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mercoledì 6 luglio 2016

preti santi e peccatori

 
 
Oggi ho partecipato alle ordinazioni diaconali e sacerdotali nel Duomo di Firenze. Per tutta la celebrazione ho ricordato tutte le notizie, gli scandali, i peccati miei e degli altri. Mi domandavo come possiamo ancora pensare in essere in grado di parlare di Gesú al mondo!
 
Vedevo quelli ragazzi stesi sul pavimento della cattedrale e tutti noi che domandavamo l'intercessione dei Santi. Fra questi e tutti ...
quelli che riempivano il presbitero: Santi e peccatori, uomini di Dio e uomini del mondo: ma in tutti i occhi brillano davanti al mistero che si realizzava davanti a noi.
 
Dio investe su di noi nonostante conosca la nostra fragilità, agisce con il nostro poco e la storia va avanti ... É lo Spirito Santo che per le mani dei vescovi fino dagli apostoli consacra la debole natura umana e continua a donarci la sua Grazia e il perdono dei peccati!
 
Francisco André Martins
 

martedì 5 luglio 2016

Dio nel silenzio

Esperienza vocazionale in certosa
 
 
cartoon certosinoVi propongo una lettera, scritta da un giovane al termine di una sua esperienza vocazionale vissuta nella certosa portoghese di Scala Coeli, in Portogallo. Il testo che segue ha lo scopo di estendere una testimonianza delle emozioni che si provano nell’intraprendere questo cammino contemplativo in certosa.

La mia esperienza in Certosa
Caro amico, V. H. vorrei dirti che la mia esperienza alla Certosa di Scala Coeli a Évora è stata unica; momenti di immensa spiritualità, come mai prima avevo sperimentato nella mia vita.
 
Il primo giorno sono arrivato a piedi, sulla strada di Arraiolos; ho suonato il campanello ed è apparso uno dei monaci, addetto alla portineria, che mi ha portato dal Padre Priore  Dom Antao, poi quest’ultimo mi ha portato alla cella “V” (“V” come l’iniziale del tuo nome mio caro amico, non ho potuto che vedere in esso un piccolo segno di umorismo del mio buon Padre, mio Dio, per me!).
Ero un po ‘ansioso, e lì, da solo, perso nello spazio e nel tempo, lo confesso, ero in attesa che il telefono interno (interfono) suonasse.
 
Ho parlato, inizialmente, con il Padre Maestro Isidoro, che mi ha dichiarato di essere d’ora in poi il mio angelo custode (ciò mi ha reso più tranquillo).
Ho notato la presenza di enormi gatti per il Chiostro, che sembravano essere molto ben nutriti.

Padre Antao mi ha anche spiegato che quel Chiostro è il più grande del paese. Alcuni giorni dopo, hanno suonato alla campana della cella ed è apparso un monaco converso di nome: Fratello José Maria.
Lo guardai e sentii una luce unica provenire dai suoi occhi. Ci salutammo e subito dopo, mi ha consegnò una chiave per aprire la cella.
Mi hanno insegnato ad accendere la stufa, perché in inverno fa molto freddo. Con grande meraviglia, per la seconda volta, sono già riuscito ad accenderla da solo.

 
Al terzo giorno dal mio arrivo, il monaco Jose Maria mi ha insegnato a raccogliere le arance che sono nel chiostro grande, sono salito in cima ad una scala per raccoglierle; e poi, più tardi, con un erbicida ho dovuto distruggere le erbacce del giardino di una cella vuota.
 
Dopo c’è stato un giorno per la passeggiata. Poi ho conosciuto i due ragazzi (della “famiglia” postulanti alla Certosa!); una passeggiata unica …. che nostalgia!
 
E per finire la mia esperienza più forte: Il “Mattutino” quella lunga preghiera nella Cappella nella notte…mi ha riempito come non è mai accaduto.
Dio benedica noi… ed anche la Certosa.
 
Il mio grazie per accompagnarmi con tanti suggerimenti di letture che mi hai fornito nel corso del tempo! Grazie anche alla tua famiglia per avermi accolto in casa tua, per mostrarmi la tua vasta colezione di libri sulla Certosa e per avermi mostrato la visualizzazione del bellissimo documentario “Il Grande Silenzio“. Con il tuo aiuto, mi sono reso conto della strada che il Signore, nostro Padre, vuole rivelare alla mia vita.
 
Questa mia esperienza a Scala Coeli è servita a farmi vedere il mio posto nella Chiesa: è nella Certosa che voglio rimanere e servire il Signore.
 
Un forte abbraccio a te, caro fratello V. H., ed a tutti i membri degli “Amici dell’Ordine Certosino”!

Con l’augurio che il percorso di questo giovane possa trovare il suo approdo definitivo nella vita contemplativa della comunità certosina, vi invito a pregare affinchè questo avvenga. San Bruno intercederà per consentire che sia compiuta la volontà di Dio.

https://cartusialover.wordpress.com/2016/04/29/esperienza-vocazionale-in-certosa/

martedì 10 maggio 2016

dispensare emozioni

La lezione belga. «Hanno reso un deserto la loro Chiesa, ma pretendono
di rappresentare il futuro»
 
 
 
Nei giorni scorsi un giornale belga ha pubblicato un’inchiesta, ripresa in Italia da Il Foglio, che rivela la drammatica crisi della Chiesa europea di cui il Belgio – e Bruxelles in particolare – è il simbolo e la punta avanzata. Dice dunque La Libre che in Belgio una chiesa su due è destinata a chiudere e ad essere convertita in luogo di attività commerciali o addirittura – come vorrebbero alcune autorità locali e come ha suggerito il settimanale The Economist – in luoghi di culto islamici. A Bruxelles infatti solo l’1,5% della popolazione risulta cattolica praticante, pari al 12% della popolazione cattolica. Di contro il 19% dei musulmani è praticante, mentre la metà dei bambini iscritti nelle scuole statali è islamico. Il destino apparirebbe dunque segnato, ma a colpire più che l’aspetto demografico è il deserto a cui è stata ridotta la Chiesa.

Sulla Nuova BQ abbiamo già avuto modo in passato di soffermarci sulla deriva della Chiesa belga e le conseguenze che sta avendo per l’intera società (clicca qui e qui), ma proprio perché non si tratta di un caso isolato, è giusto ricordare che le Chiese vanno come le fanno andare i vescovi, o perlomeno è determinante la posizione che i vescovi assumono. Se il Belgio è in queste condizioni bisognerebbe chiedere conto ai suoi pastori che poco hanno avuto cura per questa Chiesa, a cominciare dal cardinale Godfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles dal 1979 al 2010. La sua figura ha dominato la scena nazionale e la sua influenza di esponente “progressista” si è estesa ben oltre i confini del Belgio, e tuttora è determinante: basti pensare che non solo è stato nominato al Sinodo sulla famiglia, ma – archiviata la parentesi episcopale a Bruxelles del coraggioso monsignor Leonard, pensionato allo scoccare dei 75 anni – ha ottenuto che a Bruxelles sedesse il suo delfino, mons. Jozef De Kesel.

Danneels e l’episcopato belga sono i simboli di una Chiesa che ha inseguito il mondo, sia nella sua ideologia pansessualista sia nel fascino del laicismo; simbolo di una gerarchia ecclesiastica che anziché confermare il popolo di Dio e preoccuparsi di comunicare Cristo ai lontani, si è più preoccupata di “riforme” interne alla Chiesa, di giochini di potere come lo stesso Danneels impudentemente ammette in una recente biografia, dove si confermano gli incontri tra cardinali europei per preparare la successione a Benedetto XVI.

Hanno reso un deserto la loro Chiesa e il loro paese, ma pretendono di rappresentare il futuro della Chiesa mondiale, grazie anche alla attiva complicità dei grandi mezzi di comunicazione. Sembrerebbe proprio che non si abbia la consapevolezza della posta in gioco, che è la sopravvivenza della Chiesa in Europa. La sopravvivenza di una Chiesa viva, capace di comunicare la vita, di offrire una proposta adeguata al mondo di oggi, e di indicare di conseguenza alla società la via di uscita da questa crisi morale che soffoca l’Europa.

In questa situazione di declino che sembra inesorabile, alla Chiesa sarebbe chiesto soltanto il coraggio e la capacità  di portare una proposta nuova di vita. Questo è ciò che aspettano tanti cristiani e tanti uomini di buona volontà. Certamente non il mondo della cultura ufficiale, non quanti si battono per il pensiero unico dominante – come lo ha definito anche papa Francesco –, non gli addetti ai lavori che hanno in mano le leve dei mass media. Tutti costoro hanno invece chiaro quale deve essere il ruolo in cui relegare la Chiesa in questo momento: dispensare emozioni. Dispensare emozioni a tutti i livelli, dai più giovani agli anziani, i cattolici come erogatori di emozioni e di sentimenti. Fa impressione rilevare come stia evolvendo anche il vocabolario di tanto mondo ecclesiastico, che parla sempre più spesso di sogni, fantasia, emozioni. Piuttosto, la liturgia di questo tempo pasquale, attraverso le pagine degli Atti degli Apostoli, dovrebbe costringere a misurarci con quella Chiesa che sin dai primi giorni ha vissuto la coscienza del compito di una evangelizzazione forte, di una proposta chiara al mondo che incontrava, fosse esso quello ebraico o quello greco-romano. È da allora l’unica cosa che interessa davvero agli uomini, una possibilità di vita nuova, la comunità cristiana come luogo della presenza di Cristo e inizio di un mondo nuovo. Quel porsi di Gesù come “via, verità e vita” è ben altro che accontentarsi di un orticello “morale” che ci viene lasciato dal pensiero unico dominante; è invece un’alternativa a questo mondo. “Il mondo di Dio nel mondo degli uomini”, questo è il cristianesimo, come tutta la storia della Chiesa ci insegna. Ed è questa l’unica forza attrattiva che può conquistare anche gli uomini di oggi.
 

mercoledì 13 aprile 2016

io, prete padre di 3 figli

“Io, sacerdote con tre figli, dico no ai preti sposati”

Biella, la vocazione di don Andrea dopo la morte della moglie: “Ai ragazzi ho spiegato: non andremo più in vacanza in Sardegna”
 



daniele pasquarelli
biella
 
Padre di tre figli, professione geometra e da 4 anni sacerdote «incardinato» nella diocesi di Biella. Una vocazione nata dopo la morte della moglie, nel ’99 per un tumore. «Ma la mia non è stata una scelta egoistica, un modo per superare o compensare la tragedia. Io non sono mai stato addolorato per la perdita di Anna. Ho ricevuto tanto. E tanto adesso devo dare».  
 
