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mercoledì 6 luglio 2016

preti santi e peccatori

 
 
Oggi ho partecipato alle ordinazioni diaconali e sacerdotali nel Duomo di Firenze. Per tutta la celebrazione ho ricordato tutte le notizie, gli scandali, i peccati miei e degli altri. Mi domandavo come possiamo ancora pensare in essere in grado di parlare di Gesú al mondo!
 
Vedevo quelli ragazzi stesi sul pavimento della cattedrale e tutti noi che domandavamo l'intercessione dei Santi. Fra questi e tutti ...
quelli che riempivano il presbitero: Santi e peccatori, uomini di Dio e uomini del mondo: ma in tutti i occhi brillano davanti al mistero che si realizzava davanti a noi.
 
Dio investe su di noi nonostante conosca la nostra fragilità, agisce con il nostro poco e la storia va avanti ... É lo Spirito Santo che per le mani dei vescovi fino dagli apostoli consacra la debole natura umana e continua a donarci la sua Grazia e il perdono dei peccati!
 
Francisco André Martins
 

mercoledì 11 maggio 2016

2 uomini uniti in fratellanza

L'affratellamento nella tarda antichità e nel periodo bizantino



È da poco uscito un interessante libro che propongo in questo spazio ai miei lettori
CLAUDIA RAPP, Brother-Making in the Late Antiquity and Byzantium Monks, Laymen, and Christian Ritual, Oxford University Press, 2016.
Sul tema da esso trattato, ne avevo già parlato qui, riportando in traduzione italiana uno dei "riti di affratellamento" utilizzati nel periodo bizantino. Per comodità del lettore, sintetizzo quanto detto in quella sede.

Il concetto di "coppia omosessuale" dove per "omosessuale" s'intende l'individuo con attrazione congenita verso il proprio sesso, è un concetto attuale, ulteriormente potenziato dai dibattiti contemporanei a tutti noti e di cui questo blog non si occupa. Il mondo a noi precedente vedeva diversamente questi temi.

Nella bassa antichità si concepiva una certa bisessualità in cui il maschio, nel caso in cui esercitasse la propria sessualità verso una persona del proprio sesso, indicava con ciò una paradossale "maggior virilità" rispetto a chi se ne asteneva. Di qui la diffusa bisessualità del mondo antico, verso la quale la Chiesa si è sempre opposta, valutandola come dissipazione e disordine (i riferimenti paolini in tal senso sono più che eloquenti).

Nel caso della coppia dello stesso sesso, unita con rito di affratellamento o di adelphopoiesis gli storici fino ad oggi, invece, vi hanno ravvisato una sorta di "adozione" per dirla in termini neutri o di "amore spirituale" per dirla in termini più chiari che si desumono, d'altronde, dai testi liturgici impiegati per celebrare tale unione. Il contraente più anziano prendeva sotto la sua ala protettiva la persona più giovane e la univa a sé stipulando un patto di affetto e di solidarietà. Si trattava, in ogni caso, di una forma alternativa a quella familiare completamente accettata.
Questo permetteva, ad esempio, ad una persona sola di condividere le sue risorse con un'altra, soprattutto in un tempo in cui chi rimaneva solo poteva facilmente soccombere
La società nella quale si facevano queste unioni tra contraenti dello stesso sesso non sentiva assolutamente la cosa in termini di scandalo, come alcuni tra noi potrebbero erroneamente ritenere. È praticamente certo per gli studi storici recenti che l'unione non comportasse un esercizio sessuale, come nel caso di marito e moglie, nonostante il rito di affratellamento abbia elementi di impressionante vicinanza con quello nuziale e parli chiaramente di "amore" tra le persone che si uniscono.
Un'unione di tal genere la fece pure un imperatore bizantino.

Il fatto che due persone dello stesso sesso potessero unirsi con la benedizione della Chiesa in una casta unione, è indice di una capacità di adattamento e di comprensione che le società medioevali avevano, a differenza di quelle del periodo moderno che, non solo da questo punto di vista, mostrano un certo rigidismo e un'arretratezza rispetto alla mentalità bizantina.

In questo rito notiamo che l'amore umano può realmente esercitarsi anche in questa forma e la benedizione ecclesiastica non fa che prenderne atto chiamando in causa lo stesso Cristo.

La ricerca storica su tale tema si è ulteriormente approfondita con la presente pubblicazione segnalatami da una docente che, ben volentieri,  a mia volta indico.

In questo libro:
- si descrive forse per la prima volta in forma esaustiva la storia dell'affratellamento, che caratterizzava pure la vita bizantina;
- sono offerti molti riferimenti per mostrare che l'affratellamento era una specie di terzo tipo di vita monastica, oltre a quella eremitica e cenobitica più conosciute;- sono presentati in modo dettagliato e analitico i 66 manoscritti che contengono il rito, assieme alla traduzione delle 16 preghiere rituali.

Tra le società cristiane medievali, quella bizantina è l'unica ad aver conservato un rituale ecclesiastico di adelphopoiesis, con il quale si dichiara che due uomini, tra loro non parenti, vengono legati come fratelli per la vita. Tale rito ha la sua origine come benedizione spirituale nel mondo monastico tardo antico e si trasforma in una popolare strategia di sopravvivenza sociale tra i laici a partire dal IX secolo, trovando pure applicazione in tempi recenti. L'affratellamento, che si colloca in un ambito tra il religioso e il sociale, mostra come tale pratica possa essere ritualizzata e, alla fine, sottoposta ad un tentativo di controllo ecclesiastico e legale
L' adelphopoiesis è stata al centro di un dibattito moderno circa l'esistenza di unioni dello stesso sesso nell'Europa medievale. Questo libro, la prima storia completa di tale unica caratteristica della vita bizantina, sostiene in modo persuasivo che il rituale ecclesiastico per benedire una relazione tra due uomini non ha alcuna somiglianza con il matrimonio. È stato fatto un ampio utilizzo di fonti e un censimento completo dei manoscritti contenenti il ​​rituale dell' adelphopoiesis appoggiandosi alla letteratura e archeologia del primo monachesimo, alle opere di agiografi, storiografi e agli esperti legali bizantini, utilizzando pure del materiale comparativo dell'Occidente latino e del mondo slavo. Sono, così, state esaminate le affascinanti caratteristiche religiose e sociali del rituale mettendo in luce aspetti poco noti della società bizantina.
 

venerdì 6 maggio 2016

Preghiera per trovare lavoro

Preghiera per ottenere un posto di lavoro


 
O Signore, nostro Dio, che hai posto le fondamenta della terra, e l'hai affidata al dominio dell'uomo affinché – con la saggezza da te ricevuta – dimostri di essere un buon amministratore e santifichi la tua creazione, fino a quando non saranno creati un nuovo cielo e una nuova terra, secondo le parole della Scrittura che dice: "Tutte le cose sono vostre" e ancora: "Ecco, io rinnoverò tutto", o Sovrano del cielo e della terra, che dai all'uomo la sapienza, la conoscenza e la comprensione perché lavori con le sue mani e scopra con la sua mente i doni della terra dai da te, nostro Dio, per il bene degli uomini, noi ti preghiamo, o Creatore delle cose visibili e invisibili, benedici il tuo servo (N) che con fede ti prega, per mezzo di noi umili e indegni, a ottenere un posto di lavoro, poiché tu stesso hai comandato all'uomo di faticare per guadagnarsi il cibo in tutti i giorni della sua vita. Aiuta il tuo servo (N) nella sua ricerca e accogli la sua preghiera, perché dalla sua abbondanza possa dare a chi non ha, e custodiscilo dai nemici visibili e invisibili, dagli ostacoli di uomini malvagi e dai pericoli di ogni genere, con la grazia e le indulgenze e l'amore per gli uomini del tuo Figlio unigenito, con il quale sei benedetto, assieme con il santissimo, buono e vivifico tuo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

http://www.ortodossiatorino.net/Blog.php?id=4195

mercoledì 27 aprile 2016

Quando ti vesti ricorda la presenza

e Abbà disse ....




Regole Per Una Vita Devota
(di Platone, arcivescovo di Kostroma)
    

























Sforzati ad alzarti presto e a un'ora fissa. Appena ti svegli, rivolgi la tua mente a Dio: fai il Segno della Croce, e ringrazialo per la notte che è passata e per tutte le sue misericordie nei tuoi confronti. Chiedigli di guidare ogni tuo pensiero, sensazione e desiderio, in modo che tutto ciò che dici o che fai gli sia gradito.

