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martedì 17 maggio 2016

Liturgia “immagine delle realtà celesti”

L'importanza e il senso del simbolismo
nella Liturgia


 
 
 
Quest’articolo, tradotto da un recente libro, è di fondamentale importanza e mostra che il simbolo, nell’ambito della liturgia cristiana, si è progressivamente oscurato in Occidente creando danni enormi. Tale oscuramento inizia a prodursi pure nell’Oriente cristiano. Tuttavia, senza una precisa conoscenza e coscienza di cosa sia il simbolo nella liturgia è impossibile vivere e comprendere le antiche liturgie cristiane e si finirà per crearne di nuove, in totale rottura con le antiche.

La Liturgia, lo abbiamo mostrato, è un’anamnesi che attualizza l’unico sacrificio di Cristo, compiuto nel tempo attraverso la Sua economia salvifica tra noi e, allo stesso tempo, una realtà e un valore eterno, un significato e un’efficacia per ogni istante e per ogni tempo (cfr. Ebr 10, 12-14), ciò che viene manifestato ogni volta dalla Liturgia stessa.
 
Il sacrificio di Cristo nella Liturgia è, ciononostante, un sacrificio incruento, come dice la prima parte della Liturgia dei fedeli [di san Giovanni Crisostomo] e la preghiera collegata all’inno dei cherubini. San Germano di Costantinopoli parla di un “sacrificio razionale” e “mistico” (1) e san Nicolas Cabasilas d’un sacrificio “spirituale” (2).
 
Ciò significa che non si compie allo stesso modo realistico del sacrificio originale di Cristo, alla fine della sua vita terrena a Gerusalemme. Fosse così, non si sarebbe compiuto “una volta per tutte” ma sarebbe reiterato e non ci sarebbe stato un sacrificio unico, di portata universale, ma una moltitudine di sacrifici, di portata particolare.
 
Ecco perché il sacrificio avvenuto lungo la Liturgia pur essendo reale ed essendo, come abbiamo detto, un’anamnesi, ossia un’attualizzazione dell’unico sacrificio di Cristo, prende una forma simbolica e si compie dietro le apparenze del pane e del vino e attraverso una moltitudine di altri simboli. Certi Padri, come Dionigi l’Areopagita o Massimo il Confessore, hanno parlato di simboli per la stessa eucarestia, non per negare che il pane e il vino divengono realmente il corpo e il sangue di Cristo, ma per notare che il corpo e il sangue di Cristo non assumono la forma di una carne insanguinata, ma conservano l’apparenza esterna del pane e del vino, essendo “misticamente” corpo e sangue di Cristo, ossia in modo nascosto.
 
Teodoro dice che il sacrificio liturgico è “ad immagine delle realtà celesti” che la fede ci permette di vedere spiritualmente attraverso diversi simboli:

I sacerdoti della Nuova Alleanza ripetono continuamente, in ogni luogo e tempo, lo stesso sacrificio. Effettivamente il sacrificio che nostro Signore ci ha offerto accettando la morte è unico. […] Tutti noi, dunque, in ogni luogo, in ogni tempo e continuamente, celebriamo l’anamnesi di questo stesso sacrificio: “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo da questo calice, commemoriamo la morte del Signore affinché egli venga” (1 Cor 11, 26). La celebrazione di questo terribile sacrificio è dunque immagine delle realtà celesti. […] La fede ci permette di vedere nel nostro spirito le realtà celesti e di considerare che Cristo, morto per noi, risuscitato e salito al cielo, è oggi ancora immolato attraverso questi simboli. Poiché noi consideriamo, con i nostri occhi, con fede, questa anamnesi ora celebrata, siamo condotti a vedere ancora che Cristo muore, risuscita e sale al cielo come lo fece un tempo per noi (3).




La Liturgia, dunque, esprime l’unico sacrificio di Cristo contemporaneamente temporale e atemporale, attraverso diversi mezzi simbolici, particolarmente delle parole e diversi segni sensibili che costituiscono il suo rituale.
Dopo aver affermato che la Liturgia è “un’anamnesi della vera immolazione”, Teodoro di Mopsuestia spiega:
Il pontefice, effettivamente, compie realtà celesti attraverso dei segni e delle figure e il sacrificio da lui celebrato è una manifestazione di tali realtà. I suoi atti sono come un’immagine della Liturgia celeste (4).

Una ragione collegata all’utilizzo permanente del simbolismo nella Liturgia è che il celebrante (vescovo o prete) non è propriamente il prete ma un’immagine del Gran Sacerdote, Cristo, al quale un’espressione liturgica dice: “Sei Tu che offri e Tu che sei offerto, Tu che ricevi e Tu che sei distribuito”. Teodoro di Mopsuestia dice a tal proposito:

Poiché nostro Signore si è offerto in sacrificio ed è così divenuto per noi Gran Sacerdote, “colui che sta presso l’altare è immagine lui stesso del Gran Sacerdote”. Non offre il proprio sacrificio ed egli non ne è neppure il vero Gran Sacerdote. La Liturgia di quest’ineffabile sacrificio viene da lui compiuta attraverso dei simboli che rappresentano, attraverso dei segni, le realtà celesti (5).

Abbiamo pure visto ugualmente che la Liturgia è un anticipo del Regno dei cieli di cui essa ci dona la caparra, di cui essa ci permette di gustare le primizie ma non ancora pienamente e che ci sarà data nell’al-di là, dopo la resurrezione e l’ultimo giudizio. È quanto spiega san Massimo nel suo commento alla Liturgia:

Attraverso la grazia della fede, crediamo di partecipare proprio qui, nella presente vita, a questi doni dello Spirito santo; nel tempo futuro [crediamo di avervi parte], nella verità, in modo sostanziale, nella realtà stessa, secondo la speranza indefettibile della nostra fede e la promessa sicura e infallibile di Colui che l’ha fatta. Se abbiamo osservato i comandamenti meglio possibile, crediamo che vi parteciperemo quando passeremo dalla grazia nella fede alla grazia nella visione, ossia quando nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo ci trasformerà in Lui stesso levandoci le stimmate della corruzione che ci segnano e ci farà dono dei misteri che ci sono stati prefigurati attraverso i simboli percepibili da quaggiù (6).

