domenica 11 gennaio 2015

illusioni per non vedere la propria sconfitta


di Paolo Deotto


zzprgSe vogliamo restare negli schemi di una guerra tradizionale, possiamo immaginare uno scenario di questo tipo: una nazione viene invasa dall’esercito di una nazione nemica. I soldati nemici uccidono e devastano. La nazione aggredita, anziché opporsi con le sue forze armate, chiede gentilmente ai cittadini dello stato invasore di deprecare il brutto comportamento dei loro soldati. Assurdo, vero?

Già, ma se la guerra non è condotta in modo tradizionale – i tempi e le tattiche cambiano – tuttavia resta il fatto che la nazione nemica è composta di cittadini inermi (la maggior parte) e di militari, il cui compito è, appunto, fare la guerra. L’Occidente è in guerra, e non da oggi, con una nazione estremamente insidiosa, perché non ha confini territoriali definiti, ma è sparsa a macchia d’olio dappertutto. Si chiama islam, ed è un nemico che non ha mai fatto mistero dei suoi progetti di dominio. È ovvio che non tutti gli islamici sono combattenti, ma è altrettanto ovvio che anche i non combattenti sono nemici, che domani potrebbero a loro volta impugnare le armi e che comunque si adopereranno per aiutare i loro soldati.

Il nemico, l’islam, è enormemente favorito dal fatto che l’aggredito, l’Occidente, è ormai così completamente fuori di senno da chiedere agli aggressori di fermare i loro stessi soldati. Già, perché noi li chiamiamo “terroristi”, ma per loro sono combattenti che hanno condotto un’azione giusta contro un mondo che non possono che considerare corrotto e marcio.
È patetico e grottesco l’appello che in tanti, a cominciare dalla nostra ineffabile Boldrini, hanno fatto affinché “non si confonda islam e terrorismo”. Ma non è patetico, bensì tragico, vedere questo mondo occidentale (ora è toccato alla Francia, ma siamo tutti nella stessa barca piena di falle) che, non avendo più alcun valore su cui reggersi, si bea adesso delle dichiarazioni – immancabili ed estremamente facili da fare – degli islamici che “deprecano”, “condannano” e così via. Fino  al prossimo fattaccio.

Addirittura si è arrivati all’assurdo per cui, a fronte di questi criminali, che ammazzano al grido di Allahu Akbar, che dichiarano esplicitamente di voler vendicare le offese a Maometto, si scatenano i pensosi dietrologi e si chiedono “ma saranno proprio islamici?”, “ma cosa c’è sotto, chi li ha mandati?”, e si consolano con le affermazioni apodittiche sulla “non violenza” dell’islam, affermazioni che può fare solo chi non ha mai letto il Corano.
Questa è una guerra persa, perché l’Occidente in verità non ha armi contro l’islam. L’Occidente ha voluto rinnegare Dio, lo ha spinto fuori dalla porta, e dalla finestra intanto sono entrati i demoni. Ma chi non crede più in Dio, chi non conosce più il Bene, come fa a riconoscere il male?

L’Occidente dell’aborto libero, dell’eutanasia, dell’omosessualismo, scopre tutta la sua debolezza – per far fuori tre criminali è stato mobilitato un esercito di quasi novantamila uomini – e si indigna per gli omicidi. Questo è un mondo che è andato in cortocircuito, che ha distrutto qualsiasi rispetto per la vita umana (quante migliaia di bambini vengono ogni giorno soppressi col crimine dell’aborto?) e che ora cade nel terrore perché tre criminali determinati e ben addestrati uccidono sedici persone. Per ora, fino al prossimo fattaccio.
Questo mondo in cortocircuito si rifugia allora in strane liturgie pagane, inventa lì per lì un simbolo (“Je suis Charlie”) e domani farà delle belle manifestazioni in cui proclamerà che “non ha paura” e che “difende i suoi valori”. Quali valori, di grazia?

Je ne suis pas Charlie, IO NON SONO Charlie, sia ben chiaro. Non ci riconosceremo mai in un giornaletto che aveva fatto della più sordida e volgare satira la propria bandiera. Sia pace all’anima dei morti ammazzati dai criminali islamici, ma nulla abbiamo da spartire con il loro mondo di conformismo dissacrante al di là di ogni barriera di rispetto e di decenza.
Proprio nel “Je suis Charlie” è scritta la sconfitta del mondo delle libertà allucinate, del relativismo come regola di vita, dell’ecumenismo cretino suicida e traditore della Fede, coltivato da tanto clero fellone.

Se la nostra putrefatta società occidentale si ricorderà finalmente delle sue origini cristiane, se avrà finalmente il coraggio virile di rispedire al loro paese, con le buone o con le cattive, i musulmani che l’hanno da tempo invasa e di non farne entrare altri, se ritroverà l’orgoglio della splendida civiltà che la parola di Cristo aveva creato, allora potremo risollevarci.

In caso contrario, mettiamoci l’animo in pace. Se i “valori” a cui appellarci di fronte ai crimini consumati in Francia saranno quelli pagani, gli stessi (dis)valori che hanno distrutto la civiltà, se un giornaletto squallido diventerà la nostra bandiera di libertà, abbiamo chiuso. Gli uomini inizino a lasciarsi crescere la barba e le donne si affrettino a procurarsi quegli scafandri neri che lasciano scoperti solo gli occhi. I vari transessuali, omosessuali, bisessuali non si affrettino a nulla, tanto saranno tra i primi ad essere sterminati.
Il nemico è in casa, da tempo. Se non cambiamo rotta, ha già vinto.

http://www.riscossacristiana.it/je-ne-suis-pas-charlie-leuropa-si-rifugia-nelle-illusioni-vedere-la-propria-sconfitta-di-paolo-deotto/

sabato 10 gennaio 2015

cattolici e patetiche invocazioni al dialogo

Il buonismo ci acceca


Carenze culturali e politiche sono retoriche supplenze di identità ambigue

di Piero Ostellino



"Non abbiamo perso l’occasione, anche questa volta, di mostrare d’essere un Paese da Terzo Mondo al quale, come non bastasse, c'è chi detta la linea pauperista fra l’ottuso entusiasmo di chi mostra di credere ben poco nel messaggio di Cristo .....".

 Il miserevole spettacolo che l’Italia politica e giornalistica sta dando sulla strage di Parigi e il suo seguito è figlio allo stesso tempo — salvo minoritarie e lodevoli eccezioni — di carenza culturale e di stupidità politica. Entrambe sono la retorica supplenza della nostra identità ambigua e compromissoria. Perciò, in nome della convivenza con l’Islam, auspichiamo di fondare un nuovo Illuminismo, non sapendo palesemente che ce n’è già stato uno sul quale abbiamo fondato la nostra civilisation, mentre sono loro che non lo hanno ancora fatto e che dovrebbero farlo.

