domenica 8 luglio 2012

confessione

Con il peccato hai rinunziato a Cristo

Le catechesi di Don Vincenzo Carone
Catechesi XXXIII

 
L’ubbidienza è l’unico modo con cui tuo figlio può dare al tuo cuore la dimostrazione del suo amore e della sua riconoscenza. Nell’ubbidienza alla volontà di Dio tu dici a Gesù: "Io ti amo e te lo dimostro perché accetto il tuo Vangelo e vivo secondo il tuo insegnamento". L’ubbidienza stessa ti aiuta a ubbidire perché adesso sai cosa devi fare per amare il tuo Dio. L’amore con cui Gesù ti ama e la forza della sua grazia ti aiutano a rinunziare alle cose che per te é molto difficile lasciare, l’amore suo diventa il motivo unico della tua decisione, inoltre ti rende facile il sacrificio, quel sacrificio davanti al quale hai avuto tanta paura.
Se cerchi un’altra strada più facile per risolvere il problema fondamentale della tua unione con Dio, non la troverai da nessuna altra parte: “mi ama chi fa quello che gli ho detto” - “passeranno il cielo e la terra, le mie parole non passeranno mai”.
Quando hai voluto commettere il peccato, tu hai rinunziato a Cristo, adesso devi rinunziare al peccato per avere Cristo. Non fare l’errore di tanti cristiani i quali, magari con il consiglio di qualcuno che teme di dire loro la verità, si adattano a una ubbidienza formale, a un pentimento che viene espresso soltanto con le parole, manca il dolore di ave rifiutato Cristo e il desiderio di riavere il suo amore.
Vorrei farti presente che quelle poche preghiere che il sacerdote ti dice di recitare come penitenza dei tuoi peccati, sono semplicemente l’indicazione della penitenza che tu devi fare. Nei tempi passati il confessore comminava al penitente durissime penitenze per i peccati gravi, soltanto dopo che il penitente aveva fatto la penitenza impostagli, riceveva l’assoluzione. Il Concilio ha chiuso definitivamente questa pratica insieme con la pratica dei lunghi ed estenuanti digiuni. Questa norma è stata interpretata come un annullamento della gravità del peccato e come una condanna della penitenza. La verità è diversa: il fedele deve valutare il suo comportamento nei riguardi di Dio e scegliere quella penitenza che per lui è un vero disagio profondo. Il venerdì era proibito mangiare carne, a tanti piace più il pesce e facevano la penitenza mangiando quello che piace di più.
Nella vita intima di ognuno di noi attacchiamo il nostro cuore a tante cose di cui non possiamo fare a meno, in queste cose bisogna fare la penitenza, inoltre il Concilio ha detto anche che la vera penitenza sono le opere di bene, quelle che costano molti sacrifici e rinunzie.
La perdita della gravità del peccato ha portato ad allontanare i fedeli dalla confessione per cui tanti vanno alla comunione e commettono un sacrilegio. Questo disastro della vita spirituale ha portato i cristiani a non considerare peccato da evitare tutto quello che il benessere offre per una vita “felice” e per sostenere la liberà dell’uomo e della donna.
Fratello mio, questa è la strada che ha trascinato la Chiesa nel baratro dell’autodistruzione.
Non poteva essere diversamente perché abbiamo cacciato via Cristo e abbiamo affidato la nostra vita alla guida di satana.
Adesso seguiamo tutti le indicazioni che il Papa ci darà e nella Chiesa tornerà il cristianesimo vero.

Don Vincenzo Carone.
Fonte: http://orantidistrada.blogspot.it/2012/07/con-il-peccato-hai-rinunziato-cristo.html
 
 

aborto

La 194 è una legge giusta?

Il prof. Mario Palmaro ci parla della legge sull’aborto.


sabato 7 luglio 2012

J.S. Bach - Fantasia and Fugue in G minor BWV 542 - Fugue

BUON ASCOLTO!


riforma della riforma

NON È QUESTIONE DEL LATINO MA DELLA FEDE



Pubblichiamo un "vecchio" articolo del 2007 di Antonio Socci - scritto a ridosso dell'entrata in vigore del Motu Proprio - che ci pare ancora molto interessante e attuale.

