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sabato 5 dicembre 2015

Non tutti i romani erano corrotti ed effeminati

Il Sacco di Roma: un castigo misericordioso



sacco di Roma
(di Roberto de Mattei) La Chiesa vive un’epoca di sbandamento dottrinale e morale. Lo scisma è deflagrato in Germania, ma il Papa non sembra rendersi conto della portata del dramma. Un gruppo di cardinali e di vescovi propugna la necessità di un accordo con gli eretici. Come sempre accade nelle ore più gravi della storia, gli eventi si succedono con estrema rapidità. Domenica 5 maggio 1527, un esercito calato dalla Lombardia giunse sul Gianicolo.
L’imperatore Carlo V, irato per l’alleanza politica del papa Clemente VII con il suo avversario, il re di Francia Francesco I, aveva mosso un esercito contro la capitale della Cristianità. Quella sera il sole tramontò per l’ultima volta sulle bellezze abbaglianti della Roma rinascimentale. Circa 20 mila uomini, italiani, spagnoli e tedeschi, tra i quali i mercenari Lanzichenecchi, di fede luterana, si apprestavano a dare l’attacco alla Città Eterna. Il loro comandante aveva concesso loro licenza di saccheggio.
Tutta la notte la campana del Campidoglio suonò a storno per chiamare i romani alle armi, ma era ormai troppo tardi per improvvisare una difesa efficace. All’alba del 6 maggio, favoriti da una fitta nebbia, i Lanzichenecchi mossero all’assalto delle mura, tra Sant’Onofrio e Santo Spirito. Le Guardie svizzere si schierarono attorno all’Obelisco del Vaticano, decise a rimanere fedeli fino alla morte al loro giuramento. Gli ultimi di loro si immolarono presso l’altar maggiore della Basilica di San Pietro. La loro resistenza permise al Papa di riuscire a mettersi in fuga, con alcuni cardinali.
Attraverso il Passetto del Borgo, via di collegamento tra il Vaticano e Castel Sant’Angelo, Clemente VII raggiunse la fortezza, unico baluardo rimasto contro il nemico. Dall’alto degli spalti il Papa assisté alla terribile strage che cominciò con il massacro di coloro che si erano accalcati alle porte del castello per trovarvi riparo, mentre i malati dell’ospedale di Santo Spirito in Saxia venivano trucidati a colpi di lancia e di spada.
La licenza illimitata di rubare e di uccidere durò otto giorni e l’occupazione della città nove mesi. «L’inferno è nulla in confronto colla veste che Roma adesso presenta», si legge in una relazione veneta del 10 maggio 1527, riportata da Ludwig von Pastor (Storia dei Papi, Desclée, Roma 1942, vol. IV, 2, p. 261).
I religiosi furono le principali vittime della furia dei Lanzichenecchi. I palazzi dei cardinali furono depredati, le chiese profanate, i preti e i monaci uccisi o fatti schiavi, le monache stuprate e vendute sui mercati. Si videro oscene parodie di cerimonie religiose, calici da Messa usati per ubriacarsi tra le bestemmie, ostie sacre arrostite in padella e date in pasto ad animali, tombe di santi violate, teste degli apostoli, come quella di sant’Andrea, usate per giocare a palla nelle strade. Un asino fu rivestito di abiti ecclesiastici e condotto all’altare di una chiesa. Il sacerdote che rifiutò di dargli la comunione fu fatto a pezzi. La città venne oltraggiata nei suoi simboli religiosi e nelle sue memorie più sacre (si veda anche André Chastel, Il Sacco di Roma, Einaudi, Torino 1983; Umberto Roberto, Roma capta. Il Sacco della città dai Galli ai Lanzichenecchi, Laterza, Bari 2012).
Clemente VII, della famiglia dei Medici non aveva raccolto l’appello del suo predecessore Adriano VI ad una riforma radicale della Chiesa. Martin Lutero diffondeva da dieci anni le sue eresie, ma la Roma dei Papi continuava ad essere immersa nel relativismo e nell’edonismo. Non tutti i romani però erano corrotti ed effeminati, come sembra credere lo storico Gregorovius. Non lo erano quei nobili, come Giulio Vallati, Giambattista Savelli e Pierpaolo Tebaldi, che inalberando uno stendardo con l’insegna “Pro Fide et Patria”, opposero l’ultima eroica resistenza a Ponte Sisto, né lo erano gli alunni del Collegio Capranica, che accorsero e morirono a Santo Spirito per difendere il Papa in pericolo.
A quella ecatombe l’istituto ecclesiastico romano deve il titolo di “Almo”. Clemente VII si salvò e governò la Chiesa fino al 1534, affrontando dopo lo scisma luterano quello anglicano, ma assistere al saccheggio della città, senza nulla poter fare, fu per lui più duro della morte stessa. Il 17 ottobre 1528 le truppe imperiali abbandonarono una città in rovina.
Un testimone oculare, spagnolo, ci dà un quadro terrificante della città un mese dopo il Sacco: «A Roma, capitale della cristianità, non si suona campana alcuna, non sì apre chiesa non si dice una Messa, non c’è domenica né giorno di festa. Le ricche botteghe dei mercanti servono per stalle per i cavalli, i più splendidi palazzi sono devastati, molte case incendiate, di altre spezzate e portate via le porte e finestre, le strade trasformate in concimaie. È orribile il fetore dei cadaveri: uomini e bestie hanno la medesima sepoltura; nelle chiese ho visto cadaveri rosi da cani. Io non so con che altro confrontare questo, fuorché con la distruzione di Gerusalemme. Ora riconosco la giustizia di Dio, che non dimentica anche se viene tardi. A Roma si commettevano apertissimamente tutti i peccati: sodomia, simonia, idolatria ipocrisia, inganno; perciò non possiamo credere che questo non sia avvenuto per caso. Ma per giudizio divino» (L. von Pastor, Storia dei Papi, cit., p. 278).
Papa Clemente VII commissionò a Michelangelo il Giudizio universale nella Cappella Sistina quasi per immortalare il dramma o che subì, in quegli anni, la Chiesa di Roma. Tutti compresero che si trattava di un castigo del Cielo. Non erano mancati gli avvisi premonitori, come un fulmine che cadde in Vaticano e la comparsa di un eremita, Brandano da Petroio, venerato dalle folle come “il pazzo di Cristo”, che nel giorno di giovedì santo del 1527, mentre Clemente VII benediceva la folla in San Pietro, gridò: «bastardo sodomita, per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti, perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città».
L’anno prima, alla fine di agosto, le armate cristiane erano state disfatte dagli Ottomani sul campo di Mohacs. Il re d’Ungheria Luigi II Jagellone morì in battaglia e l’esercito di Solimano il Magnifico occupò Buda. L’ondata islamica sembrava inarrestabile in Europa. Eppure l’ora del castigo fu, come sempre l’ora della misericordia. Gli uomini di Chiesa compresero quanto stoltamente avessero inseguito le lusinghe dei piaceri e del potere. Dopo il terribile Sacco la vita cambiò profondamente.
La Roma gaudente del Rinascimento si trasformò nella Roma austera e penitente della Contro-Riforma. Tra coloro che soffrirono nel Sacco di Roma, fu Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona, ma che allora risiedeva a Roma. Imprigionato dagli assedianti giurò che non avrebbe mai abbandonato la sua residenza episcopale, se fosse stato liberato. Mantenne la parola, tornò a Verona e si dedicò con tutte le sue energie alla riforma della sua diocesi, fino alla morte nel 1543.
San Carlo Borromeo, che sarà poi il modello dei vescovi della Riforma cattolica si ispirerà al suo esempio. Erano a Roma anche Carlo Carafa e san Gaetano di Thiene che, nel 1524, avevano fondato l’ordine dei Teatini, un istituto religioso irriso per la sua posizione dottrinale intransigente e per l’abbandono alla Divina Provvidenza spinto al punto di aspettare l’elemosina, senza mai chiederla. I due cofondatori dell’ordine furono imprigionati e torturati dai Lanzichenecchi e scamparono miracolosamente alla morte.
Quando Carafa divenne cardinale e presidente del primo tribunale della Sacra romana e universale Inquisizione volle accanto a sé un altro santo, il padre Michele Ghislieri, domenicano. I due uomini, Carafa e Ghislieri, con i nomi di Paolo IV e di Pio V, saranno i due Papi per eccellenza della Contro-Riforma cattolica del XVI secolo. Il Concilio di Trento (1545-1563) e la vittoria di Lepanto contro i Turchi (1571) dimostrarono che, anche nelle ore più buie della storia, con l’aiuto di Dio è possibile la rinascita: ma alle origini di questa rinascita ci fu il castigo purificatore del Sacco di Roma. (Roberto de Mattei)
http://www.corrispondenzaromana.it/il-sacco-di-roma-un-castigo-misericordioso/

