lunedì 16 luglio 2012

B.V.Maria del Carmelo

16 LUGLIO
MADONNA DEL CARMINE
 


MADONNA DEL CARMINE
 
SANTE RADICI

Di solito gli appartenenti ad un Ordine reli­gioso o a un Movimento, per comprendere e assimilare il loro carisma, si rifanno al proprio Fondatore e alla sua esperienza originaria per cercarvi il particolare tipo "di spiritua­lità, di vita, di apostolato, di tradizione" che essi devo­no "custodire, approfondire e sviluppare". Per i carmelitani, le cose non stanno così: non ci sono dei fondatori veri e propri (anche se si conosce l'esi­stenza di un primitivo gruppo di eremiti che si stan­ziarono sul Carmelo e chiesero una "norma di vita" al Patriarca di Gerusalemme). Tuttavia da sempre venne­ro considerati come "Fondatori" sia il profeta Elia, che la Vergine Santa.
Bisogna precisare attentamente: non si trattò sempli­cemente di due devozioni particolar-mente coltivate, ma della persuasione di un rapporto privilegiato, uguale a quello che gli altri istituti hanno con i loro ri­spettivi "Fondatori e Fondatrici", anzi molto più inten­so e impegnativo.
Venne affermata una relazione di origine, così intensa e unica e realistica che, per secoli (almeno fino al sec. XVIII), venne ritenuta da tutti i cristiani anche storica­mente documentata e documentabile. È in questo sen­so che preferiamo oggi parlare d'archetipi, cioè di "modelli originari" del carisma stesso. La questione ha anche una componente geografica e biblico-patristica: i testi biblici che parlano della santa montagna del Carmelo erano normalmente commen­tati dai Padri della Chiesa e dagli scrittori spirituali sia in riferimento alla Santa Vergine (tema della bellezza sponsale, paradisiaca) sia in riferimento ad Elia (tema dell'alleanza gelosa).
Inoltre non mancava una ricca fioritura di leggende che legavano gli Eremiti Carmelitani sia alla figura del Profeta Elia (di cui sarebbero stati discendenti) sia alla figura della Vergine che sul Carmelo sarebbe stata pre­conosciuta, amata e onorata ininterrottamente fin dal­l'epoca dei più antichi profeti.
Il fatto che, per secoli, siano state ritenute storiche sia la «discendenza elianica» sia la particolare «appartenen­za mariana» fa intuire quanto profondamente questi due archetipi si siano radicati nella coscienza dei car­melitani, formandone l'inestirpabile identità. Ma ve­diamo le cose più da vicino.

L'archetipo eliano
Già i padri della Chiesa (S. Atanasio, S. Gerolamo, S Cassiano) - parlando della vita monastica - avevano indicato ai cristiani, come iniziatore di un tale stile di vita, il profeta Elia che si era ritirato in solitudine sulla montagna del Carmelo, dove poi si erano formate, al suo seguito, delle confraternite di "figli dei profeti' che vivevano in comunità (cfr. 2 Re 2,3ss). Elia era perciò già universalmente considerato (da gre­ci, latini, siriaci, bizantini) come fondatore del mona­chesimo. E tale era rimasto anche nella riflessione de­gli autori medievali. Nessuna meraviglia dunque che quel gruppo di eremiti - giunto sulla Santa Montagna sul finire del secolo XII, e radunato proprio "presso la fonte di Elia"- si considerasse erede di tutta la tradi­zione "carmelitana" e che col tempo elaborasse questa particolare primogenitura. Nelle Costituzioni di Londra (che l'Ordine si diede nel capitolo del 1281) venne premessa una particolare Ru­brica prima che aveva lo scopo di insegnare ai giova­ni carmelitani come rispondere a chi li interrogava sul­la loro identità: «Per rendere testimonianza alla verità, affermiamo che, dal tempo dei profeti Elia ed Eliseo i quali vissero devotamente sul monte Carmelo, santi Padri del Vecchio e del Nuovo Testamento, come veri amanti della solitudine di quel monte favorevole alla contemplazione delle cose celesti, là, presso la fonte di Elia, vissero lodevolmente in santa penitenza, conti­nuata incessantemente attraverso sante generazioni successive'.
Verso la fine del secolo XIII l'idea di una successione ereditaria ininterrotta - da Elia agli eremiti medievali - è già formalizzata ed esposta negli scritti degli autori dell'Ordine e la conseguente "spiritualità" tocca vertici di particolare bellezza. Si precisa così la comprensione del proprio originale carisma che trova la più esatta e affascinante esposi­zione in un testo del secolo XIV, intitolato L'istituzione dei primi monaci, nel quale si legge: «Duplice è il fine proposto ai seguaci di Elia. Il primo consiste nell'offrire al Signore un cuore puro, scevro da ogni macchia di peccato attuale; ed è un fine raggiungibile, con l'aiuto di Dio, attraverso il nostro sforzo personale, esplicato in una prassi virtuosa, informata dalla carità. L'altro fine invece supera le nostre forze e consiste nel poter noi - per divina condiscendenza - sperimentare in qualche misura la forza della divina presenza e gusta­re nell'intimo la soavità dell'eterna beatitudine non solamente dopo morte, ma fin da questa vita» (c. II). Il motto di Elia: " Vive il Signore alla cui presenza io sto", diventa così l'ideale del carmelitano orante; come diventano emblematici certi episodi della sua vita: so­prattutto la sua lunga ed estenuante fuga nel deserto - dove il profeta viene nutrito da un pane portato dagli angeli - e l'incontro con Dio sull'Oreb dove il Signore si manifesta "nel soffio di un vento leggero" (simbolo dell'intimità).
Ma Elia viene anche considerato - sempre in base alle antiche leggende - come "primo devoto della Vergine" e anticipato imitatore della purezza di Lei (simboleg­giata dal mantello bianco).
Nel 1725 - quando si tratterà di adornare la basilica di S. Pietro con le statue dei fondatori dei vari Ordini re­ligiosi - Benedetto XIII (vincendo le resistenze di mol­ti) concederà ai Carmelitani di erigere una statua al Santo Profeta, con la scritta in latino: “L'intero Ordine carmelitano eresse questo simulacro al proprio Fonda­tore S. Elia profeta”.

L'archetipo mariano
Una chiesetta mariana edificata dagli eremiti sul Car­melo fu la prima testimonianza storica del fatto che la Vergine era scelta e onorata come "Signora del luogo" e che a lei si riconosceva il patronato (questione mol­to importante in epoca medievale, ai fini della iden­tità). Antichissimo è l'uso dei carmelitani di promette­re obbedienza "a Dio e alla vergine Maria" all'atto del­la professione (fatto testimoniato già nel 1281). Da subito gli eremiti vengono chiamati "fratelli della Beata Vergine Maria" e - in base alle leggende di cui abbiamo più volte parlato - il termine fratelli acquistò via via una pregnanza di tipo propriamente familiare, fino a costituire problema per gli altri cristiani (i car­melitani vennero accusati di superbia ed eccessiva fa­miliarità, e la questione venne portata davanti all'Uni­versità di Cambridge nel 1374!). I Sommi Pontefici tut­tavia confermarono l'uso.
Le controversie spinsero opportunamente i carmelita­ni a riflettere sulla loro identità e portarono frutti di notevole interesse.
La Regola dell'Ordine venne studiata come se descri­vesse in filigrana la vita e l'esperienza della S. Vergine (Baconthorp). Particolare insistenza venne messa, a questo riguardo, sulle tre virtù teologali e sul tema della "purezza" di Maria. L'intera vita dei religiosi vie­ne sistematica-mente descritta come "vita mariana" cioè vissuta in familiarità e compagnia con la dolcissi­ma Madre di Dio: tema che in seguito verrà approfon­dito in tutte le sue mistiche profondità, fino a che l'u­nione mistica con Lei verrà indicata come l'ideale di proprio ogni carmelitano.
Fin dall'inizio a Maria vennero sistematicamente dedi­cate tutte le chiese dell'Ordine, soprat-tutto sotto il tito­lo della Annunziata, e il tema più sentito fu quello del­la purità della Vergine.
Ugualmente antica è la devozione alla Immacolata Concezione: tutti temi mariani legati alla vocazione contemplativa che esige appunto la purificazione da ogni macchia di peccato in vista della totale dedizione a Dio fino al congiungimento materno-sponsale con Lui.
Interessante è ricordare che spesso i Pontefici in documenti ufficiali hanno considerato l'Ordine Carme­litano come "messo al mondo" da Maria, che ne era pertanto Madre, Fondatrice, Legislatrice: un Ordine nato come si mette al mondo un figlio che esprime tutta la Madre.
Sarà poi la devozione dello Scapolare - verso la fine del secolo XIV - che estenderà a tutti i cristiani la pos­sibilità di esperimentarsi - attraverso la protezione di quel sacro segno - particolarmente figli, perché parti­colarmente protetti.                             P. Antonio Maria Sicari ocd

