sabato 17 giugno 2017

Laudate Dominum


Laudate Dominum omnes gentes
Laudate eum, omnes populi
Quoniam confirmata est
Super nos misericordia eius,
Et veritas Domini manet in aeternum.

Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
Sicut erat in principio, et nunc, et semper.
Et in saecula saeculorum.
Amen.



venerdì 16 giugno 2017

insultati, benediciamo

Non c’è una “nuova Chiesa”, non ci sono neanche “nuovi costumi” o nuovi peccati.


Volentieri condividiamo il comunicato che segue di uno dei cinque Comitati - quello di Pavia - che, in meno di un mese, si sono costituiti, sulla scia di Reggio Emilia, come vere e proprie Comunità di riparazione.

 
Comunicato Ufficiale n. 4
del Comitato “Beata Veronica da Binasco” – 12 Giugno 2017



“È il tempo del raccoglimento, del poco chiasso e della preghiera incessante. Questo è l’aspetto più militante che i cattolici possono perseguire”. Con queste parole un giovane portavoce della processione di Riparazione al “REPride” di Reggio Emilia conclude la sua riflessione sull’evento. Non possiamo che sottoscriverla anche in relazione a quanto si è svolto a Pavia:
  1. Agli insulti, gratuiti e ingiustificati, rispondiamo con le parole di S. Paolo: “insultati, benediciamo”.
  2. Ringraziamo i partecipanti. Senza denaro, senza mezzi straordinari, senza patrocini di istituzioni, in cinque giorni si è dato vita a un evento significativo sul piano, non solo soprannaturale, ma anche sociale. Infatti, anche la stampa nazionale ha preso atto che i cattolici, incuranti del politicamente corretto, non si lasciano zittire. Essi chiamano grazia ciò che è grazia; peccato ciò che è peccato; disordine ciò che è disordine. Sottolineiamo tuttavia un disagio: abbiamo cortesemente risposto alle domande dei giornalisti per dare una lettura corretta dei promotori dell’evento, e non perché le nostre parole o immagini fossero direttamente mescolate a immagini del PaviaPride.
  3. Un plauso alle dichiarazioni sagge ed equilibrate di S.E. Mons. Corrado Sanguineti, Vescovo di Pavia, che corrispondono esattamente a quanto ha detto a noi. Lungi dal vietare il Duomo ai fedeli – come si è falsamente scritto – quasi fosse una pubblica sala e non il centro della devozione e della Fede comune dei cattolici pavesi, ne ha ribadito il diritto alla preghiera e il “no” della Chiesa cattolica a ideologie che sono contro l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio.
  4. E’ l’amore per le anime a spingerci: “Caritas Christi urget nos”. Non c’è una “nuova Chiesa”, non ci sono (ci spiace deludere alcuni) neanche “nuovi costumi” o nuovi peccati. Nella Roma che sparse il sangue dei martiri, Papi compresi, Nerone imponeva il suo “diritto positivo” e assoluto, non solo crocifiggendo i cristiani, ma anche “celebrando” almeno un paio di propri “matrimoni” con altrettanti maschi. Gli Apostoli, tuttavia, testimoniarono Cristo senza paura e con amore, ottenendo la conversione di molti. Perché, ci ricordano gli Atti degli Apostoli, bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini.
Il Comitato “Beata Veronica da Binasco”

giovedì 15 giugno 2017

bambini drag queen

Nemis e i baby drag queen: i nuovi bambini soldato strappati all'infanzia per combattere la guerra Lgbt
 



Il prossimo step delle legislazioni occidentali sarà la legalizzazione della pedofilia, perché se ognuno è libero di fare ciò che vuole cosa vieta di usare anche un bambino per il proprio piacere? Un’affermazione esagerata, catastrofista, da cassandre?


Don Fortunato Di Noto, il sacerdote che da vent'anni lotta conto la pedofilia, intervistato dalla nuovabq.it in merito ai corsi di educazione sessuale nelle scuole aveva risposto a chi obietta che tutto è lecito sì ma solo fra due volontà in accordo, che l’ipersessualizzazione della società contemporanea serve proprio a rendere i bambini consenzienti al sesso, come dichiarano le stesse lobby pedofile.





Ma se ancora non si accetta l’esistenza di uno stretto legame fra il sesso fuori dal matrimonio (negazione del suo fine procreativo), l’ideologia gender/omosessualista e, infine, la pedofilia basta guardare le immagini e i video del piccolo Nemis Quinn Mélançon-Golden. Il bimbo, un canadese di 8 anni, grazie ai suoi genitori sta diventando un personaggio dello spettacolo presentandosi al pubblico come una “drag queen” con il nome di Lactatia. Quello che più spaventa di questa vicenda sono tre cose: la mamma e il papà di Nemis dichiarano di averlo cresciuto con l’idea che non esiste il femminile e il maschile; le performance diaboliche del piccolo su un palco durante una festa Lgbt, dove si muove letteralmente come un ossesso in atteggiamenti da prostituta (tutto l’ambiente assomiglia a un inferno di fiere) e le dichiarazioni del bambino in un filmato caricato su YouTube, visionato in una settimana da quasi oltre 100 mila persone e che ha tutti i connotati per essere definito propagandistico: “Penso che ognuno sia libero di fare ciò che vuole - afferma Nemis - non importa quello che pensano gli altri. Se vuoi essere una “drag queen” e ai tuoi genitori non piaci, allora hai bisogno di nuovi genitori”.


Spaventa, perché la frase “ognuno sia libero di fare ciò che vuole, non importa quello che pensano gli altri” è una frase che sottoscriverebbe la grande maggioranza della popolazione occidentale, ignara delle sue conseguenze estreme ma ormai, quando è troppo tardi, sempre più evidenti. Spaventa, poi, l’appoggio legale di questa perversione estrema. Basti pensare che in Europa e in Canada cominciano ad essere approvate leggi, sponsorizzate da Ue e Onu, sul diritto dei bambini alla sessualità e alla religione, da proteggere nel caso la famiglia si ponga in contrasto ad esse, come rivendica Nemis: “Se vuoi essere una “drag queen” e ai tuoi genitori non piaci, allora hai bisogno di nuovi genitori”.


Spaventa, perché questi sono i nuovi “bambini soldato” (di cui il web si sta riempiendo) ideologizzati fin dalla culla e trasformati in veri e propri kamikaze della guerra Lgbt, che vuole sovvertire la natura umana in affronto alla creazione divina. Infine spaventa perché, come ha dichiarato Stephen Black, ex omosessualista abusato da bambino, “stiamo assistendo alla comunità Lgbt che abbraccia l’abuso minorile coltivando malattie mentali, attraverso la promozione di un bambino “drag”. Non ci vuole un grande scienziato per capire che tutto questo alla fine porterà all’abuso sessuale”.


Sì, esattamente come i bambini soldato o kamikaze, anche questi sono violentanti nella psiche fino a sposare battaglie a cui naturalmente non penserebbero mai. Esattamente come un bambino non penserebbe mai a farsi esplodere o a sparare. Non c’è alcuna differenza, dunque, fra questi genitori ed educatori folli e i terroristi che, per affermare il proprio potere, abusano dell’innocenza e della purezza dei piccoli, così facilmente inclini al bene e così bisognosi di fidarsi da essere altamente manipolabili, a meno di assecondare la loro inclinazione al bene senza forzature contrarie, come l’Occidente fobico di se stesso ha smesso di fare da tempo.


