sabato 23 luglio 2011

SAN BENEDETTO 2011


“Si ritirò dal mondo con l’ignoranza di chi sapeva molto bene e con la sapienza di chi non voleva sapere”

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello
Teano, 11 luglio 2011
Chiesa S. Caterina
del Monastero delle Benedettine del SS. Sacramento

Solennità di San Benedetto
~
Saluto iniziale

Condividiamo con le Monache Benedettine la Solennità di San Benedetto. Chiediamo la sua intercessione, che venga effuso su di noi lo Spirito che animò la sua vita radicale, a tal punto da segnare un tracciato che ancora oggi tanti percorrono. Ci disponiamo a celebrare i Santi Misteri con sentimenti di umiltà: riconosciamo la nostra indegnità, affidiamoci alla misericordia di Dio.

Omelia

Nella vita dei santi, carissimi fratelli e sorelle, si riedita la vita di Gesù. La loro vita è un vangelo lungo i secoli, in luoghi diversi, in culture diverse, in momenti storici diversi. Alcuni, come Benedetto, sono delle pietre miliari, dei punti nodali della storia della Chiesa.
Benedetto è il padre del monachesimo in Occidente: ha influito enormemente non solo sulla vita della Chiesa, ma anche sulla vita della cultura. È per questo motivo che l’Europa riconosce, nell’esperienza di Benedetto con ciò che ne è seguito, una sorta di matrice culturale, e quindi l’influenza è andata ben oltre i confini della Chiesa per diventare un’esperienza sociale, un’esperienza culturale, rivoluzionaria. È sempre così: i santi si sforzano di vivere il vangelo senza sconti, lo fanno personalmente, non hanno presunzione di aprire nessuna strada, ma diventano dei capofila e influiscono sul loro tempo. Quando Benedetto si ritirò a vita eremitica – cominciò così l’esperienza benedettina – non aveva assolutamente in mente di fondare un ordine e di aprire, non una strada, ma un’autostrada per la cultura occidentale e per la storia della Chiesa. Anche fra noi, se c’è uno solo che si converte, sarà il rivoluzionario dei nostri tempi e, pur vivendo a Teano, pur vivendo in un luogo fuori delle vie di comunicazione e di commercio, influirà sulla vita della Chiesa e sulla vita del mondo.
I santi, e quindi anche San Benedetto - vorrei sottolineare questo aspetto - sono stati degli scontenti, delle persone santamente scontente e per questo rivoluzionarie, cioè non si sono omologate alla cultura del tempo. Noi pensiamo d’essere in un tempo terribile, di corruzione, ma la corruzione c’è sempre stata. Ed è proprio alla vista della corruzione di Roma e degli ambienti universitari del tempo - parliamo ovviamente di una Università che stava nascendo, ma c’erano già dei poli universitari e Roma, come capitale, costituiva uno di questi poli - che Benedetto, proveniente da Norcia, da una famiglia consolare, approda alla capitale, pensando - come noi oggi, andando a Roma, la Città Santa - che magari stanno tutti in ginocchio, si pregherà in piazza Navona, all’Altare della Patria… Invece scopre che forse Roma, come ancora oggi, è la città più pagana. Quindi immaginate questo giovane che viene da un’esperienza provinciale, che approda nella capitale, che approda all’Università, che comincia a seguire i corsi, come fanno i nostri giovani che vanno a Napoli, a Caserta, a Cassino e - che volete? - i giovani, quando si mettono insieme, sono una sorta di tam-tam della cultura e anche della corruzione, perché i giovani, che noi diciamo essere corrotti, null’altro fanno che mettere in piazza quello che noi facciamo in segreto: sono spavaldi. Quindi, questi poli universitari hanno costituito sempre, ancora oggi, dei luoghi di cultura ma anche dei luoghi di grande corruzione. Immaginate Benedetto che segue i corsi, che cerca di districarsi, di imparare le vie e vede i suoi compagni gaudenti. I genitori pagano - la storia è sempre quella - e i figli si divertono; i genitori lavorano e i figli fanno un esame all’anno, stazionano, sono parcheggiati all’università e che fanno nel resto del tempo, dal momento che non studiano? Potete immaginarlo… La storia è questa, ieri e oggi. Benedetto si ribellò a questo andazzo, ritenne la sua permanenza e il suo restare a Roma pericoloso per il suo futuro, per la sua anima (si diceva allora, fino a pochi decenni fa) e decise di chiudere la sua carriera universitaria. Un fallito? Un rivoluzionario! Si ritirò e, attenti, non tornò a Norcia, non tornò a casa come uno sconfitto, come ritorna il figlio dal 1°, 2°, 3° anno universitario, dicendo: “Non ce la faccio… Sono in depressione… Non riesco a fare gli esami…”, ma si ritirò a Subiaco, e cominciò così quell’esperienza che per noi è una storia sacra.

