sabato 8 settembre 2012

Rosario


LA BELLEZZA DEL ROSARIO
 


San Pio da Pietrelcina una volta disse: “La devozione alla Madonna vale più di tutta la filosofia e la teologia”.

Un’affermazione di questo tipo potrebbe risultare strana. San Pio non dice che ad essere superiore a tutta la filosofia e la teologia sia l’amore a Gesù, ma che già lo sia la semplice devozione alla Madonna. Una simile affermazione si può capire per Dio Padre, per Gesù  (il Dio fattosi uomo)... ma per una creatura umana…

Eppure la frase del Santo Cappuccino è incontestabilmente vera. Vediamo in che senso. Ci sono almeno due motivi per capirla appieno.

Maria è la via privilegiata per giungere a Dio

1) La Vergine Maria ci ha donato la possibilità della salvezza dicendo di sì all’Angelo. Ragioniamo. Le argomentazioni filosofiche e quelle teologiche sono fini a se stesse? Evidentemente no. Esse servono alla realizzazione dell’uomo, ma quale realizzazione può essere più importante della conquista del Paradiso? Dunque, la Vergine, donandoci il Redentore, ci ha anche donato la possibilità della salvezza (possibilità, non certezza, perchè dipende dalla nostra libertà).

2) La Vergine Maria è il “segno” per eccellenza della tenerezza di Dio. La filosofia e la teologia rimangono sul piano dello studio e del metodo logico-discorsivo e, per quanto debbano essere sempre alimentate dalla preghiera e dalla santità (la sapienza scaturisce dalla temperanza e dalla vita di Grazia), costituiscono solo un ausilio all’esercizio della carità, ovvero all’amore a Dio.

La Vergine, invece, pur essendo un mezzo, è il segno per eccellenza dell’amore di Dio, è la creaturale immagine visibile di questo Amore (diciamo “creaturale” per distinguerla dal Verbo incarnato che è segno ontologicamente divino dell’Amore di Dio).

Contemplando le meraviglie della Vergine non occorre studiare: c’è tutto. C’è l’amore a Dio: chi più di Lei ha amato Gesù? C’è l’obbedienza a Dio: chi più di Lei si è fatta “ancella” di Dio? C’è l’amore alla Chiesa: chi più di Lei ha dato la propria carne e il proprio sangue alla Chiesa, essendo già Gesù (il Capo) tutta la Chiesa? C’è l’obbedienza all’autorità della Chiesa: chi più di Lei, pur essendo Regina della Chiesa e degli Apostoli, si è sottomessa agli apostoli e in particolare a Giovanni, capo della comunità di Efeso, facendosi custodire da lui?

Mettersi dinanzi alla Madonna, amarla e contemplarla, è la cosa più efficace per amare Dio, più efficace di tutti libri di teologia.

Il rosario è la preghiera più efficace per invocare Maria

Ciò ci fa capire quanto il Rosario sia la preghiera più efficace, perché pone Maria come modello del vivere cristiano e perché chiede a Maria di essere l’aiuto privilegiato a questo vivere cristiano. I misteri del Rosario sono la contemplazione degli accadimenti della Redenzione, per viverli con il cuore dell’Immacolata e per amarli con l’amore dell’Immacolata.

C’è chi ha detto giustamente che la nascita del Protestantesimo ha segnato una sorta di “scritturazione” della Bibbia, nel senso che la Riforma, ponendo le Sacre Scritture come unica fonte della Rivelazione, ha cercato d’imporre un approccio ad esse puramente legato alla lettura e alla comprensione letterale.

Il Cattolicesimo, invece, ha sempre proposto un altro approccio per la conoscenza della “Storia della Salvezza”: quello dell’immagine, ovvero quello dello sguardo. Questo accadeva nel Medioevo (per esempio i portali delle cattedrali con i quali tutti apprendevano i grandi avvenimenti della Bibbia); continuò ad accadere con la cosiddetta Controriforma e con la straordinaria arte sacra che ne conseguì.

Il motivo di ciò è senz’altro nel fatto che il Cattolicesimo in questo modo voleva conservare una priorità del Magistero sulla Scrittura. Ma noi siamo convinti che questa priorità della contemplazione sulla comprensione e dell’immagine sulla scrittura... è perchè il Cattolicesimo è contemplare Maria, è attendere di essere da Lei ammaestrati ad amare l’unico fine della vita, che è Dio.

Il Cattolicesimo non è un leggere, ma un guardare; non è un imparare dai libri, ma da una Madre... reclinando il proprio capo sul suo seno, come un bimbo che trova solo in questo modo la sua pace e il suo riposo.
Se, dunque, il Cattolicesimo è prevalentemente un “guardare” Maria, si capisce anche perché il Rosario sia la preghiera più efficace; proprio perché pone Maria come modello del vivere cristiano e perché chiede a Maria di essere l’aiuto privilegiato a questo vivere cristiano. I misteri del Rosario sono la contemplazione degli accadimenti della Redenzione, per viverli con il cuore dell’Immacolata e per amarli con l’amore dell’Immacolata.

I danni del non pregare

Lourdes e Fatima (tanto per citare due apparizioni famose) parlano chiaro. La Vergine, dinanzi al reale pericolo di perdizione delle anime come effetto di un mondo che andava sempre più allontanandosi dalla Legge di Dio, chiese di recitare e diffondere il Rosario. Ella stessa apparve con la Corona fra le mani.

Eppure – diciamolo francamente – negli ultimi decenni, per un’orgogliosa mentalità atta a valorizzare un atteggiamento puramente intellettualistico e “adulto” della fede, questa pia pratica è stata abbandonata da molti, anche da molti sacerdoti e religiosi.

Il disfacimento delle famiglie è sotto gli occhi di tutti. La causa sta soprattutto nel fatto che nelle famiglie non si prega più. La preghiera è il gesto umanamente più vero: l’uomo non diventa grande quando allarga le sue spalle, quando rivendica i suoi diritti, ma quando s’inginocchia, perché solo così esprime sinceramente la sua reale dimensione esistenziale, che è quella (è inutile illudersi) della continua invocazione.

C’è una storiella fantastica che racconta di un uomo con un viso mostruoso, inguardabile; ma egli non lo sa, perché non si è mai specchiato nella sua vita. Ad un certo punto passa un altro uomo che ha un piccolo difetto fisico (il naso un po’ più lungo); ebbene, il primo (quello con il viso mostruoso) inizia a deriderlo, non sospettando che egli è davvero inguardabile.

Morale della favola: perché il protagonista è arrivato a tanto? Perché nella sua vita non si è mai specchiato. Lo specchio è Dio. L’uomo che vive con Dio, infatti, si riconoscerà sempre peccatore e, riconoscendosi tale, non potrà permettersi di non perdonare l’altro.

Viceversa, colui che vive senza Dio finirà con il tollerare tutti i propri difetti e manifestare, invece, massima intolleranza verso i difetti altrui. È ciò che dice il Pater: “Rimetti a noi i nostri debiti, perché noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
Non meravigliamoci, quindi, che, tolta la preghiera, la famiglia possa diventare “luogo” di continue incomprensioni, di intolleranza e di insopportazione.

Pregare sempre e comunque

Una delle critiche che sono rivolte al Rosario è quella di dire: a che serve biascicare tante Ave, per giunta spesso frastornati da rumori, da distrazioni e quant’altro? È evidente che il Rosario vada recitato nel miglior modo possibile. Si sa, per esempio, che la recita dinanzi al SS.mo Sacramento (ma anche in famiglia) permette di lucrare l’indulgenza plenaria. Ma – attenzione – ciò non vuol dire che se non si hanno queste possibilità, il Rosario vada abbandonato. Chi si lascia prendere da questa preoccupazione, si lascia irretire da uno scrupolo dietro al quale può celarsi una vera e propria tentazione demoniaca… e sappiamo quanto il demonio odi questa preghiera.
La bellezza del Rosario sta anche nella sua semplicità e facilità; nel fatto, cioè, che può adattarsi a tutte le situazioni. Si racconta di un soldato in trincea che scriveva una lettera alla mamma tra il fragore della battaglia. Un commilitone gli chiese: “Ma come fai a scrivere con questo fracasso? Chissà quanti strafalcioni ti scappano!”. “Non fa niente – rispose il soldato – gli strafalcioni se li corregge la mamma. L’importante è che io le scriva”.
A san Pio da Pietrelcina una volta fu chiesto come recitare il Rosario. Il Santo rispose: “L’attenzione deve essere portata all’Ave, al saluto che rivolgi alla Vergine nel mistero che contempli. In tutti i misteri essa era presente, a tutti partecipò con l’amore e con il dolore”. 

Attenzione dunque a certi scrupoli. Che nascondono anche un errore tipico di molto cattolicesimo contemporaneo, il quale, nel tentativo di combattere “ingenui devozionalismi”, pone l’esperienza di fede in una prospettiva di tipo intellettuale, dimenticando che essa è sì “intelligenza nella fede” ma tutta orientata e finalizzata all’affidamento e all’amore.

Si è parlato molto di “cattolicesimo adulto”, ma non è vero piuttosto che Gesù lodi proprio i piccoli indicando la loro posizione esistenziale (lo stupore, la meraviglia e l’abbandono) come criterio determinante per ogni cristiano? 

I Santi approfittavano di ogni momento per recitare il Rosario… san Pio ebbe il privilegio di recitarne tantissimi al giorno… non sono diventati né degli alienati, né dei disaddatati… anzi chi più di loro ha capito davvero la vita, i fratelli e ha raggiunto una vera sapienza? Non ci sembra che tanti teologi, che per lo studio hanno abbandonato la preghiera e disprezzato l’“ingenuità” del Rosario, abbiano raggiunto gli stessi livelli di sapienza. 
( su Radici Cristiane n. 38)
 

venerdì 7 settembre 2012

europa


I vescovi europei: crisi non solo economica ma innanzitutto antropologica, cresce esclusione sociale



“Alla base dell’attuale situazione di crisi che il continente europeo sta attraversando, non vi sono solo le gravi problematiche inerenti ai sistemi economico-finanziari, ma innanzitutto la mancanza di una visione antropologica e sociale incentrata sulla solidarietà e la sussidiarietà”: è quanto affermano i vescovi europei responsabili delle questioni sociali, riunitisi a Nicosia, a Cipro, dal 3 al 5 settembre. “Le politiche sociali – si legge nel comunicato finale dell’incontro - non possono basarsi su meri criteri di redditività, che mettono a dura prova la coesione sociale del vecchio continente. Il futuro dell'Europa e l'esclusione sociale sono vere sfide per la Chiesa, impegnata ad annunciare il Vangelo di Gesù che porta al mondo la vera giustizia e la pace”. Infatti, secondo i vescovi europei “uno dei grandi problemi dell'Europa integrata è la crescente esclusione sociale, con una notevole mancanza di adeguate protezioni sociali”. E’ stata poi ribadita la convinzione che “l'Europa ha bisogno del cristianesimo e che i cristiani hanno una speciale responsabilità per il futuro dell'Europa, affinché l'educazione e l'istruzione valorizzino la ricchezza culturale europea, perché le arti e le scienze dialoghino con la fede religiosa senza integralismi da ambedue le parti e, infine, perché gli scambi culturali soprattutto tra i giovani europei abbiano progetti di ampio respiro”. Durante l'incontro sono stati presentati i rapporti dei diversi Paesi sull'attività della Chiesa nel campo del sociale. In questi rapporti sono emersi l'impegno e la bellezza della carità vissuta da tante comunità e persone cristiane. Sono questi segni di un amore profondo per tutte le persone, che mostrano come la Chiesa possa annunciare la speranza anche in un mondo in crisi.
http://it.radiovaticana.va/news/2012/09/06/i_vescovi_europei:_crisi_non_solo_economica_ma_innanzitutto_antropolog/it1-618810

