In questa solennità nella quale
la Chiesa universale celebra e glorifica la Santissima Trinità, mi soffermerò
su alcuni passi del nostro Simbolo di fede, il Credo, quello che
la Chiesa, per ovvie ragioni di carattere pedagogico-pastorale, ha posto
giustamente dopo l’omelia, affinché il Popolo di Dio, com’ebbe a dire il
Cardinale Tomas Spidlìk: «possa seguitare a credere malgrado ciò che spesso è
costretto a udire» dalle bocche di certi predicatori, ed in specie in festività
come quella di oggi, dalle quali si può percepire l’essere come
purtroppo il non essere; e dinanzi al non essere, si aprono solo
le porte del non divenire futuro.
Oggi la Chiesa celebra la festa
della Santissima Trinità, uno dei più grandi misteri della nostra fede. Eppure,
se prendiamo i Vangeli, in essi non troviamo questa parola. La Santissima
Trinità è velata nella letteratura dell’ Antico Testamento e nei Santi Vangeli
non mancano i riferimenti al Padre e allo Spirito Santo, si pensi che nel solo
Vangelo del Beato Apostolo Giovanni, la relazione tra Padre e Figlio, è
indicata per ben 26 volte, per esempio attraverso chiare espressioni del tipo: «Io e il Padre siamo una cosa sola» [cf.
Gv
10,30]. Solamente però molti anni
dopo, verso la fine del II secolo, si cominciò ad usare il termine Trinitas ed
a sviluppare quindi una teologia trinitaria.
La storia e la vicenda terrena
dell’Uomo Gesù sembrerebbe concludersi con la morte, come se sulla croce si
celebrasse un fallimento che pone la paro-la fine all’ esperienza gesuana. Ma
non è così, perché dopo tre giorni il Cristo risorge: et resurrexit tertia
die secundum scriptura. Questo e questo soltanto era ciò che gli apostoli
annunciavano durante i primi anni: Colui che è stato crocifisso, non è morto,
ma è vivo. Noi lo abbiamo veduto, incontrato; noi lo sentiamo ...
Col passare degli anni e poi
dei decenni la riflessione si approfondisce. Allora i primi cristiani
cominciano a domandarsi: "… che cosa vuol dire che Gesù è Figlio di
Dio?". E poi: "… in che modo, Gesù è il Figlio di Dio?". E
ancora: "E chi è, Dio?".
Per noi questa è una verità di
fede definita e consolidata nei secoli, ma forse spesso ignoriamo che
all’inizio non fu così e che certe definizioni di fede hanno richiesto non
anni, ma secoli di lavoro, perché quanto era accaduto tra la stalla di
Betlemme, la croce sul Golgota, il sepolcro vuoto di Cristo che appare agli
apostoli più volte prima di ascendere al cielo, erano tutti eventi e fatti
storici reali ― e ripeto reali, non simbolici ― che valicavano di
molto l’umana comprensione. Per questo i primi secoli furono tormentati dal
tentativo di capire anzitutto chi era Dio e chi era il Verbo di Dio fatto
uomo. D'altronde è sempre così: gli eventi straordinari prima si vivono, poi
si cerca di capire, successivamente, nel corso degli anni o dei secoli, che
cosa è veramente accaduto, cosa hanno vissuto i testimoni oculari, quindi cosa
siamo chiamati a vivere noi che siamo oggetti e soggetti dell’annuncio e del
mistero della redenzione.
Agli inizi, quando si cercava
di capire, c'era chi diceva: "Il Padre è divino, il Figlio [Gesù] viene
invece dopo". Per cui Gesù era presentato da taluni come un dio minore.
Altri
dicevano: "No, il Padre, il Figlio e lo Spirito sono tre modi in cui Dio
si è manifestato", per cui, ad esempio, sulla croce c'era il Padre.
Poi c’era chi sosteneva che la
Trinità era espressione dello stesso Dio che si manifesta in maniera diversa. E
via dicendo a seguire con altri che dicevano: "Gesù era” … un uomo come
tanti altri e quel giorno lui passò, “solo successivamente alla sua nascita
Dio si è incarnato in lui, facendolo suo Figlio". Per cui Gesù non era da
sempre Figlio di Dio, ma lo era divenuto in seguito.
… e dinanzi a questi vari
pensieri ereticali, spero sia inutile ricordarvi le parole della nostra Professione
di Fede, che non è una filastrocca mnemonica, ma appunto il cuore della
nostra Fede, nella quale tra poco reciteremo: «Dio da Dio, luce da luce, Dio
vero da Dio vero, generato non creato della stessa so-stanza del Padre». Posto
che generare non vuol dire creare, anche perché Cri-sto è da
sempre, con il Padre, prima ancora dell’inizio dei tempi. Per questo è usato
l’elemento della luce, perché all’epoca in cui queste parole venivano scritte,
si credeva che la luce era in sé e di per sé; perché in quei tempi, la
luce, non veniva generata artificialmente, come invece viene generata oggi sia
elettricamente sia in altro modo [Ndr. vedere lectio di A.S. Levi di
Gualdo su La luce nel Vangelo di Giovanni, QUI].
