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mercoledì 17 maggio 2017

Lo scherzo del cornuto al gay pride

Gay-pride di Reggio Emilia. Lettera di un parroco modenese, in risposta ad un suo confratello

 

 

A Reggio Emilia succede di tutto: una processione di riparazione contro il Gay Pride del 3 giugno dai toni discutibili, ma necessaria; il vescovo che prende le distanze; la diocesi che chiude gli occhi su una veglia anti omofobia in contrasto con la Dottrina. E l'Arcigay che gongola e punzecchia il vescovo. Ma è la stessa Chiesa che cinque giorni fa Camisasca ha consacrato - tra le pochissime diocesi in Italia - al Cuore Immacolato di Maria con una partecipazione di popolo enorme. E il diavolo certe cose non le dimentica ...

Riparazione o provocazione e, addirittura, presunzione?
 

clicca sull'immagine per ingrandire


Stamattina, sulla Gazzetta di Reggio, si è pronunciato attraverso un'intervista tale don Giordano Goccini a riguardo dell'ormai nota Processione di riparazione indetta dal "Comitato B. Giovanna Scopelli" per il 3 Giugno.
 

Don Goccini non è una voce qualunque nella Curia di Reggio Emilia, ma è il Responsabile della Pastorale Giovanile.
Egli ha definito "presuntuosi e non cattolici" i promotori di questa Processione di preghiera. Oltre a questo tante altre cose agghiaccianti sono state dette nell'intervista che riproponiamo di seguito ai lettori.
All'intervista ha fatto seguito una lettera del Reverendo Parroco don Giorgio Bellei, indirizzata proprio a don Goccini.
 

In esclusiva la riproponiamo, nonostante essa sia stata indirizzata alla Gazzetta di Reggio che nei prossimi giorni, con tutta probabilità, la pubblicherà in edizione cartacea.



Caro Don Giordano,

Lei dice che Il gay pride ha intento provocatorio ma poi se la prende solo con la contro provocazione (1) della processione. Dimentica di dire che i cortei arcobaleno non manifestano solo idee ma con i carri e gli atteggiamenti, mettono in mostra  una sessualità oscena e disgustosa il cui unico fine è l’erotismo. Questo fa la differenza tra le due provocazioni ma lei sbaglia di grosso quando afferma che il pregare in riparazione dei peccati altrui è un atto di presunzione. Non le citerò il messaggio di Fatima benché approvato dalla Chiesa, ma la seconda orazione della messa del Sacro Cuore che recita: “fa che adempiamo anche al dovere di una giusta riparazione”. Sto parlando del Novus Ordo e non del messale tridentino, il quale tuttavia non essendo mai stato abrogato, conserva tutto il suo valore normativo in fatto di preghiera.

Continua affermando che la Chiesa ha trovato la sua posizione di madre e padre che non giudica, ma accoglie e accompagna (e allora perché dobbiamo giudicare i mafiosi?) Non dimentichi di dire però che accompagna alla conversione che consiste nel ripudiare il peccato e fare di tutto per emendarsi. Altrimenti le bella parola “accompagnare” risulta vuota. Uno slogan, pontificio fin che vuole, ma che senza conversione lascia nel peccato e nell’inferno. Non citerò nemmeno qui il messaggio di Fatima ma il CCC. N.1033.


Sentenzia poi che quelli del comitato beata Giovanna Scopelli non si devono definire cattolici perché non in comunione con la Chiesa. Da essa ci distacca però solo la volontà esplicita di uscirne, vedi “sbattezzo” o la scomunica legittimamente inflitta ( ferendae sententiae ). Nemmeno il peccato mortale ci distacca dalla Chiesa. Non le pare di aver giudicato duramente?
 

Ma raggiunge l’apice quando dice che dal punto di vista dottrinale il Catechismo non ha cambiato nulla a proposito degli atti omosessuali e, aggiungo io, continua a definirli intrinsecamente disordinati. Ma lei, affermando che il patrimonio della fede non è qualcosa di statico e immutabile e che anzi è in mano al popolo di Dio, distrugge il valore normativo del magistero e lascia intendere che tutto sia cambiato. E se io le dicessi che allora anche l’obbedienza al pontefice romano è soggetta alla percezione della fede che i fedeli ne hanno, non potrebbe risultare che gli organizzatori della processione hanno ragione, perché loro la Chiesa la intendono a loro modo?

Capisco che in una intervista forse a bruciapelo si deve essere concisi e ci si può trovare impreparati, ma dato che lei era a terra e non su un aereo non pronunci parole in eccessiva libertà.
Il suo titolo di responsabile della Pastorale Giovanile le conferisce agli occhi del lettore una autorità. Proprio per questo è bene che curi la precisione.

Don Giorgio Bellei. Modena

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1. C'è da chiedersi in base a quale logica distorta preghiere di riparazione di tradizione secolare possano essere definite provocazioni...
E Roma chiude le chiese alle veglie anti-omofobia  


di Riccardo Cascioli

«Non amo la parola omofobia perché è ideologicamente strumentalizzata per chiudere la bocca a chi si oppone alla propaganda che propone un unico modo di vivere le tendenze omosessuali». È quanto afferma monsignor Giuseppe Marciante, vescovo ausiliare di Roma, in una intervista che comparirà sul numero di giugno del mensile Il Timone. Come incaricato della pastorale per le persone con attrazione per le persone dello stesso sesso, nella diocesi del Papa, le sue parole assumono un significato particolare nei giorni in cui in diverse chiese italiane si svolgono veglie per le vittime dell’omofobia organizzate da gruppi Lgbt cristiani.

Al proposito è importante notare che contrariamente a quanto era accaduto l’anno passato (nella parrocchia di san Fulgenzio), quest’anno nella diocesi di Roma tale veglia è stata vietata dal Vicariato. Al contrario, la diocesi di Roma per l’accompagnamento spirituale delle persone che hanno attrazione per persone dello stesso sesso si è affidata anche all’Apostolato Courage, che educa alla virtù della castità, in questo traducendo «in maniera coerente ed efficace l’insegnamento della Chiesa in un’azione pastorale ampiamente sperimentata ed approvata», come spiega ancora monsignor Marciante. È un segnale importante perché è evidente che una posizione di tal genere su un tema così delicato, non può non essere condivisa da papa Francesco.