Infatti, non ci si stracci le vesti solo ora, quando è chiaro che il problema viene da lontano. Cioè dal fatto che sono sessant’anni ormai che si concepisce l’educazione come un training performate, dove il male e il bene non esistono e dove quindi la libertà non può essere sollecitata ad aderire ad alcun valore positivo senza essere tacciati di bigotteria violenta. Ma ora è più evidente che, al contrario, la violenza consiste nel negare il bene e il male oggettivi (gli unici argini agli abusi di qualsiasi potere) e nel predicare la libertà senza vincoli, in modo che quella dei più deboli, i bambini, sia schiava di quella degli adulti.


Un altro ex attivista Lgbt, Greg Quinland, oggi presidente dell’associazione Center for Garden State Families, parlando con Lifesitenews di Nemis, ha infatti fatto notare così: “Guardate ai suoi genitori. Guardate sua madre. Tutto questo è solo per fare pubblicità a se stessi a spese del loro bambino”. E, se fino a pochi anni fa, un episodio del genere (genitori che portano il figlio ad esibirsi in bordelli sodomiti) sarebbe stato sufficiente alla revoca immediata della potestà genitoriale, oggi siamo alla follia per cui un figlio ideologizzato dalla propaganda sodomita potrebbe essere separato dai suoi genitori ritenuti “bigotti”.


Siamo solo alla caduta dell’ultimo tabù, conseguente al mantra della liberazione sessuale del “corpo è mio e lo gestisco io”. Per cui, una volta che riusciranno a convincere i bambini che è normale anche avere rapporti con gli adulti, i vecchi sessantottini che magari si scandalizzano degli eccessi di un bambino trasformato in “drag queen”, non avranno categorie intellettuali e culturali per opporsi alla pedofilia che deriva dal loro stesso pensiero.


E’ triste pensare che mentre si accusa di terrorismo (senza nemmeno avere il coraggio di chiamarlo islamico) coloro che immolano i bambini alla causa jihadista, non ci si accorge che un’altra forma di schiavitù innocente verrà presto accolta dall’Occidente come normale. Sono due forme identiche del nichilismo, figlie della negazione del Dio creatore che si specchia nell’innocenza in cui può risplende con più facilità. Per questo il diavolo la odia tanto. E per questo ogni cristiano, invece che stare pacifisticamente a guardare questa empietà, dovrebbe lottare contro di essa. Sapendo che se i bambini educati nel male riescondo ad arrivare a tale perversione, richiamati continuamente alla verità senza sconti potrebbero davvero salvare mondo. Sta a noi.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-nemis-e-i-baby-drag-queen-i-nuovi-bambini-soldatostrappati-all-infanzia-per-combattere-la-guerra-lgbt-20137.htm

martedì 13 giugno 2017

mentre Sagunto brucia

Vietnam, i vescovi cattolici «spaventati» dalla nuova legge liberticida sulle religioni in vigore dal 2018




“La Legge sul credo e la religione varata dal governo ha dei punti innovativi e positivi. Tuttavia, restano molti aspetti che ci preoccupano e spaventano”. Ad affermarlo sono i vescovi vietnamiti, che sollevano dubbi sulla bontà del provvedimento che entrerà in vigore il primo gennaio 2018. Nonostante i pregiudizi e le visioni distorte sulla Chiesa che il governo diffonde, i leader cattolici ribadiscono l’impegno a lavorare per il bene del Paese ma esigono indipendenza dal regime.

Lo scorso primo giugno, in un messaggio alla presidente dell’Assemblea nazionale, Nguyễn Thị Kim Ngân, e ai 498 membri dell’organo legislativo, la Conferenza episcopale ha rivolto alcune osservazioni sull’ultima bozza della direttiva. I vescovi hanno inoltre inviato la loro dichiarazione ufficiale anche ai fedeli di 26 diocesi, invitandoli a pregare per il bene della nazione.


Il 18 novembre del 2016 l’Assemblea nazionale della Repubblica socialista del Vietnam aveva approvato la nuova norma, che regolamenterà la pratica religiosa nel Paese, condizionando in maniera diretta la vita dei cattolici. Il progetto della nuova legge è iniziato il 22 aprile 2015, quando l’Ufficio degli affari religiosi ha inviato a tutte le comunità religiose la quarta versione di una legge fino ad allora sconosciuta. Nelle settimane successive, leader caodaisti e cattolici hanno criticato in modo deciso la bozza giudicandola un “imprigionamento” delle religioni, definendo la legge “un passo indietro perfino sui Regolamenti su fedi e religioni del 2004”. Tuttavia, l’Assemblea nazionale ha deciso di portare avanti il progetto. I religiosi di cinque istituti cattolici hanno criticato la nuova legge, che “crea procedure farraginose, meccanismi soffocanti, una serie di vincoli tali da rendere impossibile ogni attività religiosa”.


Nella missiva del primo giugno scorso, la Conferenza episcopale sottolinea alcune qualità della legge, quali il riconoscimento del diritto alla religione dei detenuti nelle carceri e nei riformatori (Art. 6); degli stranieri (Articoli 8 e 47); dei forestieri che studiano presso le istituzioni religiose vietnamite (Art. 49). Il provvedimento riconosce inoltre le organizzazioni religiose approvate dall’agenzia di Stato competente come entità non commerciali (Art. 30).


Suscitano invece perplessità e preoccupazioni le ingerenze del governo verso le organizzazioni religiose attive nel campo dell’educazione e della salute. Una precedente bozza di legge, redatta il 17 agosto del 2016, stabiliva il diritto a fondare istituti di formazione, complessi sanitari, ambulatori, unità o locali di protezione sociale e le strutture di accoglienza. L’ultima versione del provvedimento rivede questo diritto e, usando termini generici e ambigui, invita le organizzazioni religiose a “prender parte” ad attività educative, sociali e sanitarie. “In che senso – domandano i vescovi – possiamo ‘prender parte’ a tali attività? Fino a che punto possiamo ‘prendervi parte’? Ci è ancora garantito il diritto di istituire unità sociali o fondazioni?”. “Quest’ultima versione della legge è un passo indietro rispetto alla precedente”, commentano i pastori.


Secondo i presuli, le ambiguità e le contraddizioni contenute nella norma alimentano il “meccanismo del chiedere e concedere”, attraverso cui il governo può “approvare o disapprovare le organizzazioni religiose”. Questo meccanismo legittima le interferenze negli affari interni delle comunità religiose e gli stretti controlli sulle loro attività. “Il progetto di legge – proseguono – mostra anche molta inadeguatezza circa le opinioni del governo sulla religione e le organizzazioni religiose. Le autorità guardano alle religioni come organizzazioni puramente politiche e, a volte, come  forze di opposizione. Le attività pastorali nel campo della carità, della salute e dell'istruzione non vengono valutate in maniera adeguata e le attività pastorali osteggiate”.


A tal proposito, alcuni studenti cattolici raccontano ad AsiaNews: “In alcune scuole o unità di formazione del governo, ci sono quadri educativi o docenti con forti pregiudizi contro il cattolicesimo. Essi propongono un giudizio sbagliato sulla storia del cattolicesimo in Vietnam. Allo stesso tempo, alcuni insegnanti, ‘para-esperti’ o professori hanno trasmesso e diffuso la disinformazione sul cattolicesimo, distorcendo l'immagine che le giovani generazioni hanno della Chiesa cattolica”.


