venerdì 12 agosto 2011

14 AGOSTO
800 MARTIRI DI OTRANTO


SECONDA LETTURA
Dai "Commenti sull'Apocalisse" di Pietro Colonna detto il Galatino, Presb. (Cod. Vat. Lat. 5567.foll. 147-14)
Riferirò poche cose viste con i miei occhi. Espugnata Otranto, città della Provincia di Calabria, detta anche Japigia o Salentina, i Turchi, appena v'entrarono irruppero con grande violenza nella Chiesa cattedrale e uccisero numerosi tra i sacerdoti che stavano celebrando il sacrificio eucaristico. E giunti vicino all'Arcivescovo che era sulla sua cattedra episcopale vestito dei paramenti pontificali e con in mano la croce (...), uno di loro, impugnata la scimitarra, gli staccò la testa con un solo colpo. E così decapitato sulla propria cattedra, diventò martire di Cristo, nell'anno del Signore 1480, il giorno 12 di agosto.
Al terzo giorno, il comandante dell'esercito, che i Turchi chiamano "Pascià", ordinò che tutti i cristiani di sesso maschile, qualunque età essi avessero al di sopra dei quindici anni, fossero portati al suo cospetto, in una località chiamata "Campo di Minerva", distante circa un miglio dalla città, dove egli era ancora attendato.
Ed essendo stata condotta dinanzi a lui una moltitudine quasi innumerevole di cristiani, fece rivolgere loro (dall'interprete) la domanda per quale delle due scelte essi volessero optare: o rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce.
Ed uno di essi, che gli era più vicino, rispose "Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo". E poiché uno soltanto aveva risposto, il Pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: "In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui". E si sentì un mormorio tra di loro per lo spazio di circa un'ora, mentre si esortavano a vicenda e dicevano: "Moriamo per Gesù Cristo, tutti moriamo volentieri, per non rinnegare la sua santa fede". Allora il Pascià, stravolto dall'ira, comandò che tutti, sotto i suoi occhi, fossero passati a fil di spada. E, mentre venivano trucidati con varie forme di efferatezza, quelli che attendevano il loro turno, si incoraggiavano scambievolmente ad affrontare una morte così gloriosa: scambiandosi il bacio di pace, si chiedevano a vicenda perdono delle offese.
Dopo che tutti furono uccisi, il Pascià, abbandonati i cadaveri di quei santi in quel medesimo luogo, in preda agli uccelli e alle bestie, rientrò con gli altri turchi in Otranto (...).
Di questi, dunque, e di tutti gli altri martiri, che dovevano essere trucidati sia dai turchi che dagli altri maomettani, nel quinto periodo della Chiesa, parla il diletto discepolo di Cristo nelle parole citate: (Cfr. Ap 6, 9) che devono, perciò, così interpretarsi: "Vidi sotto l'altare", cioè sotto la protezione e l'intima unione con Cristo. Cristo è, infatti, nello stesso tempo, nostro altare, sacerdote e sacrificio: Egli offrì se stesso sull'altare della croce, come vittima preziosa della nostra redenzione. È Egli stesso l'altare di Dio, poiché su di Lui noi offriamo a Dio Padre i nostri doni e sacrifici. Per questo motivo, quasi tutte le preghiere che la Chiesa fa, suole concludere con le parole "per Cristo nostro Signore".
"Le anime di coloro che erano stati sgozzati", cioè di quei martiri che, nel quinto periodo della Chiesa, dovevano essere uccisi. "A motivo della Parola di Dio", cioè a motivo del comando divino: per osservare il quale con decisione e fortezza, essi scelsero di essere uccisi per Cristo, piuttosto che rinnegare la fede in Lui.

Oppure Dall' Omelia di Giovanni Paolo II, papa (Otranto, 5 ottobre 1980)
Ci ha fatto venire oggi qui ad Otranto il ricordo dei martiri. Ci ha fatto venire qui la venerazione verso il martirio, sul quale, sin dall'inizio, si costruisce il regno di Dio, proclamato ed iniziato nella storia umana da Gesù Cristo.
La verità sul martirio ha nel Vangelo un'eloquenza piena di penetrante profondità ed insieme di trasparente semplicità. Cristo non promette ai suoi discepoli successi terreni o prosperità materiale; egli non presenta davanti ai loro occhi alcuna ''utopìa", come è capitato più di una volta e come capita sempre nella storia delle ideologie umane. Egli semplicemente dice ai suoi discepoli: "vi perseguiteranno". Vi consegneranno agli organi delle diverse autorità, vi metteranno in prigione, vi chiameranno davanti ai diversi tribunali. Tutto ciò "a causa del mio nome" (Lc 21,12).
La sostanza del martirio è legata, dall'inizio e nel corso di tutti i secoli, con questo nome! Noi qualifichiamo come martiri quei cristiani che, nel corso della storia, hanno subito sofferenze, spesso terrificanti, per la loro crudeltà "in odium fidei". Coloro ai quali "in odium fidei" veniva infine inflitta la morte. Quindi coloro che accettando, in questo mondo, le sofferenze e subendo la morte hanno reso una particolare testimonianza a Cristo.
Mettendo davanti agli occhi dei suoi discepoli l'immagine delle sofferenze che li aspettano a causa del suo nome, il maestro dice: "Questo vi darà occasione di render testimonianza" (Lc 1,13).
Cinquecento anni fa qui, ad Otranto, 800 discepoli di Cristo hanno reso appunto una tale testimonianza, accettando la morte per il nome di Cristo. Ad essi si riferiscono le parole che il Signore Gesù ha pronunciato sul martirio: "Sarete odiati da tutti per causa del mio nome" (Lc 21,17). Sì, sono stati oggetto d'odio. Hanno bevuto per il nome di Cristo il calice di quest'odio fino in fondo, a somiglianzà del loro maestro, il quale dalla cena pasquale si recò direttamente al Getsernani e lì pregava: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice" (Lc 22,42). Tuttavia il calice dell'odio umano, della crudeltà e della croce non si è allontanato. Cristo, obbediente al Padre, l'ha vuotato fino in fondo: "Non sia fatta la mia, ma la tua volontà" (Lc 22,42).
La testimonianza del Getsernani e della croce è un sigillo definitivo, impresso su tutto ciò che Gesù ha fatto e insegnato. Egli, accettando la morte, ha dato la propria vita per la salvezza del mondo. I martiri di Otranto, accettando la morte, hanno dato la loro vita per Cristo. E in queslo modo hanno reso una particolare testimonianza a Cristo.
La testimonianza dei martiri li introduce in modo particolare anche nel suo mistero pasquale. "Con la vostra perseveranza - dice Gesù - salverete le vostre anime" (Lc 21,19). Come egli stesso conquistò la nuova vita, accettando la morte, così i martiri accettando la morte, conquistano la vita, a cui Cristo ha dato inizio nella sua risurrezione.
"Quella" vita: la vita nuova e piena smentisce, in certo senso, l'esperienza della morte. Smentisce soprattutto la certezza di coloro che, infliggendo la morte, ritenevano di aver tolto la vita ai martiri, di averli privati della vita e di averli strappati in maniera definitiva dalla terra dei viventi.
"Agli occhi degli stolti parve che morissero; / la loro fine fu ritenuta una sciagura, / la loro dipartita da noi una rovina.
Così proclamava l'autore del libro della Sapienza (Sap 3.2-3) già molto tempo prima che Cristo pronunciasse le sue parole sul martirio.
"...ma essi sono nella pace" (Sap 3.3). Ma essi sono nella pace!
Nell'atto del martirio ha quindi luogo una radicale, per così dire, contrapposizione dei criteri e dei fondamenti stessi del pensare. La morte umana dei martiri, la morte legata alla sofferenza e al tormento - così come la morte di Cristo sulla croce - cede, in un certo senso, dinanzi ad un'altra realtà superiore. L'autore del libro della Sapienza scrive:
"Le anime dei giusti... sono nelle mani di Dio / nessun tormento le toccherà" (Sap 3.1).
Quest'altra realtà superiore non annulla il fatto del tormento e della morte, così come non annullò il fatto della passione e della morte di Cristo. Essa, la "mano'" invisibile di Dio trasforma soltanto questo fatto umano. Lo trasforma già perfino nella sua trama terrestre, mediante la potenza della fede che si rivela nelle anime dei martiri dinanzi al tormento ed alla sofferenza:
"Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità" (Sap 3,4).
La forza di questa fede e la forza della speranza che proviene da Dio sono più potenti del castigo e della morte stessa. I martiri rendono testimonianza a Cristo proprio per questa forza della fede e della speranza. Essi, difatti, simili a Lui nella passione e nella morte, proclamano contemporaneamente la potenza della sua risurrezione. Basta ricordare qui come moriva il primo martire di Cristo, il diacono Stefano; egli si spense gridando: "Ecco io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio" (At 7,56).
Così dunque, grazie alla forza della fede ed alla potenza della speranza, cambiano in un certo senso le proporzioni: le proporzioni della vita e della morte, della sconfitta e della vittoria, dello spogliamento e dell'elevazione. L'autore del libro della Sapienza scrive in seguito:
''In cambio d'una breve pena / riceveranno grandi benefici, / perché Dio li ha provati / e li ha trovati degni di sé" (Sap 3,5).
Qui tocchiamo un punto particolarmente importante nel fatto del martirio. Il martirio è una grande prova, in un certo senso è la prova definitiva e radicale. È la più grande prova dell'uomo, la prova della dignità dell'uomo al cospetto di Dio stesso. È difficile dire a questo proposito più di quanto afferma proprio il libro della Sapienza: "Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé" (Sap 3,5). Non esiste una misura più grande della dignità dell'uomo di quella che si trova in Dio stesso: negli occhi di Dio. Il martirio è dunque "la" prova dell'uomo che ha luogo agli occhi di Dio, una prova nella quale l'uomo, aiutato dalla potenza di Dio, riporta la vittoria.

