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lunedì 10 luglio 2017

particole D.O.C.

 
Città del Vaticano
Dalla birra al posto del vino, all’ostia «consacrata» con una spolverata di miele o con un po’ di zucchero per renderla più gustosa e meno insapore, si registrano le «leggerezze» più disparate nella celebrazione della messa. Ma ora la Chiesa dice basta agli abusi liturgici. Controllare la provenienza e la qualità del pane e vino utilizzati nella Celebrazione: devono essere «doc». Verificare inoltre l’onestà di chi li produce e il loro trattamento nei luoghi di vendita. Evitare dunque che nei supermercati finiscano alla buona negli scaffali magari con tanto di offerte speciali. Sono alcune delle indicazioni che il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinal Robert Sarah, riporta «per incarico del Santo Padre Francesco» in una lettera ai vescovi.  

Il problema nasce dal fatto che se finora il compito di confezionare le ostie e il vino per la messa era affidato ad alcune comunità religiose, «oggi questi si vendono anche nei supermercati, in altri negozi e tramite internet». E allora il Cardinale dà precise disposizioni ai presuli di «dare indicazioni in merito», per esempio garantendo la materia eucaristica mediante appositi certificati. L’ordinario - sottolinea il Vaticano - è tenuto «a ricordare ai sacerdoti, in particolare ai parroci e ai rettori delle chiese, la loro responsabilità nel verificare chi provvede il pane e il vino per la celebrazione e l’idoneità nella materia».  


Poi nella lettera si ricordano le disposizioni già stabilite per la confezione del pane eucaristico, principalmente nella forma delle ostie: deve essere pane azzimo, «esclusivamente di frumento e preparato di recente, in modo che non ci sia alcun rischio di decomposizione». Non è ammessa l’aggiunta di zucchero, frutta o miele. Come anche non sono ammesse le ostie «completamente» prive di glutine. Sono invece «materia valida - ricorda la circolare del Dicastero presieduto dal cardinale Robert Sarah - le ostie parzialmente prive di glutine e tali che sia in esse presente una quantità di glutine sufficiente per ottenere la panificazione senza aggiunta di sostanze estranee e senza ricorrere a procedimenti tali da snaturare il pane». Sì anche alla «materia eucaristica confezionata con organismi geneticamente modificati». E «va da sé che le ostie devono essere confezionate da persone che non soltanto si distinguano per onestà, ma siano anche esperte nel prepararle e fornite di strumenti adeguati». 

Non si transige sul vino che non può essere sostituito da altre bevande: «Deve essere naturale, del frutto della vite, genuino, non alterato, né commisto a sostanze estranee», ricorda la circolare del Culto Divino che esorta a fare attenzione che «sia conservato in perfetto stato e non diventi aceto. È assolutamente vietato usare del vino, sulla cui genuinità e provenienza ci sia dubbio: la Chiesa esige, infatti, certezza rispetto alle condizioni necessarie per la validità dei sacramenti. Non si ammetta, poi, nessun pretesto a favore di altre bevande di qualsiasi genere, che non costituiscono materia valida».  

Per i sacerdoti che hanno avuto problemi di alcolismo, la messa deve essere celebrata col mosto e non col vino.  

Quanto al mosto, «il succo d’uva - ammonisce la circolare - sia fresco, sia conservato sospendendone la fermentazione tramite procedure che non ne alterino la natura (ad es. congelamento), è materia valida per l’Eucaristia».  

Sarah suggerisce che «una Conferenza episcopale possa incaricare una o più congregazioni religiose oppure un altro ente in grado, di compiere le necessarie verifiche sulla produzione, conservazione e vendita del pane e del vino per l’Eucaristia in un dato Paese e in altri paesi in cui vengono esportati». Si raccomanda «anche - conclude la lettera - che il pane e il vino destinati all’Eucaristia abbiano un conveniente trattamento nei luoghi di vendita». 

Spiega don Claudio Magnoli, nominato dal Papa consultore della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, responsabile del servizio per la pastorale liturgica dell’arcidiocesi di Milano: «Dopo il Concilio di Trento c’è stata, a livello teorico, una riflessione sull’opportunità di continuare a utilizzare il pane e del vino nella celebrazione dell’Eucaristia. Effettivamente, in alcune parti del mondo manca la materia prima, a volte si sostituisce il pane di frumento con altri tipi di cereali. Dopo svariate discussioni, la Chiesa ha stabilito che non si può cambiare la materia prima».  

Regole chiare, spiega don Magnoli, non tanto in nome di una imposizione: «Che negli anni si sia registrato qualche abuso è una oggettività. In Olanda, per esempio, risulta che qualche sacerdote abbia celebrato la messa con la birra al posto del vino. Gesù non ha dato un’impegnativa assoluta ma quella era la materia prima della tavola comune e quella deve rimanere. L’ostia potrà anche risultare un po’ insapore ma il sapore lo dà Gesù, ho sempre spiegato ai ragazzi».  

Abusi a parte, illustra ancora don Magnoli, «c’è anche una preoccupazione preventiva legata a chi produce la materia prima. Un po’ per la crisi di vocazioni di suore, che si sono sempre occupate della preparazione del pane per l’Eucaristia, un po’ per il fatto che in alcune parti del mondo c’è chi si affida ad aziende esterne, si è sentita la necessità di ricordare regole precise e giuste». 

E l’agricoltura italiana può offrire alla Chiesa la migliore qualità per una celebrazione eucaristica «Doc» con il primato conquistato in Europa per numero di vini con indicazione geografica (73 Docg, 332 Doc e 118 Igt), la leadership comunitaria con quasi 60mila imprese che coltivano biologico, ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma e la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (Ogm) che trova concordi quasi 8 cittadini su dieci (76%). È quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’invito a controllare la provenienza e la qualità del pane e vino utilizzati nella messa, l’onestà di chi li produce e il loro trattamento nei luoghi di vendita contenuto nella lettera ai vescovi di Sarah. L’agricoltura «italiana – conclude la Coldiretti - è diventata la più green d’Europa ed è responsabilizzata nel superare la crisi ecologica e nel difendere la relazione tra uomo e ambiente nel solco tracciato dall’Enciclica “Laudato si’” di papa Francesco».

giovedì 9 marzo 2017

soli con Gesù solo

Come e perché stare da soli davanti all’Eucaristia?

