sabato 3 gennaio 2015

la teologia della liberazione è come Giuda

È Gesù che “tradisce” Giuda. Una controstoria per intuizioni dell’Iscariota

Giuda-Iscariota

Una controstoria di Giuda, il padre di tutte le teologie della liberazione. Una rivisitazione dei moventi che portarono allo scandalo di quella notte di tenerezza, equivoci, illusioni e disillusioni, di tradimenti infine,  passione e morte. Di verità. Per scoprire che Gesù, agli occhi di Giuda, è il “traditore”: lui, Giuda, ha solo cercato di dimostrare che egli era davvero il Messia. Quanta tenerezza c’era in quel bacio di Giuda… .

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1779853_265454650280739_1832836531_ndi don Marco Scandelli

 Si può parlare di Giuda a Natale?

L’Anno liturgico ha i suoi ritmi e i suoi spazi. Non c’è né tempo né spazio per parlare di Giuda a Natale: Giuda Iscariota, colui che prima fu scelto da Gesù nel numero dei Dodici e poi si impiccò ad un albero. Colui che secondo Dante non avrà mai parte alla Gloria di Dio, ma eternamente sarà masticato da Lucifero in quanto “traditore” (Inferno, XXXIV 61-63).
Qualche settimana fa stavo discutendo con il Mastino sul mistero del peccato e la sequela cristiana, quando improvvisamente l’ho fermato. Non so spiegarmi come, ma ho avuto l’intuizione di aver compreso il perché, perché Giuda si è spinto fino a macchiarsi del delitto più grave che possa esserci: “tradire sangue innocente”. Perché mentre parlavamo ho capito che forse l’avrebbe potuto fare chiunque fosse stato al suo posto, magari anche io.
Purtroppo siamo abituati a pensare a Giuda come a un’immagine demoniaca, dimenticandoci che innanzitutto egli è un uomo. Non è un ladro, nemmeno un assassino: è nostro fratello, uno di noi.
E come noi amava Gesù, credeva in lui, forse anche più dei suoi compagni, forse anche più di Pietro. Anche se in modo sbagliato. Certo! Per questo l’ha consegnato ai suoi carnefici. Come fanno gli amici che si sentono traditi. Per questo infine si è ucciso.

L’Apostolo seguace di Satana?

4160111146_1a8f2677acLa mente umana ragiona più facilmente in modo binario: “vero-falso”, “giusto-sbagliato”, “Dio-Satana”, come se le due alternative avessero lo stesso spessore ontologico. In questo senso Giuda è sicuramente un “cattivo”, è all’Inferno, tra quelli che “è bene non seguirne l’esempio”, magari che è necessario conoscere, ma sui quali non servono tante indagini. “è un cattivo”. Punto. Se non è bianco è nero.
In sintesi, da una parte c’è Dio e dall’altra Satana: il mondo è diviso tra chi è con Dio e chi è con Satana. Giuda sta con Satana. Ciascuno sceglie la sua parte.
E dunque, come mai Gesù ha chiamato Giuda nel Collegio degli Apostoli? La risposta non è semplice e le interpretazioni eterodosse sono testimoniate già nel II secolo d.C. Da essa nascono infatti altre questioni cristologiche e filosofiche di non minore importanza circa la prescienza del Figlio o la libertà umana: se Gesù era veramente il Cristo, come ha fatto a non capire che Giuda l’avrebbe tradito? O forse Gesù si è servito di lui perché il suo destino potesse compiersi? E dunque in cosa consisterebbe la colpa di Giuda? Non sarebbe meglio dire che erano in qualche modo “complici”?

Giuda, detto Iscariota: cioè?

Vitrail_Cathédrale_de_Moulins_160609_59Le notizie su Giuda si trovano fondamentalmente nei Vangeli: figlio di un certo Simone, era soprannominato “Iscariota”. Attorno a questo nomignolo le interpretazioni si sono moltiplicate.
L’etimologia esatta è difficile da individuare. Non si sa se questo gli venne attribuito dalla primitiva comunità cristiana per sintetizzarne l’immoralità (gli aramaici sakar e shiqrai significano rispettivamente “consegnare” e “ladro”) o se fosse conosciuto già così durante la sua vita (Ish-Qriyoth significa “uomo di Qerioth”).
 Una delle interpretazioni però da sempre più in voga vuole che “Iscariota” derivi dall’ebraico ekariot con il quale si indicavano i sicari all’interno della setta degli Zeloti. Di ciò sono inoltre testimoni anche alcuni manoscritti antichi del Nuovo Testamento che accanto al nome di Giuda hanno l’aggiunta di “zelota”. E in effetti che un combattente messianico sinceramente convinto della sua causa si mettesse alla sequela del più convincente Messia di tutti i tempi non dovrebbe stupire!
Ma se si tiene conto di questa sua particolare devozione alla causa israelitica, si comprendono in sinossi i diversi passi della Scrittura che parlano di lui: la chiave di lettura più adeguata per comprendere umanamente e psicologicamente le scelte di Giuda, senza farlo apparire un illogico e un deficiente, è il suo attaccamento ad una idea materiale, politica, anche militare della “salvezza d’Israele”.