PRIMI VESPRI
INNO
O del Carmelo - fiore gentile,
mi prostro umile - dinanzi a Te.
Il tuo profumo - d'ogni virtù,
Maria, a Gesù – m’attrae ognor.

Rit. O del Carmelo - bella Signora,
da Gesù implora - per noi mercè.

O del Carmelo - vite feconda,
l’alma è gioconda - pel tuo vigor.
A noi promesso - il frutto desti,
tu producesti - il Salvator. Rit.

O del Carmelo - brillante stella,
Madre ed Ancella - del tuo Fattor!
Quel tuo splendore - lume è di vita,
che il ben n’addita, - che mena al Ciel. Rit.

UFFICIO DELLE LETTURE
INNO

Virgo, quae caeli rútilas in aula,
Virgo, Carméli decus atque nostrum,
Mater, exíles sed amore plenas
suscipe laudes.

Dona largíris, quibus aequa nemo
cónferat, longo numerósa tractu
prole Carméli génita feráci
montis in alvo.

Haud neges nostris précibus favórem,
Virgo, sit lumen radiántis astri,
quo viam tuto dóceas in altum
téndere caelum.

Monte sed nostro pia ne recédas;
rore, quo flores colis usque caeli
írriga, ut crescat tuus hortus, ara
quo tua vernat.

Ergo matérna quibus ipsa dextra
cónsulis, natos récreans benígne,
lucis aetérnae fácias potíri
múnere tecum.

Laus sit excélsae Tríadi perénnis,
quae tibi, Virgo, tríbuit corónam,
atque Carméli statuítque nostram
próvida Matrem. Amen.

Oppure:
Vergine santa, splendore del cielo,
con cuor di figli umili e devoti,
noi ti lodiam, decoro del Carmelo,
Madre Maria.

Tu stessa dono singolare,
fonte sei di favori senza pari al mondo;
per tanta prole è il mistico tuo monte
seno fecondo.

Ed anche a noi, oranti, il tuo favore,
Vergine, accorda; dacci la tua luce
che illumini le vie del Signore,
nostra salvezza.

Benigna il nostro monte non lasciare;
effondi le tue grazie e rifiorisca.
Materna accorri, tu ci puoi guidare
al paradiso.

Gloria all'eccelsa Trinità beata,
che sua ti volle Figlia Sposa Madre,
decoro del Carmelo, incoronata
dolce Regina. Amen.

Lodi mattutine
INNO

Rit. O Madonna, dal candido altare
che il Carmelo ti eresse per trono,
porgi al mondo il segno salutare
di salvezza, di speme e d'amor.

Quando il limpido cielo scolora
ed il dubbio crudele ci assale,
brilla, o Madre, qual fulgida aurora
ad infranger l'incanto del male. Rit.

Nella prece ai tuoi piedi raccolti
al riparo d'insidie e d'errori,
ti diciamo con l'ansie dei volti
la cocente passione dei cuor. Rit.

E nel dolce candor d'un sorriso,
che dischiuda le labbra tue care
per noi aperto sarà il Paradiso
e cadranno le pene più amare. Rit.

Oppure:
Carméli ad altos vértices
gressus ferámus; ádvocat
nos Virgo Mater, grátiae
ditémur inde ut flóribus.

Illic Dei mirábilem
fas est tuéri glóriam;
firmántur illic péctora
robúrque dextris ádditur.

Hinc et fluénta próruunt,
erémus arens quae bibat;
quibus viréscant ínvia
deserta et almo grámine.

Almae Paréntis in fide
Carmélus est. Quid ámbigas?
Quocúmque Virgo réspicit,
divína abúndant múnera.

Parens honórans fíliam,
Matrémque adórnans Fílius,
sponsàmque comens Spíritus
laudétur usque Trínitas. Amen.

Oppure:
Carméli adórnans vérticem
tui sigíllo nóminis,
nos, Virgo, laeto réspice
vultu piae cleméntiae.

Tu veste qua nos cándidos
fecit lavácrum gratiae,
fac induamur iúgiter
puris niténtes moribus.

Per te sacráto fóedere
nos nectat ad se Fílius,
vivámus ut mystério
dilectiónis íntimae.

Mater regéntis sáecula,
regína cunctis ímperans,
munimen esto filiis
dolis ab hostis ímprobi.

Da, celsa Sponsa Spiritus,
nos caritatis aestibus
fervéere, quo secúrius
vitémus ignes víndices.

Quae fons es indulgéntiae,
portus salutis próvidus,
largíre quae nos róborent
saecli per artas sémitas.

Sit laus Patri cum Filio
et Spíritu Paràclito,
qui glóriae prae céteris
te luce complent cáelica. Amen.

Oppure:

Il passo dirigiamo:
la Madre su ci chiama
per arricchirci l'alma.

Vi si potrà mirare
di Dio la gloria vera:
il petto si rafforza,
prende vigore il braccio.

Scende dall'alto il fiume
che l'arido deserto
disseta in abbondanza
e dà copiosa messe.

Nutre il Carmel fiducia
nell'alma Madre ognora:
il dono si moltiplica
dov'Essa il guardo posa.

Sua Figlia il Padre onora
la Madre il Figlio adorna,
ricca la fa lo Spirito:
la Trinità si lodi. Amen.

INNO DI VESPROMentre la terra è tutta screpolata
e tra le zolle l'erba è già avvizzita,
all'alto del Carmelo sale Elia
per ascoltare la divina voce.

Tese le mani a supplice preghiera,
il sommo Dio scongiura con il pianto
perché dei figli ascolti la richiesta:
come ristoro scenda al fin la pioggia.

Ecco, una nube come piede umano
dal mare s'alza quasi d'improvviso:
s'oscura il cielo e tutto in un istante
l'asciutta terra viene ristorata.

Siamo noi quella messe disseccata,
Maria la nube carica di pioggia,
la rugiada di vita è il Salvatore
che s'è incarnato nel virgineo grembo.

O Trinità, donaci il tuo perdono,
facci salire al cielo per Maria,
perché con lei possiamo a te cantare
un canto eterno di perenne gloria. Amen.

domenica 15 luglio 2012

La certezza nell'ordinamento canonico e negli ordinamenti statuali

D. MATTEO DE MEO
"La certezza nell'ordinamento canonico e negli ordinamenti statuali" - Lucera, Palazzo di Giustizia - Aula Corte di Assiste - 2 5 2012 -

galateo

Ogni cosa a suo tempo

 
 
Stile e gesti corretti durante le celebrazioni e i riti: basta gaffe nella casa di Dio
Giacomo GaleazziCittà del Vaticano

Celebrazione Eucaristica
Niente più gaffe alla messa. Per evitare imbarazzi davanti all’altare occorre sapere quando genuflettersi, stare in piedi o uscire. Il segno della croce va fatto con l’acqua benedetta. Anche lo scambio del segno della pace è soggetto a regole e va fatto senza deambulare troppo per la chiesa ma scambiandolo con chi ci sta più vicino senza lasciare il proprio posto.