Guida per l'adorazione del Santissimo Sacramento

 

 


“Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qui, mentre io prego”. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Poi, andato un pò innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora” (Mc 14, 32-34).
Secondo il Vangelo di San Giovanni, Gesù ha usato le parole “giorno” e “ora”. La parola “giorno” si collega a Dio, “ora” al maligno.
La parola “ora” appare sette volte nel Vangelo di Giovanni, sempre in riferimento al demonio e ai momenti in cui Cristo è stato nelle mani degli uomini.
Gesù dice ai suoi apostoli: “Non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?” In altre parole, Gesù ha volto che passassero un’ora di riparazione per combattere l’ora del male.
Quanto all’ora dolorosa di Gesù, a Paray le Monial (da dove è partita la devozione moderna al Sacro Cuore) Santa Margherita Maria Alacoque ha ricevuto da Gesù questo mandato: “Tutte le notti dal giovedì al venerdì ti farò partecipare alla stessa tristezza mortale che volli provare nell’Orto degli Ulivi”.
Se la devozione al Cuore di Gesù non si centra sull’Eucaristia è quindi una devozione tronca, perché la devozione al Cuore di Gesù ha come espressione concreta il fatto di stare in atteggiamento di adorazione davanti al Santissimo.
In un’enciclica sull’espiazione che tutti devono al Sacro Cuore di Gesù, papa Pio XI ha indicato che “in riparazione di tali colpe Egli, tra molte altre raccomandazioni, fece queste specialmente come a sé graditissime: che i fedeli con tale intento di riparazione si accostassero alla sacra mensa – che si dice appunto ‘Comunione Riparatrice’ – e per un’ora intera praticassero atti e preghiere di riparazione, il che con tutta verità si dice ‘Ora Santa’: devozioni, queste, che la Chiesa non solo ha approvato, ma ha pure arricchito di copiosi favori spirituali” (Miserentissimus Redemptor, 9).
La preghiera personale per un’ora davanti al Santissimo Sacramento, esposto o meno, consiste fondamentalmente in questo: accompagnare con il cuore il Signore nei suoi ultimi istanti e cercare di assimilare l’amore che ha posto in essi per noi.
È quindi un’ora per imparare da Gesù, ringraziare per il suo sacrificio e corrispondere al suo amore.
In questo senso, si dice che l’adorazione davanti al Santissimo Sacramento è il prolungamento della Messa.
E cos’è la Messa? È l’attualizzazione incruenta del sacrificio di Cristo sulla croce. L’adorazione del Santissimo Sacramento in spirito e verità è quindi una partecipazione all’opera della Redenzione e non una semplice devozione.

“Ricordino inoltre i fedeli che con questa orazione dinanzi a Cristo Signore presente nel Sacramento, essi prolungano l’intima unione raggiunta con lui nella comunione e rinnovano quell’alleanza che li spinge a esprimere nella vita ciò che nella celebrazione dell’Eucaristia hanno ricevuto con la fede e il sacramento. Procurino quindi, sostenuti dalla forza del cibo celeste, di trascorrere tutta la loro vita in rendimento di grazie, partecipi come sono della morte e risurrezione del Signore. Ognuno pertanto sia sollecito nel compiere opere buone e nel piacere a Dio, proponendosi di animare il mondo di spirito cristiano e di farsi tra gli uomini testimone di Cristo in ogni situazione” (Decreto sul culto eucaristico al di fuori della Messa).
È importante stare davanti al Santissimo e concentrare lo sguardo su di Lui per crescere nella fede contemplando assiduamente il suo amore e identificarci così con Lui.
È quello che ci ricorda San Paolo: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria…” (2 Cor 3, 18).
Stare alla presenza del Santissimo è come uscire a scaldarci un po’ al sole, assorbire i suoi raggi e ricevere vita; non a caso, la maggior parte dei tabernacoli raffigura il sole con i suoi raggi.
E come il sole è la fonte naturale dell’energia che dà vita, Gesù sacramentato è la fonte soprannaturale di ogni amore e di ogni grazia.
Stare alla presenza del Signore genera un’amicizia intima con lui che ci entusiasma nella vita, cosa che non fanno molte azioni come ad esempio lo studio teologico e/o l’azione apostolica. Questo è conseguenza di quello.
Né la formazione teologica né l’esperienza personale sono di per sé sufficienti per mantenerci innamorati di Gesù Cristo.
Dobbiamo quindi conoscere di più Gesù Cristo, e per questo il trattamento personale con Lui è fondamentale. E ricordiamo che il verbo “conoscere” nel linguaggio biblico significa “amare”.
Trascorrere un’ora davanti al Signore sacramentato è promuovere un incontro personale e profondo con Lui. Egli ci invita costantemente ad avvicinarci a Lui, a conversare con Lui, a chiedergli le cose di cui abbiamo bisogno e a sperimentare la benedizione della sua amicizia.
L’ora di adorazione si può offrire per vari motivi, soprattutto per la conversione dei peccatori.

“È bello intrattenersi con Lui e, chinati sul suo petto come il discepolo prediletto (cfr Gv 13,25), essere toccati dall’amore infinito del suo cuore. Se il cristianesimo deve distinguersi, nel nostro tempo, soprattutto per l”arte della preghiera’, come non sentire un rinnovato bisogno di trattenersi a lungo, in spirituale conversazione, in adorazione silenziosa, in atteggiamento di amore, davanti a Cristo presente nel Santissimo Sacramento?” (enciclica Ecclesia de Eucharistia, 25).
Per l’ora di adorazione personale la Chiesa non ha stabilito nulla; ciascuno gestirà la propria ora di adorazione come meglio crede, e senza guardare l’orologio la terminerà quando penserà di aver finito.
Ciascuno compirà lo sforzo di avvicinarsi misticamente, ad esempio, al significato della grande umiliazione del Signore e del suo sacrificio valorizzato poco o nulla, corrisposto poco o nulla, ecc.
Forse possiamo iniziare visitando il Santissimo per qualche minuto al giorno due o tre giorni a settimana. L’ideale è rendere la visita al Santissimo un’abitudine quotidiana di un’ora che porterà molti frutti nella nostra vita spirituale.
Quando ci troviamo alla presenza di Gesù sacramentato, la prima cosa è compiere un atto di fede e prendere coscienza del fatto che Dio è davvero lì presente.
E per iniziare abbiamo bisogno di silenzio interiore e raccoglimento per fargli visita.
Anche se è vero che possiamo pregare con le parole che ci attraversano spontaneamente il cuore, quando andiamo a visitare il Signore Gesù per un tempo più prolungato aiuta moltissimo preparare la nostra visita.
Ci sono molti devozionari eucaristici che si possono utilizzare a questo scopo e nei quali troveremo testi preziosi, preghiere di santi, preghiere della Chiesa, ecc.
Le possibilità sono molto varie e ci aiuteranno a mantenerci concentrati senza distrarci.
Il fedele si può anche far aiutare da alcune pie devozioni che farà in silenzio e con l’atteggiamento che ritiene più conveniente senza infastidire gli altri fedeli che stanno svolgendo la propria ora di adorazione.
Queste devozioni possono essere leggere il Vangelo, soprattutto l’agonia del Signore, e poi meditare su quanto si è letto oppure recitare la Via Crucis, con momenti di meditazione, o ancora recitare i misteri dolorosi del Rosario accompagnati da qualche meditazione.
Quanto alle devozioni, si possono compiere indipendentemente dall’ordine, così come se ne possono seguire varie o una sola.
Leggendo il Vangelo, bisogna tener conto del fatto che il Signore di cui parla il testo sta davanti al fedele in adorazione.
La presenza del Signore nel Santissimo non va quindi mai dissociata dalla lettura che facciamo, né dal Rosario che recitiamo. Non deve accadere che da un lato ci sia la persona con la sua preghiera e dall’altro il Signore da solo.
Tornando al Vangelo, è assai raccomandabile la Lectio Divina, pratica molto antica che consiste nel pregare con la Parola di Dio.
A volte può capitare che i fedeli si possano sentire stanchi o contrariati per quello che devono affrontare nella vita o nella loro giornata, o che stiano passando per una prova molto seria.
In questi casi non si fa nulla e/o non si dice nulla. È sufficiente identificarsi con il Signore sofferente, sedersi e riposare un po’ alla sua presenza e in sua compagnia, offrire al Signore il dolore personale per permettere che la sua consolazione tocchi il cuore e lo riempia di pace interiore, e ricevere la sua ispirazione divina per trovare la luce nelle circostanze difficili.
Si può anche pregare con i salmi appropriati alla situazione che si sta vivendo.
Ecco poi tre raccomandazioni:
1. Stare attenti. Non favorire distrazioni – ad esempio, spegnere il cellulare.
2. Ricordare che non si tratta di un’ora di lettura.
3. Rimanere vigili. Alternare le posizioni – sedersi, inginocchiarsi, fermarsi con rispetto. Non mettersi in una posizione che favorisca il sonno.
Come si diceva in precedenza, non c’è un “rituale” da vivere a livello personale, ma anche così, a mo’ di proposta, il fedele può tener conto di questo schema che desidero condividere:
1. Il fedele fa il segno della croce.
2. Preghiera di preparazione (spontanea o proposta).
3. Lettura spirituale (scelta libera) e meditazione. Lectio divina.
4. Santo Rosario e/o Via Crucis e/o Liturgia delle Ore.
5. Preghiera personale. Privilegiare questo momento.
6. Comunione eucaristica spirituale (attraverso una preghiera personale proposta).
7. Stare davanti al Santissimo.
8. Lodi.
9. Preghiera finale (personale o proposta).
10. Il fedele fa il segno della croce.

