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sabato 31 gennaio 2015

PER I SEGUACI DI KASPER

LA COMUNIONE SPIRITUALE NON È UN COLPO DI SPUGNA NÉ UN ALIBI. MEMORANDUM PER I SEGUACI DELLA «LINEA KASPER»




Fra i tre paragrafi della relazione finale del Sinodo straordinario sulla famiglia, svoltosi in ottobre, che non hanno ottenuto l'approvazione dei due terzi dei padri c'è quello che riguarda la comunione spirituale per i divorziati risposati, il n. 53, che dice: «Alcuni padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio».
Dopo aver attribuito alla congregazione per la dottrina della fede e a Papa Benedetto XVI la tesi secondo cui i divorziati risposati non possono fare la comunione sacramentale ma quella spirituale sì, il cardinal Walter Kasper aveva allora obiettato: «Chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo. Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale?». In realtà Papa Joseph Ratzinger, durante l’incontro internazionale delle famiglie a Milano nel 2012 citato dal cardinal Kasper, non aveva affatto parlato della comunione spirituale come di un equivalente della comunione sacramentale. Aveva semplicemente detto che i divorziati risposati «non sono “fuori”, anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’eucaristia. Devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa. […] Anche senza la ricezione “corporale” del sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo corpo». Anche nella sezione conclusiva di un suo vecchio articolo da lui completamente riscritta nel 2014 prima del sinodo, Ratzinger si è espresso in modo analogo riguardo alle «persone che vivono in un secondo matrimonio e quindi non sono ammesse alla mensa del Signore», sostenendo che «una comunione spirituale intensa con il Signore, con tutto il suo corpo, con la Chiesa, potrebbe essere per loro un'esperienza spirituale che le rafforza e le aiuta».
L'arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, ha ripreso l'argomento alla vigilia del sinodo dello scorso ottobre, in un articolo sulla rivista di teologia Communio. Scola ha insomma incluso appunto «la comunione spirituale, cioè la pratica di comunicare con il Cristo eucaristico nella preghiera, di offrire a lui il proprio desiderio del suo corpo e sangue, assieme al dolore per gli impedimenti alla realizzazione di questo desiderio», tra i «gesti che la spiritualità tradizionale ha raccomandato come un sostegno per coloro che si trovano in situazioni che non permettono di accostarsi ai sacramenti».

È dunque, propriamente, la comunione spirituale “di desiderio” quella che è ritenuta adatta a queste persone non solo da Ratzinger e da Scola ma dalla pratica tradizionale della Chiesa cattolica.

La riprova è nel contributo dato alla discussione sinodale da un tipico esponente di questa linea pastorale come padre Carlo Buzzi, del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano, in una lettera dalla sua missione in Bangladesh pubblicata lo scorso maggio.

Come c'è il battesimo di desiderio per chi è impedito dal riceverlo sacramentalmente – ha scritto padre Buzzi – così ci può essere anche la comunione di desiderio, che «sembra proprio adatta per chi non è in stato di grazia e vorrebbe uscire da questo stato, ma per vari motivi non può».

Ha dunque avuto ragione, il Sinodo straordinario, a sollecitare «un approfondimento della tematica» da qui alla prossima sessione in agenda nell'ottobre del 2015, ovvero il Sinodo ordinario sulla famiglia, anche se manca qualsiasi riferimento ad essa nelle 47 domande del questionario distribuito alle conferenze episcopali.

La comunione spirituale, infatti, può essere intesa in modi diversi e quindi prestarsi ad equivoci anche gravi.

Per questo il teologo domenicano Paul Jerome Keller, docente nell’Athenaeum of Ohio di Cincinnati, haora pubblicato un testo brillante, scritto proprio per fare chiarezza su questo punto. Il contributo compare sull’ultimo numero dell’edizione inglese di Nova et Vetera, la rivista di teologia già distintasi la scorsa estate per un numero speciale dedicato ai temi del Sinodo, con otto saggi di altrettanti dotti domenicani degli Stati Uniti, tutti su posizioni alternative a quelle del cardinale Kasper.

Non inedia, ma fame
di Paul Jerome Keller O.P.