 Gesù il liberatore politico. Come Giuda

JudasBetrayalPer Giuda Gesù era il liberatore, il discendente di Davide chiamato a combattere contro il nuovo Golia, l’Impero Romano.
Quando venne scelto a far parte di un gruppo ristretto di uomini, una dozzina, si sentì preferito e privilegiato. Forse pensava che quel gruppo fosse una sorta di cabina di regia per l’arruolamento di soldati: essi dovevano diventare i capi di futuri Contubernia e di Centurie di matrice giudaica. Certamente non fu l’unico degli Apostoli che la pensasse in questo modo.
Poi nacque il gruppo dei settanta, l’attenzione intorno a Gesù cresceva e le persone si moltiplicavano. Ma una cosa diventava sempre più chiara in Giuda: Gesù non contava solo su un esercito di uomini, dal momento che lui aveva già un esercito numeroso e forte di Angeli, Troni, Dominazioni, miriadi di leve arruolate direttamente in cielo. Ne aveva parlato lui. Ne parlavano le Scritture. Gesù era il Messia, perciò doveva per forza essere il liberatore che dalla Galilea stava marciando su Gerusalemme per guidare la rivolta in nome del Dio Sabaoth, il Dio degli eserciti.
Certo, vi erano volte in cui Gesù parlava in modo strano: di amore, di perdono, di misericordia, di non violenza … ma poi parlava di “padri contro figli” (Lc 12,53), diceva che era venuto a “portare la spada” (Mt 10,34), a “portare fuochi” con il desiderio che già fossero accesi (Lc 12,49-51).
BFA ProjectPossiamo quasi vederli: Gesù che parla con i discepoli e Giuda che passa tra la folla per galvanizzare le frange più politicizzate, per passare in rassegna quell’esercito in potenza. Come quel giorno in cui sentì più volte da lontano la parola “beati”, ma alle sue orecchie arrivò solo “i perseguitati per la giustizia perché di essi è il Regno dei Cieli” (Mt 5,10). Che grande condottiero, Gesù!
O ancora, quelle volte in cui Gesù parlava di pace: Giuda si fermava, ascoltava per un po’ e con la scusa che a volte il Maestro parlava in modo strano, tornava a raccontare ai suoi più fidati che Gesù aveva rivelato che per la Pasqua si sarebbero recati a Gerusalemme dove finalmente avrebbe liberato il popolo, che addirittura era pronto a morire (Mc 8,31): la guerra stava per iniziare! 