Mentre combattiamo per la fede, Dio ci guarda, Cristo e i suoi angeli assistono:
* moriamo per Cristo tutti, moriamo volentieri per non rinnegare la sua fede.
È onore e gioia per noi lottare sotto lo sguardo di Dio,
ricevere il premio da Cristo giudice.
Moriamo per Cristo tutti, moriamo volentieri per non rinnegare la sua fede.

ORAZIONE Dio onnipotente e misericordioso, guarda il tuo popolo che celebra la solennità dei Beati Antonio Primaldo e Compagni, e, per loro intercessione, concedi anche a noi di essere forti nel testimoniare la fede cristiana. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Franco CARDINI
I martiri di Otranto tratto da: Il Sabato, 21.8.1993, n. 34, p. 47s .

Venezia voleva frenare il potere degli Aragonesi. Lorenzo il Magnifico doveva saldare il debito per la consegna di un responsabile della congiura dei Pazzi. Così il sultano ebbe via libera alla conquista di Otranto. Un tacito patto che costò la vita a 800 cristiani. Decapitati sulla collina dei martiri Il 28 luglio 1480 la città di Otranto veniva assalita da una flotta turca comandata dal grande ammiraglio dell'impero ottomano Gedik Ahmed Pascià. La guarnigione aragonese che custodiva la città si ritirò o non poté comunque fronteggiare l'ondata turca; e l'11 agosto le milizie musulmane poterono pertanto accedere liberamente allo spazio intramurario di Otranto, ch'era stato fin lì praticamente difeso dai soli cittadini. Per tre giorni il massacro indiscriminato infierì: cadde, fra gli altri, anche il vescovo Stefano Pendinelli, ucciso nella sua stessa cattedrale, quella che è celebre per uno dei mosaici pavimentali più belli di tutto il nostro Medioevo .

Il 14 agosto Ahmed Pascià ordinò di rastrellare tutti i superstiti di sesso maschile e d'età superiore ai quindici anni. Erano circa ottocento: fu loro proposta la scelta tra l'apostasia e la decapitazione. Rispose per tutti, secondo la tradizione, il vecchio cimatore di lana Antonio Primaldo: «Fin qui ci siamo battuti per la patria e per salvare i nostri beni e la vita: ora bisogna battersi per Gesù Cristo e per salvare i nostri beni e le nostre anime». Allora, a gruppi di cinquanta, i prigionieri furono portati sulla collina detta "di Minerva", presso la città -quella che oggi è detta "collina dei Martiri"- e vennero decapitati. I loro corpi furono lasciati insepolti per un anno fino al 15 agosto del 1481, allorché, riconquistata la città dai cristiani, si poté degnamente onorare i loro resti. I "martiri di Otranto" furono beatificati in blocco nel 1771 e santificati nel 1983 .

La fede coranica distingue con chiarezza tra i "pagani" e i "popoli del Libro", vale a dire gli ebrei e i cristiani, i quali hanno ricevuto la rivelazione attraverso una Sacra Scrittura e conoscono il vero Dio. Se per i pagani non può esservi quartiere, è per contro severamente vietato obbligare con la forza alla conversione ebrei e cristiani; l'alternativa tra la conversione e la morte è riservata ai soli pagani, nei confronti dei quali l'islam conosce esclusivamente un rapporto di guerra. Ma gli ebrei e i cristiani possono accedere liberamente e con le loro forze al perfezionamento della loro fede accettando l'islam; ove non vogliano farlo, è sufficiente, per vivere in pace, che ne accettino la supremazia.
Ahmed Pascià, per zelo o per altre ragioni, infranse pertanto la legge coranica trattando dei cristiani come se fossero stati dei pagani. Episodi del genere, pur essendo relativamente scarsi, non sono sconosciuti alla storia dell'islam: si pensi alle persecuzioni ai danni dei cristiani nella Spagna meridionale del IX secolo, alle conversioni forzate dei cristiani berberi, a pagine di duri maltrattamenti scritte in Persia e in India.

La vera caduta dell'Impero
Del resto, anche il cristianesimo conosce episodi del tutto analoghi: dalla prima crociata del 1096-1099 alla Reconquista spagnola, casi di musulmani costretti con la forza al battesimo sono numerosi. Del resto è noto che i turchi, giunti relativamente tardi alla fede musulmana, erano animati da senso rigoristico più forte dei loro correligionari arabi e ciò li esponeva più frequentemente al pericolo di eccessi. Ma fu soltanto una pietas fanatica, o magari una certa mancanza di energia nei confronti dei più violenti fra i suoi uomini, a indurre l'ammiraglio ottomano allo spaventoso massacro del 1480? .

Nel maggio 1453 si era verificato, per via dei turchi ottomani e del loro sultano Maometto II, un avvenimento di portata mondiale: la caduta dell'impero romano, che gli occidentali sono abituati ad antidatare, senza ragione, di un millennio. Quel che difatti noi chiamiamo "impero bizantino" altro non era -senza apprezzabili soluzioni di continuità- se non la pars Orientis dell'impero romano ridefinita dalla riforma teodosiana del 395.
La caduta di Costantinopoli nel 1453 pose fine a quella storia ultramillenaria e gettò il mondo cristiano in una prostrazione profonda, solcata da paurosi lampi apocalittici. Numerose profezie, che avevano attraversato tutto il Medioevo e che ora tornavano più drammatiche, associavano la caduta della nuova Roma all'avvento dell'Anticristo e alla fine dei tempi. Questo dichiarava la bolla per la crociata emanata il 30 settembre del 1453 da papa Niccolò V che chiamava i principi e i popoli cristiani alla difesa della loro civiltà: Maometto II era prefigura dell'Anticristo, il dragone rosso dell'Apocalisse. La guerra dei Cento anni tra Francia e Inghilterra, che ormai languiva allo stato endemico, si chiuse precipitosamente dinanzi al nuovo pericolo; e in Italia con la "pace di Lodi" del 1454 si aprì il periodo del cosiddetto "equilibrio", più tardi tanto lodato dal Guicciardini proprio perché si temeva che il Turco potesse davvero sbarcare in Italia .

L'alibi turco
E non erano preoccupazioni infondate: la nuova potenza ottomana, che con Costantinopoli controllava ora anche gli stretti, minacciava gli interessi veneziani e genovesi tra mar Nero e mar Egeo, mettendo fra l'altro in forse il rifornimento granario, dal momento che l'Europa importava frumento dalla Crimea; l'avanzata turca interessava gran parte dei Balcani e l'ombra della mezzaluna si proiettava minacciosa sull'Adriatico, giungendo a lambire Vienna e Venezia; le coste del regno aragonese di Napoli si trovavano soggette alle incursioni corsare e in costante rischio di venire invase.
La cristianità occidentale, in tali frangenti, si accorse dolorosamente che il troppo presto liquidato ecumenismo politico aveva pur lasciato un vuoto: con un Sacro Romano Impero ridotto ormai a una larva tedeschizzata, lo stesso indiretto potere del papato -sotto forma, quanto meno, di auctoritas- risultava dimezzato: il Pontefice, ora non poteva che ambire al ruolo quasi simbolico di una qualche (diciamo così) presidenza della "lega" dei principi e dei popoli cristiani d'Europa, riunita per battere il pericolo turco. Fu quanto s'impegnarono a fare, con differente energia, pontefici quali Niccolò V stesso, Callisto III, Pio II. Paolo II, Sisto IV cercando disperatamente di metter d'accordo le divergenti idee e i differenti interessi della repubblica di San Marco, del re di Napoli, del re d'Ungheria e di altre potenze: perché, intanto, si era capito molto bene che i turchi erano sì un pericolo, ma potevano essere anche uno splendido alibi politico per indurre gli stati cristiani ad accettare questa o quella linea, favorevole a questa o a quella potenza. Tali cose, nelle cancellerie d'Europa le sapevano tutti anche se non le diceva nessuno. E le sapeva molto bene anche il sultano, il quale era abituato a ricevere amichevoli ambascerie da parte di quelle potenze cristiane che poi si sbracciavano in magniloquenti intenzioni crociate.

Il gioco del sultano
La crociata nell'Europa del secondo Quattrocento era come l'antifascismo nell'Europa del secondo Novecento: tutti ne parlavano, tutti erano d'accordo, ciascuno cercava di farla coincidere con i propri interessi e di accusare gli altri di non servire con altrettanta energia tale nobile ideale, nessuno o quasi ci credeva sul serio e quasi tutti erano pronti a tradirla alla prima redditizia occasione. In fondo, che Venezia fosse minacciata dal Turco non dispiaceva affatto né al re di Napoli, né al duca di Milano; e il re di Francia non chiedeva di meglio che gli ottomani se la prendessero con gli interessi oltremarini di Genova in modo da poter esser pronto a difendere il prestigioso porto ligure che da decenni ambiva -in contrasto con il duca di Milano- a sottomettere.
Con tali premesse, e in un tale contesto, era chiaro che alternando sapientemente la guerra alla diplomazia il sultano poteva tranquillamente giocare le potenze cristiane: ed è quanto fece. Peraltro, Maometto II era un politico troppo realista e intelligente per puntare davvero a conquistare l'Europa e a sottomettere all'islam i popoli cristiani. Gli conveniva però che così si temesse, o si fingesse di temere. Il pericolo, ad ogni modo, era costante e reale. Fermati per miracolo davanti a Belgrado nel 1456, gli ottomani alternavano la minaccia navale attraverso l'Egeo, lo Ionio e l'Adriatico, a quella terrestre lungo la via del Danubio. Nel 1469 c'erano state incursioni in Carniola, Stiria e Carinzia, destinate a diventar periodiche: nel 1470 i turchi avevano occupato l'isola veneziana di Negroponte; nel '77 e nel '78 le loro incursioni avevano toccato il Friuli. La pressione era così forte che i veneziani, i quali da circa un quindicennio erano in guerra aperta con il sultano sobbarcandosi quasi da soli il compito di aiutare gli ungheresi di Mattia Corvino -sostenuto peraltro nella sua guerra anche dal danaro della Curia pontificia- e gli albanesi che comunque, da ormai un decennio, erano privi della guida del loro eroe Scander Beg, alla fine chiesero e ottennero dal sultano una pace, siglata appunto nel 1479. Ma la lunga guerra non era forse il solo motivo per il quale la Serenissima intendeva chiudere almeno temporaneamente il fronte ottomano .

