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lunedì 10 luglio 2017

particole D.O.C.

 
Città del Vaticano
Dalla birra al posto del vino, all’ostia «consacrata» con una spolverata di miele o con un po’ di zucchero per renderla più gustosa e meno insapore, si registrano le «leggerezze» più disparate nella celebrazione della messa. Ma ora la Chiesa dice basta agli abusi liturgici. Controllare la provenienza e la qualità del pane e vino utilizzati nella Celebrazione: devono essere «doc». Verificare inoltre l’onestà di chi li produce e il loro trattamento nei luoghi di vendita. Evitare dunque che nei supermercati finiscano alla buona negli scaffali magari con tanto di offerte speciali. Sono alcune delle indicazioni che il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinal Robert Sarah, riporta «per incarico del Santo Padre Francesco» in una lettera ai vescovi.  

Il problema nasce dal fatto che se finora il compito di confezionare le ostie e il vino per la messa era affidato ad alcune comunità religiose, «oggi questi si vendono anche nei supermercati, in altri negozi e tramite internet». E allora il Cardinale dà precise disposizioni ai presuli di «dare indicazioni in merito», per esempio garantendo la materia eucaristica mediante appositi certificati. L’ordinario - sottolinea il Vaticano - è tenuto «a ricordare ai sacerdoti, in particolare ai parroci e ai rettori delle chiese, la loro responsabilità nel verificare chi provvede il pane e il vino per la celebrazione e l’idoneità nella materia».  


Poi nella lettera si ricordano le disposizioni già stabilite per la confezione del pane eucaristico, principalmente nella forma delle ostie: deve essere pane azzimo, «esclusivamente di frumento e preparato di recente, in modo che non ci sia alcun rischio di decomposizione». Non è ammessa l’aggiunta di zucchero, frutta o miele. Come anche non sono ammesse le ostie «completamente» prive di glutine. Sono invece «materia valida - ricorda la circolare del Dicastero presieduto dal cardinale Robert Sarah - le ostie parzialmente prive di glutine e tali che sia in esse presente una quantità di glutine sufficiente per ottenere la panificazione senza aggiunta di sostanze estranee e senza ricorrere a procedimenti tali da snaturare il pane». Sì anche alla «materia eucaristica confezionata con organismi geneticamente modificati». E «va da sé che le ostie devono essere confezionate da persone che non soltanto si distinguano per onestà, ma siano anche esperte nel prepararle e fornite di strumenti adeguati». 

Non si transige sul vino che non può essere sostituito da altre bevande: «Deve essere naturale, del frutto della vite, genuino, non alterato, né commisto a sostanze estranee», ricorda la circolare del Culto Divino che esorta a fare attenzione che «sia conservato in perfetto stato e non diventi aceto. È assolutamente vietato usare del vino, sulla cui genuinità e provenienza ci sia dubbio: la Chiesa esige, infatti, certezza rispetto alle condizioni necessarie per la validità dei sacramenti. Non si ammetta, poi, nessun pretesto a favore di altre bevande di qualsiasi genere, che non costituiscono materia valida».  

Per i sacerdoti che hanno avuto problemi di alcolismo, la messa deve essere celebrata col mosto e non col vino.  

Quanto al mosto, «il succo d’uva - ammonisce la circolare - sia fresco, sia conservato sospendendone la fermentazione tramite procedure che non ne alterino la natura (ad es. congelamento), è materia valida per l’Eucaristia».  

Sarah suggerisce che «una Conferenza episcopale possa incaricare una o più congregazioni religiose oppure un altro ente in grado, di compiere le necessarie verifiche sulla produzione, conservazione e vendita del pane e del vino per l’Eucaristia in un dato Paese e in altri paesi in cui vengono esportati». Si raccomanda «anche - conclude la lettera - che il pane e il vino destinati all’Eucaristia abbiano un conveniente trattamento nei luoghi di vendita». 

Spiega don Claudio Magnoli, nominato dal Papa consultore della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, responsabile del servizio per la pastorale liturgica dell’arcidiocesi di Milano: «Dopo il Concilio di Trento c’è stata, a livello teorico, una riflessione sull’opportunità di continuare a utilizzare il pane e del vino nella celebrazione dell’Eucaristia. Effettivamente, in alcune parti del mondo manca la materia prima, a volte si sostituisce il pane di frumento con altri tipi di cereali. Dopo svariate discussioni, la Chiesa ha stabilito che non si può cambiare la materia prima».  

Regole chiare, spiega don Magnoli, non tanto in nome di una imposizione: «Che negli anni si sia registrato qualche abuso è una oggettività. In Olanda, per esempio, risulta che qualche sacerdote abbia celebrato la messa con la birra al posto del vino. Gesù non ha dato un’impegnativa assoluta ma quella era la materia prima della tavola comune e quella deve rimanere. L’ostia potrà anche risultare un po’ insapore ma il sapore lo dà Gesù, ho sempre spiegato ai ragazzi».  

Abusi a parte, illustra ancora don Magnoli, «c’è anche una preoccupazione preventiva legata a chi produce la materia prima. Un po’ per la crisi di vocazioni di suore, che si sono sempre occupate della preparazione del pane per l’Eucaristia, un po’ per il fatto che in alcune parti del mondo c’è chi si affida ad aziende esterne, si è sentita la necessità di ricordare regole precise e giuste». 

