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lunedì 23 maggio 2016

papa Francesco e i mussulmani

Francesco, Europa, Islam
Nell’intervista che papa Francesco ha concesso al giornale francese La Croix, e che l’Osservatore romano ha riportato integralmente, ci sono alcuni passaggi altamente problematici.
 
Partiamo dalle affermazioni di Bergoglio circa le radici cristiane dell’Europa. «Bisogna parlare – sostiene Francesco – di radici al plurale, perché ce ne sono tante. In tal senso, quando sento parlare delle radici cristiane d’Europa a volte temo il tono, che può essere trionfalista e vendicativo. Allora diventa colonialismo. Giovanni Paolo II ne parlava con tono tranquillo».
 
Ora, che le radici dell’Europa siano tante è fuori discussione. Ma nessuno può negare che, fra le tante, ci sia una radice più decisiva e profonda: è quella giudaico-cristiana. Dopo di che, riconosciuto che il tono di qualcuno, nel rivendicare il ruolo di tale radice, possa essere a volte trionfalista o vendicativo, si può davvero dire che san Giovanni Paolo II ne parlasse con «tono tranquillo»?
Certo, formalmente papa Wojtyła non era mai sopra le righe, ma i contenuti erano forti, eccome!
 
Tra le decine e decine di sue prese di posizione in proposito, sentite questa: «La fede cristiana ha plasmato la cultura dell’Europa facendo un tutt’uno con la sua storia e, nonostante la dolorosa divisione tra Oriente ed Occidente, il cristianesimo è diventato “la religione degli Europei stessi” […]. Questo patrimonio non può essere disperso. Anzi, la nuova Europa va aiutata “a costruire se stessa rivitalizzando le radici cristiane che l’hanno originata”» (Angelus, 20 luglio 2003). E questa: «Come soddisfare il profondo anelito di speranza dell’Europa? Occorre ritornare a Cristo e ripartire da Lui» (Angelus, 13 luglio 2003). E questa: «Le radici cristiane non sono una memoria di esclusivismo religioso, ma un fondamento di libertà, perché rendono l’Europa un crogiolo di culture e di esperienze differenti […]. Dimenticarle, non è salutare. Presupporle semplicemente, non basta ad accendere gli animi. Tacerle, inaridisce i cuori  (messaggio in occasione del XVII Incontro di preghiera per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, 5 settembre 2003).
Insomma, il tono di san Giovanni Paolo II più che «tranquillo» mi sembra appassionato, addirittura accorato. E le sue parole molto ma molto precise nel ricordare che non si tratta di rivendicare un «esclusivismo religioso», ma di sapere qual è il fondamento della nostra libertà.
 
Ma andiamo avanti. Nell’intervista a La Croix, a un certo punto, Francesco sostiene che «l’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita. Non deve essere un apporto colonialista».
 
Ora, precisato che ogni forma di colonialismo va condannata, siamo sicuri che l’apporto del cristianesimo sia precisamente quello della lavanda dei piedi? L’immagine è molto bella, non c’è che dire, ma non sarebbe forse il caso di evocare il discorso della montagna e le beatitudini? Non sono forse lì le basi della filosofia cristiana che ha forgiato la cultura europea e occidentale? La dignità della persona, di ogni persona, e di conseguenza i suoi diritti fondamentali, che nessuno può violare,   nascono con il Vangelo delle beatitudini, del quale la lavanda dei piedi è una conseguenza. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati…». Le beatitudini aprono alla dimensione trascendente, aprono a Dio e al suo Regno, ed è così che riscattano la persona. Limitarsi a sottolineare l’importanza della lavanda dei piedi, gesto senz’altro nobilissimo e profondamente evangelico, non rischia di ridurre tutto alla sola esperienza terrena e la Chiesa a un’agenzia di assistenza?
 
