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martedì 28 febbraio 2012

vocazione


“Un uomo solo sacramento di comunione”

Preghiera-Giovani
S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello
in preparazione all’Ordinazione Sacerdotale di Don Francesco di Nucci
Teano, 16 febbraio 2012
Chiesa Cattedrale



Canto iniziale: Vocazione

Nel nome del Padre…

La nostra presenza è di per sé “riscaldante” e, se qualcuno avesse problemi, può mettersi anche il cappello: l’importante è esserci e seguire con attenzione. Se volete calarvi un cappuccio, fate come credete, l’importante è stare qui, dove tra ventiquattr’ore c’è in previsione un miracolo, non come le previsioni del tempo che non sempre dicono giusto, ma una previsione certa: Francesco, tra ventiquattr’ore sarà prete e a quest’ora lo sarà già (alle 20:00 saremo già nel pieno, nel cuore della celebrazione). La Chiesa si ferma, ma dovrebbe fermarsi la Chiesa intera della nostra Diocesi, le auto, i negozi… Ovviamente dico quello che forse accadrà domani quando si starà più attenti a questi miracoli e si chiuderanno le cucine, le persone chiuderanno le case per venire in cattedrale, magari a piedi, facendo 10, 20, 30 chilometri, perché è un miracolo troppo importante. Non posso non esserci: nasce un prete. E un prete è un miracolo, è come la certezza del pane per i prossimi 50’anni. Allora siamo qui per preparare il nostro cuore come giovani e non, per dirci che la nostra vita, come abbiamo cantato, va verso un incontro (…dove porta la mia vita all’incontro con Te). Magari per un giovane questo è ancora solo una frase, cioè che la vita abbia come motivo l’incontro con Dio, ma è questo il motivo per cui siamo qui. Non siamo qui per sposarci, non siamo qui per lavorare, non siamo qui per pagare i debiti del deficit pubblico, non siamo qui per costruire le case, tant’è che siamo di passaggio. Tante cose dovremmo lasciarle e anche tante persone. Ma c’è una cosa fondamentale per cui siamo qui e tutto quello che ho detto, insieme al resto, ne è un po’ la cornice: siamo qui, esisto, vivo, sono nato perché Dio vuole incontrarmi. Questa è una cosa importantissima. Molti di voi pensano di averlo incontrato, ma l’incontro con Dio è folgorante, ci cambia la vita, ci fa fare quello che mai avrei immaginato di poter fare. Auguro a tutti voi, prima o poi, anche tra cinquant’anni, di realizzare questo incontro per giungere poi all’eternità dicendo: Ho fatto quello che dovevo, è accaduto quello per cui sono nato, quello per cui Dio mi ha pensato prima dei secoli: incontrarlo. Dio vuole incontrarti, e perché questo incontro possa accadere, noi abbiamo bisogno di mediazioni. In questo momento voi utilizzate la poverissima mediazione del vostro Vescovo, che è una voce, una presenza, un cuore, una fascia di muscoli, di sentimenti, di ricordi, è un mistero. Abbiamo bisogno degli altri per incontrare Dio. Gesù stesso - e adesso lo ascoltiamo - venendo, è venuto a incontrare gli uomini a nome di Dio; Dio, Egli stesso, ha avuto bisogno di collaboratori. Come ha fatto? Come li ha pensati? Come gli è venuto in mente? Chi ha guardato? Quanto ci ha impiegato per quel parto? I Vangeli dicono poco, ma noi cerchiamo sempre di leggere tra le righe.

Dal Vangelo di Marco (1, 16-20)

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.



