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sabato 9 luglio 2016

Uno va a confessarsi ...

ma Chi glielo fa fare?


"...Uno va a confessarsi o parla semplicemente in privato con un sacerdote...
Uno di quei sacerdoti non più ventenni, con un libro vicino (la Bibbia? qualche commentario?).. è lì vestito come Dio comanda, fa caldo ... tutto il pomeriggio a rompersi le palle, direi io, e ad aspettare penitenti, a pregare questo Dio che sembra spesso così lontano.


Uno esce e, anche parlando solo da un punto di vista terreno-terreno, si domanda:
"Ma quest'uomo mi ha dedicato del suo tempo, senza farmi pagare un euro, e mi ha ascoltato. Ha voluto aiutarmi. Potrebbe fare altro. Io non lo farei per tutto l'oro del mondo".

Ecco, io tutta questa chiesa senza misericordia NON l'ho mai vista, neanche quando ero ateo e andavo lì a scassare con le domande più assurde (ateo sì, ma sempre scassapalle, perché ero curioso di capire 'sta gente che fa 'ste scelte.. ero curioso di capire cosa avevano da dire, Chi avevano incontrato, visto che mi parlavano di avere incontrato Qualcuno).

Mi sono domandato cosa accadrebbe se TUTTI i sacerdoti proclamassero un bello sciopero: cosa ne sarebbe dei poveri, degli ultimi? Cosa accadrebbe in una Milano che trova riposo salutare solo grazie alla presenza di sacerdoti così, una Milano fatta di molta gente che critica la chiesa ma poi "sfrutta" gli oratori per parcheggiare al sicuro ragazzi vivaci o per avere un buon consulto psicologico gratis?

Chi glielo fa fare a un sacerdote di prepararsi un'omelia, se tanto poi saprà che pochi l'ascolteranno, ancor meno la capiranno, quasi tutti avranno da ridire?
Chi glielo fa fare a un sacerdote, fosse anche il papa, di inimicarsi la gente raccontando cose difficili da realizzare e che cozzano contro la mentalità comune? Non converrebbe tacerle e fare un po' di sano business?
Ecco, io 'sta cosa me la sono sempre domandata.

Intra-vedo cosa (meglio: Chi) questi sacerdoti hanno trovato, e quando penso che ogni giorno questa gente è sotto attacco (fisico o morale), non posso che farmi qualche domanda, e alla fine arrendermi alla GRATITUDINE per questa Chiesa, che sarà sempre fatta anche di peccatori, ma se fosse fatta da gente perfetta io sarei FUORI!

Perché occorre tentare di andare in fondo alle cose, e domandarsi: ma Chi glielo fa fare?" ...

Francesco Bosi

giovedì 5 marzo 2015

un frate domenicano racconta

L'OBBEDIENZA? PER I LAICI È ANDARE IN UFFICIO E PRESTARSI A FARE OGNI GIORNO COSE CHE SEMBRANO INUTILI




I voti fanno il religioso: un frate della provincia inglese dell'Ordine dei Predicatori racconta la sua storia. E il senso dei suoi voti, a cominciare da quello di obbedienza.

http://www.iltimone.org/32827,News.html

lunedì 26 gennaio 2015

Preti e preti

Preti a Roma, preti a Parigi. La Croce n°5

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Per gentile concessione del direttore del quotidiano LA CROCE (clicca su), Mario Adinolfi, pubblicherò qui, a distanza di circa una settimana dalla pubblicazione sul quotidiano cartaceo, i miei articoli lì apparsi, e quasi sempre collocati a pagina 4 tra il Vangelo del giorno e un discorso “integrale” del papa Francesco. Ho in partenza e deliberatamente rinunciato a qualsiasi mio scritto di vaticanismo, concentrandomi invece sulle piccole cose della vita nelle quali il “grande”, ossia ciò che conta, si disvela. E’ dell’Essenziale soffuso nei piccoli gesti della vita quotidiana che scriverò. Una sorta di appuntamento fisso sul quotidiano di ispirazione cristiana e cattolica, nel quale incido dei piccoli “cammeo”, che quando li ho proposti ad Adinolfi, così li ho spiegati:

«Il mio desiderio sarebbe periodicamente scrivere di questi piccoli “cammèo” su Roma, in genere dalla prospettiva del quartiere Africano: quadretti patetici e drammatici, comici sovente, dove si cerca il sacro nel profano, Dio nell’alienazione dell’essere sconosciuti dentro la metropoli».

Ogni “cammèo” verrà qui riportato con una foto nella versione cartacea su La Croce di una settimana-dieci giorni prima e in formato word per facilitarne la lettura.