Giovanni dice che Giuda ruba. Ma Giuda non è avido

bacio_giuda-600x250Giuda teneva la cassa. Giovanni dice che era “ladro” perché “prendeva quello che vi mettevano dentro” (Gv 12,4-6): ma per Giuda quel denaro serviva solo alla causa, la “sua” causa. Ecco perché si indignò molto quando vide volatilizzarsi trecento denari per un profumo che si poteva vendere e invece fu “versato”, inutilmente, secondo lui, sui piedi di Gesù. Con trecento denari si potevano comprare almeno dieci schiavi.
Ma a cosa servivano tutti quei soldi? “Per i poveri”, disse Giuda. Probabilmente non mentiva: si potevano dare davvero ai poveri perché comprassero armi, si potevano dare ai mercenari. Il suo non era un falso moralismo. Le armi costano e tutti dovevano rifornirsene per combattere. Il denaro serviva alla guerra. Oh, sia chiaro: guerra di “liberazione”, per come la vedeva lui.
Infatti, più si avvicinavano a Gerusalemme, gli apostoli con Gesù, e più cresceva in Giuda l’agitazione: era preoccupato, preso dall’eccitazione per la realizzazione definitiva di ciò per cui lui aveva dedicato tutta la sua vita, almeno quella adulta. Non sapeva quali piani avesse Gesù. Sapeva che l’esercito celeste era pronto. Ciò che mancava era solo l’occasione, mancava il movente perché del Messia si scatenasse l’ira e si compisse l’ora.
giuda (1)I giorni intanto passavano e Gesù non sembrava voler lottare. Gesù stava tradendo le aspettative di Giuda. Sembrava che si fosse come intimidito: voleva ancora combattere i romani? Ora diceva che bisognava “dare a Cesare quel che è di Cesare” (Lc 20,20-26), quasi ne sembra complice. A Gerusalemme sfidava ancora volentieri i capi d’Israele, ma non aveva la stessa verve nei confronti degli invasori. Giuda è avvilito, è impaziente, è confuso, sta montando dentro di lui l’irritazione.
Fu allora che “Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici” (Lc 22,3): Giuda decise in cuor suo di forzare gli eventi. Satana ci aveva già provato con Pietro: “Rimettiti dietro a me, Satana”, si era sentito dire da Cristo. Ora il Padre della menzogna era riuscito a vincere il cuore diviso di Giuda che si risolse nel “consegnare” Gesù.

Voleva “consegnarlo” perché fosse a tutti chiaro che era il Messia

spirituality-science-moral-being-judas-kissGiunti a Gerusalemme, si verificò un’escalation di eventi che portò infine i Sommi Sacerdoti a decidersi per la pena di morte nei confronti del presunto Messia. Giuda non aveva mai avuto simpatia per questi uomini: erano venuti a patti con il potere romano, quindi erano dei traditori per lui.
Ma egli capì che era necessario scendere a patti con loro. L’accordo con i Sommi Sacerdoti ebbe perciò un senso diverso per le parti contraenti. Questi lo fecero per mettere a morte Gesù. Giuda voleva solo “consegnarlo” perché si decidesse ad iniziare la guerra (cfr. Mc 14,10-11; Mt 26,14-16; Lc 22,3-6). Scese a patti con i nemici per far precipitare le cose, per mettere Gesù all’angolo, perché finalmente si scatenasse l’Inferno: Gesù sarebbe stato costretto a chiamare le Legioni di Angeli per farsi difendere.
Giuda veramente crede, secondo il suo equivoco, che gli angeli del cielo sarebbero scesi a combattere accanto ai discepoli-soldati del Messia: non erano forse state scritte e dette tutte queste cose? Ecco, Giuda, il politico e il patriota, interpreta alla lettera.
Autun,_JudasGiuda aveva pensato che prima o poi Gesù avrebbe capito. Alla fine lo avrebbe anche ricompensato ponendolo a capo di chissà quante città (cfr. Lc 19,11-27). Sarebbe diventato il primo degli Apostoli per meriti. Non era un vero tradimento!
E poi arrivò quell’istante in cui Gesù disse quella frase: “Quello che devi fare fallo al più presto” (Gv 13, 27). Immaginiamo Giuda! Avrà pensato: “Cavoli, forse Gesù comincia a capire cosa voglio fare ed è d’accordo con me!”. Giuda si sentiva il liberatore di Gesù. Aveva invertito i ruoli.

Giuda amava sinceramente Gesù. Ma un Gesù idolo

2Il-suicidio-di-Giuda

I demoni e l’anima abbandonano le viscere di Giuda appena spirato
Lo amava tanto, aveva sacrificato ogni cosa per lui, credendo in lui più di ogni altra persona: sapeva che Gesù era colui che avrebbe portato a compimento le promesse di Dio, che avrebbe ridonato la terra promessa al popolo legittimato a possederla. Era il suo leader e il suo liberatore, ma secondo una logica tutta politica e terrestre.
Quanta tenerezza vi fu in quel bacio; ma anche quanta malizia! Un gesto d’amore, tenero eppure perverso. Carico di significati contrastanti, immagine pluriforme della guerra che da tempo si combatteva nel cuore di Giuda. In quel bacio Giuda ha riposto ogni speranza: il bacio di un amico, il coltello di un traditore, il falso segnale per l’arresto, la messa al muro di un re timido, l’inizio della guerra finale.
Gesù l’avrebbe apprezzato. I Sommi Sacerdoti se ne sarebbero pentiti. Lui ne avrebbe guadagnato in gloria.
Ma non era solo un’idea di Giuda! Pietro stesso deve aver avuto in cuore questi sentimenti se “messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del Sommo Sacerdote” (Mt 26-51).
Μετά από τα διάφορα σχέδια αγχόνης, επικράτησε το ακόλουθο, με δυο κάθετες δοκούς συνδεόμενες μεταξύ τους από μια τρίτη, από την οποία κρεμό