In risposta alle domande del cardinale Kasper sull'accesso alla santa comunione per i divorziati risposati, abbiamo dunque mostrato che esso non è possibile. […]

Dall'insegnamento di San Paolo fino ai nostri giorni, la tradizione della Chiesa ha insegnato costantemente la necessità per chi riceve la santa comunione di essere in stato di grazia. […] Anche se ci può essere qualche confusione circa il significato della comunione spirituale nel recente insegnamento magisteriale, rimane fermo che una vera comunione spirituale è possibile solo per chi è anche in condizione di ricevere la comunione sacramentale. […]
La Chiesa non chiede, come il cardinale Kasper sembra suggerire, che i divorziati risposati trovino la salvezza extra-sacramentalmente. Ad essi è offerta la stessa possibilità per la conversione e per la piena comunione – ecclesiale e sacramentale – che è offerta a chiunque. […] Il cardinale chiede se questa non-ricezione dell'eucaristia sia un prezzo troppo alto da pagare? La risposta a questa domanda dipende dalla volontà dell'individuo di essere conforme a Cristo. Tuttavia, dobbiamo essere chiari. Non è la Chiesa che frappone l'ostacolo alla piena comunione, ma è l'individuo che perpetua la scelta di violare il legame sacramentale del matrimonio. […]

Il cardinale Kasper pone inoltre questo diversivo: la regola della non ricezione dell'eucaristia non è forse una strumentalizzazione della persona che sta soffrendo e chiedendo aiuto, quando ne facciamo un segno e un avvertimento per gli altri? Questa domanda sottintende che la Chiesa non abbia il compito di proteggere i fedeli dalla condanna che possono attirare su di loro, come avverte San Paolo. Se infatti la Chiesa rimanesse passiva e permettesse la santa comunione a chi non fosse correttamente disposto, sarebbe essa stessa soggetta a condanna, per un diverso tipo di oppressione: l'incapacità di trattenere i suoi figli da atti illeciti e dal peccato, così come l'incapacità di custodire fedelmente e di dispensare i sacramenti. Questa plurisecolare vigilanza della Chiesa non è strumentalizzazione o manipolazione; è carità pura e semplice. È la preoccupazione della madre che i figli non ingeriscano la medicina sbagliata, affinché non diventi un veleno. […]

Non c'è nessuna strumentalizzazione della persona sofferente, sia essa il divorziato risposato o il catecumeno (che anche lui deve essere reso giusto sacramentalmente prima di ricevere la santa comunione). C'è solo la mano tesa e trafitta del Crocifisso e Risorto, il quale, tramite la Chiesa, offre la salvezza a ogni persona che sceglie di rivolgersi a Cristo, abbracciando lui solo anche nelle decisioni più difficili della vita. Egli offre continuamente il suo corpo e il suo sangue affinché tutti coloro che scelgono di indossare l'abito nuziale bianco (cfr Mt 22, 11-14; Ap 19, 8) possano accedere al suo banchetto eterno.

Esposta davanti ad ogni persona c'è la festa dell’eucaristia, offerta in modo che tutti noi possiamo sperimentare sempre di più la fame per il pane della vita, sia sacramentalmente che spiritualmente. Per ogni cristiano, il pentimento è la trasformazione dell’inedia in fame, una fame che Cristo promette di soddisfare al di là di ogni nostra immaginazione. 
http://www.iltimone.org/32574,News.html

martedì 7 ottobre 2014

tutte le vacche sono nere

SINODO/2-PER CACCIARI È «LA SAGRA DELL'OPINIONISMO». OGGI SI POTREBBE PARLARE, CHE SO, DI EUTANASIA...



Non è che il filosofo-sindaco abbia più dubbi che certezze; gli è che per la cultura contemporanea che Massimo Cacciari fra dubbio e certezza non c'è assolutamente alcuna differenza. Le sue opinioni sul Sinodo (perché per la cultura contemporanea dominante tutti debbono avere opinioni fresche di giornata su tutto) lo dimostrano perfettamente: «Con Wojtyla e Ratzinger», dice «non sono stati sviscerati i temi posti dall’età contemporanea. Le esigenze e le priorità negli ultimi decenni sono state altre. E cioè la posizione geopolitica della Chiesa nel mondo e l’evangelizzazione. Dopo il Concilio sono rimaste tra parentesi le risposte da dare. Finora la Chiesa si è sostanzialmente limitata all’indicazione di principi generali. Ora si tratta di scegliere tra diverse posizioni in merito a grandi questioni: etica sessuale, famiglia, matrimonio. E, senza dubbio in prospettiva anche il fine vita».

