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giovedì 29 ottobre 2015

chi è in peccato mortale è membra vive della Chiesa?

spetta al Papa – 

in conformità alla sua carica 

e nei limiti a lui fissati dal Cristo 


1. Nella Rete si stanno diffondendo articoli e commenti in merito al documento finale del Sinodo in cui si dice che si sarebbe sviluppato troppo allarmismo a riguardo del punto 85 del testo, in cui si parla dei divorziati-risposati.

2. Si dice che in questo punto non si fa alcun cenno all'Eucaristia e che inoltre nel documento stesso si ribadisce la validità della "Familiaris Consortio" di Giovanni Paolo II.

3.Ovviamente Il Cammino dei Tre Sentieri sarebbe ben contento se effettivamente l'aver parlato di conclusione preoccupante per il Sinodo si rivelasse un inutile allarmismo. Al Cammino non interessa trovare le ragioni in merito alla lettura dei fatti, ma solo amare e servire l'unica Chiesa di Cristo.

4. Detto questo, continuiamo a pensare che non di allarmismo - purtroppo - si è trattato. E questo per tre motivi. Uno riguardante il testo stesso e due riguardanti ciò che è indirettamente legato al documento.

5. Veniamo al motivo riguardante il testo e leggiamo insieme un passaggio del punto 85. Esso dice: "La loro (dei divorziati-risposati) partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo."

6. Il punto cruciale sta in una definizione che purtroppo è sfuggita a tutti coloro che si sono sentiti di parlare di "allarmismo" ma che forse non conoscono bene il linguaggio teologico (il che è ovviamente comprensibile e giustificabile). Nel testo si parla del fatto che i divorziati-risposati possono maturare fino a divenire "membra vive" della Chiesa. Il Catechismo dice che chi è in stato di peccato mortale, pur non essendo scomunicato, è "membro morto" della Chiesa. Il "membro vivo" è invece chi è in stato di Grazia. Dunque, il testo parla del fatto che i divorziati-risposati (senza alludere alla necessità di vivere in totale continenza come precisa la "Familiaris Consortio") possano, continuando a vivere la loro relazione senza modificarla, divenire "membra vive" della Chiesa, il che vuol dire essere in stato di Grazia, il che vuol dire poter ricevere l'Eucaristia.

7. Si deve infatti tener presente che nessun uomo può cambiare la legge divina. Ora, è legge divina tanto l'indissolubilità del matrimonio quanto la necessità di essere in Grazia per ricevere l'Eucaristia. Da qui la norma - del tutto logica - dell'impossibilità da parte dei divorziati-risposati di poter accedere all'Eucaristia in quanto il loro stato impedisce la vita di Grazia. Parlare di possibile evoluzione a divenire "membra vive" salva sia i princìpi della legge divina sia la volontà di ammettere costoro all'Eucaristia.

8.Veniamo adesso ai due motivi indirettamente legati al documento.

9. Se effettivamente ci fosse stato solo allarmismo, non si capirebbe perché circa 80 vescovi abbiano votato contro il punto 85 del documento; se nel testo nulla cambia rispetto a ciò che è stato insegnato prima, perché costoro hanno votato contro?

10.L'altro motivo sta nel comportamento della Sala Stampa Vaticana. Finora essa non è intervenuta a smentire il senso dei vari titoli dei giornali che hanno parlato di "apertura ai divorziati-risposati".
11. Detto questo, Il Cammino dei Tre Sentieri riafferma il desiderio di poter prossimamente scoprire di aver fatto inutile "allarmismo", nella convinzione che ciò che conta è solo lavorare per la Gloria di Dio.