Qui il mio primo intervento, risalente a sabato 17 gennaio 2015

CAMMEO 1 -  Preti a Roma, preti a Parigi*

La Croce quotidiano, 17 gennaio 2015


P1190331 (2)di Antonio Margheriti Mastino

Vado a cena con un giovane amico prete, nei dintorni della Tiburtina. Mi aspetta in auto davanti al Verano. Sarebbe vestito laicamente, non fosse per la linguetta al collo che indica il suo stato. Quando stiamo per giungere al locale fa un gesto che mi raggela il cuore: si sfila via la linguetta dal collo. «Ti dà fastidio?», no dico, mica sono indemoniato. «Non per te, è che quando vado in locali dove non sono abituati a vedere preti, preferisco toglierla». Ossia mimetizzarsi. Ho capito. Non servono domande. Mi avvolge una grande amarezza, una sensazione di sconfitta: capisco a che punto è la notte, ma non per via del prete: del contesto. Ma quel che più mi bruciava è che tutto questo avveniva nella città del papa, nel cuore stesso della cristianità. Figurarsi altrove!
Certo, sì, ho pensato a quelle parole di Gesù “chi si vergogna di me, io mi vergognerò di lui”. Ma non ho detto niente: mi mancavano le parole, il coraggio anche. Ho inghiottito muto il boccone gelido. Tanto più che sapevo essere un buon prete: non si vergognava del suo Signore, era imbarazzo, e paura: di essere ferito dalla pazzia d’Occidente. Chiunque, in qualsiasi locale, oggi, anche qui a Roma, vedendo un prete potrebbe sentirsi titolato a dire “ehi tu, pedofilo!”. Sono cose che possono ucciderti dentro.
Che è successo? Tante cose: la campagna mediatica, nevrastenica, che ci martella da anni, ha ridotto agli occhi del mondo il prete a un paria: una volta, tanto tempo fa, era considerato la punta di diamante del mondo, lo chiamavano, in Francia, “Primo Stato”, dopo venivano gli aristocratici.
xlogo-small.png.pagespeed.ic._npqrcnN_1Non riusciamo più a vedere un prete per quel che è e dire “quello è un ministro del culto”,  è uno con le mani consacrate, assume le funzioni di Cristo all’altare. No. Pensiamo: chissà quali sono le sue colpe, potrebbe essere un farabutto, uno dalla doppia morale. Associamo per riflesso condizionato la parola prete a “pedofilo”.
Allora, poveracci, come possono si mimetizzano per le strade di questa Città Eterna. “Lo dice la televisione”, pensa l’uomo della strada, così come un tempo diceva “l’ha detto il parroco”: è prete ergo è molestatore. Del resto, cosa fa il pensiero unico dominante dal suo medium di massa se non aggiungere alla parola “prete cattolico” ogni volta che la pronuncia la parola “scandalo”, “abuso”, “pedofilia”? L’associazione – come ben sanno gli esperti di messaggi subliminali – a furia di ripeterla da ogni megafono, presto diventerà automatica nella testa della massa anonima, l’allusione si fa verità.
Hanno paura, poveracci: paura persino della loro innocenza – perché quando sei innocente fa più male – paura dei risvolti della loro scelta scandalosa: accettare il sacerdozio di Cristo di questi tempi, che pressappoco è com’era accettarlo ai tempi di Nerone e Domiziano. Paura del sospetto, che per molti è l’anticamera della verità. I sospetti hanno sempre ucciso gli uomini. Il sospetto e non le prove, uccise Gesù.
Questo a Roma, l’altra Città Santa. Epperò è lo stesso prete che camminando per le strade di un’altra capitale europea che non è mai stata cattolica, orgogliosa della sua totale secolarizzazione e del suo apparente “multiculturalismo”, camminandoci vestito da prete cattolico, viene fermato per le strade del centro da un ragazzo, che se ne fa gran meraviglia di questo incontro. «Lei è un prete?», e a momenti forse si è sentito vacillare, qualcun altro che sta per additarlo per colpe che non ha. «Sì». «Che meraviglia! Non ci posso credere!». Non ci può credere? Se avesse incontrato un dodo redivivo si sarebbe sorpreso meno: un prete è diventato un’attrazione. «Padre, per piacere, mi benedica!», lì e subito. Il prete resta interdetto, commosso anche.
Quella linguetta al collo ne aveva fatto l’insperato testimone della speranza cristiana.  In una città che da tanto s’era scordata di Dio, che anzi l’aveva abolito. Ma Dio non è morto nel cuore dell’uomo. A Roma non sono una rarità i preti: non ci rendiamo conto di quale sovrabbondanza di grazia siamo bersaglio. Le cose le capisci e le apprezzi quando le perdi.
Forse c’è davvero da sperare che alla fine l’eterogenesi dei fini darà compimento alla  grande profezia del Curato d’Ars : «Verrà un tempo in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini che basterà far loro il nome di Dio e di Cristo per vederli piangere».
***
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La Croce n°5- Clicca sull’immagine per ingrandire
Incontro a una cena a via Germanico, nelle vicinanze di San Pietro, in casa di una mecenate, e protettrice di preti smarriti, un Legionario di Cristo messicano, padre Miguel. Ha sofferto come tutti là dentro la vicenda scabrosa del fondatore della sua congregazione, Maciel Degollado. È vestito con l’abito di rigore dei suoi confratelli: una talare e una fascia nera ai fianchi. E così bardato, racconta, si avventurò nella metropolitana di Parigi, la capitale della nazione che un tempo si diceva “cristianissima”, la “Figlia primigenia della Chiesa”, ma così non è più: è capitale del laicismo più violento, come violenta è l’avversione al cattolicesimo, e, per giunta  e quasi per castigo divino, al contempo sta diventando anche la capitale europea dell’esatto opposto del laicismo: l’islamismo, che giusto qualche giorno fa gli ha servito il primo conto, salatissimo, sanguinoso.
Mentre addirittura in talare percorre la metropolitana nessuno gli dà del pedofilo, dell’omofobo, del piromane che mette al rogo il libero pensiero insieme a quell’altro spostato di Giordano Bruno. Entra nel vagone, e un ragazzo lo guarda lo guarda. Un ragazzo parigino, occidentale, presumibilmente cattolico seppur nominalmente.
«Mi perdoni, monsieur, posso farle una domanda? Perché è vestito così?» Perché sono prete cattolico. «E cosa significa essere prete cattolico?» Incredibile! Credere nella resurrezione di Gesù, che vincendo la morte ci ha donato la vita eterna: ma lei conosce Gesù? «Per sentito dire, monsieur.» Lei è battezzato? «Battezzato? Non so, non ricordo: dovrei chiedere ai miei genitori». E questo nella Gallia, la terra che per prima si fece cristiana. Ma non crede in niente?, domanda calmo il legionario. «Io sono un razionalista, che c’è oltre la ragione? Però, vorrei sapere di questo Gesù: vorrei capire cosa spinge un uomo come lei a vestirsi così, qui non ne ho mai visti». Il legionario gli dà un appuntamento, per spiegare meglio. Da quel giorno, vagliando puntiglioso e contestando “secondo ragione” ogni affermazione del prete nel racconto della storia della salvezza, è iniziata la sua conoscenza di Gesù, il suo catechismo, un’amicizia eminentemente cristiana. La nuova evangelizzazione ha avuto inizio da un atto di estremo anticonformismo: indossare, il solo, la talare nella capitale del laicismo e dell’islamismo europeo. Seguendo il consiglio di Pietro: «Andate, spiegate chi siete, rispondete a chi vi domanda ragione della speranza che è in voi. Ma fatelo con dolcezza».

venerdì 17 ottobre 2014

INCREDIBILE!



Dall'appuntamento per un aborto 

al dono di un sacerdozio


Ryan Allan Kaup, 26 anni, appena ordinato diacono, racconta la sua storia con la meraviglia e la consapevolezza di chi ha corso il rischio più terribile della vita: quello di non nascere. Sua mamma, infatti, aveva già fissato il giorno dell’appuntamento per andare ad abortire. Frequentava ancora la scuola e non aveva le possibilità per mantenere quel bambino.

