Visualizzazione post con etichetta papa francesco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta papa francesco. Mostra tutti i post

lunedì 10 luglio 2017

elogio del cattolico errante

Il cattolico errante e la ricerca della liturgia perduta


Sto notando, tra i credenti, il diffondersi di un fenomeno nuovo. O, meglio, di una nuova figura. Lo chiamerei il «cattolico errante».
 
 Si tratta di un bravo cattolico, un po’ di tutte le età e le condizioni sociali, che vaga di chiesa in chiesa, di parrocchia in parrocchia.  Perché lo fa?

 Perché, stanco di liturgie sciatte e di chiese brutte, di preti iperattivi o apatici, di parrocchiani sovreccitati o depressi, cerca una chiesa che sia semplicemente normale, con un prete che sia semplicemente prete, una liturgia semplicemente dignitosa, un edificio semplicemente rispettoso del sacro, fedeli semplicemente beneducati.


Il cattolico errante non ha molte pretese. In genere non è un tradizionalista. Anzi, cresciuto nella Chiesa del post Concilio, ne ha assimilato tutto il buono che c’è. Però è stanco, molto stanco.
 

Non sopporta più le degenerazioni nate da una lettura distorta del Concilio, non gli va più di convivere con ignoranza e superficialità.
 

Non ne può più di musica per nulla sacra, cori stonati, altoparlanti da discoteca, licenze assurde nella celebrazione.
 

Non sopporta più fedeli chiassosi e sbracati.
 

Non ne può più di chiese orrende, preti che celebrano con le scarpe da ginnastica, tazebao appesi tra una Madonna e un San Giuseppe.
 

Non accetta più di subire omelie irrimediabilmente scontate o troppo immaginifiche.
 

Non gli va più di fare i conti con parroci che sbrigano la messa come fosse una pratica amministrativa o che la trasformano in spettacolo.
 

Ed è anche stanco di essere guardato come un provocatore ogni volta che osa dire come la pensa.
 

Così si mette in viaggio e diventa un cattolico errante.
Il suo obiettivo è naturalmente quello di tornare a essere un cattolico stanziale, e c’è da dire che spesso ci riesce. Per quanto grami, infatti, questi nostri tempi non sono disperati. Ci sono ancora tanti preti semplici e assennati, alla guida di parrocchie normali nel senso migliore del termine. Ci sono ancora tanti bravi predicatori. C’è ancora attenzione per la coerenza liturgica, per il bel canto, per la musica davvero sacra. Però sono tesori che vanno cercati. E il metodo più utilizzato dal cattolico errante è il passaparola. Come nel seguente esempio di dialogo tra un ex cattolico errante tornato stanziale, che chiameremo Tizio, e un cattolico stanziale che sta per diventare errante, e chiameremo Caio.

Tizio: Ciao Caio!

Caio: Ciao Tizio!
Tizio: Lo sai che ho trovato una bella parrocchia? La Chiesa non è né troppo piccola né troppo grande e l’acustica è perfetta, tanto che non c’è bisogno di altoparlanti. I canti sono stupendi, qualcuno perfino in latino. Niente chitarre, niente tamburi. Pensa che i fedeli, quando entrano ed escono, si inginocchiano! E nessuno si mette a chiacchierare come se si trovasse nella piazza del mercato.

Caio: Ma no? Non ci posso credere!

Tizio: Te l’assicuro, è tutto vero! E il parroco non è un attivista. Niente lotterie, niente viaggi, niente iniziative strane. Non è neanche logorroico. Solo preghiera, adorazione eucaristica e catechismo. E tanta cura per la liturgia. E tante ore trascorse nel confessionale.

Caio: Ma guarda! Sembra impossibile!

Tizio: Anche a me sembrava impossibile. Poi ho trovato questa parrocchia e mi è tornata la voglia di andare in chiesa. E ancora non ti ho detto delle prediche: bellissime! Il parroco non è malato di protagonismo, né monomaniacale. Si limita a commentare il Vangelo del giorno e ogni volta lo fa con semplicità, ma senza diventare banale. E sa farsi ascoltare da tutti, bambini e vecchi, colti e meno colti!

Caio: Dimmi subito dove si trova questa parrocchia!
Ecco, le cose più o meno vanno così. Certo, il traffico un po’ ne risente, perché tutti questi cattolici erranti sono costretti a spostarsi percorrendo molti chilometri. Ma ne vale la pena.

Anche se il cattolico errante spesso non lo sa (perché è una persona semplice, mossa solo dalla sua fede e dal desiderio del bello e del sacro), il «Codice di diritto canonico» sta dalla sua parte. Il Codice infatti riconosce non solo il diritto di ricevere dai pastori l’aiuto derivante dai beni spirituali della Chiesa, specie attraverso la Parola di Dio e i sacramenti, ma anche «il diritto di rendere culto a Dio secondo le disposizioni del proprio rito approvato dai legittimi pastori della Chiesa e di seguire un proprio metodo di vita spirituale, che sia però conforme alla dottrina della Chiesa». Quindi c’è un diritto a evitare le storture, le stranezze e le ambiguità, per non parlare delle vere e proprie profanazioni.

In realtà il Codice dice che le aberrazioni liturgiche vanno anche segnalate e denunciate, e che anzi, per il cattolico, questo è un preciso dovere. Ma il cattolico errante, mosso da pietà, spesso preferisce stendere un velo pietoso e, anziché scrivere al vescovo ed esporre le sue lagnanze, si mette in viaggio.