lunedì 26 ottobre 2015

Il Sinodo fallito: tutti sconfitti

Il Sinodo fallito: tutti sconfitti, a cominciare dalla morale cattolica




(Roberto de Mattei) All’indomani del XIV Sinodo sulla famiglia, tutti sembrano aver vinto. Ha vinto Papa Francesco, perché è riuscito a trovare un testo di compromesso tra le opposte posizioni; hanno vinto i progressisti perché il testo approvato ammette alla Eucarestia i divorziati risposati; hanno vinto i conservatori, perché il documento non contiene un riferimento esplicito alla comunione ai divorziati e rifiuta il “matrimonio omosessuale” e la teoria del gender.
Per capire meglio come sono andate in realtà le cose, bisogna partire dalla sera del 23 ottobre, quando è stata consegnata ai Padri sinodali la relazione finale elaborata da una commissione ad hoc sulla base degli emendamenti (modi) alla Instrumentum laboris, proposti dai gruppi di lavoro divisi per lingua (circuli minores).
Con grande sorpresa dei Padri sinodali il testo loro consegnato giovedì sera era solo in lingua italiana, con assoluto divieto di comunicarlo non solo alla stampa, ma anche ai 51 uditori e agli altri partecipanti all’assemblea. Il testo non teneva alcun conto dei 1355 emendamenti proposti nel corso delle tre settimane precedenti e riproponeva sostanzialmente l’impianto dell’Instrumentum laboris, compresi i paragrafi che avevano suscitato in aula le più forti critiche: quelli sull’omosessualità e sui divorziati risposati. La discussione era fissata per la mattina seguente, con la possibilità di preparare nuovi emendamenti solo in nottata, su di un testo presentato in una lingua padroneggiata solo da una parte dei Padri. Ma la mattina del 23 ottobre, papa Francesco, che ha sempre seguito con attenzione i lavori, si è trovato di fronte a un inatteso rifiuto del documento redatto dalla commissione. Ben 51 Padri sinodali intervenivano nel dibattito, la maggior parte dei quali contrari al testo avallato dal Santo Padre. Tra questi i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi; Joseph Edward Kurtz, Presidente della Conferenza Episcopale americana; Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale italiana; Jorge Liberato Urosa Savino, Arcivescovo di Caracas; Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna; e i vescovi Zbigņevs Gadecki, Presidente della Conferenza Episcopale polacca; Henryk Hoser, Arcivescovo-Vescovo di Warszawa-Praga; Ignace Stankevics, Arcivescovo di Riga; Tadeusz Kondrusiewicz, Arcivescovo di Minsk-Mohilev; Stanisław Bessi Dogbo, Vescovo di Katiola (Costa d’Avorio); Hlib Borys Sviatoslav Lonchyna, Vescovo di Holy Family of London degli Ucraini Bizantini, e tanti altri, tutti esprimendo, con toni diversi, il loro disaccordo dal testo.
Il documento non poteva essere certo ripresentato il giorno successivo in aula, con il rischio di venire messo in minoranza e di produrre una forte spaccatura. La soluzione di compromesso veniva trovata seguendo la via tracciata dai teologi del “Gemanicus”, il circolo che includeva il cardinale Kasper, icona del progressismo, e il cardinale Müller, prefetto della Congregazione della Fede. La commissione tra venerdì pomeriggio e sabato mattina rielaborava un nuovo testo, che veniva letto in aula la mattina di sabato 24 e poi votato, nel pomeriggio, ottenendo per ognuno dei 94 paragrafi la maggioranza qualificata dei due terzi, che sui 265 padri sinodali presenti era pari a 177 voti. 
Nel briefing di sabato il cardinale Schönborn ne aveva anticipato la conclusione per quanto riguarda il punto più discusso, quello sui divorziati risposati: «Se ne parla, se ne parla con grande attenzione, ma la parola chiave è “discernimento”, e vi invito tutti a pensare che non c’è un bianco o nero, un semplice sì o no, è da discernere, e questa è proprio la parola di san Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio: l’obbligo di esercitare un discernimento perché le situazioni sono diverse e l’esigenza di questo discernimento il Papa Francesco, buon gesuita, l’ha imparata da giovane: il discernimento è cercare di capire quale è la situazione di tale coppia o tale persona».
Discernimento e integrazione è il titolo dei numeri 84, 85 e 86. Il paragrafo più controverso, il n. 86, che contiene una apertura verso i divorziati risposati e la possibilità per loro di accostarsi ai sacramenti – pur senza menzionare esplicitamente la comunione – è stato approvato con 178 voti a favore, 80 contrari e 7 astenuti. Un solo voto in più rispetto al quorum dei due terzi.
L’immagine di papa Francesco non esce rafforzata, ma appannata e indebolita al termine dell’assemblea dei vescovi. Il documento che egli aveva avallato è stato infatti apertamente respinto dalla maggioranza dei Padri sinodali, il 23 mattina, che è stata la sua “giornata nera”. Il discorso conclusivo di papa Bergoglio non ha espresso alcun entusiasmo per la Relatio finale, ma una reiterata riprovazione contro i Padri sinodali che avevano difeso le posizioni tradizionali. Perciò, ha detto tra l’altro il Papa la sera di sabato, «concludere questo Sinodo significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite. (…) Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile». Parole dure, che esprimono amarezza e insoddisfazione: non certo quelle di un vincitore.