di Antonio Socci
Era il 1971 e il teologo Joseph Ratzinger – che pure era stato un uomo del Concilio – denunciò l’immane disastro "progressista" del post Concilio, indicando a chiare lettere la grave responsabilità di tanti Vescovi: "In base a queste istanze (progressiste), anche a dei Vescovi poteva sembrare ‘imperativo dell’attualità’ e ‘inesorabile linea di tendenza’, deridere i dogmi e addirittura lasciare intendere che l’esistenza di Dio non potesse darsi in alcun modo per certa (…). Per questo sono certo che si preparano per la Chiesa tempi molto difficili. La sua crisi vera e propria è solo appena cominciata". E infatti la crisi è divampata e a farla esplodere è stato innanzitutto l’attacco alla liturgia che della Chiesa è il cuore.
Da cardinale tutore della fede, nel 1997, Ratzinger scriverà: "sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo, dipende in gran parte dal crollo della liturgia". E oggi, da Papa, egli regala alla Chiesa un giorno storico. Il 14 settembre infatti entra in vigore il Motu proprio con cui Benedetto XVI ha restituito ai fedeli la libertà di partecipare alla cosiddetta liturgia tridentina, la liturgia di sempre della Chiesa.
Attenzione: non è solo questione del latino (perché anche la riforma del 1969 ha la sua messa in latino). Né è questione che interessa solo i cosiddetti tradizionalisti. E’ molto di più: la notte dell’autodemolizione progressista e modernista della Chiesa sta finendo.Un grande teologo come Von Balthasar -che Papa Wojtyla volle cardinale- pur essendo anch’egli uomo del Concilio scrisse: "Stranamente a causa di questa falsa interpretazione si ha la sensazione che la liturgia post-conciliare sia divenuta più clericale di quanto non fosse nei giorni in cui il sacerdote era un semplice servitore del mistero che veniva celebrato!".Da oggi ai cristiani viene finalmente restituita la libertà di pregare (e di credere) come la Chiesa dei loro padri e dei Santi ha pregato (e creduto) per 19 secoli. Una libertà loro sottratta da Vescovi e chierici "progressisti" dispotici che prima hanno (arbitrariamente) presentato la riforma liturgica del 1969 come un’abolizione del rito tradizionale della Chiesa e poi hanno sabotato lo speciale indulto chiarificatore di Giovanni Paolo II del 1984 e del 1986.
Ora Benedetto XVI – preso atto del boicottaggio dei Vescovi – ha ordinato loro di riconoscere i diritti dei fedeli. Un passo grandioso che porterà frutti sorprendenti alla Chiesa. Ma, ancora una volta, diversi Vescovi stanno cercando di disobbedire al Papa con la ribellione esplicita o con qualche trucco dialettico. A dare il la come al solito è stato il cardinal Martini che – ormai nei panni dell’Antipapa – ha tuonato che lui non avrebbe mai celebrato nel rito tradizionale per "quel senso di chiuso che emanava dall’insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva".
Così, forte del fallimento pastorale progressista (e del suo episcopato), Martini ha liquidato secoli di santità: la Chiesa dove sono fioriti i più grandi santi, da Caterina a Francesco, da Carlo Borromeo a Francesco Saverio e Teresina di Lisieux, da Massimiliano Kolbe a Padre Pio, darebbe "un senso di chiuso" rispetto alla chiesuola progressista, fatta – immagino - di cattocomunisti, ecumenisti scatenati e teologi della liberazione.
La grandiosa liturgia cattolica per la quale geni come Mozart, Michelangelo e Caravaggio hanno creato capolavori darebbe un’idea di "chiuso" rispetto agli sciamannati schitarramenti postconciliari con i più indecenti abusi liturgici. Ma subito a coda di Martini ha preso il coraggio del boicottaggio furbesco anche l’attuale Vescovo di Milano Tettamanzi (scottato dal conclave del 2005 da cui voleva uscire Papa) e altri Vescovi, tra i quali va citato quello di Pisa per la sua aperta opposizione al Papa (da monsignor Plotti aspetto ancora che mi spieghi il senso della Cattedrale a pagamento, come fosse un museo).
Per avere un’idea di cosa sia la "chiesa progressista" bisogna leggere un articolo apparso l’altro ieri sulla Repubblica. Parlava dei funerali dei bimbi rom, morti in un incendio a Livorno, celebrati dal pope ortodosso nella Cattedrale cattolica della città toscana. Monsignor Razzauto, amministratore diocesano con funzioni di Vescovo, che ha concesso la cattedrale ha dichiarato: "se, per motivi speciali, o per mancanza di spazio, ne avessero bisogno non avrei alcun problema a mettere a disposizione la cattedrale anche agli islamici". Avete letto bene: la Cattedrale cattolica a disposizione per dei riti islamici.
I commenti – teologici e canonici – li lascio alle autorità vaticane. Vorrei sottolineare però che questo clero così ecumenico e aperto è lo stesso che poi, per decenni, ha negato le chiese ai fedeli cristiani per celebrare la Messa tradizionale. In un’altra città toscana un Vescovo ha negato la Cattedrale addirittura ad un cardinale perché avrebbe celebrato, com’era sua facoltà, la Messa tridentina.
Nella ribellione dei Vescovi c’è un’opposizione al Papa che viene da lontano.
Al Concilio don Giuseppe Dossetti, passato dalla politica italiana alle smanie riformatrici della Chiesa, provò a dimostrare che il Vescovo ha il potere di giurisdizione con l’ordinazione stessa, a prescindere dal fatto che lo riceva dal Papa. Se questa idea fosse stata accolta la Chiesa Cattolica si poteva trasformare in chiesa episcopaliana col Papa ridotto a coordinatore. Invece fu bocciata e Dossetti fu rimosso da Paolo VI. Ma i Vescovi progressisti non hanno mai rinunciato alle loro pretese.
Paolo VI, negli ultimi anni, era diventato una voce che grida nel deserto. L’allora patriarca di Venezia Albino Luciani fu tra i pochi che cercò si opporsi alla dissoluzione: "Sarebbe ora di affermare coraggiosamente che voler essere col Papa non è deteriore complesso di inferiorità, ma frutto dello Spirito Santo". Con Wojtyla il papato ritrovò vigore. Ma ricordo l’ottimo don Divo Barsotti che in un’intervista del 1985 mi diceva: "C’è un grande pericolo, il disgregamento dell’unica Chiesa di Cristo.
I viaggi del Papa, secondo me, esprimono questa drammatica preoccupazione. Il papato negli anni recenti era stato umiliato e isolato. Nessuno voleva più sentir parlare del Papa, soprattutto i Vescovi …". E poi aggiungeva: "ancora non si è superato questo dramma. Ci sono ancora Vescovi che resistono al Papa".
Giustamente Barsotti sottolineava che il Vescovo ha diritto di essere seguito dai fedeli, ma se è in comunione col Papa. Altrimenti fa una sua chiesuola. Lealtà vorrebbe che un Vescovo in disaccordo col Papa si dimettesse. Ma di rinunciare al loro potere clericale non vogliono sentirne parlare. Anzi, purtroppo continuano tuttora a essere nominati Vescovi di area "progressista" che promettono di continuare questa deriva. Perché la burocrazia clericale è ancora in loro potere.
Cosa temono dalla libertà? Perché vogliono impedire al popolo cristiano di pregare come la Chiesa ha pregato per due millenni? Perché nella Chiesa "lex orandi, lex credendi". La Liturgia esprime la dottrina cattolica ortodossa ed è la vera fede che affascina e attrae. Mentre la loro stagione è quella del passato, quella – come denunciò il cardinal Ratzinger – dove i cristiani erano "portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina". In quel memorabile discorso di apertura del Conclave, Ratzinger aggiungeva, amaramente: "Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero...
La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro". Benedetto XVI ora cerca invece di ancorarla alla roccia della tradizione ortodossa. E anche se il "partito clericale" gli ha dichiarato guerra, ha con sé il popolo cristiano.