In Cordibus Jesu et Mariae
Il Cammino dei Tre Sentieri



Dichiarazione a proposito della Relatio finalis del Sinodo sulla Famiglia
La relazione finale della seconda sessione del Sinodo sulla Famiglia, pubblicata il 24 ottobre 2015, lungi dal manifestare un consenso tra i Padri sinodali, è l’espressione di un compromesso tra posizioni profondamente divergenti. Vi si possono leggere sicuramente dei richiami dottrinali sul matrimonio e la famiglia cattolica, ma si notano anche delle spiacevoli ambiguità e omissioni, e soprattutto delle brecce aperte nella disciplina nel nome di una misericordia pastorale relativista. L’impressione generale che si ricava da questo testo è quella di una confusione che non mancherà di essere sfruttata in un senso contrario all’insegnamento costante della Chiesa.
 Per questo ci sembra necessario riaffermare la verità ricevuta dal Cristo sulla funzione del Papa e dei vescovi[1] e sulla famiglia e il matrimonio[2]. Lo facciamo nello stesso spirito che ci ha spinti a presentare una supplica a Papa Francesco prima della seconda sessione di questo Sinodo. 
1.     La funzione del Papa e dei vescovi
Figli della Chiesa cattolica, noi crediamo che il Vescovo di Roma, Successore di san Pietro, è il Vicario di Cristo, e allo stesso tempo Capo di tutta la Chiesa. Il suo potere è una giurisdizione in senso proprio, e nei suoi confronti i pastori come i fedeli delle chiese particolari, presi ciascuno isolatamente o riuniti insieme, anche in concilio, in sinodo o in conferenze episcopali, sono tenuti a un dovere di subordinazione gerarchica e di vera obbedienza.
Dio ha disposto così, in modo che mantenendo con il Vescovo di Roma l’unità della comunione e la professione della vera fede, la Chiesa di Cristo sia un solo gregge con un solo Pastore. La Santa Chiesa di Dio è divinamente costituita come una società gerarchica, dove l’autorità che governa i fedeli viene da Dio al Papa solo, e attraverso lui ai Vescovi che gli sono sottomessi 1.
Quando il Magistero Pontificio supremo ha dato l’espressione autentica della verità rivelata, sia in materia dogmatica sia in materia disciplinare, non spetta agli organismi ecclesiastici dotati di un’autorità di rango inferiore – come le conferenze episcopali – introdurre delle modifiche.
Il senso dei sacri dogmi che deve essere conservato in perpetuo è quello che il Magistero del Papa e dei vescovi ha insegnato una volta per tutte e non è mai permesso allontanarsene. Per questo la pastorale della Chiesa, quando esercita la misericordia, deve cominciare con il rimediare alla miseria dell’ignoranza, donando alle anime l’espressione della verità che le salva 2.
Nella gerarchia così stabilita da Dio, in materia di fede e di Magistero, le verità rivelate sono state affidate come un deposito divino agli Apostoli e ai loro successori, il Papa e i vescovi, affinché li conservino fedelmente e li insegnino con autorità. Questo deposito è contenuto come nelle sue fonti nella Santa Scrittura e nelle Tradizioni non scritte che, ricevute dagli Apostoli dalla bocca del Cristo stesso o trasmesse come di mano in mano dagli Apostoli sotto la guida dello Spirito Santo, sono giunte fino a noi.
Quando la Chiesa docente dichiara il senso di queste verità con tenute nelle Scritture e nella Tradizione, lo impone con autorità ai fedeli, perché le credano come rivelate da Dio. Ed è falso dire che spetta al Papa e ai vescovi di ratificare semplicemente quello che è loro suggerito dal sensus fidei o dall’esperienza comune del popolo di Dio.
Come abbiamo già scritto nella Supplica al Santo Padre: «La nostra inquietudine viene dalla condanna che san Pio X ha formulato, nell’enciclica Pascendi, di un simile adattamento del dogma alle pretese esigenze contemporanee. San Pio X e Voi, Santità, avete ricevuto la pienezza del potere di insegnare, di santificare e di governare nell’obbedienza al Cristo, che è Capo e Pastore del gregge in ogni tempo e in ogni luogo, e del quale il Papa deve essere il fedele Vicario sulla terra. L’oggetto di una condanna dogmatica non può diventare, con il tempo, una pratica pastorale autorizzata».
Questo fece dire a Monsignore nella sua Dichiarazione del 21 novembre 1974: «Nessuna autorità, neppure la più alta nella gerarchia, può costringerci ad abbandonare o a diminuire la nostra fede cattolica chiaramente espressa e professata dal Magistero della Chiesa da diciannove secoli. “Se avvenisse - dice San Paolo - che noi stessi o un Angelo venuto dal cielo vi insegnasse altra cosa da quanto io vi ho insegnato, che sia anatema”[3].
2.     Il matrimonio e la famiglia cattolica
Circa il matrimonio, Dio ha provveduto alla crescita del genere umano con l’istituzione del matrimonio, che è l’unione stabile e perpetua di un uomo e una donna[4]. Il matrimonio dei battezzati è un sacramento, poiché il Cristo l’ha elevato a tale dignità; il matrimonio e la famiglia sono dunque di istituzione divina e naturale.