Fu così che nei primi secoli di
vita della Chiesa si assistette alla nascita delle prime grandi eresie, la più
celebre e pericolosa delle quali fu l’ Arianesimo, che prende nome dal vescovo
Ario, il quale sosteneva che la natura divina di Gesù fosse inizialmente
inferiore a quella di Dio e che il Verbo – sempre quello da noi proclamato
nella professione di fede come «generato non creato della stessa sostanza del
Padre» – fosse stato creato in seguito dal Padre.
Nell’anno 325 fu celebrato a Nicea
il primo grande concilio della Chiesa che definì dogmaticamente: "Il Padre
e il Figlio sono della stessa sostanza". E per racchiudere questa
definizione in un termine si usò la parola greca
ὁμοούσιος
[omousios] che vuol dire "della stessa essenza". Fu infatti
necessario attingere dal lessico filosofico greco perché sul vocabolario non
avevamo neppure delle parole per definire certe verità di fede, per questo si
rese necessario attingerle e modularle dalla sapienza dei grandi filosofi, in
particola-re da Platone e da Aristotele.
Nel 381, al Concilio di
Costantinopoli, si disse che anche lo Spirito è omousios, cioè della
stessa sostanza del Padre e del Figlio. Ecco perché la nostra Professione
di Fede si chiama Simbolo di fede Niceno-Costantinopolitano, perché
frutto dei due primi grandi concili della Chiesa.
In seguito, il Santo vescovo e
dottore della Chiesa Agostino d’Ippona, nella sua opera De Trinitate espresse
il mistero della Santissima Trinità con questa definizione: il Padre è l'Amore
[Amans], il Figlio è l'Amato [Amatus] e lo Spirito è l'Amore [Amor]
del Padre e del Figlio.
La festa della Santissima Trinità
ci rivela e, soprattutto, ci ricorda che: "In Dio ci sono tre persone:
Padre, Figlio e Spirito Santo" e tutte e tre sono Dio. Tipico di queste
tre persone non è la solitudine ― perché non sono tre dèi ― ma l'essere in relazione
con gli altri due, perché la relazione, come c’insegna il Santo
dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, è principio di sussistenza delle
Persone Divine [Summa Th. Pars I quaestio XXIX]
La prima grande verità della
festa di oggi è che tutto è in relazione. La Santissima Trinità ci
trasmette quindi un'altra grande verità: la relazione è il Tutto racchiuso in
Dio, il quale è relazione, rapporto, comunicazione.
La festa della Santissima
Trinità svela il segreto della realtà, di una realtà che è tutta quanta
trinitaria. Facciamo un esempio: che cosa conta tra due persone? Se prendiamo
ad esempio un uomo e una donna e li mettiamo in-sieme: sono forse una coppia?
No. Affinché ci sia una coppia serve un'altra realtà: vale a dire che ci sia un
legame forte, profondo e vero, tra di loro. Ed è il legame, l'amore, lo
spirito, che rende unita e forte una coppia di sposi, come degli
amici od una comunità di persone, sia essa una comunità di religiosi e
religiose sia essa una comunità di laici.
Una coppia non
"muore" se l'amore vive; non "muore" se la comunicazione
avviene; "non muore" se lo spirito rimane vivo; non "muore"
se la relazione è viva. Ecco allora che la festa della Santissima Trinità ci
trasmette anche un'altra cosa: è l'Amore che sostiene ogni cosa; e la
Santissima Trinità è amore e relazione, relazione e amore.
O come dice Dante Alighieri in rima poetica: l’amor che move il sole e
l’altre stelle [Paradiso, XXXIII, 145].
L'essenza della Trinità è
quindi l'Amore che si manifesta attraverso i doni di Dio Padre che rende l’uomo
oggetto e soggetto principe del mistero della creazione, che ci dona il Verbo
Incarnato, Cristo Dio; e che in divina unione d’amore, il Padre e il Figlio, ci
donano lo Spirito Santo, il quale, come recita la nostra professione di fede:
«Procede dal Padre e dal figlio, e con il Padre e il Figlio è adorato e
glorificato e ha parlato per mezzo dei Profeti».