Cacciari è di quelli per cui il Sinodo ha il potere di tutto trasformare e ogni cosa ribaltare. Un vero e proprio "Concilio Vaticano III" dell'opinionionismo, insomma, in cui un Eugenio Scalfari, un Vito Mancuso, un teologo tedesco qualsiasi o un suo pari austriaco possono infilare ogni mattina nella cassetta dei desideri il pizzino giusto e aprire così la srabanda dei "secondo me". Oggi tocca all'eutanasia, domani vediamo. Da oggi la cosa più grave è proprio questa. Ognuno penserà di essere in diritto e in dovere di dire la sua, di stravolgere la dottrina, di re-inventarsi vestito da Papa; e con l'amplificazione che i media daranno costantemente a ogni più piccola corbelleria, sembrerà davvero la notte in cui tutte le vacche sono nere.

http://www.iltimone.org/32250,News.html

giovedì 13 marzo 2014

demolire la chiesa dal di dentro?

IL DRAMMATICO BIVIO DI BERGOGLIO. VOGLIONO SPINGERLO ALLA DEMOLIZIONE DELLA CHIESA, MA IO PENSO …

13 MARZO 2014 / IN NEWS


A un anno dall’elezione di Bergoglio a “vescovo di Roma” si resta perplessi nel vedere il giornale delle banche e della finanza – il “Corriere della sera” – che acclama il “papa dei poveri” il quale tuona contro “il Nord ricco” a cui “più volte in quest’anno ha gridato ‘vergogna’ mettendolo sotto accusa”.
Ci si sente presi per il naso. Che gioco stanno facendo? E che dire della “Stampa-Vatican Insider”? Il giornale torinese è il più affetto da quella “francescomania” che  Bergoglio deplora.
Il quotidiano della Fiat è arrivato addirittura a suonare le fanfare per Gustavo Gutierrez che è stato “riabilitato” in Vaticano: Gutierrez è il padre di quella “Teologia della Liberazione” che mescolava cristianesimo e marxismo e che fu seppellita da Giovanni Paolo II e da Ratzinger.
Si sente puzza di bruciato se i giornali delle multinazionali osannano la Teologia della liberazione. Ma ancor più se il Vaticano la riabilita. E proprio nei giorni in cui Ratzinger – in un libro intervista su Giovanni Paolo II – spiega:
“La prima grande sfida che affrontammo (con Giovanni Paolo II) fu la Teologia della liberazione che si stava diffondendo in America latina. Sia in Europa che in America del Nord era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz’altro. Ma era un errore. La fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico(…). A una simile falsificazione della fede cristiana bisognava opporsi anche proprio per  amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro”.  
Di recente un importante esponente della Tdl, Clodoveo Boff, ha dato ragione a Ratzinger per quello che (a nome di Clodoveo Boff, ) fece trent’anni fa:
“egli ha difeso il progetto essenziale della teologia della liberazione: l’impegno per i poveri a causa della fede. Allo stesso tempo, ha criticato l’influenza marxista. La Chiesa non può avviare negoziati per quanto riguarda l’essenza della fede… Siamo legati ad una fede e se qualcuno professa una fede diversa si autoesclude dalla Chiesa”.
Invece “nel discorso egemonico della teologia della liberazione”, riconosce Clodoveo Boff, “ho avvertito che la fede in Cristo appariva solo in background. Il ‘cristianesimo anonimo’ di Karl Rahner era una grande scusa per trascurare Cristo, la preghiera, i sacramenti e la missione, concentrandosi sulla trasformazione delle strutture sociali”.
Oggi però il Vaticano riabilita quella Teologia della liberazione. E lo strappo rispetto a Wojtyla e Ratzinger riguarda anche altro.
 ABOLIZIONE DEL PECCATO ?
 Il 29 dicembre scorso il titolo dell’editoriale di Eugenio Scalfari, sulla Repubblica, diceva: “La rivoluzione di Francesco: ha abolito il peccato”.
In effetti questa, vagheggiata da Scalfari (e anche dai poteri mondani, da logge e lobby anticattoliche) sarebbe la più grande delle rivoluzioni perché significherebbe l’abolizione della Chiesa stessa: Gesù ha predicato e praticato il perdono dei peccatori, mentre l’abolizione del peccato è l’esatto opposto, è qualcosa che renderebbe inutile e perfino ridicolo il sacrificio della Croce.
Perciò quella del fondatore di “Repubblica” sembrò a tutti una boutade dovuta al suo proverbiale dilettantismo teologico. I media cattolici lo liquidarono sarcasticamente.
Invece oggi bisogna riconoscere che aveva in parte ragione. Non riguardo al Papa (che ancora non si è espresso), ma riguardo al cardinale Kasper, autore dell’esplosiva relazione al Concistoro (richiestagli dal Papa) su divorziati risposati e sacramenti.