Quando ti vesti ricorda la presenza del Signore e del tuo Angelo custode. Chiedi al Signore Gesù Cristo di ricoprirti con il manto di salvezza.

Dopo esserti lavato, vai a fare le preghiere del mattino. Prega in ginocchio, con concentrazione, con riverenza e mitezza, come si conviene di fronte agli occhi dell'Onnipotente. Chiedigli di darti fede, speranza e amore, così come una tranquilla forza per accettare tutto ciò che il giorno che viene ti può portare - le sue difficoltà e suoi problemi. Chiedigli di benedire le tue fatiche.

Chiedigli aiuto: per adempiere qualche particolare compito che hai di fronte; per stare alla larga da qualche particolare peccato. Se puoi, leggi qualcosa dalla Bibbia, soprattutto dal Nuovo Testamento e dai Salmi. Leggi con l'intenzione di ricevere qualche illuminazione spirituale, inclinando il tuo cuore alla compunzione. Dopo avere letto un poco, fermati a riflettere su quanto leggi, e quindi procedi oltre, ascoltando ciò che il Signore suggerisce al tuo cuore.

Cerca di dedicare almeno quindici minuti a contemplare spiritualmente gli insegnamenti della Fede e il profitto della tua anima in quanto hai letto.

Ringrazia sempre il Signore perché non ti ha lasciato perire nei tuoi peccati, ma si preoccupa di te e ti guida in ogni modo possibile al Regno Celeste.

Inizia ogni mattino come se avessi appena deciso di diventare un cristiano e di vivere secondo i comandamenti di Dio. Andando a fare i tuoi doveri, sforzati di fare tutto alla gloria di Dio. Non iniziare nulla senza preghiera, perché tutto ciò che facciamo senza pregare alla fine si rivela futile o dannoso. Le parole del Signore sono vere: "Senza di me, non potete fare niente."

Imita il nostro Salvatore, che ha lavorato aiutando Giuseppe e la sua tuttasanta  Madre. Mentre lavori, mantieni un buono spirito, affidandoti sempre all'aiuto del Signore. È cosa buona ripetere incessantemente la preghiera: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di me peccatore."

Se i tuoi lavori hanno successo, rendi grazie al Signore; e in caso contrario, affidati alla sua volontà, poiché Egli si prende cura di noi e dirige tutto verso il meglio. Accetta tutte le difficoltà come penitenza per i tuoi peccati - in spirito di obbedienza e di umiltà.

Prima di ogni pasto, prega che Dio benedica il cibo e le bevande; e dopo il pranzo rendi grazie a Dio e chiedigli di non privarti delle sue benedizioni spirituali. È bene lasciare la tavola sentendo un poco di appetito. In ogni cosa, evita gli eccessi. Seguendo l'esempio dei cristiani antichi, digiuna il Mercoledì e il Venerdì.

Non essere avido. Sii contento di avere cibo e vestiti, imitando Cristo che si è impoverito per noi.

Sforzati di compiacere il Signore in tutto, in modo da non essere rimproverato dalla tua coscienza. Ricordati che Dio ti vede sempre, e così sii accuratamente vigilante per quanto riguarda i sentimenti, i pensieri e i desideri del tuo cuore. Evita anche i più piccoli peccati, per non cadere in quelli più grandi. Scaccia dal tuo cuore ogni pensiero o progetto che ti muove lontano dal Signore. Lotta specialmente contro i desideri impuri; scacciali dal tuo cuore come una scintilla di brace che cade sui tuoi vestiti.

Se non vuoi essere turbato da desideri malvagi, accetta mitemente l'umiliazione da parte degli altri.

Non parlare troppo, ricorda che per ogni parola detta dovremo rendere conto a Dio. È meglio ascoltare che parlare: nella verbosità è impossibile evitare il peccato. Non essere curioso di ascoltare novità, che non fanno altro che intrattenere e distrarre lo spirito. Non condannare nessuno, ma considera te stesso peggiore di tutti gli altri. Colui che condanna un altro sta prendendo su di sé i suoi peccati; è meglio lamentarsi per il peccatore, e pregare che Dio lo corregga a modo suo.

Se qualcuno non ascolta un tuo consiglio, non discutere con lui. Ma se i suoi atti sono una tentazione per gli altri, prendi misure appropriate, perché il bene di molti deve avere maggior peso di quello di una persona sola.

Non litigare mai, e non cercare scuse. Sii mite, quieto e umile; sopporta tutto, secondo l'esempio di Gesù. Egli non ti caricherà di una croce che eccede le tue forze. Ti aiuterà anche a portare la tua croce.

Chiedi al Signore di darti la grazia di compiere i suoi santi Comandamenti meglio che puoi, anche se sembrano troppo difficili da mantenere. Dopo aver fatto una grande impresa, non aspettarti gratitudine, ma tentazioni: l'amore per Dio è infatti messo alla prova da ostacoli. Non sperare di acquisire qualsiasi virtù senza soffrire amarezza. Nel mezzo delle tentazioni non ti disperare, ma rivolgiti a Dio con brevi preghiere: "Signore, aiuta... Insegnami a... Non lasciarmi... Proteggimi... " Il Signore permette tentazioni e prove; Egli ci dà anche la forza di superarle.

Chiedi a Dio di allontanare da te tutto ciò che ti riempie di orgoglio, anche se sarà una perdita amara. Cerca di non essere astioso, lugubre, brontolone, diffidente, sospettoso o ipocrita, ed evita la rivalità. Sii sincero e semplice nella tua attitudine.

Accetta umilmente le ammonizioni degli altri, anche se sei più saggio ed esperto.

Ciò che non vuoi che sia fatto a te, non farlo agli altri. Piuttosto, fai loro ciò che desideri che sia fatto a te. Se qualcuno ti visita, sii dolce nei suoi confronti, sii modesto, saggio, e a volte, a seconda delle circostanze, sii anche cieco e sordo.

Quando senti la pigrizia, o una certa freddezza, non lasciare il consueto ordine di preghiera e le pratiche di pietà che hai stabilito. Tutto ciò che fai nel nome del Signore Gesù, anche le cose piccole e imperfette, diventa un atto di pietà.

Se desideri trovare la pace, affidati completamente a Dio. Non troverai pace finché non ti rassereni in Dio, amando solo lui.

Di tanto in tanto isolati, seguendo l'esempio di Gesù, nella preghiera e nella contemplazione di Dio. Contempla l'amore infinito del nostro Signore Gesù Cristo, le sue sofferenze e la sua morte, la sua risurrezione, la sua seconda venuta e il Giudizio finale.

Visita la chiesa quanto più spesso possibile. Confessati più frequentemente e ricevi la santa Comunione. Facendo così dimorerai in Dio, e questa è la più alta benedizione. Durante la Confessione, pentiti e confessa onestamente e con contrizione tutti i tuoi peccati; il peccato di cui non ci si pente porta infatti alla morte.

Dedica le domeniche a opere di carità e di misericordia; per esempio, visita qualche ammalato, consola qualche afflitto, salva qualche perduto. Se qualcuno aiuterà i perduti a ritornare a Dio, questi riceverà una grande ricompensa in questa vita e nell'era ventura. Incoraggia i tuoi amici a leggere letteratura spirituale cristiana e a partecipare a discussioni su temi spirituali.

Che il Signore Gesù Cristo sia il tuo insegnante in tutto. Fai sempre riferimento a lui rivolgendo a lui la tua mente; chiediti: che cosa farebbe il Signore in simili circostanze?

Prima di andare a dormire, prega apertamente e con tutto il tuo cuore, ricerca e guarda i tuoi peccati del giorno trascorso.

Dovresti sempre spingere te stesso a pentirti con un cuore contrito, con sofferenza e lacrime, per non ripetere i peccati passati.

Andando a letto, fatti il Segno della Croce, bacia la croce, e affidati al Signore Dio, che è il tuo Buon Pastore. Considera che forse questa notte dovrai apparire di fronte a lui.

Ricorda l'amore del Signore nei tuoi confronti e amalo con tutto il tuo cuore, la tua anima e la tua mente.

Agendo in questo modo, raggiungerai la vita beata nel Regno della luce eterna.