Trinità è quindi un modo per
dire Amore [Amans, Amatus, Amor], per-ché l'amore è la realtà prima,
ultima e più profonda di ogni cosa; l’amore è l’essenza del mistero ineffabili
di Dio uno e trino, che attraverso la Trinità manifesta la arcana essenza del
suo amore.
A l'alta fantasia qui mancò
possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'igualmente è
mossa,
l'amor che move il sole e
l'altre stelle.
[Paradiso,XXXIII, 141-145]
Dall’Isola di Patmos, 22 maggio2016 Solennità della Santissima Trinità
Ariel S. Levi di Gualdo
Ma se proprio vuoi una regola, ecco cosa ti posso dire: sii saldo nella fede, non per timore dei peccati, ma perché è molto piacevole per un uomo intelligente vivere con Dio [Vladimir Sergeevič Solov’ëv, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo
Autore Ariel S. Levi di Gualdo
una splendida immagine fotografica di S. Giovanni Paolo II
Durante la sua seconda visita apostolica in Germaia, San Giovanni Paolo II disse nel lontano 1984: «… oggi il mondo sta vivendo il XII capitolo del Libro dell’Apocalisse dell’Apostolo Giovanni». Affermazione che dovrebbe indurci ad un preciso quesito: se il Santo Pontefice si esprimeva trent’anni fa a questo modo, oggi, in quali termini si esprimerebbe? Come però i fatti dimostrano, pare che da un po’ di tempo a questa parte gli Augusti Pontefici è più facile proclamarli santi e beati anziché ascoltarli e seguirli, venerando in essi e nel loro sommo magistero il mistero ed il dogma di fede del mandato conferito dal Verbo di Dio a Pietro [cf. Mt 16, 14-18]. È infatti noto e risaputo: fare una bella cerimonia di canonizzazione in fondo non costa niente. Come non costa mettere in piedi fondazioni dedicate a San Giovanni XXIII, a San Giovanni Paolo II, al Beato Paolo VI. Qualche banca con un consiglio di amministrazione composto da massoni sempre lieti di foraggiare a botte di soldi la spocchia incontenibile di qualche vescovo e cardinale, allo scopo di colpire e di distruggere quanto meglio possibile la Chiesa da dentro, in giro per l’Italia si trova sempre, ciò che paiono invece scarseggiare sono vescovi e cardinali che facendosi carico di tutti i pericolosi rischi del caso accettino di essere linciati dalla piazza non più disposta ad ascoltare e recepire certi messaggi evangelici. O peggio: ad essere dilaniati all’interno dello stesso mondo ecclesiale per avere invitato l’esercito sempre più fitto di modernisti e di apostati a mettere in pratica ciò che certi santi e beati pontefici esortano a praticare attraverso gli atti del loro magistero, scritto per la gloria di Dio e per la salvezza dell’uomo, non per la gloria dell’uomo, che di secolo in secolo è capace di usare come pretesto Dio, la sua Chiesa e tutti i suoi Santi per la propria vanità.
Cliccare sopra l’immagine per ascoltare l’atto di rinuncia del Sommo Pontefice Benedetto XVI con traduzione del testo latino
Oggi che abbiamo sofisticati mezzi di comunicazione in grado di trasmettere immagini in tempo reale, il ricordo della cerimonia di beatificazione, poi quella di canonizzazione di Giovanni Paolo II, dovrebbe indurre a riflettere, perché mai s’erano visti sino a prima tutti i principali responsabili della condizione di degrado in cui oggi versa la Chiesa di Cristo immortalati dalle televisioni internazionali come stars a quello che loro stessi chiamavano «grande evento», intrisi di mondano clericalese e privi ormai di adeguati linguaggi ecclesiali. A festeggiare il nuovo beato e santo pontefice hanno così sfilato, in rosso e violaceo sulle passerelle d’onore, anche tutti coloro sui quali incombe la responsabilità d’aver gettato la Sposa di Cristo sul marciapiede come una prostituta. Gli stessi a causa dei quali il Sommo Pontefice Benedetto XVI farà atto di rinuncia al ministero petrino pochi anni dopo, dichiarando di non essere più in grado, per età e per mancanza di forze fisiche, di reggere certe situazioni, che in altre parole equivale a dire: l’incapacità di far fonte a certe persone, posto che “situazioni” — semmai a qualcuno sfuggisse — vuol dire “persone”, ossia coloro che siffatte situazioni le hanno generate e che tutt’oggi le reggono in piedi facendo uso del peggiore autoritarismo e delle peggiori vessazioni verso coloro che osano denunciare il male solo perché desiderano risollevare la propria amata sposa dal marciapiede dove questi scellerati l’hanno gettata, non certo per l’inutile piacere di denunciare il male fine a se stesso.
Lapidazione di Santo Stefano, ( XVI sec.)
