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sabato 5 dicembre 2015

Non tutti i romani erano corrotti ed effeminati

Il Sacco di Roma: un castigo misericordioso



sacco di Roma
(di Roberto de Mattei) La Chiesa vive un’epoca di sbandamento dottrinale e morale. Lo scisma è deflagrato in Germania, ma il Papa non sembra rendersi conto della portata del dramma. Un gruppo di cardinali e di vescovi propugna la necessità di un accordo con gli eretici. Come sempre accade nelle ore più gravi della storia, gli eventi si succedono con estrema rapidità. Domenica 5 maggio 1527, un esercito calato dalla Lombardia giunse sul Gianicolo.
L’imperatore Carlo V, irato per l’alleanza politica del papa Clemente VII con il suo avversario, il re di Francia Francesco I, aveva mosso un esercito contro la capitale della Cristianità. Quella sera il sole tramontò per l’ultima volta sulle bellezze abbaglianti della Roma rinascimentale. Circa 20 mila uomini, italiani, spagnoli e tedeschi, tra i quali i mercenari Lanzichenecchi, di fede luterana, si apprestavano a dare l’attacco alla Città Eterna. Il loro comandante aveva concesso loro licenza di saccheggio.
Tutta la notte la campana del Campidoglio suonò a storno per chiamare i romani alle armi, ma era ormai troppo tardi per improvvisare una difesa efficace. All’alba del 6 maggio, favoriti da una fitta nebbia, i Lanzichenecchi mossero all’assalto delle mura, tra Sant’Onofrio e Santo Spirito. Le Guardie svizzere si schierarono attorno all’Obelisco del Vaticano, decise a rimanere fedeli fino alla morte al loro giuramento. Gli ultimi di loro si immolarono presso l’altar maggiore della Basilica di San Pietro. La loro resistenza permise al Papa di riuscire a mettersi in fuga, con alcuni cardinali.
Attraverso il Passetto del Borgo, via di collegamento tra il Vaticano e Castel Sant’Angelo, Clemente VII raggiunse la fortezza, unico baluardo rimasto contro il nemico. Dall’alto degli spalti il Papa assisté alla terribile strage che cominciò con il massacro di coloro che si erano accalcati alle porte del castello per trovarvi riparo, mentre i malati dell’ospedale di Santo Spirito in Saxia venivano trucidati a colpi di lancia e di spada.
La licenza illimitata di rubare e di uccidere durò otto giorni e l’occupazione della città nove mesi. «L’inferno è nulla in confronto colla veste che Roma adesso presenta», si legge in una relazione veneta del 10 maggio 1527, riportata da Ludwig von Pastor (Storia dei Papi, Desclée, Roma 1942, vol. IV, 2, p. 261).
I religiosi furono le principali vittime della furia dei Lanzichenecchi. I palazzi dei cardinali furono depredati, le chiese profanate, i preti e i monaci uccisi o fatti schiavi, le monache stuprate e vendute sui mercati. Si videro oscene parodie di cerimonie religiose, calici da Messa usati per ubriacarsi tra le bestemmie, ostie sacre arrostite in padella e date in pasto ad animali, tombe di santi violate, teste degli apostoli, come quella di sant’Andrea, usate per giocare a palla nelle strade. Un asino fu rivestito di abiti ecclesiastici e condotto all’altare di una chiesa. Il sacerdote che rifiutò di dargli la comunione fu fatto a pezzi. La città venne oltraggiata nei suoi simboli religiosi e nelle sue memorie più sacre (si veda anche André Chastel, Il Sacco di Roma, Einaudi, Torino 1983; Umberto Roberto, Roma capta. Il Sacco della città dai Galli ai Lanzichenecchi, Laterza, Bari 2012).
Clemente VII, della famiglia dei Medici non aveva raccolto l’appello del suo predecessore Adriano VI ad una riforma radicale della Chiesa. Martin Lutero diffondeva da dieci anni le sue eresie, ma la Roma dei Papi continuava ad essere immersa nel relativismo e nell’edonismo. Non tutti i romani però erano corrotti ed effeminati, come sembra credere lo storico Gregorovius. Non lo erano quei nobili, come Giulio Vallati, Giambattista Savelli e Pierpaolo Tebaldi, che inalberando uno stendardo con l’insegna “Pro Fide et Patria”, opposero l’ultima eroica resistenza a Ponte Sisto, né lo erano gli alunni del Collegio Capranica, che accorsero e morirono a Santo Spirito per difendere il Papa in pericolo.