La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con te. Amen.


http://padridellachiesa.blogspot.it/

lunedì 25 aprile 2016

il Signore non ci abbandona

Nascantur in Admiratione

Per grazia di Dio, la Chiesa ha ancora i suoi tesori.

L’Abbazia di Nostra Signora di Clear Creek è una comunità benedettina appartenente alla Congregazione Solesmense. Fondata nel 1999 dall’Abbazia di Nostra Signora di Fontgombault, che si trova in Francia, ha sede nella diocesi di Tulsa, nell’Oklahoma, USA. Nel 2000 è stata eretta a priorato e nel 2010 è diventata un’abbazia. Attualmente la comunità conta 50 monaci. Il motto dell’abbazia è Ecce, fiat. La comunità segue la forma extraordinaria del rito romano e l’ufficio e la Messa sono cantati in gregoriano.

Particolarmente interessante è la storia della comunità, che ha origine in un corso universitario avviato negli anni 1970 da tre professori dell’Università del Kansas. Fu inaugurato un programma di studi umanistici completamente basato sui grandi classici del pensiero occidentale, a partire da quelli greci, latini e medievali. Numerosi studenti che si erano impegnati in questo corso di studi sulla civilizzazione occidentale (potremmo dire chiamarlo il “canone occidentale” che dà il titolo a questo blog) finirono con l’interessarsi alla vita monastica e si recarono in Francia presso l’Abbazia di Nostra Signora di Fontgombault. Alcuni di loro entrarono in quel monastero come novizi, sperando di potere un giorno far parte di una fondazione monastica negli Stati Uniti. Ci volle del tempo perché i novizi ricevessero una solida formazione, ma nel 1998 i tempi erano maturi e fu individuato un luogo adatto per una fondazione in località Clear Creek. A settembre del 1999 arrivò il primo gruppo di fondatori dalla Francia. Iniziò un periodo di lavori per realizzare i locali del monastero e per avviare le attività di sostentamento per i monaci. Nel frattempo iniziarono a fiorire le vocazioni. Fu iniziata la costruzione di un ambizioso edificio romanico, progettato da Thomas Gordon Smith, della Notre Dame University.
 

giovedì 7 aprile 2016

Trasformate i Sacramenti in merenda

Come uccidere le vocazioni


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(articolo nato in ambiente “cattolico conservatore” comunque interessante per i nostri lettori, già pubblicato sul sito: http://www.crisismagazine.com/2015/how-to-kill-vocations, ne pubblichiamo la traduzione a cura di Matteo Luini)
 
Il Cardinal Raymond Burke ha recentemente messo sotto accusa, per quanto riguarda il precipitoso declino nelle vocazioni sacerdotali, la femminizzazione della liturgia. Cosa sarebbe “femminizzazione”? Abbiamo davvero fatto questo alla liturgia? La domanda che non dovrebbe essere stimolata dall’asserzione sarebbe: “Una liturgia effemminata fa davvero sì che dei giovani uomini rifiutino l’idea del sacerdozio in modo indifferente, perplesso, o compatimento divertito?”
 
Ad esempio, la vista di due preti che piroettano sulle punte come panciute ballerine ad una funzione di veglia pasquale, assieme ad un plotone di ragazze sventolanti sciarpe, per sei minuti e più, il tutto sull’adattamento fatto da Aaron Copland di The lord of the dance,  eserciterebbe qualunque attrattiva naturale sulla stragrande maggioranza dei giovani che sanno a quale sesso appartengono?
 
Invece uno spettacolo di tale genere garantirebbe quasi automaticamente che costoro sarebbero impegnati a trattenere le risa, o a fissarsi le ginocchia aspettando che tutto finisca, o a lanciare occhiate verso le porte. E provate a immaginare se uno dei ragazzi commettesse l’orrendo errore di invitare un amico non cattolico alla funzione, o qualcuno che si sta domandando perchè si dovrebbe prendere la fede sul serio.
 
A volte mi domando se noi cattolici vogliamo davvero le vocazioni al sacerdozio. E’ ragionevole giudicare le persone dalle loro azioni abituali. Se faccio qualche esperimento con le mie classi in università, e tanti buoni studenti fuggono dal corso, potrei, se fossi testardo, riprovare modificando un po’ la forma.  Ma se ancora una volta i buoni studenti scappano, ed io persisto in quello che non è più un esperimento, un osservatore ragionevole potrebbe concludere che non mi interessa se se ne vanno. Non importerebbe nulla se esprimessi in continuazione le mie supposte intenzioni gridando: “questo corso ha bisogno di molti studenti in più, e dei migliori!”.  Certo, potrei ragionevolmente pregare quegli studenti di iscriversi e rimanere, esattamente come potrei pregare di dare testate al muro e di non avere mal di testa. In effetti, se le mie azioni continuano non solo ad essere inutili, ma anche a ferire molti altri, ed io persisto, l’osservatore ragionevole potrebbe attribuirmi qualcosa di più di incompetenza o indifferenza. Potrebbe concludere che io voglio davvero il risultato cattivo, che ne sono contento.
 
La nostra diocesi estiva, che serve 100.000 cattolici, ha zero seminaristi. Intendo letteralmente: neanche uno. Hanno ordinato due persone negli ultimi dieci anni, uno dei quali ha lasciato il sacerdozio per sposarsi. Le chiese stanno chiudendo dovunque. Il coraggioso prete che è il nostro parroco ha dovuto dire Messa in cinque chiese sparse per venti miglia. La diocesi più lontana di Lincoln, Nebraska, con meno di 100.000 cattolici, ha 48 seminaristi, almeno due preti in ogni parrocchia, nessuna chiesa in chiusura e molte scuole. La domanda ovvia è: “Perché nessuno prova a fare almeno qualcuna delle cose che fanno a Lincoln?”

Oppure, mettendola meglio: “Perché tutti gli altri non smettono di fare almeno nove o dieci delle cose che a Lincoln non sono mai state fatte?” 
 
L’invidia professionale spiega almeno in parte la resistenza. La testardaggine ne spiega un altro po’. Timidezza e impegni politici mondani potrebbero entrare nell’equazione.  Ma ho iniziato a domandarmi se qualcuno dei nostri leader non sia animato da un desiderio di vedere morta una Chiesa nella quale non credono più realmente. Quindi, basandomi su quanto ho osservato (ed ero in una posizione eccellente) nella diocesi decadente, ci sono qui alcune cose che dovreste fare se volete uccidere le vocazioni sacerdotali.
 
Le conteggerò in varie categorie:
Diluite la fede. I combattenti vogliono qualcosa per cui combattere. Assicuratevi che non ci sia nulla per cui combattere.  Non predicate l’ intera dottrina della Chiesa. Preoccupatevi di più di offendere un paio delle persone che ancora vengono a Messa rispetto ad offendere Dio. Togliete il sesto comandamento dai dieci. Intanto che ci siete, eliminate anche il secondo il terzo ed il nono.

Equiparate la “carità” cristiana con il rendere a Cesare ciò che è di Cesare, di Dio, il vostro, dei vostri bambini, e della vostra comunità. Affermate che tutti coloro che non si chiamano Hitler vadano in paradiso, perchè qualche minuscolo pezzettino di cordialità naturale è sufficiente per far piacere all’ Onnipotente. Disse Gesù: “Siate buoni, così come il vostro zio Ronnie era buono”, il vostro zio Ronnie divorziato che viveva con la sua fidanzata,  ma che era buono coi cani e coi bambini non suoi da mantenere. Abbassate lo standard per cui anche un moralmente handicappato potrebbe superarlo, e allo stesso tempo fate sembrare che l’acrobazia dell’ handicappato, e non la grazia di Dio, lo porti in cielo. Non suggerite mai che la fede sia una questione di vita o morte eterna.
 
Trasformate i Sacramenti in momenti merenda. Sbarazzatevi di ogni balaustra rimanente all’altare. Fate sì che  tutti prendano l’ Ostia nelle mani, come un biscotto della fortuna. Dite alla gente di stare in piedi dopo. Fate sì che sia il più possibile difficile per le persone accedere al sacramento della Confessione. Trattatelo come se fosse insignificante. Se qualcuno insiste, strabuzzate gli occhi e fate sì che il penitente sappia quanto vi sta seccando con la sua richiesta. Non prendete sul serio i suoi peccati: in effetti, date al penitente l’impressione di poter continuare a peccare impunemente. In questo modo sarà più facile che un alce passeggi lungo Main Street piuttosto che una singola anima peccatrice vi venga a cercare, o che una nutrita fila di esse si formi al confessionale. E già che ci siete fate sparire i confessionali, e trasformateli in ripostigli per scope, mocio e calce.
 