Ad un certo punto e senza preavviso, qualcosa le fece cambiare idea: invece di andare in clinica si recò da un ginecologo-ostetrico, dicendogli che aveva deciso di dare alla luce il bambino e di voler trovare qualcuno a cui darlo in adozione.
Proprio in quei giorni era ricorsi a questo stesso medico una coppia, Randy e Sherry Kaup, i quali non potevano avere figli. Fu così che, tre giorni dopo la nascita di Ryan, furono proprio loro a diventare i suoi genitori adottivi.
Ryan visse la tipica infanzia di un ragazzino del Nebraska, frequentando le scuole locali e trascorrendo molto tempo con i cugini della sua stessa età.
“Durante la scuola media persi un po’ la bussola prima di allentare il filo con il gruppetto di amici di allora e di cominciare a lavorare in un ristorante”, racconta il giovane diacono. “Cominciai a passare il tempo per conto mio e con i miei colleghi di lavoro, i quali non sempre influivano su di me nel migliore dei modi”. Tra i vari amici però, alcuni lo ricondussero alle sue radici più profonde: “mi hanno aiutato a trasformarmi nell’uomo che sono oggi”, ricorda lui con affetto.
Il cambiamento determinante avvenne all’Università del Nebraska, dove Ryan si laureò in Pubblicità e Lingua spagnola: qui entrò in contatto con il Newmann Center, gruppo di pastorale cattolica in università non cattoliche. “Non mi ricordo per quale motivo andai al primo incontro, e non mi ricordo neppure come ho fatto a tornarci, perché li avevo trovati abbastanza noiosi”, racconta lui. Eppure l’esempio di quei sacerdoti del campus fu determinante per la sua vocazione: “vidi in loro la sana leggerezza di chi vive per il Signore”, confida.

La fede venne messa a dura prova quando il cugino diciannovenne, suo coetaneo, morì in un incidente stradale: “mi arrabbiai con Dio, avevamo la stessa età. Non aveva senso per me”. In quella circostanza Ryan cominciò ad andare tutti i giorni a messa: “da lì mi veniva la perseveranza nella tragedia; superai la mia rabbia verso Dio e me ne innamorai ancora di più. Più tempo pregavo più sentivo la chiamata a diventare sacerdote”.

Così arrivò la decisione di entrare in seminario. Pensando al giorno dell’ordinazione Ryan ha ancora vivido nella mente il ricordo di come era prima di entrare in seminario: “spesso arrabbiato, volevo tenere tutto sotto controllo. Il tempo in seminario mi ha insegnato a vivere le cose con calma, a rendermi conto che Dio ha tutto sotto controllo, io non posso controllare tutto, e va bene così”.
Fonte: Zenit

giovedì 12 giugno 2014

il giovane clero cresce

“Ho mangiato l’ostia sputata via da un malato”. I bravi preti ci sono, e sono tutti giovani

Sono i semi gettati nel deserto del post-concilio da san Giovanni Paolo II aiutato dal suo prefetto Ratzinger, destinato a succedergli. I bravi preti ci sono, e sono quasi tutti giovani e io li sento, li leggo, li vedo. Se non li vediamo tutti è perché sono ancora dei piccoli germogli dispersi nel deserto. Ma le oasi e talora le foreste nascono da un germoglio sperduto nel deserto che è sbocciato. Basta un soffio dello Spirito.

  


1001458_10200579178534774_422173223_ndi Antonio Margheriti Mastino

Sono contro il pessimismo eccessivo perché è l’altra faccia dell’ottimismo demenziale. Sono contro a dire che “tutti i preti” di oggi fanno pena. Non è vero, non può essere vero, e lo vedo con i miei occhi. Anzi che sono pure migliorati rispetto a quelli di qualche anno fa, anche se i seminari, in senso inversamente proporzionale, laddove non hanno chiuso sono peggiorati.


È scomparso senza salutare il seminarista bambino. Menomale!

È che si sono impegnati da loro, questi giovani preti validi, studiando da soli, ricercando appassionatamente la verità per sé e, una volta trovata, avevano l’ansia di comunicarla integrale agli altri, perché il neofitismo è un fuoco e il fuoco sopravvive e si alimenta trasmettendosi e ardendo altrove, divorando insaziabile. Sono dei convertiti, e perciò le loro vocazioni sono dette (quasi) “adulte”.
Infatti non ce ne siamo accorti, ma è scomparsa all’improvviso e ormai del tutto e crediamo definitivamente una figura classica, quella dell’antico seminarista così come eravamo abituati a immaginarlo e vederlo: un bambino tutto perfettino cresciuto nelle chiuse mura del seminario, nascosto al mondo, senza esperienza della vita e delle sue tentazioni, avviato al sacerdozio più che vocato: i danni che hanno fatto, poi crescendo, questi seminaristi “avviati” al sacerdozio anziché chiamati!
I più furiosi demolitori del post-concilio, erano loro: odiatori di tutto quanto sapeva ancora di cattolico e di “chiuso” come le mura seminariali che li avevano separati dal mondo (e dagli affetti) e senza accorgersi “avviati” al sacerdozio così come si avvia un apprendista artigiano all’artigianato, non avendone una vocazione profonda, matura; loro i primi a strapparsi di dosso con furore la talare e rifiutare con risentimento ogni altro segno sacrale; loro i primi a spogliarsi.

Occorrono non preti “adulti” ma maturi

35814_reclining_priest_fUna vocazione oggi ha da essere consapevole, autentica, profonda e perciò adulta. Nel senso di matura, non adulterata e marcia. D’altro canto, i frutti acerbi non sono più utili a nessuno. Si deve fare esperienza di questo mondo per capire di che povera e triste cosa in realtà sia, a quanto poco si rinunci per avere il “tutto” del sacerdozio. Chi è stato sempre in seminario e mai nel mondo (come successe nell’immediato post-concilio) chissà cosa mai pensa si sia perso … onde i complessi, le smanie, i pruriti psicologici di mondanizzarsi per compensare quella “mancanza”, quell’ansia di non sperimentato, non vissuto. Mi verrebbe quasi da dire che a briglie sciolte nel mondo è necessario quel lasciarsi tentare dalle tentazioni come un batterio, per poi immunizzarsene, e dire di poi “rinuncio a satana, alle sue opere e tentazioni”.
Oggi il vero seminario è il “mondo”: lì impari tutto quello che “non è” Cristo; cosa è la falsa libertà che si presenta sotto la specie di libertinismo. Una volta che hai scoperto cosa “non è” Cristo, scopri “cosa è” il demonio. Presto scoprirai pure cosa Cristo è veramente. E allora puoi dire come in Paolo «non sono io che Ti ho trovato, sei Tu che mi hai cercato».  La chiamano “vocazione adulta”, dice.