Dall’ingresso all’uscita in chiesa, niente deve essere affidato al caso. Cosa fare dunque prima di entrare nella casa di Dio? Smettere di parlare, prima regola.

Spegnere il cellulare, indicazione contemplata in qualunque luogo sacro. Terza regola: verificare che l’abbigliamento sia rispettoso del corpo “tempio dello Spirito Santo” e della casa di Dio. Una volta entrato, il fedele ha altre norme di condotta da rispettare. Visto che il segno della croce esprime la fede in Dio Trinità è bene che venga fatto con l'acqua benedetta perché richiama il Battesimo, nel quale si diventa figli di Dio. Al momento del sacramento dell’Eucarestia sarebbe meglio non ciondolare in mezzo alla navata ma ricercare il tabernacolo dove compiere un atto di adorazione con la genuflessione o almeno con un profondo inchino nei confronti di Cristo realmente presente. E qui occorre sostare in preghiera per qualche istante.

E’ facoltativa la preghiera davanti all’immagine della Madonna e dei santi. Accendere le candele in chiesa capita molto spesso anche a chi va non tanto per seguire la messa ma semplicemente per rivolgere una preghiera al Signore. Ebbene, a chi accende una candela va ricordato di non farlo così tanto per fare. Ciò che conta è accendere il cuore con la fede e con la preghiera. Va osservato sempre il silenzio, ma se c’è necessità impellente di parlare bisogna farlo sottovoce. Per partecipare alla Santa Messa almeno ogni domenica vanno rispettate alcune regole. Primo: puntualità. Non è educato interrompere il presule durante l'omelia. Al momento dei canti, anche se non si è intonati, per dimostrare la partecipazione attiva  è bene pregare e cantare, unendo la tua voce a quella degli altri, senza gridare. Passi se si è stonati, ma almeno occorre stare a tempo. Seduti, inginocchiati, è l'ora di alzarsi in piedi, quando uscire: spesso il fedele a messa sbaglia i tempi di queste azioni.

Occorre conoscere per filo e per segno in quali frangenti rimanere seduto, in quali inchinarsi; in quali ancora, se possibile, stare in ginocchio e quando è il momento di alzarsi. Bisogna evitare le comunioni inflazionate. Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore...mangia e beve la propria condanna. Dunque, prima di ricevere dal sacerdote l'ostia consacrata è necessario essere in grazia di Dio e previo digiuno di almeno un’ora.

Benedicat tibi Dominus



Benedizione a Frate Leone
Il Signore ti benedica e ti custodisca.
Mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te.

Volga a te il suo sguardo e ti dia pace.
Il Signore ti dia la sua grande benedizione


Benedicat tibi Dominus et custodiat te,
ostendat faciem suam tibi et misereatur
tui convertat vultum suum ad te
et det tibi pacem.
Dominus benedicat frater Leo, te
Benedicat, benedicat,
benedicat tibi Dominus
et custodiat te Frater Leo.

sabato 14 luglio 2012

Parce Mihi Domine

Parce mihi Domine





Parce mihi, Domine, nihil enim sunt dies mei.
Quid est homo, quia magnificas eum?
Aut quid apponis erga eum cor tuum?
Visitas eum diluculo et subito probas illum.
Usquequo non parcis mihi, nec dimittis me,
ut glutiam salivam meam?
Peccavi, quid faciam tibi, o custos hominum?
Quare posuisti me contrarium tibi, et factus sum mihimetispsi gravis?
Cur non tollis peccatum meum, et quare non aufers iniquitatem meam?
Ecce, nunc in pulvere dormiam, et si mane me quaesieris, non subsistam.

San Benedetto da Norcia

Festa di s. Benedetto: la sequenza "Laeta dies"

La sequenza benedettina per la festa del Padre dei monaci occidentali, san Benedetto da Norcia, patrono d'Europa. E' un testo alquanto recente, essendo apparso per la prima volta in un messale del 1506 appartenente alla Congregazione Cassinese. Descrive il santo abate paragonandolo ai grandi patriarchi dell'Antico Testamento, nuovo Abramo ricco di figli spirituali. Oltre al video con il canto, trovate anche il testo latino e una traduzione conoscitiva.
 



Laeta dies magni ducis,
dona ferens novae lucis,
hódie recólitur.

Charis datur piae menti:
corde sonet in ardénti
quidquid foris prómitur.

Hinc per callem Oriéntis
admirémur ascendéntis
Patriárchae spéciem.

Amplum semen magnae prolis
illum fecit instar solis
Abrahae persímilem,

Corvum cernis ministrántem,
hinc Elíam latitántem
specu nosce párvulo.

Elisaéus dignoscátur,
cum secúris revocátur
de torréntis álveo.

Illum Ioseph candor morum,
illum Iacob futurórum
mens effécit cónscia.

Ipse, memor suae gentis,
nos perdúcat in manéntis
semper Christi gáudia. Amen.
Giorno lieto, del gran condottiero Benedetto
giorno che porta doni di nuova luce,
oggi si festeggia.

La grazia è data  all’anima devota:
risuoni nel cuore ardente
quel che si esprime a parole.

Da qui contempliamo
mentre ascende al cielo per la via d’Oriente
la bellezza del Patriarca.

Seme largo di progenie
lo rese come un sole,
simile ad Abramo.

Vedi il corvo che lo serve
riconosci in lui Elia nascosto
nell'angusto speco.

Riconosci anche Eliseo
nel falcetto che riemerge
dall’alveo del torrente.

L’occhio interiore si è reso conto
che lui è Giuseppe di santi costumi,
lui è Giacobbe che vede il futuro.

E Benedetto, sempre memore dei suoi figli
ci guidi alla gioia
di Cristo che rimane in eterno. Amen.


Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz20cOlu3gn
http://www.cantualeantonianum.com

venerdì 13 luglio 2012

S. ILDERGARDA

Santa Ildegarda finalmente proclamata Santa

Sembra un titolo contraddittorio ma è proprio quello che Papa Benedetto ha fatto.
Il Papa ha esteso alla Chiesa Universale il culto liturgico in onore di Santa Ildegarda di Bingen, monaca benedettina tedesca vissuta nel dodicesimo secolo, iscrivendola nel catalogo dei Santi. La mistica tedesca Ildegarda era già venerata come Santa dalla Chiesa, anche se il processo di canonizzazione non era mai giunto a compimento: il Papa, che ora la iscrive ufficialmente nel catalogo dei Santi, le aveva dedicato due intense catechesi nel settembre del 2010.

Così la presenta il Martirologio Romano, in cui il suo nome già compare, nonostante la mancanza del sigillo papale arrivato solo oggi:
17 settembre: Nel monastero di Rupertsberg vicino a Bingen nell’Assia, in Germania, santa Ildegarda, vergine, che, esperta di scienze naturali, medicina e di musica, espose e descrisse piamente in alcuni libri le mistiche contemplazioni, di cui aveva avuto esperienza.

La grande badessa di Bingen (1098-1179), la più anticonformista e geniale delle monache del XII sec., giunge anche formalmente alla gloria degli altari, proprio mentre le attempate suore americane (ma non solo) sono nel bel mezzo di una disputa con il Vaticano, a proposito delle loro convinzioni di fede ed espressioni teologiche.

Anche Ildegarda ebbe non pochi contrasti con il clero della sua epoca, eppure già allora la Chiesa valutava con deferenza la sua cultura e la sua conoscenza mistica, tanto che la nostra monaca poteva corrispondere con San Bernardo di Chiaravalle, suo contemporaneo, e lo stesso papa Eugenio III leggeva gli scritti di lei e li citava in pubblico. Questa monaca si occupava non solo del Sacro Sapere, della teologia insomma (sia dogmatica che morale), ma pure di scienze naturali, di filosofia, poesia e soprattutto musica, lasciando alcune bellissime composizioni. Ma scrisse pure di medicina, e  - con una libertà che sconcerta chi pensa al cliché dell'oscuro medioevo - anche di fisiologia femminile.