La Conferenza episcopale sottolinea come “tali visioni e comportamenti rischiano di far perdere l'identità autentica delle religioni, dividendole tra loro e creando contrasti tra i credenti e le persone non religiose. Questi atteggiamenti sono vietati dalla presente legge (Art. 5)”.


I vescovi rispondono in maniera diretta all’appello del governo di lavorare per la crescita del Paese. “Il governo ha invitato le religioni ad accompagnare la nazione, siamo tutti d'accordo sulla prospettiva. Ma riteniamo che si debba distinguere in modo chiaro il concetto di nazione da quello di regime. La storia del popolo vietnamita in particolare e la storia del mondo in generale mostrano che i regimi politici cambiano sempre nel tempo, ma la nazione dura per sempre. Le religioni ispirano nobili valori spirituali nel cuore umano. In questo modo, la religione contribuisce a promuovere le tradizioni culturali della nazione, impegnandosi attivamente nella costruzione di una società giusta, democratica e civile.”.


Il Consiglio dei Vescovi si rivolge infine all'Assemblea Nazionale: “Quando vi sarà una corretta visione della religione, questa sarà la premessa per il vero rispetto della libertà religiosa delle persone. Speriamo che i nostri commenti onesti e diretti, a causa della nostra responsabilità storica e del nostro amore per la patria, siano ascoltati dal Congresso. Per quanto riguarda i documenti guida e l'applicazione della Legge, speriamo che il governo del Vietnam intraprenda nuovi percorsi, creando condizioni affinché le religioni partecipino in maniera più attiva alla costruzione e allo sviluppo del Paese. Questo è per la prosperità, la democrazia e la felicità del Vietnam”.

lunedì 12 giugno 2017

la morte come cura

[EUTANASIA] Ci stanno confiscando i figli.



di Massimo Micaletti

Ora, non so se qualcuno se n’è accorto, ma la collettivizzazione forzata (quindi la distruzione) della famiglia procede a grandi passi fino al raggiungimento del suo obiettivo. Iniziata col divorzio, in cui un Tribunale decideva e decide se un matrimonio possa continuare oppure no – avete voglia a dire che lo decidono i coniugi: il giudice deciderà come finirà il vostro matrimonio, e vedrete che alla fine gli unici a sorridere saranno gli avvocati – è proseguita coll’aborto, in cui un padre viene del tutto spogliato della possibilità di crescere suo figlio e lo sa fatto a pezzi da un medico che così porta il pane a casa.

Siamo arrivati ora ad un punto in cui la barbarie è di piena evidenza, sicché i massmedia non ne parlano. Siamo arrivati ai casi di Charlie e, prima di lui, Marwa, due bambini di pochi mesi colpevoli solo del fatto di essere nati con una patologia che non ha speranze di miglioramento e per questo condannati a morte da medici e giudici contro il volere dei loro genitori.

Come ci siamo arrivati? L’iter è lineare ed è il seguente. Se parto dal presupposto che la soppressione del malato ne tutela la dignità e ne allevia la sofferenza, perché devo negare la necroterapia [1] a un bambino, che è il malato di cui più si deve aver cura? E se i genitori si oppongono, sono essi genitori degeneri, non i medici che chiedono l’omicidio del piccolo, né i giudici che lo consentono.

Domani, martedì 13 giugno, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si pronuncerà sul destino del povero Charlie Gard, che i magistrati del suo Paese – il Regno Unito – hanno già condannato a morte e che i giudici europei hanno ordinato sia tenuto in vita fino alla mezzanotte di martedì 13, appunto per considerare il caso. 

Comunque vada domani, si tratterà di una delle peggiori pagine della storia del diritto, in cui si è posta ad una corte l’oscena questione se sia lecito sopprimere un malato perché malato, un bambino perché bambino. E che sia contro il volere dei genitori è una circostanza che rende la vicenda ulteriormente penosa, ma non cambia nulla sotto il profilo del valore della vita di Charlie: Charlie vale di per sé, non se ed in quanto amato da qualcuno.

Se neppure la Corte Europea riterrà che Charlie merita di vivere, i supporti vitali che lo tengono in vita saranno staccati e si consumerà un atto disumano nella morte per soffocamento di un bambino di dieci mesi. Atto disumano che però non resterà isolato. Non resterà isolato principalmente per tre ragioni.

Su un piano tecnico, già la legge in discussione in Italia (qui in Italia!) sul fine vita lo consente: la logica che muove il Legislatore italiano è infatti la stessa che muove i giudici inglesi a voler Charlie morto, ossia la negazione della cura come forma di terapia del dolore. Anche qui in Italia esistono già tutti gli strumenti per privare della potestà genitoriale una famiglia che rifiuti una terapia efficace per il figlio, e ciò di norma avviene proprio su segnalazione dei medici che seguono il bambino: ebbene, se i medici ritenessero che la miglior cosa per il bambino sia l’interruzione di cure e terapie, allora potrebbero farlo presente ai servizi sociali o alla magistratura e il gioco sarebbe fatto. Nel momento in cui la morte diviene una cura, non la si può negare neppure sei genitori si oppongono. E neppure se il malato stesso si oppone: mai sentito parlare di t.s.o.? Non dite che non accadrà, accadrà eccome. Fare previsioni in questo campo purtroppo è facilissimo e tar qualche tempo saremo qui a parlare di un ragazzo malato di SLA (ad esempio) che non vuol morire ma rispetto al quale i medici hanno decretato che soffre troppo, perciò per il suo bene deve essere soppresso.

Più in generale, si è perso il senso del rispetto per il malato, s’è oscurato lo sguardo verso il morente, è lontana la vera pietà. Pensiamo alla Legge 194. Già consente la soppressione del figlio malato, e lo consente fino a poche settimane prima della nascita, quando già il bambino avverte pienamente dolore, vede, sente, senza lacuna pietà permette che questi piccoli esseri umani vengano bruciati coi sali e lasciati a crepare di soffocamento tra sofferenze atroci su un tavolo operatorio, quando non smembrati vivi. Il tutto, per evitargli “una vita di sofferenze”, proprio come a Charlie: Charlie è già tra noi, ce ne sono migliaia ogni anno, Down, focomelici, nani, migliaia di persone vengono già distrutte ogni anno. 

Ora non ci si nasconde più neppure dietro alla boiata ottusoide per cui se non sei nato non sei vivo. Oggi ti possono fare fuori pure da nato, basta tu nasca nell’ospedale sbagliato, in cui un medico decide per te e per i tuoi genitori che non ti si può vedere, che soffri e fai soffrire, che per te non c’è speranza.

Su un piano ancora più ampio, la nostra collettività disperata e sbandata non ha più nulla che la tenga insieme, così si affida allo Stato, alla legge, ossia a uomini che non si sa più bene come e perché ne comandano altri, ne decidono il destino, non rispondendo a nessuno perché quello Stato e quelle leggi hanno rifiutato Dio, perciò sono come belve senza freno. Nell’affidarsi allo Stato e alla legge – che devono perciò passare sopra tutto e tutti, sopra al buon senso, alla pietà, all’evidenza – la cultura dominante è arrivata ad ammettere la confisca del figlio, in ogni sua espressione: dall’obbligo penalmente sanzionato di far frequentare a bambini di pochi anni corsi sul gender, sulla masturbazione, sulla sessualità, all’appropriazione manu militari del piccolo perché sia ucciso per “compassione”. 