Μετά από τα διάφορα σχέδια αγχόνης, επικράτησε το ακόλουθο, με δυο κάθετες δοκούς συνδεόμενες μεταξύ τους από μια τρίτη, από την οποία κρεμό
Eppure, quel bacio fu la fine di ogni speranza: i piani di Giuda andarono in frantumi. Gesù si fece arrestare. “No! Gesù doveva ribellarsi. Questo era il piano”.
E le speranze svanirono nel momento stesso in cui Gesù disse a nuora (Pietro) perché suocera (Giuda) ascoltasse: “Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici Legioni di Angeli?” (Mt 26,53). Questo era ciò che Giuda aveva in cuor suo: “Allora Gesù poteva. Gesù era in grado. Le Legioni erano pronte, esistevano!”.
Gesù, se avesse voluto … ma non lo volle. Era satanico, pensiero di uomini. Non era il pensiero di Dio (cfr. Mc 8,33).
Pietro lo capì e rimise la spada nel fodero. Giuda invece pensò che il suo ideale si era frantumato. Gesù era un perdente. Ma quel perdente era stato anche il solo e vero amico che ebbe in tutta la sua vita. E lui l’aveva tradito. L’aveva fatto condannare a morte.

Le teologie della liberazione ragionano come Giuda

biblical_cycle__judas_iscariot__by_tatianatoutheou-d55sdc4Riconsegnate le monete, anzi gettate letteralmente in faccia ai presunti vincitori, Giuda non solo riconobbe che non ci sarebbe stata nessuna teocrazia, ma addirittura si rese conto del fatto che se Gesù moriva era per mano sua. Si pentì e andò a impiccarsi (cfr. Mt 27,3-4).
Giuda era un patriota, aveva voluto forzare l’inizio della guerra, ma l’unica cosa che aveva ottenuto era stata la morte con un bacio del suo unico “amico”.
Tralasciamo le controversie sul discorso di Pietro in Atti (cfr. 1,15-20), come l’eterno destino di Giuda (la Chiesa non “canonizza” i dannati) e ciò che è accaduto nel momento in cui emise il suo ultimo respiro. Consideriamo solo le azioni e le scelte raccontateci nel Nuovo Testamento. Il problema di Giuda fu quello di non aver compreso il significato dell’Incarnazione, il senso del Natale: Giuda si è impiccato perché non si è inginocchiato di fronte al Dio Bambino.
il-bacio-di-giuda1E per questo Giuda dovrebbe ispirare naturalmente una umana simpatia, perché egli è davvero nostro fratello. Egli incarna infatti l’immagine di tanti uomini che rimangono delusi dall’apparente sconfitta ed estromissione di Dio dal mondo contemporaneo. Di uomini che fanno tanta fatica nel tentativo di forzare gli eventi a vantaggio della giustizia perché pensano che Dio non possa astenersi dall’intervenire. Di persone che vanno dietro a ideologie – pensiamo al progressismo cattolico, a cattolicesimo “sociologico”, alle teologie della “liberazione”, che si muovono esattamente nella logica dell’Iscariota – e non si accorgono che la risposta ai propri desideri passa nella semplicità di un Dio umile e disposto a farsi umiliare.
IMG_522Egli è l’immagine che meglio rappresenta ciascuno di noi quando non abbiamo fede nello Spirito Santo e perciò scriviamo piani (pastorali) nel tentativo ironico di supplirne l’apparente sconfitta.
Dio, a Betlemme, non è entrato nel mondo per comandare con la forza e le armi. Le armi di Dio sono la verità e la carità. Giuda non ha compreso questo. E come lui anche noi tante volte non lo capiamo: non capiamo che la vera forza è mansuetudine, che la vera libertà è obbedienza e che il vero amore è distacco.
Non capiamo cioè che la Chiesa e il mondo sono sempre sotto lo sguardo paterno di Dio il quale non lancia fulmini se si prendono direzioni sbagliate, per non sradicare insieme alla zizzania anche il grano buono (Mt 13,24-30).