Fonte: Libero 19-9-2007

venerdì 6 luglio 2012

summurum pontificum

7 luglio 2012,
V anniversario del Motu Proprio
Summorum Pontificum
sull'uso della liturgia romana antica
 
 

 
"Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto".
(Benedetto XVI, Lettera di accompagnamento al Motu Proprio Summorum Pontificum)

“Particella di Dio”? … ma mi faccia il piacere!

(di Enzo Pennetta su Libertà e Persona del 05-07-2012)

Mentre tutti i media danno giustamente ampio risalto alla scoperta del bosone di Higgs, quello che stona è proprio il nome inadatto con il quale esso viene indicato “Particella di Dio”. Un nome che non piaceva allo stesso Higgs, ma che si piegava alle esigenze di marketing creando però un’inaccettabile confusione nell’opinione pubblica.
Nonostante il gran parlare che se ne sta facendo in questi giorni, probabilmente se domandassimo al primo che passa per strada cosa è il bosone di Higgs difficilmente potremmo ricevere una risposta minimamente soddisfacente. Quello che però tutti sanno è che è stata trovata la “particella di Dio“, fatto che non può che essere clamoroso. Sarebbe interessante che qualche agenzia di sondaggi verificasse cosa sta giungendo nel pensiero comune da tutta questa vicenda.
Proviamo a fare delle ipotesi:
1- Si potrebbe credere che tale particella possa risolvere tutti gli interrogativi sui come e perché dell’universo e che essa possa quindi sostituirsi alla divinità dimostrando che Dio non esiste, vedi UAAR: Trovato il bosone di Higgs. Possiamo smetterla di chiamare la nostra ignoranza “Dio”? e la sua degna esponente Margherita Hack che su La Repubblica dichiara:”Il bosone è Dio”
2- Si potrebbe pensare che finalmente abbiamo catturato veramente una parte di Dio.
3- In alternativa si potrebbe pensare che comunque sia dimostrata scientificamente l’esistenza di Dio.
Il ragionamento (razionalista per definizione) dell’UAAR e quello della HACK sono talmente puerili da destare imbarazzo, quest’ultima ha infatti affermato:
L’astrofisica Margherita Hack commenta con soddisfazione la notizia che ha fatto il giro del mondo questa mattina a partire dal Cern di Ginevra, la scoperta del bosone di Higgs, soprannonimato la particella di dio. ”Io lo chiamo addirittura dio”, ha detto la Hack intervistata dal magazine online BabylonPost. ”Poiche’ e’ la particella che spiega come si forma la materia delle altre particelle e siccome queste sono quelle da cui poi deriva tutto – le stelle, gli elementi che abbiamo sulla terra, compresi quelli che compongono gli esseri umani – questa particella e’ veramente dio”.
Margherita Hack evidentemente non ha ben chiari i concetti che sono alla base del “come” e del “perché” che fanno la differenza tra scienza sperimentale e religione, del resto non potremmo spettarci molto da una persona che ha proposto la “cosmopetologia” paragonando il Big Bang ad una “Grande Scorreggia“.
Tutte le persone con un minimo di buon senso, pur senza una preparazione scientifica, hanno certamente subito compreso che con il concetto di Dio il bosone non ha a che vedere niente di più e niente di meno di qualsiasi altro oggetto del mondo fisico, nessuno ha mai pensato di chiamare l’elettrone o il protone o i quark “particelle di Dio”.
Ma come nasce allora questo nome così inadatto?
Le versioni sono due:
secondo una il nome originario era The Goddamn Particle (la dannata particella), un nome che pare sia stato dato per via della difficoltà di verificare l’esistenza della particella,  e che fu cambiato da un editore che riteneva di migliore e maggiore effetto togliere “damn” e cambiarlo in The God Particle. Un dubbio…. e se fosse rimasto il nome originale adesso di cosa staremmo parlando? Qualcuno dell’UAAR o la Hack avrebbero forse ritenuto di scrivere che sarebbe stata dimostrata l’esistenza dell’Inferno?
Per coerenza avrebbero dovuto farlo.
la seconda versione sull’origine del nome, non molto diversa dalla precedente, solleva ulteriori riflessioni, tale versione viene riferita da Wired in Perché è importante il bosone di Higgs:
Perché la chiamano “ Particella di Dio”?
È per un’astuta mossa del Nobel Leon Lederman che il bosone di Higgs è soprannominato in questo modo dalla fine degli anni Ottanta. A quel tempo, Lederman era direttore del Fermilab di Chicago e sperava di ottenere i finanziamenti per costruire in Texas l’enorme acceleratore Superconducting Super Collider(mai costruito). Un nome come particella di Dio, infatti, poteva ammorbidire i deputati del Congresso. Leggenda vuole, poi, che il suo libro, pubblicato nel 1994, si dovesse intitolare, in realtà,The Goddamn Particle (la particella maledetta), e che l’editore decise di togliere damn.
Secondo questa ricostruzione il nome venne invece cambiato sempre per motivi di marketing, ma stavolta al fine di ottenere dei finanziamenti per la ricerca. Questo rimanda al problema dei modi utilizzati per ottenere dei finanziamenti, qualcosa del genere accade nel caso degli studi che inseriscono anche forzatamente il “Global warming” nelle loro finalità solo perché questo consente di attingere con più facilità ai finanziamenti.
Insomma non sarà una bella cosa ma in fondo non c’è da scandalizzarsi più di tanto che anche la fisica a volte si pieghi alle necessità di questo mondo, l’importante che quando qualcuno volesse utilizzare il termine “Particella di Dio” per strumentalizzarlo come hanno fatto la Hack e l’UAAR si risponda come il grande Totò:   …ma mi faccia il piacere!