Don Andrea Giordano, 57 anni, vive in un alloggio del quartiere Pavignano. Un prete lavoratore e genitore, più don Milani che Sant’Agostino. «Quanti siamo in Italia? Non molti credo. Ma in realtà non sono mai riuscito a saperlo». Veste sempre l’abito talare, anche nel suo studio di via Italia e nei cantieri che ancora segue: «Pochi e sempre meno, adesso una nuova stalla a Pollone». Uno dei suoi figli, Nicolò, 27 anni, gestisce il Magnino, tra i bar più conosciuti e frequentati dell’isola pedonale di via Italia. Pietro e Filippo, gemelli, 24 anni, ancora studiano all’università, Scienze Politiche e Filosofia. «Come l’hanno presa? Mi hanno solo raccomandato il rispetto della fedeltà. Poi la nostra famiglia è sempre stata vicina alla chiesa e con alcuni sacerdoti c’era uno stretto rapporto. Così quando il vescovo chiese loro cosa pensassero della mia scelta, risposero con una battuta: “In casa abbiamo sempre avuto a che fare con i preti. Uno in più non sarà un problema’’».  
 
Tutto facile? Niente affatto. «Dopo la morte di Anna non ho voluto rinunciare al mio ruolo di padre. Ho detto ai miei figli: non andremo più in vacanza in Sardegna, imparate l’inglese a scuola perché non riusciremo a permetterci studi in Inghilterra. Però vi preparerò il pranzo e non andrete alle mensa, uscirò prima dallo studio e avremo più tempo per stare insieme». Se conciliare la vedovanza con la famiglia è stato difficile, ancora di più è stato rispondere alla vocazione. «Avevo qualcosa dentro da tempo - spiega -. Quando lo dissi all’allora vescovo Massimo Giustetti, mi rispose: persegui il tuo sogno. Nel 2000 sono entrato in seminario e ho seguito un percorso facilitato, studiavo la sera e nei fine settimana. Sono stati 12 anni durissimi, la fratellanza è una bella parola che molti dei miei confratelli non conoscono. Per certi versi, è stato un periodo di persecuzione, sono stato anche controllato perché credevano avessi rapporti con altre donne. Quando terminai gli esami, l’attuale vescovo Mana mi disse: “Siamo già così avanti? Non ci avrei scommesso 100 lire”». 
 
Don Andrea si sente ancora «sposato»: «Vivo il tempo che mi separa dalla ricongiunzione con Anna». Ma non sostiene l’apertura della Chiesa ai preti sposati: «Non si può, la vita di un sacerdote deve essere libera da impegni che possano diventare un ostacolo al servizio quotidiano come seguire una parrocchia. Io stesso non posso farlo. Avendo tre figli, proposi di dare un aiuto ai parroci. Sono un geometra, potevo occuparmi anche degli aspetti più burocratici della diocesi. Invece come primo incarico venni spedito a fare l’amministratore della parrocchia di Campiglia che insiste su 3 comuni, ha 19 tra chiese e cappelle, un asilo e un cimitero». 
 
L’esperienza in valle Cervo durò pochissimo. Oggi don Andrea celebra messa dal lunedì al mercoledì nella cappella della clinica Vialarda, il sabato e la domenica a Borriana, Ponderano e rimedia all’assenza dei parroci che lo chiamano. Ma soprattutto è diventato il prete di www.chiesacontrocorrente.it, un blog con 18 mila contatti quotidiani, una penna come la frusta di Gesù nel tempio e scritti che combattono il potere temporale di una chiesa, anche biellese «più vicina al denaro e alla bella vita che ai dettami del Vangelo». Una sorta di autogestione, perché da due anni non ha più rapporti «con loro», cioè il vescovo e i tre vicari. «Lo sa che a Milano ne hanno uno solo in più?».
 
http://www.lastampa.it/2016/03/31/edizioni/biella/io-sacerdote-con-tre-figli-dico-no-ai-preti-sposati-iuVTPgs8WWxMEClio6JGII/pagina.html

Così nasce la mia vocazione....
Condivido quanto scritto alcuni anni fa...

Biella, 23 ottobre 2004
Con la gioia nel cuore, mi accingo a scrivere queste righe a 5 anni dalla morte della mia sposa Anna, o come lei volesse che si dicesse “ a 5 anni dalla sua nascita al cielo “.

Il primo incontro con la morte avvenne però, ben prima, cioè dieci anni fa, (oggi ne sono passati 15) , al manifestarsi della malattia, fu allora che la incontrammo e con lei iniziò la nostra convivenza, fu sempre presente nella nostra vita di coppia , nella nostra intimità .

Anna visse il suo rapporto con la morte sino in fondo da donna, da sposa e da madre .

Dopo avere chiesto ed ottenuto il conforto dei sacramenti , Riconciliazione, Eucarestia e Unzione degli Infermi , preparò la sua funzione funebre , scelse i canti , il brano di Vangelo di Giovanni che narra la resurrezione di Lazzaro ,( specificando che aveva scelto la versione lunga ),volle che fosse recitata la professione di fede scelse in celebrante, i lettori, lasciò a me la scelta della lettura , scelse chi doveva portare il suo feretro ed il luogo della sua sepoltura, scelse gli abiti con cui voleva lasciare questo mondo, il vestito nero a fiorellini che le regalai quando ci fu annunciato che saremmo diventati padre e madre per la prima volta e la maglia di cotone azzurro, mio regale di Pasqua, regalo costoso anzi costosissimo a tal punto che non volle mai indossarla “ perché avevo speso troppo “ . Di quella scelta voglio credere che fosse un bel modo per presentare le sue scuse …. Sì, era chiaro, il regalo lo aveva gradito tanto da indossarlo per il giorno della festa, la festa che ella stessa aveva preparato. In ultimo scelse la fotografia da dare a chi ne avrebbe fatto richiesta, ( scattata il giorno delle nostre nozze, il giorno più bello della sua vita, il coronamento del suo sogno)  , e diede disposizione di stampare sui biglietti di risposta alle partecipazioni la frase dell’evangelista Giovanni “ Hai tanto amato il mondo, o Padre, da dare il Tuo unigenito Figlio perché chi crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna “.

Ecco cosa produsse l’incontro con la morte di Anna, la morte come attimo da vivere, vivere al meglio, vivere come festa e la morte non come il definitivo ma solo come passaggio per e verso l’eternità .

La morte non mi ha tolto nulla, né mi ha abbandonato, discreta è la sua presenza nella mia vita, perché è certezza come non lo è il vivere. Inoltre la morte non ha allontanato il mio pensiero da Dio, anzi essa mi porta ad assaporare e a  sentire la reale presenza del Padre .

Di seguito trascrivo le sensazioni che ho annotato nei giorni precedenti la nascita al cielo di Anna , e precisamente dal 25 aprile al 1° maggio 1999 quando a 37 anni salì alla casa del padre .

Biella, 25 aprile 1999

Ho cercato disperatamente il volto di Dio, ora è qui di fronte ai miei occhi, il volto della sofferenza, il volto di una donna che amo, il volto di una madre che ama, il volto di una sposa che ama e che amo.

Anna la donna che Dio mi ha posto accanto, Anna la vocazione che Dio ha in me suscitato, Anna il volto di Dio che cercavo e che non trovavo perché velato da una densa nebbia, ora è chiaro è luce ed è gioia.
Mi sono steso accanto nel mio posto di sposo, ho preso la sua mano di madre, di sposa dormiente, ha trasferito alla mia calore, vita, quella mano che non riesce più a reggere un bicchiere .

Dal sonno una domanda. “ Perché piangi? ”. e piangendo nel silenzio della notte mi consolavo guardando tutte quelle stelle appese alle pareti del nostro mondo, brillavano, brillano, brilleranno. ( Quelle stelle sono le tante fotografie che fissano i momenti belli della nostra vita ),

Poi ho guardato a fondo nel mio cuore e anche lì come d’incanto una miriade di stelle, do volti, che sorridevano trasmettendo gioia . Chi può dire che l’incontro con la morte sia così dolce e amaro nello stesso tempo ? Amaro perché è impotenza e dolce perché è potenza. Non puoi fermarlo, stopparlo, ma sveglia il tuo cuore e lo obbliga ad amare . Mi resta ora il silenzio ed il vuoto , ma sento in me che se mi svuoto piano piano di non so cosa , vero è che piano piano mi riempio di non so cosa .
Credo sia il tuo volto Dio, che riempie il mio vuoto e porta dolci suoni alle mie orecchie.
Ti ringrazio signore della tua prorompente presenza e ti ringrazio di tutte quelle stelle che ha i acceso, luce eterna nel cuore, nella nostra vita .

Biella, 26 aprile 1999

E’ mezzogiorno, ti chiamo ma non senti più l’esile timbro della tua voce, odo solo il suono delle campane. La pace come un torrente in piena dilaga nel mio cuore .