Sono stati sconfitti anche i progressisti, perché non solo ogni riferimento positivo all’omosessualità è stato rimosso, ma anche l’apertura ai divorziati risposati è molto meno esplicita di quanto essi avessero voluto. Ma i conservatori non possono cantare vittoria. Se 80 Padri sinodali, un terzo dell’assemblea, hanno votato contro il paragrafo 86, vuol dire che esso era insoddisfacente. Il fatto che per un voto questo paragrafo sia passato non cancella il veleno che esso contiene.
Secondo la Relatio finale, la partecipazione alla vita ecclesiale dei divorziati risposati può esprimersi in “diversi servizi”: occorre perciò «discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa» (n. 84); «il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere» (n. 86).
Ma che cosa significa essere “membra vive” della Chiesa, se non trovarsi in stato di grazia e ricevere la Santa Comunione? E la “più piena partecipazione alla vita della Chiesa” non include, per un laico, la partecipazione al sacramento dell’Eucarestia? Si dice che le forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale, possono essere superate, “caso per caso”, seguendo una “via discretionis”. Può essere superata l’esclusione dalla comunione sacramentale? Il testo non lo afferma, ma non lo esclude. La porta non è spalancata, ma socchiusa, e dunque non si può negare che essa sia aperta.
La Relatio non afferma il diritto dei divorziati risposati a ricevere la comunione (e dunque il diritto all’adulterio), ma nega di fatto alla Chiesa il diritto di definire pubblicamente adulterio la condizione dei divorziati risposati, lasciando la responsabilità della valutazione alla coscienza dei pastori e degli stessi divorziati risposati. Per riprendere il linguaggio della Dignitatis Humanae, non si tratta di un diritto “affermativo” all’adulterio, ma di un diritto “negativo” di non essere impediti ad esercitarlo, ovvero di un diritto alla “immunità da ogni coercizione in materia morale”. Come nella Dignitatis Humanae viene cancellata la distinzione fondamentale tra il “foro interno”, che riguarda la salvezza eterna dei singoli fedeli, e il “foro esterno” relativo al bene pubblico della comunità dei fedeli. La comunione infatti non è un atto solo individuale, ma un atto pubblico compiuto di fronte alla comunità dei fedeli. La Chiesa, senza entrare nel foro interno, ha sempre proibito la comunione dei divorziati risposati perché si tratta di peccato pubblico, commesso in  foro esterno. La legge morale viene assorbita dalla coscienza che diviene un nuovo luogo, non solo teologico e morale, ma canonico. La Relatio finalis si integra bene, sotto questo aspetto, con i due motu proprio di Papa Francesco, di cui lo storico della scuola di Bologna ha sottolineato il significato sul Corriere della Sera del 23 ottobre: “Restituendo ai vescovi il giudizio sulla nullità Bergoglio non ha cambiato lo status dei divorziati, ma ha fatto un silenzioso, enorme atto di riforma del papato”.
L’attribuzione al vescovo diocesano della facoltà, come giudice unico, di istruire discrezionalmente un processo breve e arrivare alla sentenza è analoga alla attribuzione al vescovo del discernimento sulla condizione morale dei divorziati risposati. Se il vescovo locale riterrà che il percorso di crescita spirituale e di approfondimento di una persona che vive in una nuova unione è compiuto, questa potrà ricevere la comunione. Il discorso di papa Francesco del 17 ottobre al Sinodo indica nella “decentralizzazione” la proiezione ecclesiologica della morale “caso per caso”. Il Papa ha affermato che “al di là delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo, per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato”.
La morale dell’inculturazione, che è quella del “caso per caso” relativizza e dissolve la legge morale che, per definizione è assoluta e universale. Non vi è né buona intenzione, né circostanza attenuante che possono trasformare un atto buono in cattivo o viceversa. La morale cattolica non ammette eccezioni: o è assoluta e universale, oppure non è una legge morale.  Non hanno torto, dunque, quei giornali che hanno presentato la Relatio finale con questo titolo: “Cade il divieto assoluto di comunione ai divorziati risposati”.
La conclusione è che ci troviamo di fronte ad un documento ambiguo e contraddittorio che permette a tutti di cantare vittoria; anche se nessuno ha vinto. Tutti sono stati sconfitti, a cominciare dalla morale cattolica che esce profondamente umiliata dal Sinodo sulla famiglia conclusosi il 24 ottobre.(Roberto de Mattei)

domenica 11 ottobre 2015

misericordia senza verità: siamo fuoristrada

SINODO: Card. De Paolis: ”Oggi parliamo tanto di compassione, di amore e di misericordia. Ma senza verità, siamo fuoristrada”


