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sabato 19 luglio 2014

via ai saldi

La Fede in saldo
Don Stefano Naldoni
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«Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!» (Mt 13, 13-15)

Profezie antiche ma sempre attuali quelle espresse nelle parole del Vangelo che la XV domenica del Tempo ordinario i fedeli hanno potuto ascoltare nelle proprie parrocchie durante la Santa Messa.

Parole vere soprattutto oggi che fanno gridare all’emergenza di fede in molti ambienti clericali. Una crisi di fede, dei valori, della morale che tangibile, si tocca con mano, che preoccupa molti ma a me, ultimamente, non mi turba più di tanto.

Non sono insensibile o menefreghista ma semplicemente prendo in considerazione i tempi che viviamo, con un forte senso di speranza che mi viene da Dio stesso, che ci lascia scegliere liberamente difronte al suo progetto di salvezza eterna, senza per questo che noi ci si faccia affogare nelle nostre ansie e nelle nostre paure pastorali davanti agli eventuali insuccessi e incomprensioni.

I versetti sopracitati sono inseriti in un contesto che è quello della parabola del seminatore, in cui si spiega i vari modi di accogliere la Parola di Dio che viene seminata. Rileggetela!

Se da un lato è come un monito ad essere ascoltatori attenti della Parola per viverla e metterla in pratica, dall’altro lato si evince che solo un quarto del seme e del lavoro per la semina, va a buon fine. In un quadro molto semplice si hanno tutte le casistiche possibili della risposta alla nostra attività pastorale, alla nostra predicazione…

In una Chiesa che rischia sempre di più una maggiore secolarizzazione, la paura per una mancata risposta sempre più numerosa rischia di portarci a mettere in saldo la fede come fanno i negozianti in tempo di crisi che tentano di recuperare le vendite mancate mettendo a forte sconto la merce più allettante.

Ma possiamo fare la stessa cosa con la fede? Evidentemente no, ma secondo me lo stiamo facendo a volte in modo inconsapevole e in molti altri casi in modo volutamente consapevole.

Mi riferisco in particolare a tutte quelle occasioni in cui nelle nostre parrocchie, usiamo Dio come simbolo, come metafora, mescolandolo, nascondendolo, nelle attività che risultano più facilmente vivibili e visibili dalla gente. Parole come “accoglienza”, “carità”, “catechesi attraverso il gioco”, “campi scuola”, “momenti aggregativi e comunitari” hanno sostituito parole e pratiche come la “preghiera”, “adorazione”, “direzione spirituale”, “confessione”, ecc …

Abbiamo confuso ciò che è la conseguenza di una vita cristiana con la sua radice profonda da cui tutto nasce, cresce e si sviluppa. E’ certo più facile far cantare una canzoncina con la chitarra che far pregare la liturgia delle ore ma mentre la prima nutre solo un’effimera emotività, la seconda nutre l’anima.

Nella rincorsa a recuperare fedeli, a far numero, abbiamo decisamente perso la nostra specificità. Fino all’altro giorno abbiamo criticato il mondo, abbiamo predicato una “fuga mundi” e adesso cerchiamo di usarne sventatamente le metodologie e le seduzioni.

Se prima la fede si presentava come un disprezzo del mondo per una vita ascetica retta solo su prescrizioni morali rigidissime e la paura del giudizio di Dio e dell’inferno, adesso siamo passati a un modo di presentarla accattivante e buonista ma svuotata del sua sostanza, dove Dio è il grande assente.

Ho visto, in questo periodo, magliette per i campi scuola e per i grest dei giovani, dove campeggiava l’immagine di un disco volante in fase di atterraggio sul nostro pianeta con sotto la scritta “… e venne ad abitare in mezzo a noi” (chiaro riferimento al versetto 14 del primo capitolo del Vangelo di Giovanni in cui si parla dell’Incarnazione di Cristo).

Ci rendiamo conto che questo tipo di comunicazione è profondamente sbagliata? Si rischia di far credere ai giovani che Cristo sia un alieno con i superpoteri.

I ragazzi mancano di una preparazione catechetica che veicolata in questo modo causa loro solo confusione. Mescolare il sacro e il profano non è certo la soluzione.

«Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”... Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”» (Gv 6, 60. 66-68).

Molti se ne vanno davanti alla stessa parola di Gesù, ascoltata dalla sua bocca; come posso pretendere che tutti rispondano positivamente a quella da me proclamata? Ma Gesù non scende di livello, non si adegua alle aspettative del mondo e così dobbiamo fare noi.

In questo sta anche il grande dono della libertà umana che può sempre rispondere negativamente al progetto di Dio che ci viene proposto e mai imposto. Noi ci trinceriamo dietro tante scuse ma in fondo è solo frutto di una nostra scelta.

Mi ha fatto sorridere vedere tante persone in fila fin dall’alba davanti ai negozi in attesa che aprissero per i saldi. Mi è venuto in mente quanti dicono che la domenica vogliono riposarsi e dormire fino a tardi e quindi non possono venire alla Messa… cose se non ce ne fossero a tutte le ore…

La Chiesa, la parrocchia non è un centro servizi (come molti ormai pensano) ma il luogo della formazione cristiana e dell’incontro con Dio attraverso i sacramenti che Lui stesso ha donato alla Chiesa.

Forse è giunta l’ora di non perdersi d’animo, di non piangersi addosso ma di mirare in alto, sapendo che solo un quarto della semina cadrà su un terreno favorevole.

Se non osiamo indicare solo Lui, rischiamo di gettare seme scadente (che apparentemente è solo qualcosa che si riferisce a Dio) e di perdere anche quel quarto di raccolto. Invece di mettere in “saldo la fede” dobbiamo ancora di più rimanere “saldi nella fede”.

mercoledì 7 maggio 2014

il papa serve a

Il Fab Four e il rischio del "culto personale"

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Don Stefano Naldoni

Domenica 27 aprile si è svolta, in piazza San Pietro, la canonizzazione di due Papi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.