E veniamo all’Islam. Il fatto che il papa ne parli è di per sé rilevante, perché in genere non lo nomina mai. Il problema però è che a un certo punto dice: «Non credo che oggi ci sia una paura dell’Islam in quanto tale, ma di Daesh e della sua guerra di conquista, tratta in parte dall’Islam. L’idea di conquista è inerente all’anima dell’Islam, è vero. Ma si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista, la fine del Vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni».
 
Sorvoliamo sul fatto che oggi ci sia più paura di Daesh  (cioè lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante o della Grande Siria) che dell’Islam in quanto tale: se ne può discutere. Le vere parole problematiche sono quelle con cui Francesco dice che, con lo stesso metro di giudizio, si può interpretare come attività di conquista anche la missione affidata da Gesù ai discepoli.
 
Qui il papa riprende un’idea già espressa in Evangelii gaudium,  quando, affermando che i fondamentalismi ci sono da entrambe le parti, sia fra i cristiani sia fra i musulmani, li mette sostanzialmente sullo stesso piano. Ma è un’affermazione che non sta in piedi. E per spiegarlo ci rifacciamo a quanto scrive un esperto di Islam come il padre Samir Khalil Samir, anche lui gesuita, che a proposito di Evangelii gaudium, e del parallelo fatto dal papa, afferma (Asianews, 19 dicembre 2013): «Personalmente, non metterei i due fondamentalismi sullo stesso piano: i fondamentalisti cristiani non portano le armi; il fondamentalismo islamico è criticato, anzitutto proprio dai musulmani, perché questo fondamentalismo armato cerca di riprodurre il modello maomettano. Nella sua vita, Maometto ha fatto più di sessanta guerre; ora se Maometto è il modello eccellente (come dice il Corano, 33:21), non sorprende che certi musulmani usino anche loro la violenza ad imitazione del Fondatore dell’Islam».
 
E a questo punto occorre parlare della violenza nel Corano e nella vita di Maometto. Sentiamo ancora il padre Samir: «Infine, il papa accenna alla violenza nell’Islam. Nel paragrafo 253 [di Evangelii gaudium, ndr] si legge: “Il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza”. Questa frase è bellissima, ed esprime un atteggiamento molto benevolo del papa verso l’Islam. Mi sembra però che essa esprima più un desiderio che una realtà. Che la maggioranza dei musulmani possa essere contraria alla violenza, può anche darsi. Ma dire che “il vero Islam è contrario ad ogni violenza” non mi sembra vero: la violenza è nel Corano. Dire poi che “un’adeguata interpretazione del Corano si oppone ad ogni violenza” ha bisogno di molte spiegazioni.  Se l’Islam vuole rimanere oggi in questa visione legata al tempo di Maometto, allora ci sarà sempre violenza. Ma se l’Islam – e vi sono parecchi mistici che l’hanno fatto – vuole ritrovare una spiritualità profonda, allora la violenza non è accettabile. L’Islam si trova davanti a un bivio: o la religione è una strada verso la politica e verso una società politicamente organizzata, oppure la religione è un’ispirazione a vivere con più pienezza e amore. Chi critica l’Islam a proposito della violenza non fa una generalizzazione ingiusta e odiosa: mostra delle questioni presenti, vive e sanguinanti nel mondo musulmano. In Oriente si comprende molto bene che il terrorismo islamico è motivato religiosamente, con citazioni, preghiere e fatwa da parte di imam che spingono alla violenza. Il fatto è che nell’Islam non vi è un’autorità centrale, che corregga le manipolazioni. Ciò fa sì che ogni imam si creda un muftì, un’autorità nazionale, che può emettere giudizi ispirati dal Corano fino a ordinare di uccidere».
 