Biella, 26 aprile 1999

Penso alle cose che avrei dovuto o potuto dirti , ora non c’è più tempo !
Sbaglio ed è il Signore a correggermi, ho tutto il tempo a disposizione perché tu sei: la mia eterna Sposa!


Biella, 27 aprile 1999

Ho sete ! La stessa frase di Gesù sulla Croce : “ Ho sete ! “
Ti porgo un sorso d’acqua Signore, sei Tu che me la chiedi; le dà sollievo, Ti dà sollievo, mi dà sollievo ……… ma tutto ciò ha un prezzo troppo alto !


Biella, 1° maggio 1999

Dio non toglie dignità a chi incontra o a chi va incontro alla morte; angoscia esuberanza, agitazione sono realtà di quel preciso attimo .
Dio non toglie dignità alle sue creature , sono esse con atto volontario e libero che possono rinunciare alla loro volontà .
Io ho perso la mia dignità di fronte al dolore perché mi ha vinto la stanchezza, non ho reagito, la mia testa ciondolava e i miei occhi si chiudevano non dal dolore come Anna, ma dalla stanchezza .
Oggi mi ha colpito molto, ha detto: “ avrei tanto voluto guarire “.

Biella, 1° maggio 1999

Sussurri : “ sono umile” e poi ancora: “ sono umile “, è iniziato il tuo dialogo intimo con il Padre.
Un senso di tenerezza e di amore mi avvolge : “ Ti amo “ .

mercoledì 9 marzo 2016

Il vescovo Athanasius Schneider su Evangelizzazione, Zika, Massoneria, Ortodossi e altro ....
Riportiamo, nella traduzione, il testo integrale dell'intervista rilasciata da Mons. Athanasius Schneider nel corso del suo recente viaggio in Inghilterra
 

 







Guardate l'anello del vescovo Schneider:
l'Immacolata ...
Daniel Blackman, One Peter Five 3 MARZO 2016 -
 
Nel corso della sua visita di una settimana in Inghilterra, Athanasius Schneider, il ben noto e molto rispettato vescovo ausiliare di Astana, Kazakhstan, ha rilasciato un' intervista dai toni molto netti, nella quale ha affrontato molti argomenti. Il Vescovo Schneider ha affrontato con me, in esclusiva, questioni controverse, tra cui l'evangelizzazione degli ebrei e dei musulmani; il recente commento del Papa su virus Zika e contraccezione; la Massoneria all'interno della gerarchia ecclesiastica; le ragioni per cui non permette che la paura possa fargli smettere di insegnare tutte le verità della fede cattolica.
 
Il viaggio del vescovo Schneider, organizzato dal fondatore ed editore del giornale irlandese Catholic voice, Anthony Murphy, comprendeva diverse Sante Messe, ritiri del clero e colloqui presso il Santuario di S. Agostino a Ramsgate, presso i fiorenti santuari affidati all'Istituto di Cristo re Sommo Sacerdote a New Brighton e presso la Fraternità San Pietro a Warrington. Il vescovo ha anche fatto tappa presso l'Oratorio di Oxford. Il testo che segue è tratto dalla trascrizione dell'intervista.

Daniel Blackman : Lei è già venuto più volte in Inghilterra. Cosa le piace, venendo qui, e cos'è che distingue i cattolici che qui incontra? 

Vescovo Athanasius Schneider: È meraviglioso incontrare i giovani sacerdoti, ed i laici, compresi i giovani. È incoraggiante per me. Penso che essi continuano a trasmettere le nobili tradizioni dei cattolici inglesi note in tutto il mondo. Sono stati perseguitati, e hanno dato la loro vita per la fede cattolica. 
Quindi penso che la situazione attuale della Chiesa, con questa profonda crisi, viene assunta da buoni cattolici, laici e sacerdoti, specialmente qui in Inghilterra, come in quei tempi di martiri, confessori e anche sacerdoti, è incoraggiante notare quanti cattolici inglesi rimangano fedeli alla loro nobile eredità cattolica.

DB: mi può parlare della sua vita di preghiera? Quali sono le sue devozioni particolari?
AS: Fin dalla mia giovinezza ho avuto una profonda devozione alla Santa Eucaristia, specialmente all'adorazione eucaristica. La pratico ogni giorno, se posso. La ritengo essenziale per la vita di un prete cattolico. Naturalmente, c'è la Santa Messa di ogni giorno che è l'evento più grande, la preparo molto bene, e poi recito il Breviario. Ogni sacerdote, se possibile, dovrebbe sforzarsi di far l'adorazione ogni giorno. Rimanere in presenza di Nostro Signore eucaristico, avere questo dialogo intimo con lui è una necessità. Amo farlo. 

CONVERSIONE DEGLI EBREI
DB: Nella Chiesa c'è una lunga storia di ebrei convertiti alla fede - Alphonse Ratisbonne, S. Edith Stein, Eugenio Zolli, rabbino capo di Roma durante la seconda guerra mondiale, e più di recente l'ex rabbino ortodosso Jean-Marie Eli Satbon. Eppure un recente documento della Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo afferma che non c'è più alcuna missione formale per convertire gli ebrei (par. 40-49). È vero? Si tratta di una correzione dell'insegnamento e della pratica precedente? [vedi, nel blog - e anche]

AS: È veramente erroneo. Ciò contraddice le parole di nostro Signore che ha detto, "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" - non ha detto "tutte le genti tranne il popolo ebraico", ha detto tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Gesù ha detto: se non credete non avrete la vita. Ha detto questo anche agli ebrei, e continua a dirlo agli ebrei di oggi. Anche loro devono essere obbedienti all'alleanza con Dio che Gesù ha istituito. È per questo che gli Apostoli hanno predicato agli ebrei nella sinagoga.
Per 2000 anni la Chiesa ha sempre pregato per la conversione degli ebrei. È un atto di misericordia e di amore. La Chiesa invita e incoraggia gli ebrei a venire a Cristo. Molti ebrei si sono convertiti, alcuni di loro sono anche diventati santi. Alphonse Ratisbonne fondò una congregazione religiosa per evangelizzare il popolo ebraico. Questo vale sempre anche per me, e nessun documento della Chiesa può invalidarlo perché contraddirebbe le parole di Nostro Signore, smentirebbe gli apostoli, e tutte le parole permanenti e immutabili della Chiesa per oltre 2000 anni.

DB: questo documento viene dall'interno della Chiesa, un organo ufficiale del Vaticano, come è possibile? [vedi, nel blog]
AS: È ben triste. Questo documento non ha valore infallibile né intende esserlo, non è espressione autentica del Magistero. Nella storia della Chiesa si sono dati documenti pastorali che avevano natura temporanea e contenevano errori, e questo documento contiene degli errori. Ciò che non è infallibile può rivelarsi erroneo. Ribadisco che la Chiesa ha sempre insegnato unicamente le affermazioni pronunciate ex cathedra o espresse dal Magistero universale - ciò che il papa e i vescovi hanno insegnato a lungo nei secoli. Il documento citato contiene per contro una nuova dottrina, una opinione, una teoria.

DB: Le Conferenze episcopali di Inghilterra e Galles e di Germania hanno chiesto che la preghiera per gli ebrei del tradizionale rito del Venerdì Santo sia cambiata per allinearla con l'attuale pratica inter-religiosa con gli ebrei. Si tratta di una buona cosa? C'è qualcosa che non va nella preghiera corrente? [vedi, nel blog]
AS: Non so cosa vogliano, ma dobbiamo guardare in faccia la realtà. È contro la carità e l'amore per gli ebrei. Se li amo, voglio che conoscano e amino Gesù e possano essere lavati dal preziosissimo sangue di Gesù, e che conoscano la Santissima Trinità. Perciò devo pregare per la loro conversione. Mi oppongo: i vescovi tedeschi e inglesi, non rappresentano la totalità dell'episcopato. Ci sono certamente - ne conosco - dei vescovi, che non sono d'accordo con questa posizione. Non credo che questa opinione sia corretta, è invasiva. È insinuata da una nomenclatura amministrativa che pretende di rappresentare tutti i vescovi di una nazione. Questo metodo di funzionamento delle Conferenze Episcopali è molto problematico di per sé, è contro la struttura divina della Chiesa. [vedi, nel blog: insidie della collegialità - e anche: Conciliarità, sinodalità. Come cambia la Chiesa?]

RAPPORTI CON I MUSULMANI
DB: Vive in un paese in cui il 70% della popolazione è musulmano. Qual è la sua esperienza di vivere in un paese a maggioranza musulmana? C'è cooperazione o conflitto? I musulmani si convertono al cattolicesimo?
AS: Grazie a Dio c'è pace e armonia, la gente è molto tollerante, e non c'è ostilità. Non c'è estremismo nella mentalità e nella cultura della gente e il governo sostiene attivamente il dialogo inter-religioso. Sono molto vigili per evitare gli estremismi, fino all'espulsione dal Paese.
Il governo organizza incontri per condividere i valori comuni della società, non c'è nulla di teologico in questi incontri, solo un contributo al miglioramento della vita sociale, che considero molto positivo. Ad esempio, l'ideologia del gender attualmente imposta su scala globale con metodi dittatoriali, grazie a Dio, non trova spazio perché i mussulmani hanno la stessa opinione sul tema. Siamo uniti nel condannare ogni progetto sul gender e nel prevenire ogni influenza negativa contro la famiglia.

DB: la Chiesa cattolica ha una missione nei confronti dei musulmani? 

AS: Sì, anche questa è la nostra missione, che siano redenti da Cristo e Lo conoscano, e così è nei confronti degli ebrei. Ma è ovviamente difficile evangelizzare i musulmani nei paesi islamici. È molto pericoloso. Ma almeno, in questi paesi, possiamo dare la nostra testimonianza e la nostra presenza. Ho esperienza di persone della comunità musulmana, che iniziano a cercare Cristo e a chiedersi quale sia la verità; così, nei miei contatti personali, sono stato testimone di conversioni. Dal momento che abbiamo libertà d'opinione e di azione, perché in Europa non siamo ancora in paesi a maggioranza islamica - sottolineo non ancora, perché le cose possono cambiare -, possiamo e dobbiamo usare metodi missionari nei confronti dei nostri vicini islamici, non il proselitismo, che non è moralmente corretto, ma l'evangelizzazione.

