preci che elargiscono sul popolo la pace: ora che i morti, se pace avranno, dovranno  chiederla direttamente al Giusto Giudice e non da noi mortali.

Tutto nel rito di suffragio mostra dunque che la ferita della morte preme stancamente e raccoltamente sul sacerdote, il quale realmente va così facendosi carico delle angosce del popolo fedele e affranto. Mentre troneggia quasi al cuore della funzione, ritmata e inesorabile, laSequentia: Dies irae, dies illa.

E ora a noi e all’ecumenismo.

Un ecumenismo triste, se mi è concesso dirlo con ironia nel giorno grigio dei morti affidati a Dio. Sì, perché guardi e vedi come in fondo l’Ordinario feriale della FO sia piuttosto simile al rito funebre della FE.



Com’è la Messa odierna? Inizia, quasi di botto, con un Confesso magro e sbrigativo, procede sveltamente in un decurtamento generale delle parole e delle azioni. Pochi sono gli inchini comandati, e meno ancora quelli che in effetti si fanno. Saccheggiati i segni di croce, depennati al minimo i simboli del pentimento. Di tre preci all’Evangelo la FO ne tiene una, di tre alla Comunione due; l’Agnello di Dio è variabile; il finale pure.

Ho promesso, e lo confermo, di voler essere ironico. E’ nel mio stile. Eppure non può sfuggire del tutto, per quanto concesso al variare dei simboli e alla creatività liturgica attuale, che la santa Messa d’oggi è così: breve e secca, asciutta. Quasi da funerale?

Stando alle norme, andrebbe fatta – per esser schietti – sempre con canti, e con silenzi intelligenti e con ampi coinvolgimenti di popolazione. E questo ne darebbe lo splendore, per me pur sempre un poco modernista, ma in sé aggraziato e tale da salvarne la sublimità. Ahimè, silenzi attori e canti di solito fan pena oppure latitano.

Per cui, daccapo, la Messa quotidiana, per noi che del perenne rito siamo gli inossidabili amatori, e dell’ammodernato bistrattato vittime, ha un che di affranto sottili forme smorto. Come una volta – appunto - nella Missa da morto. E in più senza neppure quel vigore che il nero, il tumulo e il Dies irae vibravano ad ogni movimento.

Ciò basti. Non tanto per dir male di un rito che la Madre Chiesa oggi promuove ed ama, ma per spronare chi della nuova forma ha cura, a celebrare bene, con scrupolo e con zelo. Ogniqualvolta il prete moderno con fare distratto sciupa tempi e cadenze del santo Sacrificio, mostra a sé e al mondo di stare celebrando non per i vivi ma per i defunti. Non vivo, lui stesso, ma sciupato e storto. Prete in nero – non nel vestire, ma nell’intenzione – prete da morto.

Che poi nel dì dei morti troviamo tanti stimoli a dire della liturgia nelle sue forme, è cosa che stupisce poco o nulla. In fondo qui si gioca tutta la sfida del liturgico e del dottrinale: attorno al senso di una vita che, con Cristo Crocifisso, dia senso ai morti, ai preti, ai riti, e al nostro quotidiano decadere.

giovedì 23 maggio 2013

Papa Bergoglio e la Sacra Liturgia

Francesco e la liturgia: una "punizione" per i merlettari?

 

di Satiricus
Affranto e sconsolato, io come molti miei compagni di tradizionalismo, assisto al tramonto (o all’eclisse?) della riforma liturgica nella Catholica.
Sincopata dalle modifiche post-conciliari, la liturgia viva e imperitura della Chiesa semper reformanda (oggi invece – non so perché – si tende a ritenere che sia la liturgia a dover essere semper reformanda) ha tentato per qualche decennio la strada non proprio felice del miscuglio tra archeologia e innovazione, teologia e pastorale, ecumenismo e ragione. A miscuglio lievitato, ci è rimasta in mano una messa con più tribolazioni che turiboli.

Ad onor dei novatori va pur riconosciuto che dopo due Guerre Mondiali, una Guerra Fredda, rivoluzioni culturali e tecnologiche, attentati, scandali, inchieste e simili, non pochi hanno avvertito il desiderio di cambiare un po’ le cose: quelle che danno il pane. E all’utilità di pizzo e merletto per la Pace universale non hanno punto creduto. Per questo, quando i loro severi parroci hanno iniziato a far la concorrenza a Odette Bedogni e socie, i nostri spossati genitori se ne son preoccupati poco o niente.

Si è dovuto attendere un paio di scismi e quaranta anni buoni perché Benedetto XVI venisse a riordinare sistematicamente il rebelotto. Lo ha fatto ricordano cose importanti, ad esempio che la liturgia non è l’ultimo spazio del cristiano, che è essa è essenzialmente uno sguardo su Cristo prima che sui fratelli, che averla a cuore non significa fuggire il mondo e infine che il disprezzo attorno alle sagrestie è pur sempre segno di una qualche incoerenza negli ammodernati e secolarizzati predicatori di una carità quasi solo a sinistra.