Nella preghiera personale, il punto 5, più che parlare al Signore, è creare un momento di silenzio.
Il silenzio è capace di aprire uno spazio interiore nel più intimo di noi stessi per far sì che lì agisca Dio, perché la sua Parola resti in noi, perché l’amore per Lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore e animi la nostra vita.
In questo momento conviene non tirar fuori tante preghiere scritte quanto ascoltare. Non diciamo: “Senti, Signore, che il tuo servo ti parla”, ma “Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta”.
Chiaramente non è facile fare silenzio perché portiamo dentro di noi molto rumore, e c’è ancora più rumore a livello esteriore, ma adorando si impara ad adorare, e il silenzio interiore un giorno arriverà.
Bisogna lasciarsi amare e abbracciare dal Signore in ogni momento di adorazione. Entrare nella sua intimità significa questo.

PREGHIERA DI PREPARAZIONE:


O dolcissimo Gesù, che, nascosto sotto i veli eucaristici, ascolti pietoso le nostre umili suppliche, per presentarle al trono dell’Altissimo, accogli ora benignamente gli ardenti aneliti dei nostri cuori. Illumina le nostre intelligenze, sorreggi le nostre volontà, rinvigorisci la nostra costanza e accendi nei nostri petti la fiamma di un santo entusiasmo, affinché, superando la nostra piccolezza e vincendo ogni difficoltà, sappiamo renderTi un omaggio meno indegno della tua grandezza e della tua maestà, più adeguato alle nostre ansie e ai nostri santi desideri. Amen. (Pio XII)

COMUNIONE EUCARISTICA SPIRITUALE:

Gesù mio, credo che tu stai nel Santissimo Sacramento. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. (Pausa in silenzio per l’adorazione)
Come già venuto io ti abbraccio, e tutto mi unisco a te. Non permettere che io mi abbia mai a separare da te. Amen. (Sant’Alfonso Maria de’ Liguori)
 
Oppure:
Credo, Gesù mio, che tu sia il Figlio del Dio vivente, che sei morto sulla croce per me e che ora sei reale e veramente presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare. Ti chiedo perdono per tutti i miei peccati. Ti amo al di sopra di tutte le cose e desidero riceverti. Vieni nel mio cuore. Ti abbraccio. Non separarti mai da me.
 
Oppure:
Signore, vorrei riceverti con quella purezza, umiltà e devozione con cui ti ha accolto la tua santissima Madre; con lo spirito e il fervore dei santi.
Giaculatoria: Signore mio e Dio mio!
 
Oppure:
Eterno Padre, ti offro il Sangue, l’Anima, lo Spirito, il Corpo e la Divinità preziosissima di tuo Figlio Gesù in espiazione dei miei peccati, dei peccati del mondo intero e delle necessità della nostra Santa Chiesa cattolica. Amen.

DAVANTI AL SANTISSIMO:

Cinque Padre Nostro, Ave Maria e Gloria (per le cinque piaghe).

LODI:

Dio sia benedetto
Benedetto il Suo santo Nome.
Benedetto Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo.
Benedetto il Nome di Gesù.
Benedetto il Suo sacratissimo Cuore.
Benedetto il Suo preziosissimo Sangue.
Benedetto Gesù nel SS. Sacramento dell’altare.
Benedetto lo Spirito Santo Paraclito.
Benedetta la gran Madre di Dio, Maria Santissima.
Benedetta la Sua santa e Immacolata Concezione.
Benedetta la Sua gloriosa Assunzione.
Benedetto il Nome di Maria, Vergine e Madre.
Benedetto S. Giuseppe, Suo castissimo Sposo.
Benedetto Dio nei Suoi Angeli e nei Suoi Santi.


PREGHIERA FINALE:

Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo
Tu sei il rivelatore di Dio invisibile,
il primogenito di ogni creatura, il fondamento di ogni cosa;
Tu sei il maestro dell’umanità
Tu sei il Redentore, tu sei nato, sei morto, sei risorto per noi;
Tu sei il centro della storia e del mondo;
Tu sei colui che ci conosce e ci ama;
Tu sei il compagno e l’amico della nostra vita;
Tu sei l’uomo del dolore e della speranza;
Tu sei colui che deve venire
e che deve essere un giorno il nostro giudice,
e, noi speriamo, la nostra felicità in Te. Amen. (Paolo VI)

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

martedì 4 ottobre 2016

eravamo cristiani e cattolici


per la Comunione spirituale

Gesù mio, credo che voi state nel SS. Sacramento. V'amo sopra ogni cosa e vi desidero nell'anima mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente al cuore mio. Come già venuto io v'abbraccio, e tutto mi unisco a voi. Non permettete ch'io m'abbia mai a separare da voi.
E più breve
Vi credo, Gesù, nel SS. Sacramento, v'amo e vi desidero. Venite al cuore mio. Io v'abbraccio, non vi partite più da me.

