mercoledì 2 luglio 2014

LA MALARIA DEL SENTIMENTALISMO

Il Cristianesimo non ha mai detto “Anzitutto amatevi” (Parte II)


I cattolici adulti vogliono spazzar via l’ostacolo del peccato, dopodiché ogni diga cederebbe, e finalmente il cattolicesimo sarebbe liberal e del tutto assimilato al secolo e alla società civile, per poi scomparire del tutto, come è successo per i protestanti, non a caso portati da queste sempre ad esempio.

 
gay-pride
IL CRISTIANESIMO NON HA MAI DETTO
“ANZITUTTO AMATEVI” 2
Una nuova religione senza nome. La pesca amorosa. La supestizione dell’amore. L’amore come licenza ad uccidere. L’amore come superamento del peccato come colpa. La malaria del sentimentalismo che ha ucciso l’amore.
Non si rendono conto che non adoriamo lo stesso Dio. Perché il loro è il Vitello d’Oro, non il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe, né di Cristo né persino di Maometto, è invece l’idolo innalzato a divinità della loro carne tremula e ingorda, senza più vergogna, senza più limiti, senza più umanità
di Antonio Margheriti Mastino

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UNA NUOVA RELIGIONE SENZA ANCORA UN NOME
I gaypride ne sono l’esempio plateale, quelli romani soprattutto. Dove è tutto un proliferare di cartelloni selvaggi e rituali contro il papa, il “Vaticano”, “i preti”, “il diritto all’amore contro l’inquisizione”. Poi osservi questa umanità nuda, variopinta, godereccia, promiscua, interessata solo a quel che appare, ebbra d’effimero; che non se ne frega niente più di niente e niente sa di ciò che va oltre il possedere-esibire-godere, che vive solo dell’adesso e subito che del doman non v’è certezza. E ti rendi conto che questi qui non sono cattolici. Non più. Non sono manco musulmani, né buddisti o protestanti, non sono più cristiani neppure a rivoltarli all’aria. Nulla che possa somigliare a una qualsiasi religione esistente sulla faccia della terra. Sono invece i pionieri di una nuova religione. Che al momento mancando un termine di nuovo conio, andando per similitudini, possiamo dire neo-pagana, la cui sostanza è profondamente edonistica, che non ha nulla a che fare con alcun Dio rivelato, essendo questi inincidenti sulle pratiche della loro vita, nella loro interiorità, nel loro, debolissimo fra l’altro, sistema di pensiero. Che altro non è a sua volta che un riflesso condizionato della più vasta e in fieri, sempre più potente e in fase di strutturazione, ideologia omosessualista o di genere. La cui peculiarità è la provocatoria, violenta esibizione della propria raggiunta potenza in Occidente. Capace di zittire chiunque. Salvo la Chiesa istituzionale, che, volente o nolente, è obbligata a ripetere ciò che la dottrina divina, in eterno ha espresso: la grave illiceità della sodomia. Pur comprendendo, la Chiesa allarga le braccia e dice: mi spiace, non ho il potere di tacere ciò che Dio mi ha dato in deposito e con l’obbligo di farlo sapere a tutti; né posso mutare alcunchè, perché di tale Verità son solo l’amministratrice non la proprietaria. Così stanno le cose, così è se vi pare. Nessuno è obbligato a niente, ma è chiaro pure che si è cattolici solo a queste condizioni.
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MA SE NON SIETE CATTOLICI PERCHE' ROMPETE .... ALLA CHIESA?
A questo punto la domanda che uno si fa vedendo i cartelloni anticattolici nei pride è: ma se di fatto e ormai pure in teoria né sono né ci tengono a professarsi cattolici, né condividono alcunché della divina e infallibile dottrina morale della Chiesa, ma che motivo hanno di contestarla? La Chiesa parla ai suoi fedeli, per metterli in guardia dal peccato mortale, stare attenti all’educazione dei figli; e poi sì, parla anche a tutti gli altri ricordando la legge di natura, che non l’ha inventata la Chiesa, ma è sempre esistita, anche prima della Chiesa. Stigmatizza il peccato, il peccato sociale, le cause e gli effetti di un peccato individuale traslato e rivendicato sul piano sociale, con grave pericolo per i suoi stessi fedeli (che non sono quelli dei pride).
Allora cari omosessualisti mezzi nudi, se siete i pionieri di una nuova religione mondana e orizzontale, se non siete cattolici, ma che vi frega della morale della Chiesa Cattolica? Con la quale o senza la quale per voi tutto resta tale e quale? Ma cosa pretendete, di ..... con la benedizione del papa? Questo non è mai accaduto e non accadrà mai, non può e non deve. Dice: ma noi vogliamo il libero amore non ..... , e l’amore è di Gesù. Anzitutto mentite spudoratamente; poi siete pure ignoranti. Secondo, vale tutto quanto detto prima. Terzo, nella chiesa questo libero amore non esiste e non potrà mai esistere, esiste solo la sessualità matrimoniale e i sentimenti semplici e puliti. Infine, voi scambiate platealmente il .... con l’amore, scambiate la .... con l’amore, scambiate l’apparenza dei sensi con la sostanza dell’amore, l’amore con la pesca amorosa. Perché questo è, fatti bene i conti, quel che vien fuori dalle loro rappresentazioni carnevalesche, arroganti, spregiudicate: il diritto alla pesca amorosa. Fatela: in caso ne risponderete a Dio. Ma se date pubblico scandalo, dal momento che è pubblico, non pretendete che la Chiesa spruzzi sopra i vostri amplessi l’acqua benedetta. 
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FALLOCRAZIA