Il cardinale Velasio de Paolis



L’intervento del cardinale Velasio de Paolis
(Daniele Sebastianelli) Di fronte alla crisi del matrimonio e della famiglia, la risposta che non può che venire dalle certezze della fede. Lo ha affermato il 10 ottobre il card. Velasio De Paolis, presidente emerito della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, durante i lavori del convegno Matrimonio e famiglia. Tra dogma e prassi della Chiesa, organizzato dalla Fondazione Lepanto e dall’Associazione Famiglia Domani e svoltosi a Roma nella Sala S. Pio X in Via dell’Ospedale, con la partecipazione di mons. Antonio Livi, del prof. Roberto de Mattei, e del prof. Giovanni Turco, alla presenza di alcune centinaia di persone, tra cui molti sacerdoti e religiosi.
Il cardinale Velasio de Paolis





Il cardinale Velasio de Paolis
Abbiamo bisogno di verità”, ha ricordato con forza il cardinale, che è stato anche segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, e delegato pontificio per la congregazione dei Legionari di Cristo. Oggi parliamo tanto di compassione, di amore e di misericordia. Ma senza verità, siamo fuoristrada”. L’impressione, secondo il card. Velasio De Paolis è che “le parole oggi non significhino più niente”, mentre “abbiamo bisogno di contenuti per ritrovare la realtà vera”. Riferendosi al problema dei divorziati risposati il cardinale è molto chiaro. Adottare “una prassi pastorale che va contro la dottrina è di una illogicità spaventosa. Non è cristiana”. In fondo “se ho una medicina che non funziona significa che non ho capito bene cos’ha il malato. Se mi limito a cambiare medicina invece di capire le cause della malattia potrei anche uccidere il malato”. La soluzione, per il prelato, non può essere che una: “i peccatori non vanno respinti, ma va trovata la strada giusta. La via dell’amore nella verità”.  La misericordia non va confusa con l’amore”,  ha aggiunto il cardinale,  e l’amore è inseparabile dalla verità”.
il prof. Roberto de Mattei
il prof. Roberto de Mattei
Il prof. Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto, ha inaugurato il convegno affermando che il matrimonio e la famiglia, vengono “messi in discussione all’interno della Chiesa”, una cosa che “non era mai accaduto nella storia”. Dopo aver ripercorso alcuni passaggi storici nella vita della Chiesa, de Mattei ha ricordato l’esempio di san Pier Damiani e di tutti i grandi riformatori del suo secolo che “non hanno invocato la legge della gradualità  o del male minore, non hanno definito il concubinato dei preti come una situazione irreversibile di cui prendere atto, non hanno invitato a cogliere gli elementi positivi nelle unioni omosessuali e delle convivenze extra matrimoniali.
il prof. Giovanni Turco
il prof. Giovanni Turco
Dal canto suo, il prof.Giovanni Turco, docente all’Università degli Studi di Udine, ha spiegato come oggi i luoghi sociologici si sostituiscono ai luoghi teologici e ha focalizzato l’attenzione sul principio di non contraddizione secondo il quale “ogni cosa è ciò che è. Anche il matrimonio e la famiglia”. Quindi, “o il matrimonio è indissolubile o non lo è. Non c’è pastorale che tenga”; “o si è in peccato, o no”, “la verità non ammette gradi”. Per il professore “La falsa ed erronea impostazione di un problema, porterà ad una falsa soluzione del problema”, perché “il bene è il criterio della prassi, non il contrario”. Oggi, ha spiegato,
Mons. Antonio Livi
Mons. Antonio Livi
Mons. Antonio Livi, decano emerito della facoltà di Filosofia della Pontificia Università lateranense, ha ribadito che non ci può essere separazione tra dottrina e prassi e che, nella Chiesa, “la pastorale ha lo scopo preciso di operare per il bene delle anime”.  Come il cardinale De Paolis, anche mons. Livi ha apertamente criticato le tesi del card. Kasper, dicendosi convinto che il porporato tedesco non può ignorare la difformità delle sue idee da quelle del Magistero e dell’evidenza razionale.  Ma quando si sbaglia, ha affermato il monsignore, “si può inseguire un fine occulto, cioè convincere gli altri a credere qualcosa di falso. E questa è ipocrisia”. 
(Daniele Sebastianelli)

sabato 1 agosto 2015

LITANIE DELL'UMILTA'

LE LITANIE DELL'UMILTA' DEL CARDINALE MERRY DEL VAL
Servo di Dio e Segretario di Stato di San Pio X ha combattuto insieme a lui l'eresia modernista


di Roberto De Mattei

Secondogenito del marchese Raffaele e della contessa Giuseppina de Zulueta, Raffaele Merry del Val nacque il l0 ottobre 1865 a Londra, dove il padre era allora Segretario dell'Ambasciata Spagnola. Nelle sue vene, date le diverse nazionalità dei suoi antenati, scorreva il sangue di illustri famiglie dell'Irlanda, della Spagna, dell'Inghilterra, della Scozia e dell'Olanda: in particolare, il sangue della famiglia paterna era nobilitato da quello versato da un suo glorioso avo: san Dominguito del Val, crocifisso, non ancora settenne, nella cattedrale di Saragozza dagli Ebrei, in odio alla fede di Cristo nel giorno del Venerdì Santo del 1250.

DOCILITA' AL VOLERE DI DIO
Fin da giovanissimo non ebbe dubbi sulla vocazione ecclesiastica che la Provvidenza gli aprì in maniera sfolgorante: incaricato di Missioni pontificie a 22 anni, con il titolo di "monsignore", prima ancora di essere ordinato sacerdote; presidente della Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici a 34 anni; arcivescovo a 35 anni; cardinale e Segretario di Stato a 38 anni, al fianco di un Papa destinato ad entrare come un gigante nella storia della Chiesa! Eppure Raffaele Merry del Val seguì questa strada per obbedienza, non per inclinazione: il suo sogno – riassunto nell'epigrafe che volle scolpita sulla sua tomba: «Da mihi animas, coetera tolle (dammi le anime prenditi tutto il resto)» – era stato quello di dedicarsi all'apostolato.
Lo zelo per la conversione dei protestanti, soprattutto degli anglicani, l'aveva spinto a scegliere per i suoi studi il Collegio Scozzese di Roma, ma Leone XIII, ricevendolo in udienza, gli aveva intimato con fermezza: «No! non al Collegio Scozzese, all'Accademia dei Nobili ecclesiastici!». Il futuro card. Merry del Val ubbidì al desiderio del Pontefice, e nell'obbedienza trovò la perfezione della sua vocazione. Quasi al termine della sua vita terrena, chiudendo una sua lettera del 28 ottobre 1928, scriveva: «Come sono volati gli anni! … Quarant'anni Sacerdote, ventotto che sono Vescovo e venticinque Cardinale. Come è stata la mia vita diversa da quella che avevo sperato e pregato! Sia fatta la volontà di Dio!».