Una giornata storica per la Chiesa e non solo per la grandissima quantità di fedeli accorsi alla celebrazione (si parla addirittura di un milione di persone) e per quelli che hanno assistito in diretta televisiva all’evento (circa due miliardi) ma soprattutto perché in piazza San Pietro erano presenti quattro Papi: due Santi nella gloria di Dio e due in vita (uno emerito, Benedetto XVI e Papa Francesco).

I Favolosi Quattro o per dirla come i Beattles i “Fab Four”! Quattro persone diverse ma fortemente uguali nella loro ricerca di Dio, nel servizio e con una guida forte e sicura della Chiesa.

Non sto a dilungarmi a descrivere come si è svolto perché i media ne hanno parlato abbondantemente ma vorrei porre l’accento su un aspetto secondario che in questi giorni mi frulla in testa come un tarlo affamato.

Mi chiedo se i numeri da capogiro di tali manifestazioni siano davvero rappresentative di una fede vissuta con convinzione o sia solo frutto di una spinta emotiva. Cerco di spiegarmi meglio…

E’ indubbio che nell’ultimo anno, dall’elezione di Papa Francesco, si sia registrato un aumento dei consensi positivi nei riguardi della Chiesa che adesso, prendendo a prestito l’immagine del volto sorridente e affabile di Bergoglio, è percepita come “più vicina alla gente comune”, più umana e meno dottrinale (nel senso troppo “legale” del termine, quella dei soli precetti da assolvere, per capirsi).

Una Chiesa, insomma, più popolare, aperta, semplice. Gli studi di settore dimostrano un’impennata di presenze di pellegrini a Roma imputabile al fenomeno Bergoglio.

In un sondaggio il 42% degli italiani si dichiara intenzionato a visitare Roma a causa di questo Papa, con una crescita del 28% nel traffico web nelle pagine dedicate alla città eterna e la presenza di turisti e pellegrini è salita costantemente negli ultimi 12 mesi.

Un fenomeno che appare in ascesa e che non sembra si voglia arrestare. Ma questo è un bene o un male? Dipende dai punti di vista.

Da quello economico, per il turismo religioso generato nella penisola e nella città eterna, sicuramente un toccasana; dal punto di vista della Chiesa, una bella ripulitura della propria immagine ma da quello della fede non sono sicuro si possa sempre parlarne in termini positivi o trionfalistici come alcuni sostengono.

Ricordo, ad esempio, che per la morte di Giovanni Paolo II, suonammo le campane e moltissimi corsero in Chiesa per pregare per il compianto pontefice. Tra i tanti fedeli accorsi, notai molti che mai e poi mai avevo visto in Chiesa.

Piangevano, ma quel pianto era un semplice sfogo emotivo legato alla persona e non al ministero petrino: infatti poi non si sono più visti.

Così, adesso, moltissimi, vanno e vogliono andare a Roma per le udienze o per l’Angelus ma quanti di questi ascoltano, ricordano e cercano di mettere in pratica quello che dice Papa Francesco?

Questo Papa piace perché è semplicemente se stesso, rompe gli schemi di un rigido protocollo quando questo gli appare come una barriera per arrivare alla gente. E’ un Padre buono che vuole stare con i propri figli ma proprio perché è buono dispensa consigli buoni perché questi vivano bene.

Il rischio è che le persone si fermino alla prima parte però, come prete, lo devo necessariamente mettere in evidenza. Spero vivamente che sia ancora presto e che “l’effetto simpatia” sia solo uno dei tanti modi che lo Spirito Santo usa per arrivare al cuore dei fedeli ma è bene mettere in guardia che non ci si può fermare a questo.

La strada da percorrere è indicata chiaramente ma deve essere percorsa tutta fino alla meta che è Cristo. Contrariamente si rischia un culto personale verso persone e Santi di una grandezza immensa perdendo l’essenza della loro portata.

In altre parole è come fermarsi a guardare il dito che indica la luna. Non si può amare Papa Francesco o pregare i nuovi Santi Papi senza celebrare l’Eucaristia domenicale, senza accedere ai sacramenti e nutrirsi della Parola di Dio.

Negli Atti degli Apostoli al capitolo 2 versetto 42 si legge infatti: "Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere".

I pilastri della fede, fin dalla prima comunità cristiana, sono sempre stati la dottrina tramandata dagli Apostoli (di cui Papa e Vescovi sono i custodi), la carità per i fratelli, l’Eucaristia (lo spezzare il pane è il termine che indica proprio la celebrazione Eucaristica) e la preghiera.

Si dice anche “assidui” e non quando capita o si ha tempo e voglia, proprio perché questi siano come dei binari su cui far correre il treno della nostra vita.

Personalmente sono il frutto del Concilio Vaticano II voluto da Giovanni XXIII, sono cresciuto con Papa Giovanni Paolo II (che ho avuto la gioia di avvicinare durante un’udienza privata in cui aveva accolto il nostro Seminario), sono stato aiutato a comprendere i più complicati misteri di Dio con la sapienza di Benedetto XVI (che aveva la capacità di rendere semplice e chiaro ciò che è più complesso), sono spronato dall’amore per la gente e dall’umiltà di Papa Francesco.

Tutte e quattro queste figure, però, sarebbero niente, se non puntassi sempre verso Cristo come loro si sono spesi ad indicarmi come il faro nella nebbia della mia vita, come porto sicuro dove approdare durante le tempeste delle mie infinite debolezze.

http://www.gazzettinodelchianti.it/rubriche/7/fuori-dal-chiostro.php#.U2qHWIF_uPZ