Non v’è dubbio che in tutto questo influisce anche l’overdose acritica di ideologia freudiana e superstizione psicologista, con la loro fallocrazia monomaniaca. Nota Vittorio Messori, a proposito di coloro che contestano alla chiesa un eccessivo impicciarsi di morale sessuale: “Singolare è che coloro (e non mancano preti e suore liberati, nonché i soliti cattolici adulti) che denunciano una esagerazione del Magistero in questa materia, sono poi gli stessi che prendono sul serio la psicoanalisi, per la quale l’onnipresenza e la forza della sessualità è la chiave unica per spiegare l’uomo, la storia, il mondo. Se per Marx tutto è economia, per Freud tutto è eros: ma allora, se davvero è così, come potrebbe la Chiesa non dare una risposta adeguata- per prudenza e per fermezza- a una simile, invasiva potenza?”.
In realtà c’è un altro messaggio che ne vien fuori. Non deve esistere alcuna morale, men che meno cattolica, ok. E’ giusto solo quel che mi piace, è ragionevole solo quel che secondo me lo è, ok. Ma è l’ultimo messaggio, quel che (ancora) non osa dire il suo nome ma che già in Europa è operativo in diverse burocrazie giudiziarie ispirate dall’ideologia di genere, dal political correctness, il più pericoloso: la Chiesa Cattolica non deve proprio esprimere pubblicamente la sua morale, non deve professare la sua fede, perchè questa è in contrasto con l’ideologia dominante del momento. Alla fine, come vedete, tutti i conti tornano. Nulla di nuovo, ancora una volta, sotto gli occhi di Dio e del papa: sono secoli che periodicamente tutto ciò si verifica. Siamo alle solite, e tutti i salmi finiscono con le manette ai polsi e il bavaglio alla bocca. Lo spirito del mondo non tollera lo Spirito Santo.
L’AMORE COME SUPERAMENTO DEL PECCATO COME COLPA
Questo amore qui, non è più cristiano, non lo è mai stato. Ma sotto l’alibi dell’amore, si nasconde un altro intento, già attivamente operante del resto: l’annullamento dell’idea, della realtà, del senso stesso del peccato. Cancellare il peccato come colpa. E’ questo che certi cattolici liberal vogliono spazzar via: l’ostacolo del peccato, dopodiché ogni diga cederebbe, e finalmente il cattolicesimo sarebbe del tutto assimilato al secolo e alla società civile, per poi scomparire del tutto, come è successo per le confessioni riformate del Nord-Europa, non a caso portate da queste sempre ad esempio.
Questo amore col quale si infanga persino il nome del Dio cristiano, e che alla fine si riduce all’ognuno si faccia gli affari suoi, quando non proprio all’ognuno per sé Dio per tutti. Quale maggiore contraddizione in termini con l’amore di Cristo?
Questo amore amoreggiante, di genere, senza limiti di decenza, pieno di solitudine e ansimante di coiti consumati, occasionali, provvisori, a termine, disimpegnati, contronatura, questi incontri tutti genitali e smancerie nei quali si perde l’umanità. Che cosa è se non aver perduto il senso proprio della parola Amore? Cosa è se non l’amore come superamento della responsabilità, disgiunto da questa, tutto fatto di diritti e di nessun dovere? Che scommette solo sull’assurdo e l’improbabile e mai su ciò su cui sarebbe naturale puntare? Che cosa è questa pretesa, la più assordante del momento perchè quella più à la page, dell’amore (e poi farse di matrimoni e purtroppo di vere adozioni) fra persone dello stesso sesso se non la provocazione e la scommessa balorda di chi non ha nulla da perdere in ogni caso? E che perciò, ancora una volta, è esentato da ogni responsabilità? Amore di Gesù, fratellanza di Gesù, pace e giustizia e uguaglianza di Gesù, strepitano questi post-cristiani, come se il loro Gesù avesse ancora qualcosa di cristiano. E non si rendono conto che questo Dio comune non c’è, come non ci sono tutti questi fratelli di un comune Padre, come non c’è questo amore che ammantano di grazia divina e che altro non è che una sinistra pesca amorosa, preludio di un castigo divino di immani proporzioni. Non si rendono conto che non adoriamo lo stesso Dio. Perché il loro è il Vitello d’Oro, non il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe, né di Cristo né persino di Maometto, è invece l’idolo innalzato a divinità della loro carne tremula e ingorda, senza più vergogna, senza più limiti, senza più umanità, che si nutre di se stessa, cannibale. Come quell’Ugolino dantesco che prospera generando figli e cibandosene. L’inferno.
Spesso questi teorici del volemose bbene dell’amore perché Dio ama tutti e che perciò non si deve giudicare, usano un argomento bislacco assai. Quello della coscienza e del libero arbitrio.
Precisiamo prima una cosa. Il peccatore certo non si giudica, ma solo finché non fa bandiera del suo peccato, per il resto il peccato va additato, giudicato e condannato soprattutto pubblicamente.
Detto questo veniamo a ‘sto presunto libero arbitrio (quanto a fraseologia luterana son sempre aggiornati: è quella cattolica che non gli sovviene mai). Dice: Dio ci ha dato il libero arbitro. Sì, è vero, ci ha lasciati liberi di scegliere. Ma prima ha indicato qual è la sua volontà. Cristo dal canto suo ha precisato che il Padre avrebbe messo i giusti alla sua destra e i malvagi alla sua sinistra e poi li avrebbe scacciati da sé “maledetti dal Padre” Suo. Non ha parlato di amnistia, né di amorosi sensi che dovrebbero influenzare in senso lassista la sentenza. Liberi tutti di peccare, certamente. Come Dio è libero di punire e condannare. E lo ha promesso a caratteri cubitali.
LA MALARIA DEL SENTIMENTALISMO CHE HA UCCISO L’AMORE