Spogliate gli altari. Ci sono delle statue nella vostra Chiesa? Copritele con intonaco o portatele via. C’è un vecchio altare grande nella parte posteriore della Chiesa? Fatelo a pezzi e usatelo come combustibile. Ancora meglio, abbattete due o tre chiese e costruitene una nuova con la forma di una palestra. Se mettete delle Stazioni della Via crucis sulle pareti, fatele così piccole ed ambigue che nessuno possa capire cosa sono da più di mezzo metro di distanza. Mettete la sedia del prete al centro, vicino al muro posteriore. Sbarazzatevi di ogni forma di arte genuinamente popolare, o di ogni traccia della grande eredità artistica della Chiesa. Cantate invece delle canzoncine, tristi brutte canzoncine.
      
Chiudete le scuole. Datele da gestire al governo, come hanno fatto in Canada. Assumete laicisti per insegnarvici, o ancora meglio, cattolici che odiano la Chiesa.   Se avete un liceo tutto maschile, trasformatelo in una scuola mista. Se avete un campionato di basket per i ragazzi e non avete i soldi per uno femminile, chiudetelo. Fate insegnare il catechismo a laici di dubbia moralità e pietà. Fate lo stesso per le lezioni di religione a scuola. Inoltre fate in modo che le lezioni di inglese o storia siano uguali a quelle che si trovano in tutti gli altri posti. Trasformate l’ educazione cattolica in educazione pubblica con un po’ di acqua santa (come mi disse una persona quando combatteva la battaglia per ripristinare il cattolicesimo nelle scuole cattoliche).
 
Siate effemminati. Sbarazzatevi di ogni singolo inno che abbia a che fare con la militanza cristiana. Castrate gli altri. O ancora meglio, scegliete inni che mostrino Gesù come una sorta di tenero fidanzato protettivo, col quale stare in compagnia su divano adesso e in paradiso poi. Lasciate che la musica sia diretta da donne, specialmente di quelle che amano farsi vedere e sentire mentre suonano. Mettete il cantore davanti, in modo che oscuri il prete e Cristo. Fate danzare stupidamente le ragazze lungo i corridoi; se potete fatelo fare a cinque o sei ragazze, in compagnia di un ragazzino che è stato messo lì da sua madre, e che starà lì in piedi digrignando i denti ed incavolandosi. Mettete tutti gli strumenti musicali tranne l’organo: fate sì che il suonatore di pianoforte solletichi i tasti come se fosse assunto in un piano bar, in modo che mentre i comunicanti ritornano al loro posto possano far scivolare 5 dollari nel cappello, vicino al calice di champagne.  Usate il più possibile le ragazze come chierichetti e scoraggiate i ragazzi dal partecipare, né date loro qualcosa di importante da fare. Usate il più possibile  lettrici donne. In effetti, una volta che la messa è diventata troppo blanda per le ragazze stesse, usate le anziane signore come accolite, cosicché si diano da fare attorno all’altare come se stessero stendendo la tovaglia e mettendo le posate per una festa.
 
Non suggerite mai che la Chiesa abbia bisogno di uomini per qualcosa. Fate diventare “uomo”  un’oscenità. Non suggerite mai che il padre e la madre hanno due ruoli complementari in famiglia. Non suggerite mai che Gesù avesse in mente qualcosa di importante quando scelse dodici uomini come suoi fratelli. Suggerite invece che per essere un buon cristiano, un uomo deve smettere di essere uomo. Recuperate la stupida nozione femminista per cui le donne sono state oppresse per duemila anni.
 
A questo punto pregate per le vocazioni, dopo aver fatto del vostro assoluto meglio per assicurarvi che non ce ne sarà mai neanche una.
 
Anthony Esolen
Il prof. Elosen insegna Letteratura Rinascimentale inglese e Sviluppo della civiltà Occidentale al Providence College. Contribuisce regolarmente al Crisis Magazine ed è l’autore di molti libri, incluso The politically incorrect guide to western civilization (Regnery Press, 2008), Ten Ways to Destroy the Imagination of Your Child (ISI Books, 2010) e Reflections on the Christian Life (Sophia Institute Press, 2013). I suoi libri più recenti sono Reclaiming Catholic Social Teaching (Sophia Institute Press, 2014); Defending Marriage (Tan Books, 2014); and Life Under Compulsion (ISI Books, 2015).

venerdì 29 gennaio 2016

Tonsura e profezia

Tonsura e continenza. Ragioni taciute della più antica pratica clericale



La prima delle cose che fu abolita, prima ancora del concilio, fu la tonsura, che era il più antico istituto ecclesiastico: una semplice “chierica” per i sacerdoti secolari, quella completa per i sacerdoti regolari. Un arcaismo si disse, i “segni si portano dentro”, ha fatto il suo tempo, e poi è “antiestetica”. Sì certo, sono d’accordo: tutte belle cose.
Tonsura ieri
Tonsura ieri
Il fatto è che la tonsura aveva una funzione pratica che di gran lunga subissava quella simbolica la quale più o meno era una scusa… buona a non scandalizzar i semplici.
Era un marchio che avevi addosso che non andava via, e che segnalava ovunque tu andassi il tuo stato di consacrato e l’obbligo della castità.
Capite bene che era un bell’impiccio per chi volesse farsi i fatti suoi in giro e in incognita: l’abito potevi togliertelo, ma la tonsura?
Nel Settecento si aggirò l’ostacolo agganciando al volo, il clero, una moda civile: l’uso della parrucca. Non è neppure un caso che a na certa, e forse perché veniva meno la moda, infine la parrucca fu proibita agli ecclesiastici. Va segnalato infatti che proprio il Settecento di Casanova sarà quello del raggiunto massimo libertinaggio dell’alto clero. Per via delle parrucche.
Poi si tornò alle teste nude, una volta strappata via la parrucca. E ricominciarono i dolori.
8493663735_169657936aNon è un caso che tutta la letteratura disponibile sul tema e l’immaginario sporcaccione o anticlericale si figuri il prete infedele e sensuale come un tipo di mezza età con una vistosa calvizie a mo’ di Gargamella. Non è un caso: i preti pelati non avevano, per ovvie ragioni, l’obbligo della tonsura. E questo fu un problema che molti secoli prima era stato aggirato con la tonsura totale esclusa la striscia di capelli intorno alle tempie, da orecchio a orecchio (vedete ad esempio un santino di Sant’Antonio) dove a tutti, anche ai pelati, i capelli restano seppur in modo residuale.
Infine, a fine anni ’50, Giovanni XXIII la bandisce del tutto, in nome dei tempi. E non fu un caso che solo dieci anni dopo metà del clero (e in alcune nazioni i due terzi) abbandonò pure la tonaca e l’altare: avevano un po’ tutti una relazione peccaminosa con qualche sgualdrina che si era fatta imbrogliare in un primo tempo dalla mancanza di tonsura, che s’aggiungeva anche alla scomparsa dell’abito.
Tonsura oggi, in qualche fervente piccola famiglia religiosa è ritornata di moda

Tonsura oggi, in qualche fervente piccola famiglia religiosa è tornata di moda
E’ lo stesso Roncalli che nel patetico sinodo romano che precede il Concilio e fece più ridere che altro (card. Oddi dixit), ultimo colpo di coda del pruriginoso moralismo clericale, abolita la tonsura già da tempo, voleva imporre regole restrittive di “disciplina ecclesiastica” per scoraggiare le “mormorazioni” sui preti: ad esempio, se preti, non sedere a tavola con donne (Roncalli non lo permetteva, salvo la domenica, nemmeno alle sue sorelle, che vivevano con lui); non salire in macchina con donne nemmeno se sono sorelle del prete, perché la gente “potrebbe non saperlo e pensar male”, al massimo si potevano accettare a bordo donne molto anziane; non parlassero i preti, e le monache, per strada con gente del sesso opposto e sconosciuti più in generale. Etc etc di questo passo. Roncalli, da vecchio clericale e conservatore, aveva grande diffidenza per le donne, tanto da sfiorare le ginecofobia. Non meraviglia poi che si scatenarono, opera di suoi nemici forse, voci circa la sua omosessualità.
Tonsura oggi nel rito extraordinario

