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martedì 8 settembre 2015

lo scisma non è più tabù

Sinodo, lo scisma non è più un tabù
di Stefano Fontana

Scisma. La parola è rimbalzata più volte nei giorni scorsi sulle bocche del cardinale Müller (clicca qui), prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e del cardinale Kasper (clicca qui), autore della famosa relazione del febbraio 2014 ai Cardinali in cui prospettava soluzioni pastorali e disciplinari per l’ammissione dei divorziati risposati all’Eucarestia.

Ambedue hanno parlato di scisma a proposito del rapporto tra dottrina e pastorale. Il primo vede il pericolo di scisma nel fatto che la pastorale faccia passi in avanti contrari alla dottrina, il secondo lo vede nel fatto che già oggi la prassi dei cristiani non è conforme alla dottrina, come per esempio nella morale sessuale. In ambedue i casi si vede che la pastorale è in sé un grande problema dottrinale. Il Sinodo ordinario sulla famiglia dice di occuparsi di pastorale ma in realtà si occupa di dottrina. Tutti dicono che la dottrina non si tocca e dicono che bisogna parlare di problemi pastorali, poi però temono lo scisma che non nasce mai dalla pastorale, ma eventualmente dagli aspetti dottrinali della pastorale. Inutile stare al gioco delle tre carte: lo scontro è dottrinale.

Dal punto di vista giornalistico potremmo porla così: quante probabilità ci sono che il cardinale Caffarra e il cardinale Kasper, seduti l’uno davanti all’altro in uno stesso tavolo, si capiscano? Non prendo i due cardinali come capi di due partiti, ma come grandi teologi e, meglio, come simboli di due visioni teologiche. E non chiedo se le loro posizioni possano convergere, mi chiedo più semplicemente se si possano capire. Cercando di rispondere a questa semplice domanda si arriva a toccare con mano la divisione di impostazione teologica che c’è oggi dentro la Chiesa. 

A proposito del sacramento del matrimonio, il cardinale Caffarra parla di “valenza ontologica”. Ma l’aggettivo “ontologico” è incomprensibile per Kasper. Per il quale ci sono situazioni esistenziali di vita e non stati ontologici. Tra le situazioni esistenziali, però, non c’è mai opposizione ma solo differenza, mentre tra condizioni ontologiche ci può essere contraddizione. 

sabato 7 giugno 2014

cattolicesimo tipo boy scout

S'avanza il catto-pragmatismo
di Stefano Fontana04-06-2014
Se tutto è ormai piuttosto liquido e informe,impreciso nei connotati, languido e come spossato, ne nasce un cattolicesimo politico da boy scout, privo di forti identità, un cattolicesimo da escursione in montagna, da costruzione di sopraelevate, da cerchio attorno al fuoco e amicizia solidale. 




Matteo Renzi
Tre indizi fanno una prova. Dopo Avvenire e dopo il Sir, di cui abbiamo parlato due giorni fa (clicca qui), ora anche il Corriere della Sera di ieri, con un fondo di Ernesto Galli della Loggia, si impegna ad accreditare Matteo Renzi non solo come cattolico – «non si contano le foto che lo ritraggono all’uscita dalla messa domenicale, da solo o con la famiglia» – ma anche come in continuità con la Dottrina sociale della Chiesa e la storia del cattolicesimo italiano, e perfino come espressione di un cattolicesimo politico adatto ai nostri tempi, che Galli della Loggia, non si sa con quale nesso con Renzi, chiama «i tempi di papa Francesco».

Galli della Loggia ha definito quello del presidente del Consiglio Matteo Renzi un cattolicesimo politico da boy scout. Il riferimento è all’attività scoutistica del giovane Renzi, al suo comportarsi come un capo-branco (Akela) con i suoi collaboratori, al suo stile e linguaggio giovanili, alla volontà di impegnarsi in cose concrete e di provarci («fare del nostro meglio»), alla sua semplicità di approccio ai problemi, alla sua gioviale sicurezza e fiducia da bravo ragazzo che fa attraversare la strada all’Italia. 

Secondo Galli della Loggia, Renzi è espressione di un cattolicesimo politico non più legato al vecchio cattolicesimo veneto e lombardo da cui era nata anche la Democrazia cristiana e più vicino al cattolicesimo di Dossetti, La Pira, don Milani – il cattolicesimo tra il Po e l’Appennino, come egli dice – di cui però Renzi stempera le asprezze, rendendolo più dolce, meno battagliero; un cattolicesimo politico semplificato e debole, come è, a dire il vero, il cattolicesimo scout.

Devo dire che la definizione di Renzi come espressione di un cattolicesimo politico tipo boy scout è ben ritagliata. È un cattolicesimo politico ricondotto a buone azioni, stare insieme, consumare con sobrietà, rispettare l’ambiente, fare acquisti a chilometro zero. Per un cattolicesimo politico di questo genere, non credo ci sia bisogno di scomodare Dossetti, La Pira e don Milani, e meno che meno papa Francesco. È forse più semplice spiegare la cosa come esito del processo di secolarizzazione che fluidifica la politica e indebolisce il carattere cattolico dei cattolici. Se tutto è ormai piuttosto liquido e informe, impreciso nei connotati, languido e come spossato, ne nasce un cattolicesimo politico da boy scout, privo di forti identità, un cattolicesimo da escursione in montagna, da costruzione di sopraelevate, da cerchio attorno al fuoco e amicizia solidale. 

Il problema, a questo punto, è di verificare se un cattolicesimo politico tipo boy scout sia ancora un cattolicesimo politico. Se Renzi è l’Akela del Branco, allora la Boschi è Bagheera, la quale ha detto per bene come la pensa sulla famiglia senza che Akela l’abbia smentita. La secolarizzazione della religione e della politica è spietata e ingorda e, nella sua coerenza, non si ferma né si sazia mai. Dire che Renzi è un politico cattolico e constatare nel contempo che egli vuole il divorzio breve e l’adozione dei minori per le coppie omosessuali significa sostenere che un politico può definirsi politicamente cattolico anche se con la sua azione politica distrugge la famiglia. Significa recidere il legame tra «uscire dalla messa domenicale da solo o con la famiglia» e la costruzione della società tramite le leggi, le politiche, le istituzioni, ossia il significato pubblico della fede cattolica.

Questa è propriamente la secolarizzazione della politica. Quando il cattolico perde di vista che dalla sua fede emana non solo una sua testimonianza personale, ma anche un disegno sulla società e la politica, sulla città dell’uomo, allora si ha secolarizzazione della politica.

Il passaggio è in tre tappe: all’inizio i valori umani si fondano su quelli religiosi che li costituiscono e li proteggono; poi i valori umani pensano di fondarsi su se stessi differenziandosi ma senza staccarsi da quelli religiosi; infine si separano da quelli religiosi, cessando così anche di essere umani. Ci siamo illusi che fosse possibile fermarsi al secondo passaggio. Ma, come dicevo, la secolarizzazione vuole andare fino in fondo. A questo punto diventa possibile farsi fotografare uscendo da chiesa ed approvare una legge sul divorzio breve.

Leone XIII diceva che se si stacca il matrimonio civile da quello religioso finisce male anche per quello civile. Poi si è pensato che il matrimonio civile dovesse essere fondato su se stesso distinguendosi senza separarsi da quello religioso. Oggi si dice che un cattolico può essere tale anche se opera per il divorzio breve. E’ la secolarizzazione che avanza, bellezza! Però se questo è il cattolicesimo politico tipo scout di cui parla Galli della Loggia allora non è più un cattolicesimo politico, ma la sua fine.