Vorrei comunicarvi, trasmettervi e vorrei che vi restasse impressa questa espressione di San Gregorio Magno, che probabilmente - ma spero di sì - neanche qualche prete, qualche seminarista, che stamattina ha fatto l’Ufficio delle Letture di San Benedetto, è riuscito a scovare (era nel responsorio dopo la seconda lettura; non era firmato, ma chi ha naso dice: Questo è San Gregorio Magno): “Si ritirò dal mondo con l’ignoranza di chi sapeva molto bene e con la sapienza di chi non voleva sapere”. È un’espressione caratteristica di San Gregorio Magno. San Gregorio Magno è stato il grande tutor di Benedetto, benché discepolo, benché figlio, benché benedettino, poi finito sulla “sedia elettrica” che è il soglio pontificio. Quindi noi conosciamo Benedetto perché Gregorio Magno ha fatto il tam-tam della vita di San Benedetto, scrivendo i Dialoghi, e questa espressione probabilmente è nei Dialoghi scritti da San Gregorio che è come se scrivesse una vita, è come se facesse un film sulle vicende del santo cui egli si è ispirato. Fotografa così questo ritirarsi da Roma di Benedetto: “Si ritirò dal mondo con l’ignoranza di chi sapeva molto bene e con la sapienza di chi non voleva sapere”. È un poema, un’espressione paradossale, un ossimoro, che però dice bene l’astuzia che è propria dei santi.
Si ritirò dal mondo: in realtà si ritirò dall’Università, che è il luogo della sapienza, oggi si dice “il luogo dei saperi”, che è il luogo dove si conservavano i granai del sapere che erano le biblioteche (a quei tempi le biblioteche erano appannaggio solo delle grandi Università). Quindi si ritira dal tempio del sapere e - dice Gregorio - con l’ignoranza di chi sapeva molto bene e con la sapienza di chi non voleva sapere.

Perché è importante questa espressione di San Gregorio Magno? Perché oggi siamo tutti un po’ presi dalla smania di sapere. Non solo i giovani. I giovani ce lo dicono spudoratamente, ma anche noi grandi, noi adulti. Che significa “smania di sapere”? Significa che il giovane dice, ma anche l’adulto pensa: “Bisogna provare… Bisogna vedere… Bisogna andarci in questo posto… Bisogna vederlo questo film… Bisogna farla questa esperienza esotica…”. C’è questo progetto non detto, ma poi praticato da tanti, propagandato dalla nostra cultura, che se uno non fa esperienze, non sa, perché il sapere viene dall’esperienza. Il problema è che, all’atto in cui tu fai, sei perduto, non puoi più tornare indietro. Da alcuni viaggi non si torna più. Ecco perché l’intuizione di Gregorio, applicata a San Benedetto, mi sembra fare a pugni con questa nostra cultura del “sperimentiamo-facciamo-vediamo-tocchiamo”. Questo è lo slogan: bisogna fare esperienza. Allora, se bisogna fare esperienza, bisogna anche inocularsi dei virus, no?
Devo fare esperienza! Allora devo anche bere veleni...
Bisogna fare esperienza! Allora mi inietto anche una sostanza stupefacente…
Bisogna fare esperienza! Allora partecipo anche ad una vacanza col pacchetto tutto compreso. Voi m’intendete… Non vogliamo scandalizzare le monache, che queste cose non le sanno e non le vogliono sapere. Non che non le sanno perché sono anziane: non le vogliono sapere!, perché oggi un credente, anche giovane, deve avere questa forza nel dire: Andate per i fatti vostri, io non vengo! Continuate i vostri balli: non partecipo! Fate i vostri rituali di morte: io voglio vivere!
Questo principio, questo assioma del “bisogna sperimentare”, fa naufragare tantissime vite, perché se da certe esperienze si potesse tornare indietro, allora potrebbe anche esser valido (rimane immorale come principio). Il problema è che non si può più tornare. Ecco perché Benedetto si ritirò dal mondo con l’ignoranza di chi sapeva bene, cioè aveva capito per che cosa valga vivere, su cosa bisogna investire, quanto sia prezioso il tempo, quanto certe esperienze ci formino o ci deformino. Lo aveva capito bene.
L’ignoranza di chi sapeva molto bene e la sapienza di chi non voleva sapere. No, grazie! Tenetevele per voi! Non partecipo, non vengo! Ce l’abbiamo questo coraggio, oggi?
Perché questo criterio, che è proprio dei santi e dell’esperienza millenaria della Chiesa, va seguito? Perché le esperienze ti formano o ti deformano, cioè noi siamo quello che facciamo: se tu fai una cosa una, due, tre volte, questa cosa ti forma. Se è buona, ti forma al bene; se è cattiva, ti deforma. Non è vero che sono cose esterne. Le faccio così per provare… No! Questa cosa ti struttura, diventa da azione una struttura esistenziale, e poi anche una struttura mentale, perché poi bisogna trovare anche una motivazione (Mi trovo bene… Faccio bene…). Ognuno, anche all’interno della sua depravazione, trova tanti motivi per dire che non può fare diversamente.
Diceva Renato Zero, che non c’entra niente con San Benedetto, ma solo per suscitare l’attenzione di qualche volto un po’ più giovane, in una canzone dedicata ad un amico dice: “Lasciamo il mondo ai vizi suoi”. Ecco, lascia il mondo ai vizi suoi.

Chiedo per me e per voi al Signore, per intercessione di San Benedetto, la grazia, l’astuzia, l’arguzia di scegliere questa ignoranza di chi sa troppo bene, di scegliere la sapienza di chi non vuol sapere, perché poi questa ignoranza è più saggia di tutti i saperi, direbbe San Paolo, e questa sapienza che non vuol sapere ti apre l’accesso alle cose vere, quelle che non passano mai.
Le monache, che si sono ritirate dal mondo tanti decenni fa, lo sanno. Magari non conoscevano, all’atto in cui sono entrate, questo passaggio della vita di Benedetto di San Gregorio Magno, ma l’hanno realizzata appieno e, benché anziane, conservano un’innocenza negli occhi che noi invidiamo e che adesso, neanche più i bambini hanno, perché i bambini non sono più innocenti a causa nostra. Conservano questa innocenza perché si sono ritirate come Benedetto: Non voglio sapere! Non voglio sentire! No, grazie! Preferisco la mia santa ignoranza alla vostra dotta sapienza.
Avremo questo coraggio? Se uno fra noi ce l’avrà stasera e lascia il mondo ai vizi suoi, ci sarà una svolta nella nostra storia.              