Il cattolico errante, insomma, non fa che cercare ciò che gli spetta. Lo spiega molto bene anche il liturgista don Nicola Bux in quel prezioso libro che è «Come andare a messa e non perdere la fede», dove ricorda che in tutti i casi in cui la comunità, anziché lodare Dio, celebra se stessa (per dirla con Joseph Ratzinger, trasforma la liturgia in «una danza vuota intorno al vitello d’oro che siamo noi stessi»), occorre reagire.

Pochi lo sanno, e don Bux giustamente lo sottolinea: nell’istruzione «Redemptionis sacramentum» del 2004, approntata dalla Congregazione per il culto divino d’intesa con quella per la dottrina della fede, si legge che tutti i fedeli «godono del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa messa che sia così come la Chiesa ha voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme». Dunque niente fantasie, niente aggiunte, niente travisamenti, perché «il popolo cattolico ha il diritto che si celebri per esso in modo integro il sacrificio della santa messa, in piena conformità con la dottrina del magistero della Chiesa».

Oggi, 7 luglio 2017, sono passati dieci anni esatti dalla lettera apostolica in forma di motu proprio «Summorum pontificum» di Benedetto XVI, che, insieme all’istruzione «Universae Ecclesiae», ha permesso il moltiplicarsi delle messe in rito antico, secondo un’esigenza sempre più diffusa. La data è dunque propizia per ricordare che per secoli la Chiesa, specie attraverso l’arte, la musica, l’architettura, ha orientato tutto alla gloria di Dio, alla preghiera, alla salvaguardia della dottrina. Poi, improvvisamente, un’idea distorta di aggiornamento ha dato inizio agli orrori.
Farne l’elenco non è necessario. Delle chiese bruttissime e dei tabernacoli spariti, o messi in un angolo, ci siamo già occupati in un’altra occasione. Qui vorrei solo sottolineare la verbosità che ha fatto irruzione nella celebrazione della messa. 

Verbosità vuol dire che si chiacchiera troppo, si prega poco e si adora ancor meno. Don Bux scrive che la messa «non è una conferenza dove devi capire tutto», quindi è inutile che il celebrante si affanni a spiegare ogni cosa, in modo didascalico, quasi desacralizzando la liturgia. «Il linguaggio liturgico non può essere quello quotidiano» e  «comprendere la realtà della liturgia è diverso dal comprendere le parole». Occorre lasciare spazio al mistero e lasciarsi prendere dal mistero. San Bonaventura arriva a dire che durante la liturgia bisogna sospendere l’attività intellettuale. La liturgia è essenzialmente adorazione di Dio.

Un’annotazione va fatta sul ruolo della comunità, del popolo di Dio. Che partecipa alla messa, ma, attenzione, non è il soggetto della messa. Tanto è vero che il celebrante può benissimo essere da solo e la messa è pienamente valida. Quindi, se va evitato il protagonismo del celebrante, va evitato anche quello dell’assemblea, altrimenti c’è davvero il rischio che l’azione liturgica diventi spettacolo rispetto al quale tutti sono desiderosi di dare un contributo. Partecipare non vuol dire gareggiare nel protagonismo, ma stare al proprio posto, con discrezione. Un malinteso senso della partecipazione porta a coinvolgere il popolo in modo improprio. «Partecipare attivamente significa cooperare intimamente con la grazia di Dio; non è attività esteriore».

Bellissime poi le pagine nelle quali don Bux spiega la necessità e il significato dell’inginocchiarsi. Vangelo e Atti degli apostoli ci dicono che Gesù, Pietro, Paolo e Stefano hanno pregato in ginocchio. «Tutta la creazione piega le ginocchia nel nome di Gesù (cfr Filippesi 2,10), segno della signoria di Dio sul mondo. In tale gesto di verità si inserisce la Chiesa nel glorificare Gesù Cristo». L’inginocchiarsi, il genuflettersi e l’inchinarsi sono atti di culto esterno, certamente, ma anche di fede. Ci aiutano nella preghiera e nell’adorazione. Come scrisse Romano Guardini: «Quando entri in chiesa o ne esci, piega il tuo ginocchio profondamente, lentamente; ché questo ha da significare: “Mio grande Iddio!…”. Ciò infatti è umiltà ed è verità ed ogni volta farà bene all’anima tua».

Sì, ci farà bene. Come il silenzio, il «sacro silenzio», che è esso stesso preghiera e manifestazione di fede e adorazione. Quel silenzio che oggi è così negletto nelle celebrazioni piene di clamore, nelle quali si arriva perfino all’applauso. Come se l’azione liturgica, al pari di uno spettacolo, dovesse procurare emozioni e non aiutarci a entrare nel mistero permanente di Cristo sulla croce.

Insomma, il cattolico errante ha tutto il diritto di mettersi alla ricerca di liturgie pulite, sobrie, essenziali, belle, efficaci. Ed è comprensibile che, una volta trovato un tesoro così grande, lo voglia condividere.