Non male, per essere stato un perito conciliare. Sempre devoti a questo paladino che ha agito in caritate non ficta (2 Cor), ma anche con un coraggio e una lucidità non ficti! Mi inchino un po’ meno a quanti, sull’onda della riforma della riforma di Papa Benedetto XVI, ne hanno approfittato per riesumare dalle canoniche non solo vesti e pianete – precedentemente obliterate ad onta del diritto universale – ma anche almuzie, cappini, ferule, fibbie, flabelli, razionali, etc. Confermando così il pregiudizio – in un tempo già per sé inetto a giudicare serenamente su queste cose – dell’ispirazione museale di certi ambienti. E forse di certi Papi.

Per questo è arrivato Francesco. Sentenzio: il nuovo Papa Francesco è stato inflitto da Dio a castigo per tutti i peccati di quei tradizionalisti che hanno abusato delle intelligenti aperture del suo insigne predecessore. A beneficio di tante altre cose, ma a castigo di cotali. D’altronde io stesso, mentre gioisco per la prospettiva di una riforma della Chiesa – contro gli sfarzi, i sussieghi e le conventicole clericali variamente goderecce -, resto un po’ basito per le iniziali goffaggini liturgiche del Pontefice felicemente regnante.

Bene affermare il primato della carità. Ma per farlo è proprio necessario calpestare i riti, con quel loro deposito di valori anzitutto teologici e simbolici e solo indirettamente pratico-sociologici? Non c’è il rischio di tornare a una liturgia moralistica, fatta di azioni stilizzate con funzione parenetica (la quale giustifica ogni infrazione normativa, avendo come priorità la comunicazione all’uomo d’oggi, priorità evidentemente assente nel rubricale), oscurando la sua natura propria, che è appunto liturgica e religiosa?

Mi scuso per queste pubbliche condivisioni. E attendo gli sviluppi del caso. Certamente Francesco ha un progetto molto forte e presto ne scorgeremo i lineamenti. Altrettanto sicuramente la grassa parte della massa – laicale o clericale non fa differenza – va interpretando i suoi primi passi come autorizzazione alla trasgressione e alla manipolazione delle norme liturgiche. Ma in questo modo, non me ne abbia Sua Santità, la croce di ferro è cascata secca sul capo a noi che dalle basse file ci sforzavamo di bonificare le celebrazioni dallo sciattume imperante. Per qualche strana ragione poi, coloro che sono tanto presti nel cestinare i consigli cerimoniali di Benedetto XVI, non paiono altrettanto lesti nell’attuare i segni di povertà e rinuncia di Francesco. Che dire dunque? Servirebbe un confronto su sostanza e forma, nella convinzione che la seconda non è opzionale, ma resta pur sempre funzionale alla prima.

Ora, che la forma presa in se stessa rischi di irrigidire, è cosa che intuiamo tutti, per il semplice fatto che è uno dei dogmi della cultura europea in cui siamo cresciuti (si pensi all’esasperazione del “puro spirito”: da Lutero, a Hegel, ai suoi rovesci prima marxisti e oggi “femminicidisti”). Ironicamente, questo non basta a immunizzare i “nemici della forma” da esiti essi stessi grotteschi e formalisti. Così, per esempio, i progressisti che da due mesi inneggiano al ritorno delle scarpe nere del Papa, mostrano un feticismo “nero” non migliore di quello dei loro avversari “in rosso”. Il valore della forma si difende con argomento e contrario. La forma è così essenziale alla liturgia che chiunque la osteggi piomba per ciò stesso nei già noti paradossi degli scettici: e allora capita che, come in filosofia non posso cercare di liberarmi dalla verità se non tramite un argomento veritativo, così in liturgia non posso prescindere dalla forma se non facendone una questione di forma.

Ma che dire della sostanza (cui la forma sana anela)? La sostanza della liturgia – con buona pace dell’emozionismo schitarrante e della participatio collettivista – è rappacificare l’uomo col suo Creatore, spodestando il dominio secolare del demonio. In questo senso la liturgia ha un cuore esorcistico. Non si tratta di ricadere nell’amartiocentrismo, non si afferma che la realtà si comprende intrinsecamente a partire dal male; bensì si afferma il carattere strumentale della liturgia – ma strumentale, al modo in cui la retina è funzionale al vedere, uno strumento-non-facoltativo allo scopo – e se ne specifica il compito nella rimozione dello scandalo diabolico dal cuore del singolo uomo e dell’umanità. Il buon Francesco – che in quanto a feticismi non soddisfa nessuno, alternando l’oro e il metallo, il classico e il moderno – ha da subito stupito tutti per i suoi riferimenti al demonio, nonché per quel suo recente gesto di liberazione eseguito – da par suo – sotto gli obiettivi delle telecamere di mezzo mondo.

Nostalgico, ma non troppo, delle mozzette dei suoi predecessori, mi rincuoro nel vedere che Benedetto XVI non è stato davvero né l’ultimo esorcista, né l’ultimo liturgista. La lotta procede. E chissà che, imparata da Francesco la foga anti-satanica senza schermi, diverremo nuovamente capaci in futuro di viverla nelle forme cesellate della Tradizione cattolica di sempre.