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

lunedì 18 luglio 2011



s. Macrina

Martirologio Romano:Nel monastero di Annesi lungo il fiume Iris
nel Ponto ancora in Turchia,
santa Macrina, vergine, sorella dei santi Basilio Magno,
Gregorio di Nissa e Pietro di Sivas,
che, versata nelle Sacre Scritture,
si ritirò a vita solitaria,
mirabile esempio di desiderio di Dio
e di distacco dalla vanità del mondo.
Preghiera di santa Macrina 
Signore, tu hai dissolto per noi la paura della morte, tu dai in deposito alla terra la terra che noi siamo, quella che tu stesso hai plasmato con le tue mani, e fai rivivere ciò che hai donato all'uomo, trasformando mediante l'immortalità e la bellezza quello che in noi è mortale e deforme.
Sei tu che ci hai strappati alla maledizione e al peccato, facendoti per noi l'una e l'altro.
Dio eterno, verso cui mi sono protesa fin dal seno di mia madre, te che la mia anima ha amato con tutte le sue forze, poni al mio fianco un angelo luminoso che mi conduca per mano dove si trova l'acqua del riposo, nel seno dei santi patriarchi!
Tu che hai spezzato la fiamma della spada di fuoco e hai restituito al paradiso l'uomo crocifisso con te e che si era affidato alla tua misericordia, ricordati anche di me nel tuo regno (Preghiera di Macrina in Gregorio di Nissa, Vita di santa Macrina 24).

Santa Macrina e la “vita angelica”

Santa Macrina (328.ca-379/80) nacque a Cesarea di Cappadocia (oggi Turchia) in una famiglia di Santi. I suoi genitori, Basilio ed Emmelia, godevano fama di santità in tutta la regione per le loro opere caritative e sono commemorati dalla Chiesa il 30 maggio. Dei loro dieci figli, cinque si consacrarono a Dio, tra i quali ricordiamo il celebre S. Basilio Magno e S. Gregorio, vescovo di Nissa, che, colmo di ammirazione per la sorella maggiore Macrina, scrisse di getto in greco la sua vita. È una biografia, che può dirsi storica, perché l’autore attinge alla sua personale esperienza, narrando i fatti di cui è stato testimone. La vita di S. Macrina è segnata dall’inizio da un intervento angelico: un’annunciazione fatta alla madre in sogno mentre la figlia primogenita stava per venire alla luce. Ecco come narra l’episodio il fratello Gregorio:

“[Ad Emmelia] pareva di portare tra le braccia la creatura ancora chiusa tra le [sue] viscere e che un Essere, di bellezza e figura superiori alle umane, le apparisse e salutasse la neonata col nome di Tecla, di quella Tecla che gode grande fama presso le vergini. Le sembrava che la visione, ripetuto tre volte il nome, la liberasse dai dolori del parto, e quindi svanisse”.

S. Gregorio allude qui a S. Tecla d’Iconio, della quale non abbiamo alcuna sicura notizia storica, ma il cui culto ebbe una straordinaria diffusione in Oriente.

Egli commenta:

“È mia opinione che l’Essere apparso [ad Emmelia] chiamasse la piccina Tecla non tanto per indurre la madre ad imporle questo nome – le fu dato infatti il nome della nonna – quanto per preannunziare quella che sarebbe stata la futura condotta di vita della neonata ed esprimere attraverso l’omonimia l’identità di propositi”.

Macrina fu allevata ed educata con amore dalla madre, che si preoccupò di darle un’istruzione seria e di iniziarla alla preghiera. La fanciulla amava specialmente il salmodiare che di giorno, nelle varie occupazioni, e di notte, “ovunque le era fedele, inseparabile compagno”.

Fu istruita nella Sacra Scrittura, nelle opere dei Padri della Chiesa ed anche nella dottrina dei filosofi greci.

Colta ed insieme abile nell’azione, S. Macrina aveva particolari attitudini pure per i lavori domestici, soprattutto – ricorda il biografo – per quello “della lana”.

Era avvenente e “nonostante la sua riservatezza, non riusciva a tenere nascosta la propria bellezza [tanto che sembrava] non fosse in tutta la patria terra – dichiara con enfasi il fratello – donna meravigliosa che potesse paragonarsi al fascino, alla leggiadria della sua persona”. Ovviamente “un grande sciame di pretendenti l’attorniava”; perciò il padre le scelse un marito, ma prima delle nozze il giovane morì. Macrina allora fece il fermo proposito di mantenersi vergine per Cristo. Morto il padre, “persuase la madre a rinunziare all’abituale esistenza molto agiata e ai servizi delle domestiche” e trasformò gradatamente la propria casa in asceterio, riunendo intorno a sé le proprie ancelle ed altre pie donne, vergini e vedove. Così tra il 355 e il 360 sorse ad Annesi un fiorente monastero, retto da regole di cui non abbiamo precise conoscenze, ma che dovevano ispirarsi a quelle raccolte dal fratello di Macrina, S. Basilio, l’ordinatore del monachesimo orientale, come S. Benedetto lo sarà, secoli dopo, del cenobitismo in Occidente. Preghiera e lavoro erano le colonne portanti di tutto l’edificio monastico. Il proposito di consacrazione verginale al Signore e la sua attuazione nella vita monastica fu ispirato a Macrina – possiamo chiederci – da quell’Essere di luce che alla sua nascita l’aveva preannunciata come un’emula di S. Tecla? Non lo sappiamo, ma è possibile. Gli Angeli, infatti, sono incaricati da Dio di venire in soccorso di “coloro che devono entrare in possesso della salvezza” (Eb 1, 14). Ora la via più sicura e più breve per raggiungere non solo la salvezza, ma la santità, è, per quanti vi sono chiamati, quella dei consigli evangelici nella vita religiosa e monastica.