Paolo VI

  

ATTEGGIAMENTI DEPLOREVOLI: LA CRITICA CORROSIVA E LE ASSURDE PAURE

Diletti Figli e Figlie!
Noi dicevamo ai visitatori dell’udienza scorsa: costruite la Chiesa!
Ora riprendiamo il discorso con voi dicendovi: amate la Chiesa! Noi Ci riferiamo ancora allo spirito del Concilio, spirito che vorremmo puro e ardente in questi anni nei quali dobbiamo meditare e applicare i molti e grandi insegnamenti che il Concilio stesso ci ha lasciati. Alcuni pensano che il Concilio sia già superato; e, non ritenendo di esso che la spinta riformatrice senza riguardo a ciò che quelle solenni assise della Chiesa hanno stabilito, vorrebbero andare oltre, prospettando non già riforme, ma rivolgimenti, che credono potere da sé autorizzare, e che giudicano tanto più geniali quanto meno fedeli e coerenti con la tradizione, cioè con la vita, della Chiesa, e tanto più ispirati quanto meno conformi all’autorità e alla disciplina della Chiesa stessa, ed ancora tanto più plausibili quanto meno differenziati dalla mentalità e dal costume del secolo.
Uno spirito di critica corrosiva è diventato di moda in alcuni settori della vita cattolica: vi sono, ad esempio, riviste e giornali che pare non abbiano altra funzione oltre quella di riportare notizie spiacevoli circa fatti e persone dell’ambito ecclesiastico; non di raro le presentano in modo unilaterale e fors’anche un po’ alterate é drammatizzate per renderle interessanti e piccanti, e abituano così i loro lettori non già ad un giudizio obbiettivo e sereno, ma ad un sospetto negativo, ad una diffidenza sistematica, ad una disistima preconcetta verso persone, istituzioni, attività ecclesiastiche; e quindi inducono lettori e seguaci ad un affrancamento dal rispetto e dalla solidarietà, che ogni buon cattolico, anzi ogni onesto lettore, dovrebbe avere verso la comunità e verso l’autorità ecclesiale. Non la premura dell’informazione esatta e completa, non il desiderio della correzione fraterna là dove essa è meritata, ma il gusto del sensazionale, e la compiacenza della denuncia o della contesa guidano certi pubblicisti, seminando inquietudine e indocilità negli animi di tanti buoni cattolici, non esclusi alcuni Sacerdoti e compresi non pochi giovani fervorosi. Subentra così una strana mentalità, che ‘un rinomato e distinto Professore universitario protestante, in una conversazione privata, qualificava di paura; una curiosa paura di certi cattolici d’essere in ritardo nel movimento delle idee, che li fa volentieri allineare con lo spirito del mondo, adottare con favore le idee più nuove e più opposte alla tradizione cattolica consueta; cosa che non è, a mio parere, egli diceva, conforme allo spirito del Vangelo.

LA GIOIOSA EVIDENZA DELL’INCONTRO NELLA CARITÀ
Che cosa diremo poi di certi episodi di occupazione di Chiese Cattedrali, di approvazione di films inammissibili, di proteste collettive e concertate contro la Nostra recente Enciclica, di propaganda della violenza politica per scopi sociali, di conformismo e manifestazioni anarchiche di contestazione globale, di atti d’intercomunione contrari alla giusta linea ecumenica? Dov’è la coerenza e la dignità proprie di veri cristiani? dov’è il senso di responsabilità verso la propria e verso l’altrui professione cattolica? dov’è l’amore alla Chiesa?
L’amore alla Chiesa! Vogliamo ancora supporre ch’esso non sia spento in persone che si qualificano cattoliche e che si appellano a Cristo: se davvero esse lo amano e davvero vogliono vivere del suo Vangelo, l’incontro nella carità, e quindi nella Chiesa, che animata dallo Spirito Santo risulta appunto dall’intercomunione di quanti vivono della carità, dovrebbe essere sempre in atto, e venire, quasi per intrinseco impulso, in evidenza, in una gioiosa evidenza, che spesso ci manca. Noi tanto più lo desideriamo questo amore ecclesiale quanto maggiore è il Nostro rammarico d’osservare come molti di questi cattolici inquieti sono partiti da un’alta vocazione all’apostolato, cioè al servizio e alla dilatazione della Chiesa, e come per quell’acido spirito di critica negativa e abituale, del quale dicevamo, si sono impoveriti e talora svuotati di amore apostolico, fino a diventare, in certi casi, molesti e nocivi alla Chiesa di Dio. Vengono alle labbra le parole di Gesù: «Inimici hominis domestici eius» , i nemici dell’uomo saranno i suoi di casa! (cf. Matth. 10, 36).

IL NOSTRO PROSSIMO INCOMINCIA DAI FRATELLI DI FEDE
Ma ora parliamo a voi, figli fedeli, e in voi Ci piace vedere quanti con cuore umile e franco vogliono bene alla Chiesa, e fanno eco col sentimento e con l’opera al Nostro invito: amate la Chiesa! è venuta l’ora di amare la Chiesa con cuore forte e nuovo.
La difficoltà da superare è quella della nostra miopia spirituale, che ferma lo sguardo all’aspetto umano, storico, visibile della Chiesa, e non vede il mistero di presenza di Cristo, che essa reclama e nasconde all’occhio profano non illuminato dalla fede e dall’intelligenza profonda della sua mistica realtà; questo sguardo esteriore vede la Chiesa composta di uomini imperfetti e di istituzioni temporali e limitate, mentre vorrebbe subito vederla tutta spirituale, tutta perfetta, anzi tutta idealizzata spesso secondo una immagine arbitrariamente concepita. Il volto concreto e terreno della Chiesa fa ostacolo all’amore facile e superficiale; la realtà materiale della Chiesa, quella che appare nel quadro dell’esperienza comune, sembra smentire la bellezza e la santità ch’essa per divino carisma contiene. Ma è proprio a questo punto che si prova l’amore. Se nostro dovere è l’amore del prossimo, qualunque sia l’apparenza sotto la quale esso ci si presenta; e se tanto più grande dev’essere tale amore quanto più squallida e sofferente è quella apparenza, noi dobbiamo ricordare che anche la Chiesa è prossimo, anzi è il nostro prossimo per eccellenza, composta com’è da quei «fratelli di fede» (Gal. 6, 10), a cui è dovuta la preferenza del nostro amore operoso; così che i difetti ed i malanni stessi degli uomini di Chiesa dovrebbero rendere più forte e più sollecita la carità di chi della Chiesa vuol essere membro vivo, sano e paziente. Cosi fanno i figli buoni, così i Santi.

«OGGI LA CHIESA È TUTTA RIVOLTA ALLE SUE SORGENTI PER SENTIRSI VERA E VIVENTE»
E possiamo dire di più: questa difficoltà di dover amare la Chiesa nella sua umana realtà è oggi diminuita. Oggi la Chiesa presenta un volto più degno d’ammirazione, che di rimprovero e di commiserazione. Oggi in tutta la Chiesa si notano sforzi magnifici di autenticità, di rinnovamento, di vitalità cristiana, di santità; una santità meno abituale e ambientale, se volete, di quella d’altri tempi, ma più personale e cosciente, ed anche più comunitaria e più operosa. Oggi la Chiesa, dopo il Concilio, è tutta tesa verso la sua interiore riforma; preghiera e dogma si illuminano a vicenda e danno alla vita spirituale della Chiesa il senso di verità e di pienezza al suo colloquio con Dio, una profondità interiore e scavata nelle singole anime e un’espressione armonica e corale nella celebrazione liturgica dei misteri sacramentali. Oggi ogni Vescovo, ogni Diocesi, ogni Conferenza episcopale, ogni Famiglia religiosa è in fase di riforma e d’intensità d’autentica vita cattolica. Oggi ogni fedele è chiamato alla perfezione, ogni laico all’operosità apostolica, ogni gruppo ecclesiale alla responsabilità dell’attività ecclesiale, ogni coscienza ed ogni comunità all’espansione missionaria; e tutta la Chiesa al senso della propria unità e della propria cattolicità, mentre l’ardua ma leale e ardente ripresa dei contatti ecumenici riporta i cattolici alla propria riforma e alla rinnovata capacità di cordiale dialogo con i fratelli separati; oggi la Chiesa è tutta rivolta alle sue sorgenti per sentirsi vera e vivente, tutta aperta ai contatti rispettosi e salutari col mondo, cercando di trovare nella simbiosi con esso la propria funzione ministeriale di «luce» e di «sale» per un’universale salvezza; oggi l’avvertenza del suo pellegrinaggio escatologico la rende povera, libera, audace, riportata alla sua primitiva missione di teste della risurrezione di Cristo e fonte di quella trascendente speranza che infonde sicurezza e vigore ad ogni onesta speranza terrena; oggi, mentre essa si purifica da ogni indebita contaminazione terrena, alla terra predica e infonde energia morale incomparabile, fratellanza autentica e solidale, capacità di conquista d’ogni verità e di ogni ricchezza della creazione, gioia di vivere nell’ordine e nella libertà, nell’unità e nella pace.
Amare la Chiesa; ecco figli e fratelli, il dovere dell’ora presente. Amarla significa stimarla ed essere felici d’appartenervi, significa essere strenuamente fedeli; significa obbedirle e servirla, aiutarla con sacrificio e con gioia nella sua ardua missione; significa saper comporre l’appartenenza alla sua visibile e mistica compagine con l’amore onesto e generoso ad ogni altra realtà del creato che ci circonda e ci possiede, la vita, la famiglia, la società; la verità, la giustizia, la libertà, la bontà.
Così, così, figli carissimi, con la Nostra Apostolica Benedizione.

giovedì 6 settembre 2012

cristianofobia

Discriminati per la loro fede.