Nella stessa intervista il vescovo ausiliare di Roma afferma anche quanto sia «deludente constatare come l’ideologia gay sia penetrata dentro la Chiesa attraverso gruppi di pressione al fine di mutare la sua posizione nei confronti di disegni legislativi e di costumi, conquistandosi il sostegno, spesso in buona fede, di alcuni pastori». È quanto anche denunciava già nel 1986 l’allora cardinale Joseph Ratzinger nella “Lettera ai vescovi cattolici sulla cura pastorale delle persone omosessuali”, che firmò in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Già in questo documento peraltro ci sono chiare disposizioni che impediscono l'uso di chiese per veglie organizzate da gruppi che hanno posizione diversa dall’insegnamento della Chiesa o, peggio, si propongono di cambiare il magistero in tema di omosessualità, seppure per via pastorale. Ecco il passaggio:
«Dovrà essere ritirato ogni appoggio a qualunque organizzazione che cerchi di sovvertire l'insegnamento della Chiesa, che sia ambigua nei suoi confronti, o che lo trascuri completamente. Un tale appoggio, o anche l'apparenza di esso, può dare origine a gravi fraintendimenti. Speciale attenzione dovrebbe essere rivolta alla pratica della programmazione di celebrazioni religiose e all'uso di edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi, compresa la possibilità di disporre delle scuole e degli istituti cattolici di studi superiori. A qualcuno tale permesso di far uso di una proprietà della Chiesa può sembrare solo un gesto di giustizia e di carità, ma in realtà esso è in contraddizione con gli scopi stessi per i quali queste istituzioni sono state fondate, e può essere fonte di malintesi e di scandalo».  

mercoledì 14 settembre 2016

Il resto sono chiacchiere.

Amoris Laetitia, il dibattito non è finito

 
di Riccardo Cascioli
 
In questi giorni ha creato un certo scalpore e perplessità la notizia di una lettera privata di papa Francesco che approva incondizionatamente le linee guida di Amoris Laetitia diffuse dai vescovi della regione di Buenos Aires per l’interpretazione del famoso capitolo VIII dell’esortazione apostolica. La notizia sta nel fatto che, di fronte a indicazioni che alla fine prevedono – in alcuni casi e a certe condizioni – che coppie di divorziati risposati possano accedere all’Eucarestia, il Papa dice che «non c’è altra interpretazione possibile» (clicca qui).

Finora infatti, di fronte a passaggi ambigui del capitolo VIII di Amoris Laetitia, si sono avute interpretazioni diverse, anzi diametralmente opposte, da parte di teologi e vescovi, e diversi cardinali e vescovi hanno anche chiesto chiarimenti al Papa su alcuni specifici punti controversi. Finora da parte di Francesco nessuna risposta ufficiale, ora però ecco una lettera privata che sarebbe stata destinata a rimanere tale se qualcuno non l’avesse passata alla stampa. Subito dai soliti ambienti progressisti si sono levare urla di giubilo e sberleffi a quegli irriducibili conservatori che si ostinavano a non capire. 

Se dovessimo dare retta a quanti affermano che con questo «il dibattito è chiuso», avremmo questa situazione:
  1. Un cambiamento oggettivo di dottrina: laddove Familiaris Consortio (no. 84) ribadiva «la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati», con Amoris Laetitia l’ammissione diventerebbe possibile, anche se solo in alcuni casi. Chi sostiene che si tratterebbe soltanto di cambiamento di approccio pastorale e non di dottrina, deve avere evidentemente qualche problema con il principio di non contraddizione;
  2. Tale cambiamento di dottrina avverrebbe non per dichiarazione esplicita ma grazie a una possibile interpretazione delle note (ripeto: note) 329, 336 e 351 della Amoris Laetitia;
  3. L’interpretazione autentica – e definitiva - sarebbe affidata a una lettera privata del Papa ad alcuni vescovi. Vale a dire che, senza qualche manina che la passasse a un giornale, forse i cattolici sparsi nel mondo non l’avrebbero mai conosciuta.
Si tratta di un quadro francamente surreale, che prescinde da ciò che oggettivamente è Magistero, e funzionale a chi vuole il cambiamento dottrinale della Chiesa in una certa direzione e usa di qualsiasi mezzo per arrivarci, puntando a creare una mentalità favorevole a tale cambiamento. In tutto questo i pronunciamenti magisteriali diventano un optional: si ripete ancora una volta lo schema dello "spirito del Concilio" che prescinde totalmente da ciò che i documenti effettivi del Concilio affermano.

In aggiunta però ci sono alcuni elementi che fanno ritenere la vicenda un po’ più complessa di come appaia a prima vista. Anzitutto le date: il documento dei vescovi argentini porta la data del 5 settembre, e del 5 settembre è anche la risposta di papa Francesco, una rapidità davvero insolita per la risposta di un Papa che deve riflettere su questioni e procedure piuttosto complesse. 

Inoltre dopo la pubblicazione dei documenti sul sito Infocatolica, ci deve essere stata una reazione di almeno parte dell’episcopato argentino, perché successivamente è stato affermato che le linee guida dei vescovi non sono ancora definitive, si tratta di una bozza ancora da rivedere. Ma se questo è vero, chi ha coinvolto il Papa nell’approvazione di linee guida non ancora adottate? 

Domande a cui forse nei prossimi giorni si potrà avere risposta, ma tornando alla vicenda principale c’è da chiedersi cosa potrà accadere prossimamente, quali reazioni potranno avere vescovi e cardinali che hanno già chiesto chiarimenti ufficiali al Papa o che nelle loro linee guida hanno dato ben altra interpretazione al capitolo VIII dell’Amoris Laetitia

Di sicuro però, anche se la lettera firmata da Francesco rispecchiasse il suo vero pensiero in materia, questo non significa che essa possa essere considerata la fine del dibattito. Per il semplice fatto che cambiamenti dottrinali o indicazioni pastorali devono essere “insegnate” (magistero vuol dire insegnamento) nelle modalità richieste e in modo chiaro, inequivoco (altrimenti che insegnamento è?). In altre parole: se papa Francesco – come chiunque altro Papa - desiderasse davvero cambiare le condizioni per l’accesso all’Eucarestia, sarebbe necessario che lo dicesse esplicitamente rivolgendosi a tutti i cristiani: una lettera privata destinata ad essere letta da pochi intimi non è un atto di magistero, né lo possono essere frasi - o addirittura note - poco chiare. Il resto sono chiacchiere.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-amoris-laetitiail-dibattito-non-e-finito-17388.htm#.V9e7PHpNjgE.facebook

martedì 10 maggio 2016

dispensare emozioni

La lezione belga. «Hanno reso un deserto la loro Chiesa, ma pretendono
di rappresentare il futuro»
 