Questi concetti raggiungono le spiegazioni di Teodoro di Mopsuestia:

Per il momento, benché, secondo la parola dell’apostolo Paolo, saremo chiamati da Cristo ad entrare nella Nuova Alleanza, non abbiamo ancora ricevuto la salvezza e la vita se non nella speranza di esse. Infatti non possediamo ancora le vere realtà, poiché attendiamo pazientemente “di lasciare questo corpo per dimorare presso il Signore, è nella fede e non nella chiara visione che camminiamo” (2 Cor 5, 8). Non avendo ancora ricevuto i beni celesti, viviamo per la fede fino al giorno in cui raggiungeremo nostro Signore in cielo per vederLo non più come attraverso uno specchio, in modo confuso, ma faccia a faccia. Oggi noi avanziamo nella fede verso Cristo, nostro Gran Sacerdote, primizia dei beni che ci sono destinati. Attendendo di ricevere, nel tempo fissato, attraverso la resurrezione, tutti questi beni, abbiamo ordine di celebrarli quaggiù per mezzo di simboli e di figure (7).

Nella Liturgia, come in tutti i misteri o sacramenti nella Chiesa ortodossa, i simboli sono onnipresenti, nei gesti negli oggetti e nelle parole del rituale (8).
Una prima questione che si pone su questi simboli è quella del loro ruolo e del loro senso.
 
Nel suo libro L’Eucarestia, sacramento del Regno, nel quale si sostiene un’importante dimensione critica verso la comprensione e la pratica tradizionale e dove si intende rivoluzionare l’approccio verso l’Eucarestia, p. Alessandro Schmemann si schiera contro l’approccio “esplicativo” dei simboli liturgici. Secondo lui, il simbolo non dev’essere spiegato come se rinviasse a qualcos’altro che c’inserisce immediatamente nel mistero (9).
Siamo d’accordo se si tratta di rifiutare una comprensione intellettualista del simbolismo, poiché precisamente i simboli (in generale) son sempre utilizzati relativamente a delle realtà astratte, o a delle realtà inaccessibili alla ragione, difficili da comprendere e inconcettualizzabili e che, dunque, devono essere avvicinate e afferrate con un altro mezzo. Più spesso il simbolo si fa percepire dai sensi e vuole esprimere in modo sensibile una realtà sovrasensibile, metafisica e spirituale.
È pure vero che i simboli hanno una capacità di integrarci alla Liturgia attraverso un mezzo che non è solo quello, limitato, del pensiero ma anche del nostro corpo (attraverso i sensi che percepiscono i simboli nella loro dimensione sensibile) e delle disposizioni che i simboli producono nell’anima manifestando così il loro valore operativo e non solamente speculativo. Perciò san Nicolas Cabasilas spiega:

Ciascuno [dei gesti che si compiono nel corso della Divina Liturgia] si fa per l’utilità presente ma, allo stesso tempo, simbolizza qualcosa delle opere di Cristo, delle sue azioni e delle sue sofferenze. Ne abbiamo un esempio nel trasferimento del santo Vangelo all’altare e in seguito nel trasferimento delle oblate. L’uno e l’altro hanno la loro opportunità: il primo per leggere il Vangelo; il secondo perché si compia il sacrificio. Entrambi significano l’apparizione e la manifestazione del Salvatore: dapprima la manifestazione ancora oscura e imperfetta, all’inizio della sua vita; in seguito la suprema e perfetta manifestazione. Vi sono certi riti che non hanno alcuna utilità pratica; non sono compiuti se non per un simbolismo, ad esempio il fatto di forare il pane e di tracciarvi il segno d’una croce […]. Per quanto riguarda i riti compiuti nella liturgia delle oblate, hanno tutti rapporto con l’economia dell’opera del Salvatore. Il loro fine è quello di porre sotto i nostri occhi lo spettacolo di questa divina economia per santificare le nostre anime e, attraverso ciò, abilitarci a ricevere questi sacri doni. […] Le disposizioni con le quali bisogna avvicinarsi ai santi misteri e senza le quali sarebbe assolutamente empio gettare su di essi anche un semplice sguardo, [sono] il rispetto, la fede e l’amore pieno di fervore per Dio.
Bisognava pure che una contemplazione capace di inculcarci questi affetti fosse significata nell’ordinamento della sacra Liturgia. Bisognava che non considerassimo solo con il pensiero, ma pure che vedessimo in qualche maniera con i nostri occhi l’estrema povertà del Ricco per eccellenza, la venuta quaggiù di Colui che abita in tutti i luoghi, gli obbrobri del Benedetto, le sofferenze dell’Impassibile; di quale odio è stato oggetto e quanto ha amato, fin dove si è umiliato l’infinitamente Grande, quali sofferenze ha sopportato, quali azioni ha compiuto per prepararci questa tavola dinnanzi a noi. Ammirando così la novità dell’opera salvifica, meravigliati dall’abbondanza della misericordia, siamo portati a venerare Colui che si è preso pietà di noi fino a questo punto, Colui che ci ha salvati a questo prezzo, a confidargli le nostre anime, a rimettergli la nostra vita, a infiammare i nostri cuori nel fuoco del suo amore.
Disposti in tal modo, possiamo in maniera sicura e semplice avvicinarci al braciere degli augusti misteri.
Di fatto, per porsi ora in tali disposizioni, non è sufficiente avere appreso una volta le cose di Cristo e conservarne la conoscenza; bisogna pure attualmente avere lo sguardo del pensiero fisso su tali verità e contemplarle, sforzandoci di allontanare ogni idea estranea ad esse se veramente vogliamo, in vista di questa santificazione, far divenire l’anima adatta a quanto ho detto. Effettivamente, se teniamo conto delle esigenze della pietà, […] e se nel momento della celebrazione dei misteri non consideriamo con cura tutte le cose attaccando, al contrario, il nostro spirito ad altri oggetti, non traiamo alcun profitto da tale conoscenza: non può inculcarci nulla degli affetti precedentemente evocati. Poiché le nostre disposizioni corrispondono ai pensieri che ci occupano e i sentimenti da noi provati sono quelli che tali pensieri producono in noi.
Ecco perché è stato immaginato il simbolismo di cui ho parlato che non si limita solo a significare tutto ciò con delle parole ma le pone interamente sotto i nostri occhi e tutto ciò visibilmente attraverso l’intero corso della Liturgia: da una parte ciò avviene per agire più facilmente sulle nostre anime, non per offrirci una semplice visione, ma ancora per disporre in noi un sentimento, poiché una rappresentazione visuale può produrre in noi un’impressione più profonda (10). D’altra parte è pure per non favorire l’oblio e per non lasciare il pensiero volgersi verso un altro oggetto fino al momento in cui siamo condotti alla sacra tavola. Ripieni, dunque, di tali pensieri e con la memoria nel suo pieno vigore, partecipiamo ai divini misteri, aggiungendo in questo modo una santificazione ad un’altra, quella del rito a quella delle contemplazioni (11).