Aldo Maria Valli

da: http://www.aldomariavalli.it/2017/07/07/il-cattolico-errante-e-la-ricerca-della-liturgia-perduta/

mercoledì 5 luglio 2017

L'immigrazione di Massa Cavallo di Troia





L'immigrazione di Massa è il Cavallo di Troia secondario di Eurabia. Il Cavallo di Troia primario è la Perdita della voglia di Vivere di tutta la Civiltà cristiana occidentale. Perdita della Vita che è rifiuto dei bambini, che è rifiuto della Maternità, rifiuto della Paternità, rifiuto del Matrimonio, rifiuto della Famiglia, rifiuto della Natura umana e rifiuto della Grazia divina. Rifiuto della Creazione. Rifiuto della stessa esistenza. d. G. Bava


venerdì 26 maggio 2017

Gouverner Par le Chaos

IL CAOS? E’ IL METODO DI GOVERNO DEL GLOBALISMO.


A Teheran, fra i partecipanti alla conferenza  internazionale New Horizon, ho potuto conosce finalmente il Comitato Invisibile di Tarnac, autore  collettivo, nel 2008,  del breve, ma epocale saggio “Gouverner Par le Chaos”.  Governare attraverso il caos.

Rievoco in breve la storia, ovviamente ignota ai lettori. Nel novembre 2008, la polizia francese arrestò in modo estremamente vistoso, brutale e mediatico una decina di giovani abitanti a Tarnac, un paesino del Corrèze, con l’accusa di progettare atti terroristici e di averne già messi in atto altri, come danneggiamenti alle linee ad alta velocità (TGV). In inchieste durate anni, s’è scoperto che: terroristi anarchici di Tarnac erano controllati giorno e notte (è il caso di dirlo) da un poliziotto britannico che si era infiltrato, e aveva messo incinte alcune signorine del gruppo terroristico; che i servizi francesi ne sapevano ogni mossa; che i danneggiamenti al TGV erano stati perpetrati da ecologisti tedeschi. Alla fin fine, si intuisce cha la sola cosa per cui il potere ha considerato pericoloso e da smantellare il gruppo di Tarnac, la vera bomba da esso confezionata, era proprio il libretto – una novantina di pagine – concepito nel loro ambiente:


Gouverner par le  Chaos – Ingénierie Sociale et Mondialisation.
https://www.amazon.fr/GOUVERNER-PAR-CHAOS-Collectif/dp/235341074X#reader_B007V5AQ4W

Eccone le tesi principali:
Le classi  dirigenti hanno adottato il caos come metodo di governo più efficace per mantenersi al potere. Quel caos che fingono di combattere, è la loro strategia privilegiata di controllo. Jacques Attali, il futurologo ebreo che ha creato artificialmente Macron, lo ha detto perfino chiaro nei suoi scritti e nelle conferenze. I dirigenti d’oggi non perseguono che due scopi; il primo, realizzare un governo mondiale; l’altro, proteggere il governo mondiale da  ogni rovesciamento e nemico, attraverso un sistema di sorveglianza  generalizzato fondato sulla tracciabilità totale delle persone e delle cose.


Come si diventa padroni del mondo? “Centralizzando l’ordine e il potere attorno a una minoranza e spargendoo il caos nel popolo, ridotto al livello di burattini nel panico”.

Molto più comodo che farsi obbedire dal popolo migliorandone le condizioni, risolverne i problemi sociali (dalla disoccupazione al disordine pubblico, dalle disparità crescenti ed inique alla droga). Le elites, governando col caos, non si assumono più alcuna responsabilità verso i cittadini delle crisi che provoca il capitalismo terminale. Anzi il caos finanziario permette di giustificare la concentrazione del potere delle grandi banche d’affari; l’11 Settembre giustifica il  potere insindacabile dello Stato Profondo; la strage al Bataclàn, il mantenimento delle leggi speciali che Hollande aveva varato per la strage di Charlie Hebdo (aveva già sul tavolo il decreto da firmare).

“Abolire tutte le frontiere”, anche interiori, è la loro tecnica

Attenzione: sono cose che sapete, adesso nel 2017, e solo da lettori avvertiti. Le masse non ne sono affatto consapevoli. Ma il Comitato Invisibile ne ha scritto nel 2008 – quando ancora il caos concentrico (finanziario, bellico, terroristico eccetera) non era ancora dispiegato pienamente. E nel testo si trovano profetizzati precisi caratteri del caos ingegnerizzato che, nel 2008, erano ancora invisibili: la “lotta alle discriminazioni” non aveva ancora all’insegnamento alle elementari della teorie del genere, ai diritti omosessuali, le nozze gay, alle “Piazze” (Maidan, Tahrir) a cui si riducono le  rivoluzioni colorate..

Premessa: Ciò che importa al potere più di tutto – mi ha spiegato il Comitato a Teheran – “è distruggere il legame tra il reale e la ragione [Tommaso d’Aquino approverebbe: la verità è l’adeguarsi dell’intelletto al reale]. Fare in modo che il ritorno al reale sia indefinitamente differito, sicché il discorso del potere diventa il paradigma del pensiero; discorso pronunciato in quella lingua mediatica, la neo-lingua”.

