venerdì 8 luglio 2016

o Trinità beata, cantiamo la tua gloria in questo vespro



 
Cari Fratelli, dilette sorelle.

In questa solennità nella quale la Chiesa universale celebra e glorifica la Santissima Trinità, mi soffermerò su alcuni passi del nostro Simbolo di fede, il Credo, quello che la Chiesa, per ovvie ragioni di carattere pedagogico-pastorale, ha posto giustamente dopo l’omelia, affinché il Popolo di Dio, com’ebbe a dire il Cardinale Tomas Spidlìk: «possa seguitare a credere malgrado ciò che spesso è costretto a udire» dalle bocche di certi predicatori, ed in specie in festività come quella di oggi, dalle quali si può percepire l’essere come purtroppo il non essere; e dinanzi al non essere, si aprono solo le porte del non divenire futuro.

Oggi la Chiesa celebra la festa della Santissima Trinità, uno dei più grandi misteri della nostra fede. Eppure, se prendiamo i Vangeli, in essi non troviamo questa parola. La Santissima Trinità è velata nella letteratura dell’ Antico Testamento e nei Santi Vangeli non mancano i riferimenti al Padre e allo Spirito Santo, si pensi che nel solo Vangelo del Beato Apostolo Giovanni, la relazione tra Padre e Figlio, è indicata per ben 26 volte, per esempio attraverso chiare espressioni del tipo: «Io e il Padre siamo una cosa sola» [cf. Gv

10,30]. Solamente però molti anni dopo, verso la fine del II secolo, si cominciò ad usare il termine Trinitas ed a sviluppare quindi una teologia trinitaria.

La storia e la vicenda terrena dell’Uomo Gesù sembrerebbe concludersi con la morte, come se sulla croce si celebrasse un fallimento che pone la paro-la fine all’ esperienza gesuana. Ma non è così, perché dopo tre giorni il Cristo risorge: et resurrexit tertia die secundum scriptura. Questo e questo soltanto era ciò che gli apostoli annunciavano durante i primi anni: Colui che è stato crocifisso, non è morto, ma è vivo. Noi lo abbiamo veduto, incontrato; noi lo sentiamo ...

Col passare degli anni e poi dei decenni la riflessione si approfondisce. Allora i primi cristiani cominciano a domandarsi: "… che cosa vuol dire che Gesù è Figlio di Dio?". E poi: "… in che modo, Gesù è il Figlio di Dio?". E ancora: "E chi è, Dio?".

Per noi questa è una verità di fede definita e consolidata nei secoli, ma forse spesso ignoriamo che all’inizio non fu così e che certe definizioni di fede hanno richiesto non anni, ma secoli di lavoro, perché quanto era accaduto tra la stalla di Betlemme, la croce sul Golgota, il sepolcro vuoto di Cristo che appare agli apostoli più volte prima di ascendere al cielo, erano tutti eventi e fatti storici reali ― e ripeto reali, non simbolici ― che valicavano di molto l’umana comprensione. Per questo i primi secoli furono tormentati dal tentativo di capire anzitutto chi era Dio e chi era il Verbo di Dio fatto uomo. D'altronde è sempre così: gli eventi straordinari prima si vivono, poi si cerca di capire, successivamente, nel corso degli anni o dei secoli, che cosa è veramente accaduto, cosa hanno vissuto i testimoni oculari, quindi cosa siamo chiamati a vivere noi che siamo oggetti e soggetti dell’annuncio e del mistero della redenzione.

Agli inizi, quando si cercava di capire, c'era chi diceva: "Il Padre è divino, il Figlio [Gesù] viene invece dopo". Per cui Gesù era presentato da taluni come un dio minore.


Altri dicevano: "No, il Padre, il Figlio e lo Spirito sono tre modi in cui Dio si è manifestato", per cui, ad esempio, sulla croce c'era il Padre.

Poi c’era chi sosteneva che la Trinità era espressione dello stesso Dio che si manifesta in maniera diversa. E via dicendo a seguire con altri che dicevano: "Gesù era” … un uomo come tanti altri e quel giorno lui passò, “solo successivamente alla sua nascita Dio si è incarnato in lui, facendolo suo Figlio". Per cui Gesù non era da sempre Figlio di Dio, ma lo era divenuto in seguito.

… e dinanzi a questi vari pensieri ereticali, spero sia inutile ricordarvi le parole della nostra Professione di Fede, che non è una filastrocca mnemonica, ma appunto il cuore della nostra Fede, nella quale tra poco reciteremo: «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato della stessa so-stanza del Padre». Posto che generare non vuol dire creare, anche perché Cri-sto è da sempre, con il Padre, prima ancora dell’inizio dei tempi. Per questo è usato l’elemento della luce, perché all’epoca in cui queste parole venivano scritte, si credeva che la luce era in sé e di per sé; perché in quei tempi, la luce, non veniva generata artificialmente, come invece viene generata oggi sia elettricamente sia in altro modo [Ndr. vedere lectio di A.S. Levi di Gualdo su La luce nel Vangelo di Giovanni, QUI].