E l’agricoltura italiana può offrire alla Chiesa la migliore qualità per una celebrazione eucaristica «Doc» con il primato conquistato in Europa per numero di vini con indicazione geografica (73 Docg, 332 Doc e 118 Igt), la leadership comunitaria con quasi 60mila imprese che coltivano biologico, ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma e la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (Ogm) che trova concordi quasi 8 cittadini su dieci (76%). È quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’invito a controllare la provenienza e la qualità del pane e vino utilizzati nella messa, l’onestà di chi li produce e il loro trattamento nei luoghi di vendita contenuto nella lettera ai vescovi di Sarah. L’agricoltura «italiana – conclude la Coldiretti - è diventata la più green d’Europa ed è responsabilizzata nel superare la crisi ecologica e nel difendere la relazione tra uomo e ambiente nel solco tracciato dall’Enciclica “Laudato si’” di papa Francesco».

martedì 4 luglio 2017

L' amore cancella i peccati veniali

Il Confiteor a inizio Messa elimina i peccati veniali?

 

 

Certamente l’atto penitenziale compiuto con la dovuta devozione all’inizio della Messa comporta la remissione dei peccati veniali.
Questa remissione non è automatica, perché non di rado può capitare di compierlo con totale distrazione.

In ogni caso tutta la Messa, se è vissuta con le dovute disposizioni, comporta la remissione dei peccati.
 
Questo può avvenire quando si ascolta la parola di Dio. Gesù ha detto: Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato” (Gv 15,3).
 
E, a conferma di questo, il sacerdote dopo aver proclamato il Vangelo dice sottovoce: “La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati” (per evangelica dicta deleantur nostra delicta).
 
Molto più questa remissione avviene nel momento della consacrazione e della Santa Comunione. 
 
In breve, ogni atto di carità e cioè di amore per il Signore cancella i peccati veniali.
 
2. San Tommaso ricorda che qualsiasi atto di carità comporta la remissione dei peccati veniali, anche se in quel momento non si pensa ad essi.
Negli atti di carità – dice San Tommaso - è incluso “un dispiacere virtuale”, perché ad esempio “si ha tale affetto verso Dio e le cose di Dio da provar dispiacere per tutto ciò che venga a ritardare la sua ascesa verso di lui, e da sentir dolore per aver commesso cose del genere, anche se attualmente non ci pensa” (Somma teologica III, 87,1).
E: “Il fervore della carità implica virtualmente il dispiacere dei peccati veniali” (Ib., ad 3).
 
3. E ancora: “Ogni cosa viene eliminata dal suo contrario. Ma il peccato veniale non è contrario né alla grazia né alla carità, limitandosi a ritardarne gli atti, per il fatto che uno si attacca troppo a un bene creato, però senza andare contro Dio. Perché quindi tale peccato venga cancellato non si richiede un'infusione della grazia abituale; ma basta un moto della grazia o della carità perché venga rimesso.
Tuttavia, poiché in coloro che hanno l'uso del libero arbitrio, che poi sono i soli capaci di far peccati veniali, non può mai esserci un'infusione della grazia senza un moto del libero arbitrio verso Dio e contro il peccato, ogni volta che si ha in essi una nuova infusione della grazia si produce la remissione dei peccati veniali” (Somma teologica, III, 87, 2).

4. San Tommaso indica anche alcune vie per la remissione dei peccati veniali: “Per la remissione del peccato veniale non si richiede una nuova infusione di grazia, ma basta un atto che derivi dalla grazia col quale si detesta esplicitamente o per lo meno implicitamente il peccato, come quando uno si muove con fervore verso Dio.
Perciò una pia pratica può influire sulla remissione dei peccati veniali in tre maniere.
Primo, in quanto con essa viene infusa la grazia: poiché con l'infusione della grazia si cancellano i peccati veniali. In tal modo i peccati veniali vengono rimessi dall'Eucarestia, dall'Estrema unzione e da tutti i sacramenti della nuova legge.
Secondo, in quanto queste pratiche sono accompagnate da un moto di detestazione dei peccati. Ed è in tal modo appunto che giovano a rimettere i peccati veniali la recita del Confiteor, l'atto di battersi il petto, e la preghiera del Padre nostro: poiché in questa preghiera noi chiediamo: "Rimetti a noi i nostri debiti".
Terzo, in quanto tali pratiche sono legate a un moto di riverenza verso Dio e verso le cose di Dio. E in tal modo influiscono sulla remissione dei peccati la benedizione episcopale, l'aspersione dell'acqua benedetta, una qualsiasi unzione rituale, il pregare in una chiesa consacrata, e altre pratiche del genere” (Somma teologica, III, 87, 3).