È per tanto falso credere, come fa p. Alessandro Shmemann, che il simbolo abbia un valore per se stesso e non rinvii a un’altra cosa o non abbia rapporto con la cosa alla quale egli rinvia. Ogni simbolo è fondato su un rapporto analogico con quanto simbolizza, questo rapporto è a volte convenzionale ma più sovente naturale. Così i veli utilizzati lungo la liturgia per coprire il diskos e il calice possono simbolizzare la collocazione nella tomba attraverso la loro analogia con il lenzuolo funebre e la loro caratteristica avvolgente. Il grande velo (o aìr) può pure simbolizzare gli angeli per la sua ampiezza, la sua flessibilità e la sua capacità di muovere l’aria quando lo si agita nel momento del Credo, analogamente con le ali degli angeli.
 
Ciononostante, analogia non vuol dire identità e dunque il simbolo crea una prossimità con quanto simbolizza, ma testimonia allo stesso tempo una distanza, il che gli permette di non essere confuso con la realtà stessa e di manifestare attraverso i suoi limiti il carattere trascendente di tale realtà.
Per quanto utilizzati per indicare delle cose difficilmente comprensibili o inesplicabili, e date alla contemplazione piuttosto che alla speculazione intellettuale, i simboli devono essere interpretati e spiegati nella misura del possibile, altrimenti danno l’impressione d’essere degli atti o degli oggetti privi di senso, favorendo un approccio sia oscurantista che formalista, finendo così per essere rifiutati o abbandonati. È ciò che è successo nel quadro del cattolicesimo romano in Occidente che, in occasione della riforma liturgica ispirata dal concilio Vaticano II, ha seguito il protestantesimo nella via dello spogliamento, svuotando la messa e i rituali sacramentali da una grande parte dei loro simboli con il pretesto che i fedeli (e spesso i preti) non li comprendevano più. Come abbiamo mostrato altrove (12), la Chiesa ortodossa è minacciata dallo stesso fenomeno attraverso alcuni vescovi e preti, ispirati per lo più dai riformisti della Scuola di Parigi (Nicolas Afanassieff, Paul Evdokimov, Alexandre Schmemann), per cui tralasciano nelle loro diocesi o parrocchie un certo numero di simboli liturgici, sia perché questi si oppongono alle loro concezioni (ad esempio le porte sante restano aperte o l’iconostasi è smantellata – o non edificata – per la ragione che tutto ciò si oppone a una concezione dell’assemblea come insieme indifferenziato), sia perché tali simboli non sono più correttamente compresi.
 
Padre Alessandro Shmemann si oppose molto chiaramente, in più sue opere (e in particolare nel suo Journal) a tutta la tradizione mistagogica bizantina (rappresentata particolarmente da Dionigi l’Areopagita, san Massimo il Confessore, san Germano di Costantinopoli, san Nicola Cabasilas o san Simeone di Tessalonica) che si è, al contrario, sforzata di rivelare la ricchezza di significato dei simboli liturgici. L’ermeneutica (ossia l’interpretazione dei simboli) è inerente all’esegesi che tutti i Padri hanno praticato nelle loro omelie o nei loro scritti e che è uno degli impegni della predicazione nella Chiesa.
Noi riteniamo che tale tradizione ermeneutica costituisca il buon approccio ma che essa non debba essere razionalizzata ma vista in modo contemplativo, ossia sia in modo intelligente che orante, in un termine: in modo spirituale.

(Jean-Claude Larchet, La vie liturgique, Paris 2016, pp. 178-184)
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Note
1) Sulla Divina Liturgia, 37.
2) Spiegazione della Divina Liturgia, LI, 1.
3) Omelie catechetiche, XV, 19-20.
4) Ibid., 15.
5) Ibid., 21.
6) Mistagogia, XXIV, PG 91, 704D-705A.
7) Omelie catechetiche, XV, 17.
8) Precisiamo “nella Chiesa ortodossa” poiché nel Cattolicesimo romano, in seguito al concilio Vaticano II, un gran numero di simboli sono stati soppressi; nelle cerimonie protestanti, dove il cristianesimo ha raggiunto il più basso grado della secolarizzazione, il simbolismo è divenuto praticamente inesistente.
9) L’Eucarestia, sacramento del Regno, Parigi 2005, pp. 21-26.
10) Sottolineato da noi.
11) Spiegazione della Divina Liturgia, I, 9-14.
12) “Alle fonti dei tentativi di riforme liturgiche di questi ultimi decenni in certe parrocchie ortodosse: le opere di padre Alessandro Shmemann e di padre Nicolas Afanasieff”, Црквене Cmyouie / Church Studies, 9, 2012, p. 397-408.
 