Il fine primo del matrimonio è la procreazione e l’educazione dei figli, che nessuna volontà umana deve escludere con atti ad esso opposti. Il fine secondario del matrimonio è l’aiuto reciproco tra gli sposi e il rimedio alla concupiscenza.
Il Cristo ha stabilito che l’unità del matrimonio sarebbe stata definitiva, per i cristiani come per tutti gli uomini. Quest’unità gode di un’indissolubilità che non può mai essere sciolta né dalla volontà delle due parti, né da un’autorità umana: «ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi»[5]. Nel caso del matrimonio sacramentale dei battezzati, l’unità e l’indissolubilità si spiegano inoltre con il fatto che è il segno dell’unione del Cristo con la sua Sposa, la Chiesa.
Tutto ciò che gli uomini possono decretare o fare contro l’unità o l’indissolubilità del matrimonio non corrisponde né a quello che esige la natura né al bene della società umana. In più, i fedeli cattolici hanno il grave dovere di unirsi con il cosiddetto matrimonio civile, senza tener conto del matrimonio religioso prescritto dalla Chiesa.
Ricevere l’Eucarestia (o comunione sacramentale) richiede lo stato di grazia santificante e l’unione al Cristo tramite la carità; la comunione aumenta questa carità e significa nello stesso tempo l’amore di Cristo per la Chiesa, che è a Lui unita come Sua unica Sposa. In conseguenza, coloro che deliberatamente vivono insieme in un’unione concubinaria o anche adultera, contro le leggi di Dio e della Chiesa, dando un cattivo esempio di mancanza di giustizia e carità, non possono essere ammessi all’Eucarestia e sono considerati come pubblici peccatori: «Colui che sposa una donna ripudiata, commette adulterio»[6].
Per ricevere l’assoluzione dei suoi peccati nel quadro del sacramento della Penitenza, è necessario avere il fermo proposito di non peccare più e in conseguenza coloro che rifiutano di mettere un termine alla loro situazione irregolare non possono ricevere un’assoluzione valida[7].
In conformità alla legge naturale, l’uomo ha il diritto di usare della propria sessualità solo nel quadro di un legittimo matrimonio, e rispettando i limiti fissati dalla morale. Per questo l’omosessualità contraddice il diritto divino naturale. Le unioni compiute fuori dal matrimonio, che siano concubinarie, adultere o omosessuali, sono un disordine contrario alle esigenze della legge divina naturale e costituiscono quindi un peccato; non ci si potrebbe riconoscere alcuna parte di bontà morale, nemmeno diminuita.
Di fronte agli errori attuali e alle legislazioni civili contro la santità del matrimonio e la purezza dei costumi, la legge naturale non ammette eccezioni, poiché Dio, nella sua infinita sapienza, dando agli uomini la Sua legge, ha previsto tutti i casi e tutte le circostanze, a differenza dei legislatori umani. Così non si può ammettere la cosiddetta morale di situazione, che si propone di adattare le regole di condotta dettate dalla legge naturale alle circostanze variabili delle diverse culture. La soluzione dei problemi di ordine morale non deve essere sottomessa alla sola coscienza degli sposi o dei pastori, e la legge naturale si impone alla coscienza come regola dell’agire.
La sollecitudine del Buon Samaritano verso il peccatore si manifesta con una misericordia che non scende a patti con il peccato, come il medico che vuole aiutare efficacemente un malato a recuperare la salute non scende a patti con la malattia, ma l’aiuta a vincerla. Non ci si può liberare dell’insegnamento evangelico in nome di una pastorale soggettivista che – pur ricordandolo in termini generali – l’abolirebbe caso per caso. Non si può accordare ai vescovi la facoltà di sospendere la legge dell’indissolubilità ad casum, senza esporsi a un indebolimento della dottrina del Vangelo e a un frazionamento dell’autorità nella Chiesa. In effetti in questa prospettiva erronea quello che è affermato dottrinalmente potrebbe essere negato pastoralmente, e quello che è proibito de jure potrebbe essere autorizzato de facto
In questa confusione estrema, spetta ormai al Papa – in conformità alla sua carica e nei limiti a lui fissati dal Cristo – ribadire con chiarezza e fermezza la verità cattolica quod semper, quod ubique, quod ab omnibus [8], e di impedire che questa verità universale non sia praticamente o localmente contraddetta.
Seguendo il consiglio del Cristo: vigilate et orate, noi preghiamo per il Papa: oremus pro Pontifice nostro Francisco, e restiamo vigilanti: non tradat eum in manibus inimicorum eius, perché Dio non lo abbandoni al potere dei suoi nemici. Supplichiamo Maria, Madre di Dio, di ottenergli le grazie che gli permetteranno di essere il custode fedele dei tesori del Suo Divin Figlio.

