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sabato 3 ottobre 2015

«In Vaticano esiste una potente lobby gay»

Inizia l'assalto. 

Puntuale come il mal di denti





di Giuliano Guzzo

L’inizio dei lavori sinodali, come si sa, è oramai alle porte e il Corriere della Sera, testata simbolo dell’informazione libera e notoriamente in mano a poveri orfanelli, sgancia il suo siluro: una lunga intervista – si legge anche sul portale internet del giornale – a «monsignor Krzysztof Charamsa, teologo, ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede e segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale vaticana» che «ha deciso di fare coming out pubblicamente in un’intervista esclusiva pubblicata sul Corriere».
Ma tu guarda: proprio ora, casualmente, il monsignore ha pensato bene di vuotare il sacco rivolgendosi alla prima redazione che gli è capitata a tiro: questo vogliono farci credere, stimando estinto il nostro spirito critico, gli amici del Corriere. Invece una simile bomba, che guarda caso – vicenda costellata di coincidenze, questa – esplode dopo che l’altro ieri, sempre il Corriere, pubblicava una lunga intervista al cardinale Kasper nella quale, guarda caso, il teologo riformista asseriva che omosessuali si nasce, fa pensare ad una regia.

Certo, in realtà sono diversi giorni che il quotidiano milanese – che da tempo, insieme a Repubblica, mira insistentemente ad accreditarsi come il nuovo Osservatore Romano – si occupa del Sinodo, dando voce anche a cardinali, si pensi a Scola, lontani dalle posizioni di Kasper e dalle dichiarazioni esplosive di oggi. Tuttavia è interessante notare come nei giorni immediatamente prossimi al Sinodo le interviste che hanno trovato spazio siano tutte di tenore simile, vale a dire progressiste o addirittura, come oggi, per il riconoscimento delle unioni gay.

Il tutto, ancora, a poche ore da una singolare smentita della Sala stampa vaticana dell’appoggio di Papa Francesco a Kim Davis, segretaria del Kentucky arrestata perché rifiutatasi di rilasciare certificati di matrimonio a coppie omosessuali che il Santo Padre avrebbe incontrato – a quanto pare – per augurarle buona giornata o discutere del tempo. Che dire, pensando a tutte queste coincidenze? Vengono in mente due frasi. La prima è di Papa Francesco: «In Vaticano esiste una potente lobby gay» (IlFattoQuotidiano.it, 11.6.2013). La seconda è di Giulio Andreotti (1919-2013): «A pensar male si fa peccato, ma spesso s’indovina».

http://www.campariedemaistre.com/2015/10/inizia-lassalto-puntuale-come-il-mal-di.html



Caso Charamsa, si squarcia il velo sui preti gay

di Renzo Puccetti
«Dichiarate i vostri conflitti d'interesse». È quanto scrivevo sulla Nuova BQ a proposito dei religiosi di ogni dignità autori di dichiarazioni e scritti eterodossi in senso omosessualista. Ho dovuto aspettare quattro mesi e l'apertura del sinodo ordinario per la famiglia per avere almeno una risposta indiretta a quel mio invito. Monsignor Krysztof Olaf Charamsa ha fatto, come lui stesso ha detto, "coming out" rivelando in un'intervista alCorriere della Sera di essere "un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità". "È il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana", ha detto alla giornalista del Corriere.

In realtà non conosco alcun articolo del codice canonico dove la Chiesa imponga a chicchessia l'astinenza totale dalla vita d'amore, a meno che, con un riduzionismo che è abbastanza sintomatico della polarizzazione del pensiero di una componente significativa della popolazione omosessuale, egli non identifichi l'amore con il sesso. Sì, la Chiesa occidentale indica a tutti la castità che per i consacrati consiste nel celibato e dunque l'astinenza dai rapporti coniugali. Non sorprende che ciò che i padri e i santi per millenni hanno tenuto come un dono e una chiamata proveniente dalle labbra stesse del Signore Gesù Cristo, rendersi eunuchi per il regno dei cieli, per la cultura pansessualista omofila costituisca un trattamento disumano, qualcosa dunque di assimilabile alla tortura praticata a Guantanamo. 