“Il modello di famiglia che ci pare ormai il solo normale è in realtà una creazione recente e un po’ sospetta, venendoci dalla borghesia dell‘Europa già postcristiana dell’Ottocento. E’ la famiglia di Enrico. Lo stucchevole studente protagonista del Cuore del massone Edmondo de Amicis [...] È quel modello di famiglia (che si sarebbe poi imposto a tutta la società, facendoci dimenticare ogni altro modello) dove gli affetti tra i componenti sono vissuti innanzitutto come sentimenti. E poi, alla fine il male dei mali, la radice stessa di questo falso amore. Falso come amore umano e falso e sacrilego come amore divino: la malaria del sentimentalismo che ha sostituito i sentimenti veri. E che riguarda sia tutto quello del quale abbiamo parlato sinora, sia l’amore tra fidanzati, sia quello coniugale. Il totale disastro degli ultimi decenni su questo versante è talmente immane, tanto che tutti ne abbiamo ogni giorno sotto il naso un’ampia casistica, a cominciare dalle nostre famiglie. Un argomento talmente deprimente che non ti vien voglia manco di scriverne tu. E per questa ragione demando tutto a Vittorio Messori, dal quale tutto ho imparato e al quale tutto devo (insieme al cardinale Ratzinger). Del resto usa parole essenziali e mirabili. Ascoltatelo in questo collage che ho ricavato da diverse sue opere:
Ora: quello schema e quel clima sono il contrario di quelli della famiglia preborghese, tradizionale; della famiglia cristiana, dove l’amore c’era, ma era agli antipodi della leziosaggine; dove ogni retorica sdolcinata era bandita nel nome di quel realismo (uno tra i maggiori doni del cristianesimo, e tra i più dimenticati oggi) che sa che la vita è dura; che sa che questo non è il giardino dell’Eden ma spesso, davvero, la lacrimarum vallis; che sa che il volersi bene sul serio non passa attraverso il pacchettino infiocchettato o il melenso coretto davanti alla torta del giorno del compleanno. Una famiglia dove i figli erano molti e dove molti, certo, morivano presto: ma morivano dopo la nascita, non prima, come adesso.
Era una famiglia dove il separarsi era impensabile, non solo per le diverse condizioni economiche e sociali, ma perché ben diverso dal nostro era il concetto stesso di amore.
Il punto è importante; eppure, poco si riflette sulla mutazione subita da questa parola che, in ogni suo senso, è centrale per il cristianesimo. In effetti, in quella accezione della borghesia europea secolarizzata che abbiamo fatto nostra, amarsi tra uomo e donna è sinonimo di piacersi , di sentire qualcosa , in particolare attrazione affettiva o sessuale.
E, dunque, amore è sinonimo di sentimento: quando questo finisce, consideriamo finito anche l’amore. In una simile prospettiva, è logico (se non addirittura doveroso) andare alla ricerca di un’altra, di un altro, con cui sia possibile rinnovare un sentimento senza il quale ci pare non possa esistere l’amore tra i sessi.
La ragione per cui è fallito in Occidente ogni tentativo di evitare la legislazione sul divorzio: “Se amore coniugale è sinonimo di reciproca attrazione, poter liberarsi dalla moglie – o dal marito – è una necessità, quando non si 
sente più niente”.
Come sempre, l’etimologia è illuminante: 
coniugarsi viene da cum e iugare, vuol dunque dire legarsi assieme sotto il giogo. È, cioè, l’immagine, per noi ormai impensabile, di un uomo e di una donna che accettano di essere gravati da un giogo comune per trascinare il pesante carro della famiglia attraverso quell’asperrimo terreno che è la vita. I due avendo per giunta – altra prospettiva per noi troppo spesso del tutto inconsueta – come mèta finale, e sola davvero importante: la vita eterna”.
La ragione per la quale oggi bolliamo come scandaloso il matrimonio combinato allora molto in voga. Ma spiega Messori: “Si era convinti che, da soli, un bel viso che piace o un sorriso simpatico o un corpo attraente non bastassero per decidere di cum iugare, finché morte non separi”.
Dunque c’era meno 
amore all’epoca? “Di certo, c’era meno sentimento. O, almeno, la presenza tangibile e continua di questo non era, come per noi, il sine qua non perché l’unione familiare stesse in piedi. Sicuramente, gli affetti – pur non sentimentali – si allargavano come noi non sappiamo più fare: ad esempio, il «ricovero», l’«ospizio » per i vecchi espulsi dalla famiglia sono tipiche creazioni dell’illuminismo e della sua cultura secolarizzata. In quella «cristiana» erano assurdi”.
Conclude Messori in una discussione con A. Tornielli, che il disastro matrimoniale attuale, che nelle metropoli porta ormai la metà delle coppie davanti al giudice, deriva da qualcosa “che sembra molto bello”. Quella disfatta deriva dall’amore inteso non le senso cristiano ma in quello romantico e borghese: “L’amore come passione, attrazione fisica, sentimento, come sdolcinature tra fidanzatini. Con cupìdi e iniziali incisi sulla corteccia degli alberi, paroline dolci, mesaggini. Magari, oggi, anche lucchetti da appendere ai lampioni di Ponte Milvio”. Ma prima o poi, fisiologicamente, tutto questo deve venir meno. E quando succede “terminata la magia dello stato nascente, se ne trae la conclusione che l’amore è finito e, visto che solo quel tipo di amore giustifica lo stare insieme, è ora di ricominciare con un altra persona, per ritrovare il batticuore romantico, per sentire nuovamente qualcosa”.
Resta, dimenticata da tutti, l’unica verità sull’amore. Quella del Vangelo, cristiana: “Unione di realtà diverse: dunque, matrimonio come affetto ma anche come vincolo, nel bene e nel male; come legame personale e al contempo sociale; come piacere ma anche come dovere, talvolta arduo. Il realismo di chi crede nel Vangelo ed è consapevole che, per ritrovare l’amore come fondamento solido di quell’eterna tragicommedia che è l’incontro-scontro tra maschio e femmina, occorre decontaminarsi dal sentimento, anzi, non di rado dal sentimentalismo, presentato come amore da troppe canzoni, romanzi, film. La paccottiglia, insomma, da festa inventata, quella del povero, inconsapevole san Valentino”.
Che forse, avesse saputo che sorte da bacioperugina gli sarebbe spettata, avrebbe di certo deciso di sposarsi e fare figli invece che farsi prete.
http://www.papalepapale.com/develop/il-cristianesimo-non-ha-mai-detto-anzitutto-amatevi-parte-2/