Per la Corte Europea è giusto così

 
                                                                           5 settembre 2012
Benedetta Frigerio

Ieri l’audizione alla Corte Europea dei diritti umani sui quattro casi di inglesi licenziati per le loro convinzioni religiose. Secondo la Corte la fede non deve avere espressione pubblica
Una è una cittadina londinese impiegata della British Airways, una un’infermiera in un ospedale pubblico della contea di Devon. C’è poi l’ex ufficiale all’anagrafe del comune di Islingon a nord di Londra e lo psicologo di Bristol. Sono loro che ieri hanno ricevuto quello che sembra l’anticipo di una sberla che potrebbe dare una svolta alla secolare storia della democrazia occidentale, fondata sulla libertà religiosa.
I quattro avevano fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani, rappresentando tante altre categorie di lavoratori inglesi che, da quando vige la legge sull’uguaglianza, sono stati discriminati a causa della loro fede. Di fatto le nuove norme più che proteggere alcune categorie le privilegiano a discapito di altri. Per proteggere gli atei, i non cristiani e gli omosessuali, ad esempio, accade che in pubblico si possa esprimere solo quanto accettato dalla morale in voga. Questo dunque il centro dell’accusa dei legali dei ricorrenti. Per cui «nel Regno Unito chi segue le proprie convinzioni sul luogo di lavoro, a fronte di leggi antidiscriminatorie molto vaghe, viene licenziato». Nadia Evedia al banco del check-in fu licenziata perché portava la croce al collo, lo stesso è accaduto all’infermiera Shirley Chaplin. Per Gary Mcfarlane e Lilian Ladele l’accusa è quella di discriminazione degli omosessuali. Il primo disse ai colleghi di non credere alla bontà di una terapia sessuale offerta a coppie dello stesso sesso, mentre Ladele si rifiutava di sposare omosessuali facendo obiezione di coscienza.
Che l’audizione di ieri non sarebbe andata troppo bene ce lo si aspettava, data la formazione dei giudici chiamati a esaminare il caso. La parola data a James Eadie, rappresentante del governo inglese, è risultata impietosa. Per lui il divieto imposto ai lavoratori non sarebbe discriminatorio e non lederebbe la libertà religiosa, dato che «non impedisce di praticare la propria religione in privato». E rispondendo a chi faceva notare che la libertà religiosa consiste nella sua espressione pubblica, ha proseguito distinguendo la sfera pubblica da quella lavorativa, motivando così: «La Convenzione protegge il diritto degli individui a esprimere il loro credo nella sfera pubblica. Il che non significa che valga lo stesso sul luogo di lavoro». Strano. Nel caso della Evadia, ella lavorava con persone libere di indossare il velo musulmano, la Kippah ebraica o il turbante indiano.
Una speranza per i ricorrenti sembra aprirsi nel caso in cui la decisione sia presa dalla commissione dopo novembre, quando alcuni dei suoi membri, che si erano già espressi contro la presenza del crocifisso sui muri delle scuole italiane, termineranno il loro mandato.

scuola

L’ora di “morale laica” è nelle scuole francesi

(di Massimo Viglione) Una nuova inquietante notizia è giunta dalla  Francia del laicismo militante, e riguarda, l’aspetto fondamentale della formazione mentale e comportamentale della gioventù: la scuola, lo strumento prediletto per la creazione di un “nuovo uomo”. Nella folle corsa a precipizio della nostra società verso l’elevazione degli altari al Leviatano mondialista, la Francia (immancabile maestra) sta forse per compiere un ulteriore salto di qualità. Il nuovo ministro socialista dell’Istruzione Pubblica ha intenzione di introdurre nel programma scolastico l’ora di “morale laica”.


Da notare è che in Francia esiste dai tempi della massonica e anticattolica Terza Repubblica l’ora di “educazione civica”, che, come noto, fu istituita proprio al fine di sostituire l’ora di religione (abolita dalle famigerate leggi del 1905) con l’insegnamento degli “immortali princìpi” rivoluzionari e laici. E, allora, viene naturale chiedersi: se già esiste da oltre un secolo l’insegnamento della “morale laica” tramite l’educazione civica, a che pro l’istituzione di un’ulteriore ora di “morale laica”?
Inoltre, che cosa sarà in concreto questa ora? Cosa vi si insegnerà? Dalle prime voci giunte, sembra che il ministro abbia detto che occorre che lo Stato «insegni» ai giovani i princìpi di solidarietà, tolleranza, uguaglianza, ecc. ecc. Ma perché – viene da chiedersi ancora – l’educazione civica cosa insegna da oltre un secolo? Non insegna esattamente questo, e in maniera sempre più radicale negli ultimi decenni? Quindi, delle due l’una: o il ministro francese non conosce i programmi scolastici, o è personalmente un inetto, oppure, come è ovviamente più probabile, l’ora di “morale laica” ha ben altri scopi che non ribadire le solite trite e ritrite lezioni sulla tolleranza, sulla solidarietà, per altro insegnate, anche da tutte le altre materie, perfino nell’ora di religione, dati i criteri attualmente imperanti nello stesso clero francese (e non solo).

Cosa vuole essere dunque l’ora di “morale laica”? È fin troppo chiaro: se l’educazione civica ha avuto da sempre lo scopo di sostituire l’ora di religione e di “affiancare” alla dottrina cattolica i dettami illuministi, positivisti e rivoluzionari, la “morale laica” deve compiere un passo ulteriore in avanti, che non può essere altro che la guerra stessa agli ultimi rimasugli di concezione non solo cristiana della vita e del creato, ma anche naturale, nel senso del rispetto innato dell’ordine del creato.

La definitiva distruzione della famiglia naturale, la condanna di ogni forma di distinzione intellettuale, sociale, razziale, culturale, perfino ontologica (l’animalismo, già introdotto in Spagna da Zapatero), l’affermazione dell’ideologia omosessualista, e, ancor più, di quella “genderista”, del gender, che prevede la fine di ogni regola di normalità dell’ordine della sessualità (la stessa parola “normalità” diverrà fuorilegge, in quanto “esclusivista” e “razzista”) e, col tempo, l’affermazione di prospettive ancora più estremiste e folli, come magari la bestialità, l’incesto (di cui già si parla) e forse anche la pedofilia (purché “non violenta”, ovviamente): questi saranno certamente le future mète d’apprendimento della scuola francese (per cominciare), e dovranno servire ad allevare il futuro citoyen del terzo millennio. Al peggio non c’è mai fine. E il peggio è il fatto che il laicismo, che si è imposto a partire dall’illuminismo in poi, è esso stesso una “religione”, in quanto anti-religione, la religione dell’anticristianesimo.

L’ora di religione cristiana è stata tolta dai programmi scolastici francesi in nome del principio di tolleranza verso tutte le altre religioni e in nome dell’uguaglianza fra esse. Ora, senza più infingimenti, si vuole compiere il passo definitivo: scomparsa la religione cristiana dalla cultura francese, chiusa questa a tutte le altre religioni, si impone, dopo la prima “arma”, quella dell’educazione civica, che serviva a distruggere (pars destruens), la nuova “arma”, quella della pars costruens, la morale laica, la nuova religione universale, panteista, unica e assolutamente intollerante e repressiva, strumento a sua volta per la “costruzione” del grande sogno massonico della “Repubblica universale”, che è la meta penultima dell’intero processo rivoluzionario anticristiano e antiumano, che, nei nostri giorni, a tutti gli effetti e in tutti i campi,  si sta realizzando il suo cammino verso la “Nuova Era”.

L’Era della futura “morale laica”, appunto, posizionata su quel “Al di là del bene e del male” che un filosofo folle seppe ben esprimere ricavandolo da un passo fondamentale del nostro libro della vita, la Bibbia, nel quale è tutto magistralmente e perfettamente spiegato: «Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”» (Genesi 3, 4-5).

Eccola la “morale laica”: l’uomo che si “costruisce” il “suo bene” e  il “suo male” a seconda dei propri piani e scopi e contro l’ordine del creato stabilito in eterno dalla Mente divina. Ma, ecco, anche, il tempo di iniziare a parlare chiaramente, per la salvezza di ognuno di noi e soprattutto delle generazioni future, a cui non dovranno essere più insegnati il decalogo e i precetti del Vangelo, ancor meno le tradizioni avite e la cultura della nostra civiltà, ma la nuova “morale” della rivolta contro tutto ciò che è divino, razionale, ordinato, e, soprattutto, retto dall’amore di Dio per l’uomo e degli uomini per i propri fratelli. (Massimo Viglione)

mercoledì 5 settembre 2012

altare

Quaestio/Gamber: “L’altare di quaggiù è l’archetipo celeste”



“Poi venne un altro angelo e si fermò all’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull’altare d’oro, posto davanti al trono” (Apocalisse 8, 3).

Secondo la concezione dell’epistola agli Ebrei, il tempio terreno di Gerusalemme e il suo altare erano l’immagine del santuario che è in cielo ed in cui il Cristo, eterno sacerdote, è entrato (9, 24). La liturgia celeste e la liturgia terrestre sono una cosa sola. Così, secondo il passo dell’Apocalisse citato in epigrafe, un angelo è fermo davanti all’altare d’oro del cielo, con un incensiere d’oro in mano, allo scopo di offrire le preghiere dei fedeli al cospetto di Dio. Anche la nostra offerta terrena non diventa totalmente valida davanti a Dio se non è “condotta dalla mano di un angelo sull’altare celeste”, come è detto nel canone della messa romana.
La concezione secondo la quale l’altare di quaggiù è un immagine dell’archetipo celeste che si trova davanti al trono di Dio, ha sempre determinato sia la sistemazione dell’altare, sia la posizione del sacerdote nei confronti di esso: e noi abbiamo visto che l’angelo che regge l’incensiere d’oro è fermo davanti all’altare. D’altra parte, le prescrizioni che Dio ha dato a Mosè (cfr. Esodo 30, 1-8) hanno certamente svolto un ruolo anch’esse.
Queste osservazioni preliminari erano necessarie per far comprendere a che punto siano cambiate le concezioni attuali circa l’altare. Questo cambiamento non è stato effettuato brutalmente, ma poco la volta; si è cominciato diversi anni fa, prima del Concilio Vaticano II.
Nella Richtlinien für die Gestaltung des Gotteshauses aus dem Geist der römischen Liturgie (Istruzioni per la sistemazione delle chiese nello spirito della liturgia romana), del 1949, Theodor Klauser sostiene che: “Certi segni fanno intravedere che, nella Chiesa futura, il prete si terrà come un tempo dietro l’altare e celebrerà col viso volto verso il popolo, come si fa ancora oggi in certe basiliche romane; l’augurio, che si solleva dappertutto, di veder più chiaramente espressa la comunione al tavolo eucaristico, sembra esigere questa soluzione” (n° 8).
Ciò che Klauser presentava allora come augurabile, come si sa, nel frattempo è divenuto quasi dappertutto la norma. Si pensa di aver fatto rivivere così un uso della cristianità delle origini. Ora, come dimostreranno chiaramente le spiegazioni che seguono, si può provare con certezza che non si è mai avuta, né nella Chiesa d’Oriente né in quella d’Occidente, alcuna celebrazione versus populum (verso il popolo), ma che, al contrario, per pregare tutti si volgevano sempre ad Oriente, ad Dominum (verso il Signore).
L’idea di un “faccia a faccia” tra il sacerdote e l’assemblea, nel corso della messa, risale piuttosto a Martin Lutero, il quale, nel suo piccolo libro Deutsche Messe und Ordnung des Gottesdienstes (La messa tedesca e l’ordinazione del culto divino), del 1526, all’inizio del capitolo Della domenica per i laici, così scrive: “Noi conserveremo gli ornamenti sacerdotali, l’altare, le luci fino all’esaurimento o fino a quando non riterremo di cambiarle. Lasceremo, tuttavia, che altri possano fare diversamente; ma nella vera messa, fra veri cristiani, occorrerebbe che l’altare non restasse com’è adesso e che il prete si volgesse sempre verso il popolo, come senza alcun dubbio Cristo ha fatto al momento della Cena. Ma questo può attendere.” Ed ecco che il momento atteso è arrivato…
Per giustificare il cambiamento di posizione del celebrante in rapporto all’altare, il Riformatore si riferiva al comportamento di Cristo all’Ultima Cena. In effetti egli aveva davanti agli occhi le abituali raffigurazioni dei suoi tempi: Gesù in piedi o seduto a metà di una gran tavola, con gli Apostoli alla sua destra ed alla sua sinistra.