Fu così che nei primi secoli di vita della Chiesa si assistette alla nascita delle prime grandi eresie, la più celebre e pericolosa delle quali fu l’ Arianesimo, che prende nome dal vescovo Ario, il quale sosteneva che la natura divina di Gesù fosse inizialmente inferiore a quella di Dio e che il Verbo – sempre quello da noi proclamato nella professione di fede come «generato non creato della stessa sostanza del Padre» – fosse stato creato in seguito dal Padre.

Nell’anno 325 fu celebrato a Nicea il primo grande concilio della Chiesa che definì dogmaticamente: "Il Padre e il Figlio sono della stessa sostanza". E per racchiudere questa definizione in un termine si usò la parola greca
ὁμοούσιος [omousios] che vuol dire "della stessa essenza". Fu infatti necessario attingere dal lessico filosofico greco perché sul vocabolario non avevamo neppure delle parole per definire certe verità di fede, per questo si rese necessario attingerle e modularle dalla sapienza dei grandi filosofi, in particola-re da Platone e da Aristotele.

Nel 381, al Concilio di Costantinopoli, si disse che anche lo Spirito è omousios, cioè della stessa sostanza del Padre e del Figlio. Ecco perché la nostra Professione di Fede si chiama Simbolo di fede Niceno-Costantinopolitano, perché frutto dei due primi grandi concili della Chiesa.

In seguito, il Santo vescovo e dottore della Chiesa Agostino d’Ippona, nella sua opera De Trinitate espresse il mistero della Santissima Trinità con questa definizione: il Padre è l'Amore [Amans], il Figlio è l'Amato [Amatus] e lo Spirito è l'Amore [Amor] del Padre e del Figlio.

La festa della Santissima Trinità ci rivela e, soprattutto, ci ricorda che: "In Dio ci sono tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo" e tutte e tre sono Dio. Tipico di queste tre persone non è la solitudine ― perché non sono tre dèi ― ma l'essere in relazione con gli altri due, perché la relazione, come c’insegna il Santo dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, è principio di sussistenza delle Persone Divine [Summa Th. Pars I quaestio XXIX]

La prima grande verità della festa di oggi è che tutto è in relazione. La Santissima Trinità ci trasmette quindi un'altra grande verità: la relazione è il Tutto racchiuso in Dio, il quale è relazione, rapporto, comunicazione.

La festa della Santissima Trinità svela il segreto della realtà, di una realtà che è tutta quanta trinitaria. Facciamo un esempio: che cosa conta tra due persone? Se prendiamo ad esempio un uomo e una donna e li mettiamo in-sieme: sono forse una coppia? No. Affinché ci sia una coppia serve un'altra realtà: vale a dire che ci sia un legame forte, profondo e vero, tra di loro. Ed è il legame, l'amore, lo spirito, che rende unita e forte una coppia di sposi, come degli amici od una comunità di persone, sia essa una comunità di religiosi e religiose sia essa una comunità di laici.

Una coppia non "muore" se l'amore vive; non "muore" se la comunicazione avviene; "non muore" se lo spirito rimane vivo; non "muore" se la relazione è viva. Ecco allora che la festa della Santissima Trinità ci trasmette anche un'altra cosa: è l'Amore che sostiene ogni cosa; e la Santissima Trinità è amore e relazione, relazione e amore. O come dice Dante Alighieri in rima poetica: l’amor che move il sole e l’altre stelle [Paradiso, XXXIII, 145].

L'essenza della Trinità è quindi l'Amore che si manifesta attraverso i doni di Dio Padre che rende l’uomo oggetto e soggetto principe del mistero della creazione, che ci dona il Verbo Incarnato, Cristo Dio; e che in divina unione d’amore, il Padre e il Figlio, ci donano lo Spirito Santo, il quale, come recita la nostra professione di fede: «Procede dal Padre e dal figlio, e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei Profeti».

Trinità è quindi un modo per dire Amore [Amans, Amatus, Amor], per-ché l'amore è la realtà prima, ultima e più profonda di ogni cosa; l’amore è l’essenza del mistero ineffabili di Dio uno e trino, che attraverso la Trinità manifesta la arcana essenza del suo amore.

A l'alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'igualmente è mossa,

l'amor che move il sole e l'altre stelle.

[Paradiso,XXXIII, 141-145] 
 
Dall’Isola di Patmos, 22 maggio2016
Solennità della Santissima Trinità



Ariel S. Levi di Gualdo

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