Alla cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II, per reale paradosso legato come tale a quel mistero del male che ci insidia sin dall’alba dei tempi, in pratica s’è assistito a questo: … come se coloro che avevano assassinato il diacono Stefano a colpi di pietre [Cf. At 6, 8-12; 7, 54-60], pochi anni dopo lo avessero dichiarato protomartire, partecipando primi avanti a tutti alla sua cerimonia di beatificazione e magnificando a giornali, televisioni e ad un nugolo di vaticanisti privi di memoria storica, la eroicità delle sue virtù. E pensare che molti romantici sono convinti che le meretrici esercitano il proprio antico mestiere dentro i lupanare e non certo dentro i palazzi ecclesiastici. Io che però sono sacerdos in aeternum e che sono nato col peccato originale lavato dal Battesimo al quinto giorno di vita, le cose tendo a vederle in altro modo, forse con meno romanticismo e più realismo, anche per quanto riguarda l’esercizio dell’antico mestiere del meretricio, un mestiere tanto diffuso quanto trasversale …
ritratto di Vladimir Sergeevič Solov’ëv [Mosca, 16 gennaio 1853 – Uzkoe, 31 luglio 1900]
Solov’ëv è scomparso all’alba del Novecento, secolo nel quale s’era affacciato dopo aver vissuto i travagli dell’Ottocento e profetando il futuro che si sarebbe aperto; un futuro fatto di tanti “ismi“: filosofismi, liberalismi, modernismi, comunismi, psicanalismi, sociologismi, teologismi …Egli si colloca quindi nel mondo della belle époque, in anni in cui l’uomo era certo del sorgere di un mondo felice, ispirato dalle nuove grandi spinte di un progresso tecnologico che giunge talora a vere e proprie forme di idolatria della tecnologia; una tecnologia in nome della quale spesso, il pensiero moderno, ha cercato di sfrattare l’idea stessa di Dio dalla società contemporanea. Il tutto all’ombra orientata e ispirata dalla nuova religione del progresso, del principio evangelico di carità divenuta mecenatismo svuotato di sentimenti e di sostegni metafisici, in un mondo sicuro di marciare verso una èra illuminata dalla libertà di una nuova sicurezza sociale.
Una copia d’epoca del New York Times che annuncia il disastro del Titanic
Nel primo decennio del Novecento il mondo fu toccato da un episodio che scosse l’opinione pubblica: l’affondamento del Titanic inabissatosi alle ore 2.20 nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1912 in acque temperate attorno a zero gradi. Di 2.223 passeggeri 1.523 persero la vita morendo per assideramento. Tutti erano provvisti di salvagente ed avrebbero potuto salvarsi grazie ai soccorsi, che quando giunsero poterono solo raccogliere centinaia di corpi che galleggiavano nelle acque gelide.Questo disastro, considerato il più grande nella storia della navigazione, ha prodotto una copiosa letteratura, alla quale s’è poi unita la cinematografia.
cliccare sopra l’immagine per vedere il filmato del relitto
Il Titanic fu a suo modo espressione di un uomo certo di dominare sulle leggi della natura; invincibile e sicuro di dare vita a cose indistruttibili, inattaccabili.C’è poi un forte elemento simbolico, per dirla con un celebre maestro e col suo celebre allievo divenuti poi avversari: Sigmund Freud e Carl Gustav Jung: il ghiaccio. Questo titano inaffondabile e invincibile creato da un uomo auto proclamatosi altrettanto invincibile, non è colpito dalla calda passione del sole ma dal ghiaccio, dal gelo al quale aveva iniziato a dare vita l’uomo moderno che può fare a meno di Dio. E mentre i maestri del moderno pensiero spingevano i locomotori verso barriere di ghiaccio, Solov’ëv non si lascia ammaliare e preannunzia in modo lucido e profetico i mali che sarebbero nati dalle metastasi che l’uomo stava mettendo in circolo; mali che poi, alla concreta prova dei fatti, ad uno ad uno si sono avverati.
Lenin e Stalin, dipinto sovietico degli anni Cinquanta
Discorrendo nel 1880 sul Secondo discorso sopra Dostoevskij, sembra quasi che Solov’ëv intuisca le brutalità del Comunismo che dopo la Rivoluzione di Ottobre del 1917 principieranno a ripercuotersi sull’umanità, dando al mondo un assetto del tutto diverso dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. L’uomo viene spersonalizzato nel progetto sociale e politico del Socialismo Reale, divenendo da protagonista biblico dell’umanità creata a immagine e somiglianza di Dio, anonimo ingranaggio vittima di una ideologia creata a immagine e somiglianza di un uomo socialmente e umanamente corrotto, attraverso il quale si giungerà ai noti processi di disumanizzazione portati avanti da Lenin e soprattutto da Stalin.