Kasper rappresenta quella sinistra martiniana che vorrebbe fare come le chiese protestanti del Nord Europa: calare totalmente le brache davanti al mondo (infatti quelle chiese si sono suicidate e oggi sono pressoché inesistenti).
Per questo la relazione di Kasper sovverte completamente nella pratica ciò che Gesù (Mt 5, 32 e Mt 19, 9) e la Chiesa hanno sempre insegnato.
Con l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati (che ribalta tutto il Magistero, specie quello di Giovanni Paolo II) di fatto si prospetta l’abolizione del peccato.
Che “ospedale da campo” è questo? Così noi poveri peccatori crepiamo. Come se il ministero della Salute decretasse che – invece di curare gli ammalati –  tutti fossero dichiarati sani per legge.
Infatti la prospettiva sulla quale Kasper e compagni vogliono spingere la Chiesa implica l’inutilità del sacramento della confessione e la sua abolizione.
Perché mai ci si dovrebbe limitare ai divorziati risposati? Sarebbe una “legge ad personam”. I conviventi o i fidanzati che hanno rapporti sessuali, perché dovrebbero confessarsi per accedere all’eucarestia? E l’uomo o la donna sposati che hanno una relazione extramatrimoniale?
 O KASPER O GESU’
 Il “tana liberi tutti” riguarderebbe di fatto tutti i peccati. Tutti perdonati d’ufficio. Kasper infatti dice: “ogni peccato può essere assolto”. Ma omette di dire che occorrono pentimento e ravvedimento.
Al contrario di Kasper, Gesù affermò che “il peccato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna” (Mt 12, 31-32). Questo peccato imperdonabile riguarda proprio “la presunzione di salvarsi senza merito”, “l’ostinazione nel peccato” e “l’impenitenza finale”.
A ben vedere poi Kasper non si limita ad abolire il peccato (e la confessione): abolisce l’inferno stesso. Lo ha detto con una frase passata inosservata, ma che contraddice totalmente quanto Gesù e la Chiesa hanno sempre insegnato.
Il prelato dice: “non è immaginabile che un uomo possa cadere in un buco nero da cui Dio non possa più tirarlo fuori”. Falso. Questo “buco nero” c’è: è l’inferno in cui noi possiamo scegliere di andare. Dio – per rispetto della nostra libertà – non può salvarci contro la nostra volontà.
E’ molto pericoloso non credere all’inferno. Santa Faustina Kowalska – che di misericordia era molto più competente di Kasper – riferisce nel suo Diario che quando fu portata misticamente a vedere il regno di Satana scoprì che “la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno”.
 I GESUITI
 Storicamente furono i padri gesuiti ad essere accusati dal grande Pascal di aver  abolito il peccato con la scusa di perdonare il peccatore. E nel nostro tempo sono tornate in auge quelle loro idee.
Lo ricordò l’allora cardinale Ratzinger in un celebre discorso del 1990:
si può dire che l’odierna discussione morale tende a liberare gli uomini dalla colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità. Viene in mente la mordace frase di Pascal: ‘Ecce patres, qui tollunt peccata mundi’! Ecco i padri che tolgono i peccati del mondo. Secondo questi ‘moralisti’, non c’è semplicemente più alcuna colpa. Naturalmente, tuttavia, questa maniera di liberare il mondo dalla colpa è troppo a buon mercato. Dentro di loro, gli uomini così liberati sanno assai bene che tutto questo non è vero, che il peccato c’è, che essi stessi sono peccatori e che deve pur esserci una maniera effettiva di superare il peccato”.  
In un libro precedente Ratzinger criticò quel “pensiero pelagiano secondo il quale basterebbe in fondo la buona volontà dell’uomo per salvarlo”.
Poi aggiunse:
“In questa luce non era in ogni senso in torto il rimprovero mosso dai Giansenisti ai Gesuiti di portare con le loro teorie il secolo all’incredulità”.
Ma ci sono anche le correnti sane della Compagnia di Gesù. Se infatti da una parte c’era il gesuita Rahner, dalla parte opposta c’era il grande gesuita De  Lubac.
Francesco è davanti a un bivio: da una parte la demolizione della Chiesa a cui vogliono spingerlo poteri, logge e lobby mondane. Ma io penso (e spero) che lui sceglierà l’altra, quella del vero Concilio, di De Lubac, di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, una via gloriosamente ortodossa ed evangelica, che porta all’odio del mondo e a volte al martirio.  
 Antonio Socci