 

mercoledì 23 marzo 2016

L’ abluzione dell’altare

Giovedì santo. L’ abluzione dell’altare papale di S. Pietro di Francesco G. Tolloi -


L'abluzione dell'altare papale. (Romagnoli e Zaniboni)
- collezione personale di Francesco G. Tolloi -

Una breve premessa.
Tra le innumerevoli cerimonie che si susseguivano serratamente durante la Settimana santa in Roma, merita particolare attenzione – non fosse altro per la curiosità che era in grado di suscitare – l’abluzione dell’altare papale che veniva compiuta la sera del Giovedì santo nella Basilica vaticana. L’anonimo autore di un piccolo volume , ai primi del Novecento, dedicato proprio a questo particolare costume liturgico, ci riferisce che – fin dalle testimonianze da lui consultate – il concorso di fedeli era tale da rendere persino difficoltoso il passaggio del clero che si dirigeva all’altare per il compimento di questa cerimonia: talmente numerosa era la moltitudine che esso si vedeva costretto ad aprirsi materialmente il varco tra le ali di folla [1]. L’allora popolarissimo periodico «La Tribuna Ilustrata della Domenica», volle – nel 1898 – pubblicare una dettagliata incisione a colori di Romagnoli e Zaniboni, laddove si notano i fedeli assiepati fino alle immediatissime vicinanze del basamento delle colonne berniniane [2]. Altrettanto – sebbene con un’incisione, questa volta, in bianco e nero presa da un “disegno dal vero “ di D. Paolocci – si evince da «L’illustrazione popolare».
Descriverò qui brevemente il modo di ordinarsi di questa cerimonia.

 
L'abluzione dell'altare papale (Paolocci)
- collezione personale di Francesco G. Tolloi 
Svolgimento.
Una volta terminata l’ufficiatura delle Tenebrae, ossia il canto di mattutino e lodi del Venerdì santo anticipati la sera del giovedì, il clero della basilica vaticana si portava processionalmente all’altare papale. Aprivano la processione il crocifero – la cui immagine del Crocifisso era velata – accanto ad esso, ai suoi fianchi, incedevano due accoliti che sostenevano i candelieri con le candele in cera gialla grezza spente. Li seguivano i seminaristi, il clero beneficiato e i restanti canonici. Il canonico officiante, sopra il rocchetto, portava stola e piviale di colore nero. Egli era assistito da sei canonici. Questi, che per l’ufficiatura avevano indossato la cappa, ora indossavano la cotta messa sopra il rocchetto e la stola nera. Il cardinale arciprete della Basilica, indossando la cappa di colore violaceo (caratteristica dei tempi di penitenza), seguiva la processione accompagnato dai suoi familiares. 
Gli accoliti e il crocifero andavano a collocarsi nella parte retrostante l’altare, mentre l’officiante con i sei canonici si mettevano in ginocchio sul più basso dei gradini dell’altare; il restante del clero si disponeva ad emiciclo presso l’altare. L’altare si presentava in questo momento privo delle tovaglie, in luogo opportuno erano state preparate sette brocche riempite di vino bianco allungato con acqua. L’officiante intonava l’antifona Diviserunt sibi, subito proseguita dai cappellani che cantavano – alternativamente con la Schola cantorum – il salmo XXI, secondo il testo del Salterio romano in uso al clero della basilica vaticana [3]
Ritengo che l’uso di cantarlo – attestato dal citato Autore di La cérémonie de l’ablution (cit., p. 31), sia una innovazione recenziore, infatti Francesco Cancellieri ci riporta che si proseguiva “senza canto”[4]. Non appena la summenzionata antifona era intonata, il canonico officiante si alzava e, una volta toltosi il piviale, saliva con i suoi assistenti all’altare. Ivi, il canonico altarista, in rocchetto e cotta, gli porgeva una delle brocche. Gli altri sei canonici in stola nera, ricevevano anch’essi una brocca. Contemporaneamente versavano una parte del contenuto sulla mensa, spargendolo con l’ausilio di un “aspergillo”. Il Cancellieri ci ragguaglia che questi aspergilli erano dei serti fatti con rami di tasso, di bosso o più comunemente di sanguinella opportunamente composti ed intrecciati[5]. Questi canonici scendevano dall’altare per lasciare il posto al cardinale arciprete che imitava immediatamente il medesimo gesto. Altrettanto facevano, dopo di lui, gli altri canonici, i beneficiari, il clero della basilica e, in fine, i seminaristi. 
Una volta che tutti avevano terminato di spargere il vino allungato con l’acqua sulla mensa, l’officiante con i suoi assistenti saliva nuovamente all’altare di cui asciugava la mensa servendosi di spugne e asciugatoi di stoffa. Terminata anche questa operazione, scendevano in plano per mettersi in ginocchio sul più basso dei gradini. Tutti si ponevano quindi in ginocchio. Avendo i cappellani detto il versetto Christus factus est obediens con la sua risposta, l’officiante principiava il Pater noster – proseguito in segreto – cui faceva seguito l’orazione Respice, quaesumus, Domine. 
Tutti si levavano e – fatta la debita reverenza – facevano ritorno alla sacrestia, per poi far riaccedere alla navata centrale poco dopo per assistere alla solenne ostensione delle reliquie della Lancia, della Croce e del santo Sudario.
Origine e qualche riferimento storico.