Il feeling con Lorenzo
Fra '80 e '81, parve che il dominio turco di Otranto stesse per divenire, nelle intenzioni del sultano e di Ahmed Pascià, la base per un'enclave ottomana nelle Puglie che, se avesse retto, avrebbe significato il controllo della mezzaluna sul canale tra Jonio e Adriatico: furono compiute scorrerie anche su Brindisi, Lecce e Taranto. Ma Venezia, signora dell'Adriatico e avversaria tenace del re di Napoli e dei suoi progetti egemonici sulla penisola italica, non poteva restar indifferente dinanzi a chi controllasse il canale d'Otranto: doveva allearvisi o combatterlo. Ebbene, fonti insospettabili perché veneziane, ci assicurano che il "bailo" veneziano a Costantinopoli, Andrea Gritti, fu incaricato di far sapere al sultano, da parte dei suo governo, che egli poteva a buon diritto impadronirsi della Puglia in quanto tali territori appartenevano d'antico diritto al territorio di Bisanzio del quale egli era signore .
Né Venezia era la sola potenza d'Italia a strizzar l'occhio al Turco. Tra Maometto II e la Firenze del Magnifico Lorenzo correva da tempo un discreto feeling: artisti fiorentini erano stati inviati a Istanbul, il sultano aveva impacchettato cortesemente uno dei congiurati antimedicei di quelli che il 26 aprile del 1478 avevano attentato a Lorenzo, nella celebre "congiura dei Pazzi", -si trattava di Bernardo Bandini- e lo aveva spedito a Firenze perché vi fosse giustiziato, e infine il Magnifico aveva impegnato certi suoi incisori nel conio di medaglie commemorative che esaltavano le vittorie del Gran signore in Asia .

Il disegno del Papa
E nasce allora il sospetto che, per capire perché dell'assalto a Otranto non si debba guardare ai progetti del sultano, ma alle tensioni e ai giochi diplomatici delle corti d'Italia. La volontà egemonica del re d Napoli sulla penisola e il conflitto veneziano-aragonese per l'egemonia sull'Adriatico sono, forse, la chiave di tutto. E l'elemento scatenante è probabilmente l'episodio della "congiura dei Pazzi" a Firenze. Ma procediamo con ordine .

I fatti sono ben noti, anche sui manuali scolastici. Da tempo la Toscana era una delle aree "calde" della politica italiana basata sull'incerto equilibrio di guicciardiniana memoria (un equilibrio in realtà europeo del quale la paura dei turchi era un ingrediente). Ferdinando I d'Aragona, re di Napoli, appoggiava con decisione la politica antifiorentina dei senesi e dei fuorusciti antimedicei; e papa Sisto IV aveva concepito il disegno di appoggiarsi agli avversari del Magnifico ancor presenti nell'aristocrazia fiorentina per scalzare il potere dei Medici e trovare così nella città toscana una signoria per il nipote Gerolamo Riario: il quale a sua volta odiava Lorenzo in quanto egli si era opposto tenacemente all'insediarsi di una sua signoria in Imola.
La congiura dei Pazzi fallì, ma il Papa -cogliendo l'occasione dal fatto che, nella repressione di essa, erano stati giustiziati anche alcuni membri del clero- scomunicò il Magnifico, gettò l'interdetto su Firenze e suscitò contro di essa una lega con il re di Napoli, la repubblica di Siena e Federico da Montefeltro che fu nominato comandante delle truppe alleate .
Firenze aveva dalla sua Venezia e Milano, le due antiche e tenaci avversarie che si erano riavvicinate tra loro per fronteggiare il pericoloso espansionismo napoletano. Il re di Francia, tradizionale sostenitore di casa Medici, fece sapere al Papa che dal suo paese non sarebbe più partito un soldo alla volta della Camera apostolica finché il Pontefice si fosse ostinato a far guerra ai cristiani anziché ai turchi era un ottimo alibi per risparmiar danaro con la scusa dell'unità tra i fedeli e della crociata. Ma i milanesi erano troppo occupati in questioni di politica interna e i veneziani ancora impegnati nella guerra contro i turchi. Rimasto praticamente solo, Lorenzo, accusato intanto dal Papa di ostacolare con la sua superbia un'azione unitaria dei cristiani contro i turchi (ancora il pretesto della crociata...), non poteva fidarsi neppure del comandante delle sue poche milizie, il duca di Ferrara Ercole d'Este, ch'era genero di Ferdinando di Napoli.
La guerra in Toscana andava male: e Venezia, pur avendo fatto pace con i turchi fin dal gennaio 1479, non dava mostra di voler entrare apertamente nello scontro. Il nuovo signore di Milano. Ludovico il Moro, non faceva intendere da che parte volesse sul serio schierarsi, e in realtà non voleva farlo. E' concorde visione degli storici che in tale frangente Lorenzo abbia genialmente rotto l'accerchiamento che ormai rischiava di sopraffarlo ricorrendo ai mezzi diplomatici e mostrando a Ferdinando I che egli non aveva alcun interesse e legarsi troppo alla politica personalistica di Sisto IV, che con ogni probabilità il Pontefice successivo avrebbe abbandonato.

Congiuntura favorevole
Al patto di pace tra Firenze e Napoli, siglato il 25 marzo 1480, corrispose tuttavia un passo d'avvicinamento della Serenissima al Papa: sulle rive del Canal Grande non si poteva che avversare chiunque per qualunque motivo tendesse una mano al re di Napoli. Neppure il re di Francia - che si era arrogato su Napoli i vecchi diritti angioini- gradì la mossa filoaragonese di Lorenzo.
E' chiaro che il sultano approfittò di questo momento per affermare con maggior forza la sua egemonia sull'Egeo, sullo Ionio e sui Balcani. E' possibile che già da Firenze, tra '78 e '80 gli fossero pervenute sollecitazioni in tale senso; e Venezia, una volta siglata nel gennaio '79 la pace con lui, lo istigava come s'è visto a far valere i suoi diritti di erede di Bisanzio sull'Italia meridionale. L'occasione anche diplomatica di agire gli fu offerta ben presto, allorché Ferdinando di Napoli, nella primavera dell'80, fece pervenire alcuni aiuti ai cavalieri di Rodi assediati dai turchi. Per ritorsione il sultano aveva fatto occupare Valona da Ahmed Pascià e aveva dato il via all'impresa di Otranto mentre le galee veneziane, presenti nelle vicinanze del canale, si ritiravano a Corfù (ma corse voce addirittura che
appoggiassero i turchi rifornendoli di viveri).

Il fantasma della crociata
D'altro canto, il sultano sapeva bene che la sua mossa avrebbe dato luogo a una sorta di riflesso condizionato: la vecchia, pretestuosa idea di crociata funzionava ancora in questi casi. L'ombra della mezzaluna proiettata su una terra cristiana, la Puglia, determinò la pacificazione dei principi fedeli alla croce: i napoletano-pontifici sgombrarono le terre della Toscana meridionale sulle quali si erano attestati, il Papa si affrettò a far la pace con Firenze, Venezia e il re di Francia finsero di porre da canto le rispettive animosità nei confronti del re di Napoli. Umanisti e predicatori si dettero con ardore a invocare la crociata. La repentina e inattesa scomparsa del sultano, il 31 maggio 1481, e le lotte per il potere tra i di lui figli Bajazet e Djem che le tennero dietro, facilitarono la riconquista. Fu così che il 10 settembre 1481 Alfonso di Calabria, figlio del re di Napoli, entrava trionfalmente in Otranto, martire ma liberata. A Otranto nel 1480 come a Vienna nel 1526 e nel 1683, i turchi giocarono il ruolo del deus ex machina. Il loro violento irrompere sulla scena europea risolveva una situazione di stallo: l'appello alla crociata, alla defensio crucis, alla liberatio Europae -un appello, intendiamoci, sovente sinceramente lanciato e generosamente accolto -, serviva regolarmente alla soluzione di conflitti interni al mondo cristiano. I turchi assolvevano alla funzione dell'hostes come elemento risolutore delle inimicizie interne e catalizzatore di quella che Carl Schmitt ha definito l'"esportazione della violenza". Paradossalmente ma non troppo, la minaccia turca si rivelava come un fattore di coesione e di determinazione dell'identità europea. Questo del resto è il senso intimo e ultimo della stessa esperienza crociata, che - grazie a Dio - non è mai stata una guerra di religione.

giovedì 11 agosto 2011

NOVENA DI S. ROCCO
7-15 Agosto


Il nostro aiuto è nel nome del Signore.
Egli ha fatto cielo e terra.