Si definisce, nel titolo di una sua opera capitale: "Simplex Homo": semplice essere umano, non usava l'appellativo "mulier". Anzi talvolta usa l'aggettivo muliebre in senso spregiativo, ma questo è un portato della sua epoca che a volte lei stessa definisce un tempo debole ed effemminato. L'intero corpus degli scritti di Ildegarda di Bingen è conservato nel volume 179 della biblioteca del Migne, unica voce femminile incastonata in uno sterminato numero di tomi di autori maschili (trovate tutto online a questo link)
Compose pure un esorcismo, da far pronunciare a sette sacerdoti, che comunque non riuscirono nell'intento di liberare la povera Sigewize dal demone che la ottenebrava. Solo anni dopo, per le preghiere e i digiuni di Ildegarda, delle monache e monaci e laici della sua abbazia, finalmente la notte di Pasqua del 1169, dopo anni di tormenti, il demonio lascio la sventurata Sigewize, nel frattempo detenuta nell'abbazia stessa, e la donna liberata rimase poi, volontariamente, per il resto della vita, come conversa a Bingen.

Comunque sia, questa santa tedesca ha in comune con l'attuale papa germanico il desiderio della purificazione della Chiesa, lo splendore della sposa di Cristo troppo spesso contaminato da clero e laici che non aspirano alla gloria celeste quanto a quella mondana. Ildegarda vive e lavora fino a tarda età, continuando a sognare una Chiesa formata tutta di "corpi brillanti di purezza e anime di fuoco", come le sono apparsi in una visione; e liberata dall’inquinamento di altri cristiani che le sono pure apparsi: "corpi ripugnanti e anime infette"... I suoi Carmina contengono parecchie espressioni poetiche sulla Chiesa, e di sicuro piacciono a Benedetto: lui che si è definito "l'umile lavoratore nella Vigna del Signore", sa di certo che Santa Ildegarda vedeva "il fumo nella Vigna", fumo satanico da cacciare dalla Chiesa, sempre bisognosa di riforma e purificazione.

Di seguito una sequenza alla Vergine Maria: testo e musica della nuova, antica, Santa Ildegarda, composta dopo il 1140.



O Virga, ac diadema
Pupure regis
Que es en clausura tua
Sicut lorica.

Tu frondens floruisti
In alia vicissitudine
Quam Adam omne genus
Humanum produceret.

Ave, ave, de tuo ventre
Alia vita processit
Quam Adam filios suos
Denudaverat.

O Flos, tu non germinasti
De rore
Nec de gutis pluvie
Nec aer de super te volavit
Sed divina claritas
In nobilissima Virga
Te produxit.

O Virga, floriditatem tuam
Deus in prima dei
Creature sue previderat
Et de verbo suo
Auream materiam
O Laudabilis, Virgo fecit.

Un altro bellissimo canto di questa Santa musicista, corredato dalla visione del Codice che lo contiene:



Caritas abundat in omnia, de imis excellentissima super sidera, atque amantissima in omnia, quia summo Regi osculum pacis dedit.


Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz1uUUoLhMQ
http://www.cantualeantonianum.com

giovedì 12 luglio 2012

canone eucaristico

"Nel silenzio c'è il contatto col mistero!"

Il Canone e il silenzio: Ratzinger e Guéranger

Da: Rinascimento Sacro.
Una delle differenze più notevoli tra il nuovo rito della Messa e quello più antico, specialmente per quelli che vengono ad assistere al rito antico per la prima volta, è che molte delle preghiere che siamo abituati a sentir pronunciare ad alta voce si dicono sottovoce, soprattutto il Canone della Messa.

Nel suo libro “Lo Spirito della Liturgia” (1999), il Cardinale Ratzinger diceva:
“Non è proprio vero che il recitare tutta la Preghiera eucaristica ad alta voce e senza interruzioni sia un prerequisito per la partecipazione di tutti in questo atto centrale della Messa”.
Aveva già detto, nel 1978, che il Celebrante poteva dire le prime parole di ogni preghiera ad alta voce in modo che ognuno, nella propria preghiera interiore, potesse unire la preghiera personale alla preghiera comunale e la preghiera comunale a quella personale. (Nota poi che questo suggerimento dà fastidio a molti liturgisti.) Poi prosegue,
“Chi ha esperienza di una chiesa piena e unita nella preghiera silenziosa del Canone capisce cosa vuol dire il silenzio carico. È un grido forte e penetrante verso il Signore ed è insieme un atto di preghiera pieno di Spirito Santo. Così tutti pregano insieme il Canone, anche se devono sottostare al ministero sacerdotale”.
Nel suo libro Sulla Santa Messa, il Guéranger racconta un aneddoto che riguarda il Canone pregato in silenzio.

Nel ’600, gli eretici giansenisti cercarono di insinuare l’abuso di recitare il Canone della Messa ad alta voce. Ingannato dai loro imbrogli, il Cardinal de Bissy permise la stampa di una “R” nel Messale che aveva composto per la sua Diocesi, come pensavano di poter fare i vescovi francesi dell’epoca. La “R” rossa doveva dire ai fedeli di rispondere Amen quando era segnato così.

Ora, i fedeli possono rispondere solo alle preghiere che si sentono. Ne segue necessariamente, dunque, la recita del Canone ad alta voce, proprio come volevano quei giansenisti. Fortunatamente, si attirò subito l’attenzione del grande pubblico a tale pericolosa innovazione e si levarono alte grida di protesta cosicché il Cardinal de Bissy stesso dovette sopprimere i propri Messali.

L’osservazione di Guéranger non riguarda solo l’osservazione della legge liturgica o l’evitare una cosa che si associava ai giansenisti. (Sarebbe molto interessante capire perché i giansenisti insistevano tanto sulla recita ad alta voce del Canone, contrariamente al Concilio lateranense IV.)

Commentando le parole della Messa dopo il Sanctus, scriveva:
“Dopo queste parole, inizia il Canone, la preghiera mistica durante la quale i cieli si chinano alla terra e Dio scende a noi. La voce del Celebrante non s’ode più; financo sull’Altare tutto tace. Fu così, dice il Libro della Sapienza che, mentre la notte era a metà del suo corso, la parola onnipotente scese dal suo trono regale (Sapienza 18, 14, 15). AspettiamoLo con cotanto silenzio e fissiamo il guardo in quello che fa il Celebrante nel luogo sacro”.
Ho già suggerito che la riforma liturgica al giorno d’oggi si può compiere meglio permettendo certe prassi liturgiche tradizionali che non condannando certi abusi. Le condanne sono pur sempre importanti: anche se sono quasi sempre ignorate, i sacerdoti obbedienti hanno almeno un’autorità alla quale fare riferimento. Se invece si desse il permesso di dire Messa con il Canone sottovoce, sarebbe un’occasione d’oro per presentare ai fedeli l’idea della partecipazione vera, come una cosa per la quale non sia necessaria né sufficiente l’attività esterna.