Glielo abbiamo permesso, e lo Stato se li prende: i nostri figli sono l’ultima ricchezza veramente nostra che il delirio dominante, pur cingendoci di assedio, pur demolendo la famiglia colpo su colpa, non poteva raggiungere. E glieli abbiamo consegnati noi: abbandonandoli, col divorzio; massacrandoli, coll’aborto; permettendo che giudici e dottori decidano della loro vita, colla necroterapia.

La storia di Charlie – ripeto, comunque finirà – è solo l’ultima prova che l’uomo che ha rifiutato Dio diventa peggio delle bestie. Può pavoneggiarsi con toghe, ermellini, principi di diritto, istanze pietistiche, a volte anche con vesti pie, ma sono solo panni gettati dalla vanità a coprire carne morta.



[1] https://www.radiospada.org/2017/03/testamento-biologico-necroterapia/

La SS Trinità si è riunita per decidere

UN SORRISO DOLCE-AMARO.








Oggi, 11 giugno, è la festa della Santissima Trinità. Un sant’uomo, confuso e sconsolato per l’indifferenza dimostrata alle implorazioni di una risposta ai Dubia, all’uscita da messa mi racconta la seguente brevissima storiella: “La Santissima Trinità è riunita per decidere dove passare qualche giorno di vacanza sulla terra , anche per verificare quanto fosse vero il problema “ambientale”. La notizia della   devastazione della terra, da parte dell’uomo,  è infatti arrivata anche in Cielo. Dio Padre propone di tornare in Palestina, magari proprio sul Monte Sinai, luogo che Lui conosce molto bene. Anche Dio Figlio acconsente a tornare in Palestina, ma propone di rivedere il lago di Tiberiade, dove aveva pescato pesci ed apostoli (e così constatare l’eventuale inquinamento). Dio Spirito Santo invece per verificare lo stato di degrado ambientale, che Lui ben sa esser frutto del degrado morale, propone un’altra soluzione: tornare a Roma, da dove manca ormai – dice – da tempo …”.

domenica 11 giugno 2017

La chiesa pericolo per l’umanità

Ratzinger Concilio e Cristianesimo a che punto siamo? Era il 1972

 
 
 
AVVISO: prima di presentarvi l’Epilogo, inedito della raccolta di conferenze ed interventi dagli anni 1970-1973, di Joseph Ratzinger, e raccolti in un Volume dal titolo Dogma e Predicazione, riedito poi nel 2005 quando divenne Pontefice con il nome di Benedetto XVI, vi offriamo un passaggio della Prefazione di apertura del testo perché ci sembra anche profetica in alcune sue parti, per proseguire con due domande di una attualità davvero interessante, che faremo bene a meditare con le risposte di Ratzinger: con il concilio a che punto siamo? e: a che scopo ancora, il cristianesimo?


PREFAZIONE
La via che conduce dal dogma alla predicazione è divenuta molto faticosa. Non esistono più modelli di pensiero e di opinione atti a trasferire il contenuto del dogma nella vita di ogni giorno; ma si pretende troppo dal singolo predicatore, se si esige debba ripercorrere personalmente, di volta in volta, tutto il cammino che va dalla formulazione del dogma al suo nucleo e, da qui, di nuovo al linguaggio del tempo presente. Non sarebbe preferibile lasciar completamente da parte il dogma? In una siffatta soluzione radicale, che ad alcuni appare oggi come l’unica alternativa, la predicazione si trasforma in un parlare in nome proprio e perde ogni interesse oggettivo: lo ha mostrato in modo persuasivo ed incontestabile Erik Peterson, rifacendosi alle infelici esperienze della teologia liberale, che si andava sbriciolando (Was ist Theologie?, Bonn 1926). L’intima tensione della predicazione dipende dall’oggettiva tensione dell’arco dogma-Scrittura-chiesa-oggi: nessuno di questi pilastri può essere tolto, senza che a lungo andare non crolli il tutto… (..)
Joseph Ratzinger – Regensburg, febbraio 1973



EPILOGO
A dieci anni dall’inizio del concilio: a che punto siamo? (del 1972)
Rovistando in questi giorni tra le vecchie carte, mi è capitato tra le mani il numero del Ruhrwort del 13 ottobre 1962. Vi si legge che lo storico e scrittore francese Daniel Rops aveva asserito che il concilio iniziato avrebbe avuto ben poco o, addirittura, nulla di un concilio di dottrina. Alla domanda, che gli era stata rivolta, se si trattasse del superamento di una crisi, se la chiesa avesse urgente bisogno di una riforma, come ad esempio nel secolo XV, egli aveva risposto: Sicurissimamente no; e aveva citato, a conferma di ciò, la seguente affermazione dell’allora cardinale di Milano Montini: «A differenza di molti altri concili, il Vaticano II si riunisce in un momento di tranquillità e di fede ardente della vita della chiesa».

Chi legge oggi questo testo e confronta quest’affermazione di Montini con ciò che la stessa persona, oggi Paolo VI, predica instancabilmente, percepisce con una certa commozione quanto sono lunghi dieci anni. In fondo, nessuno allora affermava che la chiesa era in crisi; oggi, nessuno lo nega, per quanto contraddittorie siano le opinioni circa la natura e le cause di questa crisi.

Che cosa è accaduto? È stato forse il concilio a creare la crisi, dato che esso non aveva alcuna crisi da superare? Non pochi sono di questo parere. Non è certo un’affermazione completamente falsa, ma tocca solo una parte della verità e non è sufficiente per valutare ciò che, da allora, è avvenuto e che può ancor oggi essere in atto. Non posso qui soffermarmi a delineare le opposte correnti che, prima del concilio, si erano andate formando nella teologia cattolica, in rapporto ai problemi di un mondo che cambia rapidamente, e si erano riunite sotto la comune bandiera del progressismo.

Il graduale manifestarsi di una loro più profonda inconciliabilità appartiene a quei fatti che si sono profilati dalla fine del concilio, a partire soprattutto del dibattito sulla costituzione pastorale «La chiesa nel mondo contemporaneo», per assumere in seguito un ritmo sempre più veloce. Comunque, più importante mi sembra soprattutto notare che, nella situazione spirituale generale dell’umanità e del mondo occidentale in particolare, la fine del concilio si accompagnava con un cambio di generazione di fondamentale importanza: avveniva il passaggio dalla prima alla seconda generazione del dopoguerra. Nella misura in cui questo si verificava, a determinare la coscienza non era più lo slancio di un mondo da riedificare dal nulla, ma il potere opprimente di un mondo già completamente edificato, dove tutto è ormai compiuto ma non è offerto alcun senso. La stessa teologia del dopoguerra non era esente da colpe, di fronte a questo vuoto di senso. Ispirandosi infatti al pensiero esistenzialista, si era rifugiata nella non-oggettivabilità di fede e di senso, ed aveva abbandonato il mondo del puro realismo.