***

Sembra un fatto casuale: stava passando di là, ha visto alcuni che gettavano le reti, li ha chiamati… Noi, tra l’altro abituati a sentire questi racconti, li avvertiamo come degli incontri fortuiti, ma non è così. Non è così, perché questi primi chiamati erano stati convocati prima che il mondo fosse. Questa prima nozione voglio trasmettervi stasera: se esisto - ve l’ho detto tante volte, ma voi avete bisogno che io ve lo ripeta - è per un piano d’amore; se ci sono, è perché sono stato pensato prima che il mondo fosse. Pensate al lago di Galilea, che alcuni di noi hanno visto nel pellegrinaggio in Terra Santa, all’atto in cui è stato disegnato: un lago qualsiasi? No, è il lago della Terra di Gesù: qui, su queste sponde, tra cento, cinquecento, duemila, tremila anni, cinquantamila anni dovrà passare qualcuno, ci staranno dei pescatori, staranno lì… Come un regista che decide un copione, decide le scene, il taglio delle foto, delle sequenze. Pensate al lago all’atto in cui è stato disegnato sul niente. Tra l’altro, il lago di Galilea nella Palestina, che è una terra riarsa, è una sorta di respiro; all’atto in cui si approda al lago, sembra di poter respirare, c’è la Galilea, luogo della primavera. Pensate, adesso ci sono già tutti gli alberi in fiore, i peschi sono fioriti già a gennaio lungo il lago di Galilea. Quindi questo lago, pensato da Dio come in una sorta di scenario, diventerà lo scenario del Vangelo. Dio ha molta cura dei particolari, come ogni amante. Anche noi nei nostri piccoli amori, cerchiamo di avere attenzione: cosa gli può far piacere? Gli faccio una sorpresa, gli mando un sms alle 24:01 il giorno del suo compleanno: sarò il primo! L’amore ha cura dei particolari. E quando nei vostri rapporti affettivi, d’amicizia o d’amore, vedete che l’altro non fa più attenzione ai particolari, siatene certi, non vi vuol più bene. E Dio, che è l’Amore per eccellenza, ha una cura maniacale per i particolari, per cui questo lago, di cui abbiamo ascoltato la scena brevissima della chiamata dei primi quattro, è stato progettato: anche i sassolini, anche gli alberi che ci sarebbero stati sulla riva. Tutto previsto centinaia e centinaia di anni prima. Quindi non stava passando lì per caso. C’era un orologio, anche se allora non esistevano, che è l’orologio di Dio, che diceva: adesso, è l’ora, è l’ora X… E Gesù passa. Ci sono quei pescatori che pensavano che fosse un giorno qualsiasi e invece no, è il giorno decisivo della vita. Quando ripenserete al vostro amore grande - spero ce ne sia uno, ce ne possa essere uno nella vostra vita - capirete che all’atto in cui avete incontrato quel ragazzo, quella ragazza, non era un’ora qualsiasi: era l’ora. Questo avviene anche sul piano spirituale, avviene anche sul piano della fede, avviene anche per i quattro. È avvenuto anche per Francesco, come per tutti i chiamati. C’era un’ora quando mi hai chiamato, quando mi ha detto “Tu”, quando mi ha rivolto per la prima volta lo sguardo. C’erano delle reti, dei pescatori, una scena qualsiasi, ma era un giorno eccezionale: è il giorno della chiamata. E perché Gesù chiama? Gesù chiama perché ha bisogno di braccia, ha bisogno di cuori, ha bisogno di occhi, ha bisogno di parole, come in questo momento, ha bisogno di persone che riscaldino il cuore degli altri. Io spero che, nonostante il gelo della nostra Cattedrale stasera, in quest’oretta (vi assicuro che non tracimeremo, perché è già un sacrificio per noi essere qui), le parole del Vescovo possano riscaldarvi il cuore, perché Lui ha bisogno di persone che riscaldino il cuore… Non ha bisogno di gente che “dice la messa”, nel senso banale del termine: ha bisogno di amanti. Non ha bisogno di persone che fanno orario di ufficio (Il parroco riceve dalle 16 alle 16:05!): ha bisogno di uno da cui puoi andare anche a mezzanotte, perché se un amico tu lo svegli di notte  - diceva Cocciante, quando noi eravamo giovani - ti risponde. Un prete, se lo svegli di notte, ti risponde. Gesù ha bisogno di collaboratori, ha bisogno di chi Gli faccia da amplificatore, di chi ripeta il messaggio, di chi stia avanti a Lui e dietro di Lui: avanti come banditore e dietro come discepolo. Ne aveva bisogno allora e ne ha bisogno anche oggi. La parola d’ordine che fa sussultare alcuni è: pescatori di uomini. Erano pescatori, ma adesso devono volturare la loro competenza: non più pesci, non più reti qualsiasi, ma ci sono uomini persi. E badate che di uomini persi oggi ce ne sono tanti più di ieri, più di quando io ero un giovane prete; sono più quelli persi, perduti, dispersi, lontani, di quelli che vengono in chiesa, che fanno parte del gruppo Scout, del gruppo di Azione Cattolica, del Rinnovamento… Quanti ne abbiamo? Quanti ne abbiamo nelle nostre parrocchie? Pochissimi! Allora questi uomini persi che fanno? Dove vivono? Chi li cercherà? Ieri come oggi Gesù guarda e dice: “Tu, tu…”. Adesso immediatamente sobbalzate nel cuore: “Speriamo che abbia guardato quello vicino a me e non me…”. Tu sarai pescatore di uomini. Ed essi… – dice l’evangelista Marco, ma forse ci volle del tempo. Francesco, che domani sarà ordinato, è partito, nel desiderio, forse 13 anni fa e seriamente 10 anni fa. Si arriva dopo 10 anni. Il “subito” del Vangelo significa del tempo. Ma dice a me? Ma devo lasciare queste reti? Devo cambiare mestiere? E che mestiere devo fare? Devo fare il mestiere di Dio, cantava Giosy Cento un po’ di anni fa. Faccio il mestiere di Dio e il mestiere di Dio è quello di prendersi cura. Dio si prende cura di noi, nonostante tutto quello che, come controprova, continuamente ci schiaffeggia. Dio si prende cura di noi, ma questa cura ha bisogno di mediatori, ha bisogno di persone. Allora in questo primo momento, vorrei che ciascuno di noi si dicesse chi si è preso cura di lui quand’era bambino, quando si preparava alla Prima Comunione, quando è entrato tra i lupetti in ACR… Chi si è preso cura di te? Certamente i nostri genitori, ma non solo, poi è entrata la Chiesa - erano Chiesa già i nostri genitori - ma attraverso i catechisti, attraverso una suora, attraverso un prete che si è preso cura di me. C’è un prete nella tua vita? Spero di sì, perché se non c’è un prete nella tua vita, allora non c’è ancora Gesù, perché Gesù chiede collaboratori, Gesù manda i preti, manda gli apostoli, manda i discepoli. Allora identifichiamo un attimo il “mio” prete, quello dell’infanzia, quello del campo-scuola, quello dell’adolescenza, quello dell’uscita: il “mio” prete, qualcuno che si è preso cura di te… Magari sei andato a piangere da lui alla tua prima delusione d’amore, perché dai preti si va anche per questo: Mi ha lasciato… Ha detto no… Ho preso un palo… Voi pensate che da un prete si vada soltanto per confessarsi - spero che almeno questo lo facciate - invece si va a raccontargli la vita, perché il prete è il mio papà, è quello che fa il mestiere di Dio e Dio è Padre e, attraverso i nostri preti, noi facciamo esperienza di quella paternità. Chi è il tuo prete? Ciascuno di voi se lo chieda un attimo, lo vada a cercare, vivo o defunto che sia.