E come si ottiene questo? Dicevano gli anarchici di Tarnac nel 2008: “La distruzione delle capacità di autonomia dei dominati – è la risposta – passa per l’abolizione delle frontiere del loro essere: individuale e collettivo. Finché esistono frontiere, è possibile opporre  un sistema di valori  a un altro, un tipo di diritto all’altro, distinguere uomo da donna, madre da padre  [distinguere in Niki Vendola lo schiavista, non mamma], cittadino da straniero, insomma vero da falso, giusto dall’ingiusto, normale da anormale …

Risultato: finchè resiste un solo confine, il potere non può ancora chiudere la sua matrice, la costruzione di “uno ‘spazio di vita’ puramente virtuale in cui la massa potrà fare le sue evoluzioni senza mai toccare  il reale – a cui il sistema ha dedicato tutte le tecniche del comportamentismo, dello spettacolo, della programmazione neuro-linguistica, delle tecniche pubblicitarie, dell’ingegneria sociale”.

La distinzione primordiale fra uomo e donna, ma anche fra figlio e madre e padre, è potentemente esemplificata nel mito di Edipo, coi suoi sacri tabù (al figlio non lecito andare a letto con mamma), che sono “l’organigramma originario  di un gruppo, la sua capacità di costituirsi in organizzazione”.




“Fare la promozione dell’ indistinzione dei ruoli e dei cambiamenti di luogo, far passare le voglie personali avanti al rispetto dell’organigramma del gruppo”, ha lo scopo di “ridurre quel gruppo a individui giustapposti, incapaci di comunicare e di cooperare” – all’essenziale compito politico di rovesciare i Signori del Caos.  “Facilitare l’espressione dell’individualismo fallico è parte della strategia della disorganizzazione. A livello comportamentale, si traduce in una cultura dello spontaneo, dell’impulsivo del viscerale, del flessibile e della ricerca del risultato immediato, con la conseguente incapacità di concentrazione, di pianificazione e di elaborazione di strategia di lungo termine.


Uniti nella lotta

Lo stesso vale anche per le grandi immigrazioni con le ONG che vanno a raccogliere a centinaia di migliaia i profughi che hanno pagato somme che in Africa bastano ad aprire un’attività  utile? Ovvio, è la risposta: “Il mondialismo distrugge le frontiere nazionali” come le frontiere mentali, mentre “il consumismo regressivo cancella le frontiere dell’essere individuale”. Naturalmente tutto ciò secondo le esigenze del capitalismo terminale, “dove i ricchi si possono arricchire ancora solo impoverendo i poveri e seminando il caos nel loro modo di vita – E per far meglio accettare il caos e la destabilizzazione alle popolazioni, si è chiamato tutto ciò “progressismo”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi non c’è più differenza tra la Sinistra e le Spice Girls. Cohn-Bendit e Lady Gaga, même combat !”.
Grazie a questa suggestione, anch’io povero italiota mi faccio domande: Boldrini e Bello Figo “No pago affitto” uniti nella lotta?

Peggio. Esiste ancora una differenza tra la chiesa e le Spice Girls?

Vi lascio con questa domanda, ma non è che una prima puntata sui metodi di “governare col caos”. E’ che non ho voluto mettere nello stesso articolo informazioni di grande rilievo fornitemi dal Comitato Invisibile– avendo scoperto che i miei lettori (i migliori) spesso non sono capaci di cogliere e ricordare le informazioni che non siano già enunciate nel titolo, o subito sotto; sicché spesso mi segnalano notizie che ho già dato.

Dick Cheney: “Ecco, adesso siete perfettamente al sicuro  dagli attentati del terrorismo”.
 
Le prossime notizie saranno: la parte di Israele in questo governare col caos, e perché non ci si può aspettare un collasso economico-finanziario-politico tale, che  distrugga le elites mondialiste. Si sono preparate, mi ha spiegato il Comitato.
Solo un’ultima riga su tale Comitato Invisibile. Come alcuni lettori hanno intuito, si  tratta sostanzialmente di una persona. Di nome Lucien Cerise. Un trentenne lievemente sovrappeso, occhialuto, timido, coltissimo, non abbastanza immodesto da postare un proprio profilo biografico su Wikipedia (dove molti lo cercano). Ha scritto Ritorno a Maidan, sul trucco fondamental-mediatico delle primavere colorate, Neuropirati –quelli dell’ingegneria socialela guerra ibrida della NATO, eccetera. Fa il bibliotecario in non so quale angolo della Francia. Apparentemente, la persona più inoffensiva della Terra. Spero che non lo sia.

mercoledì 19 aprile 2017

x una chiesa tutta in uscita

Quando la celebrazione della messa diventa una questione di contabilità

Il parroco del Veneziano che ha sospeso la celebrazione per mancanza di fedeli e le parole di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”
 


Matteo Matzuzzi 

Roma. Magari il patriarca Francesco Moraglia quel cartello non l’avrebbe appeso sul portale della chiesa, ma tutto sommato la decisione di don Mario Sgorlon, il parroco che ha deciso di sospendere le messe nella chiesa delle Vignole per mancanza di fedeli, è ritenuta “comprensibile”. Dal patriarcato di Venezia spiegano al Foglio che “la situazione è originalissima”, essendo il luogo in questione periferico e abitato da poche decine di persone per lo più in età avanzata. E infatti, nella motivazione che ha portato già dallo scorso inverno il sacerdote a decidere di celebrare solo su richiesta di un congruo numero di fedeli (da quantificare, a quanto pare) c’è l’esiguo numero di partecipanti al rito. “Diciamo che riesco a officiare il rito circa una volta al mese. D’inverno, soprattutto, non viene nessuno perché fa freddo ed è umido, la gente si ammala e non esce di casa: una volta ci siamo trovati in tre. Insomma, celebrare così non ha senso”. E’ questo, semmai, il passaggio che stona: il senso di celebrare la messa con “poco” pubblico, quasi fosse una mera questione contabile. E poi, “tre” significa che qualcuno, volenteroso anche se anziano o ammalato, in chiesa c’era. E tanto basta, anche perché dopotutto, “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20), diceva Gesù, se può servire al caso di specie.