Menzingen, 27 ottobre 2015
+Bernard Fellay
Superiore generale della F. S. S. P. X
Fonte: DICI

[1] Mt XVI, 18-19; Io XXI, 15-17; costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I.
[2] Concilio di Trento, IV sessione; Concilio Vaticano I, costituzione Dei Filius; decreto Lamentabili, n. 6.
[3] Gal. 1, 8
[4] Gn 2, 18-25.
[5] Mt 19, 6.
[6] Mt 19, 9.
[7] Leone XIII, Arcanum divinae sapientiae; Pio XI, Casti connubii.
[8] S. Vincenzo di Lerino, Commonitorium.
http://www.sanpiox.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=1679%3Adichiarazione-sul-sinodo-sulla-famiglia&catid=58&Itemid=64

venerdì 23 gennaio 2015

contraccettivi cattolici

Tanti, TANTI FIGLI

Dal Rito del Matrimonio:
Siete disposti ad accogliere con amore 
i figli che Dio vorrà donarvi
e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?




“Crescete e moltiplicatevi” questo è il primo comando che Dio Padre rivolge all’uomo e la donna subito dopo averli creati. Non ha detto loro: “Ecco, vi ho unito in matrimonio, ora fate delle belle esperienze insieme, godetevi la vita di coppia, amatevi appassionatamente e, se ve la sentite, dopo attenta valutazione, fate figli con «responsabilità» e parsimonia”. No, il Padre Eterno ha comandato espressamente e semplicemente: “moltiplicatevi, popolate la terra e soggiogatela”. Avrebbe avuto un bel da fare il nostro progenitore Adamo se avesse dovuto soggiogare la terra con 1,2 figli. Non solo, la Sacra Scrittura ci dice espressamente che Adamo chiamò la donna “Eva”, perché ella è la «madre di tutti i viventi». La donna quindi è madre per essenza; ella è madre dei “viventi”, cioè porta in sé il dono della vita. La donna è custode e “matrice” della vita, questa è la sua vocazione naturale e più alta. Non è prima lavoratrice, laureata, donna in carriera, dottore e poi, infine, mamma. No, la donna è madre prima di tutto e soprattutto, è scritto in ogni fibra del suo DNA, e soltanto corrispondendo e amando la natura che il Creatore ha stabilito per lei, realizzerà le sue più profonde aspirazioni di gioia e di amore. La sua capacità e, soprattutto, la sua generosità nel mettere al mondo i figli, rispetta la verità della sua natura più intima e profonda: la maternità.
In questo senso la cosiddetta “paternità responsabile”, entrata nel lessico e nelle coscienze dei fedeli cattolici dal Concilio Vaticano II in poi, e del tutto sconosciuta alla Chiesa di sempre, inquina e stronca ogni slancio di generosità, di umile e amorevole obbedienza a quello che è il disegno di Dio sul Matrimonio e la Famiglia. Tale paternità responsabile è ormai sinonimo di freddo calcolo e di pianificazione umana che rivela la mania d’onnipotenza che prevale nell’uomo contemporaneo, incapace di sacrificio perché privo di fede. L’adozione dei metodi naturali (Billings, Ogino-Knaus, sintotermico, naprotecnologia ecc.), divenuti a tutti gli effetti, come si preconizzava 40 anni fa, il “contraccettivo dei cattolici”, priva il Matrimonio di quella bellezza e di quella semplicità data dalla fede serena e sicura che Dio è Padre sapiente e provvidente. Molti oggi utilizzano i metodi naturali con la scusa della loro liceità e della loro “naturalità” per fare slalom fra le occasioni di fecondazione dell’ovulo. Le scuse poi addotte sono le più disparate (e sempre le stesse): la fatica, la precarietà economica, la fragilità emotiva e psichica o l’impossibilità di garantire loro un’educazione uguale per tutti e così via. In tal modo si alimentano le cattive inclinazioni e si raffredda la carità. A tal proposito dice Pio XII: “Il numero dei figli non impedisce la loro egregia e perfetta educazione; che il numero, in questa materia, non torna a discapito della qualità, sia in rapporto ai valori fisici che a quelli spirituali” (Discorso alle famiglie numerose). L’esempio dei santi d’altronde dovrebbe spronarci ad avere maggior fede e coraggio. D’altra parte non mi riferisco solo a coloro che si servono dei metodi naturali per evitare le gravidanze, ma anche a coloro che se ne servono abusandone, per cercare a tutti i costi un figlio. Il problema di fondo di questo approccio sta nell’aver trasformato in puro calcolo l’atto