Statua a San Michele Arcangelo eletto protettore della Città del Vaticano, voluta dal Sommo Pontefice Benedetto XVI e poi collocata nei pressi del Palazzo del Governatorato, con la scritta sottostante a Lucifero trafitto dalla lancia: “Et portae Inferi non praevalebunt“…
Nella sua ultima pubblicazione, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo,opera compiuta la domenica di Pasqua del 1900, è impressionante rilevare la chiarezza con cui Solov’ëv prevede che il secolo XX sarà l’epoca delle ultime grandi guerre, delle discordie intestine e delle rivoluzioni [Cf. Ed. Marietti pag. 184]. Dopo di che afferma che tutto sarà pronto perché perda di significato la vecchia struttura in nazioni separate e quasi ovunque scompaiano gli ultimi resti delle istituzioni monarchiche [pag. 188]. Si arriverà così alla Unione degli Stati Uniti d’Europa [pag. 195]. È invero stupefacente la perspicacia con cui Solov’ëv descrive la grande crisi che colpirà il Cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento, raffigurata attraverso l’Anticristo che riuscirà ad influenzare e condizionare un po’ tutti. In lui, come qui è presentato, non è difficile ravvisare l’emblema della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni: egli — seguita a narrare Solov’ëv — sarà un convinto spiritualista, un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo. Sarà, tra l’altro, anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea honoris causa della facoltà di Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza [pag. 211].Nei confronti di Cristo non avrà un’ostilità di principio [pag. 190]; anzi ne apprezzerà l’alto insegnamento. Ma non potrà sopportarne — e perciò la censurerà — la sua assoluta unicità [pag. 190]; e dunque non si rassegnerà ad ammettere ed a proclamare che egli sia risorto e oggi vivo.
I Tre Dialoghi ed i Racconti dell’Anticristo editi dall’Editrice Marietti
In queste righe prende forma la critica al Cristianesimo dei “valori”, delle “aperture” e del “dialogo”, dove pare rimanga poco spazio al mistero della Persona del Verbo di Dio fatto Uomo, crocifisso per noi e risorto. Tutto appare assorbito nelle melasse sentimentali delle tenerezze vaporose. Certo abbiamo di che riflettere, se pensiamo alla militanza di fede ridotta ad un’azione umanitaria di tipo socio-culturale; al messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; alla Chiesa di Dio scambiata per un’organizzazione di promozione sociale nella quale si moltiplicano “eventi” costruiti su strategie dimarketing. Siamo sicuri che Solov’ëv non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto e che non sia proprio questa l’insidia odierna più pericolosa per la “nazione santa” redenta dal sangue di Cristo? È un interrogativo molto inquietante che proprio per questo non dovrebbe essere eluso; ed invece proprio per questo viene rifiutato, a volte anche in modo violento, dentro la Chiesa e fuori dalla Chiesa.
talvolta si ha l’impressione che il mondo sul baratro della follia sia troppo impegnato a difendere i “diritti” alle peggiori perversioni propinate dalla cultura del gender, per volgere lo sguardo verso un massacro di cristiani che negli ultimi anni ha superato quello dei primi secoli di storia del Cristianesimo
Solov’ëv ha compreso a fondo il XX secolo, forse siamo noi che non abbiamo capito lui, o più semplicemente non vogliamo capirlo per una chiusura reattiva-difensiva, tanto da non avergli mai prestato ascolto. Lo dimostrano molti atteggiamenti odierni di numerosi cristiani che si reputano colti ed impegnati sul versante ecclesiale, o che si reputano “cristiani adulti”. Proviamo solamente a pensare alle forme sempre più esasperate ed esasperanti di individualismo egoistico determinanti i nostri costumi e le nostre leggi attraverso le quali è progressivamente sovvertito l’ordine naturale. Basta solo analizzare quella cultura del gender che sta assumendo sempre più i connotati di una devastante dittatura, con tanto di censure ai sensi di legge e di condanne dei tribunali a carico di soggetti riconosciuti rei di avere espresso un pacifico pensiero di dissenso, considerato non più diritto ma reato. In certi Paesi della decadente Europa ammalata d’odio verso se stessa e verso le proprie radici cristiane e che progressivamente si sta consegnando all’Islam, chi osa affermare che quella propinata da certe lobby di pederasti e di lesbiche incattivite è una venefica cultura di morte, finisce ormai condannato per omofobia. Per seguire col pacifismo spesso mutato in violento pacifondismo, con la non-violenza spesso mutata in aggressione ideologica intrisa di sprezzo verso gli altri. Gli ideali di pace e di fraternità non sono più letti in chiave evangelica ma illuministica e come tali strutturati sul furore giacobino, vale a dire in chiave ideologica anti-cristiana, col conseguente risultato che dinanzi alle aggressioni ed alle peggiori prepotenze i nostri non pochi pastori smidollati finiscono subito col cedere, corrono a trattare, o come Esaù svendono la legittima primogenitura per un piatto di lenticchie [Cf. Gen 25, 29-34], lasciando senza alcuna difesa i deboli e gli oppressi, in modo del tutto particolare se sono cattolici e cristiani perseguitati a causa della loro fede, dentro la Casa di Dio e fuori dalla Casa di Dio.