santa Maria Goretti




6  LUGLIO
SANTA MARIA GORETTI
vergine e martire

Nacque a Corinaldo (Ancona) il 16 ottobre 1890, da una famiglia di agricoltori, che per lavoro si trasferì a Ferriere di Conca, presso Nettuno. Soprattutto dopo la morte del padre per malaria fu il sostegno della madre. Era di ottimo carattere e assidua nella preghiera. Nel 1902, per difendere la sua castità da un aggressore, preferì andare incontro alla morte e cadde trafitta da numerosi colpi. Prima di morire perdonò al suo uccisore. Fu canonizzata da Pio XII nel 1950. Il suo corpo si venera nel santuario di Nettuno, retto dai Passionisti.

INVITATORIO
Ant. Venite, adoriamo Cristo, gioia e corona delle Vergini.

SECONDA LETTURA
Dal « Discorso per la canonizzazione di santa Maria Goretti » di Pio XII, papa
(AAS 42 [1950] 581-582)
Non temerò alcun male perché tu sei con me
Come tutti sanno, questa vergine inerme dovette sostenere un'asprissima lotta: improvvisa-mente contro di lei si scatenò una torbida e cieca bufera, che cercò di macchiare e violare il suo angelico candore. Impegnata in tanta battaglia avrebbe potuto ripetere al Redentore divino le parole dell'aureo libro dell'Imitazione di Cristo: « Se sarò tentata e tormentata da molte tribolazioni non temerò finché sarà con me la tua grazia. Essa è la mia forza; essa mi dona consiglio e aiuto. È più forte di tutti i nemici ». Così sostenuta dalla grazia divina, a cui corrispondeva generosamente, donò la sua vita, ma non perse la gloria della verginità.
In questa vita di umile fanciulla, che brevemente abbiamo tratteggiato, possiamo ammirare, non solo uno spettacolo degno del cielo, ma ancora degno di essere considerato e ammirato in questo nostro secolo. Imparino i padri e le madri come bisogna educare rettamente, santamente e fortemente i figli affidati loro da Dio e come bisogna conformarli ai precetti della religione cattolica, in modo che, quando la loro virtù si troverà in pericolo, possano, con l'aiuto della grazia, uscirne vittoriosi, integri, incontaminati.
Impari la spensierata fanciullezza, la balda giovinezza a non tendere miseramente ai fugaci piaceri del senso, non agli affascinanti allettamenti dei vizi, ma piuttosto impari ad aspirare, anche tra le difficoltà, a quella cristiana perfezione che tutti possiamo raggiungere con la volontà decisa, sostenuta dalla grazia soprannaturale, con lo sforzo, la preghiera.
Non tutti certamente siamo chiamati a subire il martirio, ma tutti siamo chiamati a raggiungere la virtù cristiana. La virtù richiede forza, ché, se non arriva al grado eroico di questa fanciulla, non di meno richiede un'attenzione diuturna, diligente, da non tralasciarsi mai fino alla fine della vita. Perciò può chiamarsi quasi un lento e continuato martirio, a consumare il quale ci ammonisce la divina parola di Gesù Cristo: « Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono » (Mt 11, 12).
A questo, dunque, tendiamo tutti, sostenuti dalla celeste grazia: a questo ci inviti la santa vergine e martire Maria Goretti. Dal cielo, dove gode una beatitudine eterna, ottenga dal divin Redentore con le sue preghiere che tutti noi, secondo la nostra condizione, seguiamo il suo luminoso esempio, con volontà forte e la condotta coerente.