Nella fase dell’edificazione, questa restituzione del mondo a proprie leggi era stata sentita come opportuna; ora invece l’oggettività, libera da valori, dell’economia e della politica appariva chiaramente problematica, appariva sempre più come il pretesto dietro il quale si celavano interessi che andavano portati alla luce. Così, nel momento in cui sembra di aver raggiunto il vertice della ricostruzione, scoppia la rivolta contro il mondo finito e, proprio nel suo senso finito, assurdo: si deve distruggere per poter riedificare. In un opuscolo pubblicitario sul Canada, ho trovato la poesia di un giovane, il quale descrive come il mondo del sapere gli viene incontro personificato in un atlante, dove ogni sentiero, ogni guado, ogni acqua, ogni altura sono già stati registrati: non c’è più da scoprire. Alla fine il giovane brucia l’atlante, per trovare da solo i sentieri del mondo. Mi sembra un simbolo appropriato ad esprimere questo sentimento di asfissia, in un mondo che tutto offre senza presentare uno scopo.

Dopo le prime violente scosse, si sono cristallizzati intanto due modelli opposti del superamento della realtà: quello neopositivista, nel quale è essenziale il concetto di una riforma razionale, di un ulteriore sviluppo oggettivamente orientato, e quello neomarxista, che dai positivisti non a torto viene definito cripto-teologico: qui è aborrita proprio l’oggettività positivista, considerata un pretesto di ideologie e di interessi, e viene sviluppata coscientemente una politica non in senso oggettivo, ma derivata da dogmi marxisti. Pur volendo scoprire lo sviluppo postconciliare della chiesa cattolica e la sua attuale posizione, non possiamo qui approfondire ulteriormente la problematica politica ed economica di questi punti di partenza. Dobbiamo comunque sforzarci di vedere come il sentimento di vita delle generazioni, cresciute in questo contesto, ha influito su una fede e su una teologia. Mi sembra che la seguente duplice affermazione riesca a caratterizzare sinteticamente il nostro problema: il nuovo movimento significa distacco dalla storia e distacco dalla metafisica.

Distacco dalla storia: in questa coscienza nuova, la storia rappresenta quel mondo finito che, in campo profano, vien denominato «istituzione» e, in campo ecclesiastico, è detto «chiesa ufficiale», e che appare come ciò che opprime, come l’impedimento per il nuovo e come la causa di tutti quegli interventi sbagliati, che sono stati attuati nel presente sistema del mondo. La storia perciò è un ostacolo; essendo il potere di ciò che è già stato, essa intralcia il futuro; non si possono trovare in essa dei modelli di progresso. Ad una siffatta mentalità l’attenzione alla storia è espressione di reazione ed appare quindi come qualcosa di astratto e falso. Solo nella prospettiva di una simile concezione spirituale, si spiega la velocità con cui le asserzioni e gli intenti positivi del Vaticano II hanno potuto ricadere nel passato, per essere sostituiti prima dall’utopia di un prossimo Vaticano III e poi dai sinodi, che del Vaticano II hanno accettato lo «spirito» ma non i testi. La «spirito» sta a significare qui l’attenzione al futuro, come campo d’illimitate possibilità. La storia continua però a giocare un ruolo importante in due forme, ma sempre in un modo che sottolinea quanto è stato sinora affermato:
  1. La storia diviene rilevante come storia compresa nel senso di Marx e di Hegel. Ma, in quest’atto di comprensione, il soggetto stesso si pone al di fuori della storia, che egli prende in mano per portarla alla sua meta.
  2. La storia può essere evocata come un «ricordo pericoloso» dell’umanità: la riserva dell’antistorico, che si è ammassato nella storia, viene vista allora come un potenziale rivoluzionario, che val la pena risvegliare. Pertanto, Ernst Bloch ha invitato a ripensare la Bibbia in tal senso: a partire dal serpente del paradiso, si snoda, a suo parere, la catena di coloro che sono in contraddizione con la realtà corrente e predominante; questo lievito rivoluzionario, che si è così ammassato, rende importanti la Bibbia e la storia.
Si presenta quindi un nuovo filo conduttore per l’interpretazione della Scrittura e della tradizione, un orientamento nuovo che caratterizza anche i testi del Vaticano II. Poiché risuonano ancora negli orecchi le voci conciliari della disputa, della contraddizione e della lotta contro la rigidità tradizionalistica, appare relativamente facile leggere il tutto in questo contesto e sentirsi, di conseguenza, nello «spirito»  del concilio, proprio perché si continua sulla strada delle sue affermazioni, alla ricerca di sbocchi più aridi, basandosi su quanto si è già sviluppato.

Ma distacco dalla storia significa necessariamente anche distacco dall’essere inteso come realtà costante dell’uomo, orientamento alla pragmatica di ciò che di volta in volta va creato. L’escatologia, l’attesa cioè del mondo futuro, non è più vista all’interno della teologia della creazione, ma prende il posto della creazione stessa: il mondo reale e degno di esser vissuto deve ancora essere creato e lo sarà per opera dell’uomo stesso, contro ciò che egli si trova davanti. Ma ciò significa anche che il pragma di un lavoro umano non è nel logos dell’avvenuta creazione, ma lo sostituisce. È l’uomo stesso il creatore escatologico, ed egli non è preceduto da nessun logos, ma solamente seguito: all’inizio non c’è «la parola» ma «l’azione» (riguardo a ciò vi riportiamo a questo testo di Ratzinger, clicca qui).

 
Se ritorniamo al punto di partenza delle nostre considerazioni, possiamo così riassumere quanto è stato detto sinora: la situazione ecclesiastica e temporale di oggi si spiega ampiamente solo se ci rifacciamo alla connessione esistente tra le scosse psichico-spirituali, legate al cambiamento verso la seconda generazione del dopoguerra, ed i movimenti ideali e teologici che si appoggiavano a vicenda. Ciò vuol dire che il dibattito sulla vera eredità del Vaticano II non può oggi esser condotto unicamente sulla base dei testi. Per l’esito di tale dibattito sarà determinante chiedersi se esiste una copertura spirituale non solo per un’interpretazione antistorico-utopistica del concilio, ma anche per una comprensione creativo-spirituale in viva unità con la tradizione vera. Ma da ciò dipende anche la sorte della teologia e della chiesa, se esse avranno, a lunga scadenza, ancora qualcosa da dire all’umanità in genere. Il tutto ci porta quindi al problema di sapere di quali forze si può oggi tener conto nella chiesa cattolica e nella sua teologia. Io ne indico tre.

In primo luogo, va ricordato quel progressismo che si mescola sempre più con idee neomarxiste e che, pertanto, diviene sempre meno postconciliare, in quanto si allontana con velocità crescente dal suo punto di partenza. I suoi primi passi vanno visti in quella teologia del mondo, che J. B. Metz ha sviluppato da una fusione del tomismo, reinterpretato in senso trascendentale-filosofico da Karl Rahner (clicca anche qui), con quella visione del mondo, per la quale Friedrich Gogarten si era ispirato a Lutero. Nell’incontro con Ernst Bloch, questa teologia del mondo è stata prima mutata in teologia della speranza e poi, logicamente, in .

Oggi, da queste prime impostazioni, andando molto oltre i maestri, è derivato un pragmatismo riformatore generale, distinto in differenti correnti, il quale sfocia in un movimento senza veri grandi nomi. Proprio questa mancanza di un volto fa sì che tale movimento si presenti come potere dell’unica vera modernità, che si fonde sempre più con la generale tendenza neomarxista e perciò non è propriamente una forza veramente critica nella società, una forza dalla quale possa derivare una speranza, per quanto tenti di raccomandarsi sotto l’etichetta della speranza e della critica. Il principale ambito di diffusione di una tale tendenza sono le comunità di studenti e, con accenti indubbiamente più moderati, alcuni gruppi di sacerdoti.