Glorioso san Rocco,
tu sei nato per intercessione della Vergine Maria da sterili genitori e come un figlio premuroso hai nutrito per lei affetto e devozione, cercando sempre di imitarne la fede e l'umiltà. Ottieni anche a noi che alla sua scuola, scopriamo la bellezza della vita evangelica per cantare con lei le meraviglie del Signore.

Ti benediciamo, o Padre, Signore del cielo e della terra perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti ma le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.

Glorioso san Rocco,
che rimasto orfano in giovane età, non hai esitato ad abbandonare le sicurezze umane ereditate dalla tua famiglia per essere compagno del Signore Gesù, nutrito dalla sua mano, insegna anche a noi a non esitare di abbandonare ogni cosa, cosi, che non avendo neppure una pietra su cui posare il capo, possiamo riposare sul petto di Cristo come discepoli prediletti.

Ti benediciamo...

Glorioso san Rocco,
grazie alla tua vita fatta preghiera, hai assimilato i sentimenti del Cuore di Gesù così da provare profonda compassione per le folle stanche, sfiduciate ed oppresse dalla malattia; ottienici occhi per vedere la necessità e le sofferenze dei fratelli, così che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti. 

Ti benediciamo...

Glorioso san Rocco,
che sull'esempio del Servo Sofferente, ti sei fatto cireneo dell'umanità sfinita a causa della sua debolezza mortale, per la peste che imperversava a Roma, a Cesena, a Piacenza.... contraendo tu stesso il morbo pestilenziale; ottieni anche a noi la grazia di accettare le sofferenze che la vita ci porta, per associarci al Signore che prende su di sé il dolore del mondo.

Ti benediciamo...

Glorioso san Rocco,
che abbandonato dagli uomini, sei stato confortato da un Angelo e nutrito da un cane, dona anche a noi di fare del bene senza aspettarci altra ricompensa che sapere di compiere la Volontà di Dio e di vedere in ogni avvenimento, lieto o triste, della nostra vita, una proposta della Provvidenza per la sua Gloria ed il nostro maggior bene, sperimentando, così, la forza consolatrice dello Spirito.

Ti benediciamo...

Kyrie, eleison…
Christe, eleison…
Kyrie, eleison…

Immacolata Madre di Dio ad ogni invocazione si risponde dicendo: prega per noi!
San Sebastiano
San Rocco, segnato dalla Croce fin dalla nascita
San Rocco, docile alla Parola come Samuele
San Rocco, guidato dalla sapienza del Vangelo
San Rocco, libero dalla schiavitù delle cose
San Rocco, libero dalla schiavitù della posizione sociale
San Rocco, libero dalla paura di perdere la vita
San Rocco, pellegrino alla ricerca del "paradiso perduto"
San Rocco, nomade non violento come Abele
San Rocco, partito con la fede di Abramo
San Rocco, solidale con il popolo di Dio errante nel deserto
San Rocco, bruciato dal desiderio dell'Infinito
San Rocco, pellegrino evangelico con i fianchi cinti ed il bastone in mano
San Rocco, pellegrino senza denaro, senza sicurezze
San Rocco, povero con Lazzaro in terra
San Rocco, abbandonato con fiducia alla Provvidenza
San Rocco, preoccupato di fare la volontà di Dio
San Rocco, ambasciatore di fraternità tra i popoli
San Rocco, adoratore del Padre in spirito e verità
San Rocco, testimone della presenza del Regno
San Rocco, fedele seguace di san Francesco
San Rocco, segno di carità nel deserto dei rapporti umani
San Rocco, amico degli emigranti
San Rocco, buon samaritano degli appestati
San Rocco, solidale con i malati di AIDS
San Rocco, compagno degli extracomunitari
San Rocco, modello al volontariato
San Rocco, emarginato a causa della malattia
San Rocco, innocente condannato
San Rocco, disprezzato e reietto dagli uomini
San Rocco, purificato come l'oro nel crogiuolo
San Rocco, temprato dalla prova
San Rocco, vittima dell'ingratitudine
San Rocco, muto come agnello condotto al macello
San Rocco, lieto nelle sofferenze sopportate con Cristo
San Rocco, modello di perdono
San Rocco, sfamato da un cane
San Rocco, consolato da un Angelo
San Rocco, beato perché mite e misericordioso
San Rocco, beato perché puro di cuore
San Rocco, beato perché perseguitato ed afflitto
San Rocco, modello ai "piccoli del Regno"
San Rocco, testimone della Resurrezione
San Rocco, radioso di luce taborica
San Rocco, glorificato nella posterità
San Rocco, patrono di cento città

Agnello di Dio... perdonaci o Signore.
Agnello di Dio... esaudisci, o Signore.
Agnello di Dio... abbi pietà di noi.

Prega per noi, o glorioso san Rocco,
perché siamo fatti degni delle promesse di Cristo.

O Dio, che ci allieti con la festa di San Rocco fà che il ricordo della sua testimonianza evangelica ci stimoli ad una vita nuova nella luce del Vangelo. Per il nostro Signore …
Altre orazioni:
Oppure: O Signore custodisci i tuoi fedeli con costante pietà, affinché, liberati da ogni male per intercessione di San Rocco, ti servano, imitandolo, nella carità verso i fratelli e pellegrinando nella Chiesa verso di te, lieti meritino di entrare nella beatitudine della tua dimora. Per il nostro Signore …
Oppure dal proprio della regione Piemonte:
Custodisci, o Signore, il tuo popolo con incessante benevolenza: per l’ intercessione di San Rocco concedi a noi di godere sempre la salute del corpo e dello spirito. Per il nostro Signore …
Oppure:
O Dio che nell’ amore verso di te e verso i fratelli hai compendiato i tuoi comandamenti, fà che, a imitazione di San Rocco, dedichiamo la nostra vita a servizio del prossimo per essere da te benedetti nel regno dei cieli. Per il nostro Signore …
Oppure dal proprio della regione Sicilia:
La fraterna intercessione di San Rocco che veneriamo nostro protettore, ci ottenga, o Padre, il tuo aiuto e ci dia la speranza di con-dividere con lui l’ eredità del tuo regno. Per il nostro Signore …
Parrocchia s. Maria della Croce Ferrandina (Matera)


mercoledì 10 agosto 2011

Come si è arrivati alla "Comunione sulla mano"....



Nel 16° secolo, i riformatori protestanti, nel loro nuovo culto cristiano ristabilirono la Comunione sulla mano per affermare due loro eresie fondamentali: 1) Essi assolutamente non credevano ci fosse la transustanziazione e che il pane usato era pane comune. In altre parole sostenevano che la reale presenza di Cristo nell’Eucarestia fosse solo una superstizione papista ed il pane fosse solo semplice pane e chiunque lo potesse maneggiare. 2) Inoltre affermarono che il ministro della Comunione non fosse affatto diverso, nella sua natura, dai laici. É invece insegnamento cattolico che il Sacramento dell’Ordine Sacro dona all’uomo un potere spirituale, sacramentale, imprime cioè un segno indelebile nella sua anima e lo rende sostanzialmente diverso dai laici. Al contrario il ministro protestante è un uomo comune che guida gli inni, fa sermoni per sostenere le convinzioni dei credenti. Egli non può trasformare il pane ed il vino nel Corpo e nel Sangue di Nostro Signore, non può benedire, non può ...
 ... perdonare i peccati, non può, in una parola, fare niente che non possa fare un qualsiasi semplice laico. Egli, dunque, non è veicolo di grazia soprannaturale. Il ristabilimento protestante della Comunione nella mano fu un semplice modo per manifestare il rifiuto di credere nella reale presenza di Cristo nell’Eucarestia, rifiuto del Sacerdozio Sacramentale, in breve il loro modo di rifiutare l’intero Cattolicesimo.

Da quel momento in avanti, la Comunione sulla mano acquistò un significato chiaramente anticattolico. Era una pratica palesemente anticattolica, fondata sulla negazione della reale presenza di Cristo nell’Eucarestia e del Sacerdozio. Dopo il Vaticano II, in Olanda, alcuni preti cattolici di mentalità protestante cominciarono a dare la Comunione sulla mano, scimmiottando la pratica protestante. Ma alcuni Vescovi olandesi, anziché fare il loro dovere e condannare l’abuso, lo tollerarono e in tal modo permisero che l’abuso continuasse incontrollato, la pratica si diffuse dunque alla Germania, al Belgio, alla Francia. Ma se alcuni Vescovi parvero indifferenti a questo scandalo, gran parte del laicato di allora rimase oltraggiato. Fu l’indignazione di un grande numero di fedeli che spinse papa Paolo VI a prendere l’iniziativa di sondare l’opinione dei Vescovi del mondo su questa questione ed essi votarono unicamente per mantenere la pratica tradizionale di ricevere la Santa Comunione sulla lingua. É anche doveroso notare che, a quell’epoca, l’abuso era limitato a pochi Paesi Europei. Non era ancora iniziato negli Stati Uniti e in America Latina. Papa Paolo VI promulgò allora, il 28 maggio 1969, il documento Memoriale Domini in cui affermava testualmente:

1) I Vescovi del mondo sono unanimemente contrari alla Comunione sulla mano. 2) Deve essere osservato questo modo di distribuire la Comunione, ossia il sacerdote deve porre l’Ostia sulla lingua dei comunicandi. 3) La Comunione sulla lingua non toglie dignità in nessun modo a chi si comunica. 4) Ogni innovazione può portare all’irriverenza ed alla profanazione dell’Eucarestia, così come può intaccare gradualmente la dottrina corretta.