venerdì 2 gennaio 2015

teologia delle pudenda

L’ABITO ED IL MONACO 
Antonio Margheriti Mastino

Oh cara talare, seconda pelle
Ho notato un’altra costante: tutti i preti e i vescovi che andavano in giro a commettere atti impropri, avevano premura di farlo sempre senza indossare (nonostante la presenza di molti feticisti del genere) le insegne del proprio stato di consacrati, dal clergy alla (figuriamoci!!) talare. Anche perché, diciamocelo, spesso l’abito lo hanno del tutto abbandonato anche nell’esercizio delle loro funzioni, semmai ne han portato uno.
Cosa strana, anomala assai per questi preti che inseguono caparbiamente una auto-secolarizzazione così furiosa: diplomatici, medici, magistrati, militari, avvocati, professoroni laicisti, salumieri, chiunque (persino i capi delle altre religioni), si son ben guardati dall’abbandonare le loro divise e livree, e nel loro caso per senso di corpo, pavoneria e poi perché sanno bene che la divisa fa il professionista e spesso uno si sceglie una professione per indossare proprio quella divisa. Nessuno al mondo vi ha rinunciato, nessun pazzo, tutti se lo tengono ben attaccato addosso … l’abito. Tutti tranne i soliti preti cattolici. Un vero mistero! Eppure la veste talare, le insegne del sacerdozio tutto sono tranne che vanità: semmai è segno di castigatezza e penitenza, di pietà, di dimenticanza e nascondimento di sé per lasciare tutto lo spazio al servo dei servi, all’Alter Christus, al sacerdote.
Ma la talare è anche una seconda pelle: sperimentare il peccato su di essa, avendola indosso, risulta arduo, inibente psicologicamente per il prete peccatore e per il suo complice, tanto palese e osceno è il sacrilegio. Perché sta lì a ricordarti sempre e a ricordarlo agli altri, che non appartieni più solo a te stesso, ché tu sei sacerdos in aeternum, sposo di Cristo, e che le tue mani sono consacrate, e che insieme alla tua persona insozzi lo stesso sacerdozio regale, che quella talare ti ricorda: violandola trascini con essa nella sozzura la Sposa e il Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa. Davvero troppo da sopportare psicologicamente.
Molte, troppe volte, quasi sempre l’abito fa davvero il monaco. O almeno lo costringe a rimanere tale. Lo obbliga a ricordarsi del suo stato ogni momento. Ad avere rispetto per se stesso, anzitutto; e gli altri di lui. Quell’abito è prodigioso. Per questo la Chiesa vi ha sempre insistito nella sua millenaria sapienza, e l’attuale codice canonico lo annovera, parlando al muro, come “obbligatorio”. Anche per questo, i contestatori, gli apostati, gli spiritati del post-concilio, la prima cosa che fecero fu di strapparsi furiosi di dosso la talare, poi anche il clergy. Nello stesso momento – un attimo dopo, anzi – un terzo del clero mondiale lasciò dopo la talare anche il sacerdozio, spesso pure il cattolicesimo, e la fede stessa. Quasi sempre per convivere o convolare a nozze con le ex “perpetue” diventate nel frattempo amanti, fidanzate, mogli, ex mogli.
Ma allora davvero quell’abito fa il monaco. O ricorda al monaco di esserlo. Obbligandolo a restarci, con la massima dignità possibile.
Mi scrive il mio amico Carlo da Milano:  
Proprio il detto citato, “cucullus non facit monachum”, ha subito un completo ribaltamento di significato. Il senso originale era “l’abito non basta a fare il monaco”. Oggi per certuni il detto sarebbe invece una mera denuncia dell’ipocrisi … a dell’immagine, per la quale chi indossa l’abito lo farebbe solo per mostrare agli altri qualità che non ha. Oggi il significato del proverbio viene interpretato come “l’abito fa il non monaco” o addirittura come “la mancanza dell’abito fa il monaco”.