***

Simone ed Andrea, Giacomo e Giovanni: prima e dopo. Prima e dopo Gesù, come la nostra storia: prima e dopo Cristo. Ricordate il documentario che alcuni anni fa abbiamo fatto con i nostri seminaristi? Dove c’è la scena di quelli che chiamano “Samuele! Samuele!” sotto la finestra. Chiamando l’amico, esce il padre e dice: “Samuele non abita più qui: è passato un ciclone”. Così dice anche il padre Zebedeo di Giacomo e Giovanni: “È passato un ciclone e se li è portati via…”. Un flauto magico si è tirato dietro tutti i bambini, i giovani, i topi, ammaliante… Ma intanto questa morte è per una vita, è per la vita di tanti uomini soli.

Uomini soli (Pooh)

Li incontri dove la gente viaggia, e va a telefonare,
col dopobarba che sa di pioggia, e la ventiquattro ore,
perduti nel corriere della sera,
nel va e vieni di una cameriera,
ma perché ogni giorno viene sera?
A volte un uomo è da solo perché ha intesta strani tarli,
perché ha paura del sesso o per la smania di successo.
Per scrivere il romanzo che ha di dentro,
perché la vita l'ha già messo al muro,
o perché in un mondo falso è un uomo vero.
Dio delle città
e dell'immensità,
se è vero che ci sei
e hai viaggiato più di noi,
vediamo se si può imparare questa vita,
e magari un po' cambiarla,
prima che ci cambi lei.
Vediamo se si può,
farci amare come siamo,
senza violentarci più,
con nevrosi e gelosie.
Perché questa vita stende,
e chi è steso o dorme o muore,
oppure fa l'amore.
Ci sono uomini soli per la sete d'avventura,
perché han studiato da prete o per vent'anni di galera,
per madri che non li hanno mai svezzati,
per donne che li han rivoltati e persi,
o solo perché sono dei diversi.
Dio delle città
e dell'immensità,
se è vero che ci sei
e hai viaggiato più di noi,
vediamo se si può
imparare queste donne
e cambiare un po' per loro,
e cambiare un po' per noi.
Ma Dio delle città
e dell'immensità,
magari tu ci sei
e problemi non ne hai.
Ma quaggiù non siamo in cielo,
e se un uomo perde il filo,
è soltanto un uomo solo.

“Uomini soli” è una canzone sui maschi, ma adesso la raccogliamo nel grido di una umanità che ha perso il filo e, se un uomo perde il filo, è soltanto un uomo solo. Ci sono uomini e donne che perdono il filo, il filo di Arianna per districarsi nel labirinto, per uscire alla luce, per essere liberi. A volte basta una delusione, basta un’ingiustizia subita, una morte, un lutto per farci sprofondare nell’isolamento. Per cui, anche se i protagonisti di questo testo sono tutti maschi, lo utilizziamo per guardare all’umanità, un’umanità dolente, perché questo è il problema clou, cardine di tutti i problemi: la solitudine - non ne esiste un’altra: la morte stessa altro non è che radicale solitudine - la solitudine dei bambini che si sentono soli, abbandonati, piangono, frignano, perché i genitori hanno altro da fare, perché devono dedicarsi al lavoro, la solitudine degli adolescenti. Non mi sembra che i nostri ragazzi siano così spensierati, dicono le parolacce… In realtà, se guardi un adolescente nella sua verità, scopri tanta solitudine. A volte basta un giudizio da parte di un compagno, i giudizi degli altri, per far crollare un adolescente addirittura nella depressione. I giovani, in coppia o scoppiati, sono soli; non parliamo degli adulti, che corrono, si danno da fare, che non hanno il tempo d’abbracciarsi e che, quando viene sera, si sentono terribilmente soli. Ma perché ogni giorno viene sera? - si chiedono i Pooh in questo testo. Perché la sera è il momento di estrema solitudine, quando le cose che ci hanno preso con la luce scompaiono e veniamo portati alla nostra verità. È quella di cui parlava Quasimodo nella poesia che conoscete: Ogni uomo è solo sul volto della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera.
Voi dite: Ma che c’entra il prete con questo? C’entra. Perché il prete è un uomo della sera, un uomo della notte, un uomo che va in giro cercando di mettere insieme tante solitudini. Vi sarete chiesti come mai “perché han studiato da prete o per vent’anni di galera”. I seminaristi sicuramente hanno detto: è il nostro seminario, 20’anni di galera! (No… sono solo pochi anni…). Viene la sera e ognuno fa i conti con la propria solitudine, anche quelli che sono in coppia, anche quelli che hanno una famiglia, tanto più quelli che sono abbandonati, poveri, ammalati, diversi, dice anche il nostro testo.  

A volte un uomo è da solo perché ha in testa strani tarli,
perché ha paura del sesso o per la smania di successo.
Per scrivere il romanzo che ha di dentro,
perché la vita l'ha già messo al muro,
o perché in un mondo falso è un uomo vero.
 