Tonsura oggi nel rito extraordinario
E’ lo stesso Roncalli che da papa manda un ordine a tutti i vescovi del mondo, che sarà l’origine di tanti disastri: “per non scandalizzare i semplici” (ovvio!), non si denunciassero e non si punissero esemplarmente i casi di “abusi dentro gli istituti religiosi” ad opera dei consacrati stessi. Con la raccomandazione di mettere tutto a tacere, al massimo spostare di parrocchia o istituto il reo, quasi sempre recidivo.
Finché ci fu la tonsura, molti preti, religiosi e papi si ricordarono di avere oltre che le pudenda di cui non far uso anche una testa di cui far uso, foss’anche solo per fare da piedistallo alla tonsura, ma ce l’avevano comunque. Tolta la tonsura, ci si scordò oltre che della castità anche della testa: metà clero la perse e si spogliò, in senso proprio e figurato e in ogni senso.

http://www.papalepapale.com/cucciamastino/senza-categoria/tonsura-e-continenza-ragioni-taciute-della-piu-antica-pratica-clericale/

mercoledì 30 dicembre 2015

un vestito per i preti

Una riflessione per i consacrati ...


«Il sacerdote deve essere tutto di Dio; la Chiesa per questo lo riveste di una lunga tunica. L'abito sacerdotale deve mostrare che il ministro sacro quasi non ha corpo, è volto a Dio con tutte le sue forze, e cerca solo la salvezza delle anime. 

Ora, se l’abito talare ha una forma secolaresca, se il capo è coltivato mondanamente con i ciuffi (e magari i riccioli ed i profumi), se di sotto ad una succinta sottana fanno mostra i calzoni, che cosa rappresenta più un sacerdote per il popolo?
Quell’esteriore non lo raccomanda, ed in se stesso è un segno troppo evidente di poco spirito e poca rinunzia al mondo. Se si veste mondanamente, spegne la sua luce, e mostra in sé tutt'altro che la corsa dell'anima verso Dio. 

Il sacerdote dunque col suo abito talare, lungo, composto, povero ma pulito, col suo mantello che lo avvolge come se avesse le ali ripiegate, pronte al volo, col capo segnato dalla croce del Redentore, col corpo composto, spirante ordine e modestia, con gli occhi bassi, alieni assolutamente da ogni malsana curiosità, passa nel mondo proprio come un angelo, dà un senso di pace e di conforto, dà un senso di speranza nelle angustie della vita perché egli rappresenta la carità, e passa come lampada che illumina, dissipando con la sua sola presenza le tenebre degli errori. 

La grandezza sacerdotale non può rimanere celata, non è un brillante sepolto nella miniera, deve rifulgere innanzi a tutti nell'atteggiamento e nella vita del sacerdote, poiché egli è la lampada posta sul candelabro ed è come città edificata sulla cima dei monti. 

Or, come il carattere sacro lo distingue nettamente dagli altri uomini, così deve distinguerlo l'abito e la vita, ed egli deve essere rifulgente di splendori soprannaturali. Non può dire che l'esteriorità non conta nulla, né può accomunarsi agli usi del mondo con la scusa che l'abito non fa il monaco; l'abito non lo fa ma lo rivela, e possiamo dire anche che lo aiuta internamente. Un soldato che non veste la divisa non si sente soldato; “subcoscientemente” si sente ancora libero cittadino, e non avverte la sua fusione al corpo militare cui appartiene come parte di un tutto inseparabile.»

("Nei raggi della grandezza e della vita sacerdotale"
di Dain Cohenel - pseudonimo di don Dolindo Ruotolo –

per gentile concessione de La stola non è un optional, neanche sotto la casula)

martedì 6 ottobre 2015

Ormai nichilisti anche i preti

"Ormai nichilisti anche i preti. 
Dopo Charamsa, Orwell un dilettante"


05 ottobre 2015, Marta Moriconi
Tutto è cominciato con un'intervista in prima pagina sul Corriere della Sera del teologo Krzysztof Charamsa. Il 43enne, polacco, ha dichiarato: "Voglio che la Chiesa e la mia comunità sappiano chi sono: un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità. Ho un compagno. Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l'astinenza totale dalla vita d'amore, è disumana. Vorrei con la mia storia scuotere un po' la coscienza di questa mia Chiesa. Al Santo Padre rivelerò personalmente la mia identità con una lettera". Abbiamo chiesto a Diego Fusaro di parlarne con IntelligoNews. E da intellettuale non credente ha sviluppato il suo pensiero, non senza riprendere il concetto ratzingeriano di relativismo, ma spostandosi più sul nichilismo.

Fusaro, un filosofo di fronte a quelle parole come si pone? Qual è stata la sua prima reazione. 

"L'impressione è stata quella di sentire una frase assurda e irragionevole. Proprio come se un prete avesse detto "io prete ho una compagna e ho il mio diritto a rivendicare di avere una compagna". Ma io dico, è una sciocchezza: se giochi a tennis devi stare alle regole di quel gioco, e giocare con la racchetta. Se tu entri nella Chiesa non puoi avere un compagno o una compagna. Punto. Dov'è l'omofobia? E' un'assurdità dirlo. C'è una pari l'illegittimità in questi casi. Quindi siamo ormai ad un livello che fa apparire Orwell un dilettante. Questo è il bipensiero, bisogna riconoscere per forza l'omosessualità, che è un legittimo gusto sessuale, come un orientamento quasi coattivo per tutti gli esseri umani. Io ho il pieno rispetto, ma rivendico il mio diritto ad essere eterosessuale". 

Fusaro, ma c'entra qualcosa quella battaglia contro il relativismo etico, che Ratzinger aveva intrapeso? Forse era proprio dentro le mura della Chiesa...

"Beh certamente. Ma prima ancora parlerei di nichilismo, il vero problema del nostro tempo, come giustamente fu preconizzato da Nietzsche e questo nichilismo emerge molto bene da questi atteggiamenti surreali (di un prete questa volta). Non c'è più un alto e basso, una trascendenza e un'immanenza, c'è un indistinto proliferare di valori che stanno sullo stesso piano".

Ma sta dicendo che potrebbe essere un prete senza Dio?

"Questo non mi spingo a dirlo, nessuno gli proibisce di uscire dalla Chiesa e di rifarsi la sua vita con un compagno e una compagna, ma se non accetti le regole della Chiesa che ci fai là dentro? L'avvento del nichilismo previsto da Nietzsche corrisponde all'avvento della società prevista da Marx: cioè quella società dove tutto diventa merce e quello resta l'unico valore di riferimento. Questo modo di ragionare, dove tutto è irrilevante, tutto è sullo stesso piano, dove puoi fare tutto ciò che ti passa per la mente, è un'espressione di questo nichilismo relativistico e individualistico aggiungerei...".

Infatti tra le parole ricorrenti nelle sue dichiarazioni, si legge spesso - felice, orgoglioso -... parla di sè.

"Certo, io io io. Ormai nell'epoca del legame sociale assente e della rinuncia all'emancipazione sociale, restano i diritti dell'individuo isolato. Vale anche per i preti che dovrebbero invece portare avanti un discorso comunitario". 

Passiamo al Sinodo. L'evoluzione della Chiesa potrà passare per la sua tradizione? Cacciari ha detto la sua. Fusaro? 

"Il concetto di evoluzione è molto ambiguo, andrebbe discusso per ore. Secondo me la Chiesa sta legittimamente resistendo alla mondializzazione capitalistica e non mi stupisce subisca attaccati dall'esterno, tramite il "clero mediatico", e dall'interno da preti come questo che rivendicano i propri diritti ad essere progressisti". 

Ma a livello di parole non siamo già stati spostati avanti dai media? Sul Catechismo si parla di "atti disordinati" ora di come accogliere gli omosessuali, aspetto tra l'altro sempre trattato...

"Siamo stati spostati in avanti certo, e se per accoglienza si ritiene che devono essere trattati senza discriminazioni bene, ma se il profilo diventa quello della rivendicazione ai diritti omosessuali, tra l'altro escludendo gli eterosessuali dalla pratica di emancipazione... Beh, direi che tutto questo è molto ambiguo".  


martedì 9 giugno 2015

LA PREGHIERA INCESSANTE

“VENITE E VEDRETE!”