Ormai l’esperienza me lo ha insegnato: quando senti un prete, un vescovo all’improvviso parlare di cose “liberal”, contro il celibato, la castità, pro-preservativo e contraccezione (peggio del peggio: significa che vuole divertirsi senza prendersi responsabilità), a favore di coppie di fatto e magari omosessuali, non è perché dalla teoria vorrebbe passare ai fatti; ma al contrario, ai fatti è già passato da un pezzo, e ora vorrebbe fare del suo peccato di fatto, teoria e teologia. Autoassolvendosi, magari condannando tutti gli altri, Roma padrona, Roma ladrona in primis. Abbassa la religione, per innalzare se stesso. Non è la sua testa nè il cuore a parlare, ma, ancora una volta, le mutande. Se non fosse peccatore già da un pezzo, se al contrario fosse puro e santo, timorato di Dio, non ci verrebbe a fare la teologia delle pudenda.

http://www.papalepapale.com/develop/le-mutande-e-la-talare/

preti pro gay families

La Beata Caterina Emmerich :

 modernismo e Concilio Vaticano II




«Vidi una strana chiesa che veniva costruita contro ogni regola… Non c’erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione. In quella chiesa non c’era niente che venisse dall’alto … […] Si tratta probabilmente di una chiesa di umana creazione,che segue l’ultima moda […] non c’era nulla di santo in essa»: la beata Caterina Emmerich (1774-1824) fa ricorso a poche ma incisive parole per descrivere una situazione disastrosa e preoccupante per la Chiesa di Pietro. Una nuova chiesa, di origine umana, viene costruita in alternativa alla vera Chiesa, rappresentata da quel “Santo Padre afflitto, angosciato e nascosto” di cui fa menzione la stessa in un’altra visione.

Senza dubbio sono delle rivelazioni destabilizzanti per la fede di ciascuno di noi e gettano nella confusione. Per di più, apparentemente arrecano una ferita profonda alla gloriosa Tradizione Cattolica, la quale ha nell’infallibilità dottrinale della Chiesa lo snodo centrale. 


«Che la Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerá per l’eternità»: lo scriveva il Santo Pontefice Gregorio VII redigendo nel 1075 il Suo “Dictatus Papae” sui diritti del Papa. Ma per un cattolico come me non è di certo una novità. La voce di Ildebrando Aldobrandeschi da Soana non é di certo la sola: non possiamo dimenticare quella di Sant’Ireneo o di San Cipriano!


Eppure come conciliare le visioni della Santa tedesca con questi insegnamenti dei Padri della Chiesa? O anche come reagirebbero questi stessi, in questo anno, se vedessero dei sacerdoti celebrare il Santo Sacrificio della Messa con stole pro gay families (per chi non lo sapesse sono quelle “simpatiche” con la bandiera multicolore) o accogliere il Sangue di Cristo in bicchieri di plastica? Forse tacerebbero. É forse questa la “falsa Chiesa” di cui parla la Emmerich? E la colpa dei suoi abomini a chi é da imputare? 
 
La verità qual é?
L’allora Cardinale Ratzinger, in “Rapporto sulla fede”, ci offre la risposta ai nostri dubbi: «Sono convinto che i guasti cui siamo andati incontro in questi venti anni (1965-1985) non siano dovuti al Concilio “vero” ma allo scatenarsi, all’interno della Chiesa, di forze latenti aggressive, centrifughe, magari irresponsabili oppure semplicemente ingenue, di facile ottimismo, un’enfasi sulla modernità che ha scambiato il progresso tecnico odierno con un progresso autentico, integrale. E all’esterno, all’impatto con l’ideologia liberal-radicale di stampo individualistico, razionalistico, edonistico». Eh si, Eminenza, si é sviluppato un contro o anti-Concilio Vaticano II (“La falsa chiesa”) che,grazie all’appoggio delle correnti moderniste, si é andato soppiantando al Concilio autentico.

 
D’altronde lo stesso Giovanni XXIII, nel suo discorso inaugurale del Concilio, disse:« il ventunesimo Concilio Ecumenico vuole trasmettere integra,non sminuita, non distorta la dottrina cattolica». Per lo stesso Papa bergamasco, occorreva solamente “insegnarla in modo più efficace” per inaugurare una nuova Pentecoste per la Sposa di Cristo. Tant’è vero che quasi la totalità dei documenti conciliari sono di carattere pastorale. Eppure, «é incontestabile che gli ultimi vent’anni (1965-1985) sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa Cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti» ebbe modo di confessare l’ormai Pontefice Emerito, il quale raccomanda, bensì, ai cattolici di tornare «ai testi del Vaticano II autentico».


É dello stesso pensiero anche Papa Giovanni Paolo II, come emerge dal numero 11 di “Pastores Dabo vobis” a proposito della crisi del sacerdote.
Cos’è successo dunque? Semplice: qualcuno sta operando una rilettura modernista del Concilio Vaticano II, costruendo la Falsa Chiesa Cattolica.
Non siete convinti? Bene,vediamo qualche esempio insieme.