A quella ecatombe l’istituto ecclesiastico romano deve il titolo di “Almo”. Clemente VII si salvò e governò la Chiesa fino al 1534, affrontando dopo lo scisma luterano quello anglicano, ma assistere al saccheggio della città, senza nulla poter fare, fu per lui più duro della morte stessa. Il 17 ottobre 1528 le truppe imperiali abbandonarono una città in rovina.
Un testimone oculare, spagnolo, ci dà un quadro terrificante della città un mese dopo il Sacco: «A Roma, capitale della cristianità, non si suona campana alcuna, non sì apre chiesa non si dice una Messa, non c’è domenica né giorno di festa. Le ricche botteghe dei mercanti servono per stalle per i cavalli, i più splendidi palazzi sono devastati, molte case incendiate, di altre spezzate e portate via le porte e finestre, le strade trasformate in concimaie. È orribile il fetore dei cadaveri: uomini e bestie hanno la medesima sepoltura; nelle chiese ho visto cadaveri rosi da cani. Io non so con che altro confrontare questo, fuorché con la distruzione di Gerusalemme. Ora riconosco la giustizia di Dio, che non dimentica anche se viene tardi. A Roma si commettevano apertissimamente tutti i peccati: sodomia, simonia, idolatria ipocrisia, inganno; perciò non possiamo credere che questo non sia avvenuto per caso. Ma per giudizio divino» (L. von Pastor, Storia dei Papi, cit., p. 278).
Papa Clemente VII commissionò a Michelangelo il Giudizio universale nella Cappella Sistina quasi per immortalare il dramma o che subì, in quegli anni, la Chiesa di Roma. Tutti compresero che si trattava di un castigo del Cielo. Non erano mancati gli avvisi premonitori, come un fulmine che cadde in Vaticano e la comparsa di un eremita, Brandano da Petroio, venerato dalle folle come “il pazzo di Cristo”, che nel giorno di giovedì santo del 1527, mentre Clemente VII benediceva la folla in San Pietro, gridò: «bastardo sodomita, per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti, perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città».
L’anno prima, alla fine di agosto, le armate cristiane erano state disfatte dagli Ottomani sul campo di Mohacs. Il re d’Ungheria Luigi II Jagellone morì in battaglia e l’esercito di Solimano il Magnifico occupò Buda. L’ondata islamica sembrava inarrestabile in Europa. Eppure l’ora del castigo fu, come sempre l’ora della misericordia. Gli uomini di Chiesa compresero quanto stoltamente avessero inseguito le lusinghe dei piaceri e del potere. Dopo il terribile Sacco la vita cambiò profondamente.
La Roma gaudente del Rinascimento si trasformò nella Roma austera e penitente della Contro-Riforma. Tra coloro che soffrirono nel Sacco di Roma, fu Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona, ma che allora risiedeva a Roma. Imprigionato dagli assedianti giurò che non avrebbe mai abbandonato la sua residenza episcopale, se fosse stato liberato. Mantenne la parola, tornò a Verona e si dedicò con tutte le sue energie alla riforma della sua diocesi, fino alla morte nel 1543.
San Carlo Borromeo, che sarà poi il modello dei vescovi della Riforma cattolica si ispirerà al suo esempio. Erano a Roma anche Carlo Carafa e san Gaetano di Thiene che, nel 1524, avevano fondato l’ordine dei Teatini, un istituto religioso irriso per la sua posizione dottrinale intransigente e per l’abbandono alla Divina Provvidenza spinto al punto di aspettare l’elemosina, senza mai chiederla. I due cofondatori dell’ordine furono imprigionati e torturati dai Lanzichenecchi e scamparono miracolosamente alla morte.
Quando Carafa divenne cardinale e presidente del primo tribunale della Sacra romana e universale Inquisizione volle accanto a sé un altro santo, il padre Michele Ghislieri, domenicano. I due uomini, Carafa e Ghislieri, con i nomi di Paolo IV e di Pio V, saranno i due Papi per eccellenza della Contro-Riforma cattolica del XVI secolo. Il Concilio di Trento (1545-1563) e la vittoria di Lepanto contro i Turchi (1571) dimostrarono che, anche nelle ore più buie della storia, con l’aiuto di Dio è possibile la rinascita: ma alle origini di questa rinascita ci fu il castigo purificatore del Sacco di Roma. (Roberto de Mattei)
http://www.corrispondenzaromana.it/il-sacco-di-roma-un-castigo-misericordioso/