domenica 10 novembre 2013

MODERNISMO E CONCILIO VATICANO II

LA BEATA CATERINA EMMERICH 

AVEVA RAGIONE: 

L'INTERPRETAZIONE MODERNISTA 

DEL CONCILIO VATICANO II



giovanni-XXIII


«Vidi una strana chiesa che veniva costruita contro ogni regola ... Non c'erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione. In quella chiesa non c'era niente che venisse dall'alto ... [...] Si tratta probabilmente di una chiesa di umana creazione, che segue l'ultima moda [...] non c'era nulla di santo in essa»: la beata Caterina Emmerich (1774-1824) fa ricorso a poche ma incisive parole per descrivere una situazione disastrosa e preoccupante per la Chiesa di Pietro. Una nuova chiesa, di origine umana, viene costruita in alternativa alla vera Chiesa, rappresentata da quel "Santo Padre afflitto,angosciato e nascosto" di cui fa menzione la stessa in un'altra visione.

Senza dubbio sono delle rivelazioni destabilizzanti per la fede di ciascuno di noi e gettano nella confusione. Per di più, apparentemente arrecano una ferita profonda alla gloriosa Tradizione Cattolica, la quale ha nell'infallibilità dottrinale della Chiesa lo snodo centrale. 

«Che la Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerá per l'eternità»: lo scriveva il Santo Pontefice Gregorio VII redigendo nel 1075 il Suo "Dictatus Papae" sui diritti del Papa. Ma per un cattolico "tradizionale" come me non é di certo una novità. La voce di Ildebrando Aldobrandeschi da Soana non é di certo la sola: non possiamo dimenticare quella di Sant'Ireneo o di San Cipriano!

Eppure come conciliare le visioni della Santa tedesca con questi insegnamenti dei Padri della Chiesa? O anche come reagirebbero questi stessi, in questo anno della Fede, in questo cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II, se vedessero la maggior parte dei sacerdoti celebrare il Santo Sacrificio della Messa con stole pro gay families (per chi non lo sapesse sono quelle "simpatiche" con la bandiera multicolore) o accogliere il Sangue di Cristo in calici non preziosi o dare la Santa Eucarestia al popolo di Dio in bicchieri di plastica? Forse tacerebbero. É forse questa la "falsa Chiesa" di cui parla la Emmerich? E la colpa dei suoi abomini a chi é da imputare? A Giovanni XXIII o a Paolo VI? O più in generale al Concilio Vaticano II? 

Nessuna di queste é la risposta corretta. E allora la verità qual é?