Ma Gesù, ha effettivamente occupato tale posto?
Certamente non avvenne così, poiché sarebbe stato contrario agli usi domestici dell’epoca. Al tempo di Gesù, e ancora secoli dopo, si utilizzava sia una tavola rotonda sia una tavola a forma di sigma (a semicerchio). Il davanti di essa veniva lasciato libero, per permettere il servizio. I convitati erano seduti o allungati dietro il semicerchio. Per far ciò utilizzavano dei divani o un banco, anch’esso a forma di sigma. Il posto d’onore non si trovava, come si potrebbe credere, in mezzo, ma a destra (in cornu dextro). Il secondo posto d’onore stava di fronte al primo. Questa disposizione dei posti la ritroviamo, in maniera costante, nelle raffigurazioni più antiche della Cena di Gesù, fino a metà del Medio Evo. Il Signore è sempre allungato o seduto dalla parte destra della tavola (fig. 4). È solo verso il XIII sec. che si incomincia ad imporre un nuovo tipo di raffigurazione: ed allora Gesù è posto dietro la tavola, in mezzo agli Apostoli che lo circondano. È questa l’immagine che Lutero aveva davanti agli occhi. In effetti, essa ha l’apparenza di una celebrazione versus populum. Tuttavia, in realtà non si tratta di niente di simile, poiché il “popolo” verso cui il Signore avrebbe dovuto volgersi, si sa che era assente nella sala della Cena. Cosa questa, che toglie ogni valore all’argomentazione di Lutero. D’altronde, per quanto ne sappiamo, anch’egli non ha mai preteso che si celebrasse volti verso l’assemblea, come in seguito hanno preso l’abitudine di fare i Riformati, soli fra le comunità protestanti.

Prima domanda: È possibile. Ma qual era la situazione nella Chiesa delle origini? I fedeli, non erano dunque seduti con il presidente alla “tavola del Signore”?
Qui è opportuno distinguere tra celebrazione dell’àgape – il pasto fraterno – e celebrazione dell’eucaristia, che all’inizio seguiva l’àgape e più tardi la precedette. Io ho già trattato a fondo la questione nel mio studio: Beracha. Nei primi secoli, quando il numero dei membri della comunità era ancora ristretto, si era conservata la stessa disposizione dei posti, a fedele imitazione dell’Ultima Cena, tanto più che essa corrispondeva agli usi dell’epoca. Diverse chiese domestiche della Chiesa delle origini, di cui si sono ritrovate le fondamenta nelle regioni alpine, lo provano chiaramente. Al centro di un locale relativamente piccolo (circa 5 metri per 12,5), si trova un banco in pietra semicircolare, capiente da quindici a venti posti (9). Nelle città, ove il numero dei fedeli era più elevato, si era obbligati ad aggiungere delle tavole supplementari. Il vescovo e i presbiteri stavano seduti ad una di queste, i fedeli nelle altre, le donne separate dagli uomini. Nell’epistola ai Gàlati (2, 11-12), l’apostolo Paolo rimprovera all’apostolo Pietro di aver preso cibo con i giudei convertiti, evitando i pagani convertiti. Ora, mentre per i pasti in comune, le àgapi, si stava seduti a delle tavole, per la celebrazione dell’eucaristia ci si alzava e ci si andava a porre dietro il celebrante, che stava all’altare, come prescrive espressamente la Didascalia degli Apostoli, una istruzione del II-III sec., che esigeva che ci si volgesse esattamente verso Oriente (10).Con gli sviluppi successivi, una volta soppressi i pasti fraterni (verso il IV sec.), le tavole sparirono. I fedeli ormai stavano seduti su dei banchi disposti lungo i muri della chiesa. La tavola d’altare, già in legno, divenne un altare in pietra.

Seconda domanda: Come ci si può opporre agli altari moderni, rivolti verso il popolo, quando essi sono stati prescritti dal Concilio e praticamente sono stati introdotti nel mondo intero?
 Nella Costituzione conciliare sulla sacra liturgia, promulgata dal Concilio Vaticano II, si cercherà invano una prescrizione che imponga di celebrare la santa messa volti verso il popolo. Ancora nel 1947, papa Pio XII, nella su enciclica Mediator Dei (n° 49), sottolineava come si sbagliassero coloro che volessero ridare all’altare la sua antica forma di mensa (tavola). Fino al Concilio la celebrazione verso il popolo non era autorizzata *, tuttavia essa era tacitamente tollerata da numerosi vescovi, soprattutto per le messe dei giovani. Da noi, in Germania, la nuova posizione del sacerdote fece la sua apparizione con la Jugendbewegung (movimento della giovinezza), negli anni venti, allorché si incominciò a celebrare l’eucaristia per dei piccoli gruppi; a questo proposito, Romano Guardini aveva svolto il ruolo di precursore, con le sue messe al castello di Rothenfels. Il movimento liturgico diffuse quest’uso, soprattutto Pius Parsch, che sistemò in questo senso, per la sua “parrocchia liturgica”, una piccola chiesa romana (Santa Gertrude) a Klosterneuburg, vicino Vienna. Infine, questi sforzi vennero approvati dall’istruzione della Congregazione dei Riti Inter œcumenici, del 1964, che ha ispirato in seguito il nuovo messale. Per le nuove costruzioni è qui prescritto che “È bene costruire l’altar maggiore separato dal muro, perché si possa facilmente girarvi attorno e vi si possa celebrare verso il popolo; esso sarà posto nell’edificio sacro in modo da essere veramente il centro verso il quale si volge spontaneamente l’attenzione dell’assemblea dei fedeli” (n° 91). Sfortunatamente, è esatto che i nuovi altari verso il popolo siano stati installati dovunque nel mondo – almeno per quanto riguarda l’area di diffusione della Chiesa cattolica. Ma, a rigore, essi non sono prescritti. Nelle chiese ortodosse d’Oriente – ove, dopo tutto, vi sono alcune centinaia di milioni di cristiani – si continua a rispettare l’uso della Chiesa delle origini, secondo cui il sacerdote che celebra il Santo Sacrificio è girato, insieme con i fedeli, verso l’àbside. Questo vale sia per le Chiese di rito bizantino (greca, russa, bulgara, serba, ecc.) sia per le Chiese dette di rito orientale antico (armena, siriana, copta). Che l’altare debba essere scostato dal muro “perché si possa facilmente girarvi attorno”, è un’altra questione. Questa esigenza della Congregazione dei Riti si accorda perfettamente con la tradizione ** . Per più di dieci secoli, come fino ad oggi nelle chiese ortodosse d’Oriente, l’altare è rimasto privo di sovrastrutture. Un cambiamento si produsse all’epoca gotica, con l’apparizione delle pale. Queste svolgevano in parte il ruolo dei dipinti dell’àbside e dei muri, raffigurando le diverse tappe della salvezza: dall’Annunciazione all’Ascensione del Signore. Mentre nelle piccole chiese gli altari erano spesso addossati al muro dell’àbside, nelle grandi chiese, come abbiamo visto, erano posti, fino all’epoca gotica, in mezzo al santuario. Ed allora era possibile girarvi intorno al momento dell’incensamento, com’è detto nel salmo 25: “…giro intorno al tuo altare, Signore, per far risuonare voci di lode e per narrare tutte le tue meraviglie”. Per sottolineare la santità dell’altare, questo – almeno nelle grandi chiese – era generalmente sormontato da un baldacchino in materiale prezioso, poggiante su quattro colonne. Ai quattro lati erano fissate delle cortine; certo in riferimento alla tenda del Tempio di Gerusalemme, che separava il Santo dei Santi (Sancta Sanctorum) dal santuario, come Dio aveva prescritto a Mosè: “Farai il velo di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto… Lo appenderai a quattro colonne di acacia, rivestite d’oro… Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell’interno oltre il velo, introdurrai l’arca della Testimonianza. Il velo sarà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei santi” (Esodo 26, 31-33). Come abbiamo già detto, nel rito bizantino è l’iconostàsi che attua la separazione, ma, secondo la concezione ortodossa, essa rappresenta anche, insieme alle icone, l’Ecclesia cœlestis (la Chiesa del Cielo) che celebra di concerto con i fedeli, tanto che essa dev’essere considerata, da quelli che partecipano alla celebrazione, non solo come una separazione, ma anche come un oggetto di contemplazione. In altri riti orientali non bizantini, l’iconostàsi manca; al suo posto vi sono, come presso gli Armeni, due tende: una piccola davanti all’altare e una grande che, in certi momenti della liturgia della messa, nasconde tutto il coro agli occhi dei fedeli. E a questo proposito san Giovanni Crisostomo dice: “Quando vedi chiudere le tende, pensa che in quel momento il cielo si apre lassù in alto e ne discendono gli angeli” (11). Secondo la testimonianza di Guillaume Durand, queste tende furono anche usate in Occidente, fino a metà del Medio Evo. Egli parla di tre vela: uno che ricopre le offerte del sacrificio, il secondo intorno all’altare e il terzo sospeso davanti al coro (12). Mentre la Chiesa delle origini dissimulava l’altare come poteva, ornandolo con tessuti preziosi e con pendoni, ecco che oggigiorno questo stesso altare si trova posto, nudo, in mezzo alla chiesa, esposto a tutti gli sguardi. La sua santità, in quanto luogo delle offerte del sacrificio, si ritrova così meglio evidenziata? Certamente no. A meno che non si voglia prendere in considerazione – contro tutte le tradizioni – la sua funzione di tavola da pasto e la si voglia rendere manifesta in tal modo. Allora, certamente, non mi resta che inchinarmi… Ma, in questo caso, non si tratta più di rendere presente quaggiù il mondo di lassù: si tratta solo dell’uomo e del suo universo. L’universo di Dio, degli angeli, dei santi, diventa marginale: ci sfiora appena. Forse, malgrado tutto, ci si interesserà ancora a un uomo chiamato Gesù e a qualche passo accuratamente selezionato del suo Vangelo!