martedì 1 luglio 2014

La Chiesa che piace

Una Chiesa che può piacere al mondo, 

ma che non gli fa alcun bene

l’obiettivo è quello di penetrare nella teologia cattolica 

e pervertirla fin nella radice.

lo scopo non è convertire il mondo 

ma adeguarsi ad esso.

Essere NEL mondo e DEL mondo



Un ospedale da campo in cui a malati, feriti e moribondi si dice che stanno bene così come sono. Di tornare al primitivo stato di salute neanche se ne parla e dei medicamenti, specialmente se sgradevoli al palato, men che meno. A voler mettere a frutto la metafora cara a papa Francesco ed entrata nell’immaginario collettivo cattolico a furor di media e di omelie, non si può definire diversamente il senso della relazione con cui il cardinale Walter Kasper ha aperto al concistoro sulla famiglia. Non ci possono essere dubbi quando dice “Dobbiamo però essere onesti e ammettere che tra la dottrina della chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso”: non ci sono dubbi perché tutto il suo ragionamento non è centrato sul recupero delle pecorelle fuggite dal gregge e sulle cause della fuga, ma sulla necessità di adeguarsi alla nuova situazione. Il pastore non solo deve sapere dell’odore delle sue pecore, ma soprattutto di quelle che se ne sono andate.
Che qualcosa di nuovo stia accadendo dentro la Chiesa è sottolineato dal clamore suscitato in tutto il mondo dallo scoop del Foglio che ha pubblicato lo scritto del cardinale. Può illudersi che tutto sia tranquillo solo chi mette sul bilancino le parti conservative e rassicuranti del discorso di Kasper illudendosi che siano almeno un milligrammo in più rispetto a quelle innovative e inquietanti. Come se una sola ombra di disordine non bastasse a turbare un ordine di origine celeste.
La notizia c’è, e non riguarda soltanto i giornali, i quali per loro natura rincorrono i bambini che mordono i cani invece dei cani che mordono i bambini. C’è anche per i fedeli di ogni ordine e grado e per ogni creatura razionale esistente sulla faccia della terra, perché la Chiesa deve, o dovrebbe, parlare a tutti gli uomini indistintamente testimoniando ovunque la stessa verità. E se i giornali fanno festa davanti al bambino che morde il cane per il semplice fatto che è accaduto qualcosa di nuovo, credenti, diversamente credenti, agnostici e atei devono capire se quel qualcosa sia buono o cattivo e non possono far festa a prescindere.
Basta fare la conta di chi festeggia e chi no per comprendere che il cardinale Kasper, citato nel primo Angelus di papa Francesco come “un teologo in gamba, un buon teologo” per il suo libro sulla “Misericordia”,  questa volta ha dato un bel morso al cane. Ciò che emerge dalla sua relazione è il disegno di una Chiesa prossima ventura completamente liquida e sempre più ignara dei sacramenti. E non è un caso che il tracciato cominci in chiaroscuro dal matrimonio, così tentato e flagellato dalle concupiscenze più subdole e dunque così vulnerabile. Ma, al di là del merito, è prima di tutto il metodo a inquietare. Un misto di soggiacenza alle voglie del mondo e di desiderio di spalancare i battenti della cittadella all’assediante furioso. Bisogna replicare la strategia adottata durante il Vaticano II, dice pacificamente il cardinale: “Il Concilio, senza violare la tradizione dogmatica vincolante ha aperto le porte”. E’ la strategia che nasconde dietro un insignificante permanere della lettera il mutamento della prassi. Il modernista don Ernesto Buonaiuti l’aveva teorizzata in un vero e proprio protocollo: “Fino a oggi si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma. Bisogna riformare Roma con Roma, fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro che devono essere riformati. Ecco il vero e infallibile metodo; ma è difficile. Hoc opus, hic labor (…) Il culto esteriore durerà come la gerarchia, ma la Chiesa, in quanto maestra dei sacramenti e dei suoi ordini, modificherà la gerarchia e il culto secondo i tempi: essa renderà quella più semplice e liberale, e questo più spirituale; e per quella via essa diventerà un protestantesimo ortodosso, graduale, e non uno violento, aggressivo, rivoluzionario, insubordinato”.
Non è necessario attribuire al cardinale Kasper le stesse intenzioni di Buonaiuti. Altri tempi, altri sogni, altre teorie, che comunque conformano a propria immagine e somiglianza la prassi. Bisogna avere il coraggio e l’onestà intellettuale di ammettere che la pastorale, questo concetto talismano che oggi serve a giustificare ogni cedimento, è sempre figlia di una dottrina. E’ vero che, in omaggio alla deriva illuminista, spesso la prassi finisce per mangiarsi una dottrina non vigile. Ma è lecito chiedersi dove nasca una pastorale devastante se non nel grembo di una dottrina almeno in nuce problematica.