Troppe parrocchie e messe poco frequentate. Sacerdoti chiamati a guidare fino a 15 comunità, messe "non garantite". Un cambiamento sociale e culturale che affonda le radici negli scorsi decenni. Un'inchiesta 

Don Mario dice di non capire il clamore suscitato dalla vicenda, anche perché quel cartello è affisso da mesi e i residenti concordano con la scelta di ridurre al minimo la frequenza delle liturgie domenicali date le condizioni particolari (“originalissime”, appunto) della parrocchia. “A richiesta”, si fa sapere poi, le celebrazioni saranno ripristinate, magari in estate, quando le orde di turisti che calano su Venezia potrebbero rimpinguare le presenze sui banchi dei luoghi di culto cattolici, benché i precedenti – a detta di don Sgorlon – non inducano a essere ottimisti. “Sono qui a fare il parroco da oltre quindici anni e non era mai successo che fossi costretto a chiudere, ma così vanno i tempi. Non ci si può fare niente. Quando i fedeli torneranno, io sarò qui ad aspettarli”, ha sottolineato. 

Non è neanche un problema di troppe parrocchie da amministrare e di messe da far saltare per carenza di clero, come pure da tante altre parti d’Italia accade da tempo. Qui manca la folla. “Non ci vedo niente di strano, è il destino di tutte le piccole località”, sospira in tono un po’ inquietate don Mario, che dà l’idea di considerare ormai perso il recinto, con le pecore scappate e non più raggiungibili. 

Una resa, insomma, davanti a “questi tempi” in cui le folle non bussano alle porte delle chiese e quel senso religioso così vivo nell’Italia di qualche decennio fa è assai sbiadito. Non è valso neppure il laicissimo esempio di Giovanni Mongiano, l’attore sessantacinquenne che qualche settimana fa decise di andare in scena al Teatro del Popolo di Gallarate nonostante in sala non ci fosse nessuno. Glielo avevano detto, con imbarazzo, e alla fine l’unico spettatore era la cassiera del teatro. Un’ora e venti di monologo, senza saltare neppure una battuta. E non è valsa neanche la lezione di vita di padre Ernest Simoni, il prete albanese creato cardinale da Francesco che ha passato gran parte della vita in carcere e ai lavori forzati durante la dittatura di Hoxa: “Celebravo la messa tutti i giorni, a memoria, in latino, sfruttando ciò che avevo a disposizione. L’ostia la cuocevo di nascosto su piccoli fornelli a petrolio che servivano per il lavoro. Se non potevo utilizzare il fornello, mettevo da parte un po’ di legna secca e accendevo il fuoco. Il vino lo sostituivo con il succo dei chicchi d’uva che spremevo”.

venerdì 3 marzo 2017

Oggi sono le Ceneri

 cattolici perseguitati dai cattolici

Oggi sono le Ceneri quindi bisogna far digiuno, carità e penitenza; in particolar modo bisogna farlo pensando ai tanti cattolici perseguitati. Ad esempio padre Jean-Benoît Casterman, al centro di uno scandalo in Francia per via del suo manuale di educazione affettiva, "Come riuscire nella tua vita sentimentale e sessuale". Il manuale di p. Casterman è stato ritirato dalla dotazione di un liceo di Neuilly a causa delle posizioni espresse riguardo a omosessualità e aborto. Da quel che si legge non è nulla di eclatante. Padre Casterman ha qualche antiquata idea psicologista riguardo all'omosessualità (dice che è colpa delle madri: ma che cosa non lo è?) e per il resto fornisce consigli di rudimentale buon senso: che tu sia maschio o femmina, qualsiasi cosa ti accada non restare solo, confida negli altri, ricorda di rispettare la vita di tutti e soprattutto non definirti esclusivamente in base all'attività sessuale, è limitativo.

Gli alunni sono rimasti scioccati dal manualetto, ne hanno denunciato l'omofobia e prontamente i vertici della scuola sono intervenuti per farlo sparire, rivendicando che "il progetto educativo di Sainte-Croix de Neuilly consiste nell'apertura al mondo". Meno male che si aprono: se si chiudessero, avrebbero bruciato libro e autore? E meno male che sono un liceo cattolico: per i cattolici perseguitati dai cattolici bisognerebbe fare più elemosine, pentirsi di più, digiunare di più.

giovedì 29 dicembre 2016

9.000.000 DI CATTOLICI ABBANDONANO LA CHIESA



BRASILE. LE CIFRE DI UN DISASTRO PASTORALE. NOVE MILIONI DI CATTOLICI ABBANDONANO LA CHIESA IN DUE ANNI.