Ho citato a lungo le parole del padre Samir perché sono chiare e pongono il problema nella giusta prospettiva. L’Islam ha un problema con la violenza di matrice religiosa, come aveva segnalato Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006. Negarlo vuol dire prima di tutto non aiutare l’Islam a fare i conti con se stesso.
Certo, ogni religione, in misura più o meno accentuata, può avere un problema con la violenza, perché ogni religione, compresa quella cristiana, può essere usata in modo fanatico e violento. Ma sostenere che il cristianesimo e l’Islam siano, in questo senso, speculari, non è corretto, perché il Nuovo testamento e il Corano non sono la stessa cosa.  Un cristiano fanatico, che interpreti come un mandato di conquista il compito assegnato da Gesù agli apostoli, snatura completamente il Vangelo. Un islamico fanatico, che interpreti come mandato di conquista alcuni messaggi di Maometto, può trovare nel Corano parole che sostengono la sua tesi.
 
Un’ultima annotazione riguarda la parola «colonialismo» che il papa utilizza nell’intervista per  descrivere il comportamento, a suo giudizio sbagliato, di chi rivendica con tono «trionfalistico» l’importanza delle radici cristiane dell’Europa. A un cittadino europeo, nell’affrontare la questione, difficilmente verrebbe alle labbra la parola «colonialismo». Perché noi europei siamo tutti, chi più chi meno, un po’ eurocentrici. Diverso è il punto di vista di un sudamericano come Bergoglio. Ma colonialismo significa dominio e sfruttamento e ha in sé una connotazione razziale. Dunque non è un termine quanto meno esagerato, e non è avventato usarlo così, a proposito di chi ha a cuore le radici cristiane dell’Europa? Francesco aiuta noi europei a considerare i problemi da una prospettiva diversa dalla nostra, e va bene. Meno bene va quando le analisi sono sviluppate in modo superficiale o addirittura fuorviante.

Aldo Maria Valli

domenica 26 luglio 2015

l' occidente che esalta la vita, dignità e libertà sarà distrutto dall' islam

Se si nega il legame tra terrore e Corano l'Occidente ha perso

Dalla Tunisia al Regno Unito non si ha il coraggio di dire
 che il corano incita all'odio

Quanta ipocrisia e quanta irresponsabilità da parte di coloro che oggi si illudono di poter combattere e sconfiggere il terrorismo islamico negando che esso s'ispiri direttamente all'islam, che è l'applicazione letterale e integrale di ciò che Allah ha prescritto nel Corano e ciò che ha detto e ha fatto Maometto.
Due casi di questi ultimi giorni ci fanno comprendere come pur in presenza di una catastrofe nazionale e internazionale la paura di dire la verità sull'islam accomuna musulmani e cristiani, Oriente e Occidente.
Ieri il Parlamento tunisino ha approvato una nuova legge contro il terrorismo che reintroduce la pena di morte, che persino l'odiatissimo dittatore laico Ben Ali aveva escluso nel 2003. Ebbene si è rasentata persino la comicità quando nel dibattito in aula, i parlamentari contrari alla pena di morte hanno sostenuto che si favorirebbero i terroristi perché la loro massima aspirazione è il «martirio», che pertanto la pena capitale non solo non rappresenterebbe un deterrente o una sanzione ma addirittura un incentivo al terrorismo islamico suicida. Intendiamoci: è vero, ma il punto è che nessuno ha osato spingersi oltre, spiegando che il «martirio» è pienamente legittimato da Allah nel Corano: «Allah ha comprato dai credenti le loro vite e i loro beni dando in cambio il Paradiso, poiché combattono sul sentiero di Allah, uccidono e sono uccisi» (9,111). «E non chiamare morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Dio, anzi, vivi sono, nutriti di Grazia presso il Signore!» (3, 169).
Così come, mentre da un lato la nuova legge condanna l'apostasia e l'incitamento all'odio come «crimini terroristici», ci si è ben guardati dall'indicare che le basi religiose sono contenute nel Corano: «Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo e siano soggiogati» (9, 29). «La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi» (5, 33).
Spostandoci in quest'Europa relativista e filo-islamica, ha fatto scalpore il discorso tenuto dal primo ministro britannico a Birmingham il 20 luglio, contro «l'estremismo», senza qualificarlo, senza mai usare l'espressione «terrorismo islamico». Cameron distingue tra l'islam e la «ideologia radicale». Solo dopo aver detto che «questa ideologia non è il vero islam», Cameron si spinge ad affermare che «negare il collegamento tra la religione dell'islam e gli estremisti non funziona, perché questi ultimi si auto-identificano come musulmani».
Possiamo consolarci dicendo che Cameron ha fatto un passo in avanti, considerando che in passato lui stesso aveva sostenuto che i terroristi islamici non hanno nulla a che fare con l'islam. Ma se anche noi, in quest'Europa che è stata culla della libertà e della democrazia, siamo sopraffatti dalle medesime paure dei musulmani che vivono in paesi dove regna il terrore di una religione violenta e vendicativa, significa che siamo destinati ad essere sconfitti dai taglialingue islamici, i sedicenti «musulmani moderati» che hanno messo radici dentro casa nostra e ci impongono di non dire e di non fare nulla che possa urtare la loro suscettibilità. Oggi più che mai tocchiamo con mano come il destino dell'unica civiltà che esalta la vita, la dignità e la libertà sarà determinato dalla nostra capacità o meno di dire la verità sull'islam.
http://www.ilgiornale.it/news/politica/se-si-nega-legame-terrore-e-corano-loccidente-ha-perso-1155485.html