Ci si è lamentati che le forze dell’ordine francesi non fossero riuscite a catturare rapidamente i due lombrosiani criminali artefici della strage parigina. Ignoriamo, o fingiamo di ignorare, che ciò era dovuto al fatto che il cosiddetto estremismo islamico naviga nel mare delle collusioni e delle complicità con l’islamismo che chiamiamo ostinatamente moderato. Che moderato non è e che si è profondamente radicato nel continente con l’immigrazione. È stupefacente che a non capirlo sia proprio quella stessa sinistra che, da noi, aveva felicemente contribuito a isolare il terrorismo delle Brigate rosse prendendo realisticamente atto che esso navigava nel mare delle complicità antiliberali e anticapitalistiche generate dal «lessico familiare» comunista. 

L’ignoranza che, da noi, circonda il caso francese rivela l’incapacità culturale, non solo della sinistra, di capire che cosa è stata, in Occidente, l’uscita dal Medioevo, la separazione della politica dalla religione, la cancellazione del dominio della fede religiosa sulla politica e la nascita dello Stato moderno; incapacità di capire che si accompagna a quella di prendere atto, per converso, che l’Islamismo è ancora immerso nel Medioevo ed è soprattutto incapace di uscirne.

Le patetiche invocazioni al dialogo, alla reciproca comprensione che si elevano da ogni chiacchierata televisiva, da ogni articolo di giornale, sono figlie di un buonismo retorico, politicamente corretto, incapace di guardare alla «realtà effettuale» con onestà intellettuale. Non stiamo dando prova neppure approssimativa di essere gli eredi di Machiavelli, bensì, all’opposto, riveliamo di essere i velleitari nipotini di Brancaleone da Norcia, lo strampalato protagonista di una saga cinematografica. Il miserevole spettacolo che diamo è anche la conseguenza dell’insipienza culturale di una sinistra che — perduto il rapporto organico con l’Unione sovietica, spazzata via dalle «dure repliche della storia» — non sa, o non vuole, darsi una identità. La nostra insipienza politica è generata dall’incultura. 

Non abbiamo perso l’occasione, anche questa volta, di mostrare d’essere un Paese da Terzo Mondo al quale, come non bastasse, un pauperismo che detta la linea fra l’ottuso entusiasmo di fedeli che mostrano di credere ben poco nel messaggio di Cristo e molto più di essere i sudditi di una gerarchia che assomiglia a una corporazione o a un partito. Avevo definito l’Islam, in un precedente articolo, una teocrazia, aggiungendo che qualsiasi tentativo, da parte nostra, di trovare con esso una qualche forma di conciliazione si sarebbe rivelato, a causa della contraddizione logica e storica, illusorio.

Che piaccia o no al buonismo, siamo diversi. È inutile nascondersi dietro il dito di un universalismo di facciata che non regge alla prova della logica e della storia. Siamo anche migliori, avendo noi conosciuto, e praticato da alcuni secoli — a differenza di loro che sono, e vogliono restare, una teocrazia — la separazione della religione dalla politica. Pur con tutti i nostri limiti, pratichiamo l’insegnamento dell’Illuminismo e siamo entrati da tempo nella Modernità, mentre loro ne sono ancora fuori e non danno neppure segno di volerci entrare. Viviamo in regimi che praticano la tolleranza nei confronti di chi non la pensa allo stesso nostro modo o professa una religione diversa dalla nostra; siamo società che, per dirla con Isaiah Berlin, professano e rispettano la «pluralità di valori». Chi non la pensa come noi, non è considerato e trattato come un nemico. Loro ci considerano «infedeli» rispetto alle loro convinzioni e alla loro prassi; un nemico da sterminare come hanno fatto nei confronti della redazione del settimanale satirico parigino il cui torto era di aver fatto dell’ironia sul loro credo. Per noi, gli islamici sono gente che la pensa in un modo diverso. 

Da figlio del Cristianesimo e del liberalismo mi chiedo come si possano uccidere uomini e donne in nome del proprio dio. Il criminale che torna sui suoi passi per finire un agente ferito e a terra è una bestia, con tutto il rispetto per gli animali. Le nostre reciproche culture sono inconciliabili ed è persino ridicolo auspicare che ci si possa incontrare almeno a metà strada. Dovremo convivere, sapendo che ci vorrebbero colonizzare e dominare attraverso quel «cavallo di Troia» che è l’immigrazione e che noi stessi incoraggiamo. Lo ripeto. Non siamo noi che dobbiamo riscoprire (ndr. rinunciare) le nostre radici. Sono loro che devono rinunciare alle loro. Sempre che vogliano convivere pacificamente. Cosa di cui dubito.

10 gennaio 2015 | 08:17
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http://www.corriere.it/editoriali/15_gennaio_10/buonismo-che-ci-acceca-5b07abd8-9890-11e4-8d78-4120bf431cb5.shtml



venerdì 9 gennaio 2015

preghiera eucaristica submissa voce

Il silenzio del canone è più eloquente delle parole



Grazie alla sollecita disponibilità del nostro traduttore, che ringrazio toto corde, posso condividere questo nutriente testo ripreso dal blog New Liturgical Movement [qui]. Esso ha rimandi a testi dello stesso Autore altrettanto edificanti, che spero riuscire a pubblicare al più presto. Eccone un piccolo stralcio che approfondisce quanto poi di seguito pubblicato:
L'effetto del silenzio (o del discorso sommesso o sussurrato) è quello di cullare i sensi esteriori in uno stato ricettivo; indurre la tranquillità, il riposo, e la pace interiore; rilassare la tensione del sistema nervoso; e, gradualmente, indurre uno stato di riposo in attesa di Dio, che apre il 'subconscio' [o 'superconscio' che dir si voglia. In ogni caso le facoltà psichiche e spirituali] all'irruzione e all'influsso della grazia e delle ispirazioni spirituali. Il rito romano antiquior ha la capacità di favorire l'entrare nel "riposo" di Dio, il misterioso riposo del sabato, il settimo giorno che anticipa la gloria eterna dell'ottavo giorno della beatitudine celeste. L'origine della transizione da un' Anaphora parlata ad una parzialmente o completamente silenziosa è il fatto che in tempi, oggi indeterminabili ma di fatto brevi, è diventato a poco a poco abituale, sia in Oriente che in Occidente, recitare alcune delle preghiere eucaristiche più solenni, in particolare la maggior parte del Canone, a voce molto bassa o incomprensibile. Tale recita è stata definita 'mistica' (mystikos ), espressione che indica sufficientemente il suo significato. ... Si evince solo un forte senso, non solo di umiltà, ma anche di 'miseria' e 'nulla', quale si addice a una creatura ammessa alla presenza immediata del suo Creatore. In fondo è l'elemento principale che riesce a creare quell'atmosfera esaltante di adorazione rapita, che è il tratto distintivo del culto cattolico nel corso dei secoli; e che il più intellettuale, pedagogico, e umanamente 'edificante' culto dei protestanti [della Riforma e dei neo-protestanti moderni] sembra incapace di evocare. [per poi comprendere e vivere…]

