domradio.de übertrug am Samstag, 22. Juli 2017, im Internet die
Pontifikalvesper zur feierlichen Eröffnung des Libori-Festes aus dem
Paderborner Dom. Es singt der Paderborner Domchor unter der Leitung von
Domkapellmeister Thomas Berning. An der Orgel: Domorganist Tobias Aehlig
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domenica 23 luglio 2017
domenica 5 luglio 2015
La stola non è un optional
«Dopo la riforma liturgica del Vaticano II si è tornati all'uso
originale di portare la stola sotto la casula con i due lati che pendono dal
collo in modo perpendicolare e parallelo. Fino ad allora e dall'alto Medioevo
si portava incrociata o a forma di X, sempre sotto la casula.
La stola sarà dello stesso colore della casula, e l'unica cosa che si richiede come decorazione è una croce in mezzo (all'altezza del collo), che il ministro ordinato bacia prima di indossarla.
La disciplina attuale prescrive il suo uso nella Messa, nei sacramenti e nei sacramentali e ogni volta che c'è un contatto con l'Eucaristia.
La stola va sotto la casula perché è la prima cosa che si riceve nell'ordinazione, e la casula va al di sopra di tutto perché simboleggia la carità che copre tutto. Detto in altri termini, la carità è quella che deve saltare maggiormente agli occhi nel sacerdote; è ciò che deve distinguere più di ogni altra cosa.
La stola sarà dello stesso colore della casula, e l'unica cosa che si richiede come decorazione è una croce in mezzo (all'altezza del collo), che il ministro ordinato bacia prima di indossarla.
La disciplina attuale prescrive il suo uso nella Messa, nei sacramenti e nei sacramentali e ogni volta che c'è un contatto con l'Eucaristia.
La stola va sotto la casula perché è la prima cosa che si riceve nell'ordinazione, e la casula va al di sopra di tutto perché simboleggia la carità che copre tutto. Detto in altri termini, la carità è quella che deve saltare maggiormente agli occhi nel sacerdote; è ciò che deve distinguere più di ogni altra cosa.
Simbolismo della stola
1. È simbolo del potere o dell'autorità sacerdotale ed è
l'insegna per eccellenza della dignità sacerdotale.
2. Visto che la stola era una veste utilizzata da persone di una
certa dignità, simboleggia la dignità del primo uomo, dell'uomo prima del
peccato originale.
3. Simboleggia l'innocenza necessaria per compiere il servizio
sacerdotale e l'abito di gloria con cui sarà rivestito il servo buono e fedele
dal Signore come ricompensa per i suoi meriti. Evoca quindi l'abito della festa
che il Padre ha messo al figliol prodigo quando è tornato a casa vergognandosi
di ciò che aveva fatto. Solo Dio può concederci questo abito e renderci degni
di presiedere la sua tavola, di stare al suo servizio.
4. Visto che si porta sul collo viene assimilata a un giogo, il
giogo dolce di Nostro Signore, ovvero gli obblighi dello stato sacerdotale.
5. Simboleggia le pecore che il buon pastore porta sulle spalle.
6. La stola richiama anche le corde con le quali Nostro Signore
è stato trascinato al Calvario.
7. La stola del diacono è simbolo di sacrificio e di generosità
al servizio della comunità cristiana».
martedì 10 marzo 2015
i colori della preghiera
Breve storia dei colori liturgici
Sappiamo bene che la liturgia della Messa è parte integrante della Tradizione cattolica, non è nella sua sostanza invenzione d’uomo, perché istituita da Cristo nel sacramento eucaristico e perfezionata da egli stesso nei quaranta giorni successivi alla Resurrezione, come la Tradizione insegna. Tuttavia è interessante chiedersi, dopo duemila anni di cristianesimo, la storia che ha visto l’evolversi di una parte simbolica molto importante della Messa, ossia il colore.