Pubblichiamo questa bella conferenza – dal titolo “Il rapporto tra monachesimo e liturgia” – tenuta a Roma lo scorso 7 maggio da p. Cassian Folsom OSB, Priore del Monastero di Norcia, per aiutarci a scoprire i Monaci e per pregustare il clima spirituale che respireremo nel pellegrinaggio nazionale dei Coetus Fidelium del Summorum Pontificum (3-5 luglio 2015): per la serie “se non ci venite, ecco che cosa vi perdete!”

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Qual è il rapporto tra monachesimo e liturgia? Posso rispondere molto sinteticamente con una analogia: è il rapporto tra pesce e acqua. Ovviamente, il pesce abita nell’acqua, si muove nell’acqua, senza l’acqua muore. Così anche per il monaco: respira l’aria della liturgia, si nutre dalla liturgia, si muove nel mondo creato dalla liturgia, senza la liturgia muore spiritualmente.
Potrei finire qua – una conferenza di due minuti! – ma forse sareste delusi, aspettando una lezione più lunga. Quindi posso sviluppare il tema un po’ secondo le seguenti categorie:
  1. La preghiera incessante
  1. Il tempo impiegato ogni giorno nella preghiera liturgica, secondo la Regola di San Benedetto
  1. I salmi
  1. Il canto
LA PREGHIERA INCESSANTE
Ci sono due indizi nella Regola che indicano chiaramente che secondo San Benedetto, la preghiera liturgica si colloca decisamente nella tradizione della preghiera incessante, come articolata dai Padri del deserto.
PRIMO INDIZIO:
Nel rito Romano, durante la Settimana Santa, la liturgia ritorna alle sue forme più arcaiche.  Ho in mente l’Ufficio Divino.  Prima delle Ore Minori (prima, terza, sesta e nona), troviamo questa rubrica: [Horae minorae] absolute inchoantur a psalmis infra signatis, ossia: “Le ore minori iniziano absolute, cioè senza versetti, segni di croce, senza nessun elemento introduttivo, direttamente – con i salmi indicati sotto.”
Ad esempio, l’Ora Prima inizia direttamente con Salmo 53: Dio, per il tuo nome, salvami. Si ricorda che questo stile di cantare i salmi è proprio arcaico – antichissimo.
Diversamente, secondo la Regola di San Benedetto, tutte le ore canoniche hanno qualche elemento introduttivo.  Vediamo, quindi, una innovazione da parte di San Benedetto che, parlando delle ore minori dice: “All’inizio si dica il versetto: Deus in adiutorium meum intende, Domine, ad adiuvandum me festina (Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto)” (RB 18:1). Perché questa innovazione? Non si faceva così, infatti, prima di San Benedetto.  Perché questo versetto salmico in particolare? Nella tradizione monastica, dove si trova una trattazione intorno a questo versetto? Negli scritti di San Giovanni Cassiano, quando insegna un metodo da usare per la preghiera incessante. Cito un brano dalla Conferenza X di San Cassiano – lo stile è un po’ prolisso, ma il messaggio è chiaro:
Abba Isaia spiega a Cassiano e al suo compagno Germano: “Per voi dunque sarà proposta come formula di questa disciplina e di questa preghiera, da voi richiesta, quella che ogni monaco, allo scopo di tendere al continuo ricordo di Dio, deve abituarsi a coltivare con una continua ripresa da parte del cuore e dopo avere espulsa la varietà di tutti gli altri pensieri, poiché egli non potrà applicarvisi in altro modo, se prima non si sarà liberato da tutte le preoccupazioni e sollecitudini corporali. Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvisuti, così pure do noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi [avidi, bramosi] di accoglierla. Pertanto sarà da noi suggerita a voi, conseguentemente, questa formula di vera pietà, allo scopo di raggingere un continuo ricordo di Dio: Deus in adiutorium meum intende, Domine ad adiuvandum me festina [Sal 69]” (Conf. X,10).
Poi, Abba Isaia spiega tutti i pregi di questo versetto salmico, e perché è adatto alla preghiera incessante.
Allora, San Benedetto è stato formato dalla tradizione monastica che esisteva già secoli prima di lui. Egli dispone che i suoi monaci leggano le Conferenze di San Cassiano. Infatti, San Benedetto individua il nucleo dell’insegnamento di Cassiano sulla preghiera incessante – e cioè l’uso di questo versetto – e con uno slancio innovativo, prefigge questo versetto a tutte le ore dell’Ufficio Divino.
Che cosa vuol dire tutto questo? San Benedetto vuole fare un ponte tra la preghiera personale e la preghiera liturgia. Il ponte è, infatti, la preghiera incessante.


SECONDO INDIZIO
I nostri padri vivevano in un’epoca in cui si esprimeva il senso della vita per mezzo dei simboli. Un aspetto importante di questo mondo simbolico era costituito dai numeri. Ascoltate un brano della Regola, cap. 16, che insiste su questa simbologia:
“Si deve osservare quello che dice il Profeta: Sette volte al giorno io canto la tua lode. Questo sacro numero di sette sarà rispettato se adempiremo il dovere del nostro servizio a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, poiché a queste ore diurne si è riferito il salmista dicendo:Sette volte al giorno canto la tua lode. Quanto alla veglie notturne infatti il medesimo Profeta dice: Nel mezzo della notte mi alzavo a celebrarti. Rendiamo dunque lodi al nostro Creatoreper le sentenze della sua giustizia a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, e alziamoci per celebrarlo nella notte” (RB 16).
Perché questa insistenza che i monaci cantino le ore diurne dell’Ufficio Divino sette volte ogni giorno? Perché il numero 7 significa completezza, totalità – significa che i monaci pregano sempre, incessantemente.
Ecco due piccole spie nella Regola di San Benedetto che ci aprono vasti orizzonti. La preghiera liturgica – e qui si tratta in particolare dell’Ufficio Divino – è organizzato in modo che queste forme liturgiche aiutano il monaco a pregare sempre, incessantemente. O in altre parole, aiutano il pesce a rimanere nell’acqua.