NON LA MIA, MA LA TUA VOLONTA'
Leone XIII aveva intuito le virtù e le capacità del giovane ecclesiastico, ma sarà il successore a legarne indissolubilmente il nome al suo pontificato. Nel conclave che seguì la morte di Leone XIII, i voti del Sacro Collegio si erano raccolti sopra il cardinale Giuseppe Sarto, Patriarca di Venezia. Mentre nel silenzio della Cappella Paolina scongiurava il Signore di allontanare dalle sue labbra il calice tremendo del pontificato, il futuro san Pio X vide una figura profilarsi al suo fianco: era mons. Merry del Val, segretario del Conclave, che per ordine del cardinale decano gli rinnovava la richiesta, sussurrando queste semplici parole: «Coraggio, Eminenza!».
Il giorno successivo il Patriarca di Venezia salì sulla Cattedra di Pietro con il nome di Pio X. Alla sera, il nuovo Papa concesse la sua prima udienza a mons. Merry del Val che prendeva congedo da lui. Ponendo la Sua mano sulla spalla del giovane prelato gli disse in tono quasi di rimprovero: «Monsignore, mi vuole abbandonare? No, no: resti, resti con me. Non ho deciso nulla ancora: non so che cosa farò. Per ora non ho nessuno; rimanga con me come Pro Segretario di Stato…, poi vedremo. Mi faccia questa carità». In questo primo incontro si decise il destino di due uomini così diversi per nascita, educazione e temperamento, ma uniti in una sola mente ed in un solo cuore dagli imperscrutabili disegni della Provvidenza.
Il 18 ottobre 1903, con sua lettera autografa, san Pio X nominò mons. Merry del Val Segretario di Stato e cardinale. Quando mons. Merry del Val ricevette la notizia supplicò vivamente il Papa di destinare qualcun altro a questo incarico. Dopo aver ascoltato le sue ragioni san Pio X si limitò a rispondergli: «Accetti! È la volontà di Dio. Lavoreremo e soffriremo insieme per amore della Chiesa».
Nella corte vaticana destò una certa sorpresa il fatto che il Papa avesse destinato a tale carica un prelato così giovane e per di più non italiano. Ad un cardinale che si era permesso una timida osservazione sulla giovane età di mons. Merry del Val, Pio X rispose con queste parole: «Ho scelto lui perché è un poliglotta. Nato in Inghilterra, educato nel Belgio, spagnuolo di nazionalità, vissuto in Italia, figlio di un diplomatico e diplomatico egli stesso, conosce i problemi di tutti i paesi. È molto modesto, è un santo. Viene qui tutte le mattine e mi informa di tutte le questioni del mondo. Non gli devo mai fare un'osservazione. E poi non ha compromissioni».

DUE VITE UNITE DALLA LOTTA AL MODERNISMO
Da allora, per undici anni, in intima e profonda unione di pensiero e di cuore, senza interruzioni e senza incertezze, il cardinale Merry del Val legò la sua vita a quella dell'intrepido Pontefice, affiancandolo in tutte le battaglie, a cominciare da quella, epica, contro il modernismo. «Undici anni – osserva mons. Dal Gal – "cor unum et anima una" con il suo Papa e con il suo Sovrano, con il suo Maestro e con il suo Padre, in ogni evento ed in ogni vicenda, nella gioia e nel dolore, tra le angosce del Getsemani e nella gloria della Resurrezione, tra l'effimero tripudio dei nemici della Chiesa come nella grandezza di una stessa fede e di una stessa speranza immortale».
La sera del 19 agosto 1914, il cardinale Merry del Val ebbe il conforto di raccogliere l'ultimo anelito del Papa morente. Il santo Pontefice, che aveva perduto la parola ma conservava lucida la mente, tenne strette a lungo tra le sue le mani del suo segretario di Stato, volendo esprimergli in questo gesto silenzioso tutta la riconoscenza per l'illimitata dedicazione al Soglio pontificio e alla sua persona. Fino al giorno della inaspettata morte, il 26 febbraio 1930, quando si trovava ancora nel pieno delle sue forze, il cardinale Merry del Val rimase all'interno della Chiesa il punto di riferimento di tutti coloro che si richiamavano idealmente al luminoso pontificato di san Pio X.

UN FASCINO IRRESISTIBILE
Il card. Merry del Val fu un perfetto esempio di vero aristocratico, non solo di sangue, ma soprattutto di animo. In lui, come è tipico della vera nobiltà, la magnificenza e la grandiosità si associarono alla più profonda semplicità ed umiltà. Quando passava per le vie di Roma – notava l'accademico di Francia René Bazin – «era oggetto dell'ammirazione universale: lo si guardava con interesse, lo si salutava con simpatia»; ma quando, appariva nello splendore della Basilica Vaticana sembrava che dalla sua persona emanasse un fascino irresistibile.
Alle cerimonie liturgiche da lui celebrate fino alla morte, come Arciprete della Basilica Vaticana, con scrupolosa esattezza e con incomparabile dignità accorrevano in folla i romani e gli stranieri come ad un avvenimento. Nella sua dignità principesca egli incarnava, contro ogni miserabilismo ed egualitarismo, lo splendore della Chiesa romana. Questa magnificenza non andò mai disgiunta da una profonda umiltà: fu anzi il frutto della sua vita interiore. «La Santa Messa del piissimo Cardinale – testimonia un prelato – era la rivelazione della sua vita interiore e l'anima di tutto il suo apostolato». Una principessa polacca poteva dire: «Solamente una volta ho veduto il cardinale Merry del Val pregare in San Pietro. È a lui che io devo il mio ritorno alla Chiesa cattolica».