Attualmente i colori leciti per le celebrazioni sono, almeno nel rito romano, otto: il viola, il bianco, l’oro, il verde, il rosso, il blu, il rosa, il nero. Ognuno di questi ha un significato ben preciso, ma come siamo arrivati a questi colori? Sin da subito i cristiani hanno adoperato questi toni o c’è stata una evoluzione?
Effettivamente nei riti più antichi (ad esempio il rito di Gerusalemme), l’abito indossato durante le funzioni domenicali era semplicemente una tunica non tinta e pulita, di lino e, più raramente, di lana, che richiamava dunque il colore bianco, il colore cristologico per eccellenza che ricorda la purezza, l’innocenza, il manto candido del divin agnello. Un colore che ricordava il bianco, ma che di fatto non lo era, perché le tecniche di sbiancamento dei tessuti erano lente e costose, dunque si avevano di fatto varie nuances di grigio.
Dal VII secolo, si iniziarono a diffondere vari colori e, con essi, alcuni trattati liturgici che tuttavia non ottenevano alcun effetto, se non a livello diocesano. I colori principali diventarono tre, che sono i tre colori classici adoperati sin dall’antichità: il rosso, il bianco e il nero. Di questi tre colori venivano usate varie sfumature, a seconda della festività che si voleva ricordare, così si avevano tre rossi, due bianchi e due neri, che si differenziavano tra loro essenzialmente per la loro intensità e luminosità, per il totale così di sette colori diversi. Il candidus era più brillante dell’albus. Il niger più brillante dell’ater. Così nei tre rossi, il purpureus era più brillante del coccinus o del ruber. A questi tre colori iniziava ad aggiungersi l’oro, che di fatto era più un giallo, poi il verde, il viola ed addirittura il grigio. Alcuni sacerdoti – un po’ come oggi – adoperavano casule estrosissime e fuori luogo, che furono ben presto condannate dai vescovi locali perché considerate poco decenti (casule a righe, variopinte o troppo vistose, che univano più di due colori con significati totalmente differenti). Spesso il significato dei colori, nonostante alcune direttive generali e poco chiare, erano esclusivamente a scapito dei celebranti. Vi erano preti che celebravano a Pasqua con paramenti bianchi ed altri con paramenti rossi, se non addirittura verdi.
Dal VIII secolo intanto si protraeva una discussione tra teologi e prelati riguardante la necessità dell’uso di colori durante le liturgie. Vi erano due correnti di pensiero, rappresentate dai cluniacensi (nati nel X secolo) e dai cistercensi (XII secolo). I primi sostenevano la natura luminosa del colore e quindi superiore alla materia, da usare assolutamente durante le divine liturgie. I secondi, invece, sostenevano la natura materiale della luce e quindi sconveniente da usare durante la liturgia, ove si esalta una natura radicalmente opposta, quella spirituale di Dio. La cosiddetta cromofobia (paura del colore), sebbene di fatto combattuta da papi e vescovi sin dal periodo intorno all’anno Mille, sopravvisse per tutto il Medioevo, fino ad influenzare gli esponenti della Riforma protestante, i quali rinnegavano qualsiasi uso di immagini e colori, considerati pura vanitas.