domenica 11 gennaio 2015

illusioni per non vedere la propria sconfitta


di Paolo Deotto


zzprgSe vogliamo restare negli schemi di una guerra tradizionale, possiamo immaginare uno scenario di questo tipo: una nazione viene invasa dall’esercito di una nazione nemica. I soldati nemici uccidono e devastano. La nazione aggredita, anziché opporsi con le sue forze armate, chiede gentilmente ai cittadini dello stato invasore di deprecare il brutto comportamento dei loro soldati. Assurdo, vero?

Già, ma se la guerra non è condotta in modo tradizionale – i tempi e le tattiche cambiano – tuttavia resta il fatto che la nazione nemica è composta di cittadini inermi (la maggior parte) e di militari, il cui compito è, appunto, fare la guerra. L’Occidente è in guerra, e non da oggi, con una nazione estremamente insidiosa, perché non ha confini territoriali definiti, ma è sparsa a macchia d’olio dappertutto. Si chiama islam, ed è un nemico che non ha mai fatto mistero dei suoi progetti di dominio. È ovvio che non tutti gli islamici sono combattenti, ma è altrettanto ovvio che anche i non combattenti sono nemici, che domani potrebbero a loro volta impugnare le armi e che comunque si adopereranno per aiutare i loro soldati.

Il nemico, l’islam, è enormemente favorito dal fatto che l’aggredito, l’Occidente, è ormai così completamente fuori di senno da chiedere agli aggressori di fermare i loro stessi soldati. Già, perché noi li chiamiamo “terroristi”, ma per loro sono combattenti che hanno condotto un’azione giusta contro un mondo che non possono che considerare corrotto e marcio.
È patetico e grottesco l’appello che in tanti, a cominciare dalla nostra ineffabile Boldrini, hanno fatto affinché “non si confonda islam e terrorismo”. Ma non è patetico, bensì tragico, vedere questo mondo occidentale (ora è toccato alla Francia, ma siamo tutti nella stessa barca piena di falle) che, non avendo più alcun valore su cui reggersi, si bea adesso delle dichiarazioni – immancabili ed estremamente facili da fare – degli islamici che “deprecano”, “condannano” e così via. Fino  al prossimo fattaccio.