 
 
Nei giorni scorsi un giornale belga ha pubblicato un’inchiesta, ripresa in Italia da Il Foglio, che rivela la drammatica crisi della Chiesa europea di cui il Belgio – e Bruxelles in particolare – è il simbolo e la punta avanzata. Dice dunque La Libre che in Belgio una chiesa su due è destinata a chiudere e ad essere convertita in luogo di attività commerciali o addirittura – come vorrebbero alcune autorità locali e come ha suggerito il settimanale The Economist – in luoghi di culto islamici. A Bruxelles infatti solo l’1,5% della popolazione risulta cattolica praticante, pari al 12% della popolazione cattolica. Di contro il 19% dei musulmani è praticante, mentre la metà dei bambini iscritti nelle scuole statali è islamico. Il destino apparirebbe dunque segnato, ma a colpire più che l’aspetto demografico è il deserto a cui è stata ridotta la Chiesa.

Sulla Nuova BQ abbiamo già avuto modo in passato di soffermarci sulla deriva della Chiesa belga e le conseguenze che sta avendo per l’intera società (clicca qui e qui), ma proprio perché non si tratta di un caso isolato, è giusto ricordare che le Chiese vanno come le fanno andare i vescovi, o perlomeno è determinante la posizione che i vescovi assumono. Se il Belgio è in queste condizioni bisognerebbe chiedere conto ai suoi pastori che poco hanno avuto cura per questa Chiesa, a cominciare dal cardinale Godfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles dal 1979 al 2010. La sua figura ha dominato la scena nazionale e la sua influenza di esponente “progressista” si è estesa ben oltre i confini del Belgio, e tuttora è determinante: basti pensare che non solo è stato nominato al Sinodo sulla famiglia, ma – archiviata la parentesi episcopale a Bruxelles del coraggioso monsignor Leonard, pensionato allo scoccare dei 75 anni – ha ottenuto che a Bruxelles sedesse il suo delfino, mons. Jozef De Kesel.

Danneels e l’episcopato belga sono i simboli di una Chiesa che ha inseguito il mondo, sia nella sua ideologia pansessualista sia nel fascino del laicismo; simbolo di una gerarchia ecclesiastica che anziché confermare il popolo di Dio e preoccuparsi di comunicare Cristo ai lontani, si è più preoccupata di “riforme” interne alla Chiesa, di giochini di potere come lo stesso Danneels impudentemente ammette in una recente biografia, dove si confermano gli incontri tra cardinali europei per preparare la successione a Benedetto XVI.

Hanno reso un deserto la loro Chiesa e il loro paese, ma pretendono di rappresentare il futuro della Chiesa mondiale, grazie anche alla attiva complicità dei grandi mezzi di comunicazione. Sembrerebbe proprio che non si abbia la consapevolezza della posta in gioco, che è la sopravvivenza della Chiesa in Europa. La sopravvivenza di una Chiesa viva, capace di comunicare la vita, di offrire una proposta adeguata al mondo di oggi, e di indicare di conseguenza alla società la via di uscita da questa crisi morale che soffoca l’Europa.

In questa situazione di declino che sembra inesorabile, alla Chiesa sarebbe chiesto soltanto il coraggio e la capacità  di portare una proposta nuova di vita. Questo è ciò che aspettano tanti cristiani e tanti uomini di buona volontà. Certamente non il mondo della cultura ufficiale, non quanti si battono per il pensiero unico dominante – come lo ha definito anche papa Francesco –, non gli addetti ai lavori che hanno in mano le leve dei mass media. Tutti costoro hanno invece chiaro quale deve essere il ruolo in cui relegare la Chiesa in questo momento: dispensare emozioni. Dispensare emozioni a tutti i livelli, dai più giovani agli anziani, i cattolici come erogatori di emozioni e di sentimenti. Fa impressione rilevare come stia evolvendo anche il vocabolario di tanto mondo ecclesiastico, che parla sempre più spesso di sogni, fantasia, emozioni. Piuttosto, la liturgia di questo tempo pasquale, attraverso le pagine degli Atti degli Apostoli, dovrebbe costringere a misurarci con quella Chiesa che sin dai primi giorni ha vissuto la coscienza del compito di una evangelizzazione forte, di una proposta chiara al mondo che incontrava, fosse esso quello ebraico o quello greco-romano. È da allora l’unica cosa che interessa davvero agli uomini, una possibilità di vita nuova, la comunità cristiana come luogo della presenza di Cristo e inizio di un mondo nuovo. Quel porsi di Gesù come “via, verità e vita” è ben altro che accontentarsi di un orticello “morale” che ci viene lasciato dal pensiero unico dominante; è invece un’alternativa a questo mondo. “Il mondo di Dio nel mondo degli uomini”, questo è il cristianesimo, come tutta la storia della Chiesa ci insegna. Ed è questa l’unica forza attrattiva che può conquistare anche gli uomini di oggi.
 

lunedì 4 gennaio 2016

I LECCHINI DI SANTA MARTA

CANTALACAVOLATA: È TUTTA “COLPA” DELLA MADONNA!





Il frate-cortigiano si tenga Lutero, noi la Regina del Cielo e della terra.

Il 2015 è agli sgoccioli e in Vaticano non potevano che concluderlo con una bestemmia di stampo sincretista. Il cappuccino Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nonché membro autorevole della corte dei giullari di Casa Santa Marta, nell’ultima predica dell’Avvento di quest’anno, ha affermato che, secondo lui, una via per favorire il dialogo ecumenico con le comunità protestanti sarebbe il «riconoscimento da parte di noi cattolici del fatto che spesso, specialmente negli ultimi secoli, abbiamo contribuito a rendere Maria inaccettabile ai fratelli protestanti, onorandola in modo talvolta esagerato e sconsiderato». Non poteva mancare un accenno al super-dogma, il Vaticano II, che raccomanderebbe ai «fedeli una devozione “priva di sentimentalismi e di vana credulità”».