La Comunità retta da Macrina, secondo la “descrizione” di S. Gregorio, aveva “un tenore di vita così bene disciplinato, così nobile l’ideale filosofico, cioè conforme ai precetti evangelici cui [le religiose] si informavano, così santo il comportamento sia di giorno sia di notte, che è impossibile trattarne a parola”.

Con ammirazione crescente il Santo biografo paragona la vita di queste monache a quella delle “anime libere dai corpi in seguito a morte… [tanto] la loro esistenza era distaccata dalle vanità terrene e regolata in modo da imitare la vita degli Angeli”.

Quindi S. Gregorio sottolinea i principali elementi di questo vivere non comune, tutto teso al conseguimento della perfezione evangelica, meta della vita monastica:

“Era orgoglio [di Macrina e delle sue compagne] la temperanza, loro gloria la vita oscura, loro ricchezza la povertà… Stimavano vero lavoro, e adeguato riposo dopo la fatica, l’esercizio delle cose divine, la continua preghiera, l’incessante salmodiare, equamente ripartito nel corso del giorno tra le ore diurne e le notturne”.

“Era un’esistenza, conclude l’autore, sospesa a mezzo tra l’umana natura e l’angelica. [Quelle monache] erano da una parte superiori alla natura terrena, in quanto libere dagli affetti mondani, dall’altra, per il loro manifestarsi in forma umana, per l’essere racchiuse nei corpi e dotate di sensi, erano inferiori alla natura angelica, immateriale. Forse qualcuno non privo di audacia, potrebbe dire che neppure fossero ad esso, inferiori. Infatti vivevano nella carne, eppure non erano appesantite dal corpo: lievi, levandosi in alto, spaziavano per il firmamento in compagnia degli Angeli”.

Queste affermazioni possono sembrare iperboliche, ma bene chiarificano ed evidenziano l’ideale della vita anacoretica e cenobitica, com’è sempre stato inteso dalla Chiesa fin dai primordi, anche se non sempre vissuto con l’intensità e la perfezione delle monache di Annesi. È la condizione di vita che più d’ogni altra assimila agli Angeli, perché nel distacco assoluto dalle cose materiali, e nella continua tensione verso le realtà celesti imita, sulla terra, il vivere degli Incorporei ed è già un’anticipazione della vita eterna. La Chiesa nel passato, tramite Papi, Concili, vescovi e dottori l’ha sempre considerata così e proclamata quale “vita angelica”. Pio XII, parlando della vocazione alla vita monastica, l’ha definita: “Angelica Vocatio”.

Il Concilio Vaticano II, invece, preferisce mettere l’accento, non sull’angelicità, ma sulla “misteriosa fecondità apostolica della vita contemplativa”, che “pur nell’urgente necessità di apostolato attivo, conserva sempre un posto assai eminente nel Corpo mistico di Cristo”.

Quando il fratello Gregorio poté effettuare – com’egli stesso riferisce – il suo “vivo desiderio” di visitare Macrina, che “realizzava ad Annesi un tenore di vita angelico, celeste, [questa] era in preda a grave morbo”. Fu introdotto nella cella di lei che giaceva “a terra su di una tavola ricoperta di un sacco” ed ebbero insieme alcuni colloqui. “Nel corso della conversazione – ricorda il Santo – accennammo al grande Basilio” [il comune fratello, vescovo di Cesarea, morto recentemente] e Macrina per consolare il dolore manifestato da Gregorio, “tenne elevati discorsi sulla natura umana, sulla divina Provvidenza, che si cela nelle avversità di questo mondo, sulla vita futura. Argomenti tutti che trattava quasi pervasa dallo Spirito Santo”. Intanto la sua malattia progrediva, “la febbre le consumava le forze… [ma essa] aveva libera la mente, completamente assorbita nelle cose divine, niente affatto menomata dal male tanto grave”.

Il giorno seguente – aveva trascorso la notte in preghiera – “non dava segni di turbamento nell’imminenza del trapasso, di timore per il distacco dalla vita. Con mente sublime fino all’ultimo si intratteneva in dotte riflessioni su quelli che erano sempre stati i suoi convincimenti circa l’esistenza terrena. Appariva assolutamente estranea alle cose del mondo”. Gregorio, che pure aveva una profonda conoscenza delle realtà spirituali ed era fecondo scrittore tanto da essere poi annoverato tra i Padri della Chiesa, rimase stupito ed “entusiasta innanzi allo spettacolo che si offriva ai [suoi] occhi”. Gli sembrava che la sorella moribonda avesse “varcato i confini della natura umana”. E la paragonava ad un “Angelo che avesse assunto forma umana”, spiegando:

“Niente di inverosimile che un Angelo, la cui natura non ha alcun rapporto, alcuna affinità con l’umana, fosse imperturbabile, non avendo la carne il potere di trascinarlo alle passioni che sono di essa peculiari…”. Macrina “manifestava chiaramente il desiderio di raggiungere l’Amato per essere con Lui, libera dai vincoli corporei”. Così trascorse il suo ultimo giorno di vita. “Il sole volgeva ormai al tramonto… l’inferma aveva cessato di conversare con i presenti [e] rivolgeva a Dio soltanto la parola”.