TEMPO IMPIEGATO NELLA PREGHIERA LITURGICA / PERSONALE
Questa immersione totale ha delle implicazioni concrete, perché la vita quotidiana del monaco viene organizzata attorno a questi momenti di preghiera. Poniamoci questa domanda: Quanto tempo ogni giorno viene impiegato nella preghiera liturgica, secondo la Regola di San Benedetto? (Potrei darvi subito la risposta, ma sarebbe un approccio noioso!  È più interessante scoprirlo personalmente).
Ci sono due considerazioni:
1) l’Ufficio Divino (preghiera liturgica per eccellenza) e
2) la lectio divina (la ruminazione sulla Pagina Sacra della Bibbia).
Stranamente, San Benedetto dice ben poco sull’Eucaristia, non descrive la liturgia della Messa; questa lacuna viene riempita dalla tradizione sviluppatasi dopo San Benedetto.
La preghiera liturgica
Vorrei elencare tutti i momenti di preghiera liturgica della giornata, secondo la Regola e la tradizione. Però, la mia capacità matematica è pessima – dovete aiutarmi a fare il calcolo. Anzi, facciamo due calcoli: uno per i giorni feriali, l’altro per i giorni festivi.
  1. Il Mattutino: di solito dura attorno ad un’ora, ma la domenica e nei giorni festivi, può durare un ora e mezzo, o anche di più.
                                                                                                         Feriali         Festivi
[da un’ora ad un’ora e mezzo]                                                    1,00             1,30
  1. Le lodi: attorno a 40 minuti
[40 minuti]                                                                                     1,40             2,10
  1. L’ora prima insieme all’ufficio del capitolo: 30 minuti
[30 minuti]                                                                                     2,10             2,40
  1. Le ore minori terza, sesta e nona: 10 minuti ciascuna
[30 minuti]                                                                                     2,40             3,10
  1. La Messa cantata – da 50 minuti ad un’ora
                 La Messa solenne – un ora e mezzo
[da un ora ad un ora e mezzo]                                                    3,40             4,40
  1. I Vespri: attorno a 30 minuti
[30 minuti]                                                                                     4,10             5,10
  1. La compieta: 20 minuti
[20 minuti]                                                                                     4,30             5,30
Ecco il tempo impiegato per la preghiera liturgica. L’orario monasticoprevede anche la preghiera personale, la lectio divina. Leggo la descrizione di San Benedetto, e di nuovo, vi invito a fare il calcolo. La domanda è questa: quanto tempo viene dedicato alla lectio divina? Anche qui, si deve distinguere tra giorni feriali e giorni festivi.
Si tratta del cap. 48: Il lavoro manuale di ogni giorno. Non leggo tutto il capitolo, solo quei brani che dispongono l’orario per la lectio divina.
“L’ozio è nemico dell’anima, e perciò i fratelli devono essere occupati in ore determinate nel lavoro manuale e in altre ore nella lectio divina.
Riteniamo quindi che le due occupazioni siano ben ripartite nel tempo con il seguente orario:
+ da Pasqua fino alle calende di ottobre…dall’ora quarta (10,00) fino a quando celebreranno sesta (12,00) attendano alla lettura.
 [2 ore]
+ A partire invece dalle calende di ottobre fino all’inizio della quaresima attendano alla lettura fino a tutta l’ora seconda… (dalle 6,00 alle 8,00)
[2 ore]
+ Nei giorni della quaresima poi, dal mattino fino a tutta l’ora terza attendano alle proprie letture… (dalle 6,00 alle 9,00)
[3 ore]
+ Anche nel giorno della domenica, attendano tutti alla lettura, tranne quelli incaricati nei diversi servizi.
 [diverse ore]
Apro una parentesi: il sistema romano di calcolare il tempo consisteva nella divisione del giorno in 12 ore, e la notte in 12 ore: il che vuol dire che nel periodo estivo, le ore diurne sono più lunghe e le ore notturne più brevi; similmente, durante il periodo invernale, le ore diurne sono più brevi e le ore notturne più lunghe. Comunque sia, per commodità, facciamo il nostro calcolo basato su di un’ora di 60 minuti. Chiudo la parentesi.
La somma tra preghiera liturgica e preghiera personale?
Giorni feriali
+ fuori della quaresima: 6,30
+ quaresima: 7,30
Domenica e giorni festivi con l’orario domenicale: 7,30 +
Perché così tanto tempo di preghiera? Uso un’altra analogia, non quella del pesce, ma l’immagine di un campo sassoso che si deve arare. E’ necessario arare i solchi ripetutamente, anno dopo anno, per avere la terra veramente fertile. Allora, il nostro cuore è un campo sassoso, e ci vuole tanta preghiera, per arare bene quel campo.


I SALMI
Qual è il contenuto principale dell’Ufficio Divino? Una percentuale molto alta di tutte queste ore di preghiera consiste nella recita dei salmi.
Per capire l’importanza fondamentale dei salmi come parte essenziale della preghiera monastica, dobbiamo fare un piccolo esercizio di ermeneutica della Regola. Citerò tre brani, che si somigliano. Il vostro compito è di individuare le frasi uguali e la frasi diverse.
RB 4:21 Nihil amori Christi praeponere
               Nulla all’amore di Cristo anteporre
RB 72:11 Nihil omnino Christo   praeponant
                 Nulla a Cristo antepongano assolutamente
RB 43:3  Nihil operi Dei praeponatur
                Niente all’Opera di Dio deve essere anteposto
Quali sono le espressioni uguali? Le espressioni diverse?
Se cerchiamo di interpretare bene che cosa vuol dire Opus Dei nella Regola, cioè, l’Ufficio Divino, il parallelismo di questo schema può aiutarci. Si tratta di capire l’oggetto del verbopraeponere. Ovviamente, la parola Christo e la frase l’amore di Cristo sono intercambiabili. Ma sembrerebbe che Christo sia anche intercambiabile con l’Opus Dei. In altre parole, il contenuto dell’Ufficio Divino altro non è che Cristo stesso: Nulla anteporre a Cristo, nulla anteporre all’Ufficio!
Questa affermazione va approfondita, perché la conclusione non è evidente.
In che cosa consiste principalmente l’Ufficio Divino? Nei salmi. Anzi, San Benedetto indica che se i monaci si alzano tardi e quindi si deve abbreviare qualche cosa, si possono abbreviare le letture, ma non i salmi! Possiamo dire, dunque, che il contenuto dell’Ufficio è Cristo, presente nei salmi.
Come è possibile? I salmi sono dell’Antico Testamento: che cosa hanno a che fare con Cristo? Ci sono due possibili risposte:
  1. Secondo i criteri del metodo storico-critico, i salmi non hanno niente a che fare con Cristo.
  1. Secondo i criteri dell’interpretazione della Sacra Scrittura come viene attualizzata nel Nuovo Testamente, nei Padri e nella Liturgia – cioè, l’interpretazione spirituale – i salmi hanno tutto a che fare con Cristo.
Vi do due esempi:
  1. L’introito per la Messa di Natale a mezzanotte viene dal Salmo 2: Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. (Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato).
Secondo il senso storico, si tratta di un salmo di intronizzazione del re d’Israele, in cui Dio, con un decreto solenne, fa del re il suo figlio adottivo.
Ovviamente, la Liturgia fa una interpretazione cristologica. Chi parla? Dio Padre. Quando ha il Padre generato suo Unigenito Figlio? Non a Natale!  A Natale, la madre – Maria – partorisce il Figlio incarnato. Ma la generazione del Figlio è una realtà prima della creazione del mondo, prima che il tempo esistesse, un momento eterno si potrebbe dire. La liturgia, quindi, meditando su questo versetto salmico, approfondisce il testo del Credo che recita: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, dalla stessa sostanza del Padre”.
Questo metodo dell’interpretazione spirituale è stato descritto da Sant’Agostino con una frase lapidaria: “Tutto l’Antico Testamento parla di Cristo o ci esorta alla carità.”
In questo versetto preso dal Salmo 2, vediamo che il Salmo parla di Cristo.  Nel secondo esempio che vi darò, vedremo come un altro salmo ci esorta alla carità.
  1. Nel prologo della Regola, c’è una allusione al Salmo 136 nel contesto di una descrizione della lotta spirituale:
“[Il monaco], tentato dal maligno, cioè dal diavolo, lo respinge lontano dalla vista del suo cuore insieme con la tentazione stessa, e così lo annienta e, afferrando subito al loro nascere i suoi suggerimenti, li infrange contro il Cristo” (Prol 28).
Vediamo il salmo che corrisponde a questo brano della Regola. E’ un lamento, cantato dai deportati in Babilonia, che termina con una maledizione abbastanza brutta.
Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
Ai sàlici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportati,
canzoni di gioia, i nostri oppressori:
“Cantateci i canti di Sion!”

Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra.

Mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.
Fin qua, tutto va bene. E’ un lamento molto bello, commovente, che ispira sentimenti di compassione. Ma il salmo prosegue; ci sono ancora due strofe che formulano una maledizione. Nella Liturgia delle Ore attuale, hanno tolto quest’ultima parte, perché il principio adoperato dai compilatori era quello dell’interpretazione esclusivamente storica. I Cristiani non possono usare una maledizione nella loro preghiera, e quindi, si devono omettere questi versetti.
La tradizione liturgica della Chiesa, però, ha sempre incluso questi versetti, perché il principio adoperato era sempre quello dell’interpretazione spirituale. Mi spiego. Ecco l’ultima parte del salmo:
Ricordati, Signore, dei figli di Edom,
che nel giorno di Gerusalemme
dicevano: “Distruggete, distruggete,
anche le sue fondamenta!”
(I popoli di Edom, che abitavano a sud-est del Mar Morto, erano nemici storici d’Israele, e hanno collaborato con i Babilonesi nella distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C.)
Adesso viene la maledizione:
Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto!
Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sbatterà contro la pietra!
L’uccisione crudele e barbarica dei bambini innocenti non è una cosa bella. Come è possibile che preghiamo questo salmo? Ascoltate ciò che fanno i Padri: un’interpretazione di profonda intuizione psicologica e spirituale.  Ecco il ragionamento:
  1. I Babilonesi sono nemici, e i nostri nemici sono il diavolo e tutto il suo esercito.
  2. Ma non si tratta di adulti Babilonesi, guerrieri, ma di bambini, quindi di tentazioni cattive del diavolo quando sono ancora piccole, impotenti, deboli.
  3. Si parla, poi, di una pietra. Che cosa vuol dire? San Paolo dice nella 1 Cor 10, che gli Israeliti durante l’Esodo “bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10:4). San Paolo adopera il metodo spirituale per interpretare l’Antico Testamento.  Anche nel nostro caso, la roccia è Cristo.
  4. Conclusione: quando le tentazioni iniziano il loro attacco, quando sono ancora deboli, come bambini, precisamente in quel momento dobbiamo afferrarli e sbatterli contro la pietra che è Cristo. Se, invece, indugiamo, e lasciamo queste tentazioni / bambini crescere, diventeranno guerrieri, più forti di noi, e saremo sconfitti nella lotta spirituale.
Ascoltiamo ancora una volta le parole di San Benedetto:
“[Il monaco], tentato dal maligno, cioè dal diavolo, lo respinge lontanto dalla vista del suo cuore insieme con la tentazione stessa, e così lo annienta e, afferrando subito al loro nascere i suoi suggerimenti, li infrange contro il Cristo” (Prol 28).
Vedete? I salmi parlano di Cristo e della nostra vita spirituale in Cristo. Il monaco è immerso nel mondo dei salmi, ogni giorno. Il suo immaginario simbolico è formato dalla Bibbia (non dal televisore o dall’internet). La liturgia in genere, e i salmi dell’Ufficio in particolare, formano il monaco e lo nutrono.