Alla Chiesa il teologo polacco ha detto in conferenza stampa di "avere dedicato tutta la vita". Non per essere pedanti, né irriconoscenti verso il bene che egli avrà sicuramente compiuto, ma non si può non sottolineare il fatto che, almeno da un certo punto della sua vita, egli ha cominciato a ritagliare dalla sua vita sacerdotale uno spicchio, solo lui sa quanto grande, offerto a qualcun altro, quel compagno che ha dichiarato di avere.

Ordinato sacerdote il 28 giugno 1997, all'intervistatrice che gli domandava come avesse potuto ricevere gli ordini nonostante la sua omosessualità ha detto che l'esclusione dei sacerdoti gay è una "regola introdotta nel 2005 quando io (mons. Charamsa n.d.r.)  ero già sacerdote, e che vale solo per le nuove ordinazioni". Il riferimento è all'Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri.

Si tratta effettivamente di un documento del 4 novembre 2005 approvato da Papa Benedetto XVI che però non faceva altro che confermare e sviluppare le indicazioni dell'esortazione apostolica post-sinodalePastores dabo vobis del 25 marzo 1992  in cui il Papa San Giovanni Paolo II reiteratamente richiamava alla verifica della maturità affettiva del candidato al sacerdozio: "l'educazione all'amore responsabile e la maturazione affettiva della persona risultano del tutto necessarie per chi, come il presbitero, è chiamato al celibato, ossia ad offrire, con la grazia dello Spirito e con la libera risposta della propria volontà, la totalità del suo amore e della sua sollecitudine a Gesù Cristo e alla Chiesa".

Quella norma era perfettamente in vigore quando mons. Charamsa pronunciava i voti solenni e riceveva il sacerdozio, la dottrina morale della Chiesa non è cambiata in corso d'opera dopo la sua ordinazione, dunque quella sua attrazione verso le persone dello stesso sesso era stata al tempo dichiarata al direttore del seminario e al vescovo? L'insegnamento della Chiesa sul celibato e sull'omosessualità era stato compreso ed accolto? C'è stata una metamorfosi in quella che mons. Charamsa concepisce come la propria "natura", oppure, nonostante oggi affermi di avere sempre saputo del proprio orientamento, ci fu sottovalutazione, dissimulazione e omissione?

Oggi il teologo gay formula la richiesta del ribaltamento della dottrina argomentando che "una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla propria Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura". Si tratta della stessa posizione espressa dal cardinale Kasper di cui, in qualche modo, la condotta di mons. Charamsa è lo sviluppo applicativo. Il porporato tedesco ha infatti dichiarato casualmente ancora al Corriere della Sera che "gay si nasce". Non posso che essere stupefatto di fronte a tanta onniscienza. L'intera comunità scientifica mondiale dopo decenni di ricerche e tonnellate di pubblicazioni non sa ancora attribuire una causa all'attrazione sessuale per persone dello stesso sesso, ma Charamsa e Kasper affermano sicuramente che si tratta di una condizione naturale. Categoria, quella di natura, suscettibile di un'interpretazione distorta quale quella di ridurla alla mera dimensione biologica, senza considerare che appartiene alla natura dell'uomo la razionalità e la capacità di sottrarsi agli istinti.

Ed è proprio l'interpretazione dell'omosessualità come fatto innato ed immutabile ad essere smentita dalle evidenze scientifiche che indicano invece un basso tasso di concordanza nell'orientamento sessuale dei gemelli omozigoti di fratelli omosessuali (segno che l'orientamento omosessuale non è governato nei cromosomi) e la significativa fluttuazione spontanea dell'orientamento sessuale rilevata nei cinque anni di osservazione dal gruppo di studio della Cornell University negli oltre dodicimila giovani adulti appartenenti al National Longitudinal Survey of Adolescent Health.