Dum medium silentium tenerent omnia, et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens Sermo tuus, Domine, de caelis a regalibus sedibus venit. “Mentre tutto era immerso in profondo silenzio, e la notte era a metà del suo corso, l'onnipotente tuo Verbo, o Signore, discese dal celeste trono regale” (Introito, Domenica tra l'Ottava di Natale, MR 1962).
Nell'articolo della scorsa settimana ho parlato delle ragioni per cui è più sensato seguire l'antica abitudine di dividere la Messa tra “Messa dei Catecumeni” e “Messa dei Fedeli” in luogo della moderna nomenclatura “Liturgia della Parola” e “Liturgia dell'Eucaristia”. Questa settimana voglio invece riflettere sulla bellezza peculiare dell'antichissima tradizione del canone silenzioso [1] e su quanto esso confermi l'intuizione secondo la quale la Parola discende su di noi nella liturgia in un modo personale che trascende la presenza nozionale della Parola stessa che si ottiene con la lettura delle singole parole di un libro. Il succitato Introito fa emergere entrambi questi punti: la venuta di Colui che è Parola nel mezzo di un silenzio assoluto.

Come ho strenuamente difeso nella mia lectio divinadell'ultima Quaresima [2], il Signore ci parla indubbiamente nella Sacra Scrittura e attraverso di essa, e dobbiamo quindi tornare costantemente a tale fonte per poterLo ascoltare; tuttavia, Egli ci si fa presente in un modo ancóra più intimo nella Santa Comunione. La pratica tradizionale della recitazione silenziosa del Canone da parte del sacerdote enfatizza il fatto che Cristo non ci si fa presente a parole, ma nell'unica Parola che EGLI STESSO È, e che – essendo immanente, trascendente ed infinita – nessuna lingua umana può mai pronunciare. Una volta assunto questo fatto nella nostra vita di preghiera, le parole della Sacra Scrittura potranno, paradossalmente, penetrare i nostri cuori più efficacemente ed avere un effetto "più che protestante" sulle nostre menti.

Per "effetto protestante" intendo la singolare capacità dei protestanti di ascoltare o leggere ripetutamente la Scrittura – per esempio il sesto capitolo del Vangelo secondo Giovanni o il sedicesimo del Vangelo secondo Matteo o la Prima Lettera ai Corinzi sull'Eucaristia – senza che le loro menti si aprano al loro ovvio significato cattolico. Somigliano ai discepoli sul cammino di Emmaus, profondamente radicati nelle Scritture ma incapaci di carpire il punto centrale, ossia la vittoria del Messia sul peccato e sulla morte. Gesù deve spiegare loro di persona quanto essi hanno già "saputo" ma non hanno mai interiorizzato, ci si fa presente di persona nella Presenza Reale ed è interiorizzato nel modo più completo quando ci viene consentito di condividere il Suo Corpo, il Suo Sangue, la Sua Anima e la Sua Divinità.

Quando si conferisce alla "Liturgia della Parola" un'esistenza separata come una delle due parti della Messa, specialmente quando questa distinzione viene incrementata da un enorme lezionario con letture frequentemente estese e sconnesse dalle altre preghiere e antifone della Messa, sorge la sensazione di trovarsi di fronte a un testo fluttuante ed autoreferenziale, la cui lettura e predicazione rischia di diventare l'arena pastorale centrale, lasciando in ombra l'essenza sacramentale della Messa. Quanto spesso abbiamo assistito a una Liturgia della Parola la cui estensione assumeva dimensioni enormi, perdendo ogni rapporto e proporzione col cuore palpitante della liturgia che offre il sacrificio e della successiva comunione? In molte Messe a cui ho partecipato in tanti anni, il tempo speso per i saluti iniziali, le letture e l'omelia ha raggiunto i 45 minuti, mentre quello che andava dalla presentazione dei doni in poi veniva concentrato in 15 minuti. Una volta terminato il lavoro intellettualmente stimolante e socialmente appagante delle letture e della predica, si sceglie in tutta fretta la seconda o la terza Preghiera Eucaristica – preghiere estremamente rimpicciolite rispetto alla precedente cornucopia testuale e che sembrano quasi una pia riflessione finale. L'anafora e il suo punto chiave, la consacrazione, sono ristrette e perdono la loro centralità.





Quanto è differente il ritmo della liturgia tradizionale! È un crescendo graduale che porta logicamente – si potrebbe persino dire estaticamente – all'Offertorio, al Prefazio, al Sanctus, al Canone, alle Preghiere dopo il Canone e alla Comunione. Tutto ciò che viene prima – le preghiere ai piedi dell'altare, la confessione dei peccati, l'"Aufer a nobis", la colletta, l'epistola e il Vangelo, il Credo – è e viene sentito come una preparazione a qualcosa di ben più grande, facendoci desiderare e incamminandoci verso il compimento, la realizzazione, della parola diDio nell'unica Parola che è Dio. Il Credo rappresenta un punto testuale centrale, così come dovrebbe effettivamente essere, dal momento che si tratta di un sommario divinamente approvato dell'insieme della rivelazione.

Di conseguenza, ha un senso il pronunciare o cantare ad alta voce tutto fino al Credo (e specialmente quest'ultimo) e passare decisivamente al silenzio, all'amorosa contemplazione della fonte di significato senza voce ed eterna al di là delle parole della Scrittura e del Credo, una volta raggiunti l'Offertorio e il Canone. A questo punto, lo Spirito Santo ha già condotto la Chiesa, con meravigliosa chiarezza, all'elevazione dell'Ostia e del Calice, che comprende in un modo non verbale tutte le parole che si possano pronunciare sull'offerta di Cristo sulla Croce per amore di noi peccatori. Quell'Ostia viene elevata per noi, per noi uomini e per la nostra salvezza, affinché la osserviamo e la veneriamo: "Quando il Figlio dell'Uomo verrà innalzato, Egli attirerà tutte le cose a Sé...". Nel mezzo del silenzio del Canone, improvvisamente tutti i campanelli suonano e il sacerdote innalza alla vista di tutti l'Alto Sacerdote, l'Uomo-Dio Eucaristico sospeso tra l'umanità e Dio, la vittima la cui morte riconcilia l'uomo con Dio (il significato del crocifisso al centro dell'altare emerge qui: il simbolo della morte di Cristo viene "confrontato" con la sua vivente Realtà, l'immagine viene misticamente confrontata col suo Esemplare nascosto). Questa elevazione parla con una pienezza che il silenzio del Canone accentua nel modo più drammatico possibile.