Marco Tosatti
Dal Brasile vengono le cifre di un disastro. Un sondaggio di Datafolha ha rilevato che gli adulti che si dichiarano cattolici sono passati dal 60 per cento nel 2014 al 50 per cento nel dicembre del 2016.
Questo vuol dire che in due anni circa nove milioni di fedeli hanno deciso di lasciare la Chiesa.
Un dato certamente sconcertante; tanto più se si considera che per la prima volta nella storia sulla cattedra di Pietro siede un Pontefice che provien dal subcontinente latino-americano.
Datafolha ha mostrato che nello stesso periodo c’è stato un incremento importante di persone che non professano nessuna religione. Sarebbero passati dal 6 al 14 per cento negli ultimi due anni.
Nel 2012 la percentuale dei  cattolici dichiarati era del 64,6 per cento.
Il sondaggio indica che il 43 per cento dei cattolici brasiliani vivono nella regione del sudeste, la più sviluppata del Paese, mentre nel nord e nel oeste, si giunge appena al 15 per cento della popolazione.
Il sondaggio di Datafolha ha un margine di errore del 2 per cento. E’ stato realizzato nell’ultimo mese in 174 municipi a livello nazionale, intervistando 2828 persone di età superiore ai sedici anni.
In Brasile, anche se questa recente valanga di abbandoni non ha segnato un’espansione degli evangelici, è opportuno ricordare che metà dei protestanti provengono  dalla Chiesa cattolica.

La maggior parte delle conversioni avvengono prima dei venticinque anni, e i convertiti citano come motivo del cambiamento un maggior rapporto con Dio (77 per cento) e lo stile di culto delle nuove Chiese (68 per cento).

Il segretario della Conferenza Episcopale del Brasile, dom Ulrich Steiner,  ha dichiarato a La Folha di San Paolo che il numero di persone disposte a lottare per la giustizia è più importante della percentuale di cattolici.

mercoledì 16 novembre 2016

alle soglie di uno scisma???

Pericolosa polarizzazione 

 



 
Lunedí scorso, 14 novembre, è stata resa nota la lettera con cui quattro Cardinali (Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner) chiedono a Papa Francesco di dirimere le incertezze sorte dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, dando risposta a cinque dubia allegati. In un paio di giorni sono stati versati fiumi di inchiostro sull’iniziativa dei quattro Porporati; inutile, quindi, ripetere cose che sono state già dette. Volevo solo evidenziare un aspetto che mi sembra sfuggito ai piú.
 
 
Ho avuto l’impressione che, in genere, i commentatori abbiano presentato gli estensori della lettera come ancora in attesa di una risposta del Papa (e quindi, si potrebbe supporre, abbiano pubblicato la lettera, in qualche modo, per “costringere” il Papa a dare una risposta). Lo stesso Magister, nell’inquietante post di ieri sul suo blog, si esprime nei seguenti termini:
I quattro cardinali … hanno aspettato invano per quasi due mesi che il papa rispondesse all’appello. E c’è chi prevede che nemmeno da qui in avanti Francesco romperà il suo silenzio.
Anch’io, in un primo momento, avevo interpretato l’iniziativa in questo senso; ma poi, rileggendo il testo della lettera, ho capito che forse le cose sono andate diversamente. I Cardinali non stanno ancora aspettando una risposta del Papa alla loro lettera (se cosí fosse, molto probabilmente non l’avrebbero pubblicata); una risposta — non saprei dire in quale forma — devono averla già ricevuta; ed essa consiste nel fatto che il Papa non risponderà ai loro quesiti. Solo questo possono significare le seguenti parole, contenute nella “premessa” alla lettera:
Il Santo Padre ha deciso di non rispondere. Abbiamo interpretato questa sua sovrana decisione come un invito a continuare la riflessione e la discussione, pacata e rispettosa.
“Il Santo Padre ha deciso di non rispondere”. Una decisione — giustamente definita “sovrana” dai Porporati — dunque c’è stata: il Papa non risponderà ai dubia. Inutile quindi continuare ad attendere una risposta che non verrà. Di qui la decisione di pubblicare la lettera.