ISIS E IL PIANO DI SOVVERSIONE DELL'EUROPA
DB: l'Europa ha subito numerosi attacchi terroristici islamici - Parigi, serie preoccupazioni in Belgio, e anche in Medio Oriente, in parte dell'Africa, in Pakistan e altrove. Perché accade questo?
AS: Beh, non so esattamente come si sia formato l'ISIS, ma comprendiamo facilmente che sarebbe impossibile all'ISIS disporre di tante armi se non fosse finanziato e sostenuto da qualche potere forte. Il commercio delle armi è di tale portata che non sarebbe possibile senza che un Stato potente fornisca, forse attraverso intermediari, i finanziamenti e le armi di cui ha bisogno.
Un altro punto che vorrei sottolineare è che la comunità internazionale - gli Stati Uniti, la NATO - è dotata di strumenti sufficienti per distruggere l'ISIS, avrebbe potuto farlo fin dall'inizio. Ha servizi segreti eccellenti che già conoscevano l'ascesa dell'ISIS, ma non hanno fatto niente. L'UE, la NATO, gli Stati Uniti, non hanno fatto nulla, eppure sapevano. Essi non hanno ostacolato l'ISIS. Essi hanno un potere immenso, e tuttavia hanno permesso la formazione del fenomeno terroristico ISIS. 

DB: Sa perché? 
AS: Non conosco le loro intenzioni, le intenzioni dei potenti di questo mondo, degli stati occidentali. Non so perché non l'hanno bloccato. Possiamo dire che l'hanno indirettamente sostenuto. Essi potrebbero avere obiettivi politici o l'intenzione di orchestrare l'invasione dell'Europa da parte di ingenti masse di musulmani, per provocare la destabilizzazione, fin nel cuore dell'Europa, non soltanto nel Medio Oriente. Una così grande presenza di persone di un'altra cultura, con una visione più radicale dell'Islam, nel corso del tempo provocherà conflitti e tensioni con la popolazione locale. E sarà causa di instabilità e confusione generale. Qualche potente forse vuole usare tale instabilità in un disegno più ampio.

I MASSONI NELLA CHIESA
DB: La Chiesa ha una lunga storia di secoli di denuncia della Massoneria. Tuttavia, il nuovo Codice di diritto canonico ha eliminato ogni riferimento alla massoneria, e non si vedono più documenti né prese di posizione da parte di leader della Chiesa su questo. Ciò può dare l'impressione che la Massoneria non sia più un pericolo. Le logge massoniche hanno persino accolto con favore Papa Francesco. 
AS: La Massoneria in sé è intrinsecamente incompatibile con il cristiano o con la fede cattolica, è intrinsecamente incompatibile perché la natura della Massoneria è anticristiana. Nega Cristo e nega le verità oggettive, promuove il relativismo, che è contrario alla verità, al Vangelo. Si favoriscono in tal modo gli errori dottrinali della filosofia massonica. Questo è in contrasto con la fede cristiana e cattolica.
La Massoneria ha anche un aspetto esoterico, che non è cristiano. Ha cerimonie e riti di carattere esoterico, cosa che i massoni ammettono apertamente, e queste cerimonie sono contrarie alla fede. I loro simboli e rituali mostrano che sono contro le verità divine contenute nel Vangelo. Queste cose dimostrano che la Massoneria è un'altra religione, ripeto: la Massoneria è un'altra religione, è una religione contro Cristo.
Anche quando i massoni fanno opere di bene, filantropia e via dicendo, questi aspetti pericolosi rimangono. La loro filantropia non è una giustificazione perché noi possiamo accettare la Massoneria, magari a causa del loro buon lavoro filantropico. Io non approverò mai le loro dottrine e i loro rituali, che sono contro le verità divine del vangelo. La Chiesa non potrà mai accettarli. La Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1983 sulla Massoneria è ancora valida. Secondo la Dichiarazione, diventare massone è un peccato mortale - nemmeno Papa Francesco ha cambiato questa norma. Questo insegnamento è ancora valido e ufficiale.

DB: Siti e pubblicazioni massoniche parlano regolarmente e favorevolmente di Papa Francesco. Come si spiega questa accoglienza favorevole di Papa Francesco?
AS : Beh, dovrebbero dircelo concretamente. Non si capisce cosa intendano con le loro dichiarazioni, non è chiaro quali siano le loro intenzioni.

DB: Nel 2013, sul volo di ritorno da Rio de Janeiro, Papa Francesco ha fatto riferimento ad una lobby massonica. Di recente, il cardinale Ravasi, sul quotidiano italiano Il Sole 24 Ore, ha richiamato ad un nuovo dialogo e a una condivisione di valori con la Massoneria. La Massoneria ha vinto all'interno della Chiesa?
AS : Ovviamente sappiamo che la Massoneria è uno dei poteri che ha più influenza a tutti i livelli della società umana. Ciò è chiaro e manifesto. In linea di principio, è abbastanza logica la tendenza di infiltrarsi nell'organizzazione del suo nemico da parte di chi è un supporto, un leader nell'influente organizzazione anticristiana. È quindi logico che nel corso dei secoli, i massoni abbiano tentato e probabilmente siano riusciti ad infiltrarsi nella Chiesa a vari livelli; per me, questo è chiaro.
È difficile identificare un massone e dimostrarne concretamente l'affiliazione. È difficile e pericoloso, perché si può accusare la persona sbagliata: ciò è dovuto al carattere segreto ed esoterico della massoneria. Il modo di parlare di un rappresentante della Chiesa, di un sacerdote, di un vescovo o di un cardinale può far supporre che egli abbia dei contatti con la massoneria. Udiamo spesso dei rappresentanti della Chiesa parlare come massoni e utilizzare termini e concetti tipicamente massonici ogni volta che aprono bocca. Potrebbe trattarsi di membri della massoneria, ma è necessario provarlo. Eppure è vero che molti parlano come massoni e ne hanno lo spirito; magari non si tratterà di membri formali della massoneria, ma alcuni vescovi e cardinali parlano chiaramente con uno spirito massonico. Sottolineo il fatto che ciò non significa che essi siano membri formali della massoneria.

LUCI E OMBRE DELL'INCONTRO CON IL PATRIARCA ORTODOSSO
DB: Papa Francesco ha appena incontrato il patriarca ortodosso della Russia. Cosa pensa dell'incontro? Realizzerà l'unità con Roma, o porterà a una Chiesa sinodale che permette la Santa Comunione ai divorziati risposati?
AS: In primo luogo, l'incontro è un motivo di gioia di per sé, il fatto stesso che abbia avuto luogo, perché gli ortodossi sono una chiesa forte con belle e autentiche tradizioni, le immagini, la devozione alla Madonna, gli angeli, liturgie belle ed autentiche, una Santa Messa ben celebrata, la penitenza, il digiuno, le tradizioni monastiche; ha conservato molti valori cattolici autentici. 
 
Credo che l'incontro sia stato politicamente condizionato, si è svolto in tutta fretta, è stato dettato soprattutto da motivazioni politiche. E non credo che questo incontro influirà nel senso che la Chiesa diventi più sinodale, o che ci siano facilitazioni per ricevere la Santa Comunione per le coppie di divorziati risposati, come consentito nella Chiesa ortodossa.
 
Condivido le forti dichiarazioni del papa e del patriarca sulla famiglia, contro l'ideologia del gender e contro la persecuzione dei cristiani, ma ciò che non condivido, è l'affermazione sugli Uniati: è un'ingiustizia, perché in passato gli Uniati volevano essere uniti al Papa, fin dal Concilio di Firenze nel 15° secolo. È un movimento positivo, che ha portato molti frutti - santi, martiri, non possiamo dire che fosse un errore.
 
Analogamente, la dichiarazione sul proselitismo è un'accusa contro la Chiesa cattolica. Io vivo in una regione ortodossa e la Chiesa non fa proselitismo. Questa dichiarazione è stata ingiusta. Quindi penso che la Santa Sede ha ceduto alla pressione del patriarca. Sembra che gli ortodossi abbiano dettato alcune cose da accettare, ed è contro la verità e contro la giustizia, un tale dialogo non è un vero e proprio dialogo ecumenico. Il dialogo deve essere fraterno e ugualitario a livello umano; tutti questi compromessi che minano la verità e la giustizia, non daranno i frutti di una vera unità.

LA CHIESA ATTACCATA DALL'INTERNO: VIRUS ZIKA, «DIVORZIO CATTOLICO», CONTRACCEZIONE...
DB: Papa Francesco ha concesso una nuova intervista sull'aereo al ritorno da Cuba. Ha fatto un commento sul virus Zika e sull'uso della contraccezione. Ha citato il caso delle religiose del Congo, e il discernimento. Padre Lombardi SJ ha chiarito il commento del Papa. I vescovi delle Filippine hanno pubblicamente chiesto una revisione dell'insegnamento della Chiesa in questo campo. È davvero un dibattito che la Chiesa deve affrontare, o si tratta di manovre da parte di persone che, dentro e fuori la Chiesa, vogliono che la dottrina sulla contraccezione sia cambiata?
AS: È parte di un piano, chiaramente, per cambiare le verità della Chiesa sulla morale, e anche in tema di contraccezione. Si tratta di un piano, di una grande pressione, e di un programma nel campo della contraccezione. Nella Chiesa del nostro tempo esiste il pericolo di una ammissione di fatto del divorzio e della ricezione della Santa Comunione: è una negazione della indissolubilità del matrimonio basata sulla prassi.