coniugale, privandolo di quella naturale purezza disinteressata che spinge l’uomo ad unirsi alla moglie mettendosi nelle mani di Dio, Padrone e Signore della vita. Tutto sta nell’intenzione e nella disposizione d’animo: il figlio non è un oggetto né da rifiutare né da pretendere a tutti i costi, quasi che attraverso i calcoli medico-biologici possa automaticamente e meccanicamente prodursi a comando. “Tutto in questa materia dipende dall’intenzione…se manca il sincero proposito di lasciare al Creatore di compiere la Sua opera, l’egoismo umano saprà sempre trovare nuovi sofismi ed espedienti per far tacere, se possibile, la coscienza e perpetuare gli abusi” (Pio XII, Discorso alle famiglie numerose).
Ecco l’eredità del Signore sono i figli: la sua ricompensa, il frutto del seno. Quali frecce nella mano d’un valente guerriero, tali sono i figli della gioventù. Beato l’uomo che ha appagato la sua brama con essi: non sarà confuso, quando parlerà ai suoi nemici sulla porta” (Sal 126 3-5). Le traduzioni moderne hanno trasformato l’ultimo periodo in questo modo: “Beato l’uomo che ne ha piena la faretra”, mentre l’abbate Ricciotti, traducendo direttamente dalla Vulgata di San Girolamo, dice espressamente: “Beato l’uomo che ha appagato la sua brama con essi”. Vale a dire che l’unico frutto onesto e l’unico motivo lecito per cui l’uomo e la donna possono avere rapporti coniugali è la generazione dei figli. E questa è la dottrina che la Chiesa Cattolica, su mandato di Nostro Signore, ha sempre creduto e insegnato. Oggi, invece, si preferisce usare un linguaggio “ampio”, ambiguo e fuorviante. Ciò ha portato allo sdoppiamento del fine proprio dell’atto coniugale. Espressioni quali, “mutua donazione”, “paternità responsabile”, “fine unitivo e fine procreativo”, “prudente apertura alla vita” ecc. hanno dato adito alla credenza che l’atto coniugale in sé possa essere suddiviso, o meglio separato, in due momenti distinti quello cosiddetto “unitivo” e quello “procreativo”. Purtroppo questo sdoppiamento teleologico imprudente e avventato, fornisce i presupposti assiologici per uno snaturamento dell’atto proprio del matrimonio favorendo lo slittamento verso una mentalità contraccettiva. Se infatti ci sono due fini distinti nell’atto coniugale, ciò significa che tali fini possono essere anche separati l’uno dall’altro senza intaccare l’essenza di quell’atto. Purtroppo, allo scopo di correggere il tiro, si devono produrre poi montagne di carte per precisare come questi due fini non siano in realtà separabili. Tuttavia, come la prassi comune dei fedeli, e la ricezione generale di una concezione piuttosto vaga e imprecisa dell’atto coniugale ci dimostrano, tale approccio ha aperto la strada alla rivoluzione sessuale degli anni 70. Infatti, tale terminologia equivoca e facilmente male interpretabile, nonché l’aggiunta del cosiddetto fine “unitivo” dell’atto coniugale, sono rimaste sconosciute al linguaggio definitorio del Magistero ecclesiastico fino all’avvento del Concilio Vaticano II e, a seguire, del Pontificato di Paolo VI, Giovanni Paolo II ecc.
Vediamo anche come la società contemporanea veda il trionfo della sessualità corrotta e sterile, slegata dalla sua finalità procreativa e perciò stesso profondamente stravolta e adulterata. Di recente un professore cattolico di grande fede ha giustamente dichiarato: “Tutti i rapporti sessuali oggi sono, per così dire, “omosessuali”, anche quelli che materialmente sono compiuti da un uomo e una donna, perché? Perché sono sterili, morti, snaturati, sovvertiti dall’egoismo e dalla brama di piacere che ostacola e rifiuta l’unico frutto onesto della sessualità: i figli”. In definitiva, è l’egoismo che sta alla base dell’incapacità di accogliere tutti i figli che Dio manda, e non che l’uomo e la donna stabiliscono di comune accordo, pianificando, calcolando, centellinando, soppesando. Fare figli significa dare la vita per amore di Dio, non per un proprio torna conto, significa rispondere con prontezza a ciò che Dio comanda e vuole dalle famiglie. Questa è la strada della loro santificazione, non ce n’è altra.  