Il documento afferma inoltre: Il Supremo Pontefice giudica che il modo tradizionale ed antico di amministrare la Comunione ai fedeli non deve essere cambiato. La Sede Apostolica invita perciò fortemente i Vescovi, i preti ed il popolo ad osservare con zelo questa legge. Ma poiché questa era l’epoca del compromesso ed il documento contiene il germe della sua stessa distruzione poiché l’Istruzione continuò dicendo che, dove l’abuso si era già fortemente consolidato, poteva essere legalizzato con la maggioranza dei due terzi in un ballottaggio segreto della Conferenza Episcopale Nazionale (a patto che la Santa Sede confermasse la decisione).
Ciò finì a vantaggio dei sostenitori della Comunione nella mano. E si deve sottolineare che l’Istruzione diceva dove l’abuso si è già consolidato. Così i Paesi, in cui la pratica non si era sviluppata, furono ovviamente esclusi dalla concessione e tutti i Paesi anglofoni, compresi gli Stati Uniti, finirono in questa categoria.

Naturalmente il clero di mentalità protestante in altri Paesi (compreso il nostro) concluse che, se questa ribellione poteva essere legalizzata in Olanda, poteva essere legalizzata ovunque. Pensarono che, ignorando il Memoriale Domini e sfidando la legge liturgica della Chiesa, questa ribellione non solo sarebbe stata tollerata, ma alla fine legalizzata. Questo fu esattamente ciò che accadde, ed ecco perché abbiamo oggi la pratica della Comunione sulla mano. La Comunione sulla mano, quindi, non solo fu avviata nella disobbedienza, ma fu perpetuata con l’inganno. La propaganda, negli anni ’70, fu usata per proporre la Comunione sulla mano ad un popolo ingenuo , con una campagna di mezze verità che:

1) Davano ai cattolici la falsa impressione che il Vaticano II avesse fornito una disposizione per l’abuso, quando, di fatto, non vi è accenno in nessuno dei documenti del Concilio. 2) Non dicono al lettore che la pratica fu avviata da un clero di mentalità filoprotestante e filomassone, in spregio alla Legge liturgica stabilita, ma la fanno suonare come una richiesta da parte del laicato. 3) Non chiariscono al lettore che i Vescovi del mondo, quando fu sondata la loro opinione, votarono unanimemente contro la Comunione nella mano. 4) Non fanno riferimento al fatto che il permesso doveva essere solo una tolleranza dell’abuso, laddove si fosse già instaurato nel 1969. Non vi era una via libera perché si diffondesse ad altri Paesi come l’Italia e gli Stati Uniti, ecc.

Siamo ora arrivati al punto in cui la Comunione sulla mano è addirittura presentata come il modo migliore di ricevere l’Eucarestia ; la maggior parte dei nostri fanciulli cattolici è stata male istruita a ricevere la Prima Comunione sulla mano. Ai fedeli si dice che è una pratica facoltativa e se a loro non piace, possono riceverLa sulla lingua. La tragedia di tutto questo è che se questo è facoltativo per il laicato, non lo è per il clero. I preti sono chiaramente istruiti ad amministrare la Comunione sulla mano, che a loro piaccia o no, a chiunque lo richieda, gettando così moltissimi preti in una agonizzante crisi di coscienza. É dunque evidente che nessun prete può essere legittimamente forzato ad amministrare la Comunione sulla mano ; dobbiamo pregare affinché il maggior numero di preti abbia il coraggio di salvaguardare la riverenza dovuta a questo Sacramento e non venga intrappolato in una falsa ubbidienza che fa sì che essi collaborino alla perdità di sacralità di Cristo nell’Eucarestia. I preti devono trovare il coraggio di combattere questa nuova pratica che fa parte dell’occulta strategia di protestantizzazione del Cattolicesimo, ricordando che Papa Paolo VI, giustamente, predisse che, la Comunione sulla mano, avrebbe portato all’irriverenza e alla profanazione dell’Eucarestia e ad una graduale erosione della dottrina ortodossa. Questo abuso illegittimo si è così ben radicato come una tradizione locale, che anche papa Giovanni Paolo II non ebbe successo, nonostante un suo tentativo per frenare l’abuso.

Nella sua Lettera Dominae Cenae del 24 febbraio 1980, il Papa riaffermò gli insegnamenti della Chiesa che toccare le Sacre Specie e amministrarLe con le proprie mani è un privilegio dei consacrati. Ma, per un qualsivoglia motivo, questo documento del 1980 non conteneva nessuna minaccia di sanzioni contro laici, sacerdoti o vescovi che avessero ignorato la difesa dell’uso della comunione sulla lingua come voleva il Papa. Una legge senza una pena non è una legge, ma bensì un suggerimento. Il documento di Giovanni Paolo II fu accolto da diversi membri del clero dei paesi dell’occidente, come un suggerimento non apprezzato e purtroppo trascurato…

Don Marcello Stanzione (Ri-Fondatore della M.S.M.A.)

Tratto da non possumus

martedì 9 agosto 2011


 Die 10 augusti
S. LAURENTII, DIACONI ET MARTYRIS



Ad Laudes matutinas
Hymnus

In mártyris Lauréntii
non incruénto prœlio,
armáta pugnávit Fides
próprii cruóris pródiga.


Hic primus e septem viris
qui stant ad aram próximi,
levíta sublímis gradu
et céteris præstántior.


Hic dímicans fortíssimus
non ense præcínxit latus,
hostíle sed ferrum retro
torquens in auctórem tulit.


Sic, sancte Laurénti, tuam
nos passiónem quærimus;
quod quisque supplex póstulat,
fert impetrátum próspere,


Dum cæli inenarrábili
alléctus urbi múniceps,
ætérnæ in arce cúriæ
gestas corónam cívicam.


Honor Patri cum Fílio
et Spíritu Paráclito,
qui nos tuis suffrágiis
ditent perénni láurea. Amen.


Ad Vesperas
Hymnus
   

Mártyris Christi cólimus triúmphum,
dona qui mundi peritúra spernit,
fert opem nudis, aliménta, nummos
tradit egénis.


Igne torquétur, stábili tenóre
cordis accénsus súperat mináces
ígnium flammas in amóre vitæ
semper opímæ.


Spíritum sumpsit chorus angelórum,
íntulit cælo bene laureándum,
ut scelus laxet hóminum, precándo
omnipoténtem.


Súpplici voto rogitámus ergo
ómnibus, martyr, véniam precéris,
cordis ardóres, fídei tenácem
usque vigórem.


Glóriam Patri resonémus omnes,
eius et Nato modulémur apte,
cum quibus regnat simul et creátor
Spíritus almus. Amen.


Oratio
Deus, cuius caritátis ardóre beátus Lauréntius servítio cláruit fidélis et martýrio gloriósus, fac nos amáre quod amávit, et ópere exercére quod dócuit. Per Dóminum.

lunedì 8 agosto 2011


9 AGOSTO
SANTA TERESA BENEDETTA
DELLA CROCE
EDITH STEIN,
VERGINE E MARTIRE
 (f)


 

Prima Lettura Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 4, 7- 5, 8
Nei martiri si manifesta la potenza di Dio
Fratelli, noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordi-naria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita. Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l'inno di lode alla gloria di Dio. Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne. Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: a condizione però di esser trovati gia vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. E' Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito. Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore.

Responsorio Mt 5, 11. 12a. 10
Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno per causa mia.
* Rallegratevi ed esultate: grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Rallegratevi ed esultate: grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Seconda Lettura Da «Scientia Crucis» di s. Teresa Benedetta della Croce, vergine e martire
(Edizioni OCD, Roma 1998, pp. 38-39)
La porta della vita si apre ai credenti in Cristo
Cristo s'era addossato lui stesso il giogo della legge, osservandola e adempiendola perfettamente, tanto da morire per la Legge e vittima della Legge. Nello stesso tempo, tuttavia, Egli ha esonerati dalla Legge tutti quelli che avrebbero accettata la vita da Lui. I quali però avrebbero potuto riceverla solo disfacendosi della propria. Infatti «quanti sono stati battezzati in Cristo sono stati battezzati nella morte di Lui». Essi si immergono nella sua vita per divenire membri del suo corpo, e sotto questa qualifica soffrire e morire con Lui; ma anche per risuscitare con Lui alla eterna vita divina. Questa vita sorgerà per noi nella sua pienezza soltanto nel giorno della glorificazione. Tuttavia, sin da adesso «nella carne noi vi partecipiamo, in quanto crediamo»: crediamo che Cristo è morto per noi, per dare la vita a noi. Ed è proprio questa fede che ci fa diventare un tutto unico con Lui, membra collegate al capo, rendendoci permeabili alle effusioni della sua vita. Così la fede nel Crocifisso — la fede viva, accompagnata dalla dedizione amorosa — è per noi la porta di accesso alla vita e l'inizio della futura gloria. Per di più, la croce è il nostro unico vanto: «Quanto a me sia lungi il gloriarmi d'altro che della croce del Signore nostro Gesù Cristo, per la quale il mondo è stato per me crocifisso, ed io per il mondo». Chi si è messo dalla parte del Cristo risulta morto per il mondo, come il mondo risulta morto per lui. Egli porta nel suo corpo le stimmate del Signore; è debole e disprezzato nell'ambiente degli uomini, ma appunto per questo è forte in realtà, perché nelle debolezze risalta potentemente la forza di Dio.
Profondamente convinto di questa verità il discepolo di Gesù non solo abbraccia la croce che gli viene offerta, ma si crocifigge da sé: «I seguaci di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze». Essi hanno ingaggiato una lotta spietata contro la loro natura, per liquidare in se stessi la vita del peccato e far posto alla vita dello spirito. È quest'ultima sola quella che importa. La croce non è fine a se stessa. Essa si staglia in alto e fa richiamo verso l'alto. Quindi non è soltanto un'insegna, è anche l'arma potente di Cristo, la verga da pastore con cui il divino Davide esce incontro all'infernale Golia, il simbolo trionfale con cui Egli batte alla porta del cielo e la spalanca. Allora ne erompono i fiotti della luce divina, sommergendo tutti quelli che marciano al seguito del Crocifisso.