PREGHIERA A GESÙ DA RECITARE IN PRINCIPIO D'OGNI VISITA

Signor mio Gesù Cristo, che per l'amore che portate agli uomini ve ne state notte e giorno in questo Sacramento tutto pieno di pietà e d'amore, aspettando, chiamando ed accogliendo tutti coloro che vengono a visitarvi; io vi credo presente nel Sacramento dell'altare; vi adoro dall'abisso del mio niente, e vi ringrazio di quante grazie mi avete fatte, specialmente di avermi donato voi stesso in questo Sacramento, d'avermi data per avvocata la vostra santissima Madre Maria e d'avermi chiamato a visitarvi in questa chiesa. Io saluto oggi il vostro amantissimo cuore, ed intendo salutarlo per tre fini: prima in ringraziamento di questo gran dono. Secondo per compensarvi tutte le ingiurie che avete ricevute da tutti i vostri nemici in questo Sacramento. Terzo intendo con questa visita adorarvi in tutt'i luoghi della terra, dove voi sacramentato ve ne state meno riverito e più abbandonato. Gesù mio, io v'amo con tutto il cuore. Mi pento d'avere per lo passato tante volte disgustata la vostra bontà infinita. Propongo colla grazia vostra di più non offendervi per l'avvenire; ed al presente miserabile qual sono io mi consacro tutto a voi, vi dono e rinunzio tutta la mia volontà, gli affetti, i desideri e tutte le cose mie. Da oggi avanti fate voi di me e delle mie cose tutto quello che vi piace. Solo vi cerco e voglio il vostro santo amore, la perseveranza finale e l'adempimento perfetto della vostra volontà. Vi raccomando le anime del purgatorio, specialmente le più divote del SS. Sacramento e di Maria santissima. Vi raccomando ancora tutti i poveri peccatori. Unisco infine, Salvatore mio caro, tutti gli affetti miei cogli affetti del vostro amorosissimo Cuore e così uniti gli offerisco al vostro Eterno Padre e lo prego in nome vostro che per vostro amore gli accetti e gli esaudisca.

mercoledì 25 maggio 2016

Corpus Domini: l' Emmanuele

DIO con noi

«Nessuno mangi il Corpo eucaristico se prima non l’ha adorato. Peccheremmo se non l’adorassimo» (Sant'Agostino, Enarrationes in Psalmos, 98,9).
 

 

«Gesù sapeva benissimo che sarebbe stato conservato nei Tabernacoli anche solitari, senza contorno nella notte, all'infuori di una fiammella che le leggi della Chiesa esigono. Sapeva benissimo che anche nel giorno, secondo il variare della densità di fede nei tempi, cristiani sarebbero andati e non andati a rendere adorazione alla sua ineffabile Presenza, lo sapeva.

  Forse qualcheduno di noi avrebbe potuto obbiettargli: "Signore, f...
a' in modo di essere presente quando c'è gente che Ti adora, altrimenti è inutile". Inutile? No. Le Chiese possono essere vuote, ma Cristo nel tabernacolo non è inutile, perché l'Eucarestia, sia attraverso il Sacrificio, sia attraverso il Sacramento permanente, è una fonte di forza, di grazia, di benedizione, di salvezza incessante.

  Ricordiamoci che è di lì che si germinano i vergini e le vergini, è di lì che sorgono i fondatori, è di lì che resistono i combattenti, è di lì forse che attraverso una vita apparentemente lontana da Dio si prepara la finale di salvezza nella sua misericordia, ma la si prepara attraverso questa Presenza, che appare a noi silenziosa e inerte, e non è né silenziosa né inerte.

Non dobbiamo compiangere la solitudine che spesso è intorno ai Tabernacoli e che è sempre da condannarsi. Dobbiamo rimpiangere, dico rimpiangere e a piena ragione, coloro che si dimenticano che Gesù Cristo sta lì ad attenderli, come Egli, narrando la parabola del figliol prodigo, pone per tanto tempo immobile sulla soglia di casa il padre che non si stanca di aspettare il figlio, il quale alla fine ritorna ed è accolto come figlio, non come servo.»


(Card. Giuseppe Siri)

lunedì 18 aprile 2016

sono rivolti al Signore

La Santa Messa e il diluvio
 
 
 
 
“Vedete, è la cosa più normale che ci sia, non abbiamo fatto nulla perché iniziasse tutto questo, abbiamo continuato a dire Messa a Cahirciveen nel modo in cui lo abbiamo sempre fatto, nel modo in cui siamo stati educati a fare. La Messa! La messa in latino, il sacerdote con le spalle con le spalle rivolte ai fedeli, affinchè sia lui che i fedeli guardino l’altare dove c’è Dio.
 
Offrire a Dio il sacrificio quotidiano della messa. Il pane e il vino che diventano il corpo e il sangue di Gesù Cristo, nel modo in cui Gesù disse ai suoi discepoli di fare durante l’Ultima Cena. “Questo è il mio corpo e questo è il mio sangue: fate questo in memoria di me”. Dio ha mandato il suo Figlio per redimerci. Suo Figlio è venuto sulla terra ed è stato crocifisso a causa dei nostri peccati e la messa è la commemorazione della crocifissione, del sacrificio del corpo e del sangue di Gesù Cristo a causa dei nostri peccati.
 
La Messa significa il sacerdote e i fedeli che pregano Dio, che assistono al miracolo per il quale Gesù Cristo viene di nuovo fra di noi, il corpo e il sangue sotto forma del pane e del vino là, sull’altare. E la Messa è detta in latino poiché il latino è la lingua della Chiesa, la Chiesa che è una e universale, così il cattolico poteva andare in ogni chiesa del mondo, qui come a Timbuctu, o in Cina, e ascoltava la stessa Messa, l’unica Messa che c’era un tempo, la Messa in latino. Che poi la Messa fosse in latino e il popolo non parlasse latino, questa era parte del mistero, perché la Messa non parlava al nostro vicino, ma parlava a Dio. Dio onnipotente! Abbiamo fatto così per quasi duemila anni e in tutto questo tempo la Chiesa è stata un luogo dove si stava tranquilli, rispettosi, era un posto silenzioso perché Dio era lì, Dio era sull’altare, nel tabernacolo, in forma di ostia e di calice di vino. Era la casa del Signore, dove ogni giorno si compiva il miracolo quotidiano.
 
Dio veniva fra di noi. Un mistero. Ora non è mistero, .. una cantilena, non parla a Dio, parla al nostro vicino: è per questo è in inglese, in tedesco, in cinese e in ogni altra lingua che la gente parla in chiesa. Dicono che è un simbolo, ma un simbolo di cosa? E’ uno spettacolo. La gente l’ha capito. L’ha capito eccome.
 