La “Sacrosantum Concilium”, ribadisce il valore della Messa come Sacrificio incruento del Cristo (n. 47); tuttavia, a lungo andare, fregandosene dei testi dell’assise, si é cercato di ridurre la funzione religiosa alla stregua di un banchetto protestante. C’è voluto Giovanni Paolo II a ridare linfa al vero documento conciliare con la sua enciclica sull’Eucarestia. Nella stessa costituzione, troviamo scritto anche : «la Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio, perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale» (n. 116). Nulla di fatto: assistiamo giornalmente a “strimpellature” ignobili durante le celebrazioni. Per quanto riguarda,invece, la lingua da recitare durante la Messa il Concilio scrisse:« Si possa concedere, nelle Messe celebrate con partecipazione di popolo, una congrua parte alla lingua volgare, specialmente nelle letture e nella “Orazione comune”, e, secondo le condizioni dei vari luoghi, anche nelle parti spettanti al popolo. Si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’Ordinario della Messa che spettano ad essi» (n. 54). E ancora:« L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini.[…] Si possa concedere alla lingua volgare una parte più ampia, specialmente nelle lettura e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti» (n.38). E invece del latino non c’è più traccia se non nelle celebrazioni nella forma straordinaria e in qualche celebrazione del Pontefice Romano. E che dire poi delle candidature di uomini “spretati” nelle liste comuniste e socialiste, nonostante il Concilio avesse raccomandato ai cattolici di seguire la dottrina sociale della Chiesa in campo politico? Questi sono pochi dei tanti esempi della contraddizione tra Vaticano II vero, “pastoralmente riformista” e inquadrabile perfettamente nel solco della Tradizione, e il Vaticano II inesistente, modernista ma ormai quello ampiamente praticato dalla maggior parte dei sacerdoti. Il Concilio ha spento le sue cinquanta candeline, é vero, ma di attuazione non vuole sentirne ancora parlare, nonostante i Pontefici abbiano richiamato al messaggio autentico del Vaticano II.
I modernisti se ne sono appropriati e lo leggono a loro piacimento: questa è la nuova astuzia di Satana per distruggere la Santa Chiesa.
Come diceva il buon vecchio Leone X: Exsurge, Domine, et iudica causam Tuam!

Gianluca Di Pietro

giovedì 1 gennaio 2015

abbasso Paolo VI e Giovanni Paolo II ..... ?

Belgio, il dramma di una Chiesa che insegue il mondo
di Lorenzo Bertocchi

La posizione oltranzista espressa dal vescovo di Anversa monsignor Johan Bonny in fatto di unioni gay e più in generale di morale sessuale - di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi - non è certo un episodio isolato. È certo frutto di un già lungo impegno personale in materia, ma anche la punta dell'iceberg nella crisi del cattolicesimo belga e non solo. Bonny, ex collaboratore del cardinale Walter Kasper al Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani, aveva articolato il suo pensiero anche in settembre, in un lungo scritto fatto pervenire in Vaticano.

In quella lettera aperta il vescovo belga faceva notare alcune cose: il tradimento inferto alla collegialità da parte di Paolo VI con l'enciclica Humanae Vitae; l’elogio per il comportamento dei vescovi belgi che emisero un comunicato che negava la dottrina papale sulla contraccezione; la critica alla Familiaris Consortio di S. Giovanni Paolo II per aver reiterato l'insegnamento sull'intrinseca immoralità della contraccezione. Per tutto questo, e non solo, chiedeva al Sinodo di invertire l'insegnamento di queste due encicliche papali.

Bisogna dare atto a monsignor Bonny di portare fino in fondo il suo argomentare e, in un certo senso, di essere d'accordo con il cardinale Muller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Infatti, nella lettera di settembre rilevava che non si può modificare la pastorale senza influire sulla dottrina. Peccato che dal suo punto di vista, molto diverso da quello di Muller, occorra procedere ad un cambio di dottrina perchè «l'insegnamento della Chiesa sul matrimonio e la famiglia deve incontrarsi in una lunga tradizione che ha assunto nuove forme e contenuti nel corso dei secoli». Questo cambiamento, a suo giudizio, sarebbe giustificato dalla «complessità del contesto in evoluzione in cui i rapporti, il matrimonio e la famiglia, si svolgono oggi».