4. Ciò non toglie alcun valore al sacramento della penitenza celebrato anche per i soli peccati veniali.
Anzi, il sacramento della penitenza costituisce sempre la via migliore perché comunica la grazia sacramentale che consiste in una particolare forza nell’allontanarsi dal peccato veniale.
Ad essa sono legati anche altri effetti salutari.
Li ha descritti Pio XII nell’enciclica Mystici Corporis quando ha scritto: “Noi ci teniamo a raccomandare vivamente questo pio uso, introdotto dalla Chiesa sotto l’impulso dello Spirito Santo, della confessione frequente, che
aumenta la vera conoscenza di sé,
favorisce l’umiltà cristiana,
tende a sradicare le cattive abitudini,
combatte la negligenza spirituale e la tiepidezza,
purifica la coscienza,
fortifica la volontà,
si presta alla direzione spirituale,
e, per l’effetto proprio del sacramento, aumenta la grazia
(AAS 35 (1943) p. 235).
 
https://gloria.tv/article/G2mKBeYEg1LA1g9PAah3gsNEE

mercoledì 19 aprile 2017

x una chiesa tutta in uscita

Quando la celebrazione della messa diventa una questione di contabilità

Il parroco del Veneziano che ha sospeso la celebrazione per mancanza di fedeli e le parole di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”
 


Matteo Matzuzzi 

Roma. Magari il patriarca Francesco Moraglia quel cartello non l’avrebbe appeso sul portale della chiesa, ma tutto sommato la decisione di don Mario Sgorlon, il parroco che ha deciso di sospendere le messe nella chiesa delle Vignole per mancanza di fedeli, è ritenuta “comprensibile”. Dal patriarcato di Venezia spiegano al Foglio che “la situazione è originalissima”, essendo il luogo in questione periferico e abitato da poche decine di persone per lo più in età avanzata. E infatti, nella motivazione che ha portato già dallo scorso inverno il sacerdote a decidere di celebrare solo su richiesta di un congruo numero di fedeli (da quantificare, a quanto pare) c’è l’esiguo numero di partecipanti al rito. “Diciamo che riesco a officiare il rito circa una volta al mese. D’inverno, soprattutto, non viene nessuno perché fa freddo ed è umido, la gente si ammala e non esce di casa: una volta ci siamo trovati in tre. Insomma, celebrare così non ha senso”. E’ questo, semmai, il passaggio che stona: il senso di celebrare la messa con “poco” pubblico, quasi fosse una mera questione contabile. E poi, “tre” significa che qualcuno, volenteroso anche se anziano o ammalato, in chiesa c’era. E tanto basta, anche perché dopotutto, “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20), diceva Gesù, se può servire al caso di specie.





Troppe parrocchie e messe poco frequentate. Sacerdoti chiamati a guidare fino a 15 comunità, messe "non garantite". Un cambiamento sociale e culturale che affonda le radici negli scorsi decenni. Un'inchiesta 

Don Mario dice di non capire il clamore suscitato dalla vicenda, anche perché quel cartello è affisso da mesi e i residenti concordano con la scelta di ridurre al minimo la frequenza delle liturgie domenicali date le condizioni particolari (“originalissime”, appunto) della parrocchia. “A richiesta”, si fa sapere poi, le celebrazioni saranno ripristinate, magari in estate, quando le orde di turisti che calano su Venezia potrebbero rimpinguare le presenze sui banchi dei luoghi di culto cattolici, benché i precedenti – a detta di don Sgorlon – non inducano a essere ottimisti. “Sono qui a fare il parroco da oltre quindici anni e non era mai successo che fossi costretto a chiudere, ma così vanno i tempi. Non ci si può fare niente. Quando i fedeli torneranno, io sarò qui ad aspettarli”, ha sottolineato. 

Non è neanche un problema di troppe parrocchie da amministrare e di messe da far saltare per carenza di clero, come pure da tante altre parti d’Italia accade da tempo. Qui manca la folla. “Non ci vedo niente di strano, è il destino di tutte le piccole località”, sospira in tono un po’ inquietate don Mario, che dà l’idea di considerare ormai perso il recinto, con le pecore scappate e non più raggiungibili. 

Una resa, insomma, davanti a “questi tempi” in cui le folle non bussano alle porte delle chiese e quel senso religioso così vivo nell’Italia di qualche decennio fa è assai sbiadito. Non è valso neppure il laicissimo esempio di Giovanni Mongiano, l’attore sessantacinquenne che qualche settimana fa decise di andare in scena al Teatro del Popolo di Gallarate nonostante in sala non ci fosse nessuno. Glielo avevano detto, con imbarazzo, e alla fine l’unico spettatore era la cassiera del teatro. Un’ora e venti di monologo, senza saltare neppure una battuta. E non è valsa neanche la lezione di vita di padre Ernest Simoni, il prete albanese creato cardinale da Francesco che ha passato gran parte della vita in carcere e ai lavori forzati durante la dittatura di Hoxa: “Celebravo la messa tutti i giorni, a memoria, in latino, sfruttando ciò che avevo a disposizione. L’ostia la cuocevo di nascosto su piccoli fornelli a petrolio che servivano per il lavoro. Se non potevo utilizzare il fornello, mettevo da parte un po’ di legna secca e accendevo il fuoco. Il vino lo sostituivo con il succo dei chicchi d’uva che spremevo”.

lunedì 27 marzo 2017

Gesù, amaci, dall' Eucarestia



Gesù amaci, dalla tua Eucarestia
effondi sopra di me la fiamma del tuo Amore.
   Fa' che non ci abituiamo
alle meraviglie della tua Eucaristia.
   Fa' che ogni giorno
restiamo abbacinati
davanti al mistero della tua Passione e Morte.
   Fa' che non discendiamo dall'altare
se non con il cuore in subbuglio,
con il cuore amareggiato
alla vista dell'Amore Crocifisso.
   Fa' che non discendiamo dall'Altare
se non barcollando
per aver preso parte
al più tremendo e al più santo
avvenimento della Storia.
   Non abbandonarci
alla nostra Umanità, o Gesù,
in quel momento
non siamo che peccatori.
p. Mario Borzaga
6 novembre 1958


venerdì 10 marzo 2017

Inginòcchiati, Oggi ...