RESPONSORIO
Contempliamo la tua bellezza, vergine di Cristo:
* hai ricevuto dal Signore una splendida corona.
Non ti sarà tolto l'onore della verginità, non sarai separata dall'amore del Figlio di Dio:
hai ricevuto dal Signore una splendida corona.

ORAZIONE     O Dio, sostegno degli innocenti e gioia dei puri di cuore, che a santa Maria Goretti hai dato nel fiore della giovinezza la grazia e la corona del martirio, fa' che perseveriamo con la stessa fede nella via dei tuoi precetti, per godere la tua visione nel cielo. Per il nostro Signore.

santificazione del clero

PREGHIERA DEL VEN. PIO XII
PER LA SANTIFICAZIONE DEI SACERDOTI
DA RECITARSI DAI FEDELI


O Gesù, Pontefice eterno, Pastor buono, Fonte di vita, che per singolare munificenza del tuo dolcissimo Cuore ci hai dato i nostri Sacerdoti a fine di compiere in noi quei disegni di santificazione che la tua grazia ispira ai nostri cuori, noi ti preghiamo: vieni in loro aiuto con la tua misericordia soccorritrice.

Sia in essi, o Gesù, viva nelle opere la Fede, incrollabile nelle prove la Speranza, ardente nei propositi la Carità. La tua parola, raggio dell'eterna Sapienza, divenga, per la continua meditazione, l'alimento perenne della loro vita interiore; gli esempi della tua vita e della tua Passione si rinnovino nella loro condotta e nelle loro sofferenze a erudizione nostra, a luce e conforto nei nostri dolori.

Fà, o Signore, che i nostri Sacerdoti, distaccati da ogni mondano interesse e unicamente solleciti della tua gloria, persistano fedeli al dovere con pura coscienza fino all'estremo anelito. E quando con la morte del corpo rimetteranno nelle tue mani la ben compiuta consegna, abbiano in Te, Signore Gesù, che fosti in terra loro Maestro, l'eterno premio della corona di giustizia nello splendore dei Santi. Così sia. 

Die 17 Iulii 1956
Ssmus D. N. Pius div. Prov. Pp. XII benigne tribuere dignatus est partialem mille dierum Indulgentiam, a christifidelibus saltem corde contrito acquirendam, quoties supra relatam orationem devote recitaverint. Contrariis quibuslibet minime obstantibus.

N. Card. CANALI, Paenitentiarius Maior
S. Luzio, Regens


L. + S.

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XVIII,
Diciottesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1956 - 1° marzo 1957, p. 903
Tipografia Poliglotta Vaticana

giovedì 5 luglio 2012

Dulcis Christe


Dulcis Christe



Dulcis Christe, o bone Deus,
O amor meus, o vita mea,
O salus mea, o gloria mea.
Tu es Creator, Tu es Salvator mundi.
Te volo, Te quaero,
Te adoro, o dulcis Amor
Te adoro, o care Jesu.

mercoledì 4 luglio 2012

papa


Mi glorio di credere nel Papato


Con tutta l’intensità con la quale si può essere superbi di una religione radicata nell’umiltà, mi sento molto orgoglioso della mia religione: e mi danno un senso di particolare orgoglio quelle parti della mia religione, che quasi tutti chiamano superstizione.
Mi glorio d’essere incatenato da dogmi antiquati e di essere lo schiavo di credi morti (come i miei amici dediti al giornalismo ripetono con tanta ostinazione), perché so molto bene che morti sono i credi eretici e che solamente il dogma ragionevole ha una vita così lunga da poter essere chiamato antiquato.
Mi glorio di ciò che la gente chiama il mestiere, le arti del prete, perché proprio questo termine insultante, di seconda mano, esprime la verità medioevale che un prete, come ogni altro uomo, dovrebbe essere un artigiano.
Mi glorio di ciò che la gente chiama Mariolatria: fu essa che diede alla religione, nelle età più oscure, quell’elemento di cavalleria che ora trova la sua espressione nella forma ammuffita ed ammaliziata del femminismo.
Mi glorio di essere ortodosso in ciò che riguarda i misteri della Trinità e della Messa; mi glorio di credere nel confessionale; mi glorio di credere nel Papato.