© 2006 The hermeneutic of Continuity - trad.di T.M. (il traduttore richiede una preghiera per lui a S. Giuseppe)

d. Timothy Finigan *

* Don Timothy Finigan è parroco della Madonna del Ss.mo Rosario di Blackfen a Londra. Celebra la Messa di sempre già dal 2003 e cura il blog The hermeneutic of Continuity. L’articolo risale al 2006, prima dell’uscita del Summorum Pontificum

Liturgia TRADICAMP2010

pro multis

"Per molti e per tutti": editoriale di p. Lombardi sulla lettera del Papa ai vescovi tedeschi

Hic est enim calix Sanguinis mei, Novi et Aeterni Testamenti,
qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum
P. Lombardi, per il programma "Octava dies", ha rilanciato il tema della Lettera di Benedetto XVI all'Arcivescovo Presidente e alla Conferenza episcopale della sua terra natia, epistola che ha come oggetto la traduzione delle parole della consacrazione del Sangue di Cristo. Tutti sappiamo che il Papa sta spingendo fortemente verso il ripristino di una più letterale traduzione dei testi liturgici, e nella lettera spiega i motivi di questa generale preferenza e in particolare la necessità di tradurre più fedelmente (alla lettera, senza interpretazioni teologiche) l'espressione "pro multis" delle parole consacratorie.
In attesa che il sito Vaticano (o l'Osservatore o qualche traduttore di buona volontà) ci offra una versione dal tedesco all'italiano della missiva papale [per ora c'è in originale tedesco, anche se circolano nella Rete alcune traduzioni non ufficiali in spagnolo e inglese.], leggiamo le parole del direttore della Radio Vaticana e della Sala Stampa (vedi qui la fonte, a cui ho aggiunto solo qualche sottolineatura):

"Per molti e per tutti": il Papa chiarisce le parole della Messa. Il commento di padre Lombardi
Che cosa ha fatto il Papa a Castelgandolfo nella settimana dopo la Pasqua? Ha preso carta e penna e ha scritto nella sua lingua una lettera un po’ speciale, diretta ai vescovi tedeschi, che pochi giorni dopo l’hanno pubblicata. Riguarda la traduzione delle parole della consacrazione del calice del sangue del Signore nel corso della messa. La traduzione “per molti”, più fedele al testo biblico, va preferita a “per tutti”, che intendeva rendere più esplicita l’universalità della salvezza portata da Cristo.

Qualcuno penserà che il tema sia solo per raffinati specialisti. In realtà permette di capire che cosa è importante per il Papa e con quale atteggiamento spirituale egli lo affronti. Per il Papa le parole dell’istituzione dell’Eucarestia sono assolutamente fondamentali, siamo al cuore della vita della Chiesa. Con il “per molti”, Gesù si identifica con il Servo di Jahwé annunciato dal profeta Isaia; ripetendo queste parole esprimiamo quindi meglio una duplice fedeltà: la nostra fedeltà alla parola di Gesù, e la fedeltà di Gesù alla parola della Scrittura. Il fatto che Gesù sia morto per la salvezza di tutti è fuori da ogni dubbio, quindi è compito di una buona catechesi spiegarlo ai fedeli, ma spiegare allo stesso tempo il significato profondo delle parole dell’istituzione dell’Eucaristia.

Il Signore si offre “per voi e per molti”: ci sentiamo direttamente coinvolti e nella gratitudine diventiamo responsabili della salvezza promessa a tutti. Il Papa – che già aveva trattato di questo nel suo libro su Gesù - ci dona ora un esempio profondo e affascinante di catechesi su alcune delle parole più importanti della fede cristiana. Una lezione di amore e di rispetto vissuto per la Parola di Dio, di riflessione teologica e spirituale altissima ed essenziale, per vivere con più profondità l’Eucaristia. Il Papa termina dicendo che nell’Anno della fede dobbiamo impegnarci in questa direzione. Speriamo di farlo per davvero.

Se, dunque, qualcuno può indicarci come leggere la lettera del Papa in traduzione, non esiti a postare dove trovarla nei commenti o via email. Grazie.


PS. Per chi è interessato ad un approfondimento e a qualche restroscena, consiglio un articolo interessante e ben fatto di Gianni Valente su Vatican Insider: L’intervento di Benedetto XVI sulla formula di consacrazione del vino durante la messa chiude una disputa sotterranea che ha diviso i vescovi


Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz1tQJ4Ghwb
http://www.cantualeantonianum.com

mercoledì 11 luglio 2012

debito pubblico

La Norvegia non ha debito pubblico.

Come mai?

di Edoardo Capuano



La Norvegia non ha debito pubblico, per svariate ragioni che ora vi esporrò.
Il motivo principale però resta principalmente uno ed uno solo: non ha aderito al sistema schiavista della moneta debito e, udite udite,la sua banca centrale è una delle ultime in Europa in mano ad uno stato.
Insomma la sintetizzo così: una sola moneta, la Corona, una sola banca. E tutto quanto statale.
La Banca Centrale Norvegese non solo è rimasta una delle ultime banche europee controllate dallo Stato, e non dai banchieri Privati, ma gestisce perfino il Fondo Pensioni norvegese in attivo,un altro miracolo specie in tempi di crisi!
 
Ed è per questi fatti che la Norges Bank non vuole far parte del sistema Euro. Ovviamente non sono scemi i Norvegesi.
Beati loro… Ma vediamo gli altri punti di forza che fanno della Norvegia un paese simbolo da emulare:
Non ha aderito all’euro. La moneta Norvegese è la Corona. E l’avevamo detto.
Non ha privatizzato le aziende energetiche – petrolio (Statoil), energia idroelettrica (Statkraft), alluminio (Norsk Hydro),
la principale banca del paese (DnB NOR), e le telecomunicazioni (Telenor).
Qui da noi invece, la legge 111 del 15 luglio permette la dismissione del capitale pubblico!
E visti i precedenti, Iri ad esempio, non c’è da star tranquilli…
Circa il 30% di tutte le aziende quotate alla borsa di Oslo è statale.
I titoli di stato rendono il 6,75% netto ai risparmiatori.

Pur essendo il principale produttore di petrolio europeo, non fa parte dell’OPEC. (Per la cronaca, l’Italia è il secondo produttore europeo e in Basilicata è stato individuato il più grande giacimento d’Europa su terraferma).
Tornando alla Norvegia, spulciando un attimo si scopre che il petrolio del paese è controllato dal governo tramite i maggiori operatori come il 62% in Statoil nel 2007, la controllata statale al 100% Petoro, e SDFI, oltre al controllo delle licenze di esplorazione e produzione. Una sorta di ENI alla Mattei, prima del fatale “incidente”.
Poi se spulciate ancora un altro po’ sai che potreste scoprire?
Non ci crederete ma la Norvegia ha fondato un Fondo Pensioni Sovrano nel 1995 per ridistribuire i proventi del petrolio, del fisco, dei dividendi, delle cessioni e delle royalties.

Ahhh! E noi non potremmo fare lo stesso dato che l’Italia è il secondo produttore europeo e in Basilicata è stato individuato il più grande giacimento d’Europa su terraferma?
Ovviamente si, manca la materia prima che prenda le decisione.. Comunque alzo proprio le mani….
Perché questi Norvegesi sono davvero forti. E mica si sognano di privatizzare l’acqua o la raccolta dei rifiuti, come vorrebbero fare i nostri politici…
Vedete, la scusa del debito pubblico legata ai costi dello stato è una SCUSA! Il problema è la moneta debito..
Ed è così evidente specie ora che vi cito un altro dato: la Norvegia ha un avanzo di bilancio statale del 10%, mentre noi, che abbiamo privatizzato quasi tutto, abbiamo un debito pubblico pari al 119% del nostro PIL…
Finisce qui? Ma manco per sogno! Proseguiamo! C’è da segnalare che la Norges Bank è la prima banca Centrale in assoluto ad aver citato in giudizio nel 2009 per truffa sui derivati la City Group, il più grande gruppo d’affari del Mondo. Immaginiamoci gli esiti delle sentenze che il Tribunale amministrativo di Stato norvegese dovrebbe emettere…
Va poi ricordato che il Governo norvegese ha firmato qualche mese fa un importante Trattato con accordi del confine acqueo nel Mare del Nord con la Federazione Russa, al fine di un congiunto sfruttamento gas-petrolifero, escludendo di fatto le “7 sorelle” multinazionali globali, storicamente “coinvolte” in tali frangenti e rappresentanti gli interessi primari di Canada e USA, ovviamente contrarie a tale accordo.
Sottolineo poi che la Norvegia dopo un iniziale appoggio ha ritirato le truppe dalla Libia,aggiungendo alla Nato un’ulteriore difficoltà “politica”.
Il Governo norvegese è stato il primo ad aver evidenziato un futuro riconoscimento della Palestina come Stato sollevando molti consensi ma anche dure e aspre critiche.