DIECI MINUTI



 
«Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: "Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15, 39)

Quelle parole sanno di genuflessione.
 

Un uomo in ginocchio quel centurione. Non colpito da una divinità potente. Non terrorizzato da un castigo imminente. Non sconfitto da un avversario tremendo.
Rapito, piuttosto. E consegnato a un nuovo Signore della sua vita.


Perché ci si mette in ginocchio col corpo, ma sono le genuflessioni del cuore a fare la differenza.

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Inginòcchiati. Oggi, per dieci minuti.

Siamo fatti per affidarci. Ogni azione è la consegna di noi ad altro: un’idea, un progetto, una relazione, un rapporto lavorativo, un impulso, una suggestione, un sogno, un desiderio, un modello culturale.

Ci genuflettiamo. Volenti o nolenti, ci mettiamo “sotto padrone”, destinando la nostra vita a qualcuno, se va bene, o a qualcosa, se va male. E non può, non deve essere a caso.

Inginòcchiati davanti a Lui, col corpo e nel cuore.

Per dieci minuti, ma perché sia per tutto il tuo tempo.


Cristiano Don Mauri

giovedì 6 ottobre 2016

La vuole anche il papa Francesco

La riforma della riforma "si farà". La vuole anche il papa


È ciò che Francesco ha detto in privato al cardinale Sarah, salvo poi sconfessare tutto con un comunicato. Ma il prefetto della liturgia la promette di nuovo, in un suo libro da oggi in vendita, dal titolo: "La forza del silenzio"

di Sandro Magister





ROMA, 6 ottobre 2016 – Con il cardinale Robert Sarah papa Francesco intrattiene un rapporto bifronte. Benevolo da vicino, ostile a distanza.

È Sarah uno di quegli uomini di Chiesa dal presunto "cuore di pietra" contro cui il papa spesso si scaglia, senza far nomi, ad esempio nel risentito discorso di fine sinodo dello scorso 24 ottobre:

> "I cuori chiusi che si nascondono dietro gli insegnamenti della Chiesa…"

Ed è stato Sarah, questa volta con nome e cognome, nella sua qualità di prefetto della congregazione per il culto divino, il bersaglio di un inaudito, umiliante comunicato della sala stampa della Santa Sede di questa estate, contro i suoi propositi di "riforma della riforma" della liturgia:

> Gesù tornerà da Oriente. Ma in Vaticano hanno perso la bussola (14.7.2016)

"Ma chi lo può cacciare? È africano e gode di grande popolarità", mormorano nella corte di papa Francesco.

In effetti, il cardinale Sarah, 71 anni, africano della Guinea, è una figura di prima grandezza nella Chiesa d'oggi, assurto a straordinaria notorietà e a universale ammirazione grazie a un suo libro dello scorso anno che è insieme autobiografia e meditazione spirituale, nello stile delle "Confessioni", dal titolo "Dieu ou rien", Dio o niente: 335 mila copie vendute in tredici lingue:

> Un papa dall'Africa nera (10.4.2015)

E ora Sarah torna in campo con un nuovo grande libro: "La force du silence", la forza del silenzio. È curato come già il precedente da Nicolas Diat e si conclude con un toccante colloquio tra il cardinale e il priore della Grande Chartreuse sulle Alpi francesi, dom Dysmas de Lassus.

Il libro è in vendita da oggi, festa di san Bruno, il fondatore del monachesimo certosino, per ora soltanto in lingua francese per i tipi di Fayard, ma presto anche in italiano, in inglese e in spagnolo, edito rispettivamente da Cantagalli, Ignatius Press e Palabra.

"Contre la dictature du bruit", contro la dittatura del rumore, dice il sottotitolo. E in effetti il rumore assordante della moderna società, penetrato anche nella Chiesa, è la colonna sonora di quel "niente" che è la dimenticanza di Dio, messo a fuoco nel libro precedente.

Mentre viceversa solo il silenzio consente di "sentire la musica di Dio".

La meditazione di Sarah tocca in profondità la vita della Chiesa. Sono frequenti i riferimenti alla liturgia e alle forme spesso disordinate con cui oggi è celebrata, cioè a quel "culto divino" di cui il cardinale ha la cura come prefetto.

Alcuni di questi passaggi – sia critici, sia propositivi – sono riprodotti qui di seguito.

E ce n'è uno in particolare – l'ultimo qui riportato – che mostra come il cardinale Sarah non sia affatto remissivo di fronte ai continui ostacoli che gli sono frapposti da ogni parte.

È là dove il cardinale torna ad assicurare fermamente che "si farà" ciò che il comunicato della scorsa estate aveva preteso di bloccare: cioè quella "riforma della riforma" in campo liturgico senza la quale "ne va dell'avvenire della Chiesa".

A tu per tu papa Francesco aveva raccomandato a Sarah di procedere con questa "riforma della riforma", nell'udienza come sempre calorosa che gli aveva dato lo scorso aprile, come lo stesso cardinale aveva in seguito riferito.

Poi invece, a distanza – e due giorni dopo una seconda udienza amichevole –, era scattato il veto, in quel proditorio comunicato di luglio, di fonte anonima ma comunque approvato a Santa Marta.