G. K. Chesterton, Come essere un pazzo, in Autobiografia

martedì 3 luglio 2012


La scala santa di Santa Fe


Sappiamo bene che Dio è “Padre Onnipotente”. Sono le prime parole della nostra professione di fede. Le conosciamo e le crediamo profondamente vere. Tuttavia, capita che quando Dio, al quale “non erit impossibile omne verbum”, ossia nulla è impossibile, decide di sospendere le leggi della natura da lui stesso create, capita, dicevamo, che si resti sorpresi, quasi stupefatti dinanzi alla sua onnipotenza. Forse – parliamo per noi in prima persona – se avessimo più fede certi “prodigi” non ci scomporrebbero minimamente, li riterremmo un modo come un altro utilizzato dal Signore per manifestare il suo amore.
Il caso che stiamo per esporre ne è un esempio. Come doveroso, offriamo qualche connotato storico.
Siamo nel 1872 in America, precisamente a Santa Fe, capitale del New Mexico. Il vescovo locale, Jean Baptiste Lamy, decide di far costruire una cappella, precisamente la cappella di Loretto (sì, con due T, il nome inglese infatti suona come: Sisters of Loretto) per poter fornire un luogo di culto alle suore appena stabilitesi, dopo una peregrinazione che le vide attraversare il Sud-Ovest degli Stati Uniti, il Kentucky, il Missouri ed il Kansas.
Le suore (quattro, la superiora suor Madeleine, Suor Catherine, Suor Hilaire e Suor Robert) appena giunte sul posto iniziarono dunque ad appaltare i lavori adiacenti alla loro semplice abitazione, affinché, oltre al convento, potesse essere eretta una struttura simile alla “Sainte Chapelle” di Parigi, dunque, la prima cappella gotica ad ovest del Mississippi. Il progetto fu affidato all’architetto P. Mouly, noto per la sua perizia e capacità: aveva, tra l’altro, realizzato la cattedrale di Santa Fe. I lavori durarono cinque anni. La cappella misurava 22,5 metri di lunghezza, era larga metri 7,5 ed alta metri 25,5.
L’opera terminata era esteticamente ammirevole. La galleria, gli archi, la navata riuscivano a dare il senso del divino, a coinvolgere e a creare l’idoneo raccoglimento. Ciò che sconvolse le suore fu il doversi accorgere, di colpo, che il coro non era accessibile, dal momento che non era stata né progettata né dunque costruita una scala apposita per potervi accedere dalla tribuna. D’acchito si cercò l’architetto progettista, nel tentativo di riuscire a tamponare l’errore, ma questi era da poco deceduto.
Vennero a questo punto contattati diversi ingegneri, i quali emisero unanimemente un triste verdetto: il danno era irreparabile, lo spazio non era sufficiente alla costruzione di una scala. L’unica alternativa era costituita dalla edificazione di una nuova galleria, o, altrimenti, la costruzione di una scala a chiocciola, sicuramente in usuale.
Le suore si comportarono nell’unico modo nel quale può comportarsi un cristiano dinanzi alle difficoltà: ossia, memori dell’aforisma: «Quando pare non ci sia più nulla da fare, si può ancora pregare», decisero di iniziare una novena a San Giuseppe (sotto il cui patronato era stata posta la cappella), nella sicura speranza che il Cielo non le avrebbe abbandonate in una situazione così incresciosa. Per nove giorni e nove notti, senza sosta, elevarono preghiere al patrono dei falegnami, affinché potesse intercedere in loro favore.
Il nono giorno, inaspettatamente, si presentò alla porta del loro convento un uomo strano, con i capelli grigi, accompagnato da un asino carico di piccoli e semplici strumenti da lavoro. Questi chiese di poter conferire con su or Maddalena, la superiora, e manifestò la volontà di costruire lui stesso la scala mancante. La religiosa accolse di buon grado la proposta di quest’uomo, anche se non era stato da loro interpellato.
Il falegname iniziò a lavorare dentro la cappella e chiese di essere lasciato solo mentre si adoperava per la riuscita della sua opera. Ogni tanto, però, qualche consorella riusciva a sbirciare e la perplessità era pressoché di tutte: l’uomo, infatti, si serviva soltanto di una sega, un goniometro e un martello. Invece dei chiodi utilizzava cavicchi. Tra le stranezze notavano poi che immergeva dei pezzi di legno in secchi d’acqua: insomma, oggetti poveri e usati in maniera quantomeno atipica. Per rispetto, non vollero intromettersi e restarono ad attendere la conclusione dell’operato.
Dopo tre mesi la scala poteva dirsi pronta e se fino ad ora si poteva parlare di coincidenze, stranezze, atipicità, adesso bisognava ammettere l’inspiegabile. La scala consisteva appunto in una doppia spirale apparentemente sospesa senza punti d’appoggio, assemblata senza alcun chiodo e realizzata con una tipo di legno assolutamente sconosciuto.
Quando madre Maddalena volle pagare il carpentiere per il lavoro svolto, non riuscì a trovarlo, essendo scomparso.
Le suore volevano sdebitarsi e fecero tutto il possibile per rintracciarlo, senza alcun esito positivo. Nessuno, infatti lo conosceva né l’aveva mai visto prima di allora.
Torniamo alla scala, denominata, non dunque senza motivo “scala santa”.
Essa è composta da trentatre gradini (gli anni di Gesù) che girano su due spirali di 3600 esatti. Il fatto inconcepibile è che il tutto è senza alcun sostegno centrale. Non avendo alcun pilastro centrale per sostenerla, significa che tutto il peso deve gravare necessariamente sul primo gradino, un controsenso, assolutamente impensabile secondo le più elementari leggi della fisica e della statica. Le stesse suore temevano non poco a salire, consce del prodigio che le vedeva coinvolte.
Gli enigmi legati a quell’episodio non sono mai stati risolti: chi era quell’uomo? Da dove veniva? Come faceva a conoscere le necessità del convento? Come fece, da solo, a progettare e a realizzare la scala, una scala con la perfezione delle curve dei montanti irrealizzabile in quell’epoca? (il legno è raccordato sui Iati dei montanti da nove spacchi di innesto sull’esterno, e da sette sull’interno). Come riuscì nella sua impresa senza servirsi di chiodi e altri utensili indispensabili alla realizzazione? Come mai nessuno ebbe a sapere chi fosse? Da dove proveniva quel legno unico, che, ad oggi, nessuno sa classificare e appare sconosciuto agli studiosi? Come può una scala reggersi in equilibrio senza sostegno centrale e non crollare istantaneamente ma, al contrario, portare per decenni il peso quotidiano di centinaia di persone senza mostrare il benché minimo cedimento? Di più, senza presentare la minima traccia di usura inevitabile dopo quasi un secolo e mezzo? Le testimonianze parlano inoltre di una sorta di “leggerezza” che si avverte nel percorrere gli scalini.
La ragione non può dare risposta; forse, più semplicemente, bisogna ammettere, con Pascal, che l’ultimo stadio della ragione è riconoscere che vi sono una quantità infinita di cose che la superano.
Che sia stato veramente S. Giuseppe ad edificare quest’opera? Ciò che, in ogni caso, non lascia dubbi è l’inspiegabilità del susseguirsi degli eventi e il fatto che, ad oggi, resta un capolavoro vivente, visitato anche da non credenti i quali non possono che constatare l’oggettiva inspiegabilità della costruzione.
La scala santa attualmente attira oltre duecentocinquantamila visitatori l’anno, è meta di numerosi pellegrinaggi da ogni parte del mondo ed è da centotrentasette anni al centro del più singolare prodigio religioso architettonico mai esistito.
Matteo SALVATTI