Questo profondo silenzio al centro esatto della Messa è solo una delle migliaia di ragioni per cui l'appetito del cristiano affamato del cibo e della bevanda divini viene allo stesso tempo saziato e stimolato dalla Messa tradizionale in latino. Essa ha qualcosa da dire a ciascuno di noi con le sue antifone magnificamente disposte, con le sue lezioni, le sue preghiere gravate dal peso degli anni eppur fresche del vigore del loro umano realismo e del loro sapore soprannaturale; ma soprattutto, essa possiede la Parola senza parole che ci vince e ci conforta, toccando e scuotendo le nostre oscure profondità in cui il Vangelo deve essere ancora predicato e trasformandoci con una prontezza allo stesso tempo delicata e terribile. Grazie a Dio, quel silenzio comincia a parlare a un numero sempre crescente di anime – anime che ne hanno abbastanza della verbosità rumorosa e incessante caratteristica della modernità e, purtroppo, di molte liturgie che la riflettono.
PETER KWASNIEWSKI 
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NOTE

[1] Vedi il mio recente articolo "The Silent Canon: Is Worship Supposed to be Aweful?" per un'argomentazione sulla reale antichità di questa pratica – un'ulteriore dimostrazione del fatto che la vera intenzione dei riformatori liturgici degli anni '60 non era quella di restaurare l'antica pratica, bensì quella di introdurre novità.
[2] Vedi il mio articolo "Lectio Divina: Liturgical Proclamation and Personal Reading" e i vari link alle altre parti della serie elencati al suo interno.
[Traduzione a cura di Chiesa e post concilio]

il coraggio della verità di un generale islamico

L’orrenda strage dei giornalisti a Parigi, le nostre bugie buoniste e il coraggio della verità di un generale islamico Luigi Amicone



«Dove ci condurrà questa terza guerra mondiale che, come ha detto Francesco, “è già cominciata”? In qualsiasi momento e per qualsiasi “incidente” ci condurrà a una catastrofe». La considerazione era contenuta nell’ editoriale con cui ieri mattina salutavamo su questo sito il vecchio anno e ci auguravamo il miracolo di una ripresa di libertà in un mondo fatto di opposte ma complementari spinte fanatiche e totalitarie: l’odio dell’altro da una parte e l’odio di sé dall’altra; il nichilismo islamista di là e l’irrazionalismo buonista di qua; lo Stato islamico in Oriente, lo Stato laicista in Occidente.
charlie-hebdo_maomettoEd ecco che nella stessa mattinata di ieri il “qualsiasi momento” e “qualsiasi incidente” si è materializzato nell’orrenda strage dei giornalisti di Charlie Hebdo al grido di “Allah è grande”. La rivista era da tempo nel mirino del terrorismo perché si è permessa di fare sistematica satira sull’islam e sul suo Profeta. Naturalmente così come dissacrava l’islam, Charlie Hebdo dissacrava tutte le altre religioni, cristianesimo ed ebraismo in testa (e d’altronde attaccare i cristiani, la Chiesa, i simboli giudeo-cristiani è oggi lo sport preferito in ogni posto del mondo). Ma solo l’islamismo ha dichiarato guerra ai dissacratori, alla satira, alla vita, al mondo. Solo gli islamisti associano «Allah è grande» all’«amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita».
E noi che adesso guardiamo con sgomento e paura alla capitale di certi nostri week-end, cosa vediamo in quella strada dei Lumi gonfia di orrore e di sangue? Vediamo, purtroppo, ancora poco. Abituati a essere forti e sprezzanti con i deboli e deboli e timorosi con i forti, i nostri cari leader ed élite europee ci hanno abituati a una dieta di idee che prevede sempre e comunque da una parte il disprezzo delle nostre tradizioni, ragione e libertà rimpiazzate dall’idolatria di un accomodante pacifismo e di uno sciocco relativismo, dall’altra il “rispetto” delle culture “altre”, anche laddove esse manifestano tutto il loro rifiuto di integrazione e replicano con disprezzo a quanti li richiamano all’osservanza dell’ordine e della democrazia che li ospita.
Feroci con i nostri popoli (accusati puntualmente di razzismo e fascismo se mostrano disagio sociale e protesta politica per le prepotenze altrui), l’ordine che circola ad ogni livello delle società europee è mantenere la calma, il basso profilo, la comprensione – in nome di una equivoca “tolleranza” e “multiculturalità” – nei confronti di tutti quei soggetti e comunità che praticano nel cuore dell’Europa la sharia o il disprezzo degli infedeli; l’asservimento delle donne o l’ignoranza dei bambini. O tutte queste cose insieme. Ora, per l’ennesima volta, la realtà testarda ci è venuta a trovare. Tremende sono le immagini dell’eccidio parigino. Ma forse ancor più tremendo sarà il tentativo rimozione di chi, puntualmente, chiamerà in causa le “colpe dell’Occidente”.
Ma insomma, siamo stufi di chiudere gli occhi, come ci sono stati chiusi da che Benedetto XVI pronunciò quel discorso a Ratisbona che provocò la sollevazione generale e l’indignazione unanime di cancellerie internazionali musulmane e cancellerie occidentali laiciste (francese compresa).
benedetto-xviRicordate? A un certo punto Benedetto XVI citò il dialogo tra un imperatore bizantino e un saggio musulmano, esponente di quella religione che di lì a poco avrebbe preso Bisanzio ed estirpato con la forza secoli di presenza cristiana. Chiedeva l’imperatore al saggio musulmano: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». Si gridò allora allo scandalo. E si proseguì con i soliti distinguo tra “islam moderato” e “islam radicale”.
Un distinguo tanto reale, ovvio, evidente, che ci ha fatto perdere di vista la realtà. Quella realtà che, paradossalmente, nei giorni scorsi ha avuto l’ardire di richiamarci e affermare proprio un autorevole leader islamico. E per di più parlando al cospetto dei più importanti dignitari religiosi del mondo islamico. La notizia era di un appeal straordinario. Eppure, a parte Avvenire, solo un vecchio giornalista ed ex ambasciatore (Sergio Romano) l’ha segnalata (sebbene nei limiti della rubrica delle lettere del Corriere della Sera). E infatti, dove si è mai visto – anche dalle nostre parti – il coraggio di entrare nella più importante università del mondo musulmano, la cairota Al Azhar, e contrastare apertamente addirittura la dottrina e le leadership della grande umma musulmana?
Ha detto ai supremi capi teologici dell’islam il generale Al Sisi: «È possibile che la nostra dottrina debba fare di tutta la umma una sorgente di ansietà, pericolo, uccisioni e distruzioni per il resto del mondo? È possibile che 1,6 miliardi di persone vogliano, per poter esse stesse vivere, uccidere il resto degli abitanti del mondo?». Altro che l’imperatore cristiano citato da Benedetto XVI! Vi immaginate cosa succederebbe se anche solo uno di noi, l’ultimo di noi, pronunciasse simili frasi in Europa o in America? Finirebbe linciato sui giornali e condannato nei tribunali per “incitamento all’odio e all’islamofobia”.
EGYPT-CYPRUS-GREECE-COOPERATION SUMMITDunque? Dunque impariamo dal generale Al Sisi e dai milioni di musulmani che non odiano il resto del mondo, a pronunciare parole di realtà. E liberiamoci, una buona volta, dal giogo di pacifismo e relativismo con cui ogni giorno rigettiamo i musulmani tra le braccia delle loro dottrine e leader fanatici.
Non inizieremo ad affrontare mai il “momento” e l’“incidente” di una catastrofe sempre più incipiente, se non ricominciamo a dire le cose come stanno. Se non ricominciamo a dire che c’è un bene e che esiste una verità sull’uomo. Realtà. Il bene e il male. Verità. Tutte cose che impariamo dall’esperienza della vita, dai fatti e dall’esercizio della ragione sottomessa ai fatti. Non dalle utopie buoniste. Cose che non impariamo né dalla sharia dello Stato islamico, né dalla sharia dello Stato laicista. Essendo anzi entrambi alleati nella distruzione del mondo. Poiché il mondo non è fondato sulle teorie, siano esse religiose o scientifiche. Il mondo è fondato su quelle poche grandi realtà umane che sono la libertà di coscienza, la dignità della persona, l’alleanza e la differenza tra uomo donna, l’apertura alla vita, al suo significato, al suo destino buono di fede e speranza nel mondo, come ha scritto l’ebrea agnostica Hannah Arendt, «che trova forse la sua più gloriosa e efficace espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la “lieta novella”: “Un bambino è nato fra noi”».
Ps. E impariamo da Benedetto XVI, omelia pronunciata a Monaco il 10 settembre 2006, due giorni prima della lectio magistralis all’univeristà di Ratisbona: «Le popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell’Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l’altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio».
http://www.tempi.it/l-orrenda-strage-dei-giornalisti-a-parigi-le-nostre-bugie-buoniste-e-il-coraggio-della-verita-di-un-generale-islamico#.VK-wHdKG_hl