Da uomo di fede, Sarah professa obbedienza al papa. O almeno al primo dei due Francesco che si trova di fronte.

__________



"La riforma della riforma si farà, ne va dell'avvenire della Chiesa"

di Robert Sarah

Da "La force du silence", Fayard, 2016



"IL CORPO DI GESÙ DATO A TUTTI, SENZA DISCERNIMENTO" (par. 205)

Oggi, certi preti trattano l'eucaristia con sovrano disprezzo. Vedono la messa come un rumoroso banchetto nel quale i cristiani fedeli all'insegnamento di Gesù, i divorziati risposati, gli uomini e le donne in situazione di adulterio, i turisti non battezzati che partecipano alle celebrazioni eucaristiche delle grandi folle anonime possono avere accesso al corpo e al sangue del Cristo, senza distinzioni.

La Chiesa deve esaminare con urgenza l'opportunità ecclesiale e pastorale di queste immense celebrazioni eucaristiche composte da migliaia e migliaia di partecipanti. C'è un grande pericolo di trasformare l'eucaristia, "il grande mistero della fede", in una banale kermesse e di profanare il corpo e il sangue prezioso del Cristo. I preti che distribuiscono le sacre specie e non conoscono nessuno e danno il corpo di Gesù a tutti, senza discernimento tra i cristiani e i non cristiani, partecipano alla profanazione del santo sacrificio eucaristico. Coloro che esercitano l'autorità nella Chiesa diventano colpevoli, per una forma di complicità volontaria, lasciando che si compia il sacrilegio e la profanazione del corpo del Cristo in queste gigantesche e ridicole autocelebrazioni, in cui davvero pochi percepiscono che ""voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga" (1 Cor 11, 26).

Dei preti infedeli alla "memoria" di Gesù insistono più sull'aspetto festivo e sulla dimensione fraterna della messa che sul sacrificio di sangue del Cristo sulla croce. L'importanza delle disposizioni interiori e la necessità di riconciliarci con Dio accettando di lasciarci purificare dal sacramento della confessione non sono più di moda oggi. Ogni giorno di più occultiano il monito di san Paolo ai Corinti: "Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi" (cf. 1 Cor 11, 27-30).


"TANTI PRETI CHE ENTRANO TRIONFALMENTE…" (par. 237)

All'inizio delle nostre celebrazioni eucaristiche, come è possibile eliminare il Cristo che porta la sua croce e cammina con sofferenza sotto il peso dei nostri peccati verso il luogo del sacrificio? Ci sono tanti preti che entrano trionfalmente e salgono verso l'altare, salutando a destra e a sinistra, per apparire simpatici. Osservate il triste spettacolo di certe celebrazioni eucaristiche… Perché tanta leggerezza e mondanità nel momento del santo sacrificio? Perché tanta profanazione e superficialità davanti alla straordinaria grazia sacerdotale che ci rende capaci di rendere realmente presente il corpo e il sangue del Cristo con l'invocazione dello Spirito? Perché alcuni si credono in dovere di improvvisare o inventare delle preghiere eucaristiche che nascondono le frasi divine in un bagno di piccolo fervore umano? Le parole del Cristo sono insufficienti, per moltiplicare le parole puramente umane? In un sacrificio così unico ed essenziale, c'è bisogno di queste fantasie e di queste creatività soggettive? "Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole", ci ammonisce Gesù (Mt 6, 7).


"PROCESSIONI FATTE DI DANZE INTERMINABILI"
(par. 266)

Abbiamo perso il senso più profondo dell'offertorio. Eppure è il momento in cui, come dice il suo nome, tutto il popolo cristiano si offre, non a lato del Cristo, ma in lui, tramite il suo sacrificio che sarà compiuto nella consacrazione. Il Concilio Vaticano II ha mirabilmente sottolineato questo aspetto insistendo sul sacerdozio battesimale dei laici che consiste essenzialmente nell'offrire noi stessi col Cristo in sacrifico al Padre. […]

Se l'offertorio non è più visto che come una preparazione dei doni, come un gesto pratico e prosaico, allora sarà grande la tentazione di aggiungere e d'inventare dei riti per colmare ciò che è percepito come un vuoto. In certe regioni dell'Africa deploro le processioni di offerta, lunghe e rumorose, fatte di danze interminabili. Dei fedeli portano ogni sorta di prodotti e di oggetti che non hanno niente a che vedere con il sacrificio eucaristico. Queste processioni danno l'impressione di esibizioni folcloristiche, che snaturano il sacrificio di sangue del Cristo sulla croce e ci allontanano dal mistero eucaristico, che invece dev'essere celebrato nella sobrietà e nel raccoglimento, poiché anche noi siamo immersi nella sua morte e nella sua offerta al Padre. I vescovi del mio continente dovrebbero prendere delle misure perché la celebrazione della messa non diventi un'autocelebrazione culturale. La morte di Dio per amore per noi è al di là di ogni cultura.


"RIVOLTI AD ORIENTE" (par. 254)

Non basta semplicemente prescrivere più silenzio. Perché ciascuno comprenda che la liturgia ci volge interiormente verso il Signore, sarebbe bene che durante le celebrazioni, tutti insieme, preti e fedeli, siamo corporalmente rivolti verso l'oriente, simbolizzato dall'abside.