Responsorio Gal 2,19-20
Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.
* Mi ha amato e ha dato se stesso per me.
Quello che io vivo nella carne io lo vivo nella fede del Figlio di Dio.
Mi ha amato e ha dato se stesso per me.

Orazione Dio dei nostri padri, riempici della scienza della Croce, di cui hai mirabilmente arricchito santa Teresa Benedetta Edith Stein nell'ora del martirio e, per sua intercessione, concedi a noi di cercare sempre te, somma Verità, e di rimanere fedeli fino alla morte all'alleanza eterna di amore, sigillata dal tuo Figlio con il suo sangue per la salvezza di tutti gli uomini. Per il nostro Signore.
La preghiera autentica è preghiera della chiesa: una preghiera sincera opera nella chiesa qualcosa ed è la chiesa stessa che prega, perché lo Spirito Santo che la anima è anche colui che in ogni anima «intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). Questa è la vera preghiera perché «nessuno può dire: "Gesù Signore" se non in virtù dello Spirito Santo» (1 Cor 12,3). Cosa sarebbe la preghiera della chiesa se non fosse dono di coloro che amano d'un grande amore, al Dio che è amore? Il dono totale del nostro cuore a Dio è lo stato più elevato a noi accessibile, il grado più alto della preghiera. Le anime che l'hanno raggiunto sono veramente il cuore della chiesa: in esse vive l'amore sacerdotale di Gesù. Diffondono in altri cuori l'amore divino che le possiede e collaborano così alla perfezione di tutti. Per le anime beate che sono giunte all'unità profonda della vita divina, tutto è unitario: riposo e azione, con-templare e agire, tacere e parlare. Finché siamo in cam¬mino e ancor più finché la meta è lontana, restiamo sotto la legge della vita temporale e tuttavia siamo certi che, nel Corpo mistico, in forza del mutuo e reciproco progredire dei membri, la vita divina in pienezza diverrà realtà per noi. Anche le forme tradizionali di preghiera ci sono necessarie e dobbiamo partecipare al culto pubblico, come lo stabilisce la chiesa, perché la nostra vita interiore sia stimolata, rimanga nel giusto equilibrio e si esprima nel modo adatto. La lode solenne di Dio deve avere i suoi santuari sulla terra per essere celebrata con tutta la perfezione di cui gli uomini sono capaci. Ivi, a nome di tutta la chiesa, può salire al cielo, agire su tutte le membra, tener desta la loro vita interiore e stimolare il loro sforzo fraterno (E. STEIN, La prière de l'Église, Paris 1965,51-55).

'Convertirsi' vuol dire: seguire Gesù, andare con lui, sul suo cammino. Consiste essenzialmente in questa decisione, che l'uomo cessa di essere il suo proprio creatore, cessa di cercare soltanto se stesso e la sua autorealizzazione, ma accetta la sua dipendenza dal vero Creatore.
Fondamentalmente esistono soltanto queste due possibilità: l'autorealizzazione, nella quale l'uomo cerca di creare se stesso per possedere il suo essere completamente per sé; dall'altra parte l'opzione della fede e dell'amore. Questa opzione è nello stesso tempo la decisione per la verità. Essendo creature, non lo siamo da noi stessi; soltanto se 'perdiamo' la vita, possiamo guadagnarla. Questa alternativa corrisponde alla scelta fondamentale tra morte e vita: una civiltà dell'avere è una civiltà della morte; solo una cultura dell'amore è anche una cultura della vita: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita... la salverà» (Mc 8,35). Possiamo anche dire che l'alternativa tra autorealizzazione e amore corrisponde all'alternativa tra il potere terreno e la croce, tra una redenzione consistente solo nel benessere e una redenzione che si apre e si affida all'infinità dell'amore divino. La conversione esige che non solo generalmente, ma giorno per giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede, l'amore diventino più importanti della nostra vita biologica, del benessere, del successo, del prestigio e della tranquillità della nostra vita. Difatti successo, prestigio, tranquillità e comodità sono quei falsi dèi che maggiormente impediscono la verità e il vero progresso nella vita personale e nella vita sociale. (J. RATZINGER,  Il cammino pasquale, Milano 1985, 19s., passim).

L'uomo era stato creato per servire il suo Creatore.
Che cosa vi è di più giusto per te che servire colui dal quale tu sei stato creato e senza di cui tu non puoi esistere? E che cosa di più bello e sublime, dal momento che servire è regnare? «Io non servirò», ha detto l'uomo al suo Creatore. «Ebbene, ti servirò io», ha detto il Creatore all'uomo. «Riposati, prenderò su di me i tuoi mali, mi caricherò delle tue debolezze. Usa di me a tuo piacimento, secondo le tue necessità, non solo come del tuo schiavo, ma ancora come di un asino... Se tu sei stanco, io ti porterò per essere il primo a compiere la mia legge, che dice: ''Portate i pesi gli uni degli altri". Se ti si condurrà in schiavitù o ti si vorrà vendere, eccomi, vendi me... Se sei malato e temi la morte, io morirò al tuo posto e con il mio sangue tu avrai un rimedio che da vita». Oh, servo buono e fedele! Tu hai realmente servito; tu hai servito con fedeltà e realtà; tu hai servito con pazienza e longanimità; senza tiepidezza, poiché ti sei lanciato come un gigante per correre sulla via dell'obbedienza; senza mormorazione, poiché, flagellato, non hai aperto bocca. Quanto è detestabile l'orgoglio umano sdegnoso di servire! Non poteva essere abbassato in nessun altro modo se non con l'esempio del servizio - e quale servizio! - reso da nostro Signore! Oh, se almeno fosse valso tale esempio! Se si rendesse grazie per tanta umiltà e bontà! Ma ancora mi sembra di sentire il lamento del Signore che piange per l'ingratitudine... Certo, mio Signore, tu hai molto sofferto per servirmi! Sarebbe cosa veramente giusta e doverosa, se almeno d'o¬ra in avanti tu riposassi e il tuo servo ti servisse: è giunto il tuo turno. Tu hai trionfato, Signore: tu hai trionfato sul ribelle! Tendo le mie mani alle tue e pongo il mio collo sotto il tuo giogo. Permettimi di servirti e di poter soffrire qualche pena per te (GUERRICO D'IGNY, I discorso per le Palme,


8 AGOSTO
SAN DOMENICO


SECONDA LETTURA
Dagli «Scritti» del beato Giordano di Sassonia, sacerdote.
(Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum. un. 103-109; MOPH 16, Roma 1935, p. 74).
Ovunque si manifestava come un uomo evangelico.
Vi era in lui qualcosa di ben più splendente e meraviglioso degli stessi miracoli. Era tale la perfezione morale dei suoi costumi, tale lo slancio di fervore divino che lo trasportava, da non potersi minimamente dubitare ch'egli fosse un vaso di onore e di grazia, un vaso ornato d'ogni specie di pietre preziose. Aveva una volontà ferma e sempre lineare, eccetto quando si lasciava prendere dalla compassione e dalla misericordia. E poiché un cuor lieto rende ilare il viso, l'equilibrio sereno del suo interno si manifestava al di fuori nella bontà e nella gaiezza del volto. Era, però, talmente irremovibile nelle cose ch'egli aveva giudicato secondo Dio ragionevole farsi, che mai o quasi mai consentiva di mutare una decisione una volta presa dopo maturo consiglio. E poiché la testimonianza della sua buona coscienza, come s'è detto, rischiarava continuamente d'una grande gioia il suo volto, lo splendore del suo viso non veniva offuscato dalle cose terrene.
Per questo egli s'attirava facilmente l'amore di tutti; senza difficoltà appena lo conoscevano, tutti cominciavano a volergli bene. Dovunque si trovasse, sia in viaggio coi compagni, sia in casa con l'ospite e la sua famiglia, oppure tra i grandi, i principi e i prelati, con tutti usava parole di edificazione, dava a tutti abbondanza di esempi capaci di piegare l ' anima degli uditori all' amore di Cristo e al disprezzo del mondo. Ovunque si manifestava come un uomo evangelico, nelle parole come nelle opere. Durante il giorno, nessuno più di lui si mostrava socievole coi frati o con i compagni di viaggio, nessuno era con loro più allegro di lui.
Viceversa, di notte, nessuno era più di lui assiduo nel vegliare in preghiera. Alla sera prorompeva in pianto, ma al mattino raggiava di gioia. Il giorno lo dedicava al prossimo, la notte a Dio, ben sapendo che Dio concede la sua misericordia al giorno e il suo canto alla notte. Piangeva spesso e abbondantemente; le lacrime erano il suo pane giorno e notte: di giorno, soprattutto quando celebrava spessissimo o quotidianamente la Messa; di notte, invece, quando più di ogni altro prolungava le sue veglie estenuanti.
Aveva l'abitudine di passare assai spesso la notte in chiesa, a tal punto che si pensava che mai o raramente egli usasse un letto per dormire. Di notte, dunque, pregava e prolungava le sue veglie fino a quando glielo permetteva la fragilità del suo corpo. Quando poi alfine sopravveniva la stanchezza e la mente s'intorpidiva, vinto dal bisogno del sonno appoggiava la testa all'altare o in qualunque altro luogo, ma in ogni caso su una pietra come il Patriarca Giacobbe, e riposava un momento. Poi si risvegliava e riprendeva la sua fervorosa preghiera.
Accoglieva tutti gli uomini nell'ampio seno della sua carità e perché tutti amava, da tutti era amato. Faceva suo quel motto: godere con chi gode, piangere con chi piange. Traboccante com'era di pietà, si spendeva tutto per aiutare il prossimo e sollevare le miserie. Questo anche lo rendeva a tutti carissimo: la semplicità del suo agire; mai nessun segno di doppiezza o di finzione fu riscontrato nelle sue parole o nelle sue azioni.
Vero amante della povertà, usava vestiti di poco valore. Nel mangiare e nel bere la sua tempe-ranza era rigorosa: evitava cibi delicati, e s'accontentava volentieri di un semplice unico piatto.
Aveva un dominio assoluto sulla sua carne. Beveva vino ma talmente annacquato che, mentre soddisfava alle necessità del corpo, non correva certo il rischio di ottenebrare la sua sveglia ed acuta intelligenza.
Chi sarà mai capace d'imitare la virtù di quell’ uomo? Possiamo ammirarlo e misurare dal suo esempio la pigrizia del nostro tempo. Ma poter ciò che egli potè, supera le umane capacità, è frutto di una grazia unica, a meno che la bontà misericordiosa di Dio non si degni forse di innalzare qualcuno a un simile fastigio di santità. Ma chi è da tanto?
Imitiamo perciò, o fratelli, come possiamo, le orme del padre e nello stesso tempo ringraziamo il Redentore per aver dato a noi suoi servi, sulla via che percorriamo, un tale condottiero per mezzo del quale egli ci ha rigenerati alla luce di questa nostra forma di vita religiosa. E preghiamo il Padre delle misericordie affinchè, governati da quello Spirito che fa agire i figli di Dio, percorrendo la strada che percorsero i nostri padri, senza deflettere possiamo pungere anche noi a quella stessa meta di perpetua felicità ed eterna beatitudine, nella quale felicemente e per sempre egli è entrato. Amen.