Decisamente diverse sono state le ipotesi avanzate per spiegare le origini dell’uso liturgico di mondare l’altare: se perlomeno ardita è l’ipotesi per la quale vi sia da ricercare il fondamento nelle costumanze rituali del tempio israelitico (in particolare Esodo XXIX), a fortiori lo è quella del protestante zwingliano Rodulpus Hospinianus che ne vorrebbe rintracciare l’origine addirittura in lacerti di usi pagati, trasformati ed adattati (nella fattispecie la lustratio del simulacro della dea Cibele) [6]. Fin troppo viziata di “positivismo” appare l’ipotesi del De Vert. L’Autore è conosciuto proprio per queste spiegazioni che ricercano una mera origine pratica, spesso forzatamente pragmatica. Proprio nel caso della ablutio, egli opina che l’uso si sia instaurato profittando del fatto che l’altare si trova spogliato degli ornamenti, in particolare delle tovaglie che abitualmente ne ricoprono la mensa. L’uso di spogliare l’altare dopo la celebrazione sarebbe rimasto nelle prescrizioni del Giovedì santo: essendo già spogliato un lavaggio ne sarebbe stato largamente facilitato e agevolmente sarebbe venuto ad insinuarsi nelle incombenze da farsi in quei giorni. È qui che il De Vert si lascia andare a una critica all’atteggiamento e la condotta dei sacristi che lasciano gli altari addobbati col mero pretesto della comodità [7]
Una interpretazione votata alla simbolicità e alla allegoria, vorrebbe che l’altare, immagine del corpo di Cristo, venga lavato, come pietosamente si fa con il corpo di un morto; il vino e l’acqua sembrerebbero, a questo punto, voler alludere e simboleggiare il sangue e l’acqua scaturiti dal costato del Signore, ferito dalla lancia che gli colpì il costato.
Se prima ho fatto cenno all’ampio concorso di popolo che interveniva nell’occasione di questa cerimonia della basilica vaticana, non posso non ricordare che su questo rito l’attenzione di scrittori ed eruditi ha avuto più volte modo di soffermarsi. Solamente tra l’ultimo scorcio del XVII secolo e gli esordi del XVIII, tre furono le opere consacrate a questo uso liturgico (le elenco in ordine cronologico):
- I.M. SUARESIUS, Ritus qui observatur in Basilica Vaticana quotannis in Die Coenae Domini, Romae, Herculis, 1686;
- C. BATTELLO, Ritus annuae ablutionis altaris majoris Sacrosanctae Basilicae Vaticanae, Romae, Zenobii, 1702;
- F. ORLENDUS, Duplex lavacrum in Coenae Domini fidelibus exhibitum, Florentiae, Nestenus – Borghigiani, 1710.
Tra i testi più vetusti ove si trova contezza di questo peculiare rito merita menzione il De ecclesiasticis officiis di sant’Isidoro (+ 636), per il quale: “Hinc est quod eodem die altaria, templique parietes, et pavimenta laventur, vasaque purificantur quae sunt Domino consecrata”[8]
Sant’Eligio di Noyon parrebbe mettere in stretta relazione l’abluzione dell’altare – nonché dell’edificio ecclesiastico e dei vasi sacri – alla lavanda dei piedi di cui costituirebbe una sorta di particolare prolungamento o, se vogliamo, di sviluppo ulteriore. Così si esprime a proposito sant’Eligio: “Propter humilitatis formam commendandam ea die pedes eorum lavit, et hinc est quod eodem die altaria, tempique parietes, et vasa purificantur” [9]
L’autore citato di La Cérémonie de l’ablution de l’autel papal (cit., p. 6) poggiando il suo opinare sulla critica tardo Ottocentesca – in particolare facente capo al Vancard – avanza dubbi circa l’attribuzione di quel testo a sant’Eligio. Potrebbe trattarsi, più verosimilmente, di qualche autore riconducibile al X secolo, o solo a qualche decennio prima. Significativo appare però il fatto che – pur nella difficoltà di datare con precisione un’origine certa di tale rito e di trovare testimonianze precedenti sant’Isidoro – all’epoca del grande dottore ispanico, il rito si configurava già per essere tale, con tanto di tentativi di lettura in chiave simbolica, e non una mera - parafrasando qui il De Vert - attenzione di pulizia esteriore in vista dell’imminenza della principale festa cristiana. Sicuramente la circostanza di trovare l’altare spoglio ha favorito il formarsi di tale usanza, ma mi pare possa escludersi che questa spiegazione, specie se da sola, riesca ad essere non solo esaustiva ma anche solo convincente.
Due secoli più tardi, Rabano Mauro (+ 856) attesta l’uso germanico di effettuare una lavanda dell’altare nella Feria V della Settimana santa [10]. Martène fornisce altri interessanti ragguagli circa la diffusione di questo rito [11]. Quanto alla menzione di tale uso liturgico nell’ambito degli Ordines romani, è necessario soffermarsi al n. “L” (numerazione Andrieu). La redazione di tale Ordorimonta al X secolo: “Eodem die altaria templi et parietes sive pavimenta ecclesia laventur et vasa Domino sacrata purificentur” [12]. Anche in questo caso devo registrare che l’ablutio non si limita alle mense degli altari ma si estende alle pareti, il pavimento e – infine – ai vasi sacri. È proprio a decorrere da quest’epoca che le testimonianze si presentano meno rarefatte e, se vogliamo, sono all’insegna di una certa sistematicità e ricorrenza. Se ne trova traccia sia nei consuetudinarii diocesani che in quelli di ambito monastico, le tracce non sono tuttavia univoche. Anzi, proprio di pari passo alla diffusione, si va incontro a una diversificazione degli usi. In tal senso il rito dell’abluzione, in alcuni ambiti, lo si trova spostato il giorno dopo, nel venerdì in Parasceve, situato subito dopo il vespero o, anche, durante la refezione. Ma la variante temporale non è certo la sola: appare diversificato il tipo di paramenti e anche il colore che vengono adoperati per compiere tale ufficio. In alcuni luoghi esso si compiva in camice e stola, altrove si aggiungeva il manipolo, in altre località ancora si costumava indossare il piviale o – se interveniva il vescovo – questi indossava in capo la mitria. Altrove ancora si praticava a piedi nudi e differenti ancora erano i brani liturgici eseguiti durante l’azione propriamente detta. Diversità si riscontra anche nell’uso degli aspergilli: chi ne usava di confezionati con rami di ginepro e chi, invece, si avvaleva dei ramoscelli di ulivo benedetti la domenica precedente ecc. Quasi sempre la lavanda propriamente detta avveniva con vino allungato con acqua ma esistono esempi ove una prima lavanda avveniva semplicemente con acqua, il vino veniva poi versato – effondendolo in forma di croce – ai punti laddove, durante il rito di consacrazione dell’altare, la mensa era stata segnata con l’unzione da parte del vescovo. Tale uso è attestato in area germanica, la chiesa di Aquileia – che molti usi ebbe a mutuare da tali ambiti geografici – usava poi disporre sulla mensa mondata dei ceri in forma di croce [13]. Qui ho ricordato l’uso aquileiense per motivi geografici e di affetto.
 