La vera devozione sentimentalista, piena di vana credulità, la vediamo chiaramente non nella venerazione alla B.V. Maria, ma in quei raduni ecumenisti a cui Cantalamessa partecipa molto volentieri. Buffonate in cui non si prega Dio con la Chiesa per l’unità della Chiesa, ma ove si celebrano solamente eresie e ideologie, con gesti blasfemi che ha avuto come protagonista anche lo stesso frate: si è messo in ginocchio e si è fatto “imporre le mani” da un pastore protestante.




Siamo su candid-camera?

Un gesto blasfemo che Cantalamessa ripete volentieri in ambito (sedicente?) cattolico: ai raduni del Rinnovamento dello Spirito, movimento di cui è membro, s’inginocchia mentre dei laici gli “impongono le mani”.

Siamo a Scherzi a parte?

Cerchiamo di capire. Se la devozione mariana sarebbe esagerata e sconsiderata, un sacerdote che si mette in ginocchio e si fa imporre le mani da eretici e laici, che cosa sarebbe?

Cantalamessa vada a farsi disintossicare dal fumo dell' avversario e dopo a lezione di cristianesimo dai 33 minatori cileni che nel 2010 rimasero intrappolati sottoterra per 69 giorni in condizioni avverse. Giorni che scorrevano al buio, allo sporco, con pochissimi viveri, ma anche pieni di luce e speranza, perché non smisero mai di recitare il Santo Rosario. Il giorno che furono salvati, prima di abbracciare le loro famiglie, si misero in ginocchio, si fecero il Segno della Croce, e ringraziarono Cristo e sua Madre. Era il 13 ottobre, anniversario dell’ultima apparizione della Vergine a Fatima. Alla faccia della devozione sentimentalista!


Chi non è mariano, non è neppure cristiano.

http://www.papalepapale.com/strega/si-scrive-cantalamessa-si-legge-cantalacena/

 

CANTALACAVOLATA: 

È TUTTA “COLPA” DELLA MADONNA!




Papa Francesco non vuole essere un principe rinascimentale, eppure è circondato da tantissimi cortigiani che fanno di tutto per compiacerlo — “caricature” che hanno superato di gran lunga il maestro nel dare il peggio di se stessi — tra cui spicca il predicatore della Casa Pontificia, il cappuccino Raniero Cantalamessa, secondo il quale i cattolici hanno “contribuito a rendere Maria inaccettabile ai fratelli protestanti, onorandola in modo talvolta esagerato e sconsiderato”, dunque sfavorendo il dialogo ecumenista. Bel modo di chiudere il 2015!

Riportiamo – quale coronamento delle “cavolate” dell’anno 2015,  partite purtroppo da dentro la Chiesa – una riflessione del Mastino che non potevamo lasciare cadere nell’oblio:

TUTTA COLPA DELLA MADONNA!
«Tale via passa per un sincero riconoscimento da parte di noi cattolici del fatto che spesso, specialmente negli ultimi secoli, abbiamo contribuito a rendere Maria inaccettabile ai fratelli protestanti, onorandola in modo talvolta esagerato e sconsiderato e soprattutto non collocando tale devozione dentro un quadro biblico ben chiaro che ne facesse vedere il ruolo subordinato rispetto alla Parola di Dio, allo Spirito Santo e a Gesù stesso. Lo stesso Concilio Vaticano II raccomanda ai fedeli una devozione “priva di sentimentalismi e di vana credulità”» (P. Raniero Cantalamessa, cortigiano di Santa Marta).

Ma io – confida Mastino blogger, vedi qui – gli rispondo che FRATELLI che non riconoscono la comune MADRE sono, ai miei occhi, dei (perdonate il termine, lo uso in senso tecnico) bastardi. E sono io a non riconoscerli come fratelli, preferisco avere una madre che non dei fratelli, a dover scegliere. Senza Maria non vale la pena essere cattolici. Chi li obbliga questi protestanti a ignorare Maria? Prendessero anche loro il rosario, quei quattro gatti rimasti, e si accodassero a noi a pregarla.
VIVA MARIA!
PRIMA DI TUTTO.
IL RESTO È DEL DEMONIO!
E DEI LECCHINI DI SANTA MARTA

Ma questo cortigiano, quale si è dimostrato essere Cantalamessa in diverse occasioni, non può ignorare che quel padrone di casa santa Marta per certi versi la pensa così tanto diversamente da lui che ci conferma, come detto in diversi articoli da noi, che gli allievi hanno superato di gran lunga il maestro nel dare il peggio di se stessi.
“SENZA MARIA, UN CRISTIANO, È ORFANO”, parola di Papa Francesco.