Terza domanda: Tuttavia, non vi era già nel Medio Evo un altare destinato al popolo, per di più un altar maggiore, come lo abbiamo oggi?
Ciò è esatto nella misura in cui, nelle chiese cattedrali e nei monasteri, vi era in genere, da dopo la fine dell’epoca romana, un altare destinato al popolo, posto davanti al jubé; quest’ultimo era una specie di chiusura del coro, un po’ più alta di quella delle chiese antiche, con due entrate che davano sul coro dei canonici o dei monaci, i quali, in tal modo, si trovavano separati dal resto della chiesa. A causa della croce posta al di sopra di quest’altare, o più esattamente sul jubé, l’altare stesso veniva chiamato “altare della croce”. È su questo altare che, in queste chiese, si celebrava la messa per il “popolo” ***, come ogni altra messa destinata ad avere numerosi assistenti: la messa solenne per i funerali, quella per l’incoronazione di un sovrano (fig. 5). Per di più si predicava dall’alto del jubé e solo le messe conventuali (solenni) venivano celebrate all’altar maggiore, nel coro. Dunque, in primo luogo la funzione del jubé non era di elevare una barriera fra il clero e il popolo – e per questo non può essere paragonato all’iconostàsi bizantina – piuttosto esso era destinato a creare, per i canonici e per i monaci, uno spazio apposito, ove si potessero svolgere le funzioni liturgiche del coro (liturgia delle ore, messa conventuale) senza essere disturbati. Per delle ragioni sia liturgiche che architettoniche è stato del tutto irragionevole far sparire il jubé e l’altare della croce, come è accaduto quasi dappertutto in Germania all’epoca dei Lumi, su ordine delle autorità secolari (13). Come allora si procedette a delle importanti modifiche architettoniche all’interno delle chiese – per far sì che i fedeli potessero guardare direttamente l’altar maggiore – così oggi, in seguito al Concilio, quasi tutte le chiese antiche sono state ritoccate con dei lavori di “aggiornamento”. Chi giri adesso il mondo e visiti le chiese, scopre, per la sistemazione del santuario, le soluzioni più singolari. Soprattutto in Italia, dove è stato possibile, gli altari barocchi sono stati privati della loro tavola d’altare che è stata rimpiazzata dai seggi del celebrante e dei suoi assistenti. Si può pensare che sia la meno felice delle soluzioni, visto che la pala perde così la sua antica funzione di riferimento al sacrificio eucaristico per vedersi “degradata” a semplice schienale dei preti. Se non fosse che, nella maggior parte dei casi, l’antico altar maggiore, col suo tabernacolo, serve solo a conservare la santa comunione, così che occorre rassegnarsi al fatto che il sacerdote, in piedi davanti all’altare verso il popolo, gira costantemente le spalle al tabernacolo, lo stesso su cui fino a ieri si fissavano gli occhi dei fedeli in preghiera. Quando occorre, è la corale parrocchiale che si installa sui gradini dell’altar maggiore, con i cantori che volgono anch’essi le spalle al tabernacolo e si servono della tavola d’altare per poggiarvi i loro diversi accessori. Allorché le considerazioni artistiche lo hanno permesso, l’altar maggiore è stato totalmente soppresso, e l’eucaristia viene conservata in un tabernacolo murale laterale; ed allora sorge subito il problema di come occupare lo spazio così liberato dell’àbside. Le soluzioni adottate sono le più diverse. Spesso vi si è installato l’organo, con la sua cassa decorativa, oppure, per la maggior parte del tempo, la corale parrocchiale, oppure si è semplicemente appeso al muro dell’àbside l’antica pala d’altare o un pendone di valore, come fossero degli ornamenti. In definitiva, ognuna di queste soluzioni non è soddisfacente, poiché, installando un nuovo altare, per di più dall’apparenza molto modesta, si è fatto sparire il centro di gravità spaziale costituito dall’altar maggiore, così come era stato concepito dall’architetto che aveva costruito la chiesa. Senza alcun dubbio, A. Lorenzer ha ragione allorché scrive: “Il significato dell’altare, a questo punto, fa parte integrante della chiesa… che lo spostamento di questo “centro di gravità spaziale” dovrebbe indurre ad elaborare un piano interamente nuovo” (14). La cosa assume un’evidenza impressionante nelle grandi chiese, come per esempio nella cattedrale di Spira, ove lo sguardo di coloro che vi entrano si posa subito sull’antico altar maggiore sormontato dal suo baldacchino. Oggi quest’altare sembra fluttuare nel vuoto: la tavola d’altare installata nel coro, malgrado le sue dimensioni, si nota appena in questo spazio tutto volto in altezza, mentre l’altare verso il popolo, alcuni gradini più in basso, non costituisce affatto un “centro di gravità spaziale”.

Quarta domanda: Nell’Handbuch der Liturgie für Kanzel, Schule und Haus (Manuale di liturgia per la cattedra, la scuola e la casa), del P. Alfons Neugart (1926), si legge: “Nella basilica della Chiesa delle origini, l’altare era posto in mezzo all’àbside del coro e il prete celebrante si metteva dietro di esso, rivolto verso il popolo. Sull’altare non vi erano né croce né luci. I seggi del vescovo e degli ecclesiastici erano disposti tutt’intorno, lungo il muro. È solo più tardi che l’altare venne posto contro il muro, come oggi”. È esatto?
La cosa esatta è che nei primi secoli, i seggi dei vescovi e dei sacerdoti erano posti lungo il muro dell’àbside e non ai lati dell’altare; in ambito greco essi erano spesso nettamente rialzati su diversi scalini, di modo che il vescovo, assiso sul trono, potesse esser visto da tutti e meglio ascoltato al momento del suo sermone, che un tempo pronunciava dal suo seggio. Il seggio centrale era sempre riservato al vescovo, come accade ancora oggi in Oriente. È anche esatto che a quel tempo sull’altare non vi fosse né croce, né luci, né leggio per il messale, ma solo il calice e la patena con le offerte; lo si può constatare nelle raffigurazioni medievali della messa; e se fino ad un’epoca recente si usava decorare con dei fiori il pavimento della chiesa, l’altare non veniva mai decorato. Ecco perché in genere gli altari erano piccoli, con una tavola che raramente raggiungeva un metro quadrato. Nel chiostro della cattedrale di Ratisbona vi è, per esempio, un piccolo altare massiccio in pietra, che risale ad un’epoca molto antica, mentre vi si trova anche, nella “cattedrale antica”, un grandissimo altare di due metri e dieci per un metro e quaranta, che risale probabilmente al V secolo e che rappresenta una “confessione”, vale a dire che faceva parte della tomba di un martire. Ecco spiegata la sua taglia (15)! La limitata superficie della maggior parte degli altari lasciava posto solo per le offerte del pane e del vino: questa particolarità sottolineava significativamente il carattere sacrificale della messa, come accadeva per i sacrifici dei Giudei e dei pagani, per i quali solo le offerte propriamente dette trovavano posto sull’altare. Gli altari di grande dimensione erano rari nei tempi antichi, eppure, al pari degli altri che abbiamo citato, anch’essi erano riccamente ornati di stoffe preziose che cadevano dai quattro lati fino a terra, di modo che le tavole che ricoprivano non si presentavano come tali. Più tardi, in molti posti, si dispose sul lato anteriore degli altari un pendone di stoffa, di legno e di metallo riccamente ornato. Così che non si può affermare che il carattere di pasto della messa sia stato sottolineato dagli altari a forma di tavola. Parleremo dopo più a fondo della posizione del sacerdote all’altare ai tempi della Chiesa delle origini. Qui ricordiamo solo quanto scriveva sulla rivista Der Seelsorger, nel 1967, quindi poco dopo il Concilio, il P. Josef A. Jungmann, autore di un lavoro celebre, Missarum sollemnia: “L’affermazione spesso ripetuta che l’altare della Chiesa delle origini supponesse sempre che il prete fosse rivolto verso il popolo, si rivela essere una leggenda”. Inoltre, Jungmann mette in guardia contro il pericolo che, auspicando l’adozione dell’altare verso il popolo, “se ne faccia un’esigenza assoluta e, alla fine, una moda alla quale ci si sottometta senza riflettere”. Secondo lui, la ragione principale di questa raccomandazione di celebrare rivolti verso il popolo è la seguente: “Vi è qui, innanzi tutto, l’accento esclusivo che oggigiorno si ama tanto mettere sul carattere di pasto dell’eucaristia”. Da parte sua, il cardinale Joseph Ratzinger ha sempre più messo in guardia, in questi ultimi anni, contro il rischio di considerare la liturgia sotto il solo aspetto di “pasto fraterno” (16).

Quinta domanda: Il papa non celebra da tempo immemorabile rivolto verso il popolo, e non v’è in San Pietro, a Roma, un altare isolato su un podio, come nella maggior parte delle chiese moderne?
Sembrerebbe esatto che l’idea di un altare centrale isolato su un podio sia, in qualche modo, già prefigurata nella chiesa barocca di San Pietro (certo non nella chiesa costantiniana che l’ha preceduta): l’altare papale, leggermente sopraelevato, si trova isolato nel mezzo della chiesa, proprio al di sotto della cupola centrale, posta esattamente sopra la confessione con la tomba del Principe degli Apostoli; esso è facilmente visibile da ogni parte, sia dalla navata sia dai due bracci del transetto. Chi una volta partecipava alle messe papali notava che il papa non era posto, come nel resto della cristianità, davanti all’altare, bensì dietro. Alcuni liturgisti ne deducevano, avventatamente, che in tal modo si fosse conservata la posizione “verso il popolo”, posizione risalente alla Chiesa delle origini. In realtà si tratta, come abbiamo visto, dell’orientamento nella preghiera: la chiesa di San Pietro, a differenza delle chiese antiche, non ha l’àbside ad Est, bensì ad Ovest. Tuttavia, come dimostrano le foto scattate prima dell’elevazione al Soglio di Paolo VI, che intraprese la trasformazione dell’altare papale, i fedeli presenti potevano appena intravedere il papa, a causa dell’enorme dimensione dei candelieri e della croce, posti sull’altare. Non è dunque possibile, a stretto rigore, parlare di celebrazione versus populum. Non si trattava di un privilegio papale, come talvolta è stato affermato. Infatti vi sono a Roma delle altre chiese il cui àbside è posto ad Occidente e non ad Oriente e in cui il celebrante è ugualmente posto dietro l’altare. Nelle chiese moderne, costruite dopo il Concilio, si trova spesso, come a San Pietro, un altare isolato su un podio, ma ad esso manca il coronamento del primo: il baldacchino. Siccome si tratta di un podio isolato in mezzo alla chiesa, e dunque sprovvisto di ogni orientamento – e circondato dalle fila di sedie dei fedeli – è difficile trovare un posto adeguato per la croce dell’altare, di cui abbiamo esposto prima la funzione di punto di riferimento, croce che tuttavia continua ad essere richiesta dalle nuove regole liturgiche. Nell’Institutio generalis del nuovo messale, si prescrive: “Del pari, sull’altare o in prossimità di esso, vi sarà una croce, ben visibile dall’assemblea” (n° 270). Era questo il caso dell’”altare della croce” medievale ****, ma non lo è più adesso quando si verifica che, per soddisfare in una maniera o in un’altra questa prescrizione, si finisce con l’usare una piccola croce o a fianco dell’altare o poggiata su di esso.