In tutto questo si collocano certi potenti filoni della moderna teologia che dopo avere confuso il concetto metafisico di assoluto inteso come assolutezza della fede, col concetto socio-politico del tutto diverso di assolutismo, hanno proceduto ad una vera e propria de-costruzione e distruzione del dogma, dopo avere minato quel concetto di assolutezza della fede in virtù del quale Cristo è per noi il Verbo di Dio incarnato, morto è risorto, che come tale rappresenta il centro del nostro presente, del nostro essere e divenire futuro, quindi il fine ultimo escatologico del nostro intero umanesimo.
la nostra solidarietà cristiana è racchiusa tutta nella suprema virtù teologale della Carità del Verbo di Dio, non nella solidarietà della Libera Muratoria del Grande Architetto dell’Universo
Che dire della virtù teologale della Carità, la più importante, come la definisce San Paolo [Cf. I Cor 13,13], alla quale si è sostituito a poco a poco uno dei concetti più cari alla cultura massonica: la solidarietà? Detto questo non mi ripeto e mi limito a rimandare al mio articolo sulla neolingua, dove parlo delle parole svuotate del loro significato e riempite d’altro, il tutto sulla scia di un dramma odierno che pare a volte quasi irreversibile: abbiamo perduto il nostro vocabolario ed il nostro linguaggio, che è quello metafisico, per andare incontro non a parole nuove, ma a concetti senza senso che minano i fondamenti della nostra fede, che per esprimersi ha bisogno di chiare e precise parole [vedere qui].
Se non fossero chiari i risultati della “mitica” rivoluzione sessuale e della “liberazione” della donna, ecco una pubblicità dell’azienda degli stilisti Dolce&Gabbana nella quale si simula lo stupro di una autentica donna oggetto del XXI secolo, figlia della donna finalmente “liberata” quattro decenni prima dal furore dei movimenti femministi
Il Novecento, dopo una rivoluzione sessuale che ha manifestato un tripudio di egoismo, che non ha liberato affatto la donna ma l’ha resa veramente “oggetto” più di quanto storicamente e socialmente sia mai stata e che ha scisso la sessualità dall’amore umano, è infine giunto a livelli tali di perversione istituzionalizzata da rendere difficile trovare adeguati eguali storici, persino andando a prendere a prestito le immagini di Sodoma e Gomorra, che però non rendono l’idea, soprattutto non rendono “giustizia” alcuna alla realtà del nostro presente.
Il Novecento è stato anche il secolo più oppressivo della storia, privo di rispetto per la vita umana e privo di misericordia; e certi istinti ormai in circolo da un secolo nel sangue delle nuove generazioni non si eliminano con inviti cinetelevisivi alla tenerezza, perché il lavoro che si richiede è molto più complesso, ma soprattutto più drastico, perché basato su un rischio che non si può evitare di correre: il non piacere alle masse ed alle elites di potere. Per non parlare della misericordia vera, quella correttamente intesa, recepita e praticata secondo il Mistero della Rivelazione, esposta e riassunta in numerosi passi dei Vangeli, prendiamone solo uno tra i diversi:
«Se il tuo occhio destro è motivo di scandalo cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna» [Mt 5, 29-30]
quale saggio medico, sarà così scelleratamente “misericordioso”, da lasciare che la cancrena assalga l’intero corpo, anziché salvarlo attraverso l’amputazione dell’arto infetto?
Se però all’interno della Chiesa contemporanea qualcuno è davvero convinto che dinanzi ad un corpo assalito da un devastante diabete degenerativo che ha generato una cancrena al piede, sia invece molto misericordioso non amputarlo, perché non è bene privare un essere umano di un arto, in tal caso è presto detto: ci si preparari alla inevitabile conseguenza della cancrena che da lì a breve assalirà anche tutti gli altri arti del corpo.