Dopo aver elencato così tanti aspetti positivi della Norvegia viene naturale chiedersi:
ma se l’Italia fosse come la Norvegia monetariamente sovrana cioè fuori dall’euro?

E se non fosse trivellata da cima a fondo da multinazionali estere e/o finanziarie per i suoi giacimenti di idrocarburi, i secondi per ordine di importanza in Europa?
E se per le nostre preziose risorse elettriche non fosse sfruttata da scatole cinesi della multinazionale di stato francese EDF?

E se le nostre risorse idriche, tra le maggiori al mondo, non fossero in mano alle multinazionali dell’acqua in bottiglia tipo Nestlé, e dai due colossi francorotti Suez Gaz de France e Veolia?
E se i proventi di dette risorse pubbliche li gestissimo per ridistribuirli al popolo come nei paesi dove esiste un social welfare?
Avremmo un debito pubblico inesistente come la Norvegia?

L' Eremo di Montezago - Incontro con padre Devis Rocco

lunedì 9 luglio 2012

persecuzione dei cristiani

Introvigne: "In Nigeria stragi senze fine. L'Europa si muova"

La denuncia del coordinatore dell’Osservatorio della Libertà Religiosa dopo l'ennesima domenica di sangue nel paese africano
 
Nigeria in fiamme«Una strage annunciata». Così il sociologo Massimo Introvigne, coordinatore dell’Osservatorio della Libertà Religiosa istituito il mese scorso dalla Farnesina, definisce quella dell’ultimo weekend nello Stato nigeriano del Plateau, con attacchi a nove villaggi cristiani che hanno fatto almeno novanta morti.

«Dall’inizio dell’anno ogni domenica in Nigeria si ripete un rito osceno e macabro in cui i cristiani che vanno in chiesa sono massacrati dal movimento ultra-fondamentalista islamico Boko Haram e dai suoi complici. I morti nel 2012 sono più di seicento, quelli uccisi negli ultimi dodici anni oltre diecimila», afferma.
  
«Il tempo delle belle parole - insiste Introvigne - è scaduto. Anzi, continuando a non reagire rischiamo tutti di abituarci all’orrore e di vedere queste notizie scivolare nelle pagine interne dei giornali». Che cosa si può fare, allora?

«Anzitutto - risponde il coordinatore dell’Osservatorio - aiutare le forze di sicurezza nigeriane, che non ce la fanno da sole. La missione italiana della settimana scorsa in Nigeria, guidata dall’inviata speciale per le emergenze umanitarie del Ministero degli Esteri Margherita Boniver, ha indicato la retta via da percorrere con la proposta di collaborazione bilaterale in materia di sicurezza, che il nostro Osservatorio s’incaricherà di far conoscere e approfondire. Ma l’Italia da sola non basta, deve muoversi l’Europa».

«Occorre poi rendersi conto - conclude - che l’emergenza non è nigeriana ma continentale. L’Unione Africana e le altre organizzazioni internazionali devono prendere atto che la strage di cristiani in Africa è una delle grandi emergenze umanitarie del secolo, e lavorare a una strategia regionale che isoli, in maniera forte, e colpisca le centrali ideologiche e militari del terrorismo anti-cristiano. A partire dalle regioni del Nord del Mali, di fatto controllate da al-Qaida, e da una buona metà della Somalia, dove lo Stato non esiste. Il Mali e la Somalia non sono problemi locali, perchè da queste zone franché del terrore partono armi e odio che colpiscono i cristiani in tutto il continente»