Sesta domanda: Andava dunque bene che il sacerdote pregasse, come accaduto finora, in direzione del muro? Molto meglio vederlo girato verso l’assemblea!
Allorché si pone davanti all’altare, il sacerdote non prega in direzione di un muro, ma, insieme a tutti coloro che sono presenti, prega in direzione del Signore. Tanto più che fino ad adesso la cosa che più importava non era tanto di realizzare una qualche comunione, bensì di rendere il culto a Dio, tramite la mediazione del sacerdote, che rappresentava i partecipanti ed era unito ad essi. Parlando della direzione della preghiera, sant’Agostino, vescovo di Ippona, scrive: “Quando ci alziamo per pregare, ci volgiamo verso l’Oriente (ad orientem convertimur), da dove si alza il cielo. Non perché Dio si troverebbe solo lì, non perché Egli avrebbe abbandonato le altre regioni della terra… ma perché lo spirito sia esortato a volgersi verso una natura superiore, e cioè verso Dio” (17). Questo spiega perché dopo il sermone, i fedeli si alzavano per la preghiera e si volgevano verso Oriente. Sant’Agostino li invitava spesso a farlo alla fine dei suoi sermoni, impiegando a mo’ di formula consacrata le seguenti parole: “Conversi ad Dominum… (Rivolti al Signore). Possiamo ricordare qui le parole di san Paolo. Conscio che “finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione” egli preferisce essere “in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore” (ad Dominum) (2 Corinti 5, 6-8). Così, volgersi verso il Signore e guardare ad Oriente era, per la Chiesa delle origini, una sola e medesima cosa. Nella sua opera fondamentale, Sol salutis (1920), Joseph Dölger si dice convinto che la risposta del popolo: “Habemus ad Dominum” (Sono rivolti al Signore), al richiamo del sacerdote: “Sursum corda” (In alto i nostri cuori!), significasse anche che ci si volgeva verso Oriente, verso il Signore (p. 256). A questo proposito, Dölger fa osservare che certe liturgie orientali prevedono espressamente questo invito, con un appello espresso dal diacono prima della preghiera eucaristica (anaphora) (p. 251). È il caso dell’anàfora copta di san Basilio, che comincia: “Accostatevi, voi uomini, mantenetevi rispettosi e guardate ad Oriente!”, ed anche dell’anàfora di san Marco, in cui lo stesso appello (Guardate ad Oriente!) viene espresso nel mezzo della preghiera eucaristica, prima del passaggio che conduce al Sanctus. La breve descrizione liturgica del secondo libro delle Costituzioni apostoliche (un’istruzione del IV secolo), dice anch’essa che ci si alza per pregare e ci si volge verso Oriente (18) . L’ottavo libro ci riporta l’appello corrispondente lanciato dal diacono: “Tenetevi in piedi verso il Signore!” (19). Come si può vedere, anche qui vi è il parallelismo fra il guardare ad Oriente e il volgersi verso il Signore. L’uso della preghiera in direzione del sol levante è da tempo immemorabile, come ha dimostrato anche Dölger; lo si ritrova presso i Giudei e presso i Romani. Vitruvio, nel suo lavoro sull’architettura, scrive: “I templi degli dei devono essere posizionati in modo tale che… l’immagine che è nel tempio guardi verso ponente, affinché coloro che andranno a sacrificare siano rivolti verso Oriente e verso l’immagine, di modo che, nel pregare, guardino sia il tempio sia la parte del cielo che è a levante, mentre le statue sembrano levarsi insieme al sole per guardare coloro che le pregano nei sacrifici” (20). Per Tertulliano (200 ca.) la preghiera verso Oriente è cosa scontata. Nel suo piccolo libro, Apologeticum, egli ricorda che i cristiani “pregano in direzione del sol levante” (cap. 16). Questo orientamento nella preghiera è stato evidenziato molto presto nelle case, con una croce sul muro. Se ne trova una in un locale di un piano superiore di una casa di Ercolano, seppellita dall’eruzione del Vesuvio del 79 (21).

Settima domanda: Ma, se non altro, vi sono degli studi, come quello conosciuto del prof. Otto Nussbaum, nei quali si dimostra scientificamente che fin dai tempi più remoti si sono avute delle celebrazioni verso il popolo, e che queste fossero anche le più antiche.
Nel suo studio di grande respiro, Der Standort des Liturgen am christlichen Altar (Il posto del liturgo all’altare cristiano), apparso nel 1965, Nussbaum scrive: “Quando comparvero gli edifici cultuali propriamente detti, non vi erano delle regole precise che fissavano da che parte dell’altare dovesse mettersi il liturgo. Egli poteva rimanere sia davanti che dietro l’altare” (p. 408). Egli ritiene che la celebrazione versus populum sia stata preferita fino al VI secolo. Tuttavia Nussbaum non distingue a sufficienza tra le chiese con l’àbside ad Est e quelle con l’àbside ad Ovest e la cui entrata era dunque ad Est. Quest’ultimo orientamento è quasi esclusivo delle basiliche del IV secolo, specialmente di quelle fatte erigere dall’imperatore Costantino e da sua madre Elena, come per esempio la chiesa di San Pietro a Roma. Ma, dall’inizio del V secolo, san Paolino da Nola indica come abituale (usitatior) l’àbside ad Est (22). In effetti, le basiliche con l’entrata ad Est si trovano soprattutto a Roma e nell’Africa del Nord, mentre sono relativamente rare in Oriente (a Tiro e ad Antiochia). L’entrata ad Oriente (basiliche costantiniane) imitava la disposizione del Tempio di Gerusalemme (cfr. Ezechiele 8, 16), come di altri templi antichi, le cui porte aperte lasciavano entrare la luce del sol levante, che faceva scintillare all’interno la statua del dio. Nelle basiliche cristiane con l’entrata ad Est, il celebrante era obbligato normalmente a rimanere davanti al lato “posteriore” dell’altare, al fine di essere rivolto ad Oriente al momento dell’offerta del Santo Sacrificio, esattamente come nelle chiese con l’àbside ad Oriente, nelle quali egli rimaneva “davanti” all’altare (ante altare), quindi con le spalle all’assemblea. Per il fatto che in certe basiliche con l’àbside ad Est vi fosse posto dietro l’altare anche per il celebrante, si è dedotto a volte che quest’ultimo si ponesse da questo lato, volgendosi così verso il popolo; specialmente quando nell’àbside vi era anche un banco per i sacerdoti, con un trono per il vescovo. Ora, si tratta di una conclusione chiaramente errata – adottata peraltro da Nussbaum – come si dimostra, in maniera irrefutabile, con l’aiuto degli scavi archeologici (23). Se così non fosse, per quale motivo si sarebbero costruite queste chiese esattamente orientate ad Est?

Ottava domanda: Quando il sacerdote si trovava posto “dietro” l’altare, nelle chiese che avevano l’àbside ad Occidente, come San Pietro a Roma, non si finiva, malgrado tutto, col celebrare rivolti al popolo?
No! Infatti, durante la preghiera eucaristica (canon missæ), non solo il celebrante, ma anche i fedeli si volgevano ad Oriente. Come ha fatto osservare san Giovanni Crisostomo (24), nei tempi antichi i fedeli stendevano le mani nel corso della preghiera, al pari del sacerdote (cfr. fig. 9, p. 46), e tutti guardavano in direzione delle porte aperte della chiesa, da dove penetrava la luce del sol levante, simbolo di Cristo resuscitato che ritorna. Al di là della particolare venerazione per il sol levante che aveva il costruttore di queste basiliche, l’imperatore Costantino, certamente ha avuto la sua influenza questo passo del profeta Ezechiele (43, 1-2): “Mi condusse allora verso la porta che guarda a Oriente, ed ecco che la gloria del Dio di Israele giungeva dalla via orientale…”. In tal modo, con le porte della basilica aperte sull’Oriente, ci si aspettava che il Cristo venisse a partecipare alla celebrazione dell’eucaristia, come dopo la sua resurrezione era apparso più volte ai suoi discepoli durante il pasto (cfr. Luca 24, 36-49; Giovanni 21; Atti 1, 4). All’origine i fedeli – donne e uomini separati – non stavano nella navata centrale, ma in quelle laterali *****, cosa questa che implicava che, nelle chiese antiche, il numero delle navate laterali potesse arrivare fino a sei (quelle del Laterano e di San Pietro, a Roma, ne hanno solo quattro). In definitiva, questo modo di prender posto nelle navate laterali corrispondeva all’abitudine di fermarsi lungo i muri laterali delle piccole chiese della cristianità delle origini. Tale abitudine è ancora oggi in atto nelle chiese d’Oriente: la navata o lo spazio centrale sotto la cupola rimangono liberi per le funzioni. I fedeli anziani prendono posto su delle sedie (stasidien) lungo i muri della chiesa e nelle navate laterali, gli altri assistono alla messa in piedi. In Oriente, la posizione del corpo più conveniente per la partecipazione liturgica, è quella in piedi, e non l’inginocchiarsi, com’era da noi una volta; tale posizione esige una grande disciplina fisica, soprattutto nel corso di offici che si prolungano. Come si evince da certi scavi e dalle raffigurazioni che sono state trovate (fig. 6), nelle basiliche costantiniane e nord-africane l’altare era quasi al centro della navata. Esso era attorniato da ogni lato da un recinto e, in genere, era sormontato da un baldacchino ******. Il coro dei cantori (schola cantorum) prendeva posto davanti al celebrante. Nelle chiese di Ravenna, benché fossero tutte orientate, si conservò per lungo tempo questa disposizione dell’altare e della schola in mezzo alla navata (25): la cosa è attestata fino all’VIII secolo. Lo stesso accadeva nella chiesa costantiniana di San Pietro, a Roma: l’altare non si trovava, come si potrebbe pensare, al di sopra della tomba dell’Apostolo, ma quasi al centro della navata centrale. In corrispondenza di dove era sotterrato il Principe degli Apostoli, vi era una “memoria” senza altare, sormontata da un baldacchino a colonne, come si può vedere in una raffigurazione molto antica, quella dello scrigno d’avorio di Pola (fig. 7). La supposizione spesso avanzata che vi fosse già un altar maggiore mobile, là ove i pellegrini entrano ed escono per visitare la tomba dell’Apostolo, non ha avuto alcun riscontro. Poiché, nella basiliche con l’àbside ad Occidente e l’altare in mezzo alla navata centrale, i fedeli si disponevano, come abbiamo visto, lungo le navate laterali – fra le cui colonne vi erano, peraltro, dei tendaggi che si aprivano durante la messa – di fatto non volgevano le spalle all’altare; cosa che peraltro non avrebbe neanche potuto essere supposta visto il rispetto che si portava alla santità dell’altare; bastava una leggera rotazione del corpo per volgersi, senza difficoltà, in direzione dell’entrata, verso Oriente. Anche nel caso inverosimile che nel corso della preghiera eucaristica i fedeli non guardassero verso l’entrata, ma verso l’altare, resta il fatto che, anche così, non si sarebbe potuto verificare il faccia a faccia tra il celebrante e l’assemblea, poiché, come abbiamo già detto, nei tempi antichi l’altare era nascosto dalle tende. A partire dal Medio Evo, l’altare di queste basiliche venne generalmente trasferito verso l’àbside. Nella chiesa di San Pietro ciò avvenne, come si sa, nel 600, sotto il papato di Gregorio Magno, il quale apportò anche importanti modifiche al coro e fece costruire una cripta circolare che permettesse ai pellegrini di recarsi liberamente alla tomba dell’Apostolo, senza dover passare per il presbiterio (fig. 8). Col passare degli anni, il popolo si dispose via via nella navata centrale. In una certa epoca (impossibile da precisare oggi), in queste basiliche costantiniane, gli assistenti smisero di volgersi verso Oriente, per rimanere rivolti all’altare; fu allora che si giunse ad una parvenza di celebrazione versus populum.