GRANDE UMILTA'
Le litanie dell'umiltà che recitava quotidianamente, così come il cilicio che indossava sotto la veste talare, erano espressione di quel profondo spirito cattolico che si manifesta nel negare tutto a sé stessi, per offrire ogni grandezza ed ogni splendore alla Chiesa, nel perfetto abbandono alla Divina Provvidenza.
Nell'offerta del mattino che recitava ogni giorno prima di celebrare la Messa il Principe della Chiesa così pregava: «Sono disposto, o mio Dio, ad accettare dalle Tue mani, e nel modo che più Ti piace, salute o malattia, ricchezza o povertà, vita lunga o vita breve, onori o disgrazie, amicizie o avversioni, e così delle altre cose, scegliendo unicamente ciò che è più conforme alla tua gloria. E se sei tanto buono da chiamarmi ad imitarti più strettamente ed intimamente nella povertà, nell'ignominia e nella sofferenza, o caro Gesù, eccomi pronto».
Accogliendo gli onori come una croce, il cardinale Merry del Val cercò il proprio nascondimento e l'esaltazione della Santa Chiesa. Attende ora, accanto a san Pio X, l'ora del trionfo di quella Chiesa che tanto fedelmente servì.

Nota di BastaBugie: il cardinale Rafael Merry del Val (1865-1930), servo di Dio e segretario di stato di S. Pio X, recitava ogni giorno dopo la celebrazione della santa Messa le seguenti litanie

LITANIE DELL'UMILTÀ
- O Gesù! Mite ed umile di cuore, / esaudiscimi. 
- Dal desiderio di essere stimato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere amato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere esaltato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere onorato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere lodato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere preferito agli altri, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere consultato, / liberami, Gesù.
- Dal desiderio di essere approvato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere umiliato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere disprezzato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere rifiutato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere calunniato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere dimenticato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere ridicolizzato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere ingiuriato, / liberami, Gesù.
- Dal timore di essere sospettato, / liberami, Gesù.
- Che gli altri siano amati più di me, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri siano stimati più di me, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano crescere nell'opinione del mondo e che io possa diminuire, 
/ Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere scelti ed io messo in disparte, 
/ Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere lodati ed io dimenticato, 
/ Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere preferiti a me in ogni cosa, 
/ Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
- Che gli altri possano essere più santi di me, purché io divenga santo in quanto posso, / Gesù, dammi la grazia di desiderarlo!
Titolo originale: L'umiltà insegnata dal cardinal Merry del Val
Fonte: Corrispondenza Romana, 11/03/2015

sabato 30 maggio 2015

CASTIGHI DIVINI, AMORE, MISERICORDIA


CASTIGHI DIVINI, AMORE, MISERICORDIA. LE RAGIONI DI ROBERTO de MATTEI


«Gentili Padri dell’Isola di Patmos, mi sono imbattuto in un video del Prof. Roberto de Mattei nel quale si collegano certi eventi naturali quali il terremoto di Messina del 1908 a un … castigo divino (!?). Sono esterrefatto che si usino ancora certi toni e capisco perché il Padre Ariel gli ha tirato alcune sferzate in suoi articoli. Il tutto per giunta alle porte del Giubileo della Misericordia. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione»  [Stefano Salvitti,Roma]
Vedere video QUI


Autori Giovanni Cavalcoli OP Ariel S. Levi di Gualdo

 Gentile Lettore.

roberto de mattei primo piano
Roberto de Mattei, nato a Roma ma appartenente ad una famiglia della vecchia aristocrazia siciliana, parlando del terremoto di Messina non ha espresso “opinioni personali” od “opinioni cattoliche di parte”, si è basato su fatti storici.

Le rispondiamo assieme per spiegarle perché condividiamo ciò che espose il Prof. Roberto de Mattei e perché lo difendemmo quando fu aggredito dagli “integralisti” laicisti in modo scomposto e senza argomenti, come lui stesso spiega in modo preciso e pacato nel video che lei ci ha inviato.
Non faccia torto al Padre Ariel mal interpretando le sue «sferzate», perché si tratta di scambi d’opinioni colorite talora dal suo spirito toscano, attraverso le quali mai ha sminuito questo valente accademico cattolico, che entrambi conosciamo di persona. Quindi non confonda certe normali pizzicate tra studiosi con forme di astio che non toccano i Padri dell’Isola di Patmos. Sappia infatti che filosofi, teologi e storici si accapigliano da quando sono nate le discipline filosofiche, teologiche e storiche, finendo poi a cena assieme, perché il litigare finisce col metter loro fame, tante sono le energie che bruciano in certe discussioni.
Nell’ambito di certi dibattiti noi non abbiamo accettato la critica di de Mattei al Concilio Vaticano II, a cui riguardo abbiamo all’occorrenza polemizzato. E qui non si tratta di opinioni, ma di fedeltà al Magistero della Chiesa, sul quale non possiamo transigere, pur nel profondo rispetto della cara persona.
Attraverso la sua domanda ella offre conferma di quanto oggi sia difficile parlare una “lingua” cattolica. Per questo più volte i Padri dell’Isola di Patmoshanno insistito in vari articoli sulla “perdita della lingua”, o sul dramma derivante dal parlare una lingua che il mondo laicista, ma spesso anche un certo mondo cattolico intriso di modernismi e di sociologismi non è più disposto a recepire e capire [vedere QUI].