Il santo biografo riporta la preghiera che sgorgò allora spontanea dal cuore di Macrina morente: una preghiera ardente e fiduciosa, intessuta di reminiscenze scritturistiche, testimonianza sicura del suo quotidiano meditare la parola di Dio.

Nella seconda parte di questa supplica, Macrina, dopo avere ricordato che era stata “consacrata” a Dio alla nascita ed a Lui aveva dedicata tutta se stessa, amandolo “con tutte le forze fino dalla giovinezza”, giunta ora all’estremo momento, così prega:

“O Dio eterno…
ponimi accanto il fido Angelo
che mi guidi verso il luogo del refrigerio,
dov’è l’acqua della quiete,
nel grembo dei santi Padri”.

L’invocazione degli Angeli, guide delle anime al giudizio divino, è consueta, cara alla Chiesa, che l’ha inserita nelle preghiere liturgiche per i moribondi. Accompagnata dal celeste Custode, Macrina si prepara a comparire davanti al suo Signore, ricordandogli: “…anch’io fui crocifissa con te, inchiodando le mie carni per timore di te…”.

La “vita angelica”, vissuta come la visse S. Macrina, è, infatti, una crocifissione, un martirio prolungato, una testimonianza perfetta di fede e d’amore per Dio e per i fratelli.


A cura del Monastero “Carmelo S. Giuseppe” Locarno - Monti

(da “Michael – Bollettino del Santuario del Gargano”, novembre/dicembre 2008)



19 LUGLIO
SANTA MACRINA
(327-380),
      monaca

sabato 16 luglio 2011

17 LUGLIO
SANT’ ALESSIO


Martirologio Romano: A Roma nella chiesa sul colle Aventino, sotto il nome Alessio si venera un uomo di Dio, che, come dice la tradizione, lasciò una casa ricca per diventare povero e mendicare in incognito l’elemosina.

Fattosi povero, da patrizio qual era, Alessio trascorreva le notti sotto una scala sul colle romano dell’Aventino. In quel luogo Papa Onorio III gli dedicò nel 1217 una chiesa. Ma quella della scala è soltanto una delle due tradizioni esistenti sul santo. Secondo quella siriaca, infatti, il giovane fuggì la sera delle nozze per recarsi a Edessa, dove visse da mendicante e morì. La variante greco-romana introduce il ritorno a Roma (raffigurato nelle pitture della chiesa inferiore della basilica San Clemente). Qui Alessio visse sempre da mendico e non venne riconosciu-to dal padre. Fu Papa Innocenzo a scoprirne l’identità e a comunicarla ai genitori, che, straziati, si recarono al capezzale del figlio ormai morente. Una scena spesso raffigurata nell’arte. Della figura di Alessio si è impadronita anche la letteratura. (Avvenire)