L’accoglienza della vita e il sacrificarsi per l’allevamento e l’educazione cattolica dei figli è la cosa più bella e santa che un uomo e una donna, lecitamente uniti in Matrimonio, possano compiere nella propria vita. Molto più alto e perfetto di qualsiasi studio o impiego che nel mondo si possa svolgere anche in favore dell’apostolato. E la ragione di ciò risiede nel riprodurre gli attributi divini su questa terra, giacché l’essere padre e madre equivale ad imitare l’opera di Dio che crea e provvede alle sue creature.
A tal proposito, è bene spendere due parole sul cosiddetto “matrimonio giuseppino” a volte proposto sotto la veste di un “santo” proposito, ma che può facilmente nascondere una mancanza di fede o, come la chiama san Francesco di Sales, una devozione “squilibrata e insopportabile”. Chi infatti vuole consacrare la propria virginità completamente a Dio, ha già la strada dove poter praticare le virtù proprie della vita religiosa. È vero, allo stesso tempo, che due sposi possono vivere insieme senza consumare le nozze, o magari rinunciare ad avere rapporti di comune accordo, come alcuni coniugi santi hanno fatto dopo anni di Matrimonio, ma ciò non significa che quello sia il “modello” della famiglia santa né, tantomeno, il fine del Matrimonio. Bisogna credere, amare e abbracciare totalmente il fine proprio del Matrimonio che è la generazione della prole, senza restrizioni, senza ricercare l’eccezione che ci permetta di evitare il peso e la fatica del sacrificio. Giacché il coniugio, come il sacerdozio e la verginità consacrata, è una via per giungere al fine ultimo che è Dio attraverso la propria santificazione. Ora, ogni stato di vita ha le sue regole e i suoi modi seguendo i quali ci si può santificare: nel Matrimonio ci si santifica sacrificandosi per la famiglia, facendo figli ed educandoli cattolicamente, nel Sacerdozio ci si santifica dicendo Messa, confessando, amministrando i sacramenti e così via. Ma chi fugge dai doveri del proprio stato per cercare una maggior “pseudo-devozione” inganna se stesso e spreca il talento che Dio gli ha affidato, e di cui dovrà rendere conto. Come sempre, bisogna stare attenti a non fare dell’eccezione la regola. Dice Pio XI: “I genitori cristiani intendano inoltre che sono destinati non solo a propagare e conservare in terra il genere umano; anzi non solo ad educare comunque dei cultori del vero Dio, ma a procurare prole alla Chiesa di Cristo, a procreare concittadini dei Santi e familiari di Dio” (Casti Connubii). Il papa, qui sta ricordando, insieme alla perenne Tradizione della Chiesa, il compito altissimo e inestimabile che viene affidato agli sposi cristiani e che essi si assumono liberamente nel momento in cui contraggono Matrimonio: popolare il Cielo di Santi.
Ora il valore della testimonianza dei genitori di famiglie numerose non solo consiste nel rigettare senza ambagi e con la forza dei fatti ogni compromesso intenzionale tra la legge di Dio e l’egoismo dell’uomo, ma nella prontezza ad accettare, con gioia e riconoscenza gli inestimabili doni di Dio, che sono i figli, e nel numero che a Lui piace” (Pio XII, Discorso alle famiglie numerose). Quanto dovremmo ricordare a noi stessi, che la vita e la morte non sono in nostro potere, che non stabiliamo noi se e quanti figli avremo, anche se apparentemente potremmo essere fecondi e prevediamo di averne molti, riservando a noi stessi il tempo e la modalità di metterli al mondo. E che dire invece di coloro che pur desiderandone ardentemente non gli vengono concessi dal Cielo per chissà quale bene maggiore? Ma, come dice Pio XII, la disposizione umile e prontamente generosa a fare “tutto quello che Egli ci dirà” stabilisce già un terreno fertile perché Dio mandi la sua benedizione e la sua provvidenza.
Le famiglie numerose … sono la garanzia della sanità di un popolo, fisica e morale. Nei focolari, dove è sempre una culla che vagisce, fioriscono spontaneamente le virtù, mentre esula il vizio, quasi scacciato dalla fanciullezza, che ivi si rinnova come soffio fresco e risanatore di primavera…Le famiglie numerose sono le aiuole più splendide del giardino della Chiesa, nelle quali, come su terreno favorevole, fiorisce la letizia e matura la santità” (Pio XII).