Roberto de Mattei Castighi di Dio
il libro di Roberto de Mattei [ed. Fede&Cultura]

La citazione di Salviano da parte di de Mattei è pertinente e applicabile al nostro tempo, dato l’evidente riferimento biblico ai famosi episodi di Sodoma e Gomorra. Una società come la nostra, sempre più accondiscendente per non dire favorevole a comportamenti contrari alla legge divina, quale appunto può essere la sodomia, rischia effettivamente di subire un severo castigo divino. Se infatti Dio, come spesso dice il Santo Padre Francesco, è sempre pronto ad accogliere chi si pente, non dimentica le esigenze della giustizia, che vogliono la punizione del peccatore arrogante, sfrontato e ostinato. Se non mantenessimo questo concetto di giustizia comune a tutte le religioni e fondato sulla coscienza morale naturale, crollerebbe l’intero ordine giuridico della Chiesa e dello Stato. Homo homini lupus. I delinquenti schiaccerebbero gli onesti, i prepotenti renderebbero schiavi i giusti.
Occorre quindi tornare a rendersi conto che la tendenza omosessuale è una “disfunzione sessuale” da un punto di vista fisiologico [1] ed un disordine morale intrinsecamente cattivo, che non può mai essere approvato in nessun caso e che, se posto volontariamente in atto, è oggettivamente un grave peccato [vedere QUI]. Il che lascia alla pastorale ecclesiale e alla legge civile un giusto spazio di interventi specifici e calibrati, da attuare con prudenza e rispetto delle persone, giacchè occorre sempre ricordare la fondamentale distinzione tra la qualifica morale oggettiva di un peccato o reato in se stessi in rapporto alla legge morale o civile e l’entità della responsabilità concreta — se esiste e quanto esiste — della persona che li commette.

bologna spettacolo blasfemo
la nuovaSodoma&Gomorra, spettacolo blasfemo sulla passione di Cristo messo in scena dall’Arcigay di Bologna [vedere QUI]

Per sostenere la teologia del castigo o la teologia dell’Inferno, basterebbe rifarsi alle numerose volte in cui il Signore Gesù vi fa riferimento nei Vangeli, indicandolo in vario modo come «fornace ardente» e come luogo «dove sarà pianto e stridore di denti» [Mt 13, 42]. Anche nell’Antico Testamento si fa frequente riferimento al giudizio di Dio e al suo castigo per i peccatori. Nella letteratura biblica l’ira di Dio viene posta assieme all’amore dal Salmista che canta le lodi di Dio celebrandolo come «lento all’ira e grande nell’amore» [Sal 102,8], ed ancora «Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia» [Sal 144,8].
Il “castigo divino” non è necessariamente sempre un atto positivo di Dio nei confronti del peccatore, quanto piuttosto una conseguenza necessaria dello stesso peccato, che egli commette, così come è logico che muoia chi beve un veleno. Però, secondo imperscrutabili piani di giustizia e di misericordia, Dio nella vita presente in certi casi punisce, in altri no, lasciando il castigo alla vita futura. Meglio subire il castigo adesso, perchè ci si può redimere, piuttosto che nell’al di là, dove non c’è più rimedio. Per questo, è bene approfittare subito della divina misericordia, facendo penitenza dei nostri peccati, perchè se non faremo questo adesso, di là, al posto della misericordia, ci sarà la giustizia, il cui rigore non auguriamo a nessuno.

siria bambini uccisi
Siria, la nuova strage degli innocenti. Bambini uccisi dai terroristi islamici

Le pene di questa vita possono colpire anche innocenti, mentre certi malfattori sembrano farla franca. Sembrerebbe a tutta prima che ci fosse in Dio una mancanza di giustizia, perchè non punisce i malfattori e non difende degli oppressi; e di misericordia, perchè lascia soffrire gli innocenti? La risposta ci viene dalla fede, la quale ci dice che gli innocenti vengono uniti dal Padre alla croce di Cristo, l’Innocente per eccellenza, diventano in Cristo strumenti di salvezza del mondo. Verso questi innocenti la giustizia coincide con la misericordia, secondo l’insegnamento paolino [Rm 3,21], in quanto si tratta di Dio che giustifica per misericordia. Quanto ai malfattori, esiste la misericordia anche per loro, ma a patto che si convertano. E Dio è giusto anche per loro, perchè offre anche a loro i mezzi per salvarsi.

diluvio universale
diluvio universale, opera di Michelangelo

L’ira divina nel senso biblico non significa poi dare in escandescenze, nè significa tanto meno crudeltà, ma è semplicemente la volontà divina di fare giustizia e quindi il giusto castigo. Essere lenti all’ira, dunque, non vuol quindi dire essere privi di ira, perché nell’immensa grazia dell’amore di Dio risiede anche la giustizia di quella misericordia attraverso la quale il Divino Giudice concederà il premio della beatitudine del Paradiso, assegnerà la destinazione dell’anima alla purgazione, cioè alla purificazione nel Purgatorio, ed irrogherà la pena eterna nell’Inferno per coloro che in modo ostinato e pervicace avranno rifiutato il suo amore, i suoi doni di grazia e quindi la sua misericordia e il suo perdono.

Paul Rubens 1615 lot fugge con la sua famiglia
dipinto di Paul Rubens (1615) Lot fugge con la sua famiglia mentre su Sodoma e Gomorra piovono fuoco e zolto

Come sacerdoti e teologi ci rendiamo conto che urge sempre più ripartire da una accurata catechesi del Popolo di Dio, eliminando le imposture di un falso buonismo e di un falso perdonismo, ed al tempo stesso dando una corretta formazione ai sacerdoti, posto che molti fedeli, ma purtroppo anche diversi pastori in cura d’anime, hanno un’idea errata della misericordia di Dio, che non esclude la giustizia punitiva, così come l’esistenza del bene non esclude l’esistenza del male; e la buona azione non esclude il peccato. La misericordia non è solo dono, ma è anche premio. Non si premia il male, ma il bene.

Inferno dante
mappa dell’inferno nella Commedia di Dante

La misericordia divina suppone il castigo e la pena del peccato. La misericordia è la volontà divina di liberare in Cristo l’uomo dal peccato e di sollevarlo dalle sue miserie, conseguenze del peccato originale e, a volte, di peccati personali. Essa rimette il peccato, ma non necessariamente toglie o allevia la pena, la quale pertanto, unita per amore alla croce di Cristo, assume un valore riparatore ed espiativo. La remissione del peccato mortale libera dalla pena dell’inferno, mentre la pena per il peccato veniale è temporale, scontabile o quaggiù con la penitenza e l’uso delle indulgenze, oppure in Purgatorio. Dove pure le anime possono fruire delle indulgenze.

purgatorio dante
mappa del Purgatorio nella Commedia di Dante

Dio vuol fare a tutti misericordia. Se quindi di fatto — e questa è verità di fede — alcuni sono premiati e oggetto di misericordia, mentre altri sono dannati e castigati, tale differenza non dipende da Dio, ma dall’oscillazione tipica del libero arbitrio umano, capace di operare ora il bene ora il male. Per questo è giusto che i buoni siano premiati e i cattivi siano castigati. Sarebbe infatti ingiusto che Dio premiasse i cattivi. Sarebbe come autorizzarli a compiere il male. Potrà mai Dio permettere una cosa simile? D’altra parte, se l’uomo vuole evitare il castigo, non ha che da compiere il bene, cosa nella quale Dio lo soccorre infallibilmente e sovrabbondantemente con la sua grazia e la sua misericordia.