Fedele alla linea, il vescovo Bonny difende Fuchs, Häring e Janssens, tre professori di teologia morale che furono contrari alla dottrina di Humanae Vitae e che possono essere arruolati alla corrente del “proporzionalismo”, già condannata dall'enciclica Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II. 

Difendendo la complementarietà dei diversi metodi teologico-morali, monsignor Bonny ha scritto che «la realtà è spesso molto più complessa di quanto può includere una coppia di opposti: buono o cattivo, vero o falso, giusto o sbagliato». Così arriva a promuovere, in nome della compassione verso situazioni peccaminose, la comunione ai divorziati risposati, e dice di voler applicare lo stesso principio al sesso prematrimoniale, ai contraccettivi e alle coppie omosessuali. C’è materia per riscrivere il Catechismo.

Ma queste posizioni vengono da lontano. Nell'articolo già pubblicato già facevamo riferimento al caso della Chiesa dei Paesi Bassi come avanguardia di un certo mondo ecclesiale coagulatosi proprio intorno al “Nuovo Catechismo Olandese” del 1966. Il principale ispiratore di quel catechismo lavorava in Belgio, nella Università cattolica di Lovanio: il padre domenicano Schillebeeckx (1914 - 2009), nato, guarda caso, ad Anversa. Le conferenze episcopali di Belgio e Olanda hanno gareggiato (e si sono influenzate) tra loro nell'immediato post-concilio per andare oltre il Concilio, sulle ali di un certo “spirito” che poco assomigliava a quello Santo.

A proposito di collegialità e dell'enciclica Humanae Vitae, il vescovo Bonny trova un valido predecessore proprio nell'ex primate del Belgio, il cardinale Suenens (1904 – 1996), uno dei quattro “moderatori” del Vaticano II, che nel 1969 arrivò a criticare la decisione del Papa come anti-collegiale, ricevendo immediato sostegno dai teologi Karl Rahner e Hans Küng, e da diversi vescovi.

Per non andare troppo indietro nel tempo si può ricordare lo scandalo sollevato da “Roeach”, il cosiddetto “catechismo belga” degli anni '90, scritto dal prof. Bulkens (Università di Lovanio) e dal rettore del seminario di Bruges. Lo scandalo si sollevò in quanto questo catechismo, spiegando in modo esplicito la sessualità ai bambini, rischiava fortemente di avventurarsi verso un’apologia della pedofilia. Nonostante le numerose proteste questo sussidio rimase in utilizzo per ben sei anni con l’approvazione del segretariato dell’insegnamento cattolico fiammingo. Il card. Danneels, allora primate del Belgio e oggi tra i padri del recente sinodo straordinario sulla famiglia, si rifiutò in più occasioni di rispondere alle proteste dei genitori. 

Lo stesso Danneels, a proposito delle unioni omosessuali, nel giugno 2013, ha dichiarato al quotidiano in lingua olandese De Tijd che «un uomo come fa a non identificarsi con il suo orientamento? Credo che ci sia una chiara evoluzione nel pensiero della Chiesa». E, nella stessa intervista, si dimostrò aperto alle unioni civili. «Credo - disse - che sia uno sviluppo positivo che gli stati siano liberi di aprire il matrimonio civile per gli omosessuali, se lo vogliono». Rispetto alle unioni fra persone dello stesso sesso l’atteggiamento della Chiesa del Belgio è noto. Nel 2005 il Gay Pride svoltosi a Bruxelles è stato preceduto da una S. Messa con la partecipazione di diverse parrocchie della capitale e nel 2006 l’esperienza fu ripetuta drappeggiando l’altare con la bandiera arcobaleno.

Nonostante questo reiterato tentativo di andare incontro al mondo il cattolicesimo in Belgio, così come in Olanda, sta letteralmente morendo. Nell'anno scolastico 2014-2015 si contano in tutto il Belgio circa 100 seminaristi, di cui solo 20 al primo anno di cammino (ad Anversa, diocesi di mons. Bonny, con oltre 1 milione di abitanti, in tutto vi sono 4 seminaristi di cui 1 al primo anno), la partecipazione alla messa domenicale è ai minimi termini (sotto al 5%), il numero dei battesimi è intorno al 50% dei nati vivi registrati (era oltre il 90% nel 1967), quello dei matrimoni religiosi sotto il 25% (era intorno all’85% nel 1967).

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-belgio-il-dramma-di-una-chiesa-che-insegue-il-mondo-11365.htm