Tutto sommato la vita di s. Alessio si può descrivere con poche frasi, ma sono le varie narrazioni del tempo antico, che ne arricchiscono lo svolgimento in buona parte leggendario. Vi sono tre versioni della ‘Vita’: la leggenda siriaca, la leggenda greca, la leggenda latina, che hanno trasformato la semplice e umile vita di un uomo di Dio, mendicante e asceta del V secolo, in un fiorito racconto che è stato oggetto di opere teatrali e di poesia, sia in Oriente che in Occidente. La leggenda siriaca, la prima composta fra il 450 e il 475, il cui manoscritto più antico risale alla fine del V secolo, narra di un giovane e ricco abitante della nuova Roma cioè Costantinopoli, il quale la sera delle nozze si era allontanato di nascosto imbarcandosi per l’Oriente. Giunto ad Edessa, città dell’odierna Siria, che nel IV-V secolo era un centro di cultura cristiana (Scuola di Edessa), finché nel VII secolo passò ai musulmani, qui si mise a chiedere l’elemosina con altri mendicanti sull’uscio della chiesa. Quello che raccoglieva di giorno, lo distribuiva di sera ai poveri della città, per il suo ascetismo venne chiamato Mar-Riscia (uomo di Dio); persone incaricate dal padre di ritrovarlo, giunti anche ad Edessa, non riuscirono ad identificarlo in quel mendicante lacero ed emaciato. Dopo 17 anni, quando si sentì morire, il giovane mendicante rivelò al sacrestano della chiesa la sua vera identità ed origine, il quale una mattina lo trovò morto sul sagrato. Il sacrestano si precipitò dal vescovo Rabula (412-435) e lo supplicò di non far confondere nella fossa comune, il corpo di quel santo uomo, il vescovo allora si recò al cimitero per esumarlo, ma trovò solo le misere vesti, il corpo era scomparso. Nel secolo IX comparve documentata la leggenda greca o bizantina, la quale trasformava significativamente quella siriaca. Prima di tutto dava un nome al giovane chiamandolo Aléxios (Alessio) che significa “difensore” o “protettore”, situando la sua nascita a Roma e non più in Oriente e datando la sua morte al 17 luglio, al tempo degli imperatori fratelli Arcadio e Onorio (395-408). La leggenda narra che un’icona della Vergine Maria nella chiesa di Edessa (oggi secondo la tradizione, venerata nella chiesa romana di Sant’Alessio sull’Aventino), ordinò al sacrestano di far entrare in chiesa quel mendicante da considerarsi un santo, la voce si diffuse rapidamente fra il popolo dei fedeli, che presero a venerarlo. Alessio cui non piacevano gli onori, fuggì imbarcandosi per Tarso, ma i venti prodigiosamente lo fecero approdare sulle coste italiane ad Ostia; questo fatto fu preso da Alessio come un’indicazione divina, pertanto decise di farsi ospitare come uno straniero povero nella casa paterna a Roma. Il padre memore del figlio lontano e in difficoltà, senza riconoscerlo lo accolse con benevolenza in casa, dove Alessio rimase per 17 anni, dormendo in un sottoscala fra le umiliazioni e gli scherni dei servi. Quando Alessio sentì che la sua fine era vicina, decise di scrivere le avventure e le origini della sua vita su un rotolo, quando morì le campane di Roma si misero a suonare a festa e fu udita una voce divina che diceva: “Cercate l’uomo di Dio affinché egli preghi per Roma”, così fu scoperto il corpo del santo, ancora con il rotolo in mano, che solo gli imperatori Arcadio ed Onorio riuscirono a sfilarglielo e leggere. Della leggenda latina non si hanno documentazioni prima del secolo X, comparve prima in Spagna e verso l’ultimo quarto del secolo a Roma. Qui il culto fu diffuso dall’arcivescovo metropolita di Damasco Sergio, il quale costretto a fuggire a seguito dell’invasione dei Saraceni, si stabilì presso la chiesa di San Bonifacio sull’Aventino, qui fondò una comunità monastica mista, dove i greci osservavano la Regola di s. Basilio e i latini quella di s. Benedetto. Questa comunità rivestì una grande importanza in quel tempo e fra l’altro rielaborò la leggenda greca di s. Alessio in una versione che diventò la tradizione dominante in Occidente, tale da essere inserita nella “Leggenda Aurea” di Jacopo da Varagine. Le diversità apportate nella leggenda latina sono: la chiesa dove Alessio si sarebbe dovuto sposare divenne la stessa basilica dove il santo sarebbe stato sepolto; la mancata sposa, che la sera precedente le nozze accettò di vivere in castità, si chiamò chi sa perché Adriatica; il rotolo con scritta la sua vita, fu tolto di mano non dagli imperatori, ma dal papa stesso, presenti gli straziati genitori Eufemiano e Aglae, che finalmente seppero che quel mendicante in abiti da pellegrino, vissuto nella loro casa, era l’amato figlio. Questa nuova versione latina ispirò canti popolari e leggende che i contadini si tramandavano da padre in figlio. Nel 1217 papa Onorio III dedicò la chiesa di S. Bonifacio anche al leggendario s. Alessio; dell’antica chiesa, dopo i vari rifacimenti non è rimasto quasi nulla, nell’attuale basilica barocca, c’è la Cappella di S. Alessio e in essa è contenuto un frammento lungo circa un metro della scala sotto la quale il santo dormiva, il frammento sovrasta la statua in marmo, raffigurante s. Alessio sul letto di morte, vestito da pellegrino di Santiago, opera dello scultore Antonio Bergondi, seguace del Bernini. Testimonianza artistica sulla sua vita è il ciclo di affreschi di fine XI secolo, situato nella chiesa inferiore di San Clemente a Roma; in questo ciclo compaiono già gli attributi che lo identificano, come la scala, il bastone da pellegrino, la lettera nella mano serrata dalla morte, che verranno poi ripresi dai tanti artisti che lo hanno raffigurato nei secoli successivi. A conclusione è opportuno notare come il numero 17 compaia più volte nella vita di s. Alessio; 17 sono gli anni passati ad Edessa e 17 quelli trascorsi a Roma in casa de padre; il 17 luglio è la data ritenuta della sua morte, come pure egli viene celebrato in Oriente il 17 marzo e in Occidente il 17 luglio. Autore: Antonio Borrelli

ORÁTIO
Deus, qui nos beáti Aléxii Confessóris tui ánnua sollemnitáte lætíficas: concéde propítius; ut, cujus natalítia cólimus, étiam actiónes imitémur. Per Dóminum.

DALLA LITURGIA BIZANTINA

A VESPRO

Stichirà prosómia.
Ti conosciamo come uomo di Dio * di nome e di fatto: * hai infatti brillato per le virtù, * avendo avuto come possesso in terra * povertà e angustia senza fine * ed avendo confermato i fedeli con prodigi. * Prega dunque perché siano donate alle anime nostre * la pace e la grande misericordia.

Con un amore stillante rugiada, * hai spento ardenti amori carnali, o Alessio, * piamente cambiando un talamo con un altro, * il piacere del corpo * con la divina somiglianza con gli angeli: * insieme a loro supplica * perché siano date alle anime nostre * la pace e la grande misericordia.

Rimani sconosciuto, o sapiente, * maltrattato alle porte dei tuoi nobili genitori, * e per lungo tempo sei schernito dai tuoi propri servi. * Ma, morto, ti manifesti con i miracoli che compi, * sanando le malattie * e cacciando gli spiriti impuri.

Gioisci, strana novella, * o pura; * gioisci santo albero del paradiso * piantato da Dio; * gioisci, distruzione dei malvagi demoni; * gioisci, spada a due tagli * che recidi la testa del nemico, * col tuo parto strano. * O santissima più che immacolata, * facci ritornare, * fa’ ritornare noi divenuti estranei.

Oppure: stavrotheotokion
Vedendo, o Cristo, * la tua ingiusta immolazione, * la Vergine piena di dolore a te gridava: * Figlio dolcissimo, * perché muori ingiustamente, * perché sei appeso al legno, * tu che hai sospeso sulle acque * tutta la terra? * Non lasciarmi sola, ti prego, * misericordiosissimo benefattore, * me, tua madre e serva!