Non vi sembri presuntuoso, ma in tutto questo orizzonte, quest’uomo vero o almeno che vorremmo fosse tale, è proprio il prete che sembra un “uomo meno uomo”, ma in realtà è un uomo vero, cioè è l’uomo che vorremmo. Questo è il motivo per cui le donne si innamorano dei preti. Voi state pensando: Solo perché è irraggiungibile. In realtà è perché è un uomo vero, perché tra tanti uomini, a volte uno dice: Ma perché proprio quello è andato in seminario? Perché Gesù non sceglie mezze tacche, mezze cartucce… Poi oggi in particolare, non abbiamo bisogno di tanti preti: abbiamo bisogno di uomini veri, forse gli unici che ci sono - e lo dico senza presunzione - perché poi questa unicità, questi pochi chiamati, sono convocati per riportare l’umanità alla sua verità, cioè alla comunione. Mi innamoro del prete - dice la ragazza - perché un uomo accanto a me lo vorrei così: sensibile magari, attento, che fa attenzione anche al punto a giorno delle lenzuola (cosa a cui gli uomini non fanno mai attenzione). Per noi le tovaglie dell’altare richiamano sempre le lenzuola, perché c’è questo richiamo all’amore, perché l’altare per noi è un’attrazione, è un letto. Allora vorrei un uomo che dicesse: Ah, belle queste lenzuola con il punto a giorno! Ve lo dice mai un uomo? No, magari gli fate trovare uno sfilato, un intaglio, un cuscino… manco lo vede! Voi dite che la vita non è fatta di questo. E invece la vita è fatta fondamentalmente di piccole cose, di piccoli dettagli cui bisogna fare attenzione. Ecco perché in un mondo falso, forse è un uomo vero. Allora la “preghiera” dei Pooh: 

Dio delle città
e dell'immensità,
se è vero che ci sei
e hai viaggiato più di noi
Certamente! Dio è ovunque!

vediamo se si può imparare questa vita,
e magari un po' cambiarla,
prima che ci cambi lei.
Il prete è maestro di vita, il prete insegna anche a voler bene, il prete è educatore di sentimenti. Il prete ti aiuta a districarti nelle tue prime, precoci esperienze affettive o ti accompagna nel fidanzamento, benedice le tue nozze e gli vai a dire (è il primo a cui lo dici dopo il marito): Aspetto un bambino! È l’uomo a cui ti riferisci per qualsiasi emergenza nella vita.
Io auguro a Francesco e ai seminaristi che dopo di lui si alterneranno qui, di essere questi grandi uomini. Dicendo “grandi” non voglio intendere dei monumenti, ma con le nostre povertà, con le nostre mediocrità, essere grandi nell’umanità, perché Dio si è fatto uomo.
Io non vedo la TV, come sapete, ma ovviamente le cose mi giungono: il fatto che i preti o i giornali non debbano parlare di questo o di quello… Ma di che devono parlare? del Paradiso? No, cari miei, bisogna parlare della carne, bisogna parlare delle cose concrete! C’è sempre una tentazione, in quelli che predicano, di parlare del Paradiso: bisogna parlare della terra! Bisogna parlare di lui e lei! Bisogna parlare dell’amore! Bisogna parlare della politica! Bisogna parlare del lavoro! Bisogna parlare dei soldi che mancano! Perché se voi venite in chiesa e diciamo: Cari fedeli, andiamo in Paradiso… Ovviamente il Paradiso c’è, ma te lo devi guadagnare qui, nella storia! E siamo chiamati ad anticiparlo questo Paradiso, pur nei nostri limiti. Attenti quando ci criticano: Ma questi parlano di troppe cose! E di che dobbiamo parlare? Ci volete chiudere nel carcere di una predica spiritualista? È contro il Vangelo!
Il Verbo si è fatto carne: e noi della carne vogliamo parlare! Noi, un prete lo vogliamo così: che ci parli della carne. Vi racconto una storia verissima, per dire un prete a quante emergenze si trova a dover far fronte.
Una volta sono venuti da me, parroco, due giovani, sposati da molto tempo, due carissimi figli, intelligentissimi, laureati... Scopro, quella sera, che questo Matrimonio da un anno e mezzo - e non erano due cretini, erano due professionisti - non andava. Sono venuti a dirlo a me, ricordo, nel salone della mia canonica. Non avevano avuto il coraggio di dirselo (Vediamo, riproviamo, ecc.). Un anno e mezzo era passato, e questi due ancora dovevano fare l’amore. Ovviamente c’era qualche problemino. Voi avreste detto: Andiamo dal sessuologo… No, andarono dal parroco. Oggi hanno due bambini e per me quella, come tante altre esperienze pastorali, mi certificò che poi queste cose le vado a dire a mio padre che sa della carne, anche se non fa l’amore, che mi sa dire: Va’ a Milano. Questo problema si risolse solo a Milano, attraverso mesi e mesi di terapia psicofisica. Per questo mi innervosisco quando dicono di parlare del Paradiso. Ma quale Paradiso! Non che non ci sia, ma io dalla Chiesa, dal mio Vescovo, dal mio parroco, dal mio prete, e domani da Francesco, certamente voglio che mi ricordi perché siamo stati creati, cioè per incontrare Dio, ma anche che sia maestro di umanità, che grondi di umanità, che quando vado alla ricerca di un uomo veramente uomo, io possa pensare a lui. Questo è il prete che noi sogniamo, questi sono i nostri preti. C’è un verso, alla fine del ritornello, che credo faccia al caso nostro.