Dal XII secolo, si cercò di dare una uniformità dei colori nei riti della Chiesa. I liturgisti dell’epoca[1] erano concordi nell’attribuire ai tre colori principali significati ben precisi. Il rosso era il colore della Passione, del martirio e dello Spirito Santo. Il bianco era il colore pasquale, mentre il nero era il colore dell’astinenza, della penitenza e del lutto. Il viola era considerato un subniger, ossia un derivato e sostitutivo del nero in alcuni casi. Il grigio e il giallo erano sostitutivi del bianco. Per questo motivo il viola iniziò a sostituire il nero nei tempi di Avvento. Il cardinale Lotario dei Conti di Segno scrive tra il 1194 e il 1195 un trattato intitolato De sacro sancti altari mysterio, dove parla anche dei colori liturgici. Questo testo fu poi ripreso da Lotario dopo la sua elezione a papa Innocenzo III, con l’intento di uniformare i colori della liturgia in tutte le diocesi, anche in quelle più lontane da Roma e con riti differenti da quello romano. Finalmente in questo trattato, che fa scuola almeno fino al Concilio di Trento, si dà un significato definitivo ai colori e finanche precisi riferimenti del calendario liturgico, così da evitare interpretazioni vaghe dei singoli celebranti: il rosso, colore della Passione, del martirio e dello Spirito Santo, è da usare solo nelle feste degli apostoli, dei martiri, della Santa Croce e della Pentecoste; il bianco, colore pasquale per eccellenza, è da usare solo per le feste degli angeli, delle vergini, dei confessori, nel Giovedì santo, a Pasqua, Natale, Epifania, Ascensione, Ognissanti. Il nero, lutto e penitenza, doveva essere usato solo nelle feste dei defunti, durante l’Avvento e la Quaresima, per la festa degli Innocenti martiri. Nei restanti giorni, è da utilizzare solo il colore verde, perché – scrive Innocenzo III nel trattato – si tratta di un colore “a metà tra il rosso, il nero e il bianco”. Il viola può sostituire talvolta il nero e il giallo può sostituire, in particolari casi, solo il verde.
E’ interessante notare che il viola, all’epoca, non era come lo conosciamo oggi. Si trattava piuttosto di un blu molto scuro, tendente al viola o più verosimilmente all’indaco. Molti paramenti antichi, che a noi sembrano blu notte, erano infatti considerati viola dai medievali. Il blu tendente all’azzurro era totalmente estromesso dalla liturgia, come retaggio della convinzione classica che l’azzurro fosse un colore barbaro (e quindi pagano), se non addirittura effeminato. Nonostante questo retaggio, sin dal IX secolo, soprattutto nella Francia carolingia, nelle chiese inizia a diffondersi il blu come lo intendiamo noi oggi, come colore simbolo del cielo, ma solo per quanto riguarda affreschi e vetrate, i santi vengono raffigurati con paramenti azzurri, ma solo per significare la loro presenza nel paradiso, ovverosia in cielo. Non vi erano infatti paramenti azzurri o blu da utilizzare nella liturgia. Dal XII secolo, questo stesso blu da usare in affreschi e vetrate, si schiarisce, per simboleggiare la luce divina e viene affiancato spesso al rosso, anziché al verde (come si era fatto sinora).
Per l’introduzione del blu nella liturgia, come colore da utilizzare nelle feste mariane, dovremo aspettare il XIII e il XIV secolo, ed esclusivo dei riti autoctoni di Spagna (come il mozarabico). Progressivamente, questo colore liturgico si diffuse anche in altre zone europee, ma il colore bianco per le feste mariane rimarrà quello prevalente. Nel rito romano, ad esempio, che subì notevoli influssi dal rito gallicano, il colore blu non sarà mai ufficialmente inserito tra i colori liturgici ufficiali. Questa diffusione del colore blu nella liturgia era dovuta alla rivalutazione che questo colore stava ricevendo per la prima volta a livello artistico e letterario, con i suoi primi importanti impieghi nella tintoria.
Durante l’epoca barocca (XVII secolo) furono introdotti due nuovi colori liturgici, l’oro e il rosa. Il primo colore, già in voga come sostitutivo del bianco e del verde, fu molto utilizzato per le solennità mariane nel rito romano, al posto del blu spagnolo e del precedente bianco romano. Molte statue raffiguranti la Vergine con abito azzurro furono appositamente ritinte con il colore oro. Si stabilì comunque che il colore oro, simbolo della maestà di Dio, potesse sostituire qualsiasi colore, eccetto il viola e il nero, colori di penitenza. Il rosa, novità assoluta, fu introdotto solo per le domeniche gaudete (terza di avvento) e laetare (terza di quaresima), in quanto colore a metà tra il viola (proprio dei tempi di avvento e quaresima) e il bianco (in quanto in queste due domeniche si ricordano le promesse gioiose rispettivamente della Natività e della Resurrezione).
Gaetano Masciullo
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