Addirittura si è arrivati all’assurdo per cui, a fronte di questi criminali, che ammazzano al grido di Allahu Akbar, che dichiarano esplicitamente di voler vendicare le offese a Maometto, si scatenano i pensosi dietrologi e si chiedono “ma saranno proprio islamici?”, “ma cosa c’è sotto, chi li ha mandati?”, e si consolano con le affermazioni apodittiche sulla “non violenza” dell’islam, affermazioni che può fare solo chi non ha mai letto il Corano.
Questa è una guerra persa, perché l’Occidente in verità non ha armi contro l’islam. L’Occidente ha voluto rinnegare Dio, lo ha spinto fuori dalla porta, e dalla finestra intanto sono entrati i demoni. Ma chi non crede più in Dio, chi non conosce più il Bene, come fa a riconoscere il male?

L’Occidente dell’aborto libero, dell’eutanasia, dell’omosessualismo, scopre tutta la sua debolezza – per far fuori tre criminali è stato mobilitato un esercito di quasi novantamila uomini – e si indigna per gli omicidi. Questo è un mondo che è andato in cortocircuito, che ha distrutto qualsiasi rispetto per la vita umana (quante migliaia di bambini vengono ogni giorno soppressi col crimine dell’aborto?) e che ora cade nel terrore perché tre criminali determinati e ben addestrati uccidono sedici persone. Per ora, fino al prossimo fattaccio.
Questo mondo in cortocircuito si rifugia allora in strane liturgie pagane, inventa lì per lì un simbolo (“Je suis Charlie”) e domani farà delle belle manifestazioni in cui proclamerà che “non ha paura” e che “difende i suoi valori”. Quali valori, di grazia?

Je ne suis pas Charlie, IO NON SONO Charlie, sia ben chiaro. Non ci riconosceremo mai in un giornaletto che aveva fatto della più sordida e volgare satira la propria bandiera. Sia pace all’anima dei morti ammazzati dai criminali islamici, ma nulla abbiamo da spartire con il loro mondo di conformismo dissacrante al di là di ogni barriera di rispetto e di decenza.
Proprio nel “Je suis Charlie” è scritta la sconfitta del mondo delle libertà allucinate, del relativismo come regola di vita, dell’ecumenismo cretino suicida e traditore della Fede, coltivato da tanto clero fellone.

Se la nostra putrefatta società occidentale si ricorderà finalmente delle sue origini cristiane, se avrà finalmente il coraggio virile di rispedire al loro paese, con le buone o con le cattive, i musulmani che l’hanno da tempo invasa e di non farne entrare altri, se ritroverà l’orgoglio della splendida civiltà che la parola di Cristo aveva creato, allora potremo risollevarci.

In caso contrario, mettiamoci l’animo in pace. Se i “valori” a cui appellarci di fronte ai crimini consumati in Francia saranno quelli pagani, gli stessi (dis)valori che hanno distrutto la civiltà, se un giornaletto squallido diventerà la nostra bandiera di libertà, abbiamo chiuso. Gli uomini inizino a lasciarsi crescere la barba e le donne si affrettino a procurarsi quegli scafandri neri che lasciano scoperti solo gli occhi. I vari transessuali, omosessuali, bisessuali non si affrettino a nulla, tanto saranno tra i primi ad essere sterminati.
Il nemico è in casa, da tempo. Se non cambiamo rotta, ha già vinto.

http://www.riscossacristiana.it/je-ne-suis-pas-charlie-leuropa-si-rifugia-nelle-illusioni-vedere-la-propria-sconfitta-di-paolo-deotto/

venerdì 9 gennaio 2015

il coraggio della verità di un generale islamico

L’orrenda strage dei giornalisti a Parigi, le nostre bugie buoniste e il coraggio della verità di un generale islamico Luigi Amicone