L'allora Cardinale Ratzinger, in "Rapporto sulla fede", ci offre la risposta ai nostri dubbi: «Sono convinto che i guasti cui siamo andati incontro in questi venti anni (1965-1985) non siano dovuti al Concilio "vero" ma allo scatenarsi, all’interno della Chiesa, di forze latenti aggressive, centrifughe, magari irresponsabili oppure semplicemente ingenue, di facile ottimismo, un’enfasi sulla modernità che ha scambiato il progresso tecnico odierno con un progresso autentico, integrale. E all’esterno, all’impatto con l’ideologia liberal-radicale di stampo individualistico, razionalistico, edonistico». Eh si, Eminenza, si é sviluppato un contro o anti-Concilio Vaticano II ("La falsa chiesa") che,grazie all'appoggio delle correnti moderniste, si é andato soppiantando al Concilio autentico. 

D'altronde lo stesso Giovanni XXIII, nel suo discorso inaugurale del Concilio, disse:« il ventunesimo Concilio Ecumenico vuole trasmettere integra,non sminuita, non distorta la dottrina cattolica». Per lo stesso Papa bergamasco,occorreva solamente "insegnarla in modo più efficace" per inaugurare una nuova Pentecoste per la Sposa di Cristo. Tant'è vero che quasi la totalità dei documenti conciliari sono di carattere pastorale. Eppure, «é incontestabile che gli ultimi vent’anni (1965-1985) sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa Cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti» ebbe modo di confessare l'ormai Pontefice Emerito, il quale raccomanda,bensì,ai cattolici di tornare «ai testi del Vaticano II autentico».

É dello stesso pensiero anche Papa Giovanni Paolo II,come emerge dal numero 11 di "Pastores Dabo vobis" a proposito della crisi del sacerdote.

Cos'è successo dunque? Semplice: qualcuno sta operando una rilettura modernista del Concilio Vaticano II, costruendo la Falsa Chiesa Cattolica.

Non siete convinti? Bene,vediamo qualche esempio insieme.
La "Sacrosantum Concilium",di cui ricorre il 50º anniversario, ribadisce il valore della Messa come Sacrificio incruento del Cristo (n. 47); tuttavia, a lungo andare, fregandosene dei testi dell'assise, si é cercato di ridurre la funzione religiosa alla stregua di un banchetto protestante. C'è voluto Giovanni Paolo II a ridare linfa al vero documento conciliare con la sua enciclica sull'Eucarestia. Nella stessa costituzione, troviamo scritto anche : «la Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio, perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale» (n. 116). Nulla di fatto: assistiamo giornalmente a "strimpellature" ignobili durante le celebrazioni. Per quanto riguarda,invece, la lingua da recitare durante la Messa il Concilio scrisse:« Si possa concedere, nelle Messe celebrate con partecipazione di popolo, una congrua parte alla lingua volgare, specialmente nelle letture e nella "Orazione comune", e, secondo le condizioni dei vari luoghi, anche nelle parti spettanti al popolo. Si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’Ordinario della Messa che spettano ad essi» (n. 54). E ancora:« L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. [...] Si possa concedere alla lingua volgare una parte più ampia, specialmente nelle lettura e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti» (n.38). E invece del latino non c'è più traccia se non nelle celebrazioni nella forma straordinaria e in qualche celebrazione del Pontefice Romano. E che dire poi delle candidature di uomini "spretati" nelle liste comuniste e socialiste, nonostante il Concilio avesse raccomandato ai cattolici di seguire la dottrina sociale della Chiesa in campo politico? Questi sono pochi dei tanti esempi della contraddizione tra Vaticano II vero, "pastoralmente riformista" e inquadrabile perfettamente nel solco della Tradizione, e il Vaticano II inesistente, modernista ma ormai quello ampiamente praticato dalla maggior parte dei sacerdoti. Il Concilio ha spento le sue cinquanta candeline, é vero, ma di attuazione non vuole sentirne ancora parlare, nonostante i Pontefici abbiano richiamato al messaggio autentico del Vaticano II.

I modernisti se ne sono appropriati e lo leggono a loro piacimento:questa è la nuova astuzia di Satana per distruggere la Santa Chiesa.

Come diceva il buon vecchio Leone X: Exsurge, Domine, et iudica causam Tuam!

Gianluca Di Pietro

giovedì 12 luglio 2012

canone eucaristico

"Nel silenzio c'è il contatto col mistero!"