RESPONSORIO
Meravigliosa speranza che nell'ora della morte hai dato ai tuoi figli in pianto, assicurando il tuo aiuto dopo morte: * Adempi, o Padre, quanto hai promesso, soccorrendoci con la tua intercessione.
Tu che risplendesti per tanti miracoli compiuti in favore degl'infermi, rafforza la nostra debolezza offrendoci l'aiuto di Cristo.
Adempi, o Padre, quanto hai promesso, soccorrendoci con la tua intercessione.

oppure:
SECONDA LETTURA
Dalle «Prediche» di fra Gerolamo Savonarola, sacerdote.
(Ed. L. Ferretti, in «Memorie Domenicane». XXVII, 1910. pp. 381-401).
Missione di San Domenico nella Chiesa
«Ecco il grande Sacerdote, che mentre visse, rifondò la casa e ai suoi tempi fu restauratore del tempio». E’ questi, o fratelli, il beato Domenico, di cui celebriamo oggi la festa, che insieme col beato Francesco rinnovò la Chiesa cadente.
«Ecco», dice, «il grande Sacerdote». Fratelli, notate le parole e osservate i misteri.
I sacerdoti son molti e i sacerdoti son pochi. Ed anche i sacerdoti buoni non tutti sono grandi. Poiché il sacerdote deve illuminare, spettando a lui il predicare, E come è dunque sacerdote chi non sa illuminare? Come, chi non è illuminato? Come, chi è cattivo? Il beato Domenico era santo e per dottrina illuminato. Qualcuno dirà: io imparo a predicar santamente. Oggidì i nostri sacerdoti (essendo ufficio di grande onore quello della predicazione) voglion tutti predicare, e cercano collezioni di sermoni ed altro, dicendo di voler con questo edificare il popolo. Io farò qualche poco di bene nella Chiesa, dice costui. Ma ecco ciò che segue: «Nella sua vita rifondò la casa». La vita peccatrice non è vita, ma morte. Intendi dunque: nella vita sua santa, cioè colla vita e col buon esempio. Pregate, pregate il Signore che mandi buoni e santi sacerdoti, che sostengano la casa, cioè la Chiesa tutta, che minaccia una grande rovina...
«E nei suoi giorni fu restauratore del tempio. Egli parimente fondò l'altezza del tempio». Questa altezza del tempio è lo stato perfetto di alcuni che sono nel clero, cioè dei religiosi. Onde il Vescovo (dev'essere perfetto, perché è in stato perfetto). I religiosi sono in stato di perfezione, perché pronunziano i voti e si obbligano a cose che conducono a perfezione di vita. E tra i religiosi, ancora noi siamo dell'Ordine de' Predicatori. Quando debbano esser perfetti i predicatori, consideratelo da quanto dice: «Alte mura attorno al tempio». Ciascuno, in ogni arte, considera il nome di essa, e si vergogna se egli non agisca in conformità di quel nome; come, ad esempio, il soldato se è timoroso, se fugge. Considerate dunque voi stessi e il nome vostro.
«Si acquistò gloria vivendo in mezzo alla gente». Poiché del beato Domenico si dice che la sua conversazione fu ilare sempre e graziosa; e che perciò egli era amato con affetto mirabile da tutti. Poiché egli volle avere i conventi nelle città, e volle conversare cogli uomini per poter giovare a tutti; ed occupava la giornata a vantaggio del prossimo e dava la notte a Dio: predicava la carità che dilata il cuore e rende tutto più facile. «Molto largo è il tuo comandamento», dice il salmo, ed ancora: «Io corro la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore» (Sal 118, 32), ond'è che interrogato da un tale ove egli trovasse tante belle esposizioni, rispose: Nel libro della carità. E voi, o fratelli, che volete apprendere le Scritture, che volete predicare: abbiate la carità ed essa vi ammaestrerà. Abbi la carità e intenderai la carità.
E perché tutto egli dedito alla carità del prossimo per condurlo sulla retta strada coll'orazione, colla predicazione o coll'esempio, e a tale scopo offrì se stesso olocausto a Dio in odore di soavità, perciò segue: «Come incenso che brucia nel fuoco», cioè nel fuoco dello Spirito Santo, in quello della carità del prossimo e in quello delle tribolazioni: tutte queste cose salivano al cospetto di Dio come soavissimo odore. E finalmente egli divenne tutto carità e sapienza, tutto adorno di virtù.

RESPONSORIO cfr. Lc 14,17
II Padre di famiglia manda il suo servitore per invitare il mondo alle nozze dell'Agnello,
all'ora del pranzo, * promettendo le inesauribili gioie della vita.
Per questo meraviglioso banchetto Egli invia come araldo san Domenico,
promettendo le inesauribili gioie della vita.

Oppure: Dalla «Storia dell'Ordine dei Predicatori»
(Libellus de Principiis O.P:; Acta canoniz. sancti Dominici; Monumenta O.P. Mist. 16, Romae 1935, pp. 30 ss., 146-147)
O parlava con Dio, o parlava di Dio
Domenico era dotato di grande santità ed era sostenuto sempre da un intenso impeto di fervore divino. Bastava vederlo per rendersi conto di essere di fronte a un privilegiato della grazia.
V'era in lui un'ammirabile inalterabilità di carattere, che si turbava solo per solidarietà col dolore altrui. E poiché il cuore gioioso rende sereno il volto, tradiva la placida compostezza dell'uomo interiore con la bontà esterna e la giovialità dell'aspetto.
Si dimostrava dappertutto uomo secondo il Vangelo, nelle parole e nelle opere. Durante il giorno nessuno era più socievole, nessuno più affabile con i fratelli e con gli altri. Di notte nessuno era più assiduo e più impegnato nel vegliare e pregare.
Era assai parco di parole e, se apriva la bocca, era o per parlare con Dio nella preghiera o per parlare di Dio. Questa era la norma che seguiva e questa pure raccomandava ai fratelli.
La grazia che più insistentemente chiedeva a Dio era quella di una carità ardente, che lo spingesse a operare efficacemente alla salvezza degli uomini. Riteneva infatti di poter arrivare a essere membro perfetto del corpo di Cristo solo qualora si fosse dedicato totalmente e con tutte le forze a conquistare anime. Voleva imitare in ciò il Salvatore, offertosi tutto per la nostra salvezza.
A questo fine, ispirato da Dio, fondò l'Ordine dei Frati Predicatori, attuando un progetto provvidenziale da lungo accarezzato.
Esortava spesso i fratelli, a voce e per lettera, a studiare sempre l'Antico e il Nuovo Testamento. Portava continuamente con sé il vangelo di Matteo e le lettere di san Paolo, e meditava così lungamente queste ultime da arrivare a saperle quasi a memoria.
Due o tre volte fu eletto vescovo; ma egli sempre rifiutò, volendo piuttosto vivere con i suoi fratelli in povertà. Conservò illibato sino alla fine lo splendore della sua verginità.
Desiderava di essere flagellato, fatto a pezzi e morire per la fede di Cristo. Gregorio IX ebbe a dire di lui: «Conosco un uomo, che seguì in tutto e per tutto il modo di vivere degli apostoli; non v'è dubbio che egli in cielo sia associato alla loro gloria».