E’ per questo che salgono sul monte Coom, è per questo che vengono con gli aerei e le navi, le macchine strapiene, le tende piantate nei campi, che Dio li aiuti, ed è per questo che restano anche se viene giù il finimondo, e quando la campana del Santo risuona al momento dell’Elevazione, quando il sacerdote si inginocchia e alza l’ostia – Sì, quel Salvatore benedetto -, tiene in alto l’ostia, Dio onnipotente, la comunità si inginocchia alle spalle del sacerdote, si inchina ad adorare il suo Signore, sì, padre, se voi vedeste questa gente, le teste scoperte, la pioggia battente sulla faccia, quando vedono l’Ostia innalzata, quel pezzo di pane non lievitato che, grazie al mistero e al miracolo della messa, è ora il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, il nostro Salvatore, ebbene allora provereste vergogna, padre, vergogna per voler spazzare via tutto ciò e mettere al suo posto ciò che avete messo ora – canzoni, chitarre, abbracci con il vicino, recite e assurdità, tutto per attirare la gente in chiesa nello stesso modo in cui un tempo la si attirava nelle sale parrocchiali per una partita di bingo!”
 
Tratto da “Cattolici” di Brian Moore (Lindau 2012)

lunedì 11 aprile 2016

credo la chiesa una, santa, cattolica, apostolica

Il pastore luterano che sta diventando cattolico: «Nel cattolicesimo sì che c'è "qualcosa"»
di Russell E. Saltzman

 
Per trent’anni mi sono impegnato nel ministero parrocchiale come pastore luterano, poi per altri quattro anni sono stato decano di distretto per la Chiesa Luterana Nordamericana (un lavoro di supervisione che mi piaceva quanto le carie ai denti).
 
Ora, mentre scrivo alla vigilia della Settimana Santa, sto per diventare cattolico romano insieme a mia moglie; io per la prima volta, lei per la seconda.
 
Potete biasimare lei per la mia conversione (anche se penso che sia una transizione naturale, come potrete verificare). Lei è stata cresciuta come cattolica romana ed è poi diventata luterana.
 
Suo padre è stato cresciuto come luterano ed è diventato cattolico. A volte la vita è proprio strana. Suo padre è morto due anni fa, e nell’agonia di guardare quel brav’uomo mentre si arrendeva alla SLA si è sentita spinta a tornare alla fede della sua infanzia.
 
Con mia sorpresa – e penso anche con la sua – ho detto che l’avrei seguita. In realtà non mi ha sorpreso molto. Fin dal seminario, mentre rimanevo invischiato nei documenti confessionali luterani del XVI secolo, sono diventato sempre più cattolico nel mio modo di pensare. Cercavo per la mia fede una densità ecclesiale, il senso che ci sia “qualcosa”. Lo stato dei corpi ecclesiali luterani in America non ne tiene conto.
 
Ma non sto diventando cattolico romano solo per delusione nei confronti del luteranesimo. C’è una convinzione dietro questa mossa che nasce da vari elementi.
 
1) Parte dei miei esami al seminario – parliamo della fine degli anni Settanta – si svolgeva presso il Collegio Pontificio Josephinum dell’Ohio. Ho seguito lezioni di Sacramentologia e Studi Mariani, impartite da due gesuiti della vecchia guardia. Mi sono ritrovato ad essere l’unico luterano in un’orda di seminaristi salesiani. Era emozionante.
 
Quello che mi ha colpito è quanto luterani e cattolici siano vicini a livello di dottrine di base e delle rispettive formulazioni teologiche. Noi – romani e luterani – facciamo teologia allo stesso modo, e probabilmente come nessun altro. Facciamo attenzione alle parole. Ogni parola è soppesata e paragonata a parole alternative che potrebbero essere usate ma con minor precisione. Sembra che la precisione nel vocabolario possa tenerci fuori dall’inferno teologico, e se le parole non sono quelle esatte e messe nell’esatto ordine allora non c’è dubbio che verremo condannati.
 
A pensarci, è un approccio piuttosto affascinante. Significa anche che quando luterani e cattolici siedono insieme hanno un linguaggio comune, e usarlo porta spesso a risultati sorprendenti, come nel 1999 con la dottrina della giustificazione.
 
Questo è un livello. A livello parrocchiale, la differenza sta nella densità – i cattolici ce l’hanno, i luterani no.

2) Quando mia moglie ha detto che stava pensando di ritornare cattolica romana, ho iniziato a chiedermi quanto fossi ancora luterano. L’influenza di padre Richard John Neuhaus era forte. Ero il suo successore a Forum Letter, una pubblicazione luterana che ha guidato per 16 anni (io per 17). Negli anni in cui è stato sacerdote cattolico mi ha spesso spinto a tornare a casa. L’ultima corrispondenza che ci siamo scambiati era su questo argomento. Dopo la sua morte, ci sono state un paio di notti in cui nei miei sogni mi rimproverava per non averlo fatto. Negli anni in cui è stato luterano ha avuto un profondo impatto sulla mia vita pastorale, e questo si è intensificato negli anni in cui è stato sacerdote. Mi piace dire alla gente che ha influito su di me dopo la morte quanto aveva fatto in vita.
 
Più ci pensavo, più capivo che i chierici luterani che ammiravo di più – e con i quali condividevo il cameratismo dell’officio pastorale luterano – erano tornati uno dopo l’altro a Roma. Sembrava che conoscessi tanti sacerdoti quanti pastori, e dopo un po’ non pochi di quei pastori erano diventati sacerdoti. E io ero lì sulla riva, a salutarli mentre partivano.
 
Per un po’, dopo la morte di Neuhaus, ho aiutato a pubblicare la rivista che ha fondato, First Things. Anche se non esplicitamente cattolica, è in genere considerata tale. Per gli ultimi sei anni, quasi sette, sono stato un contributore regolare sul sito; ero uno scrittore luterano, ora sono uno scrittore cattolico.
 
3) Per me è stato molto facile diventare cattolico romano, ma ovviamente la chiave non è la convenienza ma la convinzione. Sono arrivato a credere che l’essenza, la pienezza, della Chiesa di Cristo si trovi nelle Chiese in comunione con la Chiesa di Roma.
 
Non rinnego il fatto di essere stato luterano. È la transizione, non la conversione; mi sto spostando, ma la fede cristiana che ha caratterizzato la mia vita sta venendo con me. Ho imparato le preghiere da luterano, ho memorizzato il catechismo, e quando lottavo per uscire dal pozzo dell’agnosticismo che tendeva all’ateismo Dio ha messo nella mia vita qualche pastore luterano esigente, appassionato e autentico che mi ha dato lezioni importanti. Ero un uomo che non credeva che Cristo fosse risorto, ed è stato in una comunità luterana basata sulla Resurrezione di Cristo che ho creduto per la prima volta che c’era stata una resurrezione. Cosa posso fare, se non lodare Dio?
Essere cattolico non è un compito esaurito – non per me, né per nessuno di noi. Non facciamo parte di una Chiesa perfetta, ma non è compito nostro renderla tale; è responsabilità di Dio. Ma ci viene promessa una Chiesa santa perfetta. C’è sempre qualche scoperta di fede che ci aspetta.
 
* Russell E. Saltzman è web columnist a "Firs Things"  e vive a Kansas City (Missouri, Stati Uniti).
[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

sabato 12 marzo 2016

Comunione in mano?...

Chi ha introdotto la Comunione in mano?...