Erano anni che non avevamo tanti bravi preti


Mi diceva oggi sul mio fb qualcuno, a proposito del mio articolo di ieri sulla scomparsa del “catechismo” dall’orizzonte di molti praticanti, più per hobby che per convincimento:
«Molto bello il tuo articolo, ma non servirà a nulla. Ho provato a spiegare queste cosa da anni ai preti e monaci che conosco, semplicemente sembra che la cosa non li riguardi».
Naturalmente è vero, e questo che mi parla è uno che dopo una vita mondana e un lavoro lontanissimo per sua natura da prospettive di fede, anzi fiero nemico della prospettiva cristiana, questo qui all’improvviso si è convertito. E allora è andato a bussare alle porte delle sacrestie e dei conventi toscani per comunicare la sua svolta, per ricevere aiuto, essere accompagnato nella fede che aveva scoperto, per scoprire oltre. Quando preti e frati non gli hanno sbattuto la porta in faccia, gli hanno spiegato che non era necessario convertirsi, anzi semmai era pure una cosa sconveniente.
Saranno certamente quei preti e frati “avviati” (da bambini), senza essere veramente vocati, al sacerdozio, col risultato che odiano il sacerdozio e il Sommo Sacerdote. Perché odiano quella vita che non era disegnata per loro, non scelta con spirito adulto, e che perciò ora trovano tediosa, sono senza ansia missionaria, senza fuoco: carne cruda. E di conseguenza, con fastidio hanno trattato questo convertito, loro desiderosi semmai di vivere quella vita dalla quale disilluso il neoconvertito sta scappando e della quale loro non hanno fatto esperienza, fra tanti rimpianti. Ecco perché odiano quell’altare che non li ha resi liberi, ma prigionieri di una vocazione sbagliata, mentre ormai tutto è irreparabile; allora ti spieghi il loro ostinato, suicida tentativo di mondanizzare la loro parrocchia: se non hanno ottenuto il mondo, che sia la chiesa a somigliargli. Una compensazione e una vendetta inconscia.
Rispondo a questo amico che non è vero, ci stanno tanti giovani preti capaci da qualche anno, li vedo. Se problemi hanno glieli creano più che i fedeli i vescovi o i parroci più anziani, per tacere dei formatori seminariali. Erano anni che non c’erano tanti bravi preti, e in questo è stato fondamentale l’esempio di Wojtyla e Ratzinger. Ma anche tanta buona apologetica. Un ragazzo che ha letto Messori e poi è diventato prete, sarà un bravo prete. Tanti così. Questo dico. E aggiungo che, fra l’altro, da anni, vedo giovanissimi preti persino in talare, e vecchi preti vestiti come operai Fiat e col cervello da adolescenti. Frustrati per giunta.

I teneri germogli dispersi nel deserto: i giovani preti

santi25Mentre tutto questo accadeva, si diceva, si scriveva, come un segno del cielo che volesse significarmi un bonum scripsisti Antoni, mi scrive un giovanissimo prete proveniente da ambienti più o meno ciellini. Non so perché tanti preti giovani, veramente parecchi, mi scrivano, e non per darmi consigli, ma piuttosto per, in certo senso, chiedermene o più spesso “confessarsi”: a me che sono istintivamente un vecchio anticlericale, allergico assai alle sacrestie. A me. A me per cose che forse un tempo avrebbero dovuto domandare al loro vescovo: evidentemente non se ne fidano, o sono certi di non riceverne alcuna risposta responsabile, o il vescovo è troppo impegnato in giro a tagliare nastri, pavoneggiarsi in atteggiamenti “umili”, fare comizi populisti con una croce di legno attaccata al collo.
Un giovane prete, dunque, uno di quei preti dei quali sempre e comunque, generalizzando, diciamo male, ma che – mi dico – forse proprio in base a queste critiche riescono talora a orientarsi e regolarsi, facendo in modo d’essere diversi da tanti loro confratelli anziani e  in crisi di identità, disposti a diventare tutto pur di non essere semplicemente sacerdoti di Cristo, tanto poco gli sempre il sacerdozio, e che puntualmente contestiamo, magari con insolenza (ma del resto loro pure sono cocciuti e arroganti). Ecco, questo giovane sacerdote, queste parole commoventi e che un po’ impressionano mi scrive:
«Ciao Mastino. A proposito di sacrilegio e profanazione dell’Eucaristia. La bestia ignorante del mio predecessore bruciava le ostie che i poveri anziani della casa di riposo di tanto in tanto sputavano. Io ne sono testimone. Mi è già capitato un paio di volte di ingoiare le ostie che qualche povero anziano ha sputato perché incosciente. L’ultima volta ho aggredito la ausiliare cretina che mi ha detto che l’avrebbe bruciata. Gli ho urlato che era il Corpo di Cristo e ho preso la particola piena di saliva e l’ho ingoiata. Questo gesto di per sé disgustoso mi ha dato una grande carica perché atto d’amore per il mio Signore. Non pubblico queste cose per evitare di scandalizzare i piccoli. Ma quanta rabbia mi viene nel vedere trattato così il Signore! Ciao».
Io non avrei avuto il coraggio: io che tante volte ho dato del “cacasotto” a tanti preti.
“Non sono più io che vivo, sei tu Signore che vivi in me”, dice Paolo. Quando un prete giovane riesce a realizzare questo, è pronto a tutto. Ce ne sono!
Sono i semi gettati nel deserto del post-concilio da san Giovanni Paolo II aiutato dal suo prefetto Ratzinger, destinato a succedergli.
I bravi preti ci sono, e sono quasi tutti giovani e io li sento, li leggo, li vedo. Se non li vediamo tutti è perché sono ancora dei piccoli germogli dispersi nel deserto. Ma le oasi e talora le foreste nascono da un germoglio sperduto nel deserto che è sbocciato. Basta un soffio dello Spirito.

domenica 29 dicembre 2013

il canto come preghiera.

 "Pregate sempre, senza stancarvi mai" (Luca 18,1)



Frate Alessandro, francescano di Assisi, definito il "tenore di Dio", ospite di Fabio Bolzetta nello spazio Arancio di Nel cuore dei giorni, ci parla del canto come preghiera.

sabato 7 settembre 2013

XXIII Domenica anno C

La Parola di Dio per la
XXIII Domenica C


La prima lettura di questa domenica riecheggia il Salmo 8: O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato. 
Ma essa ci ricorda anche il profeta Isaia lì dove avverte da parte di Dio: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55,6-9).
L’ uomo è creato grande da Dio, quasi un partner di Lui, ma la sua sapienza è limitata. Egli può elevarsi ad altissime conoscenze ma non può penetrare nel profondo della sapienza divina. Senza il dono dello Spirito, attraverso la Parola di Dio e la Tradizione, che sono le fonti della rivelazione, egli non può giungere alla pienezza della verità. E’ vero che anche fuori dalla Fede ci sono elementi di verità ma sono come semplici riflessi della vera Fede e ad essa orientati.