Ma bando alle ciance veniamo alle parole dirette del Papa Francesco, lasciando rispondere a lui direttamente a questa ulteriore cavolata di fine d’anno:
Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza.
Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, alla Salus Populi Romani, perché custodisca tutta Roma.  (Primo Discorso Urbi et Orbi 13.3.2013)
Ottobre è anche il mese del Rosario, e in questa prima domenica è tradizione recitare la Supplica alla Madonna di Pompei, la Beata Vergine Maria del Santo Rosario. Ci uniamo spiritualmente a questo atto di fiducia nella nostra Madre, e riceviamo dalle sue mani la corona del Rosario: il Rosario è una scuola di preghiera, il Rosario è una scuola di fede! (Angelus 6.10.2013)
Una bellissima espressione popolare della fede è la preghiera dell’Angelus [in Brasile, l’Ora di Maria]. E’ una preghiera semplice da recitarsi in tre momenti caratteristici della giornata che segnano il ritmo delle nostre attività quotidiane: al mattino, a mezzogiorno e al tramonto. Ma è una preghiera importante; invito tutti a recitarla con l’Ave Maria. Ci ricorda un evento luminoso che ha trasformato la storia: l’Incarnazione, il Figlio di Dio si è fatto uomo in Gesù di Nazaret. (Angelus da Rio de Janeiro per la GmG  26.7.2013)
Cari fratelli e sorelle, al termine di questa celebrazione, invochiamo l’intercessione della Vergine Maria affinché ci accompagni nella Settimana Santa. Lei, che seguì con fede il suo Figlio fino al Calvario, ci aiuti a camminare dietro a Lui, portando con serenità e amore la sua Croce, per giungere alla gioia della Pasqua. La Vergine Addolorata sostenga specialmente chi sta vivendo situazioni più difficili. (Domenica delle Palme – Angelus 24.3.2013)
Prima di concludere questa celebrazione, vorrei affidare alla Madonna i cresimati e tutti voi. Questo lo dico in modo particolare a voi, che oggi avete ricevuto la Cresima: Maria vi aiuti ad essere attenti a quello che il Signore vi chiede, e a vivere e camminare sempre secondo lo Spirito Santo! (Messa per i Cresimandi  Regina Coeli 28.4.2013)
La Madonna ci aiuta anche a capire bene Dio, Gesù, a capire bene la vita di Gesù, la vita di Dio, a capire bene che cosa è il Signore, com’è il Signore, chi è Dio.(..)  Ecco, pensiamo a questo, tutti: il Padre ci ha dato la vita; Gesù ci ha dato la salvezza, ci accompagna, ci guida, ci sostiene, ci insegna; e lo Spirito Santo? Che cosa ci dà lo Spirito Santo? Ci ama! Ci dà l’amore. Pensiamo a Dio così e chiediamo alla Madonna, la Madonna nostra Madre, in fretta sempre per aiutarci, che ci insegni a capire bene com’è Dio: com’è il Padre, com’è il Figlio e com’è lo Spirito Santo. Così sia. (Omelia ai bambini di Prima Comunione 26.5.2013)
Affidiamo la nostra lode alle mani della Vergine Maria. Lei, la più umile tra le creature, grazie a Cristo è già arrivata alla meta del pellegrinaggio terreno: è già nella gloria della Trinità. Per questo Maria nostra Madre, la Madonna, risplende per noi come segno di sicura speranza. E’ la Madre della speranza; nel nostro cammino, nella nostra strada, Lei è la Madre della speranza. E’ la Madre anche che ci consola, la Madre della consolazione e la Madre che ci accompagna nel cammino. Adesso preghiamo la Madonna tutti insieme, a nostra Madre che ci accompagna nel cammino. (Angelus 26.5.2013)
Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace. Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero. A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell’amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e della pace. [Recita dell’Angelus] Maria, Regina della Pace, prega per noi! Maria, Regina della Pace, prega per noi! (Angelus 1.9.2013)
Cari fratelli, oggi ricordiamo anche la Natività della Vergine Maria, festa particolarmente cara alle Chiese Orientali. (..) Gesù è il sole, Maria è l’aurora che preannuncia il suo sorgere. Ieri sera abbiamo vegliato affidando alla sua intercessione la nostra preghiera per la pace nel mondo, specialmente in Siria e in tutto il Medio Oriente. La invochiamo ora come Regina della Pace. Regina della Pace prega per noi! Regina della Pace prega per noi! (Angelus 8.9.2013)
Qui, ai piedi della Madonna, vorrei ringraziare tutti e ciascuno di voi, cari fedeli, i sacerdoti, i religiosi e le religiose,(…) voglio affidarvi a Maria, Nostra Signora di Bonaria. (..) penso a tutti i numerosi santuari mariani della Sardegna: la vostra terra ha un legame forte con Maria, un legame che esprimete nella vostra devozione e nella vostra cultura. Siate sempre veri figli di Maria e della Chiesa, e dimostratelo con la vostra vita, seguendo l’esempio dei santi! (Angelus da Cagliari 22.9.2013)
La Vergine Maria è nostro modello. Le chiediamo che ci insegni a incontrarci ogni giorno con Gesù. E quando facciamo finta di niente, perché abbiamo molte cose da fare e il tabernacolo rimane abbandonato, che ci prenda per mano. Chiediamoglielo! Guarda, Madre, quando sono disorientato, conducimi per mano. (Omelia Messa con i Vescovi per la XXVIII GMG 27.7.2013)
La Madre di Cristo e della Chiesa è sempre con noi. Sempre, cammina con noi, è con noi. Maria ci accompagna, lotta con noi, sostiene i cristiani nel combattimento contro le forze del male. La preghiera con Maria, in particolare il Rosario – ma sentite bene: il Rosario. Voi pregate il Rosario tutti i giorni? Ma, non so … [la gente grida: Sì!] Sicuro? Ecco, la preghiera con Maria, in particolare il Rosario ha anche questa dimensione “agonistica”, cioè di lotta, una preghiera che sostiene nella battaglia contro il maligno e i suoi complici. Anche il Rosario ci sostiene nella battaglia. (Omelia Solennità Assunta 15.8.2013) Questo ti chiediamo questa sera, O Maria, Salus Populi Romani, per il popolo di Roma, per tutti noi: donaci la salute che solo tu puoi donarci, per essere sempre segni e strumenti di vita. Amen.
Viva la Salus Populi Romani. Viva la Madonna. E’ la nostra Madre. Affidiamoci a lei, perché lei ci custodisce come una buona mamma. Io prego per voi, ma vi chiedo di pregare per me, perché ne ho bisogno. Tre “Ave” per me. (Rosario a Santa Maria Maggiore 4.5.2013)
Chiediamo alla Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, di sanare le ferite del peccato che ognuno di noi porta nel suo cuore e di sostenere la Chiesa e la Curia affinché siano sane e risanatrici; sante e santificatrici, a gloria del suo Figlio e per la salvezza nostra e del mondo intero. Chiediamo a Lei di farci amare la Chiesa come l’ha amata Cristo, suo figlio e nostro Signore, e di avere il coraggio di riconoscerci peccatori e bisognosi della sua Misericordia e di non aver paura di abbandonare la nostra mano tra le sue mani materne. (Discorso alla Curia 22.12.2014)
Già oggi, adesso, il Signore vi chiama: volete rispondergli? Non abbiate paura. Non siamo soli! Siamo sempre con il Padre celeste, con Gesù nostro Fratello e Signore, con lo Spirito Santo; e abbiamo la Chiesa e Maria per madre. La Madonna vi protegga e vi dia sempre la gioia e il coraggio di testimoniare il Vangelo. (ai giovani 6.6.2015)
E, per concludere, ma ci sarebbe tanto altro da riportare, riferiamo di altre due battute del Papa fatte a braccio; durante la meditazione svolta  in lingua spagnola  nella basilica di San Giovanni in Laterano al raduno mondiale dei sacerdoti:
«Non è femminismo osservare che Maria è molto più importante degli apostoli».
E ai giovani: «SENZA MARIA, UN CRISTIANO, È ORFANO. Un cristiano senza la Madonna è orfano. Un cristiano senza Chiesa è anche un orfano. Un cristiano ha bisogno di queste due donne, due donne Madri, due donne Vergini: la Chiesa e la Madonna».