celibato

La grazia di non sposarsi


Bella riflessione di fr. Filippo M. sul blog di Costanza 

La nota è molto lunga, quindi la dividerò in due parti.
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Innanzitutto va detto con franchezza che il celibato è in se stesso dottrina ecclesiastica e non viene direttamente dalla Rivelazione, sebbene infatti sia Paolo che Gesù lo raccomandino tuttavia non si sono mai sognati di renderlo obbligatorio per chicchessia, questo però significa che fin dall’inizio della storia della Chiesa ci sono stati uomini e donne che hanno scelto la “verginità per il Regno”. All’incirca intorno all’anno 1000 la Chiesa ha cominciato a scegliere i suoi preti solo tra coloro che avevano questa vocazione alla verginità. Il Concilio di Trento ha poi reso irreversibile questa scelta, facendone una legge ecclesiastica.
Si deve notare quindi innanzitutto che è improprio dire che la Chiesa impone il celibato ai sacerdoti, quanto piuttosto che li sceglie tra coloro che sono chiamati al celibato. Non è una questione di lana caprina, ma una differenza di impostazione sostanziale, ovvero: il dono della verginità (perché di un dono si tratta come vedremo tra poco) precede quello del sacerdozio e ne è in certo modo un presupposto. Uno dei motivi per cui l’aspirante passa 5 o 6 anni in seminario prima di essere ordinato è proprio per verificare se ha effettivamente questo dono.
Dunque la verginità è un dono, è un dono perché è soprannaturale. È infatti al di là della natura astenersi non solo dall’esercizio della sessualità ma soprattutto dalla generazione (vi assicuro che superate le tempeste ormonali della giovinezza questo secondo aspetto pesa assai di più) e conservarsi equilibrati e sereni nei propri rapporti umani, tuttavia non deve scandalizzare il fatto che la Chiesa domandi a quelli che devono ufficialmente rappresentarla di vivere al di sopra della natura umana, non siamo forse tutti chiamati a trascendere la nostra natura, ad essere “più che umani” in un certo senso? Non è pieno il Vangelo di esigenze che vanno al di là della natura (dal perdono delle offese, all’amore al nemico al non cercare il proprio interesse)?
Ma soprattutto la verginità è un dono per ciò che produce nell’animo di chi la esercita. Premetto innanzitutto che non è da intendere in senso soltanto fisico, esiste una verginità del cuore di cui la verginità fisica è il presupposto, ma che di questa è la vera sostanza, per capirci non vivrebbe la verginità colui che pur astenendosi dal contatto fisico si consumasse di desiderio. Ora questa verginità del cuore produce nell’animo di chi la vive una libertà sorprendente (che i santi chiamano “la santa indifferenza”) una capacità cioè di trascendere i propri desideri, di liberarsi di essi, per guardare solo all’oggettivo, a ciò che è, di concentrarsi interamente ed esclusivamente sulla propria missione. Essere vergini significa esistere solo per la propria vocazione, diventando così affilati come una lama, precisi come un rasoio, attenti ad una cosa sola. Per dirla con le parole di Von Balthasar, vergine è colui nel quale “funzione ed essenza coincidono”.
Ma c’è di più di questo, la verginità infatti consente un rapporto con Dio infinitamente intimo. Il vergine percepisce Dio come il suo sposo/a e trae dall’intimità con Lui quella pienezza affettiva che si è negato con il matrimonio. Questo non vuol dire ovviamente che gli sposati non possono pregare, ma solo che la natura del rapporto con Dio è differente.
Evidentemente un dono simile non è gratuito, nel senso che il sacerdote nella sua vita lo paga e a caro prezzo, il sacerdote più del religioso, perché i conventi offrono una serie di strutture e regole che hanno precisamente la funzione di aiutare a vivere la vocazione alla verginità. Il prezzo che paghiamo è quello di una sofferenza continua, è un po’ come avere una ferita sempre aperta, una solitudine che morde specialmente nei momenti difficili della vita (un lutto, una malattia) quando è più naturale sentire il desiderio di una persona accanto, ma anche la sera prima di andare a dormire o la mattina al risveglio e tuttavia l’esperienza che facciamo è che questa sofferenza è continuamente mutata in tenerezza. Dalla ferita che ci scava il cuore scaturisce una fonte, se abbiamo il coraggio di non richiuderla e di non farla cicatrizzare.
Proprio perché conosco bene questa fatica e questa sofferenza non mi permetterò mai di giudicare o condannare chi non ce la fa, i sacerdoti che cedono hanno tutta la mia comprensione e il mio affetto e tuttavia questo non può portarmi a negare gli immensi benefici che dalla pratica del celibato ecclesiastico derivano sia alla vita del prete (come già detto) sia alla vita della Chiesa. Non sono pochi infatti quelli che si chiedono se questo prezzo non sia troppo alto (più tra i laici che tra i sacerdoti in verità) e se non ne siano venute meno le ragioni storiche. A questo proposito vorrei quindi far notare la convenienza del celibato, non solo per le motivazioni spirituali che ho già portato ma anche per una serie di considerazioni pastorali e pratiche.
Innanzitutto penso che il celibato è particolarmente opportuno proprio in un tempo come questo, dove il sesso sembra essere diventato una forza così onnipervasiva e totalizzante da essere quasi divinizzato, dove la pubblicità vorrebbe farci vivere in uno stato di continua eccitazione, quasi che dovessimo avere una erezione permanente, dove i vizi più o meno pubblici vengono giustificati con un’alzata di spalle dicendo “in fondo è umano”, è fondamentale che ci siano uomini e donne che invece hanno il coraggio di testimoniare con la propria vita che il sesso non è tutto, che si può rimanere persone equilibrate e serene anche nell’astinenza. E’ una vera funzione profetica, un attacco diretto al più grande idolo del nostro tempo (Priapo più che Venere). Credo quindi che sarebbe un gravissimo errore da parte della Chiesa “abbassare il prezzo” e rinunciare a questa profezia.
Molte volte sento dire che per evitare il rischio di coinvolgersi in certi scandali e situazioni grottesche (pedofilia etc.) Sarebbe bene che i preti si sposassero. Ora, a parte il fatto che le statistiche sulla pedofilia confermano che non c’è affatto un’incidenza maggiore di questo vizio nei preti rispetto ad altre categorie che pure si occupano di bambini (insegnanti, allenatori etc.), io non credo affatto che la soluzione di un problema personale possa essere l’abbassamento del proprio obiettivo esistenziale, è cattiva psicologia questa. Del resto le statistiche sui pastori protestanti (che vengono spesso portati ad esempio in questa discussione) provano che il matrimonio non diminuisce affatto le tensioni a cui un pastore è sottoposto, anzi, semmai ne pongono di nuove e diverse, ho amici pastori che tutto sommato mi invidiano la mia condizione di celibe. Lo sapevate che il 40% dei pastori protestanti divorziano? Ve lo immaginate che cosa potrebbe succedere se accadesse la stessa cosa nella Chiesa cattolica?
Si sente altresì dire che se venisse tolto l’obbligo del celibato avremmo più vocazioni, ammesso e non concesso, io non credo che il problema maggiore della Chiesa sia la scarsità dei sacerdoti, sono pochi è vero, ma per risolvere questo problema basterebbe ridisegnarne il ruolo e la funzione. Non credo che abbiamo bisogno di più preti, ma semmai di preti più santi.
Da ultimo una piccola considerazione su come vivere oggi questo dono. È chiaro che un prete in parrocchia non può isolarsi dal mondo femminile, non può per la sua missione (almeno il 70% delle persone che frequentano ordinariamente le nostre chiese sono donne) e soprattutto sarebbe anzi controproducente, finirebbe con l’innescare in lui quella morbosità del desiderio che come ho detto sopra è lontana dalla verginità quanto la satiriasi.
Al contrario io penso che sia importantissimo per vivere in maniera equilibrata il celibato (almeno per noi che viviamo in parrocchia e quindi nel mondo), avere buone amicizie femminili, ricordo la sorpresa di una webamica quando alcuni mesi fa proponendole di incontrarci personalmente l’ho invitata a cena, era così sbalordita che mi fece sorridere, evidentemente come donna non poteva immaginare di avere un rapporto normale con un prete, si chiedeva perfino se mi fosse possibile…
Il celibato per noi preti secolari quindi non consisterà nel chiudersi in una impenetrabile torre d’avorio senza comunicare a nessuno la nostra affettività, ma al contrario in una verginità del cuore che ci permette di rischiarci ogni giorno nei rapporti umani, di “abbracciare senza voler tenere” le donne che incontriamo.
Sì, il celibato non è per persone anaffettive, per i polli freddi, ma per uomini e donne che sanno amare davvero e tuttavia avendo rinunciato a se stessi vivono in un dono continuo.