Nona domanda: Qual era la posizione del sacerdote e dei fedeli, in quelle chiese che avevano l’àbside orientato, chiese che costituivano, come si sa, la maggioranza dei santuari antichi?
Nelle basiliche a navate multiple e con l’àbside orientato, i partecipanti alla messa si disponevano in piedi lungo le navate laterali e in fondo alla navata centrale. In tal modo formavano una sorta di semicerchio aperto verso Oriente; il celebrante si veniva a trovare così nel punto di convergenza di questo semicerchio (al centro del cerchio virtuale). Invece, nelle basiliche che avevano l’àbside ad Occidente, il sacerdote, i chierici ed i cantori si venivano a trovare alla sommità di questo stesso semicerchio. Quando, più tardi, i fedeli finirono con l’occupare l’intera navata centrale, disponendosi in colonna, si venne a creare qualcosa di dinamico, che somigliava alla colonna del popolo di Dio in marcia nel deserto, in direzione della terra promessa: come se la posizione verso Est indicasse anche la meta della colonna: il Paradiso perduto che si cercava ad Est (cfr. Genesi 2, 8). Il celebrante e i suoi assistenti formavano la testa della colonna. La disposizione iniziale, quella che componeva un semicerchio, si presentava invece come composta secondo un princìpio statico: l’attesa del Signore che era asceso in cielo verso Oriente (cfr. Salmi 67, 34; Zaccaria 14, 4) e da lì sarebbe ritornato (cfr. Matteo 24, 27; Atti 1, 11); come quando si riceve una personalità eminente, e si arretra, a formare un semicerchio, per accogliere in mezzo l’ospite d’onore. San Giovanni Damasceno scrive: “Al momento della sua Ascensione, egli salì verso Oriente, è così che l’adorarono gli Apostoli, ed è così che ritornerà, allo stesso modo in cui lo videro salire in cielo, come ha detto il Signore stesso: “Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo” (Matteo 24, 27). Ecco perché l’attendiamo e l’adoriamo rivolti ad Oriente: è una tradizione non scritta degli Apostoli” (26). Sulla base di questa concezione, a partire dal VI secolo circa, in numerose chiese – come si vede nelle pitture dell’epoca a Bawit, in Egitto – si raffigurava l’Ascensione del Signore sotto la volta principale dell’àbside: in alto il Cristo glorioso condotto da due angeli, al di sotto Maria, che rappresentava la Chiesa, in preghiera con le mani volte al cielo, alla sua destra ed alla sua sinistra gli Apostoli. Questa raffigurazione rappresentava sia la glorificazione di Gesù in cielo sia la sua seconda venuta, secondo le parole rivolte dai due angeli agli Apostoli al momento dell’Ascensione: “Questo Gesù che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (Atti 1, 11) (27). Più tardi, nei dipinti delle àbsidi in Occidente, il Cristo in trono nella mandorla fu tratto da queste antiche raffigurazioni, e, come Majestas Domini circondata dai simboli dei quattro evangelisti, divenne il tipico dipinto delle àbsidi dell’arte romana. Nell’Oriente bizantino il Signore che ascende in cielo venne dipinto sia sotto la volta principale dell’àbside, come Pantocrate, sia sotto la cupola che sovrastava l’altare insieme al complesso dell’Ascensione; in quasi tutti i casi, però, la Madre di Dio non vi figurava più perché la sua immagine era riservata alla decorazione dell’àbside (fig. 2). Il posto centrale attribuito a Maria nell’àbside si deve sicuramente ad un passo dell’Apocalisse: “Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza… Nel cielo apparve poi un segno grandioso: un donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle” (Apocalisse 11, 19; 12, 1). Si noterà qui la relazione tra Maria-Ecclesia e Arca dell’Alleanza, ma anche il fatto che il velo del tempio – e cioè il santuario che questo copriva – si apriva solo in certi momenti ben precisi. Il mistero, il tremendum, esige d’esser velato, e così nasce il desiderio di vederlo rivelarsi; cosa che oggigiorno si dimentica troppo facilmente. L’apostolo Paolo scrive: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia” (I Corinti 13, 12). Guardare ad Est non significa solo guardare al Signore trasfigurato in cielo e atteso alla fine dei tempi, ma esprime anche il desiderio della manifestazione ultima, della rivelazione della gloria futura.

Decima domanda: Tuttavia, il fatto che nelle più antiche basiliche romane l’altare e l’àbside potessero trovarsi in tutte le direzioni è in contraddizione con l’affermazione che alle origini si sarebbe sempre pregato verso Est e che di conseguenza le chiese fossero “orientate”. Come si spiega?
Il fatto è che in questo caso si tratta di chiese edificate su del materiale da costruzione risalente all’Antichità, oppure di chiese che le condizioni locali non permettevano che venissero perfettamente orientate. Tuttavia, questo non impediva che il sacerdote ed i fedeli si volgessero insieme verso l’Oriente per la preghiera e il sacrificio, come voleva l’uso cristiano abituale. Così, per esempio, la celebre chiesa di San Clemente, a Roma, che è stata edificata su delle antiche fondazioni, ha l’entrata a sud-est: ecco perché il celebrante si dispone dietro l’altare; d’altronde, una celebrazione davanti l’altare non sarebbe assolutamente possibile, data la disposizione dei luoghi. Per guardare verso Oriente, al momento del Santo Sacrificio, al sacerdote basta girare leggermente il corpo; lo stesso dicasi per i fedeli disposti nelle navate laterali (a San Clemente la navata centrale serve per la schola, in essa si trovano anche i due amboni per la lettura dell’epistola, del graduale e del Vangelo). Nel suo libro, Le rite et l’homme, Louis Bouyer scrive: “L’idea che la basilica romana sarebbe la forma ideale della chiesa cristiana, perché permetterebbe una celebrazione in cui il prete e i fedeli si disporrebbero faccia a faccia, è un completo controsenso. È l’ultima delle cose a cui gli antichi avrebbero pensato” (p. 241). Ad ogni modo, come abbiamo già visto, il preciso orientamento delle chiese, come lo si riscontra a partire dal IV-V secolo, non avrebbe avuto senso se non fosse stato in stretta relazione con l’orientamento nella preghiera. A sostegno dell’opinione secondo la quale l’altare propriamente detto (e la croce che lo sovrasta) sarebbe il punto di riferimento verso il quale si volgono i fedeli e che, idealmente, dovrebbero attorniare, si ama citare, a mo’ d’esempio, l’espressione del memento dei vivi, del canone della messa: “… et omnium circumstantium…” (… e di tutti i circostanti…). Occorre precisare che, nel suo significato filologico, il termine circumstantes contenuto in questa espressione designa globalmente “le persone presenti” e non solo “quelli che si trovano in cerchio intorno a…”; tant’è che, dagli scritti dell’epoca, non si ha notizia di casi di fedeli che si sarebbero disposti in cerchio attorno all’altare durante la celebrazione della messa. D’altronde, non avrebbero potuto farlo, se non altro perché i laici, come ancora oggi in Oriente, non avevano il diritto di penetrare nel santuario. Il rispetto si sviluppa quando è incoraggiato dai comportamenti esteriori e, se è il caso, dalle interdizioni destinate ad evitare le profanazioni. Quando, per esempio, un sagrestano può poggiare sull’altare, senza il minimo scrupolo, una sedia o una scala per sistemare dietro l’altare, in alto, dei candelieri o dei fiori, la santità di questo altare ne resta rozzamente offesa. Cosa inimmaginabile in una chiesa d’Oriente! Di contro, possiamo dire che l’espressione “… et omnium circumstantium…” può far pensare alla buona abitudine che dovrebbero prendere i fedeli durante l’offerta del Santo Sacrificio: in piedi, pieni di rispetto (fig. 9). Ma, ai giorni nostri, queste “persone presenti” si trasformano facilmente in “persone sedute” (in modo confortevole) su delle sedie, anche a causa della presenza di queste ultime nelle chiese attuali, le quali invitano a prender posto. Certo, cambiare il modo di vedere moderno in questo campo non sarebbe cosa facile; tuttavia non si dovrebbe mai dimenticare che la stazione eretta è l’attitudine liturgica per eccellenza, che fra l’altro favorisce lo spirito comunitario.

Undicesima domanda: Tutto ciò è molto bello… Ma non bisogna fare i conti con il fatto che l’uomo moderno non è più tanto capace di comprendere che per pregare bisogna volgersi ad Oriente?
Per lui il sol levante non ha più la forza simbolica che aveva per l’uomo dell’Antichità e che ha ancora oggi per i paesi mediterranei, battuti dal sole in maniera più intensa che da noi, “uomini del nord”. Ai cristiani odierni è quanto meno la comunione della mensa eucaristica che più importa. Anche se l’uomo moderno non presta più attenzione alla direzione esatta verso cui prega – anche se i musulmani continuano a volgersi verso la Mecca e i giudei verso Gerusalemme – tuttavia non dovrebbe avere difficoltà a comprendere il significato che riveste il fatto che il sacerdote e i fedeli preghino insieme nella stessa direzione. Ad ogni modo, l’uso che tutti i presenti siano insieme orientati “verso il Signore” è qualcosa di atemporale e conserva anche oggi tutto il suo significato. A fianco dell’aspetto teologico relativo al faccia a faccia tra il sacerdote ed i fedeli al momento della celebrazione del sacrificio eucaristico, è il caso di richiamare anche i problemi di ordine sociologico, che appartengono anch’essi alla messa in risalto della “comunione della mensa eucaristica”. Il prof. W. Siebel, nel suo piccolo libro intitolato Liturgie als Angebot (La liturgia all’asta), pensa che il sacerdote volto verso il popolo può essere considerato come “il più perfetto simbolo del nuovo spirito della liturgia”, “La posizione in uso fino a ieri faceva apparire il prete come il capo e il rappresentante della comunità, che parlava a Dio a nome di quest’ultima, come Mosè sul Sinai: la comunità indirizza a Dio un messaggio (preghiera, adorazione, sacrificio), il prete, in quanto capo, trasmette questo messaggio, e Dio lo riceve”. Con la nuova pratica, continua Siebel, il sacerdote “non sembra più neanche il rappresentante della comunità, ma piuttosto si presenta come un attore che – almeno nella parte centrale della messa – svolge il ruolo di Dio, un po’ come a Oberammergau o in altre rappresentazioni della Passione”. E conclude: “Ma se, in nome di questa nuova svolta, il prete diventa un attore incaricato di interpretare il Cristo sulla scena, ecco che allora, a causa di questa riproposizione teatrale della Cena, Cristo e il prete finiscono con l’identificarsi in una maniera a momenti insopportabile”. Siebel spiega anche la buona volontà con la quale i preti hanno adottato la celebrazione versus populum: “Il considerevole disorientamento e la solitudine dei preti hanno fatto sì che essi cercassero dei nuovi punti d’appoggio per il loro comportamento. Fra questi vi è il sostegno emotivo che procura al prete la comunità riunita intorno a lui. Ma ecco che nasce immediatamente una nuova dipendenza: quella dell’attore di fronte al suo pubblico”. Anche K. G. Rey, nel suo libro Pubertätserscheinungen in der katholischen Kirche (Manifestazioni pubertarie nella Chiesa cattolica), dichiara: “Mentre fino a ieri il prete offriva il sacrificio in quanto intermediario anonimo, in quanto capo della comunità, rivolto a Dio e non al popolo, in nome di tutti e con tutti; mentre fino a ieri pronunciava delle preghiere… che gli erano state prescritte, oggi questo prete ci viene incontro in quanto uomo, con le sue particolarità umane, col suo stile di vita personale, il viso rivolto a noi. Per molti preti diviene forte la tentazione di prostituire la propria persona, tentazione contro la quale non hanno la statura per lottare. Alcuni molto astutamente, ed altri con meno astuzia, volgono la situazione a proprio vantaggio. Le loro attitudini, la loro mimica, i loro gesti, tutto il loro comportamento attira gli sguardi che si fissano su di loro, per le loro ripetute osservazioni, le loro direttive, le parole d’accoglienza o d’addio… In tal modo, il successo dei loro suggerimenti costituisce, in cuor loro, la misura del loro potere e, quindi, la norma della loro sicurezza” (p. 25). A proposito dell’augurio espresso da Klauser, e che abbiamo riportato prima, “di veder più chiaramente espressa la comunione al tavolo eucaristico”, grazie alla celebrazione versus populum, lo stesso Siebel, nel suo libro citato, dichiara: “L’augurata riunione dell’assemblea attorno al tavolo della Cena, non può certo contribuire al rafforzamento della coscienza comunitaria. In effetti, solo il prete sta vicino al tavolo, e per di più in piedi; gli altri partecipanti al pasto sono seduti più o meno lontani, nella sala del teatro”. E aggiunge: “In genere, il tavolo è posto lontano dai fedeli, su un palco, così che non è possibile far rivivere gli intimi rapporti che esistevano nella sala in cui si svolse la Cena. Il prete che svolge il suo ruolo girato verso il popolo, difficilmente può evitare di dare l’impressione di rappresentare un personaggio che, pieno di gentilezza, viene a proporci qualcosa. Per limitare questa impressione si è provato a piazzare l’altare in mezzo all’assemblea; ed allora non si è più obbligati a guardare solo il prete, l’occhio può spaziare anche sugli assistenti che gli stanno a fianco; ma così facendo si fa sparire il distacco esistente fra la spazio sacro e l’assemblea: l’emozione un tempo suscitata dalla presenza di Dio nella chiesa, si muta in un pallido sentimento che a mala pena si distingue dalla ordinaria quotidianità”. Ed allora, possiamo dire che il sacerdote posto dietro l’altare, con lo sguardo rivolto al popolo, diviene, dal punto di vista sociologico, sia un attore interamente dipendente dal suo pubblico, sia un venditore che ha qualcosa da proporre. Nel suo libro, che abbiamo già citato, Das Konzil der Buchhalter, Alfred Lorenzer richiama ancora altri punti di vista, in particolare d’ordine estetico: “Non solo il microfono rivela ogni respiro, ogni rumore occasionale, ma la scena che si svolge assomiglia molto più alla presentazione televisiva di certe ricette di cucina, che alle forme liturgiche delle Chiese riformate. Mentre in queste ultime l’azione sacra è stata emarginata – ridotta al massimo di semplicità e brevità – nella riforma liturgica cattolica essa conserva il suo posto principale: privata dei suoi ornamenti gestuali essa conserva minuziosamente tutta la complessità del suo svolgimento, ed è ormai presentata agli occhi di tutti in una pseduo-trasparenza che confonde la percezione sensibile delle manipolazioni con la trasparenza del mito, manipolazioni che sono eseguite in maniera tale che ogni dettaglio di questo rituale alimentare finisce con l’essere esibito sempre con poca discrezione; si vede un uomo rompere con difficoltà un’ostia che resiste, si vede com’egli se la ficca in bocca, si diviene testimoni di abitudini masticatorie personali, non sempre molto belle, di modi con cui ingoiare del pane secco, di tecniche usate per far girare il calice da purificare e di sistemi più o meno abili per asciugarlo” (p. 192). Queste sono le conseguenze sociologiche della posizione del celebrante di fronte all’assemblea. Certo, le cose stanno diversamente al momento della proclamazione della parola di Dio. Questa presuppone proprio il faccia a faccia tra il prete e il popolo, come è stato sempre scontato che il predicatore si volgesse verso i fedeli, al pari del diacono che cantava il Vangelo. Ma, come abbiamo ripetuto, è cosa diversa la celebrazione del vero e proprio sacrificio eucaristico: in questo caso la liturgia non si concretizza in una “offerta” ai fedeli, come nel caso della liturgia della Parola, si tratta bensì di un avvenimento sacro nel corso del quale il cielo e la terra si uniscono e il Dio della grazia si inclina verso di noi. Solo al momento della comunione, del pasto eucaristico vero e proprio, si ritorna al faccia a faccia tra il prete e i comunicandi. E questi cambiamenti di posizione del celebrante nei confronti dell’altare hanno un preciso significato simbolico e sociologico: quando il celebrante prega e sacrifica ha, al pari dei fedeli, gli occhi rivolti a Dio, mentre quando proclama la parola di Dio e distribuisce l’eucaristia si volge verso il popolo. Come abbiamo visto, il volgersi verso l’Est è così antico che la Chiesa ha fatto di questa attitudine un uso che non può essere modificato. “Si cerca” costantemente “con gli occhi il luogo ove è posto il Signore” (J. Kunstmann) o, come dice Origène nel suo libro sulla preghiera (cap. 32), il volgersi ad Oriente è “un simbolo, quello dell’anima che guarda verso il sorgere della vera luce”, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo” (Tito 2, 13).