Per quanto nella relazione di Kasper vi siano anche molti passaggi che, in sé, non pongono problema, non si può negare che ogni capoverso, ogni riga trasudino dell’idea di un innaturale dialogo tra i valori del mondo e la morale cristiana. Un cavallo di Troia penetrato nella cittadella cattolica, al tempo stesso, come fine e come mezzo. L’uno e l’altro si sono saldati nel lavoro di distruzione dei concetti di natura e di persona che avevano caratterizzato la teologia fin dai suoi albori.
Il pensiero ormai dominante anche nella chiesa cattolica che soggiace al discorso del cardinale Kasper si trova anticipato da Enrico Chiavacci in una riga del “Dizionario enciclopedico di teologia morale” pubblicato nel 1973: “la vera natura umana è di non aver natura”. Da cui segue come  corollario che la morale diviene autonoma dalla fondazione metafisica della natura umana e che l’amore, inteso solo sul piano naturale, diventa l’unica regola del comportamento umano.
“I nuovi moralisti, definiti da qualcuno ‘pornoteologi’” ha spiegato in proposito Roberto de Mattei “sostituivano alla oggettività della legge naturale, la ‘persona’, intesa come volontà progettante, sciolta da ogni vincolo normativo e immersa nel contesto storico-culturale, ovvero nell’‘etica della situazione’. E poiché il sesso costituisce parte integrante della persona, rivendicavano il ruolo della sessualità, definita ‘funzione primaria di crescita personale’, anche perché, a dir loro, il Concilio insegnava che solo nel rapporto dialogico con l’altro, la persona umana si realizza. Citavano a questo proposito il concetto secondo cui ‘ho bisogno dell’altro per essere me stesso’, fondato sul n. 24 della Gaudium et Spes, magna charta del progressismo postconciliare”.
Nel 1966, la Conferenza episcopale francese produsse la “Documentation catholique” nella quale di “catholique” rimaneva solo il titolo e veniva sancita autorevolmente la fine della teologia classica. “All’indomani del Concilio” dicevano i vescovi francesi “la cristologia esige una speciale attenzione. Nell’ordine teologico, si tratta, ad esempio, della necessità di mantenere i concetti fondamentali di natura e di persona. A tale riguardo, la filosofia moderna pone nuovi problemi: l’accezione dei termini ‘natura’ e ‘persona’ per uno spirito filosofico è diversa da quella che era nel quinto secolo o nel tomismo. (…) Quali concetti della natura e della persona si debbono usare affinché possano esprimere, per i nostri contemporanei, la verità delle definizioni dogmatiche?”.
L’esito finale di tale premessa poteva essere solo l’impossibilità di accedere alla verità delle definizioni dogmatiche che i vescovi francesi dicevano pelosamente di avere ancora a cuore. L’attacco alla teologia del V secolo e al tomismo non era casuale poiché significava distruggere la definizione di persona formulata da Boezio poi ripresa, tra gli altri, da San Tommaso. “Persona” diceva Boezio “est rationalis naturae individua substantia”, “La persona è la sostanza individuale di una natura razionale”.
La relazione del cardinale Kasper è fatta di questa stoffa, buona per sventolare la bandiera bianca dentro la cittadella di Dio assediata. Dare per scontato che si debba ricorrere alle categorie del pensiero e del costume moderni significa omettere la mediazione necessaria di concetti e di un linguaggio “naturalmente” veri. La verità non è soltanto dogmatica e soprannaturale, così come la verità dei dogmi non è il solo punto fisso da mantenere dentro al pensiero cattolico. Esiste una verità “naturale” del linguaggio e dei concetti assolutamente indispensabile anche per fini unicamente religiosi. Per cui non è possibile intercambiare impunemente i concetti classici di natura e di persona con quelli moderni. Non si possono esprimere agli hegeliani le verità dei dogmi usando termini hegeliani, ai cartesiani usando termini cartesiani, ai kantiani usando termini kantiani, usando termini marxisti con i marxisti e via elencando. Perché la filosofia moderna è essenzialmente antinaturale e la Grazia opera sulla alla natura, non sull’antinatura.
Nel saggio “L’eresia del XX secolo”, Jean Madiran definisce questo fenomeno come una debacle teologica che “si basa sull’immaginario. E’ una mitologia. Non parte da una concezione falsa fra natura e grazia ma da un disconoscimento radicale dell’ordine naturale, il quale porta con sé anche un disconoscimento dell’ordine sovrannaturale. Non si fonda su un aspetto della realtà svalorizzandone o sfigurandone altri aspetti: essa si trova tutta intera fuori da ogni realtà, sta in un limbo ideologico verbale. Non disconosce la realtà naturale e non si inganna: la respinge, distoglie da essa le anime per indirizzarle altrove, verso il nulla”.