La cultura scientifica e tecnica, così come la filosofia, meritano il nostro apprezzamento ma non andranno a buon fine senza essere orientati dalla luce del piano di salvezza di Dio per l’ uomo. E tale piano può essere conosciuto grazie alla Chiesa, maestra di saggezza, chiamata ad annunciarlo a tutte le genti. Esiste una vera e una falsa sapienza, che sono facilmente individuabili dal loro rapporto con la Bibbia, il Magistero, la preghiera e l’ umiltà …... Grazie allo Spirito santo possiamo fare il discernimento necessario distinguendo il bene dal male, ed il bene momentaneo da quello eterno. La sapienza umana possiede molti aspetti positivi, ma non è libera dalla menzogna e dall’ errore, oltre che dall’ illusione. Solo la Fede è fonte di sapienza autentica … invece coloro che hanno rigettato la Parola del Signore quale sapienza possono avere? ( cfr Ger 8,9) Proprio perché la sapienza è dono di Dio dobbiamo chiederla e accoglierla con umiltà perché il Signore si lascia trovare da coloro che non ricusano di credere il Lui, (Sap 1,2)

D’ altra parte il salmo 126 è chiaro:  Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella. Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica: al suo prediletto egli lo darà nel sonno. Lo stesso Apostolo delle genti afferma che la sua predicazione non si è basata su discorsi persuasivi di sapienza umana ma sulla manifestazione dello Spirito (1 Cor 2, 1-6).

Anche il brano del vangelo di Luca ci parla della sapienza che deriva dall’ incontro con Cristo, una Sapienza incarnata per la quale vale la pena di sacrificare ogni altro affetto, anche legittimo. Gesù non chiede certo ad alcuno di odiare i parenti, ma di preferire loro la sua sequela, con il linguaggio di sant’ Ignazio negli Esercizi Spirituali potremmo usare il concetto di magis, dove non si tratta di scegliere tra il bene e il male, ma tra un bene minore ed uno maggiore, tra un bene particolare ed uno universale …. Gesù non ha mai addolcito le esigenze della sequela per favorire le masse, e puntare sul numero. Ad ognuno chiede: amice ad quid venisti? (Mt 26,50). Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.  Perciò Gesù disse ai dodici: Volete andarvene anche voi? (Gv 6, 66-67) Gesù non si fa complice della nostra debolezza ma ci vuole coinvolgere nelle esigenze della sua generosità, con grande magnanimità. Dio ama chi dona con gioia ( 2 Cor 9, 7)

Il Vangelo di questa domenica ci mostra come il Signore colga l’ uomo nella sua vita reale, nell’ ambito più intimo delle sue relazioni familiari, ma come proponga un legame di gran lunga superiore agli affetti naturali e parentali. Termini come padre, madre fratello in Cristo assumono una pregnanza assai più ricca i quella naturale. Il Vangelo non distrugge ma va oltre i legami umani, in una sublimazione rispettosa del modello umano.


L’ esigenza del Cristo non è mai disumana e non eccede le nostre forze, ma non si deve isolare tele esigenza dal suo contesto di Fede e di Amore. La stessa croce va valutata in prospettiva del Magis, del bene superiore. D’ altra parte san Vincenzo de Paoli diceva che nessun vero bene si fa senza soffrire, e s. Teresa di Lisieux affermava che l’ amore non vive che di sacrifici. Qual è l’ amore che non ricorre al linguaggio del sacrificio? Esso è la prova e l’ espressione del mio amore.

domenica 9 dicembre 2012

talare


 
CHIESA: L'abito fa il prete

Chiesa
Una circolare interna a firma del cardinale Bertone invita tutti gli ecclesiastici che lavorano nella Santa Sede a usare la talare nera o il clergyman

L’abito deve fare il monaco, almeno in Vaticano. Lo scorso 15 ottobre il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, ha firmato una circolare inviata a tutti gli uffici della curia romana per ribadire che sacerdoti e religiosi devono presentarsi al lavoro con l’abito proprio, e cioè il clergyman o la talare nera. E nelle occasioni ufficiali, specie se in presenza del Papa, i monsignori non potranno più lasciare ad ammuffire nell’armadio la veste con i bottoni rossi e la fascia paonazza.

Un richiamo alle norme canoniche che rappresenta un segnale preciso, di portata probabilmente maggiore rispetto ai confini d’Oltretevere: nei sacri palazzi, infatti, i preti che non vestono da preti sono piuttosto rari. Ed è probabile che il richiamo ad essere più ligi e impeccabili, anche formalmente, debba servire da esempio per chi viene da fuori, per i vescovi e i preti di passaggio a Roma. Insomma, un modo di parlare a nuora perché suocera intenda e magari faccia altrettanto.

Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che «i chierici portino un abito ecclesiastico decoroso» secondo le norme emanate dalle varie conferenze episcopali. La Cei ha stabilito che «il clero in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman», cioè il vestito nero o grigio con il colletto bianco. Il nome inglese rivela la sua origine nell’aerea protestante anglosassone: è entrato in uso anche per gli ecclesiastici cattolici, all’inizio come concessione per chi doveva viaggiare.

La Congregazione vaticana del clero, nel 1994, spiegava le motivazioni anche sociologiche dell’abito dei sacerdoti: «In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista» è «particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità».

La circolare di Bertone chiede ai monsignori di indossare «l’abito piano», cioè la veste con i bottoni rossi, negli «atti dove sia presente il Santo Padre» come pure nelle altre occasioni ufficiali. Un invito rivolto anche ai vescovi ricevuti in udienza dal Papa, che d’ora in poi dovranno essere decisamente più attenti all’etichetta.

L’uso degli abiti civili per il clero è stato legato, in passato, a particolari situazioni, come nel caso della Turchia negli anni Quaranta o del Messico fino a tempi molto più recenti, con i vescovi abituati a uscire di casa vestiti come manager. L’usanza ha poi preso piede in Europa: non si devono dimenticare le ben note immagini del giovane teologo Joseph Ratzinger in giacca e cravatta scura negli anni del Concilio. Ma è soprattutto dopo il Vaticano II che la veste talare finisce in soffitta e il prete cerca di distinguersi sempre meno. Da anni ormai, soprattutto nei giovani sacerdoti, si registra però una decisa controtendenza. Una svolta «clerical» messa ora nero su bianco anche nella circolare del Segretario di Stato.