lunedì 2 luglio 2012

madonna della bruna

2 LUGLIO
Maria santissima della BRUNA
PATRONA della Citta’
e dell’ Archidiocesi di Matera - Irsina



Liturgia Eucaristica dalla Festa della Visitazione
al 31 Maggio


O Madre della Chiesa e Madre nostra, questa comunità nel consacrarsi a Te, Ti offre: l’innocenza dei bambini, la generosità e l’ entusiasmo dei giovani, la sofferenza dei malati, la solitudine degli anziani, la fatica dei lavoratori, le angustie dei disoccupati, gli affetti coltivati nelle famiglie. Guarda, o Madre, chi ricerca il senso dell’ esistenza, il pentimento di chi è smarrito nel peccato, i propositi e le speranza di quanti vivono nell’ amore del Padre, la fedeltà dei sacerdoti,  le preghiere e il servizio delle religiose e lo zelo di chi si spende nell’ apostolato e nelle opere di misericordia. Concedi o Madre alla società civile di progredire nella solidarietà e nella giustizia, di crescere sempre nella fraternità. Aiutaci a raggiungere gli orizzonti della speranza, fino alle realtà eterne del cielo.
                                  


                                                                                                                                                                        Giovanni Paolo II a Matera, 27 4 1991



domenica 1 luglio 2012

emorroissa

EMORROISSA
 
San Pier Crisologo sull'emorroissa:

Temeva di toccare, per il rischio di subire la collera dei giudei e la sentenza della legge, senza osar [neppure] di parlare per non turbare e molestare l'udito dei circostanti e non divenire zimbello per la folla, dopo esser stata per tanti anni palestra e sgabello di sofferenze. Poiché non riusciva più a sopportare un dolore diuturno
ed incessante e la rapidi...tà... di Cristo che passava restringeva il tempo per decidere e, d'altra parte, comprendeva che a chi tace, a chi si nasconde, non è dato di guarire dal proprio male, in mezzo a questo conflitto di pensieri la donna trovò una sola via
di salvezza: rubare la guarigione, carpire in silenzio quel che non riusciva a chiedere sia per vergogna che per rispetto verso colui che stava per soccorrerla; giungere con il cuore al medico, per ciò che non meritava con il corpo; toccare la veste soltanto con
la mano della fede, sapendo che quest'inganno, dovuto non alla volontà ma ad un inevitabile pudore, non solo il perdono, ma anche la guarigione avrebbe procurato , specialmente perché pur facendo guadagnare il ladro, nessun danno produceva al derubato. Pio ladrocinio, perpetrato con la complicità e per istigazione
della fede! Ecco quando la virtù è cercata in cose contrarie: la frode, con la connivenza della fede ha ottenuto quel che cercava. Una donna si fa
avanti tra la folla che si accalca, per non esser riconosciuta, e ha presunto di poter rubare la guarigione con la sola fede, per rimanere nascosta nella persona.
Si avvicina da dietro, ritenendosi indegna di essere vista. La fede risanò in una frazione di tempo quel che in dodici anni la scienza umana non potè guarire.
La donna toccò la veste e fu guarita, fu liberata da un
male antico: infelici noi che, pur prendendo e mangiando ogni giorno il Corpo del Signore, non guariamo dalle nostre piaghe. Non Cristo manca a chi è malato, ma la fede.

preziosissimo Sangue: Salvéte, Christi vúlnera,

1 LUGLIO
PREZIOSISSIMO SANGUE
DI N. S. Gesù Cristo 





Antifona d'ingresso Ap  5, 9-10
Ci hai riscattati, Signore, con il tuo Sangue
da ogni tribù, lingua, popolo e nazione
e ci hai costituiti un regno per il nostro Dio.