L’atto fondativo di tale azione, come prescritto nel protocollo Buonaiuti è l’aggressione al sacramento, ciò che nel mondo è segno del divino, della presenza di Dio tra gli uomini: ciò che, in definitiva, è principio e garanzia di ordine terreno poiché trasmette la Grazia proveniente dall’ordine divino. Dunque, l’obiettivo è quello di penetrare nella teologia cattolica e pervertirla fin nella radice.
I veri nodi che hanno imbrigliato la teologia cattolica e che lo hanno soffocato sono stati l’abolizione del peccato e la separazione tra fede e sacramenti. Il sacramento è, insieme, vincolo e mezzo per proteggere le creature dal peccare. Ecco qui il tema fondamentale, dimenticato e negletto: il peccato. Ecco lo scandalo, la vergogna senza la quale l’uomo è incomprensibile. Va bene il mistero pasquale, va bene la Resurrezione, va bene il trionfo della pietra rotolata. Ma non esiste alcuna garanzia che le nostre anime siano preservate dalla morte ineluttabile. Il peccato porta con sé il mistero della dannazione eterna.
Ed ecco qui spuntare nella storia, insieme all’incarnazione, il sacramento, il mistero che è nello stesso tempo fondamentale per salvare l’uomo dalla sua condizione di peccatore. Una chiesa senza sacramenti è semplicemente impensabile, una terra di nessuno, o se va bene un ospedale da campo, dove l’uomo si salva da sé.
La discussione in corso intorno alla riammissione delle coppie divorziate risposate è estenuante, per certi versi assurda. La vera domanda è molto più semplice: da che cosa l’uomo deve salvarsi? Ma da che cosa si deve salvare se si predica o si lascia intendere che l’inferno non esiste o, se esiste, è vuoto?
Cristo non si è fatto crocifiggere per salvare gli uomini dalla guerra, dalla povertà, dall’invidia, dal matrimonio andato male, dalla tristezza. Lo ha fatto per salvarli dalla dannazione eterna. E i sacramenti sono il mezzo per uscire da questa terribile malattia.
Il vecchio Catechismo di San Pio X spiegava che “I sacramenti sono segni efficaci della Grazia, istituiti da Gesù Cristo per santificarci”. E poi che “sono efficaci della Grazia perché, con le loro parti che sono sensibili, significano o indicano quella Grazia invisibile che conferiscono; e ne sono segni efficaci perché significando la Grazia realmente la conferiscono”.
Quando portarono a Gesù un sordomuto supplicandolo perché gli imponesse le mani, Lui gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua, poi, levando gli occhi al cielo, sospirò e disse “Effatà” e l’uomo guarì. Gesù, che era Dio, avrebbe potuto ridare l’udito e la parola al sordomuto col semplice comando della sua volontà. Ma il contatto delle dita e della saliva significava e conferivano realmente la grazia della guarigione. Era l’immagine del sacramento, dell’irrompere della Grazia nella vita dell’uomo trasformando in rito le azioni e la materia quotidiana. La chiesa non potrà mai privarsene, pena la sua fine.
In un mondo privato dell’ancoraggio insieme carnale e spirituale dei sacramenti, il peccato non può più essere vinto perché non viene più riconosciuto e combattuto per quello che è. E l’uomo si perde, ognuno è nessuno e, come spiega Marshall McLuhan “il più grande statista  potrebbe essere confuso con un lacché. In termini liturgici, la perdita dell’identità significa perdita della vocazione religiosa, e il permissivismo morale significa perdita del bisogno della Confessione. Laddove molti ricorrevano alla Confessione e relativamente pochi alla Comunione, ora pochissimi si confessano mentre molti ricorrono alla Comunione”.
Come diceva Gilbert Keith Chesterton, una chiesa siffatta può piacere al mondo, ma non gli fa alcun bene: “La Chiesa non può muoversi coi tempi; semplicemente perché i tempi non si muovono. La Chiesa può solo infangarsi coi tempi e corrompersi e puzzare coi tempi. (..) E la Chiesa ha il compito di salvare tutta la luce e la libertà che può essere salvata, resistere a quella forza del mondo che attrae in basso, e attendere giorni migliori. Una Chiesa vera vorrebbe certo fare tutto questo, ma una Chiesa vera può fare di più. Può fare di questi tempi di oscurantismo qualcosa di più di un tempo di semina; può farli il vero opposto dell’oscurità. Può presentare i suoi ideali in tale e attraente e improvviso contrasto con l’inumano declivio del tempo da ispirare d’un tratto agli uomini qualcuna delle rivoluzioni morali della storia, così che gli uomini oggi viventi non siano toccati dalla morte finché non abbiano visto il ritorno della giustizia. Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo”.