Perché questa vita stende,
e chi è steso dorme o muore,
oppure fa l'amore.
 Domani sera, qui sarà steso Francesco. Sia nella percezione di chi è stato ordinato, come della gente, ci sono dei segni che parlano al cuore delle persone. Adesso i più esperti tra voi sanno che la prostrazione è un rito preparatorio, si dice, cioè non è il clou del Sacramento, però chi è ordinato magari non ricorda il momento dell’imposizione delle mani, che è il più importante, non ricorda la voce del Vescovo più o meno commossa alla Preghiera di Consacrazione, ma ricorda il momento della prostrazione. E anche la gente, senza spiegazioni, dice: Qui sta succedendo qualcosa… Che sta succedendo? Sta succedendo quello che è successo qui: perché questa vita stende, e chi è steso dorme o muore oppure fa l’amore. Sapete che qui, sul pavimento, si mettono le bare (ricordo che feci stendere Giadio anche alla vigilia, ma stai tranquillo, Francesco, ché già fa troppo freddo), perché quella è una morte, perché quella è la rappresentazione di chi è stato steso da Dio, perché questo incontro con Dio ci stende, è meraviglioso e terribile. Quindi è una morte. Oppure fa l’amore, perché quel gesto - magari metto nella vostra mente motivi non proprio liturgici, ma che a me hanno sempre parlato delle volte in cui in tanti anni ho commentato le Ordinazioni - è anche il gesto di fare l’amore, perché chi fa l’amore muore, perché la vita ti stende, perché un prete sta lì sul pavimento come un cadavere, perché per nascere bisogna morire. Vedete come la liturgia parla e dice che per nascere prete bisogna morire e, mentre si sta lì morti, pancia in giù, è come se si facesse l’amore, perché un prete che non fa l’amore è un uomo preso dall’amore.

Uomini soli (Pooh)
***
È vero che Dio non ha problemi come dice questo testo?

Dio delle città
e dell'immensità,
magari tu ci sei
e problemi non ne hai.
Dio ha tanti problemi che sono i nostri. Dio non è indifferente, Dio si è legato a questo nostro mondo e, legandosi, si è sottoposto al dolore. Un prete annuncia anche questo: Dio vicino, Dio-con-noi, Emmanuele. Noi non siamo gli annunciatori di un Dio lontano, che sta in cielo, ma un Dio che è venuto. Tu, Francesco, a questo sei chiamato con l’annuncio della Parola, con i Sacramenti, in particolare con l’Eucarestia, come dirò domani sera. Ma sei chiamato a questo anche solo col tuo semplice passare, perché un prete è un sacramento anche quando dorme. Il titolo di questa Preghiera è “Un uomo solo sacramento di comunione”. Come sempre ho giocato sul paradosso: può un uomo solo, un uomo isolato - perché un prete è tolto dalla profanità, “consacrato” significa questo - può un uomo tolto, estrapolato, catturato da Dio diventare luogo di comunione, sacramento di comunione? La risposta è sì, perché se viene meno il prete si sgretola la comunità, non ci si incontra più, tutti perdiamo il filo… I preti stanno continuamente a mettere i fili dei gruppi, delle persone, delle coppie, di gente che ha perso il filo. Quindi questo uomo solo diventa sacramento di comunione, cioè Dio sta con me. E perché? Dove lo vedi? Nel mio prete, lo vedo in Francesco che da domani sera sarà prete per sempre. Concludiamo con un semplice invito da parte sua. Francesco, in questo momento, in testa cosa ha? Un casino, per dirla in una maniera giovanile… Me lo ha anche scritto: “Eccellenza, sapesse che ho in testa… un casino…”. Ma quello che è bello è che è un casino d’amore. Quando voi dite un “casino”, volete dire una cosa grossa oltre che confusionaria e, allora, per noi è importante anche solo se viene al microfono e dice: Domani sera alle ore 19:00 c’è la mia Ordinazione. Quindi non chiediamo un discorso, anche perché fa freddo, e lui non saprebbe cosa dire. Tra l’altro Francesco è così piccolo che magari direte: Un uomo così piccolo, con pesi così grandi, con responsabilità abnormi?


Saluto di Francesco
***

Comincia adesso questa notte, “notte da non dormire” cantava Johnny Dorelli (le citazioni le faccio sempre per i miei coetanei), perché è notte d’attesa, perché è notte della vigilia. Anche per Dio, dice il Libro dell’Esodo, la notte del passaggio fu una notte di veglia, per dire che anche Lui si emoziona. Dio si è emozionato ascoltando Francesco e si emozionerà ancor più domani sera, durante l’Ordinazione; si emozionerà Gesù, si emozionerà lo Spirito Santo, per dire che Dio ha un cuore palpitante. Nonostante il freddo, tornate con questo calore che ci viene dal Dio-con-noi che certo ci porterà in Paradiso: alla fine ci fidiamo di Lui, ma adesso ci fa compagnia in tante vicende di vita. Ci teniamo per mano e diciamo insieme: Padre nostro…

Benedizione del Vescovo

Canto finale: Vieni e seguimi (Gen Rosso)

 
***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.


domenica 26 febbraio 2012

don Francesco Di Nucci

don Francesco Di Nucci

Sacerdote in eterno


S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello
Teano, 17 febbraio 2012
Chiesa Cattedrale
~

Saluto iniziale

Saluto con tanto affetto Sua Eccellenza Monsignor Dal Covolo, Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense, ma direi soprattutto magnifico amico e fratello nell’Episcopato: la sua presenza impreziosisce il diadema della nostra piccola ma preziosa Chiesa di Teano-Calvi che questa sera presentiamo al Signore, pur nella nostra povertà, ma nella magnificenza della grazia, su cui sta per essere incastonato un nuovo diamante. Francesco, diacono, nasce presbitero sotto i nostri occhi. Per la verità sarebbe meglio chiudere gli occhi durante questa celebrazione, perché si vede meglio col cuore. Ci sono momenti nei quali i sensi rimandano ad altro: guardiamo i segni, ma oltre i segni c’è un oceano di grazia che invade una persona, che questa sera è Francesco. Lo accompagniamo con la nostra preghiera trepidante e col nostro affetto. Dopo i giorni di grande freddo, fiorisce un mandorlo nella nostra Chiesa. “Cosa vedi?” - dice Dio al giovane Geremia. Ed egli risponde: “Vedo un mandorlo”, perché il profeta è una sentinella e anche il prete lo è. Fiorisce un mandorlo: si chiama Francesco. I sacerdoti, in questa celebrazione, rivivono la grazia del loro presbiterato, della loro Ordinazione che ha una sua reviviscenza: auguro loro di poterla vedere e accogliere a piene mani. E poiché ci troviamo sempre incerti e poveri davanti al Dio che ci chiama, chiediamo umilmente perdono dei nostri peccati.