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

lunedì 9 luglio 2012

celibato

La grazia di non sposarsi


Bella riflessione di fr. Filippo M. sul blog di Costanza 

La nota è molto lunga, quindi la dividerò in due parti.
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Innanzitutto va detto con franchezza che il celibato è in se stesso dottrina ecclesiastica e non viene direttamente dalla Rivelazione, sebbene infatti sia Paolo che Gesù lo raccomandino tuttavia non si sono mai sognati di renderlo obbligatorio per chicchessia, questo però significa che fin dall’inizio della storia della Chiesa ci sono stati uomini e donne che hanno scelto la “verginità per il Regno”. All’incirca intorno all’anno 1000 la Chiesa ha cominciato a scegliere i suoi preti solo tra coloro che avevano questa vocazione alla verginità. Il Concilio di Trento ha poi reso irreversibile questa scelta, facendone una legge ecclesiastica.
Si deve notare quindi innanzitutto che è improprio dire che la Chiesa impone il celibato ai sacerdoti, quanto piuttosto che li sceglie tra coloro che sono chiamati al celibato. Non è una questione di lana caprina, ma una differenza di impostazione sostanziale, ovvero: il dono della verginità (perché di un dono si tratta come vedremo tra poco) precede quello del sacerdozio e ne è in certo modo un presupposto. Uno dei motivi per cui l’aspirante passa 5 o 6 anni in seminario prima di essere ordinato è proprio per verificare se ha effettivamente questo dono.
Dunque la verginità è un dono, è un dono perché è soprannaturale. È infatti al di là della natura astenersi non solo dall’esercizio della sessualità ma soprattutto dalla generazione (vi assicuro che superate le tempeste ormonali della giovinezza questo secondo aspetto pesa assai di più) e conservarsi equilibrati e sereni nei propri rapporti umani, tuttavia non deve scandalizzare il fatto che la Chiesa domandi a quelli che devono ufficialmente rappresentarla di vivere al di sopra della natura umana, non siamo forse tutti chiamati a trascendere la nostra natura, ad essere “più che umani” in un certo senso? Non è pieno il Vangelo di esigenze che vanno al di là della natura (dal perdono delle offese, all’amore al nemico al non cercare il proprio interesse)?
Ma soprattutto la verginità è un dono per ciò che produce nell’animo di chi la esercita. Premetto innanzitutto che non è da intendere in senso soltanto fisico, esiste una verginità del cuore di cui la verginità fisica è il presupposto, ma che di questa è la vera sostanza, per capirci non vivrebbe la verginità colui che pur astenendosi dal contatto fisico si consumasse di desiderio. Ora questa verginità del cuore produce nell’animo di chi la vive una libertà sorprendente (che i santi chiamano “la santa indifferenza”) una capacità cioè di trascendere i propri desideri, di liberarsi di essi, per guardare solo all’oggettivo, a ciò che è, di concentrarsi interamente ed esclusivamente sulla propria missione. Essere vergini significa esistere solo per la propria vocazione, diventando così affilati come una lama, precisi come un rasoio, attenti ad una cosa sola. Per dirla con le parole di Von Balthasar, vergine è colui nel quale “funzione ed essenza coincidono”.
Ma c’è di più di questo, la verginità infatti consente un rapporto con Dio infinitamente intimo. Il vergine percepisce Dio come il suo sposo/a e trae dall’intimità con Lui quella pienezza affettiva che si è negato con il matrimonio. Questo non vuol dire ovviamente che gli sposati non possono pregare, ma solo che la natura del rapporto con Dio è differente.
Evidentemente un dono simile non è gratuito, nel senso che il sacerdote nella sua vita lo paga e a caro prezzo, il sacerdote più del religioso, perché i conventi offrono una serie di strutture e regole che hanno precisamente la funzione di aiutare a vivere la vocazione alla verginità. Il prezzo che paghiamo è quello di una sofferenza continua, è un po’ come avere una ferita sempre aperta, una solitudine che morde specialmente nei momenti difficili della vita (un lutto, una malattia) quando è più naturale sentire il desiderio di una persona accanto, ma anche la sera prima di andare a dormire o la mattina al risveglio e tuttavia l’esperienza che facciamo è che questa sofferenza è continuamente mutata in tenerezza. Dalla ferita che ci scava il cuore scaturisce una fonte, se abbiamo il coraggio di non richiuderla e di non farla cicatrizzare.
Proprio perché conosco bene questa fatica e questa sofferenza non mi permetterò mai di giudicare o condannare chi non ce la fa, i sacerdoti che cedono hanno tutta la mia comprensione e il mio affetto e tuttavia questo non può portarmi a negare gli immensi benefici che dalla pratica del celibato ecclesiastico derivano sia alla vita del prete (come già detto) sia alla vita della Chiesa. Non sono pochi infatti quelli che si chiedono se questo prezzo non sia troppo alto (più tra i laici che tra i sacerdoti in verità) e se non ne siano venute meno le ragioni storiche. A questo proposito vorrei quindi far notare la convenienza del celibato, non solo per le motivazioni spirituali che ho già portato ma anche per una serie di considerazioni pastorali e pratiche.
Innanzitutto penso che il celibato è particolarmente opportuno proprio in un tempo come questo, dove il sesso sembra essere diventato una forza così onnipervasiva e totalizzante da essere quasi divinizzato, dove la pubblicità vorrebbe farci vivere in uno stato di continua eccitazione, quasi che dovessimo avere una erezione permanente, dove i vizi più o meno pubblici vengono giustificati con un’alzata di spalle dicendo “in fondo è umano”, è fondamentale che ci siano uomini e donne che invece hanno il coraggio di testimoniare con la propria vita che il sesso non è tutto, che si può rimanere persone equilibrate e serene anche nell’astinenza. E’ una vera funzione profetica, un attacco diretto al più grande idolo del nostro tempo (Priapo più che Venere). Credo quindi che sarebbe un gravissimo errore da parte della Chiesa “abbassare il prezzo” e rinunciare a questa profezia.
Molte volte sento dire che per evitare il rischio di coinvolgersi in certi scandali e situazioni grottesche (pedofilia etc.) Sarebbe bene che i preti si sposassero. Ora, a parte il fatto che le statistiche sulla pedofilia confermano che non c’è affatto un’incidenza maggiore di questo vizio nei preti rispetto ad altre categorie che pure si occupano di bambini (insegnanti, allenatori etc.), io non credo affatto che la soluzione di un problema personale possa essere l’abbassamento del proprio obiettivo esistenziale, è cattiva psicologia questa. Del resto le statistiche sui pastori protestanti (che vengono spesso portati ad esempio in questa discussione) provano che il matrimonio non diminuisce affatto le tensioni a cui un pastore è sottoposto, anzi, semmai ne pongono di nuove e diverse, ho amici pastori che tutto sommato mi invidiano la mia condizione di celibe. Lo sapevate che il 40% dei pastori protestanti divorziano? Ve lo immaginate che cosa potrebbe succedere se accadesse la stessa cosa nella Chiesa cattolica?
Si sente altresì dire che se venisse tolto l’obbligo del celibato avremmo più vocazioni, ammesso e non concesso, io non credo che il problema maggiore della Chiesa sia la scarsità dei sacerdoti, sono pochi è vero, ma per risolvere questo problema basterebbe ridisegnarne il ruolo e la funzione. Non credo che abbiamo bisogno di più preti, ma semmai di preti più santi.
Da ultimo una piccola considerazione su come vivere oggi questo dono. È chiaro che un prete in parrocchia non può isolarsi dal mondo femminile, non può per la sua missione (almeno il 70% delle persone che frequentano ordinariamente le nostre chiese sono donne) e soprattutto sarebbe anzi controproducente, finirebbe con l’innescare in lui quella morbosità del desiderio che come ho detto sopra è lontana dalla verginità quanto la satiriasi.
Al contrario io penso che sia importantissimo per vivere in maniera equilibrata il celibato (almeno per noi che viviamo in parrocchia e quindi nel mondo), avere buone amicizie femminili, ricordo la sorpresa di una webamica quando alcuni mesi fa proponendole di incontrarci personalmente l’ho invitata a cena, era così sbalordita che mi fece sorridere, evidentemente come donna non poteva immaginare di avere un rapporto normale con un prete, si chiedeva perfino se mi fosse possibile…
Il celibato per noi preti secolari quindi non consisterà nel chiudersi in una impenetrabile torre d’avorio senza comunicare a nessuno la nostra affettività, ma al contrario in una verginità del cuore che ci permette di rischiarci ogni giorno nei rapporti umani, di “abbracciare senza voler tenere” le donne che incontriamo.
Sì, il celibato non è per persone anaffettive, per i polli freddi, ma per uomini e donne che sanno amare davvero e tuttavia avendo rinunciato a se stessi vivono in un dono continuo.