I furbetti del Sinodino


«Negli ultimi due secoli la chiesa delle condanne aveva rinunciato alla via dell’annuncio per condannare tutto — la modernità borghese, il liberalismo, il capitalismo, il comunismo, la cultura dei diritti, eccetera». È un passaggio esemplare del pensiero di Alberto Melloni messo nero su bianco sul Corriere della Sera del 28 dicembre. Esemplare perché è solo l’ultimo degli interventi di intellettuali, teologi, vescovi che intendono dimostrare come nella Chiesa sia in atto una rivoluzione che taglia drasticamente con il passato: il pontificato di Francesco come la “nuova Chiesa” che finalmente si afferma pur tra mille resistenze. Da qui anche la necessità di inventarsi cospirazioni e nemici, così da poter legittimare qualsiasi balzo in avanti. Melloni stesso – vera guida della progressista “Scuola di Bologna” - è stato ai tempi del Sinodo fra i più attivi cacciatori di cospiratori.
Proprio il Sinodo è stata l’occasione per intensificare questa lettura della Chiesa che non ha nulla a che vedere con quanto la Chiesa invece ha sempre creduto: ogni Papa ha certamente una sua sensibilità, una sua spiritualità, le sue priorità pastorali ma al fondo c’è una continuità che non può essere interrotta dal momento in cui Cristo stesso ha istituito la Chiesa e fino a quando essa «avrà il suo compimento» al ritorno di Gesù. Né il magistero di un Papa può negare il patrimonio di fede che la Chiesa tramanda da duemila anni. 
Nella narrativa di Melloni e soci invece c’è un passato da cancellare e i due secoli “condannati” corrispondono più o meno al periodo che inizia con l’affermarsi della Rivoluzione francese; periodo di tempo non casuale se anche il cardinale Carlo Maria Martini nel suo testamento spirituale aveva parlato di una Chiesa in ritardo di due secoli. Insomma a sentire costoro, fino a poco meno di tre anni fa la Chiesa avrebbe vissuto arroccata, costruendo muri, condannando, chiudendo le porte, negando la misericordia. C’è stata sì la stagione del Concilio Vaticano II che ha finalmente cambiato il corso della storia della Chiesa, ma purtroppo i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno richiuso quelle porte che ora finalmente Francesco sta riaprendo (da notare che coloro che oggi brandiscono l’obbedienza cieca al Papa contro chiunque si azzardi a fare anche delle semplici domande, sono gli stessi che fino a ieri teorizzavano e organizzavano la disobbedienza).
Inutile ricordare che Giovanni Paolo II è stato il Papa “missionario” per eccellenza, che ovunque è andato ha invitato ad «aprire, anzi spalancare le porte a Cristo», che ha dato un contributo rilevante all’abbattimento del vero muro che esisteva tra Oriente e Occidente, che ha istituito la festa liturgica della Divina Misericordia a cui ha dedicato anche un’enciclica, che ha “inventato” le Giornale mondiali della Gioventù e gli Incontri  mondiali delle famiglie; altrettanto inutile ricordare che a proposito di Concilio Vaticano II, avendovi partecipato Benedetto XVI ha qualche titolo in più di Melloni per spiegarlo, che lo stesso Benedetto ha posto in modo chiaro i termini del dialogo con il mondo islamico. È inutile ricordarlo a chi lo sa bene ma non aspettava che l'occasione di seppellire la memoria per affermare un progetto ideologico di Chiesa.
È però stupefacente notare come tanti uomini di Chiesa, tanti vescovi che pure fino a poco tempo fa parlavano in altro modo vadano dietro – in maniera più o meno esplicita – a questa lettura che nega la continuità. Da questo punto di vista il doppio Sinodo sulla famiglia è stato una palestra e il direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, autonominatosi interprete ufficiale del pensiero di papa Francesco, con il suo continuo inno alla rivoluzione in corso è certamente un caposcuola. Non per niente di tutti i temi che riguardano la situazione della famiglia, l’unico che per costoro è davvero importante è l’accesso alla comunione dei divorziati risposati, e se non fosse bastato il Sinodo ce lo hanno fatto abbondantemente capire nel dopo-Sinodo, quando si sono sprecate le interpretazioni da veri “dottori della legge”. Vale a dire: deciso che si vuole ottenere una cosa, si cercano cavilli giuridici, appigli storici, usanze pastorali per giustificarla. Ovviamente scegliendo dei particolari e omettendone altri.
L’ultimo esempio lo troviamo nel saggio del vescovo di Albano Marcello Semeraro («Il Sinodo della famiglia raccontato alla mia Chiesa») così come presentato da Vatican Insider. Cosa racconta dunque Semeraro ai suoi fedeli riguardo a coloro che si trovano in situazioni irregolari? Sostanzialmente, spiega Vatican Insider, fino all’avvento di Giovanni Paolo II nella Chiesa si procedeva già caso per caso, ammettendo quindi ai sacramenti anche i divorziati risposati nell’applicazione della «approvata prassi della Chiesa in foro interno», richiamata anche nell’ultimo Sinodo. Per foro interno si intende un processo che vede coinvolto un fedele (la sua coscienza) con un sacerdote nel sacramento della riconciliazione e della penitenza.