Mons. Charamsa ha definito l'ex Sant'Uffizio "il cuore dell'omofobia della Chiesa cattolica, un'omofobia esasperata e paranoica". Non stupisce nemmeno questa posizione. Per i gay, per gli attivisti omosessualisti (non per le persone omosessuali, categoria sociologica ben più ampia e variegata), tutto ciò che si oppone alla totale omologazione e parificazione del sesso omosessuale a quello eterosessuale costituisce omofobia. Se dunque Scrittura, Tradizione e Magistero condannano gli atti omosessuali, per il gay cattolico che tiene come un dogma di fede che gay è bello e buono, ci deve essere un errore nella esegesi, nel pensiero dei padri e dei santi, nell'insegnamento dei Papi e nei messaggi provenienti dal Cielo riconosciuti come autentici dalla Chiesa. Tutti in errore, tranne lui, il gay credente, che, come previsto da Paul Bourget, incapace di vivere come crede, ha deciso di credere come vive. 

Le parole di p. Lombardi che annunciano la rimozione del teologo polacco dai vari incarichi attualmente conferiti non dovrebbero essere recepite come una ritorsione, ma piuttosto come la franca accettazione del libero arbitrio di ogni persona, compresa quello di credere in quello che insegna come Mater et Magistra oppure di credere in ciò che si pensa.

Indipendentemente dai tempi e dalle modalità comunicative scelte, intendo comunque rivolgere a mons. Charamsa il mio personale ringraziamento per avere rivelato il suo conflitto d'interessi. Adesso tifo perché chi è nelle sue condizioni non continui a tradire la Chiesa.

domenica 28 settembre 2014

La chiesa verso la poligamia?

Risposarsi a dispetto dei santi


Domande legittime di un laico cristiano sul nuovo “divorzio concordatario” che i novatori preparano. Rifare la dottrina sarà davvero un atto misericordioso?


Il Sinodo dei Vescovi indetto da Papa Francesco sul tema “Le sfide pastorali della famiglia 
nel contesto dell'evangelizzazione” inizierà il prossimo 5 ottobre e si concluderà il 19

Benché denso di argomenti meritevoli di ben maggiore considerazione, la discussione sulla possibilità di riammettere al sacramento dell’Eucaristia le persone divorziate risposate ha monopolizzato l’attenzione dei media in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia che il Santo Padre vuole comunque aperto al confronto. Intendo offrire un piccolo contribuito come laico impegnato insieme a tanti altri nella difesa del bene primario della vita e della prosecuzione dell’utero materno, come definì la famiglia il cardinale Ratzinger. Chesterton ammonì che un giorno le spade sarebbero state sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate; quando osservo lo stupro mediatico dell’appellativo così dolce e delicato con cui Gesù si è presentato a una minuta suora polacca, Misericordia, e il martirio a cui viene sottoposta la logica, ho come l’impressione che quel giorno non sia poi così lontano. Non voglio, non posso, non devo dare risposte, ma porre domande sì, quello mi è consentito, anzi è un diritto che mi deriva dal battesimo e ancora prima dalla mia natura umana razionale tenuta in così gran conto da un certo Pietro, primo Papa, che esortava a rispondere riguardo le ragioni della nostra speranza.