Ancora una volta l’anonimo autore di La cérémonie de l’ablution de l’autel papal (cit. p. 19), ci dà contezza che tra il XV e il XVII secolo le testimonianze del rito di abluzione degli altari sono frequentissime: dai diversi consuetudinarii, ai messali diocesani, quelli monastici, i libri processionali ecc. Ma proprio a partire dal XVI secolo si assiste a una disaffezione verso tale costume liturgico che porta, inevitabilmente, alla desuetudine e all’abbandono. A questo processo di declino non si vide risparmiata neanche la basilica vaticana laddove pare che il rito sia stato ristabilito appena nel 1635 [14]; a titolo di curiosità ricordo che l’uso della basilica era attestato nel XIII secolo il Venerdì santo, l’abluzione avveniva con una provvista di vino greco fornito dal vescovo di Porto. 
Quasi a voler frenare questo decadimento credo si possa leggere la volontà del cardinale Orsini – il futuro Benedetto XIII – quando, essendo vescovo di Benevento, volle vedere introdotto tale uso nella sua cattedrale. A questo inesorabile declino sopravvisse l’uso della basilica vaticana e l’uso di alcuni ordini religiosi fra i quali i carmelitani dell’antica osservanza e dei domenicani[15].
Una brevissima conclusione.
Qui mi sono limitato – e spero almeno di essere parzialmente riuscito – a voler dare testimonianza di un uso liturgico romano: certo gli aspetti che meriterebbero una approfondita analisi non sono certamente pochi. La messe documentale da consultare, come ho già notato, sarebbe davvero molto copiosa. Raccoglierla e confrontarla in modo sistematico e serrato – unitamente anche all’analoga consuetudine della Chiesa greca, porterebbe a una auspicabile chiarezza. Certo questo non era negli scopi di questo mio semplice scritto che mi auguro servirà almeno alla preservazione della memoria ne pereat.
Tu autem in sancto habitas, laus Israel!

[1] La Cérémonie de l’ablution de l’autel papal à Saint Pierre au Vatican, Rome, Desclée – Lefebvre, s.d. [1908], p. 26.
[2] «La Tribuna illustrata della Domenica», anno VI, n. 15, 10 aprile 1898.
[3] Per il testo cfr.: Breviarium romanum ad usum Cleri Basilicae Vaticanae, Romae, Typis Vaticanis, pars verna,1925, pp. 260 e ss.. Su questo breviario v. J. NABUCO, Ius Pontificalium, Parisiis – Tornaci – Romae, Desclée, 1956, pp. 232 e ss.. Il salterio romano era utilizzato anche nella ducale basilica di S. Marco a Venezia.
[4] Cfr.: F. CANCELLIERI, Descrizioni delle Funzioni della Settimana Santa nella Cappella Pontificia, Roma, Bourliè, 1818 4, p.101.
[5] Idem, p. 100.
[6] R. HOSPINIANUS, De Festis christianorum, Genevae, De Tournes, 1674, p. 121.
[7] C. DE VERT, Cérémonies de l’Eglise, Paris Delaulne, 1720, II, pp. 389 e ss..
[8] De eccles. Officiis, Lib. I, cap. 29, De Coena Domini, in P.L., t. LXXXIII, col. 764.
[9] Homilia VIII, de Coena Domini, in P.L., t. LXXXVIII, col 623.
[10] De institutione clericorum, cap. XXXVI, De Coena Domini, in P.L., t. CVII, col. 347.
[11] Se ne trovano diverse menzioni, ad es. E. MARTÈNE, De antiquis Ecclesiae Ritibus, Anteperviae, Bry, 1737, IV, pp. 277 e ss.(Lib. IV, cap. XXII).
[12] M. ANDRIEU, Les ordines Romani du Haut Moyen Age, Louvain, Spicilegium Sacrum Lovaniense, 1961, V, p. 189.
[13] G. VALE, Gli antichi usi liturgici della Chiesa d’Aquileia dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Pasqua, Padova, Tipografia del Seminario, 1907, p. 29.
[14] La cérémonie de l’ablution..., cit., p. 24.
[15] Per una compiuta descrizione dell’uso domenicano: Ecclesiasticum Officium juxta ritum Sacri Ordinis Praedicatorum, Romae, Hospitio Reverendissimi Magistri Ordinis, 1927, pp. 82 e ss. Vedi anche Caeremoniale juxta Ritum S. Ordinis Praedicatorum (ed. V. Jandel), Mechliniae, Dessain, 1869, pp. 425 e ss.., A. KING, Liturgies of Religious Orders, Bonn, Nova et Vetera, pp. 356 e s.. Sui carmelitani, debitori sia degli usi domenicani che di quelli gerosolimitani del santo Sepolcro, Idem, p. 266 e ss..
(Fonte RERUM LITURGICARUM)

sabato 13 giugno 2015

liturgia e danza attorno al vitello d’oro



Sarah
Derive liturgiche. Ma il cardinale Sarah riprende il timone

“Si corre il rischio reale di non lasciare alcun posto a Dio nelle nostre celebrazioni. Incorriamo nella tentazione degli ebrei nel deserto. Essi cercarono di crearsi un culto alla loro misura e alla loro altezza, e non dimentichiamo che finirono prostrati davanti all’idolo del vitello d’oro”.
Questo scrive il cardinale Robert Sarah, nominato lo scorso novembre da papa Francesco prefetto della congregazione per il culto divino, in un articolo apparso su “L’Osservatore Romano” del 12 giugno.
Un articolo nascosto a pagina 6 e riprodotto solo in piccola parte sul sito web del giornale vaticano. Sfuggito quasi a tutti.
Eppure di una profondità e di una incisività come non se ne ricordano, da parte di chi ricopre il ruolo di prima guida della liturgia cattolica. Al livello di un Joseph Ratzinger grande liturgista, per dirla in breve.
Il testo integrale dell’articolo, assolutamente da leggere, è riportato sotto: Silenziosa azione del cuore
Qui basta notare la schiettezza, anche descrittiva, con cui il cardinale Sarah mette a fuoco le derive della liturgia cattolica in questi ultimi decenni e i rovesciamenti di significato che hanno assunto le stesse formule della costituzione del Concilio Vaticano II sulla liturgia, a cominciare dalla tanto decantata, ma stravolta, “participatio actuosa” per arrivare alla non meno incompresa “comunità celebrante”.
Per ciascuna deriva, Sarah ha la puntuale correzione. Ma neppure trascura delle vere e proprie proposte, alle quali sarà interessante vedere se seguiranno dei decreti attuativi.
Ad esempio, là dove Sarah scrive:
“Contrariamente a quanto è stato a volte sostenuto, è del tutto conforme alla costituzione conciliare, è addirittura opportuno che, durante il rito della penitenza, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica, tutti, sacerdote e fedeli, si voltino insieme verso Oriente, per esprimere la loro volontà di partecipare all’opera di culto e di redenzione compiuta da Cristo. Questo modo di fare potrebbe opportunamente essere messo in atto nelle cattedrali dove la vita liturgica deve essere esemplare”.
Oppure, più avanti, a proposito delle due forme antica e moderna della messa in rito romano:
“Sarebbe anche auspicabile che s’inserisse come allegato di una prossima edizione del messale [ordinario] il rito della penitenza e l’offertorio dell’’usus antiquior’, al fine di sottolineare che le due forme liturgiche s’illuminano a vicenda, in continuità e senza opposizione”.