Parlando del celibato mi sono trovato inevitabilmente a parlare della solitudine, perché le due cose sono inestricabilmente intrecciate. Però quello della solitudine è un tema importante, che merita una trattazione a parte, anche perché apre la porta a molte altre considerazioni perché in fondo quello del celibato è un caso particolare di una dimensione più vasta che è quella del rapporto del prete con il mondo.
Innanzitutto distinguiamo, c’è solitudine e solitudine, l’inglese ha due parole diverse per indicare due diverse forme di solitudine, la loneliness, e la solitude, che potremmo forse tradurre, con un brutto neologismo, “solitarietà”. È diverso infatti essere soli o essere solitari, la prima condizione è subita, la seconda è una scelta, la prima è un peso a volte insopportabile, la seconda è un indispensabile rientrare in se stessi per riscoprire in Dio le ragioni delle proprie scelte e la intima forza che ci guida.
Ora, mentre il monaco ha per vocazione la solitudine (la parola monacus significa appunto solitario), tanto da dire con S. Bernardo “O beata solitudo, o sola beatitudo”, il prete al contrario è uomo per gli altri, il suo scopo è quindi essere in mezzo agli uomini, non per nulla “parrocchia” viene dal greco parà oikia (vicino alle case), egli certamente deve conoscere la “beata solitudo” di Bernardo, ma non potrebbe mai dire che è la sua “sola beatitudo”.
Ora, guardando a tanti miei confratelli devo dire sinceramente che spesso questa tensione tra loneliness e solitude in molti di noi resta irrisolta, vedo tanti preti che sembrano incapaci di stare in mezzo alla gente, quasi che abbiano paura di contaminare la loro solitude.
Ci sono anche ragioni storiche per questo, quando il Concilio di Trento istituì i seminari per rimediare alla drammatica carenza di formazione del clero l’unica spiritualità disponibile era quella monastica, e così per secoli i preti si sono formati studiando testi nati in ambiente monastico e scritti per i monaci; è chiaro che insieme ad un immenso amore per Dio da essi hanno imparato il disprezzo del mondo e di tutto ciò che è terreno, cosa che va benissimo per un monaco, ma difficilmente è conciliabile con la vita di chi ha scelto di essere parà oikia.
Non poteva essere diverso prima del Vaticano II, perché non esisteva una spiritualità “secolare”, non era ancora entrata nella “mens ecclesiae” l’idea che il mondo non fosse cattivo di per sé, ma potesse essere un luogo di santità. Ma oggi, avendo visto l’esperienza degli istituti secolari e dei movimenti, non potrebbe essere possibile ripensare tutto il nostro rapporto con ciò che chiamiamo “mondo”? Non potrebbero essere Charles de Foucauld e Lazzati, Chiara Lubich e Kiko Arguello, Escrivà e don Giussani, i riferimenti formativi nei seminari, più che S. Teresa e S. Giovanni della Croce? Non voglio dire che i classici andrebbero abbandonati, certamente non come riferimento ideale e tensione profonda, voglio solo dire che le modalità di una spiritualità monastica sono di fatto impossibili a chi vive nel mondo, come un prete in parrocchia. Il palpabile disagio dei religiosi che fanno vita in parrocchia, costretti spesso a scegliere tra la fedeltà alla regola e la fedeltà al ministero, è un buon segno di questo.
Penso soprattutto al primo paragrafo della GS quando dice “Nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei discepoli (di Cristo)”. Penso alla memorabile allocuzione di Paolo VI a conclusione della quarta sessione. Penso a Gesù, sommo sacerdote, scelto tra gli uomini per il bene degli uomini nelle cose di Dio. Penso al Padre, che ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio. Questo amore per il mondo è il vero fondamento del sacerdozio secolare.
Troppo spesso noi stiamo di fronte al mondo con paura anziché con speranza, il mondo è pericoloso in verità solo per chi porta con sé il pericolo, per chi, non avendo risolto le sue tensioni interiori, i suoi conflitti di identità, al confrontarsi con la realtà vede andare in pezzi le sue certezze, ma la risposta a questa fragilità non può certo essere la fuga o l’isolamento.
A restare in superficie del resto il mondo può apparire arido e freddo e generalmente lo è per tutti, credenti o no, difficilmente esso si presenta come un luogo ospitale in sé e quindi la tentazione della fuga mundi oggi conosce forme più aggiornate, a volte anche le nostre comunità o i nostri movimenti possono essere isole serene in cui cercare riparo dalla durezza del mondo, così come un certo tradizionalismo anacronistico.
Invece il campo è il mondo (Mt. 13,38), è il campo in cui è nascosto il tesoro del Regno, in cui cresce con la zizannia anche il buon grano, se quindi accettiamo di fare la fatica di non fermarci alla dura scorza delle esperienze quotidiane, se accettiamo la provocazione di scendere nelle profondità delle cose allora troveremo il tesoro prezioso. Sì, tutto è riflesso del Verbo, non c’è atto autenticamente umano che possa prescindere dall’essere l’uomo immagine e somiglianza di Dio, non c’è quindi atto autenticamente umano che non sia in qualche modo divino.
Si tratta di vivere ogni rapporto, ogni incontro, ogni relazione riconducendola alla radice, riportare ogni cosa e persona allo sguardo di amore del Creatore che guardandola uscire dalle sue mani ha detto: “è cosa buona”.