Dodicesima domanda: Perché, come si sostiene, il carattere sacrificale della messa sarebbe meno chiaramente espresso quando il prete è girato verso il popolo?
La domanda può essere ribaltata: dal momento che gli specialisti sanno molto bene che esaltare “l’altare rivolto al popolo” non significa richiamarsi ad una pratica della Chiesa delle origini, perché non ne traggono le inevitabili conseguenze? Perché non sopprimono i “tavoli da pranzo” eretti con una sorprendente coralità nel mondo intero?Molto probabilmente perché questa nuova posizione dell’altare corrisponde, meglio dell’antica, alla nuova concezione della messa e dell’eucaristia. È molto chiaro che oggigiorno si vorrebbe evitare di dare l’impressione che la “tavola santa” (come viene chiamato l’altare in Oriente) sia un altare per il sacrificio. Senza dubbio è la stessa ragione per la quale, quasi dappertutto, si pone sull’altare un mazzo di fiori (uno solo), come sulla tavola da pranzo di una famiglia in un giorno di festa, insieme a due o tre ceri: questi quasi sempre a sinistra, il vaso dal lato opposto. L’assenza di simmetria è voluta: non bisogna creare dei punti di riferimento centrali, come quando si mettevano i candelieri alla destra ed alla sinistra della croce che stava in mezzo; qui si tratta solo di una tavola da pranzo. Non ci si mette dietro l’altare del sacrificio, ci si mette davanti; già il sacrificatore pagano faceva così, il suo sguardo era diretto verso la raffigurazione della divinità a cui si offriva il sacrificio; anche nel Tempio di Gerusalemme si faceva così: il sacerdote incaricato di offrire la vittima stava davanti alla “tavola del Signore”, come si chiamava il grande altare dell’olocausto nel cuore del Tempio (cfr. Malachia 1, 12), e questa “tavola del Signore” era collocata di fronte al tempio interno ov’era custodita l’Arca dell’Alleanza, il Santo dei Santi, il luogo in cui dimorava l’Altissimo (cfr. Salmi 16, 15). Un pranzo si consuma con il padre di famiglia che presiede, in seno alla cerchia famigliare; mentre invece, in tutte le religioni, esiste una apposita liturgia per il compimento del sacrificio, liturgia che prevede che il sacrificio si compia all’interno o davanti ad un santuario (che può essere anche un albero sacro): il liturgo è separato dalla folla, sta davanti ai presenti, di fronte all’altare, rivolto alla divinità. In tutti i tempi, gli uomini che hanno offerto un sacrificio si sono sempre rivolti verso colui al quale il sacrificio era diretto e non verso i partecipanti alla cerimonia. Nel suo commento al libro dei Numeri (10, 27), Origène si fa interprete della concezione della Chiesa delle origini: “Colui che si pone dinanzi all’altare dimostra con ciò di svolgere le funzioni sacerdotali. Ora, la funzione del prete consiste nell’intercedere per i peccati del popolo”. Ai giorni nostri, in cui il senso del peccato sparisce sempre più, la concezione espressa da Origéne sembra essersi largamente perduta. Lutero, lo si sa, ha negato il carattere sacrificale della messa: egli non vi vedeva altro che la proclamazione della parola di Dio, seguita da una celebrazione della Cena; da qui la sua preoccupazione di vedere il liturgo rivolto verso l’assemblea. Certi teologi cattolici moderni non negano direttamente il carattere sacrificale della messa, ma preferirebbero che questo passasse in secondo piano al fine di poter meglio sottolineare il carattere di pasto della celebrazione; questo, il più delle volte, a causa di considerazioni ecumeniche a favore dei protestanti, dimenticando però che per le Chiese orientali ortodosse il carattere sacrificale della divina liturgia è un fatto indiscutibile. Solo l’eliminazione della tavola da pranzo e il ritorno alla celebrazione all’”altar maggiore” potranno condurre ad un cambiamento nella concezione della messa e dell’eucaristia, e cioè alla messa intesa come atto d’adorazione e di venerazione di Dio, come atto d’azione di grazia per i suoi benefici, per la nostra salvezza e la nostra vocazione al regno celeste, e come rappresentazione mistica del sacrificio della croce del Signore. Questo, tuttavia, non esclude, come abbiamo visto, che la liturgia della Parola sia celebrata non all’altare, ma dal seggio o dall’ambone, com’era un tempo durante la messa episcopale. Ma le preghiere devono essere tutte recitate in direzione dell’Oriente, e cioè in direzione dell’immagine di Cristo nell’àbside e della croce sull’altare. Visto che durante il nostro pellegrinaggio terreno non ci è possibile contemplare tutta la grandezza del mistero celebrato, e ancor meno lo stesso Cristo, né l’”assemblea celeste”, non basta parlare ininterrottamente di ciò che il sacrificio della messa ha di sublime, bisogna invece fare di tutto per mettere in evidenza, agli occhi degli uomini, la grandezza di questo sacrificio, per mezzo della stessa celebrazione e della sistemazione artistica della casa del Signore, in particolar modo dell’altare. Allo svolgimento della liturgia e alle immagini, si può applicare ciò che dice dei “veli sacri” lo Pseudo Dionigi l’Areopagita, nella sua opera Sui nomi divini (1, 4): questi veli “che [ancora adesso] nascondono lo spirituale nell’universo sensibile, e il sovra terreno nel terreno, che conferiscono forma e immagine a ciò che non ha né forma né immagine… Ma il giorno verrà che, essendo divenuti incorruttibili e immortali e avendo raggiunto la pace beata accanto a Cristo, saremo, come dice la Scrittura, presso il Signore (cfr. I Tessalonicesi 4, 17) tutti pieni di contemplazione per la sua apparizione visibile”. @ missagregoriana.it
Tratto da Klaus Gamber, “Tournés vers le Seigneur!”, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux, France, pp. 19-55.
NOTE:
(9) – Cfr. K. Gamber, Das Patriarchat Aquileja und die bairische Kirche (Il Patriarcato di Aquileia e la Chiesa bavarese), pp. 22-55
(10) – II, 57, 2-58, 6 (Paderborn, 1906), ed. Funk.
(11) – Migne, PG 62, 29.
(12) – Rational, I, 3, n° 35.
(13) – Sull’argomento cfr. l’articolo di K. Gamber in Das Münster, 1985.
(14) – Das Konzil der Buchhalter (Il concilio dei contabili), p. 200.
(15) – Cfr. K. Gamber, Ecclesia Reginensis, pp. 49-66.
(16) – Cfr. Entretiens sur la foi, Fayard, 1975, p. 158.
(17) – Migne, PL, 34, 1277.
(18) – Cap. 57, 14, ed. Funk, p. 165.
(19) – Cap. 12, 2, ed. Funk, p. 494.
(20) – I, libro 4, cap. 5, ed. E. Tardieu et A. Cousin fils, p. 173.
(21) – Cfr. E. C. Conte Corti, Vie, mort et résurrection d’Herculanum et de Pompéi, fig. 29.
(22) – Ep. 32, 13 (Migne, PL 61, 337).
(23) – Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 16-18.
(24) – Migne, PG 62, 204.
(25) – Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 132-136.
(26) – Migne, PG 94, 1136.
(27) – Cfr. K. Gamber, Sancta sanctorum, pp. 31-34.

29 aprile 2012, dedicazione della chiesa di Saint-Michel de Kergonan

Dedicazione della Chiesa





La dedicazione della nostra nuova Chiesa corona 5 anni di lavoro, dopo l' incendio che l'ha devastata il 19 aprile 2007. Questa grande liturgia della durata di 4 ore è, secondo l' espressione del nostro Vescovo, "il battesimo della Chiesa", che fa di un edificio profano un spazio sacro, il luogo per eccellenza dell' incontro con Dio.