Chi legge gli atti della Katholische Deutsche Studen-Einigung, dell’organizzazione suprema cioè delle comunità studentesche, si sente trapiantato in una succursale marxista, dove un vocabolario politico-economico ed una terminologia teologica si intrecciano tra loro, con una mescolanza davvero meravigliosa. In tali comunità, ci si comprende come «condizione della possibilità per una nuova chiesa» e, basandosi su di una simile coscienza della propria missione, ci cerca di mettere in opera quel superamento della storia, che deve realizzare la società priva di classi ed il suo paradiso anche nella chiesa e mediante l’utilizzazione rivoluzionaria della chiesa.

In secondo luogo, ci sarebbe da ricordare quell’atteggiamento che vede la salvezza unicamente nell’attenersi il più fedelmente possibile alla teologia e alla filosofìa scolastica: continua qui ciò che nel concilio si era manifestato come forza del conservatorismo. Nell’ambito della teologia, questa tendenza riveste poca importanza; sorprende, invece, come non di rado proprio dei rappresentanti di una limitata teologia delle scuole abbiano deposto le loro armi e siano passati a vaghe posizioni moderniste. Molto più importante è un movimento della pietà, che si sente tradita ed abbandonata dalla teologia ed ora cerca risoluto la sua strada senza la teologia, anzi, contro di essa. Sotto la minaccia, istintivamente avvertita, di una totale falsificazione e di un crollo inevitabile dei valori sinora dominati, ci si rifugia in ciò che si ritiene come specificamente cattolico: in una pietà mariana che si alimenta a visioni e miracoli; in una lotta gretta per la lettera della vecchia liturgia ecc. Solo così si pensa di poter conservare l’identità cattolica.

Non si deve sottovalutare ciò che anche qui opera come autentica forza religiosa. È grande, tuttavia, il pericolo di un chiudersi in forme che portano alla settarietà. È un pericolo chiaramente riconoscibile là dove si accusa lo stesso Vaticano II di eresia e si abbandona quindi la strada indicata dal contesto ecclesiastico-universale.

In terzo luogo, ci sarebbe da accennare a quelle forze che hanno propriamente reso possibile e preparato il Vaticano II, ma sono state subito travolte da un’ondata di modernità, con la quale quelle forze potevano venir confuse solo grazie ad un errore madornale. Si tratta di una teologia e di una pietà, che si fondano essenzialmente sulla Sacra Scrittura, sui padri della chiesa e sul grande patrimonio liturgico della chiesa tutta. Al concilio, questa teologia si era adoperata per alimentare la fede non solo al pensiero dell’ultimo secolo, ma alla grande corrente di tutta quanta la tradizione, così da rendere quella fede più ricca e più viva, ma al tempo stesso anche più semplice e più aperta.

Per il momento questo tentativo sembra fallito; esso è rimasto impotente di fronte ai più accessibili programmi, che da allora si sono posti come alternativa. Malgrado ciò, crescenti indizi fanno pensare che l’impulso di questa teologia non sia andato a vuoto. Molti sono i sintomi che fanno sospettare una sua ripresa e qui, a mio giudizio, sta la speranza della nostra situazione presente. Dopo tutti i trastulli di liturgie autonomamente elaborate, noi avvertiamo l’insorgere della nuova esigenza di un profondo e personale incontro con Dio e di un culto, il quale faccia veramente conoscere la presenza dell’Eterno. Esperimentiamo la nostalgia degli uomini per Gesù Cristo e per quel semplice gesto, che si apre francamente all’agire dello Spirito Santo, non per fuggire dal mondo, ma per potergli dare qualcosa di più di nuovi problemi.

Mi pare che alcuni uomini incomincino a capire sempre meglio che il mero pragmatismo di una riforma strutturale della chiesa trascura proprio ciò che dovrebbe esser dato veramente agli uomini; in verità, il fanatismo di quanti propugnano una riforma della struttura è un nuovo clericalismo, un egoismo clericale che non si cura dell’uomo e si preoccupa primariamente dei propri interessi. I contrappesi di questo apparente e falso progresso sono ancora deboli, ma si sviluppano e, forse, dal confuso fermento in cui noi oggi ci troviamo, a dieci anni di distanza dal concilio, spunterà gradualmente un rinnovamento che merita veramente questo nome.

Mi permettano, a conclusione, di illustrare ancora un pochino questa speranza e la direzione in cui essa tende. Alle tipiche esigenze di quel progressismo neoclericale, di cui si parlava poco fa, appartiene ad esempio il desiderio della fine di spazi sacrali, della fine di una liturgia staccata dalla vita quotidiana: una liturgia non può essere che concentrazione della vita di tutti i giorni, essa deve presentarsi come discussione, per quanto riguarda la liturgia della parola, e come normale banchetto fraterno, per quanto concerne il sacramento.

A ciò si collega l’esigenza di un ufficio «funzionale»; si dice infatti, ad esempio: Il sacerdote deve coordinare la partecipazione comune alla discussione ed al banchetto e, normalmente, dirigerla anche, ma la sua professione dev’essere profana, al pari di quella di ogni altro cristiano; quando non dirige una comunità, non è neppure sacerdote.

Io credo che siffatte esigenze, apparentemente moderne, non sorgano in persone che sono realmente contemporanee del nostro oggi e della sua afflizione. Sorgono in persone che sono ancora profondamente radicate nel passato e vivono col complesso del loro esser sorpassate. Si sentono visibilmente oppresse dalla solida armatura del mondo ecclesiale, in cui sono cresciute, e cercano disperatamente di liberarsene.

Si rivoltano contro quel mondo, che però da tempo non esiste più per la maggior parte degli uomini. Il loro grido nasce, per buona parte, dal fatto che essi non sono affatto in sincronia col presente. Infatti, il problema dell’uomo di oggi non è quello di essere oppresso dai cosiddetti tabù sacrali; il suo problema sta nel vivere in un mondo di una profanità senza speranza, dove egli è inesorabilmente programmato fino nel tempo libero. La vera oppressione, che abbiamo alle calcagna, non è più l’ordinamento della chiesa, ma la totale programmazione che, in ogni libertà borghese, ci degrada sempre più a funzionari di un sistema anonimo e ci porta una metà alla disperazione, l’altra metà all’asfissia.


Per ovviare a questo ci vogliono uno spazio destinato a diversi usi, un ufficio funzionale ed una liturgia profana? No. Non è sicuramente questo che può dare un futuro alla fede. Solo chi vive ancora nell’ieri sente la fede come un’oppressione, come un pericolo. Solo chi vive ancora nell’ieri, deve opporsi al futuro. Chi si toglie di dosso l’ieri e si trova assegnato al nudo oggi, scopre che il mondo ha bisogno del sacro. Le sue notti buie chiedono di Dio. Ed egli sa che la fede ha un futuro. Non il futuro dei funzionari e della programmazione neoclericale, ma il futuro di Dio. Il futuro del mistero, della fede, della preghiera, della vera liturgia con la sua poesia derivante dall’Eterno. L’eredità del Vaticano II non è ancora ridestata. Essa attende la sua ora. E questa verrà, ne sono certo.