Questo modo di fare resta assolutamente legittimo. È conforme alla lettera e allo spirito del Concilio. Le testimonianze dei primi secoli della Chiesa non mancano. "Quando ci alziamo in piedi per pregare, ci rivolgiamo verso l'oriente", precisa sant'Agostino, facendosi eco di una tradizione che risale, secondo san Basilio, agli stessi apostoli. Essendo state concepite le chiese per la preghiera delle prime comunità cristiane, le costituzioni apostoliche preconizzavano nel IV secolo che esse fossero rivolte verso l'oriente. E quando l'altare è rivolto ad occidente, come in San Pietro a Roma, il celebrante deve volgersi verso levante, faccia a faccia con il popolo.

Questo orientamento corporeo della preghiera non è che il segno di un orientamento interiore. […] Il prete non invita il popolo di Dio a seguirlo all'inizio della preghiera eucaristica quando dice: "In alto i cuori", al che il popolo gli risponde: "Sono rivolti al Signore"?

Come prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramento, mi preme ancora una volta ricordare che la celebrazione "versus orientem" è autorizzata dalle rubriche del messale poiché essa è di tradizione apostolica. E non c'è bisogno di un'autorizzazione particolare per celebrare così, popolo e prete, rivolti verso il Signore. Se materialmente non è possibile celebrare "ad orientem", bisogna necessariamente porre una croce sull'altare, ben in vista, come punto di riferimento per tutti. Il Cristo in croce è l'Oriente cristiano.


"SE DIO LO VUOLE, LA RIFORMA DELLA RIFORMA SI FARÀ" (par. 257)

Io rifiuto che si occupi il nostro tempo contrapponendo una liturgia a un'altra, o il rito di san Pio V a quello del beato Paolo VI. Ciò che conta è entrare nel grande silenzio della liturgia; bisogna lasciarsi arricchire da tutte le forme liturgiche latine od orientali che privilegiano il silenzio. Senza questo spirito contemplativo, la liturgia rimarrà un'occasione di lacerazioni piene d'odio e di scontri ideologici, invece di essere il luogo della nostra unità e della nostra comunione nel Signore. È questa l'ora grande di entrare in questo silenzio liturgico, rivolto verso il Signore, che il Concilio ha voluto restaurare.

Ciò che voglio dire ora non entra in contraddizione con la mia sottomissione e la mia obbedienza all'autorità suprema della Chiesa. Desidero profondamente e umilmente servire Dio, la Chiesa e il Santo Padre, con devozione, sincerità e attaccamento filiale. Ma ecco la mia speranza: se Dio lo vuole, quando lo vorrà e come lo vorrà, in liturgia, la riforma della riforma si farà. Nonostante lo stridore di denti, essa verrà, perché ne va dell'avvenire della Chiesa.

Rovinare la liturgia è rovinare il nostro rapporto con Dio e l'espressione concreta della nostra vita cristiana. La Parola di Dio e l'insegnamento dottrinale della Chiesa sono ancora ascoltati, ma le anime che desiderano volgersi verso Dio, offrirgli il vero sacrificio di lode e adorarlo, non sono più afferrate da liturgie troppo orizzontali, antropocentriche e festose, spesso simili ad eventi culturali rumorosi e banali. I media hanno totalmente invaso e trasformato in spettacolo il santo sacrifico della messa, memoriale della morte di Gesù sulla croce per la salvezza delle nostre anime. Il senso del mistero scompare sotto i cambiamenti, gli adattamenti permanenti, decisi in modo autonomo e individuale per sedurre le nostre mentalità moderne profanatrici, segnate da peccato, secolarismo, relativismo e rifiuto di Dio.

In molti paesi occidentali, vediamo i poveri abbandonare la Chiesa cattolica, poiché questa è stata presa d'assalto da persone male intenzionate che si atteggiano da intellettuali e che disprezzano i piccoli e i poveri. Ecco che cosa il Santo Padre deve denunciare con voce alta e forte. Perché una Chiesa senza i poveri non è più la Chiesa, ma un semplice "club". Oggi, in Occidente, quante chiese vuote, chiuse, demolite o trasformate in strutture profane nel disprezzo della loro sacralità e della loro destinazione originale. Tuttavia, so anche quanto sono numerosi i preti e i fedeli che vivono con una zelo straordinario la loro fede e si battono quotidianamente per preservare e abbellire le case di Dio.

domenica 18 settembre 2016

Soli Deo Honor et Gloria






Come si celebrava la Messa nel XV secolo?

Vi proponiamo un video con una ricostruzione storica della liturgia nel 1400

 

 Un video condiviso su Youtube da UCatholic mostra una ricostruzione storica di come veniva celebrata la Santa Messa un centinaio di anni prima del Concilio di Trento. Ad ogni modo si tratta proprio di questo: una ricostruzione storica – e non una celebrazione liturgica – di come sarebbe stata la Messa della XVIII domenica dopo Pentecoste nel 4 ottobre del 1450.

http://it.aleteia.org/2016/09/16/video-celebrazione-messa-xv-secolo/

sabato 2 luglio 2016

pregare col corpo

Perché inginocchiarsi alla consacrazione eucaristica non è un optional. Anche senza inginocchiatoio
 
Perché è importante inginocchiarsi durante la celebrazione eucaristica?
Ho notato, andando alla Messa, una tendenza. Può darsi che mi sbagli, ma mi sembra che l’abitudine di inginocchiarsi in alcuni momenti della Messa sia sempre meno usata. È una cosa che mi è capitato di vedere in diverse chiese: al momento della consacrazione molti rimangono in piedi, qualcuno a sedere, pochi si inginocchiano. Lo stesso dopo la Comunione. È solo una mia impressione? Ed è una cosa accettabile? Oppure il gesto di inginocchiarsi ha un valore liturgico e andrebbe rispettato (a meno che ovviamente una persona non abbia impedimenti reali)?