ARTICOLI CORRELATI  Il divorzio nella chiesa. Una soluzione swiftiana La “modesta proposta pastorale” tra castità e romanticismo. Le idee Una modesta proposta (pastorale)Mi pare che una prima questione debba ricevere soluzione nel riflettere sull’argomento: il marito divorziato e risposato secondo la legge civile che desidera ricevere la Comunione, con chi sta avendo rapporti sessuali? Con una donna che per la legge di Dio e della chiesa non è moglie, con una delle due mogli, o con l’unica moglie? Nel primo caso avere rapporti sessuali con una donna diversa dalla moglie significa ancora commettere adulterio o no? In caso affermativo, è ancora vero che il nuovo matrimonio civile accresce la gravità della rottura cristallizzando l’autore in una “condizione di adulterio pubblico e permanente” (CCC 2384)? Se invece si affermasse che ha rapporti con una delle due mogli, dovremmo dedurne che per ragioni “pastorali” si cesserà di indicare la poligamia come grave offesa alla dignità del matrimonio (CCC 2400) in quanto lesiva della sua unità fondata sulle parole di Gesù Cristo, “E i due saranno una carne sola”? Se infine anche per la chiesa egli non fosse più sposato con la prima moglie, perché non ammetterlo a un nuovo matrimonio religioso, inaugurando una sorta di divorzio concordatario rovesciato in cui la chiesa recepisce le decisioni dei giudici civili?

Papa Paolo VI, di cui prossimamente verrà proclamata la beatificazione, riflettendo con l’amico Jean Guitton sulla dottrina della contraccezione osservava: “Un’attenuazione della legge avrebbe per effetto di rimettere in questione la morale, e soprattutto di dimostrare la fallibilità della chiesa […] allora, il cattolicesimo anteriore a Giovanni XXIII apparirebbe […] una chiesa della ‘legge’ impraticabile, da cui io l’avrei liberata, quasi fossi un secondo Paolo. La teologia sarebbe così? la serva della scienza, ancilla scientiae […] per esempio un domani ammetterebbe la procreazione senza paternità: tutto l’edificio della morale verrebbe dissolto, e dopo l’edificio della morale verrebbe scosso l’edificio della fede. Perché l’oggetto della certezza non sarebbe più la rivelazione, ma la più recente scoperta scientifica”.

Mi domando se lo stesso pericolo si stia oggi ripresentando con una diversa forma di servitù, dove la chiesa sarebbe prona alla scienza sociologica o alla legge dei parlamenti e alle sentenze dei giudici: la teologia, anche quella pastorale, deve dunque annichilirsi ad “ancilla iudices”? Ma se così fosse, non si dovrebbe ammettere che ci eravamo sbagliati nel 1974 riconoscendo oggi in Pannella un profeta?

Da molte parti i novatori rassicurano che non vi sarebbe alcun cambio nella dottrina. Dicono infatti che le seconde nozze non sarebbero un sacramento, ma un male che la chiesa dovrebbe tollerare. Giunto a questo punto sono costretto ad ammettere che non riesco a capire: quale sarebbe la natura di questo male? Intrecciare una relazione sessuale da parte di una persona sposata si chiamerebbe ancora adulterio? Continuerebbe a essere un’offesa alla dignità del matrimonio condannata da Gesù anche quando consumata col semplice desiderio (CCC 2380)? Chi ne sarebbe l’autore se non il coniuge divorziato e risposato? E che gravità avrebbe un tale male? Non riguarda materia grave? Non è commesso con piena consapevolezza? E la passione che accompagna pressoché ogni atto umano sarebbe da sola sufficiente per dichiarare l’adulterio un peccato veniale per mancanza di deliberato consenso? In poche parole: l’adulterio continuerebbe a essere un peccato mortale (CCC 1447, 1857)? Le teste cattoliche tagliate da Enrico VIII non erano quelle di martiri, ma di inconsapevoli rigoristi? Oppure, aggiungendo la fattispecie di peccato grave, ma non mortale, si intende introdurre per via “pastorale” la tripartizione del peccato e la dissociazione tra atti concreti e opzione fondamentale rigettata dal magistero di san Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor?