 
Sono nato nel 1963, sono entrato in seminario nel 1983 e sono stato ordinato sacerdote nel 1990. La mia formazione teologica non è stata assolutamente “conservatrice” o “preconciliare”, ma fin da ragazzo ho sentito istintivamente un senso di disagio nel dare o ricevere la Santa Comunione sulla mano.
Poche sere fa, insieme al Direttore Gianluca Barile, ho avuto modo di discutere dell’argomento a cena con il Card. Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che si è detto assolutamente contrario all’amministrazione della particola sulla mano. Attraverso i secoli, illustri teologi e grandi mistici ci hanno insegnato che la Santa Eucarestia è veramente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù Cristo.

I Padri del Concilio di Trento definirono il Divino Sacramento con precisione e cura, San Tommaso d’Aquino ci ha insegnato che, al di là della venerazione verso questo Sacramento, toccare ed amministrare il Sacramento spetta solo al sacerdote o al diacono. Per secoli, i genitori cattolici, a casa, così come le suore docenti a scuola e le catechiste in parrocchia, hanno insegnato che era sacrilegio per chiunque toccare l’Ostia Santa, tranne che per il sacerdote o il diacono. Attraverso i secoli, i Papi, i vescovi, i preti ci hanno insegnato la stessa cosa, non tanto con le parole, ma con l’esempio, specialmente con la celebrazione della Messa secondo il rito di San Pio V, in cui c’era, in ogni gesto che il sacerdote faceva, profondo rispetto per il Divino Sacramento, in quanto vero Corpo di Cristo.

Dunque, l’introduzione della Comunione sulla mano dimostra un’inosservanza di quanto i nostri Padri, lungo i secoli, ci hanno insegnato. E benché questa pratica sia stata introdotta ed erroneamente presentata come uno sviluppo liturgico autentico del Concilio Vaticano II, in realtà la Comunione sulla mano non solo non è uno sviluppo liturgico autentico ordinato dal Concilio Vaticano II, ma mostra disobbedienza e disprezzo totali nei confronti di secoli di insegnamento e pratica.

La Comunione sulla mano fu introdotta sotto un falso ecumenismo, attraverso compromessi e falso senso di tolleranza, portando ad una profonda irriverenza ed indifferenza verso il Santissimo Sacramento. La Comunione sulla mano non è menzionata in nessun documento del Vaticano II, né se ne parlò nei dibattiti conciliari. Prima del Vaticano II non c’è testimonianza storica di vescovi, preti o laici che abbiano richiesto ad alcuno l’introduzione della Comunione sulla mano.
Al contrario, chiunque crebbe nella Chiesa preconciliare, ricorderà chiaramente che gli fu insegnato che era sacrilegio per chiunque, tranne che per il prete, toccare l’Ostia Sacra. Lo mette in evidenza l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino, il quale nella sua Summa Teologica spiega : “Dispensare il Corpo di Cristo spetta al sacerdote per tre ragioni: perché egli consacra nella persona di Cristo. Ma come Cristo consacrò il Suo Corpo nell’Ultima Cena e fu Lui che ne diede agli altri per essere condiviso da loro, così, come la consacrazione del Corpo di Cristo spetta al sacerdote, anche la distribuzione spetta a lui; perché il prete è l’intermediario stabilito tra Dio e il popolo, quindi spetta a lui offrire i doni del popolo a Dio, così spetta a lui distribuire i doni consacrati al popolo; perché, al di là del rispetto per questo Sacramento, nulla lo può toccare tranne ciò che è consacrato; allo stesso modo solo le mani del sacerdote lo possono toccare. Quindi a nessun altro è lecito toccarlo, tranne che per necessità, per esempio se stesse per cadere a terra, o altro, in qualche caso di emergenza”  (ST. III, Q 82, Art. 13). San Tommaso, che nella Chiesa è il principe dei teologi, la cui Summa Theologica fu posta sull’altare vicino alle Scritture durante il Concilio di Trento, chiaramente insegna che spetta al prete e soltanto a lui toccare e distribuire l’Ostia Sacra, che solo ciò che è consacrato (le mani del sacerdote) deve toccare il Consacrato (l’Ostia Sacra).

La Comunione sulla mano certamente fu praticata nella Chiesa antica, ma attenzione: gli uomini potevano ricevere l’Eucarestia sulla mano, mentre le donne non potevano riceverla sulle mani nude e dovevano coprirle con un indumento chiamato domenicale. Nel quarto secolo, San Cirillo di Gerusalemme insegnava ai fedeli che si doveva ricevere il Santissimo Sacramento con rispetto e attenzione. Con il passare del tempo, man mano che il rispetto ed il discernimento della vera natura del Santissimo Sacramento, grazie alla guida dello Spirito Santo, crebbe e si perfezionò, la pratica di porre l’Ostia sulla lingua del comunicando divenne sempre più diffusa, così che non ci fosse la più remota possibilità che la più piccola particella cadesse a terra e fosse dissacrata. La Comunione sulla mano fu condannata come un abuso al Sinodo di Rouen nell’anno 650, così che si può dire con ragionevole certezza che, grazie al desiderio di maggior rispetto e come salvaguardia contro la dissacrazione, era la norma ricevere l’Ostia sulla lingua.

di Don Marcello Stanzione

sabato 13 febbraio 2016

il Papa ed il Patriarca

Dichiarazione comune di Papa 
Francesco e del Patriarca Kirill 
di Mosca e di tutta la Russia
«La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13).