Tale decisione di Papa Francesco non meraviglia. Non solo perché finora si è sempre comportato allo stesso modo in situazioni analoghe; ma perché rifiuta, per principio, questo modo di procedere. Accettare di rispondere ai dubia proposti dai Cardinali significherebbe accettare una visione della Chiesa e del ministero papale, che non è sua. Lo ha già espresso chiaramente piú volte. Nella intervista rilasciata a Padre Spadaro all’inizio del pontificato, affermava:
Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante (La Civiltà Cattolica, n. 3918, 19 settembre 2013, pp. 469-470)
Un concetto ripreso nell’esortazione apostolica Amoris laetitia
Comprendo coloro che preferiscono una pastorale piú rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesú vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, «non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» [Evangelii gaudium, n. 45] (n. 308).
Come si può vedere, ci troviamo di fronte a due concezioni di Chiesa e di pastorale antitetiche: da una parte c’è chi ritiene che la Chiesa sia tenuta a “fare chiarezza”, a mostrare ai fedeli quale sia la verità da seguire; dall’altra, chi invece ritiene che la Chiesa debba essere un “ospedale da campo”, dove si curano le ferite dei fedeli, mostrando loro la propria vicinanza, senza preoccupazioni di carattere legalistico; da una parte c’è chi considera dovere pastorale della Chiesa insegnare, cosí com’è, la dottrina rivelata; dall’altra, chi propugna come unici atteggiamenti pastorali accettabili l’accoglienza, l’accompagnamento, il discernimento e l’integrazione. Che nella Chiesa ci siano sempre state sensibilità diverse, è un dato di fatto e non meraviglia; ma ho l’impressione che ci troviamo di fronte a una polarizzazione di posizioni non solo diverse, ma alternative e tra loro inconciliabili.
Papa Bergoglio, nella conversazione con Padre Spadaro introduttiva al volume Nei tuoi occhi è la mia parola, sembrerebbe giustificare l’esistenza di “opposizioni” nella Chiesa (e non potrebbe essere altrimenti per chi si è formato alla scuola di Romano Guardini):
Le opposizioni aiutano. La vita umana è strutturata in forma oppositiva. Ed è quello che succede adesso anche nella Chiesa. Le tensioni non vanno necessariamente risolte ed omologate, non sono come le contraddizioni.
Nella citata intervista alla Civiltà Cattolica, troviamo diverse espressioni, che fanno da supporto spirituale a questa visione di Papa Francesco:
Solamente nella narrazione si può fare discernimento, non nella esplicazione filosofica o teologica, nelle quali invece si può discutere (p. 455); Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia (p. 468); Dio lo si incontra camminando, nel cammino … Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro con lui (p. 469); Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte (p. 474).
Personalmente, mi trovo abbastanza d’accordo con Papa Bergoglio sull’utilità — e l’inevitabilità — delle opposizioni (semmai ci sarebbe da conciliare questa posizione, autenticamente guardiniana, con il secondo postulato esposto in Evangelii gaudium, nn. 226-230: “l’unità prevale sul conflitto”). Sono d’accordo che “le tensioni non vanno necessariamente risolte ed omologate”; sono convinto che le differenze non debbano essere cancellate, ma semmai valorizzate; ma sono altrettanto convinto che le opposizioni — e, a maggior ragione, la loro polarizzazione — non vadano favorite né, tanto meno, alimentate, quanto piuttosto “gestite” e “composte” in una superiore (“superiore” in senso spirituale, non in  senso hegeliano) unità. Come ricordavo in un recente post, scopo dell’autorità è la salvaguardia della pace e dell’unità: essa non dovrebbe mai schierarsi apertamente con una delle parti in gioco, e dovrebbe piuttosto svolgere un ruolo di mediazione; in caso contrario, le conseguenze potrebbero rivelarsi devastanti.
Qualcuno è convinto che siamo alle soglie di uno scisma. In effetti, alcuni segnali potrebbero indurre a pensarlo. Speriamo e preghiamo perché ciò non avvenga. In ogni caso, ritengo che anche la sola ipotesi che possa avvenire solleva qualche dubbio sulla validità della “riforma” della Chiesa in corso.
Q

martedì 25 ottobre 2016

Lettera all'alba

Laura Fabbricino. Lettera all'alba

 

 


Sono giorni che sto male.
E lo dico raramente.
Ho visto i miei amici piangere ed essere soli. Soli nell' anima.
Nella mia impotenza e mediocre capacità di dire "c'è Gesù! "... ho pensato a chissà quanti stanno come loro.
Così stamattina ... ho chiesto di pubblicare il mio appello.
Ai miei amici ... e a tutti quelli che non riesco ad aiutare come vorrei.



  * * *
LETTERA ALL' ALBA

Spettabile redazione,
chi vi scrive è una anonima, una tra le 5000, e oltre, firmatarie della Supplica Filiale al nostro amato Santo Padre.
 
In questi ultimi tre anni e mezzo i lavori Sinodali promettevano una grande cura pastorale e una particolare attenzione ai disordini morali delle famiglie distrutte a causa del divorzio e a quelle che vivono in circostanze non compatibili con la Verità del Vangelo. 
 
Personalmente ho vissuto e vivo fianco a fianco con molte persone (sottolineo persone), veramente in grave difficoltà interiore e che avrebbero bisogno di una unica parola, bruciante e salata, forse, ma data con amorevole e sincera preoccupazione, dalla Chiesa. 
 
Ciò che si è verificato, però, è che non solo non è cambiato nulla nell' accompagnamento alla verità per il semplice fatto che bisognerebbe istituire percorsi di formazione e di istruzione in ogni diocesi, proprio nell' ambito della pastorale familiare e ciò non viene fatto, ma vi è smarrimento totale per le "soluzioni" soggettive/oggettive date in "foro interno" a seconda della logistica parrocchiale.
 
Io vedo e so di casi che ricevono alcune indicazioni in una parrocchia del paese, per essere poi ribaltate dal fraticello del convento dei cappuccini dello stesso paese! Con quale risultato? Il crollo ulteriore. O la rabbia.
Nel mezzo ci stanno anime che non vogliono andare all' inferno.
 
È il caso, per esempio, di due miei amici carissimi, divorziati e conviventi che però si trovano a dover affrontare una grave malattia terminale di uno dei due.
 
Non spetterebbe a me dire loro "siete in peccato mortale, perché conoscete il catechismo e avete solide formazioni morali per non poter invocare la santa ignoranza". Anche perché si tratta di una vita che sta per spegnersi ed è bene prepararsi ora all' incontro col Padreterno. Inoltre sono amica sincera e soffro per loro, sul serio. 
 
I nomi della maggior parte dei firmatari della Supplica, che, come tale si definisce da sola, sono di persone che non conosciamo. Potrebbero essere centinaia le anime che veramente attraverso la supplica chiedono soccorso e non appartengono a nessuna cordata teologica o barricata pro o contro Francesco.
 