DB: Si riferisce al processo di nullità riformato?

AS: Sì, il processo riformato di nullità del matrimonio, a mio avviso, contiene anche un rischio di banalizzazione e superficialità nel processo stesso; esso contiene in sé, nelle nuove regole, una minaccia di attacco contro la sacralità e l'indissolubilità del matrimonio. Trattare di una cosa santa in maniera superficiale e frettolosa, in modo banale, è irresponsabile. In teoria, oggi, le nuove norme sono in contrasto con la prassi perenne della Chiesa, perché nel processo c'è sempre stata la presunzione di validità del matrimonio, si è sempre data per scontata, al fine di difendere la santità del matrimonio. Per contro, le nuove norme presumono l'invalidità del matrimonio fin dall'inizio. Si tratta di un pericoloso cambiamento di mentalità.
È un attacco da parte dello spirito di questo mondo, ed è la stessa cosa con la contraccezione. Le verità della Chiesa sono immutabili e tali rimarranno. Papa Paolo VI nell'Humanae vitae e Papa Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor e nella Familiaris Consortio hanno insegnato che la contraccezione di per sé è sempre intrinsecamente un male. Non ci sono circostanze o eccezioni che giustificano un atto intrinsecamente cattivo. I Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II lo hanno confermato.

"NON HO PAURA"
DB: Lei si esprime in modo esplicito su molte questioni importanti, dando ai fedeli un insegnamento chiaro e veramente cattolico. Non teme gli attacchi che potrà ricevere? Le sembra di essere pronto a diventare un bersaglio - i vescovi possono essere spostati, gli attacchi dei media vengono lanciati, le reputazioni distrutte.
AS: Non ho timori o dubbi su eventuali trasferimenti o attacchi perché il senso della mia vita e ogni mia ambizione, consistono nelle verità di Cristo e nell'essere fedele a Dio, e nell'essere riconosciuto da Dio, non dai vescovi, dai media, e nemmeno dal Papa: con la mia coscienza e con i miei voti nel battesimo e nella consacrazione episcopale, ho promesso a Cristo di custodire la verità pura e integra, e persino di essere pronto a dare la vita per essa. Questo è il mio desiderio e il mio obiettivo, non mi interessa ciò che dice la gente. È assurdo temere l'opinione umana perché domani cambia. Devo temere solo ciò che Dio pensa. Le persone passano in fretta, il pensiero di Dio rimane, mi preoccupo innanzitutto di essere gradito a Dio.
Sono un vescovo ausiliare di una diocesi, sono felice, e quando il Papa mi trasferirà, accetterò e obbedirò, e in ogni luogo porterò con me il desiderio di difendere la verità.

DB: la carità è la più grande delle virtù. Qual è l'atto di carità, spirituale e corporale, più necessario da praticare per i cristiani di oggi?
AS: In primo luogo, nella gerarchia dei valori, ciò che è più importante è ciò che è eterno e immortale: l'anima, i valori eterni e la vita eterna. Ecco perché gli atti di carità diretti a trasmettere la vita eterna al mio prossimo e a trasmettere le verità eterne, per aiutarlo a salvare la sua anima, questi sono gli atti più necessari. Ovviamente esiste poi il dovere immediato di aiutare una persona in difficoltà, che ha fame e così via, aiutare è un atto naturale, deve essere fatto. Ma come cattolici non pensiamo unicamente a fornire cibo e vestiario, dobbiamo anche dare la luce della fede, non bisogna dimenticarlo. Ama Dio prima di tutto, e ama il tuo prossimo come te stesso.
Dio ci chiede di amarlo con tutta la nostra mente, le nostre forze e il nostro cuore; questo Egli ha riservato per sé. Gesù ci ha insegnato ad amare gli altri come noi stessi, e ad amare gli altri come Lui ci ha amati. Quindi dobbiamo amare con l'amore di Cristo. Egli è venuto per salvare le nostre anime, non prima o solo i nostri corpi, e per donarci la Sua verità divina. Ha versato il suo sangue per la salvezza delle nostre anime. Quindi dobbiamo amarci gli uni gli altri come Cristo ci ama. Il nostro primo compito è quello di amare Dio, e preferire Dio e la sua verità nella nostra vita temporale, pronti ad essere martiri per Cristo e ad amare gli altri come noi stessi e come Cristo ci ha amati - sacrificandoci per il bene degli altri.

 [Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

mercoledì 6 gennaio 2016

Il monaco senza abito

L'abito ecclesiastico: 

la sua finalità la sua importanza

"Chi non ama la sua talare resisterà ad amare il suo servizio a Dio? Il prossimo non sostituisce Dio! Non è soldato chi non ama la sua divisa." (Card. G. Siri)


1. Il monaco senza abito.

Si dice che l'abito non fa il monaco, il che è vero, nel senso che non basta mettersi qualcosa addosso per cambiare vita o distinguersi esteriormente dal mondo per operare la propria conversione interiore. D'altra parte, è vero anche il contrario: abbandonare l'abito religioso o deformarlo a mero "segno di riconoscimento" (come il tesserino appuntato sul petto dagli addetti di qualche azienda) può significare due sole cose, entrambe negative: o la vergogna per un modo di essere che si cerca di nascondere ogni qual volta faccia comodo; o l'idea secondo cui tra i consacrati e i laici non vi sia alcuna differenza se non sul piano puramente accidentale. In ultima analisi, è un'indebolimento della fede, occultata o deformata, che provoca l'abbandono, se non addirittura il disprezzo, della veste sacra.

Non è mia intenzione, qui, analizzare minutamente le molteplici ragioni che giustificano l'uso, da parte dei consacrati, di un abito diverso dalle altre persone. Tuttavia, poiché oggi anche il semplice buon senso sembra vacillare, bisognerà per lo meno spendere una parola contro le obiezioni più frequenti.

2. Chiarezza, non finzione.

La prima è quella secondo cui il consacrato, vestendosi come chiunque, sarebbe più vicino alla gente, più capace di mettersi in relazione con loro. Ora, la chiarezza dei ruoli sta alla base del funzionamento di un rapporto. Nessuno, credo, per corteggiare una ragazza si vestirebbe da donna; e sarebbe ridicolo che il capo di un'azienda, per avere migliori relazioni coi propri operai, andasse a visitarli in tuta da lavoro. Anzi, nell'uno e nell'altro caso l'interlocutore si sentirebbe preso in giro dal tentativo di impostare il rapporto su un mezzo inganno. E reagirebbe o allontanando il dissimulatore oppure trattandolo con sufficienza, perché chi si vergogna di un modo di essere perfettamente legittimo non ha alcun diritto ad essere preso sul serio. Con questo cade la prima obiezione all'abito religioso: chi non lo porta per avvicinarsi alla gente, si rende, sia pure involontariamente, artefice di un inganno. Il consacrato deve avvicinare la gente come consacrato, non come finto laico.

3. Il falso spiritualismo si traduce in vero materialismo.

L'altra frequente obiezione viene formulata più o meno in questo modo: uno stato interiore e spirituale non ha bisogno di essere manifestato con segni esteriori e materiali. Distinguo: uno stato interiore e spirituale privato, che non ha riflessi visibili sulla propria condizione pubblica, non ha effettivamente bisogno di essere denotato esteriormente. Non si chiederà ad un laico che si è confessato e ha fatto la Comunione di appendersi una nastrino al collo per far sapere a tutti la grazia che ha ricevuto. Anzi, vantarsi dei propri meriti, ancorché spirituali, significa alienarsi, come dice il Vangelo, la ricompensa che essi avrebbero meritato nell'altra vita. Invece uno stato interiore e spirituale pubblico, che cioè muta la condizione pubblica di una persona, modificando il suo status, non solo può, ma deve essere manifestato con segni visibili. Ora, il conferimento dei sacri ordini è pubblico, come pubblico è l'ingresso in un istituto religioso mediante la solenne professione dei voti. È necessario, quindi, che il consacrato porti esteriormente un segno di questa sua condizione, che lo distingue dagli altri fedeli e che, essendo pubblica, dev'essere pubblicamente manifestata.
Certo, la sana filosofia ci insegna a subordinare il materiale allo spirituale. Sappiamo perfettamente che il segno esteriore ha senso nella misura in cui riflette uno stato interiore. Attribuire soverchia importanza al segno, a scapito della realtà che esso significa, vuol dire confondere il mezzo col fine, l'accidentale con l'essenziale. Ma nell'uomo, fatto di anima e di corpo, anche la parte materiale ha la sua importanza. È l'istituzione stessa dei Sacramenti a dimostrarcelo. Per veicolarci le sue grazie ex opere operato, nostro Signore avrebbe potuto scegliere qualunque mezzo, anche puramente spirituale. Invece ha deciso di legarle ad un segno tangibile, un segno che, pur essendo in se stesso materiale, produce infallibilmente una grazia spirituale. Perché questa scelta? Per la consapevolezza che l'uomo, non essendo un puro spirito (come gli Angeli), ha bisogno di segni sensibili per accedere più facilmente alle realtà insensibili (cioè non percepibili attraverso i sensi). Ho parlato dell'istituzione dei Sacramenti. Ma avrei potuto menzionare anche l'Incarnazione. Dio poteva redimerci in diversi modi. Se ha scelto di farlo assumendo l'umana natura, è per lo scopo delineato dal prefazio di Natale: "affinché, conoscendo Dio visibilmente, siamo rapiti alla contemplazione delle realtà invisibili".

Bisogna quindi tenersi egualmente lontani da due opposti eccessi: da un lato, quello del materialismo, che ordina l'inferiore (le realtà corporee) al superiore (le realtà spirituali), comportando il dileguo di queste ultime; e dall'altro quello, non meno deleterio, dello spiritualismo, che, pur riconoscendo la ragionevole supremazia delle realtà spirituali, finisce per misconoscere l'importanza di quelle materiali.