«Dove ci condurrà questa terza guerra mondiale che, come ha detto Francesco, “è già cominciata”? In qualsiasi momento e per qualsiasi “incidente” ci condurrà a una catastrofe». La considerazione era contenuta nell’ editoriale con cui ieri mattina salutavamo su questo sito il vecchio anno e ci auguravamo il miracolo di una ripresa di libertà in un mondo fatto di opposte ma complementari spinte fanatiche e totalitarie: l’odio dell’altro da una parte e l’odio di sé dall’altra; il nichilismo islamista di là e l’irrazionalismo buonista di qua; lo Stato islamico in Oriente, lo Stato laicista in Occidente.
charlie-hebdo_maomettoEd ecco che nella stessa mattinata di ieri il “qualsiasi momento” e “qualsiasi incidente” si è materializzato nell’orrenda strage dei giornalisti di Charlie Hebdo al grido di “Allah è grande”. La rivista era da tempo nel mirino del terrorismo perché si è permessa di fare sistematica satira sull’islam e sul suo Profeta. Naturalmente così come dissacrava l’islam, Charlie Hebdo dissacrava tutte le altre religioni, cristianesimo ed ebraismo in testa (e d’altronde attaccare i cristiani, la Chiesa, i simboli giudeo-cristiani è oggi lo sport preferito in ogni posto del mondo). Ma solo l’islamismo ha dichiarato guerra ai dissacratori, alla satira, alla vita, al mondo. Solo gli islamisti associano «Allah è grande» all’«amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita».
E noi che adesso guardiamo con sgomento e paura alla capitale di certi nostri week-end, cosa vediamo in quella strada dei Lumi gonfia di orrore e di sangue? Vediamo, purtroppo, ancora poco. Abituati a essere forti e sprezzanti con i deboli e deboli e timorosi con i forti, i nostri cari leader ed élite europee ci hanno abituati a una dieta di idee che prevede sempre e comunque da una parte il disprezzo delle nostre tradizioni, ragione e libertà rimpiazzate dall’idolatria di un accomodante pacifismo e di uno sciocco relativismo, dall’altra il “rispetto” delle culture “altre”, anche laddove esse manifestano tutto il loro rifiuto di integrazione e replicano con disprezzo a quanti li richiamano all’osservanza dell’ordine e della democrazia che li ospita.
Feroci con i nostri popoli (accusati puntualmente di razzismo e fascismo se mostrano disagio sociale e protesta politica per le prepotenze altrui), l’ordine che circola ad ogni livello delle società europee è mantenere la calma, il basso profilo, la comprensione – in nome di una equivoca “tolleranza” e “multiculturalità” – nei confronti di tutti quei soggetti e comunità che praticano nel cuore dell’Europa la sharia o il disprezzo degli infedeli; l’asservimento delle donne o l’ignoranza dei bambini. O tutte queste cose insieme. Ora, per l’ennesima volta, la realtà testarda ci è venuta a trovare. Tremende sono le immagini dell’eccidio parigino. Ma forse ancor più tremendo sarà il tentativo rimozione di chi, puntualmente, chiamerà in causa le “colpe dell’Occidente”.
Ma insomma, siamo stufi di chiudere gli occhi, come ci sono stati chiusi da che Benedetto XVI pronunciò quel discorso a Ratisbona che provocò la sollevazione generale e l’indignazione unanime di cancellerie internazionali musulmane e cancellerie occidentali laiciste (francese compresa).
benedetto-xviRicordate? A un certo punto Benedetto XVI citò il dialogo tra un imperatore bizantino e un saggio musulmano, esponente di quella religione che di lì a poco avrebbe preso Bisanzio ed estirpato con la forza secoli di presenza cristiana. Chiedeva l’imperatore al saggio musulmano: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». Si gridò allora allo scandalo. E si proseguì con i soliti distinguo tra “islam moderato” e “islam radicale”.