Colletta    O Padre, che nel Sangue prezioso del tuo unico Figlio hai redento tutti gli uomini, custodisci in noi l'opera della tua misericordia, perché celebrando questi santi misteri otteniamo sempre i frutti della nostra redenzione. Per il nostro Signore …

Prima lettura Dal libro dell'Esodo. Es  12, 21-27
Quando il Signore vedrà il sangue sull'architrave e sugli stipiti, passerà oltre la porta.
In quei giorni, Mosè convocò tutti gli anziani d'Israele e disse loro: « Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la pasqua. Prenderete un fascio di issòpo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spruzzerete l'architrave e gli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi uscirà dalla porta della sua casa fino al mattino.
   Il Signore passerà per colpire l'Egitto, vedrà il sangue sull'architra­ve e sugli stipiti: allora il Signore passerà oltre la porta e non per­metterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire. Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. E se i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: È il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò le nostre case ». Il popolo si inginocchiò e si prostrò. Parola di Dio.


Salmo responsoriale Sal  102, 1-2. 3-4. 6-7. 8-9
Rit. Tu ci hai redenti, o Signore, con il tuo Sangue.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici. 

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie;
salva dalla fossa la tua vita,
ti corona di grazia e di misericordia.   

Il Signore agisce con giustizia
e con diritto verso tutti gli oppressi.
Ha rivelato a Mosè le sue vie,
ai figli d'Israele le sue opere.  


Buono e pietoso è il Signore,
lento all'ira e grande nell'amore.
Come il cielo è alto sulla terra,
così è grande la sua misericordia su quanti lo temono.   

Seconda lettura Eb 9, 11-15
Cristo col proprio Sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna.
Dalla lettera agli Ebrei.
Cristo, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna.
   Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca che si sparge su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il Sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente? Per questo egli è mediatore di una nuova alleanza, perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe com­messe sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati rice­vano l'eredità eterna che è stata promessa. Parola di Dio.

Canto al Vangelo
 Alleluia, alleluia.
Tu sei degno, Signore, di prendere il libro e di aprire i sigilli,
perché sei stato immolato e ci hai riscattati per Dio con il tuo Sangue.  Alleluia.

Vangelo Mc  14, 12-16. 22-26
Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue.
+ Dal vangelo secondo Marco.
Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i di­scepoli dissero a Gesù: « Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua? »,
Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca di acqua; segui­telo e là dove entrerà dite al padrone di casa: il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
   Mentre mangiavano Gesù prese il pane e, pronunziata la benedi­zione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo».
   Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell'Alleanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio ». E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Parola del Signore.
Sulle offerte
Accogli, Signore, i doni che ti presentiamo e fa' che, uniti a Cristo Gesù mediatore della nuova alleanza, rinnoviamo nel mistero l'effusione redentrice del suo Sangue. Per Cristo nostro Signore.


Prefazio
È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo nostro Signore.
   Tu l'hai mandato in questo mondo,
perché, vittima della nuova Pasqua,
liberasse il genere umano dalla potenza delle tenebre
e, purificato da ogni colpa nel suo Sangue prezioso,
il gregge disperso riconducesse a salvezza.
   Quanti sono stati lavati nel Sangue dell'Agnello
lo seguiranno e saranno partecipi
senza fine della sua gloria.
   Per questo, uniti agli Angeli e agli Arcangeli
e a tutti i Santi del cielo,
cantiamo senza fine l'inno della tua lode.
Santo, Santo, Santo, ...



Antifona alla comunione
Il calice della benedizione che noi benediciamo
è comunione con il Sangue di Cristo;
e il pane che noi spezziamo
è comunione con il Corpo di Cristo. 1 Cor  10, 16

Dopo la comunione
Signore, che ci hai nutriti con il pane della vita e il calice della salvezza, fa' che il Sangue del nostro Salvatore, effuso in questo memoriale della sua passione, sia per noi sorgente perenne di vita eterna. Per Cristo nostro Signore.

oppure:
Dio onnipotente, che ci hai nutriti con il cibo e la bevanda di salvezza, difendi da ogni male i tuoi fedeli, redenti dal Sangue prezioso del Cristo tuo Figlio, che vive e regna nei secoli dei secoli.

 Hymnus
Salvéte, Christi vúlnera,
Imménsi amóris pígnora
Quibus perénnes rívuli
Manant rubéntis sánguinis.


Nitóre stellas víncitis
Rosas odóre et bálsama,
Prétio lapíllos Indicos,
Mellis favos dulcédine.


Per vos patet gratíssimum
Nostris asylum méntibus;
Non huc furor minántium
Umquam penétrat hóstium.


Quot Jesus in prætório
Flagélla nudus éxcipit!
Quot scissa pellis úndique
Stillat cruóris gúttulas!


Frontem venústam, proh dolor!
Coróna pungit spínea,
Clavi retúsa cúspide
Pedes manúsque pérforant.


Postquam sed ille trádidit
Amans volénsque spíritum,
Pectus ferítur láncea,
Geminúsque liquor éxsilit.


Ut plena sit redémptio,
Sub torculári stríngitur;
Suíque Jesus ímmemor,
Sibi nil resérvat sánguinis.


Veníte quotquot críminum
Funésta labes ínficit;
In hoc salútis bálneo
Qui se lavat, mundábitur.


Sequens Conclusio numquam mutátur.
Summi ad Paréntis déxteram
Sedénti habénda est grátia,
Qui nos redémit sánguine,
Sanctóque firmat Spíritu.  Amen.