domenica 1 marzo 2015

la chiesa apre a

Paolo IV e gli eretici del suo tempo



(di Roberto de Mattei) Il Conclave che si aprì il 30 novembre 1549, dopo la morte di Paolo III, fu certamente uno dei più drammatici della storia della Chiesa. Il cardinale inglese Reginald Pole (1500-1558), era indicato da tutti come il grande favorito. Erano pronti per lui gli abiti pontificali ed egli aveva già mostrato a qualcuno il discorso di ringraziamento.
Il 5 dicembre, a Pole mancava un solo voto per ottenere la tiara pontificia, quando il cardinale Gian Pietro Carafa si levò in piedi e, di fronte all’assemblea attonita, lo accusò pubblicamente di eresia, rimproverandogli, tra l’altro, di aver sostenuto la doppia giustificazione cripto-luterana respinta dal Concilio di Trento nel 1547. Carafa era conosciuto per la sua integrità dottrinale e per la sua vita di pietà. I suffragi per Pole crollarono e, dopo lunghe controversie, il 7 febbraio 1550 fu eletto il cardinale Giovanni del Monte, che prese il nome di Giulio III (1487-1555).
L’accusa di eresia che per la prima volta era stata lanciata in conclave contro un cardinale rifletteva le divisioni dei cattolici di fronte al protestantesimo (cfr. Paolo Simoncelli, Il caso Reginald Pole. Eresia e santità nelle polemiche religiose del cinquecento, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1977). Tra gli anni Trenta e Cinquanta del Cinquecento le tendenze eretiche si erano diffuse nel mondo ecclesiastico romano ed era nato il partito degli “spirituali”, rappresentato da personaggi ambigui, come i cardinali Reginald Pole, Gasparo Contarini (1483-1542) e Giovanni Morone (1509-1580).
Essi coltivavano un cristianesimo irenista e si proponevano di conciliare il luteranesimo con la struttura istituzionale della Chiesa romana. Pole aveva creato un circolo eterodosso a Viterbo; Morone, quando era stato vescovo di Modena, tra il 1543 e il 1546, aveva scelto dei predicatori che successivamente erano stati tutti processati per eresia. Gli atti dei processi inquisitoriali del card. Morone (1557-1559), di Pietro Carnesecchi (1557-1567) e di Vittore Soranzo (1550-1558), tutti appartenenti alla cerchia degli “spirituali”, pubblicati dall’Istituto Storico Italiano per l’età moderna e contemporanea e dall’Archivio Segreto Vaticano, tra il 1981 e il 2004, hanno dimostrato quanto fitta fosse questa rete di complicità, vigorosamente combattuta da due uomini, entrambi destinati a divenire Papi, Gian Pietro Carafa, futuro Paolo IV, e Michele Ghislieri, futuro Pio V. Entrambi erano convinti che gli spirituali fossero in realtà cripto-luterani.
Gian Pietro Carafa aveva fondato, con Gaetano di Thiene, l’ordine dei Teatini ed era stato scelto da Adriano VI a collaborare per la riforma universale della chiesa, interrotta dalla morte prematura del Pontefice di Utrecht. Era soprattutto al card. Carafa che si doveva l’istituzione del Santo Uffizio dell’Inquisizione romana. La bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542, con cui Paolo III, accogliendo il suggerimento di Carafa, aveva istituito questo organismo, era una dichiarazione di guerra all’eresia. Questa guerra c’era chi voleva continuarla fino all’estirpazione di ogni errore e chi voleva concluderla in nome della pace religiosa.
Alla morte di Giulio III, nel Conclave del 1555, i due partiti si scontrarono nuovamente e il 23 maggio 1555 il cardinale Gian Pietro Carafa fu eletto Papa, superando di un soffio il cardinale Morone. Aveva allora settantanove anni e prese il nome di Paolo IV. Fu un Pontefice senza compromessi, che ebbe per obiettivo primario, la lotta alle eresie e una vera riforma della Chiesa. Combatté la simonia, impose ai vescovi l’obbligo di residenza nelle proprie diocesi, ristabilì la disciplina monastica, impresse un vigoroso impulso al Tribunale dell’Inquisizione, istituì l’Indice dei Libri proibiti.