Parlando del celibato mi sono trovato inevitabilmente a parlare della solitudine, perché le due cose sono inestricabilmente intrecciate. Però quello della solitudine è un tema importante, che merita una trattazione a parte, anche perché apre la porta a molte altre considerazioni perché in fondo quello del celibato è un caso particolare di una dimensione più vasta che è quella del rapporto del prete con il mondo.
Innanzitutto distinguiamo, c’è solitudine e solitudine, l’inglese ha due parole diverse per indicare due diverse forme di solitudine, la loneliness, e la solitude, che potremmo forse tradurre, con un brutto neologismo, “solitarietà”. È diverso infatti essere soli o essere solitari, la prima condizione è subita, la seconda è una scelta, la prima è un peso a volte insopportabile, la seconda è un indispensabile rientrare in se stessi per riscoprire in Dio le ragioni delle proprie scelte e la intima forza che ci guida.
Ora, mentre il monaco ha per vocazione la solitudine (la parola monacus significa appunto solitario), tanto da dire con S. Bernardo “O beata solitudo, o sola beatitudo”, il prete al contrario è uomo per gli altri, il suo scopo è quindi essere in mezzo agli uomini, non per nulla “parrocchia” viene dal greco parà oikia (vicino alle case), egli certamente deve conoscere la “beata solitudo” di Bernardo, ma non potrebbe mai dire che è la sua “sola beatitudo”.
Ora, guardando a tanti miei confratelli devo dire sinceramente che spesso questa tensione tra loneliness e solitude in molti di noi resta irrisolta, vedo tanti preti che sembrano incapaci di stare in mezzo alla gente, quasi che abbiano paura di contaminare la loro solitude.
Ci sono anche ragioni storiche per questo, quando il Concilio di Trento istituì i seminari per rimediare alla drammatica carenza di formazione del clero l’unica spiritualità disponibile era quella monastica, e così per secoli i preti si sono formati studiando testi nati in ambiente monastico e scritti per i monaci; è chiaro che insieme ad un immenso amore per Dio da essi hanno imparato il disprezzo del mondo e di tutto ciò che è terreno, cosa che va benissimo per un monaco, ma difficilmente è conciliabile con la vita di chi ha scelto di essere parà oikia.
Non poteva essere diverso prima del Vaticano II, perché non esisteva una spiritualità “secolare”, non era ancora entrata nella “mens ecclesiae” l’idea che il mondo non fosse cattivo di per sé, ma potesse essere un luogo di santità. Ma oggi, avendo visto l’esperienza degli istituti secolari e dei movimenti, non potrebbe essere possibile ripensare tutto il nostro rapporto con ciò che chiamiamo “mondo”? Non potrebbero essere Charles de Foucauld e Lazzati, Chiara Lubich e Kiko Arguello, Escrivà e don Giussani, i riferimenti formativi nei seminari, più che S. Teresa e S. Giovanni della Croce? Non voglio dire che i classici andrebbero abbandonati, certamente non come riferimento ideale e tensione profonda, voglio solo dire che le modalità di una spiritualità monastica sono di fatto impossibili a chi vive nel mondo, come un prete in parrocchia. Il palpabile disagio dei religiosi che fanno vita in parrocchia, costretti spesso a scegliere tra la fedeltà alla regola e la fedeltà al ministero, è un buon segno di questo.
Penso soprattutto al primo paragrafo della GS quando dice “Nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei discepoli (di Cristo)”. Penso alla memorabile allocuzione di Paolo VI a conclusione della quarta sessione. Penso a Gesù, sommo sacerdote, scelto tra gli uomini per il bene degli uomini nelle cose di Dio. Penso al Padre, che ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio. Questo amore per il mondo è il vero fondamento del sacerdozio secolare.
Troppo spesso noi stiamo di fronte al mondo con paura anziché con speranza, il mondo è pericoloso in verità solo per chi porta con sé il pericolo, per chi, non avendo risolto le sue tensioni interiori, i suoi conflitti di identità, al confrontarsi con la realtà vede andare in pezzi le sue certezze, ma la risposta a questa fragilità non può certo essere la fuga o l’isolamento.
A restare in superficie del resto il mondo può apparire arido e freddo e generalmente lo è per tutti, credenti o no, difficilmente esso si presenta come un luogo ospitale in sé e quindi la tentazione della fuga mundi oggi conosce forme più aggiornate, a volte anche le nostre comunità o i nostri movimenti possono essere isole serene in cui cercare riparo dalla durezza del mondo, così come un certo tradizionalismo anacronistico.
Invece il campo è il mondo (Mt. 13,38), è il campo in cui è nascosto il tesoro del Regno, in cui cresce con la zizannia anche il buon grano, se quindi accettiamo di fare la fatica di non fermarci alla dura scorza delle esperienze quotidiane, se accettiamo la provocazione di scendere nelle profondità delle cose allora troveremo il tesoro prezioso. Sì, tutto è riflesso del Verbo, non c’è atto autenticamente umano che possa prescindere dall’essere l’uomo immagine e somiglianza di Dio, non c’è quindi atto autenticamente umano che non sia in qualche modo divino.
Si tratta di vivere ogni rapporto, ogni incontro, ogni relazione riconducendola alla radice, riportare ogni cosa e persona allo sguardo di amore del Creatore che guardandola uscire dalle sue mani ha detto: “è cosa buona”.
Quanto ha bisogno di questo il nostro tempo! Quanto ha bisogno ad esempio di sentirsi dire che il corpo è cosa buona, che in ogni uomo e in ogni donna giace un valore infinito, che la sessualità non è una cosa sporca ed egoista in sé. Noi viviamo in una cultura che vorrebbe insegnarci che tutto è sporco, la politica, l’economia, il sesso, la vita, l’amicizia…. “Tutto è impuro” è il grande grido che attraversa il mondo, grido di dolore nei deboli, nei semplici, soprattutto in tanti giovani che ho incontrato e accompagnato nei primi passi di vita nello Spirito, grido di guerra invece per tanti astuti mercanti che vogliono servirsi di questa impurità per estirpare dal cuore dell’uomo il sogno della nobiltà e della grandezza a cui è destinato. Se tutto è impuro allora tutto ha un prezzo, tutto può essere comprato e venduto, ma quindi più nulla ha valore in sé, se non per l’utile che ne ricavo, nulla è più degno in sé, e tutto diventa grigia ed indistinta merce.
Ecco allora la sfida di una spiritualità secolare, riconsacrare il mondo, non come se si aggiungesse al mondo qualcosa dall’esterno, ma piuttosto riscoprendone la intima e propria bellezza, restituendo a tutto ciò che è umano la dignità perduta. La sfida di una spiritualità secolare sta nel dire che non c’è nulla di profano in sé, ma tutto è consacrabile. Attenzione non “tutto è sacro”, dire questo di fronte ai tanti orrori di cui è capace l’uomo sarebbe follia, ma “tutto è consacrabile”, ovvero tutto è riconducibile alla sua fonte originaria, all’Amore Creatore che vuole e sostiene ogni cosa.
Di fatto, a partire dai tre voti, tutta la spiritualità sacerdotale va ripensata radicalmente per chi vive in parrocchia. Come potrebbe vivere un’obbedienza in stile monastico un parroco che nel migliore dei casi riesce a parlare con il suo vescovo due volte in un anno? È chiaro che nel suo caso l’obbedienza dovrà assumere la forma di una intelligente corresponsabilità.
E non è del tutto evidente che va profondamente ripensato lo stile del celibato? Certamente un parroco non può vivere il suo celibato nell’isolamento, né è pensabile che possa non rapportarsi in modo anche affettivo con tutte le donne che incontra. Come osserva Giovanni Paolo II nella lettera ai sacerdoti del Giovedì santo 1995 una serena ed equilibrata amicizia femminile è probabilmente il miglior aiuto alla vita celibataria.
E infine la povertà. Certamente il parroco deve per ragioni d’ufficio maneggiare denaro ed anche possedere personalmente taluni beni, spesso utilissimi per il ministero. Quanto sarebbe più utile insegnare ai seminaristi le basi di un’amministrazione semplice e sobria, piuttosto che riempirgli la testa di ideali inapplicabili, che poi, proprio perché troppo elevati, vengono subito abbandonati! Questo del rapporto con il denaro mi sembra essere il punto più dolente della nostra formazione. A volte vedo che i nostri preti vivono una sorta di sorprendente schizofrenia. Non di rado accade di vedere sacerdoti anche di grande spiritualità e santità personale che quando si tratta di maneggiare denaro diventano (magari in nome di un fine santo) di un cinismo sorprendente e manifestano una disinvoltura che non di rado sfiora l’immoralità e l’illegalità.
L’ultimo punto fondamentale mi sembra essere quello del linguaggio. Un amico missionario mi diceva tempo fa che prima di poter annunciare il Vangelo occorrono anni per imparare la mentalità, la lingua, la cultura della gente del posto dove si vive. E non sarà la stessa cosa anche per noi? Anche questa è incarnazione.
Anche nella Chiesa sembriamo a volte parlare un linguaggio che alla maggior parte delle persone risulta incomprensibile. Ci capiamo tra noi e ci battiamo le mani da soli, ma chi vive nel mondo giudica i nostri discorsi o come eterei sogni e utopie o semplicemente se ne disinteressa. Raramente riusciamo ad essere davvero incisivi e quando lo siamo, di solito lo siamo su un livello solo sentimentale, che non ha il potere di incidere davvero sulla realtà.
Del resto credo che sia al pastore che spetta il compito di capire il gregge e di cercarlo e non viceversa.
Ricordo l’allocuzione di chiusura del Concilio, quando Paolo VI ha parlato della simpatia con cui il Concilio aveva guardato il mondo. Questa simpatia è ciò di cui più di tutto abbiamo bisogno, perché certo non potremo capire il linguaggio del mondo se non partiamo innanzitutto dalla stima per esso e per le persone che in esso vivono.
Per imparare il linguaggio del mondo i preti hanno bisogno di vivere l’amicizia con i laici, ecco perché guardo con una certa diffidenza i tentativi di superare la solitudine dei sacerdoti creando associazioni sacerdotali o spingendo i presbiteri ad incontrarsi tra loro, come avviene nei corsi di formazione permanente organizzati dal Vicariato (che del resto già la PO auspicava), non che siano cose cattive in sé, ma mi pare che non risolvono il problema e che rischiano ancora una volta di creare una mentalità da casta.
Mi pare molto più utile e sano che il prete viva le sue amicizie serenamente con il mondo laicale, magari con due o tre coppie sposate, che potrebbero aiutarlo molto di più a comprendere cosa è la vita in famiglia e nel mondo del lavoro di tanti trattati e incontri di pastorale.
dopo aver parlato della loneliness manca ancora una terza parte in cui parlare della solitude, datemi un po’ di tempo…