L'uomo, diceva Pascal, è un po' angelo e un po' bestia. Quando cerca di diventare solo angelo, finisce per diventare solo bestia. Il protestantesimo ha voluto trasformare la religione del Verbo incarnato in qualcosa di puramente spirituale, senza sacramenti, senza sacrificio, senza sacerdozio, in una parola senza segni visibili che producano la grazia invisibile. Dopo non molto tempo, questo innaturale spiritualismo si è trasformato nel suo contrario, cioè nell'esaltazione della materia a scapito dello spirito. E non può essere altrimenti. Sganciato da uno dei propri elementi costitutivi - il corpo - l'uomo tenta di librarsi nei puri cieli dello spirito; ma, come dice il Poeta, "sua disianza vuol volar sanz'ali", poiché l'uomo non è un angelo, anche se si sforza di diventarlo. Non nel senso che non possa raggiungere la purezza di un angelo o la santità di un angelo, ma nel senso che non può comportarsi come se non avesse anche una parte materiale, la quale, se non viene usata come mezzo di santificazione, finisce per assumere una propria autonomia, trasformandosi in mezzo di dannazione. Mi spiego con un esempio. Tutti abbiamo bisogno di mangiare: possiamo seguire ciecamente questo istinto, e ammalarci di indigestione; possiamo fingere che non esista, e morire di fame; oppure possiamo mangiare per saziarci, ossia ordinando la realtà corporale (l'istinto) alla realtà spirituale (la ragione). Ora, poiché gli aspiranti suicidi, grazie a Dio, sono pochissimi, le persone che negano al cibo qualunque utilità, piuttosto che morire di fame, finiranno per passare al versante diametralmente opposto, cioè a sostenere la necessità di assecondare irrazionalmente le proprie passioni. È il finto angelo che diventa vera bestia.

4. Tentazioni gnostiche.

L'utilizzo di un segno esteriore che denoti una condizione interiore è dunque connaturale all'essenza dell'uomo, il quale, come abbiamo visto, deve servirsi ragionevolmente delle realtà materiali in modo da ordinarle a quelle spirituali. Di qui la somma importanza dell'abito sacro. Esso, infatti, non si limita ad indicare una condizione qualsiasi, tra le tante che l'uomo può pubblicamente assumere, ma è il segno di uno stato di vita diverso e distinto da quello delle altre persone. In quanto stato, tale condizione non viene mai abbandonata, neppure temporaneamente. Il consacrato non è tale solo quanto è in servizio: per questo i sacerdoti o i religiosi che usano la veste sacra solo durante le funzioni sono da biasimare non meno di quelli che non la usano mai. Anzi, forse sono da biasimare di più, perché, oltre a fraintendere il significato del segno, lo sviliscono a puro elemento di esibizione, come se il sacerdote non avesse alcun bisogno dell'abito e lo indossasse solamente per non deludere gli innocenti e puerili desideri del popolo. Chi si comporta così, riconosce il principio, sopra esposto, secondo cui le cose sensibili vanno utilizzate per favorire la contemplazione delle cose soprasensibili; ma ne limita l'applicazione ad alcune categorie di persone: il popolo, semplice e istintivo, ha bisogno di questi segni; i sacerdoti, i dotti, le persone colte, no. Non è difficile riconoscere in questo una forma velata di gnosi: l'accesso ad una forma di conoscenza riservata a pochi crea l'illusione di trascendere la natura umana, di non aver bisogno di ciò di cui tutti hanno bisogno. Inutile far rilevare come, alla resa dei conti, i consacrati che seguono questo tipo di ragionamento, quando non usano la veste, lo fanno per i discutibili motivi di cui abbiamo parlato all'inizio del presente articolo, se non addirittura per ragioni ancor meno onorevoli. È, ancora una volta, l'angelo (anche se stavolta restringe la possibilità di de-materializzarsi ad una ristretta cerchia di privilegiati) che si rivela bestia.

In realtà, il consacrato è il primo ad aver bisogno della veste sacra, è il primo ad aver bisogno di un segno esteriore che gli ricordi, anche quando sarebbe più propenso a dimenticarlo, il suo stato di vita. La natura umana, come ben sappiamo, non è distrutta dalla grazia; tanto meno è distrutta dalla conoscenza di certe nozioni o dall'assunzione di uno stato di vita (gnosi). Da questo punto di vista, il sacerdote è un uomo come tutti gli altri, bisognoso, anche lui, di ordinare il corpo mediante il ragionevole utilizzo delle realtà sensibili. Per questo le costituzioni degli Ordini religiosi, fino alla recenti riforme, ordinavano al consacrato di non deporre mai la sacra veste: perfino durante la notte, se non si usava l'abito intero (distinto, ovviamente, da quello impiegato durante il giorno), bisognava portare l'abitino, ossia un piccolo scapolare dello stesso tessuto e colore della veste sacra. Il terzo Concilio plenario di Baltimora stabiliva che i sacerdoti potevano indossare il clergyman solo all'esterno (come d'abitudine nei paesi anglosassoni), mentre in chiesa e in casa (cioè anche nel privato) doveva tassativamente portare la talare. In molti seminari, i candidati ai sacri ordini dormivano con l'abito talare piegato e deposto sul petto: non si trattava, come alcuni vorrebbero, di un semplice memento mori, ma della logica applicazione del principio secondo cui l'abito religioso serve anzitutto al sacerdote per riconoscere se stesso. Nei bui momenti di sconforto, di scoraggiamento, di tentazione, quando la volontà interiore è meno propensa a ricordarsi degli impegni assunti e delle scelte fatte, è spesso un segno esteriore che ci richiama alla realtà e ci salva. Riconoscere questo, non significa trasformare l'uomo in un eterno fanciullo, sempre bisognoso di qualcuno o qualcosa che lo controlli; significa piuttosto prendere atto della natura intima dell'uomo (in cui l'angelo, in alcuni momenti, rischia di essere soppiantato dalla bestia) e predisporre gli opportuni rimedi. Di qui la necessità di usare la veste sacra come memento al consacrato del suo modo di essere. In questo stessa senso va inquadrata la prassi di portare la tonsura o chierica nei capelli, la quale peraltro, a differenza della veste, non poteva essere neppure deposta. L'abito non fa il monaco, ma aiuta ad esserlo.

5. Dignità e bellezza.

C'è poi un'ultima questione da affrontare. Secondo alcuni, il sacerdote deve sì essere identificabile come tale, ma per ottenere questo scopo basta un "segno di riconoscimento" qualsiasi: una crocetta, un tau, un colletto, qualunque cosa possa alludere alla sua funzione. Osserviamo, anzitutto, che un segno, per essere riconoscibile, dev'essere univoco: quindi, parlare di un "segno di riconoscimento" senza stabilire esplicitamente quale, non ha alcun senso. Oggi siamo arrivati al paradosso di sacerdoti i quali pensano di essere riconosciuti per una sorta di telepatia interiore, come se il loro modo di essere ce l'avessero scritto in faccia. Né c'è da stupirsene, visto che alludere ad un "segno di riconoscimento" senza definirlo, significa lasciare aperto il campo alle più disparate interpretazioni, anche a quelle telepatico-sensitive. In secondo luogo, un segno, per essere efficace, deve avere una qualche relazione evidente ed immediata (analogia) con la realtà che vuole significare. Ora, è indubbio che la veste sacra, per il fatto di avvolgere interamente chi la porta, rimanda in modo assai efficace al fatto della totale consacrazione a Dio. Il consacrato, anche esteriormente, è rivestito di Cristo. La sua separazione dal mondo (che non significa estraneità, visto che, tolti i casi di vita assolutamente contemplativa, continua in vario modo ad operare nel mondo) è denotata dall'uso di vesti radicalmente diverse da quelle comuni. I colori sobri e le stoffe poco pregiate rimandano alla scelta dell'umiltà e, per chi ne ha fatto voto, della povertà. Secondo la stessa logica, i Prelati, in ragione del proprio ruolo, indossano vesti dai colori e dai tessuti più preziosi. E tutto questo, senza considerare le simbologie proprie degli abiti dei singoli istituti, ricchissime di significati teologici e spirituali. Come, celebrando la Messa, il sacerdote - anche esteriormente - si spoglia di se stesso e si riveste di Cristo, così nella sua vita quotidiana il consacrato, che ha rinunciato a se stesso abbracciando un determinato stato di vita, deve testimoniare - anche esteriormente - la sua intima identificazione col Salvatore.

Per questo la veste sacra non dev'essere priva di una sua dignità estetica. Trascurare questo aspetto in nome della comodità o del funzionalismo, significa eliminare od oscurare la corrispondenza analogica tra simbolo e significato. Non di rado, oggi, vediamo abiti religiosi striminziti e di tessuto sottilissimo, che lasciano trasparire le vesti borghesi sottostanti e che sembrano fatti apposta per essere frettolosamente indossati quando ci si reca ad una funzione o si esce di casa. Nulla a che vedere rispetto alle vesti ampie, nobili e dignitose, ancorché poverissime, che si usavano prima delle recenti riforme. Le modifiche più notevoli si sono avute negli abiti delle religiose: ai lungi veli, ai soggoli inamidati, alle ampie gonne che scendevano fino al ginocchio, alle cinture, agli scapolari (cose, talvolta, di forma originale o insolita, ma sempre degne di una sposa di Cristo e comunque munite di una loro storia e di un loro significato), si sono sostituiti dei ridicoli tailleur stile anni Cinquanta, con gonna al ginocchio e giacchetta stilizzata. D'estate non è raro vedere le mezze maniche. Il soggolo è completamente scomparso e il velo si è trasformato in un esile fazzoletto, che lascia intravedere più capelli di quanti ne compra. Non è difficile scorgere, in queste stilizzazioni, il passaggio dall'abito come segno "escatologico", la cui forma suggerisce la realtà che è chiamata a significare, all'abito come segno "di riconoscimento", dotato di una funzione puramente convenzionale. E tutto questo senza tener conto delle conseguenze psicologiche di simili scelte: infatti, stilizzare o trascurare il segno che denota il proprio modo di essere, viene comunemente interpretato come negligenza e disinteresse verso il modo di essere in quanto tale.