giovedì 8 gennaio 2015

"Sono molto preoccupato."

Le Figaro intervista il card. Burke e titola: «Guerra segreta in Vaticano»

Cardinale Burke: "Sono molto preoccupato."


Jean-Marie Guénois  Le Figaro Magazine 19 Dicembre 2014

Nominato da Benedetto XVI Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, Dicastero della Curia Romana, il cardinale americano Raymond Burke è stato rimosso da questa carica e nominato cappellano dell'Ordine di Malta. Un evento estremamente raro nella storia della Chiesa. Egli ha osato criticare pubblicamente il metodo seguito durante il Sinodo sulla Famiglia.

Le Figaro Magazine - Può un cardinale essere in disaccordo con il Papa?
Cardinale Burke - È certamente possibile che un cardinale sia in disaccordo col Papa su questioni di procedura o su una linea pastorale. È invece impossibile che vi sia una divergenza su un tema di dottrina e disciplina della Chiesa. Ciò significa quindi che un Cardinale, in certe situazioni, ha il dovere di dire al papa ciò che pensa veramente. Ovviamente, deve sempre esprimersi in modo rispettoso, perché il papa rappresenta il ministero petrino. Ma se il papa ha intorno a sé dei cardinali, è proprio perché gli diano consigli.



Si è data troppa importanza alle divergenze riscontrate durante il Sinodo sulla Famiglia?
Ciò che è strano in questo dossier dei divorziati risposati è che coloro che hanno ricordato e sostenuto quello che la Chiesa latina ha sempre insegnato sono stati accusati di essere contro il Santo Padre, e di non essere in sintonia con la Chiesa ... È incredibile! Detto questo, la Chiesa ha sempre conosciuto dispute teologiche e forti scontri in cui teologi e cardinali sono stati indotti a dare il loro parere. Se dunque ho pubblicato, insieme ad altri cardinali, uno studio su questo tema per esprimere la mia opinione, è nello spirito di fornire una vera discussione teologica allo scopo di raggiungere la verità.

È rimasto turbato da ciò che è avvenuto nel Sinodo?
Il Sinodo è stata un'esperienza difficile. C'era una linea, quella del cardinale Kasper, potremmo dire, con la quale si sono allineati coloro che avevano nelle loro mani la direzione del Sinodo. In realtà, il documento intermedio [Relatio post disceptationem] sembrava già scritto prima degli interventi dei Padri sinodali! E secondo una sola linea, a favore della posizione del cardinale Kasper ... Inoltre è stata introdotta la questione omosessuale - che non ha alcuna relazione col tema del matrimonio - cercando in essa elementi positivi. Un altro punto molto preoccupante: il testo intermedio non ha fatto alcun riferimento alla Scrittura, né alla Tradizione della Chiesa, né all'insegnamento di san Giovanni Paolo II sull'amore coniugale. È stato quindi molto sconcertante. Come pure il fatto che nella relazione finale sono stati mantenuti i paragrafi sull'omosessualità e sui divorziati risposati che non erano tuttavia stati adottati secondo la necessaria maggioranza dei vescovi.

Qual è la posta in gioco in quella che è diventata una controversia?
In un'epoca piena di confusione, come vediamo con la teoria del genere, abbiamo bisogno dell'insegnamento della Chiesa sul matrimonio. Eppure siamo spinti, al contrario, in direzione dell'ammissione dei divorziati risposati alla comunione. Senza menzionare l'ossessione sull'alleggerimento delle procedure di annullamento del vincolo coniugale. Tutto questo porterà, di fatto, ad una sorta di "divorzio cattolico", e all'indebolimento della indissolubilità del matrimonio, il cui principio è ciò nonostante riaffermato. Tuttavia, la Chiesa deve difendere il matrimonio, e non indebolirlo.
L'indissolubilità del matrimonio non è una penitenza, né una sofferenza. Si tratta di una grande bellezza per chi la vive, è una fonte di gioia. Sono quindi molto preoccupato, e invito tutti i cattolici, laici, sacerdoti e vescovi, di impegnarsi, da oggi fino alla prossima Assemblea sinodale, al fine di evidenziare la verità sul matrimonio.