Per curiosa coincidenza, questo articolo del cardinale Sarah ha visto la luce proprio alla vigilia di un importante convegno a Roma sul motu proprio di Benedetto XVI “Summorum pontificum” che ha liberalizzato la messa “antiquior”:
Convegno in programma il 13-14 giugno all’Angelicum. Con la partecipazione tra i relatori dei cardinali Raymond Leo Burke e Gerhard Ludwig Müller, e tra i celebranti – naturalmente in forma antica – dei cardinali Walter Brandmüller e Velasio De Paolis.


Silenziosa azione del cuore




Per leggere e applicare la costituzione del Vaticano II sulla sacra liturgia. Da "L'Osservatore Romano" del 12 giugno 2015. L'autore è cardinale prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti 

di Robert Sarah




Cinquant’anni dopo la sua promulgazione da parte di Papa Paolo VI, si leggerà, infine, la costituzione del concilio Vaticano II sulla sacra liturgia? La "Sacrosanctum concilium" non è di fatto un semplice catalogo di “ricette” di riforme, ma una vera e propria "magna charta" di ogni azione liturgica.

Il concilio ecumenico ci dà in essa una magistrale lezione di metodo. In effetti, lungi dall’accontentarsi di un approccio disciplinare ed esteriore alla liturgia, il concilio vuole farci contemplare ciò che è nella sua essenza. La pratica della Chiesa deriva sempre da quello che riceve e contempla nella rivelazione. La pastorale non si può disconnettere dalla dottrina.

Nella Chiesa "ciò che proviene dall’azione è ordinato alla contemplazione" (cfr. n. 2). La costituzione conciliare ci invita a riscoprire l’origine trinitaria dell’opera liturgica. In effetti, il concilio stabilisce una continuità tra la missione di Cristo Redentore e la missione liturgica della Chiesa. "Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli" affinché "mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica" attuino "l’opera di salvezza " (n. 6).

Attuare la liturgia non è dunque altro che attuare l’opera di Cristo. La liturgia è nella sua essenza "actio Christi": l’"opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio" (n. 5). È Lui il grande sacerdote, il vero soggetto, il vero attore della liturgia (cfr. n. 7). Se questo principio vitale non viene accolto nella fede, si rischia di fare della liturgia un’opera umana, un’autocelebrazione della comunità.

Al contrario, l’opera propria della Chiesa consiste nell’entrare nell’azione di Cristo, nell’iscriversi in quell’opera di cui egli ha ricevuto dal Padre la missione. Dunque "ci fu data la pienezza del culto divino ", perché "la sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza" (n. 5). La Chiesa, corpo di Cristo, deve quindi divenire a sua volta uno strumento nelle mani del Verbo.

Questo è il significato ultimo del concetto-chiave della costituzione conciliare: la "participatio actuosa". Tale partecipazione consiste per la Chiesa nel diventare strumento di Cristo-sacerdote, al fine di partecipare alla sua missione trinitaria. La Chiesa partecipa attivamente all’opera liturgica di Cristo nella misura in cui ne è lo strumento. In tal senso, parlare di “comunità celebrante” non è privo di ambiguità e richiede vera cautela (cfr. Istruzione "Redemptoris sacramentum", n. 42). La "participatio actuosa" non dovrebbe dunque essere intesa come la necessità di fare qualcosa. Su questo punto l’insegnamento del concilio è stato spesso deformato. Si tratta invece di lasciare che Cristo ci prenda e ci associ al suo sacrificio.

La "participatio" liturgica deve perciò essere intesa come una grazia di Cristo che "associa sempre a sé la Chiesa" ("Sacrosanctum concilium", n. 7). È Lui ad avere l’iniziativa e il primato. La Chiesa "l’invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre" (n. 7).

Il sacerdote deve dunque diventare questo strumento che lascia trasparire Cristo. Come ha da poco ricordato il nostro Papa Francesco, il celebrante non è il presentatore di uno spettacolo, non deve ricercare la simpatia dell’assemblea ponendosi di fronte a essa come il suo interlocutore principale. Entrare nello spirito del concilio significa al contrario cancellarsi, rinunciare a essere il punto focale.

Contrariamente a quanto è stato a volte sostenuto, è del tutto conforme alla costituzione conciliare, è addirittura opportuno che, durante il rito della penitenza, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica, tutti, sacerdote e fedeli, si voltino insieme verso Oriente, per esprimere la loro volontà di partecipare all’opera di culto e di redenzione compiuta da Cristo. Questo modo di fare potrebbe opportunamente essere messo in atto nelle cattedrali dove la vita liturgica deve essere esemplare (cfr. n. 41).

Ben inteso, ci sono altre parti della messa in cui il sacerdote, agendo "in persona Christi Capitis", entra in dialogo nuziale con l’assemblea. Ma questo faccia a faccia non ha altro fine che condurre a un tête-à-tête con Dio che, per mezzo della grazia dello Spirito Santo, diverrà un cuore a cuore. Il concilio propone così altri mezzi per favorire la partecipazione: "le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo" (n. 30).