LETTURE
Is 6, 1-8
Sal 62
Eb 5, 1-10
Gv 6, 1-15


Omelia

Eccellenza Reverendissima, carissimi presbiteri, diaconi, seminaristi, ministranti, religiosi e religiose, fratelli e  sorelle nel Battesimo,
nella processione introitale, prima di uscire, Sua Eccellenza Monsignor Dal Covolo mi diceva: “Sono bei momenti per la vita di un Vescovo”. Effettivamente il momento dell’Ordinazione Presbiterale costituisce la più grande consolazione per un Vescovo, ma spero di condividere con voi tutti, presbiteri, diaconi, laici, religiosi e religiose, questa gioia. Oggi, come ho già detto all’inizio della celebrazione, la nostra Chiesa si impreziosisce di un nuovo presbitero e non si tratta solo di una grazia: per i prossimi anni è assicurato pane, grazia, perdono, direzione, consolazione a tanti nostri figli e figlie; dovreste rallegravi con me in questo momento, perché in Francesco presbitero noi vediamo, intravediamo, anche noi più avanti negli anni, l’avvenire della nostra Chiesa. C’è ancora futuro.
Noi abbiamo bisogno in questo momento - ne abbiamo sempre bisogno, ma in questi tempi calamitosi particolarmente - di segni di speranza, dal momento che i segni di delusione, di recessione economica sono tantissimi. Oggi noi siamo invitati a guardare con speranza al nostro futuro: c’è ancora chi dice sì a questo progetto meraviglioso e tremendo che è l’essere investito della potestà stessa di Gesù, sommo ed eterno Sacerdote, a beneficio dei fedeli che lo vogliano.
Francesco vive in questa celebrazione un momento che divide in due definitivamente la sua vita, perché tutti i giorni che vivrà in seguito avranno il timbro, la grazia, la luce, la forza di questo momento. È come - l’ho detto già in altre Ordinazioni - se in certi momenti si dessero convegno tutti i giorni passati e tutti i giorni futuri in una densità che è difficile esprimere, ma che, con i sensi della fede, ciascuno di voi può intendere, nel senso che di qui, da questo momento, nasceranno non solo per Francesco, ma per tutti coloro che usufruiranno del suo Ministero, miracoli che noi ovviamente non riusciamo a vedere, ma che Dio sa e che si radicano e prendono senso, forza e direzione da questo momento.

La Liturgia della Parola ci ha preparati e ci prepara a questo momento. Tra le Letture che Don Francesco ha scelto, mi soffermo in particolare sulla prima e sul Vangelo. Nella Prima Lettura ci confrontiamo con una delle chiamate più luminose e, se il termine non vi appare negativo - per me è positivo -, più “barocche” tra i racconti di vocazione, perché abbiamo un bambino (pensate ai bambini che sono qui e che magari faranno un grande atto di pazienza in queste due orette che stiamo insieme) o anche un ministrante, Annibale per esempio, che vedo qui, un ministrante di Pietravairano, che è preso dal luccichio, dai profumi dell’incenso, dal suono delle trombe, dal suono dell’organo, dalle voci del coro, ed entra in una dimensione nuova. Dev’essere stato così l’evento che poi, nel tempo, ha dato forma a questo racconto dove ci sono simboli: Dio che siede su un trono altissimo, la corte celeste riunita, ci sono sfavillii, scintillii, come in questa celebrazione. Ovviamente Annibale, che adesso ho scelto come mia “cavia”, davanti a tutto questo splendore si sente ancora più piccolo - quanti anni hai, Annibale? Tredici… - e dice: Ma sono degno d’essere qui? Partecipo nella Chiesa Cattedrale e non nella chiesa San Giovanni, che ha bisogno d’essere resa più bella… Sto qui in prima fila, al primo banco, e tutto questo è troppo per me!
Nasce un senso di indegnità: io appartengo ad un popolo dalle labbra impure, vengo da Pietravairano, e allora c’è un rito di purificazione che è questo carbone ardente (ovviamente è un simbolo, Annibale, non ti preoccupare, non accadrà per te), preso dal braciere che arde e dove vengono versati i profumi, gli aromi, davanti al trono di Dio, e questo carbone ardente fa un po’ da ponte tra l’eterno e il tempo, giungendo fino a questo giovane che si sente fuori luogo. Io spero che anche voi vi sentiate fuori luogo: Ma com’è possibile che sono qui? Com’è possibile che questo miracolo avvenga sotto i miei occhi?
La cosa più bella di questo racconto è che a un certo punto si crea un’emergenza nella mente di Dio, in questo sovrano che interroga i suoi saggi: c’è una missione speciale da compiere, Annibale, c’è qualcosa di grande da fare e nessuno si fa avanti. Questa è una cosa terribile: nessuno manifesta una disponibilità. Allora, proprio il piccolo e giovane “bambino-profeta” dice: “Eccomi, manda me”. Forse questa cosa, Annibale, gli sfugge dal cuore, come per te, mentre lo dice si pente d’averlo detto… Cosa posso dire io davanti a questa corte? Possono parlare i santi, possono parlare gli angeli, possono parlare quelli più avanti di me, più saggi di me, più santi di me… Ma si rende disponibile un ragazzo.