Il Canone e il silenzio: Ratzinger e Guéranger

Da: Rinascimento Sacro.
Una delle differenze più notevoli tra il nuovo rito della Messa e quello più antico, specialmente per quelli che vengono ad assistere al rito antico per la prima volta, è che molte delle preghiere che siamo abituati a sentir pronunciare ad alta voce si dicono sottovoce, soprattutto il Canone della Messa.

Nel suo libro “Lo Spirito della Liturgia” (1999), il Cardinale Ratzinger diceva:
“Non è proprio vero che il recitare tutta la Preghiera eucaristica ad alta voce e senza interruzioni sia un prerequisito per la partecipazione di tutti in questo atto centrale della Messa”.
Aveva già detto, nel 1978, che il Celebrante poteva dire le prime parole di ogni preghiera ad alta voce in modo che ognuno, nella propria preghiera interiore, potesse unire la preghiera personale alla preghiera comunale e la preghiera comunale a quella personale. (Nota poi che questo suggerimento dà fastidio a molti liturgisti.) Poi prosegue,
“Chi ha esperienza di una chiesa piena e unita nella preghiera silenziosa del Canone capisce cosa vuol dire il silenzio carico. È un grido forte e penetrante verso il Signore ed è insieme un atto di preghiera pieno di Spirito Santo. Così tutti pregano insieme il Canone, anche se devono sottostare al ministero sacerdotale”.
Nel suo libro Sulla Santa Messa, il Guéranger racconta un aneddoto che riguarda il Canone pregato in silenzio.

Nel ’600, gli eretici giansenisti cercarono di insinuare l’abuso di recitare il Canone della Messa ad alta voce. Ingannato dai loro imbrogli, il Cardinal de Bissy permise la stampa di una “R” nel Messale che aveva composto per la sua Diocesi, come pensavano di poter fare i vescovi francesi dell’epoca. La “R” rossa doveva dire ai fedeli di rispondere Amen quando era segnato così.

Ora, i fedeli possono rispondere solo alle preghiere che si sentono. Ne segue necessariamente, dunque, la recita del Canone ad alta voce, proprio come volevano quei giansenisti. Fortunatamente, si attirò subito l’attenzione del grande pubblico a tale pericolosa innovazione e si levarono alte grida di protesta cosicché il Cardinal de Bissy stesso dovette sopprimere i propri Messali.

L’osservazione di Guéranger non riguarda solo l’osservazione della legge liturgica o l’evitare una cosa che si associava ai giansenisti. (Sarebbe molto interessante capire perché i giansenisti insistevano tanto sulla recita ad alta voce del Canone, contrariamente al Concilio lateranense IV.)

Commentando le parole della Messa dopo il Sanctus, scriveva:
“Dopo queste parole, inizia il Canone, la preghiera mistica durante la quale i cieli si chinano alla terra e Dio scende a noi. La voce del Celebrante non s’ode più; financo sull’Altare tutto tace. Fu così, dice il Libro della Sapienza che, mentre la notte era a metà del suo corso, la parola onnipotente scese dal suo trono regale (Sapienza 18, 14, 15). AspettiamoLo con cotanto silenzio e fissiamo il guardo in quello che fa il Celebrante nel luogo sacro”.
Ho già suggerito che la riforma liturgica al giorno d’oggi si può compiere meglio permettendo certe prassi liturgiche tradizionali che non condannando certi abusi. Le condanne sono pur sempre importanti: anche se sono quasi sempre ignorate, i sacerdoti obbedienti hanno almeno un’autorità alla quale fare riferimento. Se invece si desse il permesso di dire Messa con il Canone sottovoce, sarebbe un’occasione d’oro per presentare ai fedeli l’idea della partecipazione vera, come una cosa per la quale non sia necessaria né sufficiente l’attività esterna.

© 2006 The hermeneutic of Continuity - trad.di T.M. (il traduttore richiede una preghiera per lui a S. Giuseppe)

d. Timothy Finigan *

* Don Timothy Finigan è parroco della Madonna del Ss.mo Rosario di Blackfen a Londra. Celebra la Messa di sempre già dal 2003 e cura il blog The hermeneutic of Continuity. L’articolo risale al 2006, prima dell’uscita del Summorum Pontificum