6. Considerazioni finali.


Concludo con un tentativo di sintesi. L'abito religioso è il segno esteriore di una realtà interiore. Esso non è co-essenziale a questa realtà, nel senso che non è indispensabile affinché questa esista (l'abito non fa il monaco), ma ne è la legittima espressione, conformemente alla natura dell'uomo, che essendo composto di anima e di corpo ha bisogno di servirsi delle cose visibili per cogliere meglio quelle invisibili (l'abito aiuta ad essere monaco). Spogliarsi del segno esteriore non implica la cessazione della realtà interiore; ma è visto dagli altri o come un suo svilimento (vergogna per ciò che si è) o come un tentativo di inganno (fingersi ciò che non si è). Quindi non è in alcun modo funzionale alle relazioni col prossimo, che, al contrario, hanno come presupposto la chiarezza, anche esteriore, dei ruoli. Queste considerazioni, se valgono per il prossimo, valgono a maggior ragione per il consacrato stesso, il quale, per primo, ha bisogno di un segno che gli ricordi sempre, anche quando sarebbe più propenso a scordarlo, la propria condizione. In quanto simbolo (realtà materiale che allude ad una realtà spirituale), la veste sacra deve avere una corrispondenza analogica con ciò che significa: in altre parole, deve in qualche modo rimandare, nel colore e nella forma, alle caratteristiche dello stato di vita che è chiamata a rappresentare. I segni di riconoscimento convenzionali (crocette, colletti, tau), come pure gli abiti stilizzati e imbruttiti che hanno rimpiazzato le dignitose vesti tradizionali, non soddisfano questo requisito, quindi sono da scartare. Essi denotano, tutt'al più, una funzione (come quella di un impiegato che porti un cartellino di riconoscimento), ma non un modo di essere: non sono sufficienti a fare della veste religiosa quel "segno escatologico" di cui parlano gli autori di spiritualità. Anzi, a causa della loro bruttezza ed ordinarietà, finiscono per svilire, a livello psicologico, anche la realtà che significano.

L'esperienza dimostra quanto abbiamo tentato di spiegare a parole. Nel corso della storia, l'abbandono della veste sacra è sempre coinciso con periodi di forte decadenza spirituale. Ad avere in uggia la forma tradizionale dell'abito sacro erano, per esempio, i chierici frivoli e libertini del XVIII secolo. Quanto al clero moderno, l'ostentata noncuranza nei confronti dei segni esteriori fa riscontro ad una mondanizzazione e ad una crisi d'identità (disciplinare e dottrinale) senza precedenti.

Del resto, la decadenza della religiosità esteriore è, ad un tempo, causa ed effetto della decadenza della religiosità interiore, poiché la mente umana è fatta in modo tale da conoscere invisibilia per visibilia. Trascurando il segno visibile, si finisce a poco a poco per perdere il contatto con la realtà invisibile da esso rappresentata. Parallelamente, chi non è più in grado di cogliere adeguatamente le cose spirituali non avverte più il bisogno di esprimerle in forma materiale. Si tratta di un circolo vizioso (abyssus clamat abyssum), dal quale è possibile uscire solo col recupero dei sani concetti della filosofia e della teologia tradizionali e col ritorno alla secolare prassi della Chiesa cattolica. [Fonte]

http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2016/01/labito-ecclesiastico-la-sua-finalita-la.html?spref=fb

venerdì 16 ottobre 2015

la Messa: il bene più prezioso

“Sulle memorie dal sottosuolo delle isole Solowki”.  In quel luogo alcuni sacerdoti a costo della vita celebravano il sacrificio della Messa con ardore e devozione. La loro testimonianza è per la Chiesa di oggi un grande monito. Come trattiamo le cose di Dio? Amiamo l’Eucarestia? Come celebriamo i santi misteri? Leggiamo la loro testimonianza: «Nel Mar Bianco, dove le notti sono bianche per sei mesi all’anno, l’Isola grande delle Solowki sorge dall’acqua con le sue candide chiese contornate dalle mura del Cremlino. In quel chiarore sembra non esservi peccato. È come se la natura, là, non l’abbia ancora raggiunto nel suo sviluppo: in questo modo Prisvim sentì le isole Solowki. Mezzo secolo dopo la battaglia di Kulikovo e mezzo millennio prima della Gpu [la polizia segreta] i monaci Savvataj e German attraversarono il mare di madreperla su una fragile barchetta e ritennero santa l’isola priva di animali rapaci. Con essi ebbe inizio il monastero di Solowki. Sorsero le cattedrali della Dormizione della Vergine e della Trasfigurazione, la chiesa della Decapitazione di san Giovanni Battista. La terra di Solowki risultò non solo santa ma ricca, capace di nutrire molte migliaia di abitanti (…) L’idea della guerra. Non è davvero possibile, in fin dei conti, che irragionevoli monaci vivano semplicemente, su una semplice isola. Mentalità carceraria. Ci si possono rinchiudere criminali importanti e c’è già chi farà da guardia. Non gli impediremo di occuparsi della salvezza della loro anima, ma intanto possono sorvegliare i nostri prigionieri. Pensò forse a tanto Savvatij quando approdò all’isola santa?». Così Alexander Solženicyn, in Arcipelago Gulag, descrive la nascita del sistema concentrazionario sovietico alle Isole Solowki (Arcipelago Gulag 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa III-IV, Milano, 1995, pp. 27-31).