Se, come pare di capire dai resoconti, continuare a negare la Comunione ai divorziati risposati sarebbe il risultato di una mentalità chiusa, dobbiamo considerare l’accusa del Battista a Erode frutto di analoga chiusura? “Il vostro parlare sia: ‘Sì, sì; no, no’; poiché il di più viene dal maligno”, dice il Signore; questa frase mi sembra assai chiusa a creazioni “pastorali”, dunque che farne? Se negare la Comunione ai divorziati risposati significa mettere il peccatore in un buco senza uscita, le ultime parole di Cristo all’adultera, “va e non peccare più”, lungi da essere una liberazione, non finirebbe per essere una condanna inappellabile? E che dire del cavarsi l’occhio e tagliarsi la mano pur di potere entrare nel regno dei cieli? Non è più possibile vivere da eunuchi per la vita e la felicità eterne? Non è possibile chiedere a chi vuole ricevere il corpo e sangue di Cristo di allontanarsi dal nuovo compagno o di vivere come fratello e sorella in presenza di figli? Troppo sessuofobico? Eppure apprendiamo dalla lettera a Diogneto che i primi cristiani avevano in comune la mensa, ma non il letto. Mi domando dove sia dunque finita la radicalità del Vangelo, dove sia la liberazione dalle sovrastrutture e il ritorno alle origini.

L’assoluzione sacramentale e la successiva ricezione dell’Eucaristia comportano che il credente abbia la volontà diretta a impegnarsi nella conversione della vita. Nell’attuale battage mediatico pare esserci una grande assenza: l’appello alla conversione dell’intelligenza, del cuore e della vita a Gesù Cristo. Questo nonostante le prime parole che Gesù pronuncia all’inizio del suo ministero pubblico, nel Vangelo secondo Marco, sono proprio: “Convertitevi”. Viene detto che la Comunione va data perché è Sacramento per portare alla guarigione proprio chi ha più bisogno della Grazia, il peccatore. Capisco, e voglio guardarmi bene dal raccogliere la pietra per lapidare chicchessia, tuttavia non posso trattenermi dal domandare se il peccatore non debba continuare a passare dalla confessione sacramentale prima di accostarsi all’Eucaristia. Avevo imparato da bambino che per potersi accostare alla Mensa Eucaristica si dovesse essere in Grazia di Dio avendo ottenuto il dono del perdono dai peccati dopo avere espresso il pentimento sincero e il proposito di non peccare più. Vorrei capire se per il divorziato risposato tale sequenza la si debba considerare abolita. In tale caso solo per le offese al sesto comandamento o anche agli altri? Perché non si dovrebbe applicare lo stesso criterio al furto, all’omicidio, alla menzogna? Dunque, si può essere morti e ricevere il pane dei forti? Esiste un naufragio privilegiato? In che cosa consisterebbe dunque il sacrilegio eucaristico indicato da san Paolo “Chi riceve il Corpo del Signore indegnamente, mangia la propria condanna” (1 Cor 11, 29)? Si farà un’eccezione per non mettere in imbarazzo i genitori risposati durante la prima Comunione dei figli? La missione della chiesa è portare l’annuncio della salvezza operata dal sacrificio della croce a tutti gli uomini, compreso il più incallito peccatore. M’interrogo se guarire abolendo per legge la malattia salvi davvero, se sottoponendo ogni insegnamento morale oggi indigesto allo stress test cartesiano, “de omnibus dubitandum est”, si potrebbe domani cercare una soluzione “non chiusa” anche per la macina al collo di chi scandalizza i più piccoli e se alla fine del processo di destrutturazione rimarrebbe in piedi qualcosa della stessa fede.

Dal cardinale Ratzinger ho appreso che la struttura della chiesa non è democratica, ma sacramentale, dallo stesso magistero ho appreso che non vi può essere nessuna maggioranza contro i santi, nella chiesa i morti non sono morti, perché nella Comunione dei santi la chiesa supera il presente. Sulla castità coniugale e l’Eucaristia hanno parlato san Paolo, sant’Ambrogio, sant’Agostino, san Giovanni Crisostomo, san Tommaso, sant’Alfonso, san Giovanni Paolo II, schiere di santi e il Santo dei santi, Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo; confido che anche a loro sarà data possibilità di voto.
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