Quanto ha bisogno di questo il nostro tempo! Quanto ha bisogno ad esempio di sentirsi dire che il corpo è cosa buona, che in ogni uomo e in ogni donna giace un valore infinito, che la sessualità non è una cosa sporca ed egoista in sé. Noi viviamo in una cultura che vorrebbe insegnarci che tutto è sporco, la politica, l’economia, il sesso, la vita, l’amicizia…. “Tutto è impuro” è il grande grido che attraversa il mondo, grido di dolore nei deboli, nei semplici, soprattutto in tanti giovani che ho incontrato e accompagnato nei primi passi di vita nello Spirito, grido di guerra invece per tanti astuti mercanti che vogliono servirsi di questa impurità per estirpare dal cuore dell’uomo il sogno della nobiltà e della grandezza a cui è destinato. Se tutto è impuro allora tutto ha un prezzo, tutto può essere comprato e venduto, ma quindi più nulla ha valore in sé, se non per l’utile che ne ricavo, nulla è più degno in sé, e tutto diventa grigia ed indistinta merce.
Ecco allora la sfida di una spiritualità secolare, riconsacrare il mondo, non come se si aggiungesse al mondo qualcosa dall’esterno, ma piuttosto riscoprendone la intima e propria bellezza, restituendo a tutto ciò che è umano la dignità perduta. La sfida di una spiritualità secolare sta nel dire che non c’è nulla di profano in sé, ma tutto è consacrabile. Attenzione non “tutto è sacro”, dire questo di fronte ai tanti orrori di cui è capace l’uomo sarebbe follia, ma “tutto è consacrabile”, ovvero tutto è riconducibile alla sua fonte originaria, all’Amore Creatore che vuole e sostiene ogni cosa.
Di fatto, a partire dai tre voti, tutta la spiritualità sacerdotale va ripensata radicalmente per chi vive in parrocchia. Come potrebbe vivere un’obbedienza in stile monastico un parroco che nel migliore dei casi riesce a parlare con il suo vescovo due volte in un anno? È chiaro che nel suo caso l’obbedienza dovrà assumere la forma di una intelligente corresponsabilità.
E non è del tutto evidente che va profondamente ripensato lo stile del celibato? Certamente un parroco non può vivere il suo celibato nell’isolamento, né è pensabile che possa non rapportarsi in modo anche affettivo con tutte le donne che incontra. Come osserva Giovanni Paolo II nella lettera ai sacerdoti del Giovedì santo 1995 una serena ed equilibrata amicizia femminile è probabilmente il miglior aiuto alla vita celibataria.
E infine la povertà. Certamente il parroco deve per ragioni d’ufficio maneggiare denaro ed anche possedere personalmente taluni beni, spesso utilissimi per il ministero. Quanto sarebbe più utile insegnare ai seminaristi le basi di un’amministrazione semplice e sobria, piuttosto che riempirgli la testa di ideali inapplicabili, che poi, proprio perché troppo elevati, vengono subito abbandonati! Questo del rapporto con il denaro mi sembra essere il punto più dolente della nostra formazione. A volte vedo che i nostri preti vivono una sorta di sorprendente schizofrenia. Non di rado accade di vedere sacerdoti anche di grande spiritualità e santità personale che quando si tratta di maneggiare denaro diventano (magari in nome di un fine santo) di un cinismo sorprendente e manifestano una disinvoltura che non di rado sfiora l’immoralità e l’illegalità.
L’ultimo punto fondamentale mi sembra essere quello del linguaggio. Un amico missionario mi diceva tempo fa che prima di poter annunciare il Vangelo occorrono anni per imparare la mentalità, la lingua, la cultura della gente del posto dove si vive. E non sarà la stessa cosa anche per noi? Anche questa è incarnazione.
Anche nella Chiesa sembriamo a volte parlare un linguaggio che alla maggior parte delle persone risulta incomprensibile. Ci capiamo tra noi e ci battiamo le mani da soli, ma chi vive nel mondo giudica i nostri discorsi o come eterei sogni e utopie o semplicemente se ne disinteressa. Raramente riusciamo ad essere davvero incisivi e quando lo siamo, di solito lo siamo su un livello solo sentimentale, che non ha il potere di incidere davvero sulla realtà.
Del resto credo che sia al pastore che spetta il compito di capire il gregge e di cercarlo e non viceversa.
Ricordo l’allocuzione di chiusura del Concilio, quando Paolo VI ha parlato della simpatia con cui il Concilio aveva guardato il mondo. Questa simpatia è ciò di cui più di tutto abbiamo bisogno, perché certo non potremo capire il linguaggio del mondo se non partiamo innanzitutto dalla stima per esso e per le persone che in esso vivono.
Per imparare il linguaggio del mondo i preti hanno bisogno di vivere l’amicizia con i laici, ecco perché guardo con una certa diffidenza i tentativi di superare la solitudine dei sacerdoti creando associazioni sacerdotali o spingendo i presbiteri ad incontrarsi tra loro, come avviene nei corsi di formazione permanente organizzati dal Vicariato (che del resto già la PO auspicava), non che siano cose cattive in sé, ma mi pare che non risolvono il problema e che rischiano ancora una volta di creare una mentalità da casta.
Mi pare molto più utile e sano che il prete viva le sue amicizie serenamente con il mondo laicale, magari con due o tre coppie sposate, che potrebbero aiutarlo molto di più a comprendere cosa è la vita in famiglia e nel mondo del lavoro di tanti trattati e incontri di pastorale.
dopo aver parlato della loneliness manca ancora una terza parte in cui parlare della solitude, datemi un po’ di tempo…