Un distinguo tanto reale, ovvio, evidente, che ci ha fatto perdere di vista la realtà. Quella realtà che, paradossalmente, nei giorni scorsi ha avuto l’ardire di richiamarci e affermare proprio un autorevole leader islamico. E per di più parlando al cospetto dei più importanti dignitari religiosi del mondo islamico. La notizia era di un appeal straordinario. Eppure, a parte Avvenire, solo un vecchio giornalista ed ex ambasciatore (Sergio Romano) l’ha segnalata (sebbene nei limiti della rubrica delle lettere del Corriere della Sera). E infatti, dove si è mai visto – anche dalle nostre parti – il coraggio di entrare nella più importante università del mondo musulmano, la cairota Al Azhar, e contrastare apertamente addirittura la dottrina e le leadership della grande umma musulmana?
Ha detto ai supremi capi teologici dell’islam il generale Al Sisi: «È possibile che la nostra dottrina debba fare di tutta la umma una sorgente di ansietà, pericolo, uccisioni e distruzioni per il resto del mondo? È possibile che 1,6 miliardi di persone vogliano, per poter esse stesse vivere, uccidere il resto degli abitanti del mondo?». Altro che l’imperatore cristiano citato da Benedetto XVI! Vi immaginate cosa succederebbe se anche solo uno di noi, l’ultimo di noi, pronunciasse simili frasi in Europa o in America? Finirebbe linciato sui giornali e condannato nei tribunali per “incitamento all’odio e all’islamofobia”.
EGYPT-CYPRUS-GREECE-COOPERATION SUMMITDunque? Dunque impariamo dal generale Al Sisi e dai milioni di musulmani che non odiano il resto del mondo, a pronunciare parole di realtà. E liberiamoci, una buona volta, dal giogo di pacifismo e relativismo con cui ogni giorno rigettiamo i musulmani tra le braccia delle loro dottrine e leader fanatici.
Non inizieremo ad affrontare mai il “momento” e l’“incidente” di una catastrofe sempre più incipiente, se non ricominciamo a dire le cose come stanno. Se non ricominciamo a dire che c’è un bene e che esiste una verità sull’uomo. Realtà. Il bene e il male. Verità. Tutte cose che impariamo dall’esperienza della vita, dai fatti e dall’esercizio della ragione sottomessa ai fatti. Non dalle utopie buoniste. Cose che non impariamo né dalla sharia dello Stato islamico, né dalla sharia dello Stato laicista. Essendo anzi entrambi alleati nella distruzione del mondo. Poiché il mondo non è fondato sulle teorie, siano esse religiose o scientifiche. Il mondo è fondato su quelle poche grandi realtà umane che sono la libertà di coscienza, la dignità della persona, l’alleanza e la differenza tra uomo donna, l’apertura alla vita, al suo significato, al suo destino buono di fede e speranza nel mondo, come ha scritto l’ebrea agnostica Hannah Arendt, «che trova forse la sua più gloriosa e efficace espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la “lieta novella”: “Un bambino è nato fra noi”».
Ps. E impariamo da Benedetto XVI, omelia pronunciata a Monaco il 10 settembre 2006, due giorni prima della lectio magistralis all’univeristà di Ratisbona: «Le popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell’Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l’altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio».
http://www.tempi.it/l-orrenda-strage-dei-giornalisti-a-parigi-le-nostre-bugie-buoniste-e-il-coraggio-della-verita-di-un-generale-islamico#.VK-wHdKG_hl