Come già per l’Ordinazione Diaconale, ma ancora di più questa sera, guardando il volto di Francesco molti di voi hanno un tuffo al cuore, a dire: “Ma è così giovane…”. Francesco mi ha rimproverato per sei mesi d’avergli dato un anno in più all’Ordinazione Diaconale, allora lo dico precisamente: ha 26 anni e qualche mese. Si può a questa età? Si può nel pieno della giovinezza? Si può - mi diceva una mamma - quando non si sono sperimentate certe cose belle della vita? Si può dire: “Eccomi, manda me”?
La risposta, Francesco, è che questa disponibilità la danno solo i piccoli. Noi grandi non più e, come ho detto altre volte, noi già ordinati da un anno, dieci, venti, cinquanta, settanta, diciamo: “Per fortuna che questa cosa l’ho fatta allora”, perché se oggi a me, a voi, venisse chiesta la stessa cosa, noi ci tireremmo indietro, perché, Francesco, noi adulti, siamo egoisti. Noi adulti, andando avanti negli anni, a meno che non intraprendiamo decisamente la via della santità, diventiamo calcolatori. Dio ci liberi; vi liberi da noi che diciamo: “Ah, l’amicizia!”. Quante volte gli adolescenti si sentono dire questo dai loro genitori: “Quand’ero giovane anch’io…”. L’amicizia, la gratuità, fare del bene senza motivo, i giovani, i bambini, a volte le comprendono più di quanto non riusciamo a comprenderle noi grandi. Quindi non è un incidente, Annibale, che Isaia si sia buttato avanti quando i grandi si sono tirati indietro. Non è l’eccezione: è la regola, cioè le cose grandi le fanno solo i bambini; le cose belle, le cose entusiasmanti riescono a tirarle fuori solo i giovani. Ecco perché voi giovani che siete qui, a questa celebrazione, siete interpellati, voi che vivete questa grazia meravigliosa che si chiama giovinezza, fatta di grandi ideali, di grandi sogni, di radicalità. Ma questa grazia passa, a meno che voi, in questo momento, non la avvitiate sull’Eterno. Francesco, in questa celebrazione, avvita la sua giovinezza sull’eterna giovinezza di Dio e solo questo gli permetterà di non invecchiare e di non diventare egoista anche lui. Attenti, accogliete questa grazia, spendete questa moneta su mercati di altissimo valore e non sui mercatini rionali; spendete questa grazia della giovinezza per ciò che più vale!

Se ci fate caso, è nuovamente un ragazzo a farsi avanti nel racconto della moltiplicazione dei pani secondo l’evangelista Giovanni. C’era una moltitudine, tanta gente accorreva a Gesù, come stasera, qui, nella nostra Cattedrale, e Gesù guarda le folle con compassione, con amore, e vorrebbe dare dei pani a tutti, ma non li ha. Allora interpella i Suoi discepoli e subito gli economi dicono: “Ci vorrebbe tanto. No, non ce li abbiamo questi soldi”. Ma Andrea riceve una visita strana: un bambino. “C’è qui un ragazzo - dice Andrea - che ha portato pochi pani e pochi pesci. Ma che è questo per tanta gente?”.
Anche qui, come nella Prima Lettura, dove Isaia si lancia, c’è un ragazzo. Pensate che anche Davide era un ragazzo quando c’era da combattere contro il gigante Golia e nessuno si fece avanti, neanche Saul, il re che era in dovere di combattere a favore di Israele: tutti si tirano indietro, anche i prodi, e allora arriva questo ragazzo con una fionda, un ragazzo che ha giocato, perché la vita ce la dobbiamo giocare, e non a dadi, non nei giochi che stanno diventando una malattia in giro, ma per l’unica cosa per cui valga giocarsela.

Come vedete, nelle Letture che Francesco ha scelto - magari non le avrà scelte per questo - c’è questo filo di un ragazzo, di un entusiasmo adolescenziale, di una grazia della giovinezza che permette certe cose che altrimenti sarebbero impossibili.
Pensate all’interrogatorio a cui con un po’ di compassione, tra un po’, sottoporrò il candidato. Ma chi ce la può fare? Sì, lo voglio! Sì, lo voglio! Sì, lo voglio!... E il Vescovo sprofonda nella sua Cattedra, nella sua sedia, dicendo: “Ma questo ragazzo ce la farà?”. La Chiesa pone sulle nostre labbra delle domande impossibili, ma un ragazzo si getta in questa avventura.
Grazie, Francesco, per questa furbizia che hai avuto di avvitare la tua giovinezza, prima che passi, sull’unica cosa che conti: Dio. Il Suo Figlio Gesù, che è venuto a salvarci, chiede mani, come ho detto ieri sera alla Preghiera-Giovani, chiede occhi, chiede cuori, chiede disponibilità, chiede pani. Questi pani siamo noi, questo pane è il ragazzo che è venuto e che ha rinunciato alla sua merenda. I grandi no, gli adulti no! Noi non sappiamo farlo, noi siamo calcolatori, abbiamo bisogno della sicurezza economica, del conto in banca! Il ragazzo no, il ragazzo si butta, ha un impeto di entusiasmo e dice: “Sì, eccomi!”. Porta i pani o è lui questo pane? E Francesco non è un pane che stiamo per consacrare?, perché la Liturgia dell’Ordinazione, cari fratelli e sorelle, è null’altro che una Eucarestia dove anziché il pane e il vino abbiamo un giovane, abbiamo un corpo, del sangue, dei ricordi, degli affetti, dei progetti, abbiamo un uomo: è lui l’agnello condotto al macello questa sera, è lui il pane che sembra piccolo, un panino, ma questo pane si moltiplicherà a dismisura e, tra dieci anni, vent’anni, trent’anni, cinquant’anni, quando il Vescovo che sta parlando sarà morto e non ci sarà neanche la polvere, Francesco starà ancora a distribuire pani. Da questo pane, tanti pani. Ma per far questo, Francesco, c’è bisogno di educare i nostri sentimenti.