A conferma di questa tesi il vescovo Semeraro cita un documento del 1973 della Congregazione per la Dottrina della Fede, approvato da Paolo VI, che dice: «Per quanto riguarda l’ammissione ai sacramenti gli ordinari del luogo vogliano, da una parte, invitare all’osservanza della disciplina vigente nella Chiesa, e, dall’altra, fare in modo che i pastori delle anime abbiano una particolare sollecitudine verso coloro che vivono in una unione irregolare, applicando nella soluzione di tali casi, oltre ad altri giusti mezzi, l’approvata prassi della Chiesa in foro interno». Specifica Vatican Insider che si parla chiaramente di ammissione ai sacramenti di quanti sono in unioni irregolari:  «Senza però l’aggiunta di ulteriori specificazioni o restrizioni. Chi ritenne di aggiungere la clausola dell’impegno a vivere «in piena astinenza», fino a quel momento assente, fu Giovanni Paolo II, nell’omelia per la chiusura del VI Sinodo dei vescovi (25 ottobre 1980)».
Il messaggio è chiaro: fino a Paolo VI la Chiesa già ammetteva alla comunione – a certe condizioni e caso per caso – i divorziati risposati. Il problema, il muro, è stato creato da Giovanni Paolo II e confermato da Benedetto XVI.
Fosse davvero così sarebbe uno scoop, neanche i padri sinodali si erano accorti che già c’era una prassi del genere approvata dal Papa fino al 1980. E infatti nessuno ha finora impugnato questo argomento. Il motivo forse sta nel fatto che nel racconto del vescovo Semeraro manca una parte della storia. Infatti alla domanda di chiarimenti da parte di alcuni vescovi sul significato della “pratica approvata in foro interno”, l'arcivescovo Jean Hamer, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, rispose il 21 marzo del 1975 chiarendo così: «Vorrei affermare ora che questa frase [probata praxis Ecclesiae] dev’essere intesa nel contesto della tradizionale teologia morale. Queste coppie [cattolici che vivono in unioni coniugali irregolari] possono essere autorizzate a ricevere i sacramenti a due condizioni: che cerchino di vivere secondo le esigenze dei principi morali cristiani e che ricevano i sacramenti in chiese in cui non sono conosciute in modo da non creare alcun scandalo». 
Dunque Giovanni Paolo II non ha introdotto nulla, nella fattispecie ha solo ribadito con chiarezza ciò che era già magistero della Chiesa. 
Ah, questi dottori della legge….
http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-i-furbettidel-sinodino-14831.htm#.VoaMPrbhCt9

venerdì 6 novembre 2015

Vatileaks: Non è complotto, ma business, menzogna e ipocrisia

menzogna e ipocrisia nella chiesa
di Riccardo Cascioli

Menzogna e ipocrisia. L’operazione di lancio dei due libri di Gianluigi Nuzzi (Via Crucis) e Emiliano Fittipaldi (Avarizia) che contengono documenti relativi alle finanze in Vaticano, è anzitutto una grossa menzogna. Perché l’immagine che si vuole far passare è quella di una Chiesa marcia contro cui combatte stoicamente papa Francesco, eroe solitario. È certo un approccio coerente con la narrazione che i principali quotidiani italiani – ormai costituitisi in cartello (dicono tutti le stesse cose allo stesso modo) – stanno facendo da tempo. Ma questa è una lettura caricaturale, addirittura “diabolica” l’ha definita ieri il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. «Il Papa non è assolutamente solo – ha detto Bagnasco – è circondato e sostenuto cordialmente, affettuosamente, lealmente da tutti i vescovi. Per questo non ho nessuna preoccupazione circa questa immagine di divisione che si vuole accreditare presso l’opinione pubblica per creare ulteriore disorientamento».

Questa immagine idilliaca di unità nella Chiesa è evidentemente troppo ottimistica, ma di sicuro – come abbiamo spiegato in questi giorni e ancora oggi – l’idea che ci sia un papa “Superman contro tutti” è fantasiosa e serve a coprire interessi ecclesiali ed economici di alcuni, dentro e fuori la Chiesa. Peraltro tale immagine non è sostenuta solo dal cartello dei giornaloni italiani, se è vero che le parole di Bagnasco smentiscono in modo netto quanto appena due giorni fa affermava monsignor Nunzio Galantino, che della Conferenza episcopale è il segretario: «Sicuramente a qualcuno sta facendo paura il processo di rinnovamento che papa Francesco sta portando avanti», aveva detto.

Ma nei due libri, oltre a tante cose già conosciute e scritte negli anni, ci sono anche menzogne specifiche, come dimostra il duro quanto preciso comunicato diffuso ieri sera dal Segretariato per l’economia, il super-ministero guidato dal cardinale australiano George Pell. Nei libri in oggetto, il capitolo riguardante il cardinale Pell è certamente il più delicato, perché il porporato australiano è già nel mirino dei progressisti per le sue posizioni a difesa dell’ortodossia e qui viene di fatto descritto come uno scialacquatore. Chiamato a Roma per riportare ordine e mettere sotto controllo le finanze vaticane si sarebbe dato – secondo i suggeritori di Nuzzi & Fittipaldi – alle spese pazze: mezzo milione di euro bruciati in pochi mesi (tra viaggi in business class e spese in casa), cosa che avrebbe profondamente addolorato il povero papa Francesco.

Ma appunto ieri sera, ecco la risposta del portavoce della Segreteria per l’Economia che parla di «affermazioni false e ingannevoli» e precisa che nel 2014 le spese sono state inferiori a quanto previsto in bilancio e che per il 2015 tale Segreteria è l’unico dipartimento vaticano ad aver presentato un bilancio ridotto rispetto all’anno precedente. Non solo, le valutazioni sul bilancio della Segreteria per l’Economia erano contenute in un comunicato diffuso nei primi mesi del 2015, ma di questo nei libri in oggetto non c’è traccia. 

In ogni caso il comunicato di ieri sera spiega nel dettaglio le uscite dal marzo 2014 (momento dell’istituzione della Segreteria) al dicembre 2014 e si scopre così che dei 500mila euro in oggetto, oltre alle spese iniziali per avviare le attività del dicastero (dagli arredi agli strumenti tecnologici), 292mila sono andati per gli stipendi (lavorano nella Segreteria 12 persone); e poi cifre molto limitate per i viaggi aerei dello staff, l’allestimento della cappella e così via.

Dati i fatti appare allora consistente che «riferimenti a discussioni tra il Santo Padre e il cardinale Pell a proposito delle spese della Segreteria sono completamente false: non c’è mai stata alcuna discussione su questo argomento» tra i due.

Ma forse più ancora della menzogna è insopportabile l’ipocrisia: dei tanti colleghi vaticanisti, ad esempio, che fingono stupore per la scoperta del “corvo” Francesca Chaouqui quando della sua disinvoltura nel far circolare notizie – anche false – si sapeva ormai anche a centinaia di chilometri da piazza San Pietro. E nessuno in questi due anni – a parte il solito Sandro Magister – che abbia avuto il coraggio di chiedere come mai una persona accompagnata da così cattiva fama fosse finita a controllare carte riservate della Santa Sede. E ancora: l’ipocrisia di chi scrive libri in cui si fa finta di scandalizzarsi delle spese della Curia vaticana, sapendo di poterne così ricavare qualche milioncino di euro. E soprattutto l’ipocrisia di chi usa un finto scandalo (le cose scritte nei libri erano in gran parte già abbondantemente note) per ricavarne vantaggi in una partita ecclesiale che ha a tema non l’economia ma la missione stessa della Chiesa.