All’ORTHROS
Kondàkion.
Celebrando oggi piamente * la sacratissima festa del felicissimo Alessio, * a lui inneggiamo dicendo: * Gioisci, amabile ornamento dei santi.

Ikos.
Chi potrà degnamente esaltare * e sufficientemente celebrare le tue auguste virtù, * o Alessio di mente divina? * La temperanza, la pazienza, * la mitezza, la continenza, * il tuo incessante inneggiare, * il durissimo genere di vita * e la smisurata umiltà? * Divenuto per esse paragonabile agli angeli, * tu sempre intercedi per il mondo intero; * per questo, o santo, * da tutti i fedeli ti senti ora dire: * Gioisci, amabile ornamento dei santi.

Sinassario.
Il 17 di questo stesso mese, memoria del nostro santo padre Alessio, l’uomo di Dio.
Per la sua santa intercessione, o Dio, abbi pietà di noi e salvaci. Amen.

Exapostilàrion.
Oh prodigio! * Tu a lungo dimori * davanti alle porte dei tuoi genitori, * saldo come acciaio, * senza lasciarti piegare dalla forza della natura, * dagli amari gemiti dei genitori, * o Alessio, * e della consorte.

venerdì 15 luglio 2011

16 LUGLIO
B.V. MARIA DECOR CARMELI


MADONNA DEL CARMINE
PRIMI VESPRI
INNO
O del Carmelo - fiore gentile,
mi prostro umile - dinanzi a Te.
Il tuo profumo - d'ogni virtù,
Maria, a Gesù – m’attrae ognor.

Rit. O del Carmelo - bella Signora,
da Gesù implora - per noi mercè.

O del Carmelo - vite feconda,
l’alma è gioconda - pel tuo vigor.
A noi promesso - il frutto desti,
tu producesti - il Salvator. Rit.

O del Carmelo - brillante stella,
Madre ed Ancella - del tuo Fattor!
Quel tuo splendore - lume è di vita,
che il ben n’addita, - che mena al Ciel. Rit.

UFFICIO DELLE LETTURE
INNO

Virgo, quae caeli rútilas in aula,
Virgo, Carméli decus atque nostrum,
Mater, exíles sed amore plenas
suscipe laudes.

Dona largíris, quibus aequa nemo
cónferat, longo numerósa tractu
prole Carméli génita feráci
montis in alvo.

Haud neges nostris précibus favórem,
Virgo, sit lumen radiántis astri,
quo viam tuto dóceas in altum
téndere caelum.

Monte sed nostro pia ne recédas;
rore, quo flores colis usque caeli
írriga, ut crescat tuus hortus, ara
quo tua vernat.

Ergo matérna quibus ipsa dextra
cónsulis, natos récreans benígne,
lucis aetérnae fácias potíri
múnere tecum.

Laus sit excélsae Tríadi perénnis,
quae tibi, Virgo, tríbuit corónam,
atque Carméli statuítque nostram
próvida Matrem. Amen.

Oppure:
Vergine santa, splendore del cielo,
con cuor di figli umili e devoti,
noi ti lodiam, decoro del Carmelo,
Madre Maria.

Tu stessa dono singolare,
fonte sei di favori senza pari al mondo;
per tanta prole è il mistico tuo monte
seno fecondo.

Ed anche a noi, oranti, il tuo favore,
Vergine, accorda; dacci la tua luce
che illumini le vie del Signore,
nostra salvezza.

Benigna il nostro monte non lasciare;
effondi le tue grazie e rifiorisca.
Materna accorri, tu ci puoi guidare
al paradiso.

Gloria all'eccelsa Trinità beata,
che sua ti volle Figlia Sposa Madre,
decoro del Carmelo, incoronata
dolce Regina. Amen.

Lodi mattutine
INNO

Rit. O Madonna, dal candido altare
che il Carmelo ti eresse per trono,
porgi al mondo il segno salutare
di salvezza, di speme e d'amor.

Quando il limpido cielo scolora
ed il dubbio crudele ci assale,
brilla, o Madre, qual fulgida aurora
ad infranger l'incanto del male. Rit.

Nella prece ai tuoi piedi raccolti
al riparo d'insidie e d'errori,
ti diciamo con l'ansie dei volti
la cocente passione dei cuor. Rit.

E nel dolce candor d'un sorriso,
che dischiuda le labbra tue care
per noi aperto sarà il Paradiso
e cadranno le pene più amare. Rit.

Oppure:
Carméli ad altos vértices
gressus ferámus; ádvocat
nos Virgo Mater, grátiae
ditémur inde ut flóribus.

Illic Dei mirábilem
fas est tuéri glóriam;
firmántur illic péctora
robúrque dextris ádditur.

Hinc et fluénta próruunt,
erémus arens quae bibat;
quibus viréscant ínvia
deserta et almo grámine.

Almae Paréntis in fide
Carmélus est. Quid ámbigas?
Quocúmque Virgo réspicit,
divína abúndant múnera.

Parens honórans fíliam,
Matrémque adórnans Fílius,
sponsàmque comens Spíritus
laudétur usque Trínitas. Amen.

Oppure:
Carméli adórnans vérticem
tui sigíllo nóminis,
nos, Virgo, laeto réspice
vultu piae cleméntiae.

Tu veste qua nos cándidos
fecit lavácrum gratiae,
fac induamur iúgiter
puris niténtes moribus.

Per te sacráto fóedere
nos nectat ad se Fílius,
vivámus ut mystério
dilectiónis íntimae.

Mater regéntis sáecula,
regína cunctis ímperans,
munimen esto filiis
dolis ab hostis ímprobi.