Il Novecento è stato il secolo che ha assistito allo sterminio degli ebrei, che non è stato il solo, anche se pochi ricordano il genocidio degli armeni a cavallo della prima guerra mondiale. Nessuno commemora le decine e decine di milioni di uccisi sotto il regime sovietico e pochi si avventurano a fare il conto delle vittime sacrificate nelle varie parti del mondo all’utopia comunista. Nel corso di questo secolo si è imposto a intere popolazioni l’ateismo di Stato, mentre nell’Occidente secolarizzato si è diffuso un ateismo edonistico e libertario, fino ad arrivare all’idea grottesca della “morte di Dio”.
Vladimir Sergeevič Solov’ëv
Solov’ëv è stato profeta e maestroinattuale e inascoltato, a lungo relegato nella letteratura visionaria. In realtà è stato un appassionato difensore dell’uomo schivo ad ogni filantropia. È stato un apostolo infaticabile della pace e avversario del pacifismo. Auspicò l’unità tra i cristiani e fu duramente critico verso ogni irenismo. Fu innamorato della natura ma totalmente distaccato dalle odierne infatuazioni ecologiche, o per dirla in breve: fu amico innamorato della Verità rivelata del Verbo di Dio e nemico ostile di ogni ideologia e di ogni socio-teologia pseudo religiosa. Queste sono le guide di cui oggi abbiamo estremo bisogno, assieme alla vera misericordia. Non abbiamo bisogno, né mai un corpo infetto da arti in cancrena sarà salvato con l’acqua distillata della vaporosa tenerezza, ma solo con la grande misericordia del bisturi …
ALLE RADICI DELLA CRISI. IL CARDINALE CARLO M. MARTINI VUOLE “RISTABILIRE” CIÒ CHE NON È MAI ESISTITO: IL DIACONATO FEMMINILE
Grande è l’importanza della donna nella Chiesa! Personalmente ho sempre auspicato che si aprano vie concrete per ristabilire il diaconato femminile. Le donne già fanno moltissimo per il servizio al popolo cristiano e possono fare ancora di più se munite dei necessari carismi e poteri sacri.
Carlo Maria Martini Il Corriere della Sera, 31 gennaio 2010
di Ariel S. Levi di Gualdo
benvenuti a Vaghezza, amena altura …
I pochi, anzi i pochissimi vescovi che dinanzi alla crisi odierna della Chiesa esprimono qualche parola,lo fanno sempre in modo vago, forse perché credono che ciò sia buon esercizio dell’auriga virtù della prudenza? Spesso parlano dei massimi sistemi in modo confuso, non in termini metafisici ma quasi sempre socio-politici mascherati da Dottrina Sociale della Chiesa. Attaccano giustamente la cultura del gender ed i tentativi di distruzione del poco che resta della famiglia naturale, ma si guardano dall’andare all’origine di questa crisi immane, perché ciò comporterebbe fare nomi e cognomi, incluso talvolta il nome dello stesso Augusto Pontefice, che nell’esprimersi a “braccio” come dottore privato, sempre più spesso ci costringe a passare intere giornate dentro o fuori dai confessionali per rispondere ad angosciosi quesiti di fedeli o di penitenti sempre più in crisi dinanzi a varie espressioni ambigue, sovente caratterizzare proprio dal suo dire e non dire. E il Sommo Pontefice — tanto per chiarire — è colui che può farti assegnare una grande sede arcivescovile, metterti o non metterti in testa una berretta rossa; se lo reputa opportuno può anche destituirti dalla sera alla mattina dalla guida di un dicastero romano. Tutto questo i “leoni da sacrestia”, quelli che sbranano il mondo intero dentro le private mura dei salotti prelatizi, lo sanno molto bene, tanto da spacciare il loro pubblico tacere ed il proprio omissivo non-agire per prudenziale virtù.
il campione mondiale di pugilato Mike Tyson
Con la vaghezza del dire e non dire, o del lasciare intendere tra le righe, non si risolve niente. Insomma, sarebbe come andare dal pugile Mike Tayson e dargli un buffetto sulla guancia, con questo risultato: o lui si mette a ridere divertito, oppure, se si arrabbia, ti manda diritto al Creatore con mezza sberla, senza doverti sferrare neppure un cazzotto. Sicché è presto detto: od a Tyson uno cerca di sferrare un colpo tale da lasciarlo a terra privo di sensi, o rischia di essere polverizzato, se davvero qualcuno pensa di poterlo trattare a schiaffetti.