Ovviamente, certi usi disinvolti del denaro e la mancanza di trasparenza – anche se già noti – costituiscono sempre uno scandalo, anche se si deve riconoscere che già da anni è in atto un processo di rinnovamento e trasparenza iniziato con Benedetto XVI e ora proseguito da papa Francesco. E di scandali purtroppo non ci sono solo quelli economici. Eppure tutto questo polverone, tutto questo stracciarsi le vesti per i peccati che si commettono in Vaticano, rischia di coprire qualcosa di ben più grave. Perché da Giuda in poi – che «diceva queste cose non perché gli importasse dei poveri ma perché era ladro» (Gv 12,6) - di questi scandali e tradimenti, quando più quando meno, ce ne sono sempre stati. Ma il vero scandalo sarebbe una Chiesa che decidesse di cambiare il depositum fidei , ciò che Cristo ha annunciato e gli apostoli hanno tramandato, cosa che non è mai venuta meno anche nei secoli più difficili. Ed è purtroppo ciò che invece alcuni stanno tentando di fare, approfittando e anche fomentando polveroni sul nulla come quello di questi giorni o come quelli alzati durante il Sinodo.

martedì 3 novembre 2015

corvi e cornacchie in Vaticano

Nuovi Corvi, vecchie strategie
di Riccardo Cascioli

L’arresto in Vaticano di monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e di Francesca Immacolata Chaouqui, accusati di aver passato a giornalisti documenti riservati riguardanti le finanze vaticane, rappresenta una nuova sgradevole puntata della stagione dei “corvi”. Probabilmente è un episodio che non è collegato al primo Vatileaks se non per le modalità dell’accaduto e per il fatto che ancora una volta persone chiamate a servire il Papa hanno tradito la sua fiducia. Fatto sta che giovedì 5 novembre usciranno due libri costruiti con il materiale trafugato e con confidenze personali.

Deve esser chiaro che non c’è nulla che giustifichi tali azioni, anche se qualcuno pensasse in questo modo di fare il bene del Papa o della Chiesa. 

Detto questo ci sono un paio di aspetti che vale la pena mettere in rilievo. Il primo riguarda la modalità - canali informali - delle nomine spesso usata in questo pontificato, anche in quelle episcopali. È vero che dato il funzionamento della macchina vaticana, la trafila ordinaria per le nomine può risultare farraginosa e rimanere ostaggio di burocrazia e cordate varie. Ma è altrettanto vero che le scelte fatte sulla base di intuizioni o di segnalazione degli amici degli amici, al di fuori di processi seri di selezione, comportano altrettanti rischi, se non peggiori.

È il caso sicuramente della Chaouqui, nominata a sorpresa nella commissione incaricata di studiare la riforma del sistema economico-finanziario della Santa Sede: era stata raccomandata – a quanto da lei stessa dichiarato – proprio da monsignor Vallejo Balda, che peraltro da segretario della Prefettura per gli Affari economici aveva svolto un ottimo servizio. Eppure che fosse una nomina discutibile era chiarissimo, per chi conoscesse il soggetto. Tanto che il vaticanista Sandro Magister aveva messo subito in evidenza i motivi della inidoneità (clicca qui), ricordando i veleni sparsi durante il precedente pontificato e poi anche i suoi conflitti d’interesse: la Chaouqui lavorava infatti per la Ernst & Young, società di consulenza poi curiosamente ingaggiata dalla Santa Sede. Ma è rimasta una denuncia isolata, soprattutto perché la maggior parte dei vaticanisti ha preferito continuare a costruire un’aurea di infallibilità intorno a papa Francesco, anche su questioni dove non è in discussione il Magistero, magari pensando a prossime nomine. Quanto sta avvenendo in questi giorni dimostra però che così facendo si fa il male del Papa che a parole si dice di difendere.

Del resto il caso Chaouqui non è l’unico: lo stesso Magister aveva immediatamente sollevato il caso di monsignor Battista Ricca, nominato nel 2013 da papa Francesco prelato dello IOR, ma con una brutta storia di scandalo pubblico legato all’omosessualità durante il suo servizio presso la nunziatura in Uruguay.  E altri personaggi che hanno scalato posizioni in questi anni rischiano di provocare problemi in un prossimo futuro. 

Una seconda questione riguarda le reazioni della stampa. Anche se non manca chi prova a riciclare il ritornello della “vecchia guardia” che si oppone alle riforme di papa Francesco, questa volta stupisce l’estrema prudenza, il distacco di quanti fino a pochi giorni fa gridavano al complotto a ogni piè sospinto, perfino per una lettera con tanto di firme consegnata a mano al Papa. Indubbiamente stavolta lo schema della “vecchia guardia” non funziona un granché, visto che la Chaouqui è nomina tutta bergogliana e lo stesso Vallejo Balda da papa Francesco era stato promosso.

Ma la sensazione è che ci sia anche dell’altro. Come se si aspettasse di leggere il contenuto dei libri in uscita per capire verso chi lanciarsi o con quali argomenti. Del resto essendo il tema le finanze della Santa Sede, non si può non ricordare che a capo del dicastero dell’Economia c’è quel cardinale George Pell che da mesi è nel mirino di progressisti e stampa di regime. Hanno già provato – invano - a coinvolgerlo in un caso di pedofilia in Australia; lo hanno poi preso di mira per la lettera dei 13 cardinali durante il Sinodo sulla famiglia. E ora, la Vatileaks 2 potrebbe metterlo in serio imbarazzo. Il motivo di tanto accanimento è che nel Consiglio dei 9 cardinali chiamati a coadiuvare papa Francesco nella riforma della Curia, Pell rappresenta l’unica voce chiaramente opposta a certe pretese progressiste. E vista l’aria che tira di questi tempi, non ci si può stupire di nulla.

 - DOVE OSANO I CORVI, di L. Bertocchi