Questa considerazione non la mette in buon conto nessun giornale. 
Ma i numeri contano e più ancora contano perché non sono numeri ma anime. 
 
Non rispondere a questa supplica è come dire "Arrangiatevi".
 
E la fede dei più semplici, oppure dei confusi dalle troppe parole senza averne una definitiva e certa da cui poter pensare una conversione, è praticamente ignorata.
 
Se questa è Misericordia, pastorale dell'accompagnamento o qualcosa del genere, è con grande amarezza che posso solo concludere che il silenzio è solo silenzio. È un ritirarsi dal rapporto con i figli della supplica. Non è proprio un comportamento da buon padre di famiglia.
 
Demandare e delegare ai confessionali locali è logisticamente impossibile: 
da una chiesa si esce assolti e da un'altra no!
 
A forza di evidenziare i firmatari illustri e i nomi di quelli che "contano" e che conoscono già la Dottrina, ci si è dimenticati di quelli che non contano niente.
Per gli uomini di Chiesa, per i giornali e persino per il S. Padre.
Chiesa in uscita ... Chiesa in periferia ... Chiesa della Misericordia...
Fino ad ora è solo la Chiesa del silenzio doloso e doloroso. 
 
Mi chiedo quanti laici dovranno prendere il posto del sacerdote, ruolo che non gli compete se non in virtù del Battesimo, per poter aiutare, sostenere e correggere con vera misericordia, i cuori e le anime distrutte che avranno presto il loro appuntamento con Dio? 
 
Perché perdere o prendere tempo è contro il Vangelo. Anche non dire nulla lo è.
 
"Vegliate perché non sapete l' ora in cui tornerà il vostro padrone", oppure "Stolto, non sai che proprio questa notte ti verrà chiesta la tua vita?" è la verità del tempo che non ci appartiene. È Parola indiscutibile.
 
E se per Nostro Signore una sola anima vale ben più di due passeri, perché per il pastore più di 5000 non valgono una parola?
 
Concludo con una sola "coincidenza" alla quale non credo più di tanto: erano circa cinquemila, senza contare le donne e i bambini, su quella Montagna delle Beatitudini ed ebbero pane, pesci e Parole definitive di speranza e di gioia eterna.
 
Con rispetto filiale verso il Santo Padre ....
 
Laura.
 
Col cuore afflitto chiedo preghiera.
 

Urgente.
Aiutatemi ad aiutarli

domenica 23 ottobre 2016

la ci sedemmo piangendo



Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.
 
Là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
canzoni di gioia, i nostri oppressori:
«Cantateci i canti di Sion!».


Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;
 
mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.
 
 Ricordati, Signore, dei figli di Edom,
che nel giorno di Gerusalemme,
dicevano: «Distruggete, distruggete
anche le sue fondamenta».
 

Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.
Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sbatterà contro la pietra.

lunedì 26 settembre 2016

Napoleone e Maometto



Napoleone Bonaparte versus Maometto
 


"Ovunque in Maometto si scopre l’uomo ambizioso, il vile adulatore di tutte le passioni piu care al cuore degli uomini! Come carezza la carne, che spazio riserva alla sensualità! Vuole portare l’Arabo verso la verità di Dio, oppure verso la seduzione di tutte le gioie permesse in questa vita e promesse come speranza e ricompensa nell’altro? Bisognava conquistare un popolo, l’appello alle passioni era, dunque, necessario. Ebbene, vi è riuscito! Ma la causa del suo trionfo sarà la causa della sua rovina. Presto o tardi la mezzaluna sparirà dalla scena del mondo e la Croce vi rimarrà! La sensualità in ultima analisi uccide le nazioni, cosi come uccide gli individui che sono cosi folli da farne il fondamento della loro esistenza! Questo falso profeta, inoltre, si rivolge a una sola nazione, e ha sentito il bisogno, di giocare due ruoli, il ruolo politico e quello religioso. Egli ha effettivamente conquistato e posseduto tuttà la potenza del primo. Quanto al secondo, se ne ha avuto il prestigio non ne ha avuto la sostanza. Non ha mai fornito prove della divinità della sua missione. Una o due volte vuole misurarsi con un miracolo e fallisce miseramente. Nessuno crede ai suoi miracoli, perché Maometto stesso non ci credeva e questo prova che non è poi cosi facile come si immagina di imporsi in questo modo. Se a Maometto si addice bene il titolo di impostore, esso ripugna talmente a quello di Cristo che credo che nessun nemico del cristianesimo abbia mai osato attribuirglielo! E tuttavia non c’è una via di mezzo: Cristo o è un impostore o è Dio. Conosco gli uomini e vi dico che Gesù non è un uomo. Gli spiriti superficiali scorgono una somiglianza tra il Cristo e i fondatori di Imperi, i conquistatori e le divinità di altre religioni. Questa somiglianza non esiste. Tra il cristianesimo e qualsiasi altra religione c’è la distanza dell’infinito. Si, esiste una causa divina, una ragione sovrana, un essere infinito. Questa causa è la causa delle cause; questa ragione è la ragione creatrice dell’intelligenza. Esiste un essere infinito, a paragone del quale, generale Bertrand, non siete che un atomo; a paragone del quale io, Napoleone, con tutto il mio genio, sono un vero niente, un puro nulla, mi capite?"
Napoleone Bonaparte, Conversazioni Religiose a Sant'Elena – Editori Riuniti