Spero che questa mattina non ti sia passato inosservato Sant’Agostino - e neanche a voi, cari presbiteri e diaconi - quando, nella lettura patristica dell’Ufficio delle Letture, ci ha detto: “La vita è un allenamento del desiderio”. Che cosa grande! La vita è un allenamento del desiderio, è una palestra del desiderio, nel senso che la vita ci è data per desiderare, ma si possono desiderare cose dozzinali, si possono desiderare cose terra terra, si può desiderare il cielo, si possono desiderare cose piccole o cose grandi. E il desiderio bisogna allenarlo. Francesco, in tanti anni e fin da bambino, ha cominciato ad allenare questo desiderio nella palestra che è la Chiesa, dove si fanno esercizi per stendere fino allo spasmo i piccoli desideri, perché divengano grandi desideri.
Si può desiderare Dio, cari fratelli e sorelle? I santi lo hanno desiderato e lo desiderano, anche i santi che sono fra noi. E perché bisogna allenare i desideri? Perché i desideri non sono dei semplici strumenti, ma dicono di noi. Non solo dicono della nostra nobiltà o del nostro essere poca cosa, ma anche perché l’oggetto del desiderio ci cambia. Francesco, l’oggetto del desiderio ti cambia. Dovrai insegnare ai tuoi giovani che si diventa ciò che si desidera. Alcuni giovani diventeranno dei motorini, perché desiderano i motorini, come se fosse il massimo dei beni da acquisire. Le signore che desiderano un gatto - mi dispiace per loro - potranno diventare delle gattine. Diventerai ciò che desideri: un oggetto? una grande realtà? E quelli che desiderano Dio? Diventano Dio, diventano come Dio. Francesco, il tuo desiderare d’essere dietro a Gesù, d’essere con Lui, d’essere come Lui, ti rende stasera Gesù.


Concludendo, ti preparo ad una delusione che vivrai, che potrai vivere stasera o tra un anno, tra dieci anni, quando busserai alle porta di Gesù, del Suo cuore…
- Chi è? - risponde Gesù.
- Sono Francesco! Francesco Di Nucci! Sono un presbitero!
- Non ti conosco.
- Gesù non mi conosce…
Allora, Francesco, cercherai nuovi modi per presentarti (Forse Gli è sfuggito che venerdì 17 febbraio - che brutto giorno il Vescovo ha scelto per un’Ordinazione! - sono diventato presbitero) e busserai ancora…
- Chi è?      
- Sono Francesco. Sono cresciuto con l’orizzonte del mare - quelli tra noi che sono nati sul mare, desiderano i grandi orizzonti: Dove c’è il mare, c’è libertà, cantava un po’ di anni fa De Crescenzo, perché non ci sono ostacoli, ma il confine lontanissimo, il baciarsi del mare e del cielo - Sono Francesco! Ho negli occhi il mare di Formia!
E Gesù dirà:
- Non ti conosco.
Allora, angosciato, forse in lacrime, Francesco, cercherai un modo per presentarti, per farti riconoscere e, dopo aver bussato…
- Chi è?
- Sono Checco… - molti non sanno che Francesco, a casa sua, è chiamato Checco, perché quando si è bambini, Francesco è un nome difficile da dire. Quando dicevano a Francesco: “Come ti chiami?”, non potendo dire Francesco, avrà detto Checco, e così gli è rimasto questo nome - Sono il bambino che giocava, il bambino che bussava alle porte della custodia, il bambino che guardava Sant’Erasmo e gli sembrava enorme sulla grande pedana…
Ma anche davanti a questa confessione, a questa foto, a questa identità di Francesco bambino, di Checco, Gesù dirà: Non ti conosco.

Comincerai a piangere, come succede sempre nella preghiera, quando non ci sentiamo capiti. E quando, dopo tante lacrime ribusserai, perché bisogna bussare e ribussare (Bussate e vi sarà aperto - ci ha detto Gesù) e, dall’interno, Gesù chiederà: Chi è?, e tu che non puoi più dire: Sono Don Francesco, sono Francesco con il mare negli occhi, sono Checco, sono il cristologo, alunno della Pontificia Facoltà, ho studiato alla Facoltà del Papa, alla mia Ordinazione c’era anche il Magnifico Rettore…, in un impeto di verità dirai:
- Gesù, non so più chi sono… Non sono Francesco, non sono Don Francesco, non sono il cristologo, non sono Checco…
- E chi sei?
E tu risponderai:
- Sono Tu.
E si aprirà la porta.

L’amore è così: l’amante e l’amato partono da luoghi diversi, con identità diverse, con nomi diversi, con sensibilità diverse, ma poi pian piano si avvicinano, si abbracciano, diventano una cosa sola, si confondono, al punto che l’amante diventa l’amato. Francesco, il prete è questo: è Gesù. Per questo dovrai rispondere: “Sono Tu”. È “sgrammaticato” tutto questo, ma i sacerdoti che forse mi stanno ascoltando - e magari anche voi - sanno che questa sgrammaticatura è quanto mai vera.
Io sono Tu. Sono diventato Tu, perché Tu vivi in me. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me e questa vita - dice Paolo - che vivo nella carne, io la vivo nel nome e nell’amore di Gesù che ha dato la vita per me. A Lui sia gloria e potenza, qui e ora, nel nostro piccolo oggi, e nei secoli dei secoli. Amen. 

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.