- Intervista concessa a Roma a Jean-Marie Guénois
[Le Figaro Magazine, 19 Dicembre 2014, p. 46. - ​Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio byRorate caeli]

santo Padre: il nemico è in casa nostra.

Oriana Fallaci e l'Islam: "Diventeremo l'Eurabia. Il nemico è in casa nostra e non vuole dialogare"


Per gentile concessione dell'erede Edoardo Perazzi, continuiamo la pubblicazione del discorso che Oriana Fallaci pubblicò nel 2005, quando fu insignita del Annie Taylor Award, prestigioso riconoscimento statunitense. I temi che la Fallaci affronta sono quelli delle sue celebri opere, tutte edite da Rizzoli.





Questo può apparir demagogico, semplicistico, e perfino superficiale: lo so. Ma se analizzate i fatti vedrete che la mia è pura e semplice verità. La verità del bambino che nella fiaba dei Grimm, quando i cortigiani lodano le vesti del re, grida con innocenza: Il re è nudo. Pensateci ragionando sull'attuale tragedia che ci opprime. Perbacco, nessuno può negare che l'invasione islamica dell'Europa sia stata assecondata e sia assecondata dalla Sinistra. E nessuno può negare che tale invasione non avrebbe mai raggiunto il culmine che ha raggiunto se la Destra non avesse fornito alla Sinistra la sua complicità, se la Destra non le avesse dato il imprimatur.

Diciamolo una volta per sempre: la Destra non ha mai mosso un dito per impedire o almeno trattenere la crescita dell’invasione islamica. Un solo esempio? Come in molti altri paesi europei, in Italia è il leader della Destra ufficiale che imita la Sinistra nella sua impazienza di concedere il voto agli immigrati senza cittadinanza. E questo in barba al fatto che la nostra Costituzione conceda il voto ai cittadini e basta. Non agli stranieri, agli usurpatori, ai turisti col biglietto di andata senza ritorno. Di conseguenza, non posso essere associata né con la Destra né con la Sinistra. Non posso essere arruolata né dalla Destra né dalla Sinistra. Non posso essere strumentalizzata né della Destra né della Sinistra. (E guai a chi ci prova). E sono profondamente irritata con entrambe. Qualunque sia la loro locazione e nazionalità.

Attualmente, per esempio, sono irritata con la Destra americana che spinge i leader europei ad accettare la Turchia come membro dell’Unione Europea. Esattamente ciò che la Sinistra europea vuole da sempre. Ma le vittime dell’invasione islamica, i cittadini europei, non vogliono la Turchia a casa loro. La gente come me non vuole la Turchia a casa sua. E Condoleezza Rice farebbe bene a smetterla di esercitare la sua Realpolitik a nostre spese. Condoleezza è una donna intelligente: nessuno ne dubita. Certo, più intelligente della maggioranza dei suoi colleghi maschi e femmine, sia qui in America che al di là dell’Atlantico. Ma sul paese che per secoli fu l’Impero Ottomano, sulla non-europea Turchia, sulla islamica-Turchia, sa o finge di sapere assai poco. E sulla mostruosa calamità che rappresenterebbe l’entrata della Turchia nell’Unione Europea conosce o finge di conoscere ancora meno. Così dico: Ms. Rice, Mr. Bush, signori e signore della Destra americana, se credete tanto in un paese dove le donne hanno spontaneamente rimesso il velo e dove i Diritti Umani vengono quotidianamente ridicolizzati, prendetevelo voi. Chiedete al Congresso di annetterlo agli stati Uniti come Cinquantunesimo Stato e godetevelo voi. Poi concentratevi sull’Iran. Sulla sua lasciva nucleare, sul suo ottuso ex-sequestratore di ostaggi cioè sul suo presidente, e concentratevi sulla sua nazista promessa di cancellare Israele dalle carte geografiche.

A rischio di sconfessare l’illimitato rispetto che gli americani vantano nei riguardi di tutte le religioni, devo anche chiarire ciò che segue. Come mai in un Paese dove l’85 per cento dei cittadini dicono di essere Cristiani, così pochi si ribellano all’assurda offensiva che sta avvenendo contro il Natale? Come mai così pochi si oppongono alla demagogia dei radicals che vorrebbero abolire le vacanze di Natale, gli alberi di Natale, le canzoni di Natale, e le stesse espressioni Merry Christmas e Happy Christmas, Buon Natale, eccetera?!? Come mai così pochi protestano quando quei radicals gioiscono come Talebani perché in nome dei laicismo un severo monumento a gloria dei Dieci Comandamenti viene rimosso da una piazza di Birmingham? E come mai anche qui pullulano le iniziative a favore della religione islamica? Come mai, per esempio, a Detroit (la Detroit ultra polacca e ultra cattolica le ordinanze municipali contro i rumori proibiscono il suono delle campane) la minoranza islamica ha ottenuto che i muezzin locali possano assordare il prossimo coi loro Allah-akbar dalle 6 del mattino alle 10 di sera? Come mai in un paese dove la Legge ordina di non esibire i simboli religioni nei luoghi pubblici, non consentirvi preghiere dell’una o dell’altra religione, aziende quali la Dell Computers e laTyson Foods concedono ai propri dipendenti islamici i loro cortili nonché il tempo per recitare le cinque preghiere? E questo a dispetto del fatto che tali preghiere interrompono quindi inceppano le catene di montaggio?