Marco Filippi

Risponde don Roberto Gulino, docente di liturgia

Purtroppo non è solo un impressione del nostro amico lettore: non di rado si assiste, durante le nostre liturgie eucaristiche, ad una varietà di comportamenti che indicano la scarsa consapevolezza di ciò che facciamo piuttosto che la celebrazione di una azione sacramentale comunitaria; c’è chi durante il canto rimane in silenzio (pur conoscendo il testo e la melodia), chi preferisce recitare il Gloria, il Credo o il Padre nostro sottovoce - «Per pregare meglio, interiormente…», così mi è stato detto - o chi decide personalmente quali atteggiamenti seguire e quali evitare («Sa, padre, io dopo la comunione non mi alzo mai, resto sempre seduta, mi sembra più bello rimanere in intimità con Gesù finché poi non esco di chiesa…»).

Così facendo però ci dimentichiamo - o tante volte neppure sappiamo - che la natura profonda e più intima della liturgia è proprio di essere preghiera della Chiesa, ossia del corpo mistico di Cristo che nello Spirito Santo è costantemente rivolto al Padre.

Questa essenza «ecclesiale» della liturgia ci chiede di partecipare alla celebrazione con un’attenzione comunitaria, pregando insieme con le stesse parole e con gli stessi gesti, inserendoci completamente nella preghiera di tutta la comunità che, con un cuore solo e un’anima sola, celebra il suo Signore. Ecco perché in una celebrazione liturgica come la Messa, o nelle altre azioni sacramentali - battesimo, cresima, matrimonio, esequie… - «l’atteggiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell’unità dei membri della comunità cristiana riuniti per la sacra liturgia: manifesta infatti e favorisce l’intenzione e i sentimenti dell’animo di coloro che partecipano» (Ordinamento Generale del Messale Romano, n° 42).

È necessario quindi pregare insieme e compiere comunitariamente gli stessi gesti come segno di comunione e per vivere la dimensione ecclesiale della preghiera liturgica (diversa dalla preghiera personale).

Quanto detto finora vale anche, e soprattutto, per la posizione in ginocchio: la Chiesa ci chiede, attraverso le indicazioni contenute nell’Ogmr al n° 43, di inginocchiarci al momento della consacrazione. Siamo nel cuore della preghiera eucaristica: pane e vino diventano - attraverso l’invocazione dello Spirito Santo e le parole dell’istituzione - il Corpo ed il Sangue del Signore Gesù; in questo momento anche il nostro corpo è invitato ad esprimere nella preghiera tutta l’adorazione, il rispetto e la riverenza per la grandezza dell’amore di Dio che si rinnova nel dono totale di Cristo sulla croce e nel suo farsi cibo per noi nel suo Corpo e nel Sangue. E di fronte a tanta grandezza, in ginocchio, vogliamo esprimere anche la nostra piccolezza, la nostra umiltà, il nostro bisogno di accogliere il Suo Dono per la nostra salvezza.

Chiaramente non sempre è possibile che tutti si mettano in ginocchio: basti pensare a motivi legati all’età, a problemi di salute o a circostanze legate al luogo della celebrazione (troppo piccolo o troppo affollato). In tal caso, si dice sempre nell’Ogmr al n° 43, coloro che non possono inginocchiarsi «facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione».

È importante comprendere bene che i gesti e gli atteggiamenti del nostro corpo nella preghiera liturgica «devono tendere a far sì che tutta la celebrazione risplenda per decoro e per nobile semplicità, che si colga il vero e pieno significato delle sue diverse parti e si favorisca la partecipazione di tutti» (Ogmr n° 42).
[...]

E se queste cose ce le diciamo - o anche «ri-diciamo» - un po’ tutti (a cominciare da noi sacerdoti, ma anche tutti coloro che hanno avuto il coraggio di leggere fin qui!), con quella carità fraterna che dovrebbe contraddistinguere la natura dei cristiani, nessuno dovrebbe mai sentirsi offeso, ma anzi aiutato a vivere meglio l’aspetto comunitario della liturgia.

martedì 21 giugno 2016

preparazione

ANTE ORATIONEM
PRAEPARA ANIMAM TUAM
 
"Ante orationem, diceva S. Agostino, para animama tuam, et noli esse quasi homo qui tentat Deum", "Prima di pregare, prepara la tua anima, per non essere quasi come chi vuol tentare Dio!".
 
 

 
La preparazione alla Santa Messa deve essere tutta orientata alla grande offerta in attesa amorosa dell’imminente mistero; un umiliarsi intimo dell’anima, un pentirsi amaro, una coscienza viva e pungente della propria indegnità, ma consolata e rasserenata sempre dalla confidenza che la mia offerta sarà accettata, che il Padre mi vede avvolto nel Sangue preziosissimo del suo Unigenito.
 