mercoledì 13 agosto 2014

i cattolici: "profetateci illusioni"!

un europeo non crede al 

Vangelo nemmeno se è cattolico,

nemmeno se è prete


Neppure i sacerdoti si domandarono:
Dov'è il Signore?
I detentori della legge non mi hanno conosciuto,
i pastori mi si sono ribellati,
i profeti hanno predetto nel nome di Baal
e hanno seguito esseri inutili. 


Perché il mio popolo ha commesso due iniquità:
essi hanno abbandonato me,
sorgente di acqua viva,
per scavarsi cisterne, cisterne screpolate,
che non tengono l'acqua.
 Geremia 2, 8. 13



San Manuele Paleologo, ti devono chiedere scusa.
Devono chiedere scusa anche a Benedetto che aggredirono dopo averti citato a Ratisbona: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.

Oggi che nell’ex Iraq la cronaca torna a farsi storia, e mostra a chiunque abbia occhi per vedere cosa sia il Corano messo in atto, devono chiedervi scusa.

Ma non lo faranno: perché loro non credono nei testi sacri.
Sono europei e un europeo non crede nel Vangelo nemmeno se è cattolico.
Nemmeno se è prete (la domenica a messa le sole parole di fede sono quelle scritte nel messale, mentre quelle pensate dal sacerdote, prediche, monizioni, chiacchiere sparse, sono melanconiche manifestazioni di banalità).




Il GESUITA p. Paolo dell' Oglio
prega con i mussulmani



Per un europeo credere che qualcuno creda nella propria religione è impossibile.
Gli italiani, poi. Nel loro vocabolario alla voce Religione c’è scritto “Cosa buona e umana”, quindi non chiederanno mai scusa né a te né a Benedetto.
Chi non è più capace di credere in Dio non è nemmeno più capace di credere nella realtà: non sanno riconoscere una spada neanche quando gli sta entrando nel collo.

(Camillo Langone, Il Foglio)



Isaia 30


1 Guai a voi, figli ribelli
- oracolo del Signore -
che fate progetti da me non suggeriti,
vi legate con alleanze che io non ho ispirate
così da aggiungere peccato a peccato.
2 Siete partiti per scendere in Egitto
senza consultarmi,
per mettervi sotto la protezione del faraone
e per ripararvi all'ombra dell'Egitto.
3 La protezione del faraone sarà la vostra vergogna
e il riparo all'ombra dell'Egitto la vostra confusione.
4 Quando i suoi capi saranno giunti a Tanis
e i messaggeri avranno raggiunto Canès,
5 tutti saran delusi di un popolo che non gioverà loro,
che non porterà né aiuto né vantaggio
ma solo confusione e ignominia.
6 Oracolo sulle bestie del Negheb.
In una terra di angoscia e di miseria,
adatta a leonesse e leoni ruggenti,
a vipere e draghi volanti,
essi portano le loro ricchezze sul dorso di asini,
i tesori sulla gobba di cammelli
a un popolo che non giova a nulla.
7 Vano e inutile è l'aiuto dell'Egitto;
per questo lo chiamo:
Raab l'ozioso.
8 Su, vieni, scrivi questo su una tavoletta davanti a loro,
incidilo sopra un documento,
perché resti per il futuro
in testimonianza perenne.
9 Poiché questo è un popolo ribelle, sono figli bugiardi,
figli che non vogliono ascoltare la legge del Signore.
10 Essi dicono ai veggenti: «Non abbiate visioni»
e ai profeti: «Non fateci profezie sincere,
diteci cose piacevoli, profetateci illusioni!
11 Scostatevi dalla retta via, uscite dal sentiero,
toglieteci dalla vista il Santo di Israele».
12 Pertanto dice il Santo di Israele:
«Poiché voi rigettate questo avvertimento
e confidate nella perversità e nella perfidia,
ponendole a vostro sostegno,
13 ebbene questa colpa diventerà per voi
come una breccia che minaccia di crollare,
che sporge su un alto muro,
il cui crollo avviene in un attimo, improvviso,
14 e si infrange come un vaso di creta,
frantumato senza misericordia,
così che non si trova tra i suoi frantumi
neppure un coccio
con cui si possa prendere fuoco dal braciere
o attingere acqua dalla cisterna».
15 Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele:
«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza,
nell'abbandono confidente sta la vostra forza».
Ma voi non avete voluto,
16 anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli».
- Ebbene, fuggite! -
«Cavalcheremo su destrieri veloci».
Ebbene più veloci saranno i vostri inseguitori.
17 Mille si spaventeranno per la minaccia di uno,
per la minaccia di cinque vi darete alla fuga,
finché resti di voi qualcosa
come un palo sulla cima di un monte
e come un'asta sopra una collina.
18 Eppure il Signore aspetta per farvi grazia,
per questo sorge per aver pietà di voi,
perché un Dio giusto è il Signore;
beati coloro che sperano in lui!