Gnocchi&Palmaro



(Fonte: quotidiano IL FOGLIO del 05/03/2014)

protestantizzare i cattolici

O CRUX, AVE, SPES UNICA:

DUNQUE LA MESSA
 
DELLA TRADIZIONE.


Editoriale di "Radicati nella fede"
Luglio 2014



  Lo scorso mese, parlando della solennità del Corpus Domini, ricordavamo il pericolosissimo oblio del carattere sacrificale della Messa cattolica. Oblio che conduce lentamente ma inesorabilmente all'eresia. Su questo punto non dovremmo mai dimenticare il grande lavoro di Michael Davies sulla Riforma anglicana, che sottolinea il pericolo dei “taciuti” in liturgia: la riforma anglicana di Cranmer, togliendo dalla Messa tutti i riferimenti espliciti al Sacrificio propiziatorio, introdusse vincente, nel giro di una generazione, il Protestantesimo in Inghilterra, portandola definitivamente all'eresia.


  Ma nel mese scorso ci spingevamo più in là dicendo che, col dimenticare che la Messa è il Sacrificio di Cristo sulla Croce, si perde inesorabilmente la coscienza della Presenza sostanziale di Cristo nella Santissima Eucarestia: se non c'è più la Vittima, non c'è nemmeno più la Presenza di Gesù Cristo, perché Cristo si rende presente nell'Eucarestia come Vittima. Una Messa percepita sempre più come ricordo dell'Ultima Cena rischia veramente di non essere più la Messa cattolica. Innegabilmente l'ultima riforma della messa, quella del 1969, l'ha fatta assomigliare sempre più alla Santa Cena protestante, anglicana o luterana che sia.

  C'è però di più: una Messa sempre più protestantizzata, ha protestantizzato il popolo cristiano con la sua missione, tanto da farlo assomigliare ogni giorno di più ad un insieme di congregazioni protestanti impegnate nella loro presenza in mezzo al mondo.

  Se non c'è più la Vittima, non c'è nemmeno più la Presenza di Cristo. È vero per la Messa, per il Santissimo Sacramento, ma è vero anche per tutta l'opera della Chiesa. Se al centro di tutta la predicazione dottrinale, se al centro di tutta la pastorale della Chiesa non c'è più Cristo Crocifisso, tutta la missione della Chiesa rischia di essere spaventosamente vuota. Mai come in questi ultimi decenni si sono moltiplicati gli sforzi pastorali, si sono affinate le tecniche per un annuncio efficace, mai si è parlato come in questi ultimi cinquant'anni di missione, e si è raccolto quasi nulla. Si è andati verso il mondo annunciando e annunciando ancora, e si è registrata la sua inesorabile scristianizzazione.
  Chi avrebbe mai pensato, tra i Padri del Concilio, che la fede cattolica sarebbe quasi scomparsa nel giro di mezzo secolo? Chi avrebbe mai pensato, tra i vescovi del Vaticano II, all'avvento di una società così anti-cattolica e immorale come quella di oggi, dove ogni legge sembra fatta apposta per essere contro il disegno di Dio sull'uomo?

  Eppure, ed è innegabile, questo disastro è sotto i nostri occhi.

  Se non c'è più Gesù-Vittima, non c'è nemmeno più Gesù-presente.
  Sì, una Chiesa che entusiasticamente, a partire dagli anni '60, è andata incontro al mondo mettendo in secondo piano la Croce di Cristo, ha perso Cristo stesso e non ha portato nulla o quasi alla società. Sì perché, occorre dirlo con chiarezza, senza la centralità della Croce, senza la centralità di Cristo crocifisso, tu perdi Cristo stesso. È terribile l'illusione di chi vuol parlare di Gesù senza la sua Croce, senza anzi la centralità della sua Croce. Chi mette la Croce di Cristo “tra le tante cose” della vita di Gesù, ma non ne considera la centralità, in verità non parla nemmeno di Cristo. Parla di un Gesù “confezionato” apposta per il mondo moderno che, come i giudei e i gentili di San Paolo, giudicavano Cristo Crocifisso scandalo o stoltezza.

  Si è voluti andare al mondo per dialogare amichevolmente con esso, evitando le condanne della Chiesa del passato; per dialogare amichevolmente si sono dovuti “velare” o “nascondere” la Croce e il Sacrificio di Cristo, perché il dialogo con la società moderna, con le sue religioni, restasse sereno e amichevole; con il risultato doppiamente tragico di non aver portato nulla agli uomini del tempo e, peggio, di aver devastato il santuario della presenza di Dio che è la Chiesa.

  Non c'è niente da fare, per primi dobbiamo accettare e abbracciare lo scandalo della Croce, riconoscerlo come il contenuto centrale della dottrina, della vita e della missione della Chiesa, e allora, non calcolando gli esiti, ma fiduciosi nell'infinita potenza della grazia di Dio, andare verso il mondo, perché dalla Croce di Cristo sia convertito e sanato.

  Guai a quei Cristiani, guai a quella Chiesa che voglia portare un altro Gesù, senza la Croce, guai! Perderà la sua essenza, perderà la sua forza, perderà la sua anima, perderà l'efficacia unica della grazia. E risulterà sempre più inutile e insopportabile al quel mondo che voleva raggiungere. Odiosamente insopportabile al mondo è una Chiesa senza il Sacrificio e la Croce.
E il mondo, una Chiesa così vuota, è già pronto ad azzannarla.

  In hoc signo vinces, non è solo il ricordo di una storia passata, è la verità di ogni istante: la vittoria è della Croce e di chi, la Croce, la porta e la mostra al mondo, senza calcolo umano.

  O Crux, ave, spes unica, salve o Croce, unica speranza: se non si tornerà a questa chiarezza in tutto, veramente in tutto nella Chiesa, il disastro sarà inevitabile.