Il suo braccio destro era un umile frate domenicano, Michele Ghislieri, che nominò vescovo di Nepi e Sutri (1556), cardinale (1557) e Grande Inquisitore a vita (1558), aprendogli la strada al pontificato. Il 1 giugno 1557 Paolo IV comunicò ai cardinali di aver ordinato l’incarcerazione del card. Morone per sospetto di eresia. Aveva incaricato l’Inquisizione di svolgere il processo, portandone i risultati dinanzi al Sacro Collegio. Paolo IV rivolgeva la stessa accusa al card. Pole che si trovava in Inghilterra e che fu destituito dalla carica di legato. Il card. Morone fu rinchiuso in Castel Sant’Angelo e venne liberato solo nell’agosto 1559, quando, alla vigilia della condanna, la morte del Papa gli permise di recuperare la libertà e di partecipare al conclave successivo.
Nel marzo 1559, pochi mesi prima di morire, Paolo IV pubblicò la bolla Cum ex apostolato officio in cui affrontò il problema della possibile eresia di un Papa (cfr. Bullarium diplomatum et privilegiorum sanctorum romanorum pontificum, S. e H. Dalmezzo, Augustae Taurinorum, 1860, VI, pp. 551-556). In essa, leggiamo: «che lo stesso Romano Pontefice, il quale agisce in terra quale Vicario di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo ed ha avuto piena potestà su tutti i popoli ed i regni, e tutti giudica senza che da nessuno possa essere giudicato, qualora sia riconosciuto deviato dalla fede possa essere redarguito» e «se mai dovesse accadere in qualche tempo che (…) prima della sua promozione a cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore, la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i cardinali».
Questa bolla ripropone quasi alla lettera il principio canonistico medioevale secondo cui il Papa non può essere redarguito e giudicato da nessuno, «nisi deprehandatur a fide devius» , a meno che non devii dalla fede (Ivo di Chartres, Decretales, V, cap. 23, coll. 329-330). Si discute se la Bolla di Paolo IV sia una decisione dogmatica o un atto disciplinare; se sia ancora in vigore o se sia stata implicitamente abrogata dal Codice del 1917; se si applichi al Papa che sia incorso in eresia ante o post electionem, e così via. Non entriamo in queste discussioni. La Cum ex apostolato officio resta un autorevole documento pontificio che conferma la possibilità di un Papa eretico, anche se non dà alcuna indicazione sulle concrete modalità con cui egli perderebbe il pontificato. Dopo Paolo IV, fu eletto, il 25 dicembre 1559 un Papa politico, Pio IV (Giovanni Angelo Medici di Marignano – 1499-1565).
Il 6 gennaio 1560 il nuovo pontefice impose l’annullamento del processo contro Morone, reinsediandolo nella sua carica e si scontrò duramente con il cardinale Ghislieri, che considerava un fanatico dell’Inquisizione. L’Inquisitor maior et perpetuus fu privato dei poteri eccezionali conferitigli da Paolo IV e venne trasferito alla diocesi secondaria di Mondovì. Ma alla morte di Pio IV, Michele Ghislieri, il 7 gennaio 1566, venne inaspettatamente eletto con il nome di Pio V. Il suo pontificato si situò in piena continuità con quello di Paolo IV, riprendendone l’attività inquisitoriale.
Il cardinale Morone, che per incarico di Paolo III aveva aperto, come legato pontificio, il Concilio di Trento e su mandato di Pio IV ne aveva diretto le ultime sessioni, ottenne la sospensione della sua condanna.
La storia della Chiesa, anche nei momenti di più aspro scontro interno è più complessa di quanto molti possono credere. Il Concilio di Trento, che è un monumento della fede cattolica, fu inaugurato e poi chiuso da un personaggio gravemente sospetto di eresia luterana. Quando morì, nel 1580, Giovanni Morone fu sepolto in Santa Maria della Minerva (la sua tomba è oggi irreperibile), la stessa basilica in cui san Pio V volle elevare un mausoleo al suo accusatore, di cui avviò il processo di canonizzazione: il campione dell’ortodossia Gian Pietro Carafa, papa Paolo IV. (Roberto de Mattei)