Come mai il nefando professor Ward Churchill non è stato licenziato dall’Università del Colorado per i suoi elogi a Bin Laden e all’11 Settembre, ma il conduttore della Washington radio Michael Graham è stato licenziato per aver detto che dietro il terrorismo islamico v’è la religione islamica? Ed ora lasciatemi concludere questa serata affrontando altri tre punti che considero cruciali. Punto numero uno. Sia a Destra che a Sinistra tutti si focalizzano sul terrorismo. Tutti. Perfino i radicali più radicali. (Cosa che non sorprende perché le condanne verbali del terrorismo sono il loro alibi. Il loro modo di pulire le loro coscienze non pulite). Ma nel terrorismo islamico non vedo l’arma principale della guerra che i figli di Allah ci hanno dichiarato. Nel terrorismo islamico vedo soltanto un aspetto, un volto di quella guerra. Il più visibile, sì. Il più sanguinoso e il più barbaro, ovvio. Eppure, paradossalmente, non il più pernicioso. Non il più catastrofico. Il più pernicioso e il più catastrofico è a parer mio quello religioso. Cioè quello dal quale tutti gli altri aspetti, tutti gli altri volti, derivano. Per incominciare, il volto dell’immigrazione. Cari amici: è l’immigrazione, non il terrorismo, il cavallo di Troia che ha penetrato l’Occidente e trasformato l’Europa in ciò che chiamo Eurabia. È l’immigrazione, non il terrorismo, l’arma su cui contano per conquistarci annientarci distruggerci. L’arma per cui da anni grido: «Troia brucia, Troia brucia». Un’immigrazione che in Europa-Eurabia supera di gran lunga l’allucinante sconfinamento dei messicani che col beneplacito della vostra Sinistra e l’imprimatur della vostra Destra invadono gli Stati Uniti.

Soltanto nei venticinque paesi che formano l’Unione Europea, almeno venticinque milioni di musulmani. Cifra che non include i clandestini mai espulsi. A tutt’oggi, altri quindici milioni o più. E data l’irrefrenabile e irresistibile fertilità mussulmana, si calcola che quella cifra si raddoppierà nel 2016. Si triplicherà o quadruplicherà se la Turchia diventerà membro dell’Unione Europea. Non a caso Bernard Lewis profetizza che entro il 2100 tutta l’Europa sarà anche numericamente dominata dai musulmani. E Bassan Tibi, il rappresentante ufficiale del cosiddetto Islam Moderato in Germania, aggiunge: «Il problema non è stabilire se entro il 2100 la stragrande maggioranza o la totalità degli europei sarà mussulmana. In un modo o nell’altro, lo sarà. Il problema è stabilire se l’Islam destinato a dominare l’Europa sarà un Euro-Islam o l’Islam della Svaria». Il che spiega perché non credo nel Dialogo con l’Islam. Perché sostengo che tale dialogo è un monologo. Un soliloquio inventato per calcolo dalla Realpolitik e poi tenuto in vita dalla nostra ingenuità o dalla nostra inconfessata disperazione. Infatti su questo tema dissento profondamente dalla Chiesa Cattolica e dal Papa. Più cerco di capire e meno capisco lo sgomentevole errore su cui la sua speranza si basa. Santo Padre: naturalmente anch’io vorrei un mondo dove tutti amano tutti e dove nessuno è nemico di nessuno. Ma il nemico c’è. Lo abbiamo qui, in casa nostra. E non ha nessuna intenzione di dialogare. Né con Lei né con noi.


di Oriana Fallaci

http://www.liberoquotidiano.it/news/libero-pensiero/11680428/Oriana-Fallaci-e-l-Islam-.html#.VK5gwfF4Af4.facebook

mercoledì 7 gennaio 2015

attentato a Charlie Hebdo

se la sono cercata?


le immagini che pubblico sono una provocazione, per far vergognare i cristiani ............. i cristiani si risentono o no delle vignette blasfeme sul Cristo? o l' APOSTASIA ci ha defraudato di ogni senso di dignità???? purtroppo i cristiani se ne fregano di Cristo .... non invito certo a imitare i pagani nella violenza

P.S. dimenticavo di dire che, naturalmente, il Corano non insegna la violenza



L'attentato a Charlie Hebdo non è un attacco contro la libertà, come piace dire in queste ore, ma è un attacco figlio di questo tipo di libertà.




Ho visto alcune vignette del settimanale francese Charlie hebdo. Sempre violentemente blasfeme, derisorie, cattive, pornografiche (contro Cristo, il papa, miliardi di credenti...) In un paese normale, quale purtroppo la Francia non è, un simile giornale sarebbe stato chiuso da anni. Risparmiando tanti morti. Perchè il dileggio non è satira, nè libertà di espressione, ma violenza ideologica. Perchè anche le battaglie culturali si fanno rispettando gli avversari; si fanno anche duramente, ma senza deridere miliardi di persone e ciò che hanno di più caro. In un paese normale non si dovrebbe continuare a fare il tifo per ogni cosa, dall'utero in affitto all'Islam, solo per distruggere la fede e la cultura che fecero grandi, un tempo, la Francia e l'Europa. Siamo purtroppo una civiltà in decomposizione in cui l'autodistruzione nichilista della nostra civiltà fa pandant con coloro che, con la nostra complicità, vogliono distruggerci e annichilirci. Fr. Agnoli



Esprimo le mie condoglianze alle famiglie delle vittime brutalmente assassinate a Parigi, sperando che si faccia piena luce sulla strage di oggi e che i responsabili siano individuati e paghino con l'ergastolo per i crimini commessi.
Premesso che la vita è sacra e che nessuna ragione al mondo possa giustificare un omicidio, figurarsi una strage. Però deve farci riflettere il livello che certa "satira" laicista ha raggiunto. Non c'è nulla di simpatico e di intelligente nel fare vignette ultra blasfeme solo per il gusto di ferire la sensibilità delle persone. Una vignetta satirica dovrebbe indurre alla riflessione con un sorriso, quando invece essa diventa un mezzo volgare e premeditato per manifestare un insulto fine a sé stesso, non ci si può trincerare dietro ad una presunta libertà di espressione. Non sorprendiamoci poi che l'odio generi un odio ancora maggiore e che ritorni indietro come un boomerang a chi l'ha seminato.
Se il livello delle vignette sull'Islam è identico a questo della vignetta contro il Cristianesimo, hanno veramente scherzato col fuoco. Per questo, piangiamo le vittime ma non facciamone dei "martiri delle libertà di espressione".


Comunione sulla mano o sui guanti di lana

La Comunione sulla mano: 

da profanazione ad eccezione, 

da eccezione a regola


Comunione-con-tutti-mani

di Massimo Micaletti
Prendereste in mano, anche solo per un istante, la cosa più preziosa, pura ed incontaminata  che esista al mondo? E se invece che una cosa fosse una persona, vi sentireste degni di farlo?
Eppure ciò avviene ormai ordinariamente ogni Domenica, quando un fedele prende la cosiddetta “Comunione sulla mano”.
Sorvoliamo sulle vicende che hanno portato all’approvazione, anche da parte della CEI, di questa prassi di matrice protestante: si è trattato di un vero e proprio … colpo di mano che ha portato all’accettazione dell’inaccettabile.
Sorvoliamo pure sul fatto che esistono alcune pratiche rituali, per così dire “cattoliche”, che hanno quale presupposto indefettibile l’assunzione dell’Eucarestia nelle mani: ad esempio, il rito neocatecumenale, mai approvato dalla Chiesa ed anzi espressamente disapporvato da Papa Ratzinger nell’aprile 2012 eppure tollerato in ogni parte del mondo, che prevede che il Presbitero dia a ciascuno un pezzo di pane e che tutti insieme lo si metta in bocca nel medesimo momento.