A che scopo ancora il cristianesimo? (1972 e pubblicato sull’Osservatore Romano in edizione tedesca)

Risuona nei nostri orecchi l’affermazione, sempre più spontanea, che oggi la fede della chiesa non serve più a nulla. Definire tradizionale una realtà equivale ovunque, ormai, a ritenerla sorpassata e priva di importanza. E la chiesa vive della tradizione di ciò che essa ha ricevuto dall’inizio e sembra, perciò, nella forma almeno che ha avuto sinora, non avere davanti a sé più alcuna prospettiva.

Un discorso del genere non eserciterebbe un simile potere, se non poggiasse su di un’esperienza, alla quale è difficile potersi sottrarre: in primo luogo, la sensazione che tutto si trasforma nel mondo; esso sembra mutarsi sempre più in fretta, con una radicalità tale che nessuno dei criteri abituali regge più ed unicamente strade totalmente nuove possono soccorrere un’umanità totalmente trasformata; accanto a questo, ci assale, in secondo luogo, l’esperienza dell’inutilità del cristianesimo: esso non riesce a strappare l’uomo dalla sua miseria, e per molti si riduce così ad una mera lusinga, ad una redenzione apparente che non tocca la realtà.


In effetti, se non si partecipa all’esperienza cristiana, è impossibile esprimere un giudizio diverso da questo. Si incomincia allora a vergognarsi del messaggio cristiano e si vogliono suggerire dei risultati tangibili: interventi sociali ed economici, che nessuno può contestare e che liberano apertamente l’uomo, lo redimono dalla sua miseria. Intanto, la necessità cresce con ritmo più veloce degli aiuti che le vengono contrapposti; col ripiegare sul tangibile, con cui si vuol far vergognosamente dimenticare una tradizione e si vuol spiegare il cristianesimo come parte di un moderno lavoro di umanizzazione, aumenta contemporaneamente la disunione della chiesa: essa diviene così per tutti ancor più infelice, ancor più disperata, ancor più problematica.

Poco sembra rimanere della lieta novella. Vi sono subentrati diverbi e situazioni critiche. Qualche tempo fa il Cardinal Dòpfner, per spiegare il disagio che si diffonde nella chiesa d’oggi, l’ha paragonata ad un cantiere; uno spirito critico ha aggiunto che sembra un cantiere dove è andato perduto il progetto e ciascuno continua a fabbricare di proprio gusto: il risultato è evidente.

A che scopo ancora il cristianesimo? In luogo della redenzione proveniente dalla fede sono apparse oggi due strade, per le quali gli uomini tentano di redimersi: quella politico-economico-sociale e quella psicologica. Da un lato, la società del benessere va sempre più alla ricerca di quei confessori profani, che con la loro conoscenza scientifica dell’anima umana dovrebbero riordinare l’esistenza scossa e svuotata: si vuol riscoprire ciò che è amore, ciò che è parola, tutto ciò che è originario dell’uomo.

Ma soccorrono veramente questi medici? Essi possono dire come funzionano le singole forze dell’anima umana, ma non a che scopo. Ma la dissociazione dell’anima deriva proprio dal fatto che le sue forze agiscono a vuoto. Proprio osservando questi sforzi, si capisce che l’anima umana è fatta in maniera tale che non si spiega da se stessa. Non è congegnata come un orologio, come un tutto chiuso in sé, che funziona e si sa a che parte spetta ogni singolo pezzo. Al contrario, essa vive in un ciclo aperto, meglio, in una parabola aperta, e non se ne cava nulla senza il punto di riferimento che sta al di fuori di essa. S’impone qui un’immagine di Agostino: l’esistenza umana è ordinata in modo che Dio costituisce il punto di costruzione, al quale essa è fissata; se quest’aggancio superiore va bene, allora anche le altre parti restano unite in una compagine armonica; ma se si scioglie, allora anche tutto il resto cade in rovina e non rimangono che pezzi.

 
Ma facciamo un passo alla volta. Accanto alla redenzione psicologica, vi è quella socio-economica, la via della politica totale. Tutto è politica, sentiamo dire oggi; pertanto, solo la cosciente politicizzazione di chiesa, fede e liturgia può dischiudere la strada verso il futuro e «redimere» l’uomo. Chi osserva l’enorme bisogno delle genti dell’India, dell’Indocina e dei quartieri poveri delle grandi città dell’America settentrionale e meridionale, chi avverte come il processo di industrializzazione programma in maniera crescente l’uomo e minaccia di togliergli la sua anima, costui non sottovaluterà sicuramente l’importanza della politica per la salvezza dell’uomo. Comprenderà il perché la chiesa, fin dall’inizio — concorde in questo con la sinagoga — ha visto nella sfera politica un settore della salvezza dell’uomo ed ha elevato la sua preghiera per i governatori del mondo. Esiste quindi un impegno politico del cristiano; se non l’assolve, egli sottrae alla sua fede il carattere di realtà. La rettitudine e la serietà della fede si manifesta anche nella sua capacità di una positiva azione politica e di un’opposizione politica, dove è il caso.

La preoccupazione politica è necessaria per la salvezza dell’uomo. Ma la politica totale sarebbe la sciagura sicura dell’uomo. L’uomo ha bisogno di pane per la sua salvezza, ma non viene salvato unicamente dal pane; la giusta distribuzione del potere riguarda la sua salvezza, ma la sua liberazione non può derivare da una ridistribuzione di questo genere (cf.Mt4,3-6; 8,29; 14,33; 27,40-43).

Esiste un’interpretazione politico-economica dell’Antico Testamento, per la quale la salvezza risiederebbe nella creazione di benessere e di sicurezza. La storia della tentazione di Gesù qualifica questo concetto di redenzione come idea di Satana. Dietro l’invito che Satana ha rivolto a Gesù di trasformare le pietre in pane ed egli gli avrebbe offerto il governo di tutti i regni del mondo, si celano concezioni realissime di quel tempo: il Messia doveva provare la propria identità dando in abbondanza pane a tutti ed erigendo, sotto il segno del suo potere politico, un regno mondiale di pace, Gesù non pone fine alla fame del mondo, né sovverte i rapporti di potenza: non può quindi essere il Messia… Solo chi libera l’uomo sotto l’aspetto politico-sociale, lo libera veramente. Tutto il resto non conta nulla.

Contro questa concezione, il vangelo è chiaro: una siffatta liberazione consegnerebbe l’uomo a Satana, lo renderebbe cioè completamente suo schiavo.

Ci sembra un giudizio molto duro. Ma, forse, proprio l’esperienza della nostra generazione può farci nuovamente comprendere la validità di quest’affermazione. Nel grande romanzo di Solzenicyn Il primo cerchio, troviamo un singolare parallelismo con quest’asserzione biblica. Il parallelismo risulta già dal fatto che tutta l’azione di questo libro si svolge all’inferno e quest’inferno è proprio là dove la politica totale ha istituito il suo paradiso: questo paradiso è l’inferno, nel quale l’uomo distrugge l’uomo. L’immagine diviene terribilmente plastica nella scena finale, quando i prigionieri, per essere mimetizzati agli occhi della gente, vengono sistemati su vagoni merci che portano la scritta: carne. Il corrispondente del giornale francese Liberation — Liberazione — continua a vedere simili furgoncini ed annota sul taccuino: «L’approvigionamento della capitale non può essere che eccellente».