Mons. Canovai

domenica 19 giugno 2016

cuore con gelato

Il cuore gelido del protestantesimo
 
 
 
lucaLa giovane Isabel, una dei protagonisti di “Con quale autorità?”, romanzo storico di Robert Hugh Benson ambientato all’epoca delle persecuzioni elisabettiane, è a Northampton per apprendere la dottrina calvinista. La ragazza vive però con disagio l’iniziazione a una religione che pare lontana dal cuore dell’uomo. In un ambiente freddo, disumano, dove il rigetto del cattolicesimo ha prodotto solo confusione e inutili discorsi, Isabel sfiora il baratro dell’aridità spirituale. L’analogia tra il rituale di allora e l' odierno, tanto nelle forme quanto negli effetti – è a dir poco impressionante.
 
Con meraviglia di Isabel, il predicatore, invece che scendere dal pulpito dopo finito la predica, si mise a sfogliare la gran Bibbia posata su un cuscino davanti a lui; intanto gli altri tre ministri continuavano il servizio divino. Allorché essa incominciò a sentir leggere le preghiere della Consacrazione, cercò, com’era sua abitudine, di concentrarsi maggiormente ritenendo che questa fosse la parte più importante del servizio divino, ma ecco di nuovo farsi udire la voce del predicatore: «E disse loro Gesù: Tutti voi patirete scandalo per me questa notte. Infatti sta scritto: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecorelle del gregge: ma resuscitato ch’io sia, vi precederò in Galilea».
 
Ah! ma perché non faceva silenzio? Isabel adesso non voleva il Salvatore del passato, ma del presente; non un ricordo della sua vita, ma Lui vivente e soprattutto non il ministro, ma il Gran Sacerdote in persona.
 
«Cominciò ad attristarsi e sgomentarsi. Allora disse loro: L’anima mia è addolorata a morte: restate qui e vegliate con me».
 
I tre ministri si erano comunicati e Isabel udì il fruscio dei passi di coloro che andavano a ricevere la comunione. Il predicatore intanto continuava a leggere la storia della Passione.
 
«Così non avete potuto vegliare un’ora con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione: lo spirito veramente è pronto; ma la carne è debole.»
 
Anche i Carrington[1] si erano alzati e dopo qualche minuto li seguì Isabel la quale, nel prender posto nella panca parata di bianco, non poté fare a meno di notare il disordine che regnava in chiesa; alcuni per ricevere le sacre specie s’inginocchiavano devotamente, altri rimanevano seduti e altri invece le ricevevano in piedi; e intanto, sempre più forte, soffocando lo stropiccio dei piedi e il bisbiglio dei ministri, risuonava in tono ora alto ora basso la narrazione evangelica.
 
Era giunta la volta di Isabel, che s’inginocchiò tenendo le palme aperte e gli occhi chiusi. Ah! quel predicatore non avrebbe mai fatto silenzio? Non poteva la realtà parlare di per sé e il suo interprete tacere? Certo il Dio dell’amore non aveva bisogno di un araldo quando Egli era lì presente.
«E subito la mattina i gran sacerdoti con gli anziani, gli scribi e tutto il Sinedrio, fatto insieme consiglio, legato Gesù lo condussero…»
 
Isabel si era comunicata: adesso avrebbe voluto pregare e al tempo stesso fare attenzione tanto a ciò che leggeva il predicatore, quanto alla voce del suo Salvatore, col quale credeva di essere in intima comunione, ma invece non provava che aridità e distrazione; che lettura interminabile era quella! Alzò il capo e ciò che vide la riempì di stupore: alcuni erano seduti e discorrevano fra di loro, altri guardavano in giro come se fossero stati a un pubblico divertimento; ma specialmente la colpì la vista di un uomo dall’aspetto brutale, con viso rosso, guance cadenti, occhi piccoli e privi di espressione. Come pareva seccato e stanco da quella lunga, obbligatoria cerimonia!
 
Essa richiuse gli occhi rimproverandosi di lasciarsi così facilmente distrarre mentre le sue labbra erano ancora profumate dal vino di Dio e sentiva tuttora l’amplesso del suo Diletto. Allorché li riaprì, gli ultimi comunicati ritornavano ai loro posti, i ministri riponevano le coppe, e dal pulpito il predicatore leggeva la narrazione della Resurrezione come promessa di un giorno migliore: «E dicevano fra di loro: Chi ci ribalterà la pietra dalla bocca del sepolcro? Ma riguardando videro rimossa la pietra ch’era molto grande».
Il ministro chiuse il gran libro; il servizio divino era terminato.
 
***
Quella sera all’ora del crepuscolo Isabel, in preda a una specie di disperazione, andò a passeggiare da sola lungo il fiume. Di nuovo fece uno sforzo per avere coscienza della grazia ricevuta in quel Sacramento così unico e prezioso, ma persino nell’aria pareva che ci fosse qualche cosa di opprimente: nuvoloni plumbei e grevi si addensavano sulla città; il sentiero dove camminava esalava un forte odore di foglie morte e gli alberi e l’erba erano impregnati di umidità. Invano cercò di rincuorare l’anima sua, che lottava e si dibatteva senza poter risorgere; non riusciva a provare né amarezza nei rimproveri che si rivolgeva, né gioia nelle sue aspirazioni: la mano di Calvino poggiava con tutto il suo peso sulla delicata, languida creatura.
 
citazione a cura di Luca Fumagalli
 
[1] È la famiglia che ospita Isabel. Il dr Carrington è un vecchio amico del padre della ragazza.