Una lettura troppo rapida, e soprattutto troppo umana, ha portato a concludere che bisognava far sì che i fedeli fossero costantemente occupati. La mentalità occidentale contemporanea, modellata dalla tecnica e affascinata dai media, ha voluto fare della liturgia un’opera di pedagogia efficace e redditizia. In questo spirito, si è cercato di rendere le celebrazioni conviviali. Gli attori liturgici, animati da motivazioni pastorali, cercano a volte di fare opera didattica introducendo nelle celebrazioni elementi profani e spettacolari. Non si vedono forse fiorire testimonianze, messe in scena e applausi? Si crede così di favorire la partecipazione dei fedeli mentre di fatto si riduce la liturgia a un gioco umano.

"Il silenzio non è una virtù, né il rumore un peccato, è vero", dice Thomas Merton, "ma il tumulto, la confusione e il rumore continui nella società moderna o in certe liturgie eucaristiche africane sono l’espressione dell’atmosfera dei suoi peccati più gravi, della sua empietà, della sua disperazione. Un mondo di propaganda, di argomentazioni infinite, di invettive, di critiche, o semplicemente di chiacchiere, è un mondo nel quale la vita non vale la pena di essere vissuta. La messa diviene un baccano confuso; le preghiere un rumore esteriore o interiore" (Thomas Merton, "Le signe de Jonas", Ed. Albin Michel, Paris, 1955, p. 322).

Si corre il rischio reale di non lasciare alcun posto a Dio nelle nostre celebrazioni. Incorriamo nella tentazione degli ebrei nel deserto. Essi cercarono di crearsi un culto alla loro misura e alla loro altezza, e non dimentichiamo che finirono prostrati davanti all’idolo del vitello d’oro.

È tempo di metterci all’ascolto del concilio. La liturgia è "principalmente culto della maestà divina" (n. 33). Ha valore pedagogico nella misura in cui è completamente ordinata alla glorificazione di Dio e al culto divino. La liturgia ci pone realmente alla presenza della trascendenza divina. Partecipazione vera significa rinnovare in noi quello “stupore” che san Giovanni Paolo II teneva in grande considerazione (cfr. "Ecclesia de Eucharistia", n. 6). Questo stupore sacro, questo timore gioioso, richiede il nostro silenzio di fronte alla maestà divina. Si dimentica spesso che il silenzio sacro è uno dei mezzi indicati dal concilio per favorire la partecipazione.

Se la liturgia è opera di Cristo, è necessario che il celebrante vi introduca i propri commenti? Ci si deve ricordare che, quando il messale autorizza un intervento, questo non deve diventare un discorso profano e umano, un commento più o meno sottile sull’attualità, o un saluto mondano alle persone presenti, ma una brevissima esortazione a entrare nel mistero (cfr. Presentazione generale del messale romano, n. 50). Quanto all’omelia, è essa stessa un atto liturgico che ha le sue proprie regole. La "participatio actuosa" all’opera di Cristo presuppone che si lasci il mondo profano per entrare nell’"azione sacra per eccellenza " ("Sacrosanctum concilium", n. 7). Di fatto, "noi pretendiamo, con una certa arroganza, di restare nell’umano per entrare nel divino" (Robert Sarah, "Dieu ou rien", p. 178).

In tal senso, è deplorevole che il sacrario delle nostre chiese non sia un luogo strettamente riservato al culto divino, che vi si penetri in abiti profani, che lo spazio sacro non sia chiaramente delimitato dall’architettura . Poiché, come insegna il concilio, Cristo è presente nella sua parola quando questa viene proclamata, è ugualmente deleterio che i lettori non abbiano un abbigliamento appropriato che mostri che non pronunciano parole umane ma una parola divina.

La liturgia è una realtà fondamentalmente mistica e contemplativa, e di conseguenza fuori dalla portata della nostra azione umana; anche la "participatio" è una grazia di Dio. Pertanto, presuppone da parte nostra un’apertura al mistero celebrato. Così, la costituzione raccomanda la comprensione piena dei riti (cfr. n. 34) e al tempo stesso prescrive "che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’ordinario della messa che spettano ad essi" (n. 54).

In effetti, la comprensione dei riti non è opera della ragione umana lasciata a se stessa, che dovrebbe cogliere tutto, capire tutto, padroneggiare tutto. La comprensione dei riti sacri è quella del "sensus fidei", che esercita la fede vivente attraverso il simbolo e che conosce per sintonia più che per concetto. Questa comprensione presuppone che ci si avvicini al mistero con umiltà.

Ma si avrà il coraggio di seguire il concilio fino a questo punto? Una simile lettura, illuminata dalla fede, è però fondamentale per l’evangelizzazione. In effetti, "a coloro che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi " (n. 2). Essa deve smettere di essere un luogo di disobbedienza alle prescrizioni della Chiesa.

Più specificatamente, non può essere un’occasione di lacerazioni tra cristiani. Le letture dialettiche della "Sacrosanctum concilium", le ermeneutiche di rottura in un senso o nell’altro, non sono il frutto di uno spirito di fede. Il concilio non ha voluto rompere con le forme liturgiche ereditate dalla tradizione, anzi ha voluto approfondirle. La costituzione stabilisce che "le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti" (n. 23).

In tal senso, è necessario che quanti celebrano secondo l’"usus antiquior" lo facciano senza spirito di opposizione, e dunque nello spirito della "Sacrosanctum concilium". Allo stesso modo, sarebbe sbagliato considerare la forma straordinaria del rito romano come derivante da un’altra teologia che non sia la liturgia riformata. Sarebbe anche auspicabile che s’inserisse come allegato di una prossima edizione del messale il rito della penitenza e l’offertorio dell’"usus antiquior" al fine di sottolineare che le due forme liturgiche s’illuminano a vicenda, in continuità e senza opposizione.

Se vivremo in questo spirito, allora la liturgia smetterà di essere il luogo delle rivalità e delle critiche, per farci infine partecipare attivamente a quella liturgia "che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede quale ministro del santuario" (n. 8).
12.6.2015