Sorvoliamo anche su tutte le obiezioni che da sempre si muovono a tale prassi. Basti ricordare che essa, adottata nei primi tempi del cristianesimo, è stata immediatamente bandita non appena si è compreso l’immenso valore della Particola consacrata: per effetto della Transustanziazione, infatti, essa diviene Corpo di Nostro signore Gesù Cristo, quanto di più prezioso ci sia dato di vivere e vedere su questa terra, in questa vita. L’idea di prendere il Corpo di Cristo in mano per portarlo alla bocca viene ripresa dal Protestantesimo nel Secolo XVI, quale naturale conseguenza del fatto che i protestanti non credono nella Transustanziazione (con buona pace di ecumenisti e sincretisti d’assalto); similmente, viene immediatamente adottata da tutte quelle eresie cristiane, alcune eradicate dalla Chiesa, altre prosperanti in essa, che non credono che con la Consacrazione dietro l’apparenza del pane s’inveri la sostanza della carne del Salvatore. Non a caso, se ne è riparlato solo negli Anni Sessanta, a cominciare dall’Olanda per poi estendersi a Francia e Belgio, con la tolleranza dei Vescovi locali.
 Dopo il Concilio, diversi Pontefici hanno ammonito sull’Eucarestia nelle mani sebbene, come ormai prassi di molta della produzione postconciliare, all’enunciazione della norma si affianchino eccezioni dagli indistinti contorni, che però pur sempre eccezioni sono.
Paolo VI, nel documento “Memoriale Domini”[1] del 1969, dopo una ricca e documentata esposizione sulla necessità e conformità della Comunione in bocca, introduce la possibilità del ripristino dell’uso sulle mani. Leggiamo il passo in questione.
“Se poi in qualche luogo fosse stato già introdotto l’uso contrario, quello cioè di porre la santa Comunione nelle mani dei fedeli, la sede apostolica, nell’intento di aiutare le Conferenze Episcopali a compiere il loro ufficio pastorale, reso non di rado ancor più difficoltoso dall’attuale situazione, affida alle medesime conferenze il compito di vagliare attentamente le eventuali circostanze particolari, purché sia scongiurato ogni pericolo di mancanza di rispetto all’eucaristia o di deviazioni dottrinali su questo Santissimo Sacramento, e sia eliminato con cura ogni altro inconveniente.
In questi casi, per un’opportuna normativa del nuovo uso, le Conferenze Episcopali, esaminata con prudenza la cosa, prenderanno le loro deliberazioni con votazione segreta, a maggioranza di due terzi, e presenteranno poi il tutto alla Santa Sede, per averne la necessaria conferma, allegandovi una accurata esposizione dei motivi che le hanno indotte alle deliberazioni stesse. La Santa Sede vaglierà con cura i singoli casi, tenendo anche presenti i rapporti che uniscono le varie Chiese locali tra di loro, e ognuna di esse con la Chiesa universale, per il bene comune, per la comune edificazione, e per l’incremento di fede e di pietà che il vicendevole esempio reca e promuove”.
Ora, questo passo pone diversi problemi, ne rileviamo soltanto due: la constatazione che l’ufficio dei Vescovi sia “reso non di rado ancor più difficoltoso dall’attuale situazione”, come a concedere la prassi della Comunione in mano quale strumento di facilitazione di un contesto complicato ed a prendere atto che la violazione è invalsa e tollerata; e la disposizione che nelle singole Conferenze Episcopali la votazione sul punto sia assunta “a votazione segreta”, sebbene con una maggioranza qualificata.
Ciò detto, nell’Istruzione l’ipotesi della Comunione nelle mani viene ristretta a “particolari circostanze” che devono essere “attentamente vagliate” dalle Conferenze. Si tratta quindi di una possibilità riservata a casi eccezionali, anche se francamente non ci viene in mente una situazione in cui un fedele potrebbe assumere l’Eucarestia soltanto nel palmo e non direttamente in bocca.
 Per quanto riguarda la CEI, il relativo documento è il Decreto del 1989[2] e non individua alcuna condizione o circostanza particolare per accedere alla Comunione in palmo. Tale nuovo uso viene considerato in tutto e per tutto equivalente a quello invalso: “Il modo consueto di ricevere la comunione deponendo la particola sulla lingua rimane del tutto conveniente (ci mancherebbe, verrebbe da dire. Ma non dimentichiamo che un paio di decenni prima era stata di fatto resa fuorilegge la Messa di sempre, perciò forse la precisazione non è del tutto pleonastica, n.d.r.) e i fedeli potranno scegliere tra l’uno e l’altro modo”.
Il solo requisito per accedere alla nuova prassi è che il fedele si sia lavato le mani e che abbia partecipato ad una “congrua catechesi, che illustri i vari punti della presente istruzione e in particolare il significato della nuova prassi”: qualcuno ha mai frequentato questa “congrua catechesi”? Qualcuno ne ha mai sentito parlare? Qualche Sacerdote si è mai accertato che il fedele cui consegna il Corpo di Cristo abbia frequentato tale formazione? Vengono rilasciate patenti? Attestati? E se un fedele prendesse la Comunione sulla mano senza aver frequentato la “congrua catechesi”, il Sacramento è valido o no?
In un passo estremamente eloquente, lo stesso Decreto recita: “La Chiesa ha sempre riservato grande attenzione e riverenza all’eucaristia, anche nel modo di avvicinarsi alla mensa e ricevere la comunione. Particolarmente appropriato appare oggi l’uso di accedere processionalmente all’altare ricevendo in piedi, con un gesto di riverenza, le specie eucaristiche, professando con l’«Amen» la fede nella presenza sacramentale di Cristo“. Non c’è alcun cenno all’inginocchiarsi all’Eucarestia, che deve anzi essere assunta in piedi facendo un signorile inchino. In un simile contesto, tutto si spiega.
 Forse, se si considerassero per un attimo soltanto l’importanza ed il valore della Particola consacrata, “ogni ginocchio si piegherebbe”, e nessuno si sentirebbe degno di tenerla nelle mani, neppure per pochi istanti. E gli inchini resterebbero a protestanti e assimilati.

[1]    http://www.santuariodivinamaternita.com/Sito/Documenti/MemorialeDomini.pdf


[2]   http://www.preghiereagesuemaria.it/sala/decreto%20cei%20sulla%20comunione%20nella%20mano.htm