IL CANTARE
L’ultima categoria è il canto. I monaci non recitano ma cantano la liturgia. Nel monastero di Norcia, cantiamo tutto – tutto l’Ufficio e tutta la Messa.
Quando io sono da solo, in viaggio, o fuori del monastero, anche da solo canto l’Ufficio. Il canto è essenziale per la liturgia monastica, perché esprime meglio tutti i sentimenti del cuore. Il Canto Gregoriano, a causa della sua antichità, del rapporto tra musica e parola, delle tonalità che sono diverse da quelle moderne – per tutti questi motivi, il canto gregoriano ha una bellezza del tutto particolare. E’ un canto creato per la liturgia, non per altri contesti, e quindi ha tutte le caratteristiche della musica liturgica di cui parla Papa Pio X: un musica sacra, bella, universale.
Cerchiamo di sviluppare questo tema del canto monastico, canto liturgico, prendendo in considerazione quattro punti:
  1. Il canto e i sentimenti del cuore
  2. Cantare: un atto comunitario
  3. Il cantare come partecipazione ai cori celesti
  4. Il canto esprime l’unità della fede
  1. Il canto e i sentimenti del cuore
Il canto serve da veicolo per esprimere i sentimenti più profondi dell’anima – ha quindi un ruolo espressivo. Sant’Agostino descrive i suoi sentimenti quando ascoltava i canti a Milano, dove Sant’Ambrogio aveva dato uno slancio notevole alla forma musicale dell’inno.
Agostino era molto consapevole del potere emotivo del canto, e ne aveva un certo sospetto, allo stesso tempo riconoscendo l’effetto positivo del canto liturgico, confessava di essere stato commosso anche lui.
Talora esagero in cautela contro questo tranello [la pericolosa sensualità della musica]. Allora rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa tutte le melodie delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici… Quando però mi tornano alla mente le lacrime che canti di chiesa mi strapparono ai primordi della mia fede riconquistata e alla commozione che oggi ancora suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica (Confessioni, X, xxiii, 40).
La salmodia comunica efficacemente non soltanto il contenuto delle parole cantate, ma ha un altro effetto subliminale, intuitivo. Ad esempio, quando sono agitato, e vado ai Vespri in questo stato d’animo, dopo che le onde della salmodia hanno bagnato la sponda del mio cuore, mi sento più tranquillo, e quando i Vespri si concludono, mi trovo di nuovo in pace. Troviamo la stessa esperienza nella Bibbia. Si ricorda che il re Saul era afflitto da un tipo di follia. “Allora i servi di Saul gli dissero: “Vedi, un cattivo spirito sovrumano ti turba. Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio… Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava; Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Sm 16:15-16; 23).
  1. Cantare: atto comunitario
L’atto di cantare non è soltanto una questione personale, ma anche comunitaria. I monaci cantano insieme. Questo fatto è già una scuola di formazione! Il prefazio della Messa descrive gli angeli, gli arcangeli, i Cherubini e i Serafini cantando all’unisono: una voce dicentes. Questa armonia è anche l’obiettivo del coro monastico, e quindi dobbiamo ascoltare agli altri confratelli, moderare la voce, il ritmo, il volume per conformarsi al canto della comunità. Il monaco singolo deve diventare umile.
Se no, se il monaco è superbo e vuole esibirsi, o vuole manipolare il coro affinché la comunità segua il suo ritmo e il suo stile personale, non c’è più armonia, e si sente la dissonanza. Papa Benedetto XVI, nel suo famoso discorso al Collège des Bernardins a Parigi, sulla cultura monastica, cita San Bernardo, che rimprovera severemente i monaci che disturbano l’unità del canto. San Bernardo dice che con tale comportamento, il monaco abbandona la somiglianza di Dio, e si precipita nella regio dissimilitudinis, “nella zona della dissomiglianza, in una lontananza da Dio nella quale non Lo rispecchia più e così diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se  stesso, dal vero essere uomo.”1
Questo giudizio di San Bernardo è molto severo, ma si vede quanto importante per lui è il canto all’unisono.
  1. Partecipazione ai cori celesti
Abbiamo citato la formula conclusiva del prefazio che descrive il canto dei cori celesti una voce dicentes. E’ significativo che il canto dei monaci non è semplicemente un’attività umana, di cultura musicale. E’ invece una partecipazione alla liturgia celeste. Per questo, San Benedetto dice: “Sappiamo per fede che dappertutto Dio è presente e che gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi, ma dobbiamo crederlo senza dubbio alcuno soprattutto quando partecipiamo all’Opera di Dio. Perciò teniamo presente sempre quello che dice il profeta:Servite il Signore nel timore, e ancora: Salmodiate con sapienza e: In presenza degli angeli canterò per te. Badiamo dunque con quale atteggiamento dobbiamo stare davanti a Dio e ai suoi angeli, e poniamoci a cantare i salmi in modo che il nostro spirito sia in accordo con la nostra voce” (RB 19:1-7).
  1. L’unità della fede
Ci sono tanti aspetti del canto liturgico che potrei sviluppare ancora, ma mi limito ad uno in più. Il canto ha la capacità di unire tutti i misteri della fede nell’unità di una singola intuizione. Vi do un esempio.
Il Martirologio per il Natale, traccia tutta la storia della salvezza, fino all’incarnazione del Figlio di Dio. In un crescendo di intensità, dopo aver menzionato il periodo di pace sotto l’imperatore Augusto, il Martirologio proclama la nascita del Salvatore con queste parole e con questa melodia:
Immagine 1
Ripeto l’ultima frase: Nativitas Domini nostri Iesu Christi secundum carnem. Avete mai sentito questa intonazione, questa melodia? Da dove viene? Quando viene usata nella liturgia?
Ascoltae: Passio Domini nostri Iesu Christi secundum Matteum.
Vedete? La melodia della proclamazione della nascita di Cristo riprende esattamente la melodia della passione. Perché? Perché il Figlio di Dio è venuto nel mondo per salvarci dai nostri peccati per mezzo della sua passione. Ecco: l’unità dei misteri della fede, comunicata con grande semplicità, per mezzo di una cantilena liturgica.
CONCLUSIONE
Il rapporto tra Monachesimo e Liturgia è un rapporto di immersione totale. In questo breve incontro, vi ho dato uno schizzo di alcuni elementi che formano quest’ambiente speciale.
  1. La preghiera incessante
  2. La mole di tempo impiegato ogni giorno nella preghiera liturgica
  3. I salmi
  4. Il canto
Ce ne sono tanti altri. Concludo, quindi, con un invito: Venite e vedrete! La mia descrizione stasera è una cosa; la vostra esperienza sarà un’altra.
Vi invito ad un mondo di bellezza, di ascetismo, di profonda spiritualità, di incontro con il Signore. Venite, “voi tutti che siete affaticati e oppressi…e troverete ristoro per le vostre anime” (cf. Mt 11:29).
1 Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, Collège des Bernardins, Parigi: 12 settembre 2008), p.4.
http://www.summorumpontificum.org/?p=726