Nel libro vi è una scena in cui mi sembra che questo discorso abbia acquistato un’evidenza estrema. L’Autore pone sulla bocca del vecchio idealista marxista Rubin un’interpretazione provocante del Faust di Goethe. Com’è noto, la tragedia di Goethe non si chiude tragicamente, ma in un ottimismo fondato indubbiamente su di una singolare contraddizione…. Faust ritorna così al suo inizio: egli aveva tradotto il prologo di Giovanni «In principio era l’azione», sostituendo «parola» con «azione» (vedi qui); aveva visto la salvezza del mondo non nel senso che esso porta già in anticipo in sé e che è parola in tutti gli individui, ma nell’azione con cui l’uomo crea a se stesso un senso. Egli muore nella speranza della redenzione che la sua azione gli procurerà.

L’azione politico-sociale, che crea un popolo libero su basi libere: ecco ciò che resta, ecco la salvezza. Qui s’inserisce il pensiero di Rubin in Solzenicyn: «Se riflettiamo un po’ attentamente, ci dovremmo forse domandare se Goethe non si sia burlato del sentimento umano della felicità. In definitiva, infatti, esso non giova a nulla… Faust pronuncia la frase liberante, da lungo tempo agognata, ad un passo dalla tomba, ingannato e forse anche già spiritualmente ottenebrato; i lemuri lo spingono già nella fossa…»

In effetti, se si riflette con attenzione, tutto sembra una pura ironia. I badili, il cui rumore provoca Faust alla sua esclamazione sono servitori del demonio, il quale non vuole con essi scavare un mondo nuovo, ma una tomba. Solo il cieco, chi è divenuto cieco, può sentirvi la musica della salvezza, senza avvertire come invece tutto è una presa in giro. Sulla base del contesto del libro, mi pare di poter affermare che Solzenicyn offre qui la sua interpretazione dello stalinismo (e, in pratica, del marxismo in genere): Fermati, sei così bello — si dice ora ad un mondo del lavoro, ad un mondo edificato e da edificarsi di propria iniziativa; ma quel mondo è, in verità, un mondo di lemuri, nel quale viene scavata la fossa dell’uomo: una beffa del demonio nei confronti dell’uomo, che cieco ed ottenebrato, ormai vecchio cadente, non si accorge più di esaltare l’inferno come sua liberazione.


 
Cerchiamo di chiarire questa verità al di fuori della metafora: l’uomo ha bisogno di una politica, di una pianificazione ed azione sociale economica. Ma dove questa diviene totale, dove la politica pretende di essere liberazione dell’uomo, essa tenta di sostituirsi alla teologia ed alla fede, e diventa perciò schiavitù totale dell’uomo.

L’uomo va in rovina, quando non possiede un senso più profondo dell’ordinamento economico. Forse, nella storia dell’autoemancipazione dell’uomo negli ultimi 150 anni, vi furono realmente dei momenti in cui sorse irresistibile l’impressione che l’uomo potrebbe non curarsi del problema di Dio, senza per questo subire danno alcuno; potrebbe lasciarlo da parte, perché si tratta di una questione superflua. Forse potè capitare addirittura di vedere nel problema di Dio un ostacolo per liberarsi dallo sviluppo e per impegnarsi espressamente per le proprie cose. Ma chi osserva la costellazione odierna della storia, dovrà per lo meno ridiventare molto pensieroso a questo riguardo.

La situazione odierna è determinata dalla contrapposizione di positivismo (forma nuova del liberalismo) e di marxismo, visto come politica profezia di salvezza: tra questi due si combatte la lotta per l’uomo; filosoficamente ciò avviene, ad esempio, come lotta tra il neopositivismo di Popper e la scuola di Francoforte. Se il positivismo può dimostrare a tutte le filosofie marxiste che esse sono teologie segrete, che non possono essere verificate nei fatti, il marxismo può dimostrare al positivismo che la sua oggettività è senza una regola e senza meta. Ma la vera soglia, in cui l’uomo si interroga su se stesso, alla ricerca del suo perché e della sua strada, non è varcata né da una parte né dall’altra.

In ultima analisi, non si fa che parlare di potere e di consumo. E, così proprio ciò che è specifico dell’uomo non è toccato. Ciò che preoccupa in alcune forme del cristianesimo moderno sta appunto nel fatto che anch’esse sembrano diventate cieche per tutto ciò che non è potere o consumo, che anch’esse riescono a comprendere la chiesa solo sotto l’aspetto del potere o della soddisfazione consumistica.

In questo modo non si può certo salvare il cristianesimo. La sua grandezza sta nell’esistere per l’uomo. Gli offre anzitutto una strada, gli presenta un’indicazione di come deve comportarsi e vivere. Forse, solo dieci anni fa questo ci sembrava un puro moralismo, di cui facevamo volentieri a meno. Oggi, sappiamo che l’uomo, il quale è privo di un’essenza (nel senso di Sartre) e deve sempre scoprire se stesso, proprio a questo punto va in rovina fisicamente e psichicamente e noi riusciamo ad apprezzare di nuovo il dono di una vita.
Certo, una via ha senso e può quindi esser seguita solo se dà speranza in una meta, quando cioè conduce avanti. Ma per l’uomo, in fin dei conti, è speranza solo l’amore. E, per chi crede, in Gesù Cristo l’amore si è manifestato con fermezza come fondamento del mondo. E a Cristo conduce la strada cristiana. Sì, è egli stesso questa strada. Si potrebbe così, forse un po’ troppo teoreticamente, definire la formula base del cristianesimo in questo modo: l’amore creduto e divenuto visibile in Cristo è la via su cui cammina la speranza dell’uomo.

Mi sia permesso concludere con un’osservazione abbastanza pratica. Nelle annotazioni della sua prigionia, Bonhoeffer ha osservato un giorno che oggi anche il cristiano dovrebbe vivere quasi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Egli non dovrebbe coinvolgere Dio nelle faccende della sua vita quotidiana e dovrebbe plasmare la sua vita terrena con personale responsabilità.

Io, invece, vorrei dire proprio il contrario: oggi, anche colui per il quale l’esistenza di Dio ed il mondo della fede sono diventati oscuri, dovrebbe vivere praticamente quasi Deus esset, vivere come se Dio realmente esistesse. Vivere sotto la realtà della verità, la quale non è un nostro prodotto, ma è nostra signora. Vivere sotto il modello della giustizia, che noi non pensiamo da soli, ma è la potenza che misura noi stessi. Vivere nella responsabilità nei confronti dell’amore, che ci attende e ci ama. Vivere sotto la pretesa dell’eterno. Chi, infatti, vive attentamente lo sviluppo, capirà che questa è l’unica maniera in cui l’uomo può essere salvato. Dio — lui solo — è la salvezza dell’uomo; quest’incredibile verità, che per molto tempo ci è sembrata qualcosa di teorico e di irraggiungibile, è divenuta la formula più pratica di questa nostra ora storica.

E chi, sia pure esitante forse all’inizio, si rimette a questo arduo eppure inevitabile «come-se» — vivere come se Dio esistesse — si accorgerà sempre di più che questo «come-se» è la vera realtà. Con responsabilità propria ci si avvederà allora della sua forza liberante. E si saprà profondamente ed indistruttibilmente perché, anche oggi, sia necessario ancora il cristianesimo, come vero e lieto messaggio che salva l’uomo.

Note
(*) tratto da Joseph Ratzinger “Dogma e Predicazione”, raccolta di interventi e conferenze 1970-1974, rieditati nel 2005 da Queriniana

https://cooperatores-veritatis.org/2017/06/11/ratzinger-concilio-e-cristianesimo-a-che-punto-siamo-era-il-1972/