1. Per volontà di Dio Padre dal quale viene ogni dono, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto dello Spirito Santo Consolatore, noi, Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, ci siamo incontrati oggi a L’Avana. Rendiamo grazie a Dio, glorificato nella Trinità, per questo incontro, il primo nella storia. Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce» (2 Gv 12), da cuore a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese, dei problemi essenziali dei nostri fedeli e delle prospettive di sviluppo della civiltà umana.
2. Il nostro incontro fraterno ha avuto luogo a Cuba, all’incrocio tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Da questa isola, simbolo delle speranze del “Nuovo Mondo” e degli eventi drammatici della storia del XX secolo, rivolgiamo la nostra parola a tutti i popoli dell’America Latina e degli altri Continenti. Ci rallegriamo che la fede cristiana stia crescendo qui in modo dinamico. Il potente potenziale religioso dell’America Latina, la sua secolare tradizione cristiana, realizzata nell’esperienza personale di milioni di persone, sono la garanzia di un grande futuro per questa regione.
3. Incontrandoci lontano dalle antiche contese del “Vecchio Mondo”, sentiamo con particolare forza la necessità di un lavoro comune tra cattolici e ortodossi, chiamati, con dolcezza e rispetto, a rendere conto al mondo della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3, 15).
4. Rendiamo grazie a Dio per i doni ricevuti dalla venuta nel mondo del suo unico Figlio. Condividiamo la comune Tradizione spirituale del primo millennio del cristianesimo. I testimoni di questa Tradizione sono la Santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, e i Santi che veneriamo. Tra loro ci sono innumerevoli martiri che hanno testimoniato la loro fedeltà a Cristo e sono diventati “seme di cristiani”.
5. Nonostante questa Tradizione comune dei primi dieci secoli, cattolici e ortodossi, da quasi mille anni, sono privati della comunione nell’Eucaristia. Siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati, nella comprensione e l’esplicitazione della nostra fede in Dio, uno in tre Persone – Padre, Figlio e Spirito Santo. Deploriamo la perdita dell’unità, conseguenza della debolezza umana e del peccato, accaduta nonostante la Preghiera sacerdotale di Cristo Salvatore: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21).
6. Consapevoli della permanenza di numerosi ostacoli, ci auguriamo che il nostro incontro possa contribuire al ristabilimento di questa unità voluta da Dio, per la quale Cristo ha pregato. Possa il nostro incontro ispirare i cristiani di tutto il mondo a pregare il Signore con rinnovato fervore per la piena unità di tutti i suoi discepoli. In un mondo che attende da noi non solo parole ma gesti concreti, possa questo incontro essere un segno di speranza per tutti gli uomini di buona volontà!
7. Nella nostra determinazione a compiere tutto ciò che è necessario per superare le divergenze storiche che abbiamo ereditato, vogliamo unire i nostri sforzi per testimoniare il Vangelo di Cristo e il patrimonio comune della Chiesa del primo millennio, rispondendo insieme alle sfide del mondo contemporaneo. Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario. La civiltà umana è entrata in un periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune.
8. Il nostro sguardo si rivolge in primo luogo verso le regioni del mondo dove i cristiani sono vittime di persecuzione. In molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo vengono sterminati per famiglie, villaggi e città intere. Le loro chiese sono devastate e saccheggiate barbaramente, i loro oggetti sacri profanati, i loro monumenti distrutti. In Siria, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, constatiamo con dolore l’esodo massiccio dei cristiani dalla terra dalla quale cominciò a diffondersi la nostra fede e dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli apostoli, insieme ad altre comunità religiose.
9. Chiediamo alla comunità internazionale di agire urgentemente per prevenire l’ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente. Nell’elevare la voce in difesa dei cristiani perseguitati, desideriamo esprimere la nostra compassione per le sofferenze subite dai fedeli di altre tradizioni religiose diventati anch’essi vittime della guerra civile, del caos e della violenza terroristica.