Oppure: Da «I nove modi di pregare di san Domenico», (Ed. I. Taurisano, ASOP. XV. 1922. pp. 96-97, 99-100)
L'orazione del santo Padre Domenico.
Il primo modo consisteva nell' umiliarsi dinanzi all'altare, come se Cristo, che nell'altare è signifcato, fosse li presente realmente e personalmente, non soltanto in simbolo, E ciò egli faceva, secondo quel detto di Giuditta: «Degli umili e dei mansueti Ti fu sempre gradita la supplica» (Gdt 9,16); o anche secondo quest'altre parole: «lo non sono degno che Tu entri sotto il mio tetto» (Mt 8, 8), «fino ad ora, o Signore, mi sono prostrato dinnanzi a Te» (Sal 146,6). Fu del resto per l'umiltà che la cananea ed il figliulo prodigo ottennero ciò che domandavano. Dopo aver pregato in tal modo, il santo Padre riassumeva la posizione eretta, poi inclinava il capo e fissando con umiltà il Cristo, suo vero capo, confrontava la di Lui eccellenza con la propria bassezza e tutto si scioglieva nell'ossequio a Lui.
Egli insegnava ai frati a fare altrettanto quando passavano davanti al Crocefisso, affinchè Cristo che, tanto si è umiliato per noi, li vedesse umiliati davanti alla sua Maestà.
Analogo segno di umiltà egli lo esigeva dai frati in onore di tutta la Trinità, quando recitavano solennemente il versetto: «Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo». In seguito san Domenico, davanti all'altare e nel Capitolo, fissava lo sguardo sul Crocefisso, contemplandolo con una incomparabile penetrazione, e davanti a Lui si genufletteva più volte. Succedeva così, che qualche volta, da dopo Compieta fino a mezzanotte, ora si alzava, ora si metteva in ginocchio, a imitazione dell'apostolo Giacomo e di quel lebbroso del Vangelo, che genuflesso diceva: «Signore, se vuoi, puoi mondarmi» (Lc 5,12; Mt 8,2). E in ginocchio come Stefano, gridava a gran voce: «Non imputar loro questo peccato» (At 7,59). Sorgeva allora nel santo Padre Domenico un sentimento di grande fiducia nella misericordia di Dio nei suoi riguardi, in quelli di tutti i peccatori e per la perseveranza dei frati più giovani ch'egli inviava a predicare. Alle volte non riusciva a trattenere la voce, sicché i frati lo sentivano dire: «E’ verso di Te che io grido, o Signore; non restar sordo alla mia voce, non essere silenzioso con me,...» (Sal 27,1), e altre simili parole della Sacra Scrittura. Altre volte, invece, parlava in cuor suo e la sua voce non si udiva affatto: allora restava in ginocchio, qualche volta anche per molto tempo, come in uno stato di stupore.
Qualche altra volta, in tale atteggiamento sembrava che il suo intelletto penetrasse il cielo e, som-merso da una gioia celestiale, asciugava le lacrime che gli scorrevano sul volto.
Si accendeva allora tutto di gran desiderio, come un assetato che giunge a una fonte, come un pellegrino quando ormai è vicino alla patria. E la sua animazione e il suo ardore crescevano, come lo si poteva arguire dall'agilità dei suoi movimenti che conservavano, però, tutta la loro compostezza, sia quando si inginocchiava, che quando si rialzava.
Era talmente abituato a genuflettersi che anche in viaggio e negli ospizi, e perfino lungo la strada, nonostante la fatica del cammino, mentre gli altri dormivano o si riposavano, lui tornava alle sue genuflessioni, come se si trattasse di una sua arte o mestiere speciale.
E con questo suo esempio, più col fare che col dire, insegnava ai frati questa maniera di pregare.

Responsorio Cfr. Sir 48, 1; Ml 2, 6
Simile al fuoco, sorse un nuovo araldo della salvezza. * La sua parola bruciava come fiaccola.
Un insegnamento fedele era sulla sua bocca, né c'era falsità sulle sue labbra.
La sua parola bruciava come fiaccola.

Orazione Guida e proteggi, Signore, la tua Chiesa per i meriti e gli insegnamenti del Padre san Domenico: egli, che fu insigne predicatore della tua verità, interceda come nostro patrono davanti a te. Per il nostro Signore.

Oppure: O Dio di tenerezza e di bontà, sii benedetto per Domenico, predicatore povero del tuo Vangelo tra gli uomini e contemplativo ardente al cuore della tua chiesa: concedici di mettere in pratica la tua parola e saremo fedeli testimoni di Gesù Cristo nostro unico Signore.

Adiuvet Ecclésiam tuam, Dómine, beátus Domínicus méritis et doctrínis, atque pro nobis efficiátur piíssimus intervéntor, qui tuae veritátis éxstitit praedicátor exímius. Per Dóminum.

sabato 6 agosto 2011

A suon d'Assisi I, I, III passa l'idea che “mestier non era parturir Maria”… e scusate se è poco...


Assisi: cambiamenti in vista
   di Francesco Agnoli
 
Recentemente l'ottimo Rodari, su Il Foglio del 7 luglio, interpretava alcuni articoli comparsi sull'Osservatore Romano come una "botta a freddo" ai firmatari dell'appello contro una nuova Assisi 1986, pubblicato qualche mese fa sul Foglio (con anche la mia firma).
Un altro vaticanista, anch’egli molto preparato ed informato, come Andrea Tornielli, legge invece gli stessi articoli in modo opposto: "Dopo l’annuncio a sorpresa dello scorso gennaio, quando Benedetto XVI ha convocato il nuovo raduno delle religioni ad Assisi per invocare la pace, alcuni storici (tra questi Roberto de Mattei) e giornalisti cattolici vicini alla sensibilità più tradizionale hanno firmato un appello chiedendo al Papa di ripensarci. E si sono detti sicuri che qualunque cosa Ratzinger dirà o farà ad Assisi, il messaggio veicolato dai media sarà quello del sincretismo religioso, di un pericoloso abbraccio tra verità ed errore che mette tutto e tutti sullo stesso piano. È evidente che le perplessità esposte dai firmatari erano e sono condivise da più di qualcuno nella Chiesa, anche a livelli più alti, anche all’interno del Vaticano. Non si spiegherebbe altrimenti la sequenza pressante di autorevoli articoli che «L’Osservatore Romano» sta mettendo in pagina per spiegare il significato del gesto papale, prevenirne le interpretazioni scorrette, fissarne i contorni e i contenuti. In sostanza, gli interventi sul quotidiano vaticano servono a fronteggiare la preoccupazione (talvolta il dissenso, anche se non esplicitato) da parte dei cosiddetti ambienti «ratzingeriani». I quali ritengono che la convocazione di Assisi - voluta da Benedetto XVI senza subire pressioni né suggerimenti – non sia in linea con il suo stesso pontificato, con le sue linee programmatiche..." (Vatican Insider).
Per Tornielli dunque sono gli stessi "ambienti ratzingeriani" ad avere paura di una nuova Assisi. Personalmente, non posso che confermarlo. Sono più d’uno gli uomini che a papa Benedetto XVI si richiamano che hanno plaudito, con discrezione, il nostro manifesto, perché temono che un'altra Assisi generi ulteriori confusioni nel già smarrito mondo cattolico.
Ha scritto dunque il cardinal Kurt Koch sull’Osservatore Romano del 7 luglio: “…Una simile "giornata di preghiera" non deve naturalmente essere fraintesa come un atto sincretistico…”. E il cardinal Bertone: “…Quest'ultimo punto era di capitale importanza: il relativismo o il sincretismo, infatti, finiscono per distruggere, anziché valorizzare, la specificità dell'esperienza religiosa. Su questo aspetto si è tornati più volte in seguito, anche a motivo di interpretazioni superficiali, che non sono mancate, di quel primo incontro di Assisi”…
E ancora: “La Giornata di Assisi si svolgerà all'insegna di quegli elementi che già caratterizzarono il primo raduno, venticinque anni fa: la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio. La preghiera sarà vissuta soprattutto nella dimensione del silenzio e del raccoglimento interiore, che si sono voluti privilegiare rispetto alle forme pubbliche di preghiera di ciascuna tradizione, in continuità con quanto avvenuto già nell'incontro del 2002. La preoccupazione per evitare anche solo l'impressione di qualsiasi relativismo non è solo cattolica, ed è particolarmente comprensibile nell'odierno contesto culturale, per molti versi refrattario alla questione della verità e per questo incline a una presentazione indifferenziata, e ultimamente irrilevante, del fenomeno religioso”. (Osservatore Romano, 3 luglio 2011).
Sembra chiaro, alla luce di questi interventi, che uomini vicini al papa, consapevoli di quello che significò Assisi 1986 (allora non apprezzato dal cardinal Ratzinger), stanno cominciando in questi tempi a mettere i puntini sulle i, per invitare i cattolici a non cadere nel sincretismo e nel relativismo religioso: appare inevitabile pensare non che lo facciano in opposizione al papa, ma, al contrario, di concerto con Lui.
Si prepara cioè, gradualmente, una qualche correzione di rotta, rispetto al passato, come è dimostrato dal fatto che non vi sarà preghiera comune, ma, dopo il “pranzo condiviso”, “preghiera personale”, come ha dichiarato apertamente il cardinal Tauran, sempre sull’Osservatore Romano; che i luoghi sacri cattolici non saranno dati ai membri di altre religioni per i loro riti (significativa la frase di Bertone: “Ci troveremo a camminare insieme per le strade di Assisi”, non per le chiese…); che verranno invitati anche atei, non credenti, a dimostrazione del fatto che ogni dialogo può essere fatto non in nome di un presunto Dio comune, quanto della comune appartenenza, di tutti, al medesimo genere umano.
Dialogo inter-umano, inter-culturale, dunque, se ciò significa confronto alla luce della ragione, ma ciò dovrebbe avvenire nel rispetto del principio di non contraddizione (una religione o è vera o è falsa, tertium non datur), e, quanto ai cattolici, benché molto spesso non sia così, del I comandamento e dell’evangelico: "Io sono la Via, la Verità e la Vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me" (Gv. 14:6). Altrimenti “mestier non era parturir Maria”…

(da Il Foglio, 21/7/2011)