  Ma questo ritorno inizia dal Santo Sacrificio della Messa.
  Se di fronte a questo quadro di devastante confusione ci sentiamo impotenti; se impotenti ci domandiamo cosa fare e soprattutto da dove iniziare, ricordiamoci che la riedificazione della Chiesa partirà sempre dal Santo Sacrificio della Messa. Non facciamo calcoli umani, non commettiamo l'errore degli anni '60, non andiamo al mondo, nemmeno per riedificare la Tradizione, con le nostre tecniche, ma ri-iniziamo dalla Messa.

  Torniamo subito alla Messa della Tradizione, lo diciamo ai sacerdoti prima e poi ai fedeli. Torniamo al corretto rito del Santo Sacrificio della Messa e da lì ripartiamo per un lavoro paziente di riedificazione della fede. Non commettiamo l'errore di fare l'inverso, prima il lavoro pastorale, poi il ritorno alla Messa di sempre, sarebbe in fondo un nascondere ancora la Croce di Cristo, attendendo tempi migliori, così come fecero gli illusi missionari degli anni post-conciliari.

  La verità invece è Cristo.



 La verità è invece il fatto del suo Sacrificio redentore, perpetuato dalla Messa cattolica. Primo compito dei sacerdoti è celebrarla. Primo compito di tutti è vivere di essa, perché la vita, quella vera, continui.

prometeismo ab-solutum

Rivoluzione antropologica

Il Magistero del Santo Padre Benedetto XVI è sempre attuale. Ecco un discorso che ripropone, in perfetto stile ratzingeriano, elegante, dotto e profetico, un'analisi degli errori ideologici dell'uomo contemporaneo che senza Dio si è reso schiavo di se stesso, nell'illusione di aver trovato la libertà. Ecco cosa dice:
'L’amore cristiano trova fondamento e forma nella fede.Incontrando Dio e sperimentando il suo amore, impariamo a non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per gli altri. In ogni epoca, quando l’uomo non ha cercato tale progetto, è stato vittima di tentazioni culturali che hanno finito col renderlo schiavo. L'epoca moderna ha visto succedersi varie ideologie distruttive.  Negli ultimi secoli, le ideologie che inneggiavano al culto della nazione, della razza, della classe sociale si sono rivelate vere e proprie idolatrie; e altrettanto si può dire delcapitalismo selvaggio col suo culto del profitto, da cui sono conseguite crisi, disuguaglianze e miseria. D’altro canto, purtroppo, anche il nostro tempo conosce ombre che oscurano il progetto di Dio. Mi riferisco soprattutto ad una tragica riduzione antropologica che ripropone l’anticomaterialismo edonista, a cui si aggiunge però un prometeismo tecnologico'.

Il Papa torna a un tema caratteristico del suo Magistero, lacondanna della tecnocrazia: 'Dal connubio tra una visione materialistica dell’uomo e il grande sviluppo della tecnologia emerge un’antropologia nel suo fondo atea. Essa presuppone che l’uomo si riduca a funzioni autonome, la mente al cervello, la storia umana ad un destino di autorealizzazione. Tutto ciò prescindendo da Dio, dalla dimensione propriamente spirituale e dall’orizzonte ultraterreno. Nella prospettiva di un uomo privato della sua anima e dunque di una relazione personale con il Creatore, ciò che è tecnicamente possibile diventa moralmente lecito, ogni esperimento risulta accettabile, ogni politica demografica consentita, ogni manipolazione legittimata. L’insidia più temibile di questa corrente di pensiero è di fatto l’assolutizzazione dell’uomo: l’uomo vuole essere ab-solutus, sciolto da ogni legame e da ogni costituzione naturale.L’uomo contesta la propria natura … Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura  (Discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2012). Si tratta di una radicale negazione della creaturalità e filialità dell’uomo, che finisce in una drammatica solitudine'.
Nello stesso discorso del 21 dicembre il Papa aveva puntato l'indice sulla sfida più grave alla Chiesa e al bene comune,l'ideologia del gender che porta nel diritto a riconoscere le unioni omosessuali come se fossero equivalenti a quelle fra un uomo e una donna. E anche alla plenaria di Cor Unum spiega che «la Chiesa ribadisce il suo grande sì alla dignità e bellezza del matrimonio come espressione di fedele e feconda alleanza tra uomo e donna, e il no a filosofie come quella del gender». Una posizione che «si motiva per il fatto che la reciprocità tra maschile e femminile è espressione della bellezza della natura voluta dal Creatore».

Dall'intervento del cardinale Sarah il Pontefice riprende il monito alle organizzazioni di carità: non collaborate con le organizzazioni internazionali se queste promuovono pratiche contrarie ai principi non negoziabili, se promuovono gli anticoncezionali, l'aborto o l'ideologia del gender. «La giusta collaborazione con istanze internazionali nel campo dello sviluppo e della promozione umana non deve farci chiudere gli occhi di fronte a queste gravi ideologie, e i Pastori della Chiesa - la quale è "colonna e sostegno della verità" (2 Tm 3,15) - hanno il dovere di mettere in guardia da queste derive tanto i fedeli cattolici quanto ogni persona di buona volontà e di retta ragione. Si tratta infatti di una deriva negativa per l’uomo, anche se si traveste di buoni sentimenti all’insegna di un presunto progresso, o di presunti diritti, o di un presunto umanesimo».
Il Santo Padre conclude così:  «Di fronte a queste sfide epocali, noi sappiamo che la risposta è l’incontro con Cristo. In Lui l’uomo può realizzare pienamente il suo bene personale e il bene comune».

http://leportedellaterradimezzo.blogspot.it/2014/05/rivoluzione-antropologica.html