Se questi vescovi da schiaffetto li prendi però in privato, scopri che il loro pubblico parlare apparentemente teologico ed ecclesiologico è in verità costruito sul politichese, perché la loro vera base speculativa non è la metafisica ma la sociologia politica mascherata da Dottrina Sociale della Chiesa, con tutti i principi che ad essa si applicano, incluso il dire e non dire, per lasciare intendere non si sa bene che cosa e soprattutto per la salvezza di chi … in ogni caso, avanti a tutto e di rigore, sempre la meticolosa e “prudente” valutazione del carro del vincitore sul quale saltare per tempo!
l’attuale Arcivescovo di Ferrara Luigi Negri, già Vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro [2005-2013] “La crisi della Chiesa non è una crisi puntuale, è una crisi ampia. Ma non serve un’analisi che tenda a stabilire le responsabilità” [da La nuova Bussola Quotidiana, 15.12.2014]
Tra i vari esponenti di questo stile di pensiero e di espressione c’è un vescovo col quale ho un legame suggellato da una grazia sacramentale eterna, trattandosi di colui che mi ha consacrato sacerdote, Luigi Negri [cf. suo ultimo articolo su La Bussola Quotidiana,qui]. È quasi superfluo precisare la devozione da me nutrita verso questo vescovo, che dagli inizi del 2013 non è più il mio ordinario diocesano. Fu infatti nelle sue mani che promisi filiale obbedienza, a lui ed a tutti i suoi successori; obbedienza oggi trasferita sul buon pastore di presbiteri e di fedeli che lo ha succeduto sulla cattedra di quella Chiesa particolare.
Molte sono le cose preziose da me imparate da Luigi Negridurante gli anni della mia formazione al sacerdozio, sul momento mi viene in mente una sua saggia esortazione: «Quando non si ha nulla o più nulla da dire, è meglio tacere e pregare, anziché lanciarsi in parole e concetti vuoti e confusi, pur di dire qualche cosa a tutti i costi». Consiglio davvero prezioso che ho sempre messo in pratica e per il quale tutt’oggi gli sono parecchio grato.
il Cardinale Carlo Maria Martini durante un pontificale ambrosiano
L’attuale Arcivescovo di Ferrara è milanese di nascita, di famiglia e di cultura, un autentico ambrosiano al cento per cento, quindi cresciuto proprio in quella diocesi di cui è stato vescovo per oltre due decenni uno tra i principali elementi di punta ai quali la Chiesa deve proprio la devastante crisi odierna. Uno di quei pensatori al quale la Chiesa deve il grande golpe dei modernisti oggi al potere dentro la Casa di Dio e l’ingresso trionfale del peggio delle teologie ereticali luterane tramite il cavallo di Troia delle esegesi bibliche: Carlo Maria Martini. Di costui non vi parlerà però Luigi Negri, per il quale «non serve», dinanzi «a una crisiampia» in cui versa l’attuale Chiesa, «un’analisi che tenda a stabilire le responsabilità». Quindi vi parlerò io del Cardinale Martini, giusto per andare in modo chiaro alle radici della crisi, senza alcun “prudenziale” dire e non dire, senza lasciare intendere e senza leggeri schiaffetti laddove vanno invece bordati cazzotti a tutta forza. E vi parlerò del Cardinale Martini e degli errori da lui seminati sulla base dei miei principi improntati sulla costante ricerca della verità e della vera prudenza, che rendono necessario anzitutto stabilire non solo le responsabilità, ma anche autori, mandanti, complici e fedeli esecutori, il tutto per andare al cuore della crisi, quindi per trovare quelle possibili soluzioni che procedono dall’azione della grazia di Dio, non certo dalla omissiva impotenza umana. Infatti, dinanzi a Mike Tyson, io desidero in qualche modo avere, se non la pelle, perlomeno l’onore sacerdotale salvo, tentando di tutelare l’una e l’altro. E se da Tyson devo proprio essere spedito al Creatore, desidero che ciò avvenga con onore: vale a dire per avere almeno tentato di sferrargli un cazzotto con tutte le mie forze, attraverso un linguaggio filosofico e teologico diretto, chiaro e preciso, non certo per averlo sfiorato con uno schiaffetto.
Se uno dei vescovi italiani mosso anzitutto da autentica fedee cattolica dottrina, dinanzi alla tragedia in corso seguita a scegliere il fumoso dire e non dire anziché rischiare il tutto e per tutto per la verità — i cui pegni da pagare sono sempre molto elevati persino quando ormai non si ha più nulla da perdere — sinceramente viene da chiedersi: a quali preoccupanti livelli è ormai sprofondato l’episcopato italiano formato da vescovi che in privato si lamentano — e in quali toni duri si lamentano! — ma che in pubblico tacciono per buon politichese clericale, riparati dietro al dito del “bene” della Chiesa? Sul Vangelo sta scritto che il bene della Chiesa si fa dicendo si quando è si e no quando è no. Si fa amputando all’occorrenza gli arti infetti, non cospargendo sopra di essi acqua di rose. Ma forse, la mia povera esegesi, benedicendo Dio non è aggiornata a “La parola del Cardinale Martini ” …