Nel 1920 il monastero divenne l’archetipo dei lager di Lenin e con Stalin, nel 1929, una prigione. Sul suo modello se ne apriranno altri in Russia e in Europa. Vi furono internati i “nemici della rivoluzione”, tra questi il clero ortodosso, quello cattolico e gli intellettuali. Il freddo, la fame, i lavori forzati, le malattie, le fucilazioni, tra il 1923 e il 1939 condussero a morte quasi un milione di persone. Verbali, resoconti, per decenni coperti dal segreto, affiorano raccontando di «quest’epoca tremenda. Tanto tremenda che ciascuno deve rispondere di sé stesso» (Pavel Florenskij). I Fondi Russia e Pontificia Commissione Pro-Russia dell’Archivio Storico della Segreteria di Stato brulicano di “memorie dal sottosuolo”, memoriali di dolore e morte, ma anche di redenzione, riscatto e speranza. Il memoriale Mosca e Solowki, riassunto e florilegio dei ricordi di padre Donato Nowicki circa la persecuzione dei cattolici russi di rito orientale a Mosca e circa la deportazione di un certo numero di essi alle isole Solowki, narra la sofferenza sopportata con fede, coraggio e dignità, da un gruppo di sacerdoti, religiose e laici cattolici tra il 1922 e il 1938.
L’autore, arrestato il 12 novembre del 1923, fu ordinato sacerdote clandestinamente proprio sull’isola centrale dal beato Boleslaw Sloskan e morì in Polonia il 17 agosto 1971. Nelle chiese c’è corrispondenza fra esterno e interno: «Tramite l’ardore visibile dall’esterno il cielo discende sulla terra, viene introdotto nel tempio e ne diventa quel coronamento dove ogni cosa terrena viene coperta dalla mano dell’Altissimo, benedicente dalla volta azzurro-cupo del cielo» (Evgenij Nikolaevîc Trubeckoj, Contemplazione nel colore, Milano 1977, p. 8-9). Anche all’epoca tremenda del delitto e della barbarie alle Solowki, le cupole d’oro delle cattedrali della Dormizione della Vergine e della Trasfigurazione splendevano ogni giorno di Bellezza alla luce del sole. Come enormi ceri accesi, i campanili rifulgevano fra le distese nevose continuando a rimanere un remoto richiamo della città di Dio benché il loro interno fosse divenuto un “tritacarne” di destini. Forse alludeva a questo Evdokimov quando scriveva che «la Bellezza è un enigma, e se è vero che la bellezza salverà il mondo, Ippolit — un personaggio dell’Idiota di Dostoevskij — chiede di precisare “quale bellezza”. La bellezza, nel mondo ha il suo doppio. Anche i nichilisti amano la bellezza… come pure l’assassino Pëtr Verchovenskij» (Pavel Evdokimov, Dostoevskij e il problema del male, Roma 1985, p. 81). In quelle isole molti uomini non si accontentarono della propria integrità e indipendenza, a loro non bastò puntare a salvare l’umano nell’uomo, ma salvarono il senso stesso della vita contro il caos montante e l’assurdo: i monaci che riuscirono a creare nella dura natura del Mar Bianco un paradiso, i martiri che resero presente Cristo e umana e divina la vita nell’inferno del lager.
Al centro del memoriale padre Nowicki pone, quasi come atto fondativo della solidarietà spirituale che strinse i martiri e confessori della fede nell’arcipelago, una circostanza precisa: «Ci riunimmo per la prima volta alla cappella di San Germano il giorno di Natale del 1925; e da allora ogni domenica e ogni giorno di festa noi siamo tornati con grande gioia e riconoscenza verso la Provvidenza Divina». Pensare al Natale del 1925 può far bene anche a quello di oggi. «La persecuzione dei cattolici russi cominciò nel 1922 e il primo gruppo arrivò a Solowki nel giugno del 1924. Nell’isola di Kondo furono trattati relativamente bene, come prigionieri politici». Qui «padre Nikolas Alexandrov, che era molto attaccato alla Santa Eucaristia, cominciò a pensare al modo per celebrare la Santa Messa, ma siccome mancava l’antimension [specie di corporale contenente le reliquie per il Rito orientale] non saliva l’altare». Dieci mesi dopo da Kondo furono trasferiti nel campo di concentramento dell’isola centrale, non più come prigionieri politici ma come controrivoluzionari puniti per delitti di religione (Tzerkowniki) e assegnati ai lavori forzati. Con grandi restrizioni, fu concesso l’uso della cappella di San Germano. La inaugurarono, appunto, il giorno di Natale del 1925, solo con la preghiera, giacché mancava l’antimension.
Alla fine di maggio del 1925 giunse la notizia che la Santa Sede aveva concesso il privilegio dell’uso del corporale latino in caso di assenza dell’antimension «purché il celebrante della prima Messa si unisse col pensiero alle reliquie dei Santi della chiesa più vicina. Allora [padre Nicolas] cominciò a celebrare. Pieno di zelo verso il Mistero dell’Eucaristia egli si alzava, malgrado le fatiche della giornata tutta occupata dai lavori forzati, verso le cinque del mattino e andava alla cappella distante due chilometri e mezzo. In inverno era buio e la strada completamente coperta di neve. La nostra cappella mancava di tutto, ma abbiamo messo tutto lo zelo per ornarla di ciò che era necessario al culto e per abbellirla. Si costruì un altare, si fece restaurare l’icona della Santa Vergine. Il lavoro fu fatto da uno dei nostri parrocchiani che conosceva la pittura. Le suore confezionarono tutti i paramenti per il culto. All’inizio avevamo un solo parato rosso, ma due anni dopo ne avevamo quattro completi di colore diverso».
Nel campo fiorì la preghiera, sbocciarono le vocazioni e si operarono conversioni. «Nell’estate del 1925 arrivò il primo prete di rito latino padre Leonard Baranowski; anche lui non poté celebrare la Santa Messa dato che era impossibile soddisfare esattamente tutte le esigenze della liturgia e delle rubriche». Le suore confezionarono allora i paramenti per il rito latino e un cattolico tedesco costruì la macchina per fare le ostie. Non fu trascurato nulla di ciò che il rito prescriveva: quando tutto fu pronto, allora cominciò. Per tali sacerdoti martiri e confessori della fede la Messa era il bene più prezioso al mondo: era il luogo dove Dio assumendo la carne dell’uomo nasceva di nuovo, saliva il Calvario per offrirsi in sacrificio e risorgere. Lì dove l’uomo in carne e ossa non valeva nulla, lì dove di diritti dell’uomo nessuno parlava, questi uomini avevano piena coscienza che la Liturgia è diritto di Dio. I sacerdoti difendevano in tutto e per tutto questo diritto anche a costo di essere scoperti e fucilati all’istante. Il Messale, che codificava il diritto di Dio che avevano ricevuto in dono, lo applicavano con grande amore in quei luoghi di odio, di orrore, di ghiaccio e di morte. Un bell’esempio per noi che non abbiamo questo genere di costrizioni e abbiamo tutta la possibilità di celebrare la Santa Messa con tutta la solennità e la ricchezza del culto richiesta dalla Santità di Dio. La vita era difficile, ma «l’idea di abbandonare una lotta che appariva ineguale la respingemmo. Sapevamo che non avremmo resistito alla depressione morale che invase dopo qualche tempo molti deportati a Solowki, se non ricorrevamo alla Santa Eucaristia, che sola poteva assicurare le forze necessarie per resistere. A quella situazione di depressione opponemmo la fede nella Provvidenza, confidando nelle forze che venivano dal Santo Sacrificio e dallo spirito di carità che ci univa in una sola famiglia».
Nell’estate del 1927 aumentò il numero dei sacerdoti cattolici deportati, orientali e latini. La gran parte dei sacerdoti celebrava ogni giorno, organizzati in turni, nella cappella o nelle camere. Annota padre Nowicki: «Ringrazio Dio, d’essere stato alle Solowki. Molte volte ho sentito in quel luogo di sofferenza come un soffio del cielo, e veramente ho vissuto momenti di profondissima gioia. Noi seguivamo il principio domenicano: vedere tutto con gli occhi della fede, essere sempre nella gioia, servire la verità e gioire di essa in ogni momento». In questa situazione padre Nowicki ricevette il suddiaconato dall’Esarca Leonid Feodorov, anche lui deportato. Per l’ordinazione diaconale e sacerdotale si attese l’arrivo di monsignor Boleslaw Sloskan: «Desidero così ardentemente di tenere il mio Salvatore nelle mie mani e di offrirlo per la salvezza delle anime in questi tempi terribili». L’ordinazione avvenne il 5 settembre del 1928 alle 5 del mattino. «Arrivai con l’abito laico, solo in cappella indossai la talare. Il vescovo non aveva né mitra né pastorale; tutto si svolse nella più grande semplicità e povertà che ricordava le catacombe; avevamo la percezione che la Grazia riempiva la nostra povera cappella e comprendemmo bene le parole del Salvatore: “Io sono con voi fino alla fine dei tempi”. Alle Solowki, il Signore è stato con la sua Chiesa. Il 7 settembre la solennità fu ancora più commovente. Non ho potuto trattenere le lacrime di gioia quando monsignor Boleslaw mise le sue mani sul mio capo pronunciando le parole Accipe Spiritum Sanctum e quando dopo di lui gli altri preti, che avevano sofferto per la fede, fecero lo stesso. Fui intimamente convinto che la grande forza, grazie alla quale io potevo servire Dio in prigione, era la Messa».La Gpu si rese conto che non riusciva a deprimere il morale e che i cattolici prendevano le loro forze dalla liturgia. Vietarono, allora l’uso della cappella di San Germano. Le celebrazioni continuarono nella clandestinità delle stanze, ma il 19 gennaio del 1929 una retata tolse ciò che serviva al culto. Si salvò quel che era nascosto.
«Allora chiesero l’uno all’altro se dovevano continuare a dir messa sotto il costante pericolo di rappresaglie — continua padre Nowicki — l’Esarca disse: “Ricordatevi che le Messe che noi diciamo a Solowki potrebbero essere le sole che dei preti cattolici dicono in Russia e per la Russia”». Continuarono a celebrare nonostante la vita fosse durissima: di notte sottoposti a rumore continuo, di giorno ai lavori forzati che consistevano nel trainare, come cavalli, dei carri per 7-10 chilometri. Dopo la Pasqua del 1929 furono trasportati nell’isola di Anzer. Si ritrovarono con grande gioia ancora insieme a Froitzhaia e iniziarono da capo a dir Messa; dapprima nella foresta, poi nel sottotetto di una delle baracche dove abitavano.
«L’inconveniente era che in essa non si poteva stare in piedi, tanto era bassa. Dicemmo Messa sempre in ginocchio, tre per volta, dando la possibilità così a un gran numero di celebrare ogni giorno». Ad Anzer celebravano «con l’intenzione di riparare davanti a Dio tutto il male che si faceva in Russia. Gli agenti bolscevichi si resero conto di questa determinazione; uno di loro un giorno disse che era inutile la lotta con noi perché “Dove c’è un prete cattolico, c’è una Messa”». Continuavano le perquisizioni e gli interrogatori. «Nei primi giorni di luglio del 1932, dopo aver sotterrato gli oggetti di culto che non potevamo portare, fummo inviati a Leningrado per essere da qui trasferiti in Polonia». I trasferimenti erano delle espulsioni, attraverso salvacondotti, ottenuti come scambio di prigionieri. In silenzio operava la Pontificia Missione di Soccorso voluta da Pio XI, fin dal 1921, per alleviare le sofferenze delle popolazioni della Russia e dell’Ucraina sotto il giogo comunista e colpite dalla fame. Nei mesi di ottobre e novembre del 1937 la maggior parte del clero cattolico russo e i fedeli che erano rimasti alle Solowki insieme agli ortodossi e agli altri furono giustiziati in una grande esecuzione di massa. Commenta padre Nowicki: «Oserei affermare che dal 1924 al 1932 in tutti i nostri sforzi di celebrare il Santo Sacrificio per farne il centro della vita religiosa, noi abbiamo agito con spirito di fede. Perché tutta la forza della fede cattolica consiste nel non sottomettersi allo spirito dei nostri tempi, nel non piegarsi davanti ai forti di questo mondo, ma cercare d’essere obbedienti alla volontà di Dio e di servirlo come lui desidera. È consolante riconoscere che ovunque, sempre e in tutte le circostanze della vita, il cristiano può con l’aiuto della Grazia, che non manca mai, cantare la lode di Dio anche in queste terribili Isole di Solowki».
Al sacrificio redentore della Pasqua si mescolava ogni giorno il sangue dei martiri e dei confessori; Natale e Pasqua, Incarnazione e Redenzione, vita e morte e di nuovo vita nella liturgia si fondono. Nella terra bella delle Solowki, che la santità dei monaci aveva reso simile al paradiso, e che l’arroganza dell’ideologia aveva trasformato nel più brutto dei mondi possibili, si attuava la discesa della Bellezza che salva il mondo e lo riscatta. Questa discesa appariva umiliata e sconfitta, invece era germe di rinascita, era Il seme sotto la neve (cfr. Ignazio Silone). Molti dei prigionieri ne avevano piena coscienza. Perciò alla messa non rinunciarono mai: era riscatto anche per chi non lo sapeva, era espiazione per chi non lo immaginava, era la Redenzione del mondo intero. Tutto ciò indissolubilmente congiunto alla gioia che viene dalla bellezza della vittoria definitiva del Dio-uomo sull’uomo fiera, gioia cui diamo spazio col nostro personale sacrificio”.
M. Agostini pubblicato dall’Osservatore Romano il 28 Dicembre 2013