10. In Siria e in Iraq la violenza ha già causato migliaia di vittime, lasciando milioni di persone senza tetto né risorse. Esortiamo la comunità internazionale ad unirsi per porre fine alla violenza e al terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo ad un rapido ristabilimento della pace civile. È essenziale assicurare un aiuto umanitario su larga scala alle popolazioni martoriate e ai tanti rifugiati nei paesi confinanti. Chiediamo a tutti coloro che possono influire sul destino delle persone rapite, fra cui i Metropoliti di Aleppo, Paolo e Giovanni Ibrahim, sequestrati nel mese di aprile del 2013, di fare tutto ciò che è necessario per la loro rapida liberazione.
11. Eleviamo le nostre preghiere a Cristo, il Salvatore del mondo, per il ristabilimento della pace in Medio Oriente che è “il frutto della giustizia” (cfr Is 32, 17), affinché si rafforzi la convivenza fraterna tra le varie popolazioni, le Chiese e le religioni che vi sono presenti, per il ritorno dei rifugiati nelle loro case, la guarigione dei feriti e il riposo dell’anima degli innocenti uccisi. Ci rivolgiamo, con un fervido appello, a tutte le parti che possono essere coinvolte nei conflitti perché mostrino buona volontà e siedano al tavolo dei negoziati. Al contempo, è necessario che la comunità internazionale faccia ogni sforzo possibile per porre fine al terrorismo con l’aiuto di azioni comuni, congiunte e coordinate. Facciamo appello a tutti i paesi coinvolti nella lotta contro il terrorismo, affinché agiscano in maniera responsabile e prudente. Esortiamo tutti i cristiani e tutti i credenti in Dio a pregare con fervore il provvidente Creatore del mondo perché protegga il suo creato dalla distruzione e non permetta una nuova guerra mondiale. Affinché la pace sia durevole ed affidabile, sono necessari specifici sforzi volti a riscoprire i valori comuni che ci uniscono, fondati sul Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
12. Ci inchiniamo davanti al martirio di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte all’apostasia di Cristo. Crediamo che questi martiri del nostro tempo, appartenenti a varie Chiese, ma uniti da una comune sofferenza, sono un pegno dell’unità dei cristiani. È a voi, che soffrite per Cristo, che si rivolge la parola dell’apostolo: «Carissimi, … nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della Sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1 Pt 4, 12-13).
13. In quest’epoca inquietante, il dialogo interreligioso è indispensabile. Le differenze nella comprensione delle verità religiose non devono impedire alle persone di fedi diverse di vivere nella pace e nell’armonia. Nelle circostanze attuali, i leader religiosi hanno la responsabilità particolare di educare i loro fedeli in uno spirito rispettoso delle convinzioni di coloro che appartengono ad altre tradizioni religiose. Sono assolutamente inaccettabili i tentativi di giustificare azioni criminali con slogan religiosi. Nessun crimine può essere commesso in nome di Dio, «perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14, 33).
14. Nell’affermare l’alto valore della libertà religiosa, rendiamo grazie a Dio per il rinnovamento senza precedenti della fede cristiana che sta accadendo ora in Russia e in molti paesi dell’Europa orientale, dove i regimi atei hanno dominato per decenni. Oggi le catene dell’ateismo militante sono spezzate e in tanti luoghi i cristiani possono liberamente professare la loro fede. In un quarto di secolo, vi sono state costruite decine di migliaia di nuove chiese, e aperti centinaia di monasteri e scuole teologiche. Le comunità cristiane portano avanti un’importante attività caritativa e sociale, fornendo un’assistenza diversificata ai bisognosi. Ortodossi e cattolici spesso lavorano fianco a fianco. Essi attestano l’esistenza dei fondamenti spirituali comuni della convivenza umana, testimoniando i valori del Vangelo.
15. Allo stesso tempo, siamo preoccupati per la situazione in tanti paesi in cui i cristiani si scontrano sempre più frequentemente con una restrizione della libertà religiosa, del diritto di testimoniare le proprie convinzioni e la possibilità di vivere conformemente ad esse. In particolare, constatiamo che la trasformazione di alcuni paesi in società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa. È per noi fonte di inquietudine l’attuale limitazione dei diritti dei cristiani, se non addirittura la loro discriminazione, quando alcune forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica.
16. Il processo di integrazione europea, iniziato dopo secoli di sanguinosi conflitti, è stato accolto da molti con speranza, come una garanzia di pace e di sicurezza. Tuttavia, invitiamo a rimanere vigili contro un’integrazione che non sarebbe rispettosa delle identità religiose. Pur rimanendo aperti al contributo di altre religioni alla nostra civiltà, siamo convinti che l’Europa debba restare fedele alle sue radici cristiane. Chiediamo ai cristiani dell’Europa orientale e occidentale di unirsi per testimoniare insieme Cristo e il Vangelo, in modo che l’Europa conservi la sua anima formata da duemila anni di tradizione cristiana.
17. Il nostro sguardo si rivolge alle persone che si trovano in situazioni di grande difficoltà, che vivono in condizioni di estremo bisogno e di povertà mentre crescono le ricchezze materiali dell’umanità. Non possiamo rimanere indifferenti alla sorte di milioni di migranti e di rifugiati che bussano alla porta dei paesi ricchi. Il consumo sfrenato, come si vede in alcuni paesi più sviluppati, sta esaurendo gradualmente le risorse del nostro pianeta. La crescente disuguaglianza nella distribuzione dei beni terreni aumenta il sentimento d’ingiustizia nei confronti del sistema di relazioni internazionali che si è stabilito.
18. Le Chiese cristiane sono chiamate a difendere le esigenze della giustizia, il rispetto per le tradizioni dei popoli e un’autentica solidarietà con tutti coloro che soffrono. Noi, cristiani, non dobbiamo dimenticare che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Cor 1, 27-29).
19. La famiglia è il centro naturale della vita umana e della società. Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all’educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli.
20. La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l’amore che sigilla la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica.
21. Chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere nel mondo. La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio (cfr Gen 4, 10). Lo sviluppo della cosiddetta eutanasia fa sì che le persone anziane e gli infermi inizino a sentirsi un peso eccessivo per le loro famiglie e la società in generale. Siamo anche preoccupati dallo sviluppo delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, perché la manipolazione della vita umana è un attacco ai fondamenti dell’esistenza dell’uomo, creato ad immagine di Dio. Riteniamo che sia nostro dovere ricordare l’immutabilità dei principi morali cristiani, basati sul rispetto della dignità dell’uomo chiamato alla vita, secondo il disegno del Creatore.
22. Oggi, desideriamo rivolgerci in modo particolare ai giovani cristiani. Voi, giovani, avete come compito di non nascondere il talento sotto terra (cfr Mt 25, 25), ma di utilizzare tutte le capacità che Dio vi ha dato per confermare nel mondo le verità di Cristo, per incarnare nella vostra vita i comandamenti evangelici dell’amore di Dio e del prossimo. Non abbiate paura di andare controcorrente, difendendo la verità di Dio, alla quale odierne norme secolari sono lontane dal conformarsi sempre.
23. Dio vi ama e aspetta da ciascuno di voi che siate Suoi discepoli e apostoli. Siate la luce del mondo affinché coloro che vi circondano, vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (cfr Mt 5, 14, 16). Educate i vostri figli nella fede cristiana, trasmettete loro la perla preziosa della fede (cfr Mt 13, 46) che avete ricevuta dai vostri genitori ed antenati. Ricordate che «siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6, 20), al costo della morte in croce dell’Uomo-Dio Gesù Cristo.
24. Ortodossi e cattolici sono uniti non solo dalla comune Tradizione della Chiesa del primo millennio, ma anche dalla missione di predicare il Vangelo di Cristo nel mondo di oggi. Questa missione comporta il rispetto reciproco per i membri delle comunità cristiane ed esclude qualsiasi forma di proselitismo. Non siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno. Esortiamo i cattolici e gli ortodossi di tutti i paesi ad imparare a vivere insieme nella pace e nell’amore, e ad avere «gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti» (Rm 15, 5). Non si può quindi accettare l’uso di mezzi sleali per incitare i credenti a passare da una Chiesa ad un’altra, negando la loro libertà religiosa o le loro tradizioni. Siamo chiamati a mettere in pratica il precetto dell’apostolo Paolo: «Mi sono fatto un punto di onore di non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui» (Rm 15, 20).
25. Speriamo che il nostro incontro possa anche contribuire alla riconciliazione, là dove esistono tensioni tra greco-cattolici e ortodossi. Oggi è chiaro che il metodo dell’ “uniatismo” del passato, inteso come unione di una comunità all’altra, staccandola dalla sua Chiesa, non è un modo che permette di ristabilire l’unità. Tuttavia, le comunità ecclesiali apparse in queste circostanze storiche hanno il diritto di esistere e di intraprendere tutto ciò che è necessario per soddisfare le esigenze spirituali dei loro fedeli, cercando nello stesso tempo di vivere in pace con i loro vicini. Ortodossi e greco-cattolici hanno bisogno di riconciliarsi e di trovare forme di convivenza reciprocamente accettabili.
26. Deploriamo lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pacifici e gettato la società in una grave crisi economica ed umanitaria. Invitiamo tutte le parti del conflitto alla prudenza, alla solidarietà sociale e all’azione per costruire la pace. Invitiamo le nostre Chiese in Ucraina a lavorare per pervenire all’armonia sociale, ad astenersi dal partecipare allo scontro e a non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto.
27. Auspichiamo che lo scisma tra i fedeli ortodossi in Ucraina possa essere superato sulla base delle norme canoniche esistenti, che tutti i cristiani ortodossi dell’Ucraina vivano nella pace e nell’armonia, e che le comunità cattoliche del Paese vi contribuiscano, in modo da far vedere sempre di più la nostra fratellanza cristiana.
28. Nel mondo contemporaneo, multiforme eppure unito da un comune destino, cattolici e ortodossi sono chiamati a collaborare fraternamente nell’annuncio della Buona Novella della salvezza, a testimoniare insieme la dignità morale e la libertà autentica della persona, «perché il mondo creda» (Gv 17, 21). Questo mondo, in cui scompaiono progressivamente i pilastri spirituali dell’esistenza umana, aspetta da noi una forte testimonianza cristiana in tutti gli ambiti della vita personale e sociale. Dalla nostra capacità di dare insieme testimonianza dello Spirito di verità in questi tempi difficili dipende in gran parte il futuro dell’umanità.
29. In questa ardita testimonianza della verità di Dio e della Buona Novella salvifica, ci sostenga l’Uomo-Dio Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, che ci fortifica spiritualmente con la sua infallibile promessa: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno» (Lc 12, 32)! Cristo è fonte di gioia e di speranza. La fede in Lui trasfigura la vita umana, la riempie di significato. Di ciò si sono potuti convincere, attraverso la loro esperienza, tutti coloro a cui si possono applicare le parole dell’apostolo Pietro: «Voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (1 Pt 2, 10).
30. Pieni di gratitudine per il dono della comprensione reciproca espresso durante il nostro incontro, guardiamo con speranza alla Santissima Madre di Dio, invocandola con le parole di questa antica preghiera: “Sotto il riparo della tua misericordia, ci rifugiamo, Santa Madre di Dio”. Che la Beata Vergine Maria, con la sua intercessione, incoraggi alla fraternità coloro che la venerano, perché siano riuniti, al tempo stabilito da Dio, nella pace e nell’armonia in un solo popolo di Dio, per la gloria della Santissima e indivisibile Trinità!
Francesco Vescovo di Roma Papa della Chiesa Cattolica
Kirill Patriarca di Mosca e di tutta la Russia
12 febbraio 2016, L’Avana (Cuba)