Paradiso Dante
struttura del Paradiso nella Commedia di Dante

Il castigo non contraddice né nega la misericordia, la quale si attua senza limiti, così come l’esistenza dei cattivi non esclude quella dei buoni. Se qualcuno è castigato e rifiuta la misericordia, non è perchè Dio faccia preferenze di persone, ma è solo colpa del peccatore. Siamo solo noi, col nostro peccato, a porre un freno alla misericordia divina, la quale, di per sè, come torrente inesauribile, fluirebbe in continuazione.
La divina misericordia toglie il castigo o la trasfigura. I nostri progenitori hanno ricevuto un castigo che si è ripercosso in tutta l’umanità. Ma Dio ha avuto pietà di noi donandoci suo Figlio, sicchè mediante la croce noi siamo perdonati dei nostri peccati e trasformiamo il castigo in espiazione. E non solo, ma siamo resi anche figli di Dio. Se qualcuno invece non riceve misericordia, non è perchè Dio non gliela vuol dare, ma perchè è lui che non si pente delle sue colpe, sicchè il castigo, invece di essere espiazione, resta come castigo in tutta la sua severità.

papa francesco misericordia
il Santo Padre sul Giubileo della Misericordia

Tanto la misericordia quanto il castigo sono dettati dall’amore. Infatti, l’amore che cosa chiede? Volere il bene dell’altro. Se dunque è bene che il malfattore, se merita il castigo, sia castigato, ed eventualmente obbligato a riparare il mal fatto o a risarcire i danni, onde nel contempo eventualmente farlo riflettere, ne viene che il castigare, da parte dell’autorità competente [Dio, Papa, vescovo, giudice, superiore, genitore, educatore, ecc.] è un atto di amore, per quanto ciò possa sembrare strano a chi ha un concetto solo emotivo-sentimentale dell’amore. Anzi, possiamo arrivare a dire che gli stessi dannati dall’Inferno continuano ad essere amati da Dio, che li conserva in vita nell’ordine della città infernale e — come ritiene San Tommaso d’Aquino — non li castiga tanto per quanto meriterebbero. Per questo la misericordia divina si fa sentire anche nell’Inferno.
È sbagliato credere che uno che castiga odia il castigato. Al contrario, chi castiga deve dare un giudizio lucido, prudente, obbiettivo, spassionato ed imparziale, nell’applicazione della legge, come il giudice di un tribunale, per la rieducazione se è possibile dello stesso castigato, per la salvaguardia del bene comune, nonchè per la difesa e la soddisfazione di chi ha ricevuto torto, senza lasciarsi trasportare da interessi privati o dalla passione, altrimenti non attuerebbe la giustizia.

giubileo della misericordia
la misericordia di Dio passa attraverso il nostro pentimento ed il prezioso Sacramento della Penitenza

Questo lo spirito col quale invitiamo a partecipare al Giubileo della Misericordia, aperti all’accoglimento della grazia e del perdono di Dio, che ci sono concessi a condizione della nostra conversione e del ripudio dei nostri peccati, sinceramente dediti alle opere della giustizia e della misericordia, curando la nostra salvezza «con timore e tremore», ma anche grande fiducia nella divina misericordia. «Ecco il momento favorevole!» — direbbe San Paolo —. «Ecco l’ora della salvezza!» [II Cor 6,2].

inondazioni in california
alluvioni in California

Se Dio consente disastri naturali è solo per ammonirci su questa terra, non per sferrare su di noi la propria vendetta, bensì per donare agli uomini la sua misericordia, tanto desidera la nostra conversione per strapparci al castigo eterno. Ma per strapparci alla «fornace» dove «sarà pianto e stridore di denti», Egli ha bisogno del nostro consenso, perché liberi ci ha creati, liberi ci vuole.

Cena de destrui͋o apos o terremoto no bairro de Bel Air centro de Porto Principe - Haiti - 15/01/2010 - FOTO JONNE RORIZ/AE
il terribile terremoto di Haiti, dinanzi al quale, a giudizio di taluni, non è lecito ricordare che quel Paese era: crocevia di tutti i vizi, dei peggiori traffici, con un tasso altissimo di omicidi, uno dei massimi centri al mondo di “magia nera”, un centro di prostituzione  soprattutto minorile, luogo di espianti e di traffico di organi umani, ecc …

Il problema è che oggi non riusciamo più a leggere i segni sempre più numerosi: alterazioni climatiche insolite, siccità, terremoti, maremoti … e se qualcuno in tutto questo invita a leggere anche degli avvertimenti o dei moniti divini, finisce sotto il tiro incrociato di coloro che hanno sfrattato Dio dalla storia e dall’esperienza umana. E proprio costoro, che in tutti i modi vogliono privare l’umanità di Dio, all’occorrenza pure a colpi di leggi inique, finiscono poi con l’accusarci di mancanza di umanità, cosa questa accaduta anche a Roberto de Mattei subissato a suo tempo d’insulti, ma pure a noi, quando predicando certe pagine del Vangelo o ricordando ai fedeli certi moniti del Signore Gesù, ci siamo sentiti rispondere, persino da certi confratelli sacerdoti, che «l’Inferno è una contraddizione in termini della Misericordia di Dio che è amore» e che come tale «non permetterebbe mai la condanna dell’uomo all’eterna dannazione». E tutto questo, nel linguaggio dottrinale della Chiesa, si chiama eresia, solo e null’altro che eresia.

Dall’Isola di Patmos, 29 maggio 2014
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[1] Dato che spesso le parole vengono intese e usate per altri significati anziché per il loro vero senso etimologico, si desidera precisare che il concetto di “disfunzione” non va confuso con quello di “malattia”; mentre infatti lamalattia non implica colpa, la disfunzione può essere invece controllata dalla volontà.