Da, celsa Sponsa Spiritus,
nos caritatis aestibus
fervéere, quo secúrius
vitémus ignes víndices.

Quae fons es indulgéntiae,
portus salutis próvidus,
largíre quae nos róborent
saecli per artas sémitas.

Sit laus Patri cum Filio
et Spíritu Paràclito,
qui glóriae prae céteris
te luce complent cáelica. Amen.

Oppure:

il passo dirigiamo:
la Madre su ci chiama
per arricchirci l'alma.

Vi si potrà mirare
di Dio la gloria vera:
il petto si rafforza,
prende vigore il braccio.

Scende dall'alto il fiume
che l'arido deserto
disseta in abbondanza
e dà copiosa messe.

Nutre il Carmel fiducia
nell'alma Madre ognora:
il dono si moltiplica
dov'Essa il guardo posa.

Sua Figlia il Padre onora
la Madre il Figlio adorna,
ricca la fa lo Spirito:
la Trinità si lodi. Amen.

INNO DI VESPRO
Mentre la terra è tutta screpolata
e tra le zolle l'erba è già avvizzita,
all'alto del Carmelo sale Elia
per ascoltare la divina voce.

Tese le mani a supplice preghiera,
il sommo Dio scongiura con il pianto
perché dei figli ascolti la richiesta:
come ristoro scenda al fin la pioggia.

Ecco, una nube come piede umano
dal mare s'alza quasi d'improvviso:
s'oscura il cielo e tutto in un istante
l'asciutta terra viene ristorata.

Siamo noi quella messe disseccata,
Maria la nube carica di pioggia,
la rugiada di vita è il Salvatore
che s'è incarnato nel virgineo grembo.

O Trinità, donaci il tuo perdono,
facci salire al cielo per Maria,
perché con lei possiamo a te cantare
un canto eterno di perenne gloria. Amen.
Al sommo del Carmelo

giovedì 14 luglio 2011

PREGHIERE DEL MATTINO E DELLA SERA ALLA SS VERGINE


Buon giorno, Madre mia, dammi la tua santa benedizione; benedici me e tutta la mia casa.
Degnati di offrire a Dio quanto oggi ho da fare e patire in unione dei meriti tuoi e del tuo
Santissimo Figlio. Ti offro e dstesso e tutte le cose mie al tuo edico tutto me servizio
ponendomi tutto sotto il tuo manto. Impetrami, Signora mia, purità di mente e di corpo
e fa' che in questo giorno non faccia cosa che dispiaccia a Dio.
Te lo chiedo per la tua Immacolata Concezione e la tua illibata Verginità.
S. Gaspare Bertoni

Ascolta, Signore, la nostra preghiera per intercessione della beata Vergine Maria, e donaci la tua vera pace, perché in tutti i giorni della nostra vita possiamo dedicarci con gioia al tuo servizio e giungere alla beatitudine del tuo regno. Per Cristo nostro Signore.

"O Vergine, si fa tardi, tutto si addormenta sulla terra, è l'ora del riposo: non abbandonarmi!
Metti la tua mano sui miei occhi come una buona madre.
Chiudili dolcemente alle cose di quaggiù.
L'anima mia è stanca di affanni e di tristezze, la fatica che mi attende è qui a me vicina.
Metti la tua mano sulla mia fronte, arresta il mio pensiero.
Dolce sarà il mio riposo, se benedetto da te.
Perché domani il tuo povero figlio si desti più forte e riprenda allegramente iI peso del nuovo giorno.
Metti la tua mano sul mio cuore.
Lui solo vegli sempre e ridica al suo Dio un amore eterno."
P. Claude Wittock

mercoledì 13 luglio 2011

14 LUGLIO
SAN CAMILLO DE LELLIS


san Camillo de Lellis
Se rimanete fedeli alla mia parola,
sarete davvero miei discepoli.

PRIMA LETTURA
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12, 31; 13, 1-13
Inno alla carità
Fratelli, aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità.
Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imper-fetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

RESPONSORIO Cfr. Ef 2, 10; 3, 17
Siamo opera sua, creati in Cristo per le opere buone
* che Dio ha predisposto perché le praticassimo.
Radicati e fondati nella carità, per le opere buone,
che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo.

SECONDA LETTURA
Dalla vita del P. Camillo de Lellis, di Sanzio Cicatelli
(Ediz. Sannazzaro, pp. 228. 230)
Servire il Signore nei fratelli
Cominciando adunque dalla santa Charità come dono a lui più segnalato e familiare dico che lui fu così infiammato di questa santa virtù (particolarmente verso gli Infermi de gli Hospitali) che la vista loro solamente bastava ad intenerirlo, liquefarlo, e farlo scordare affatto d'ogni altro gusto, e sentimento terreno. Poi che quando esso alcuno di loro governava o visitava, pareva che di molta pietà e compassione si distruggesse, et haverebbe volentieri sparso il proprio san-gue per raddorcirgli il dolore, et alleviarlo dalle infermità. Considerava egli tanto vivamente la persona di Christo in loro, che spesso quando gli imboccava (immaginandosi che quegli fussero i suoi Christi) dimandava loro sotto lingua gratie et il perdono de' suoi peccati, stando così riverente nella lor presenza come stasse proprio nella presenza di Christo cibandogli molte volte scoperto, et ingenocchiato. Una volta dicendogli un infermo in Roma nell'Hospitale di Santo Spirito: Padre vi priego a rifar il mio letto ch'è molto duro; esso stette per adirarsi con quello come gli havesse fatta una grande ingiuria ad haver usato quel termine di pregarlo. Dicendogli: Dio vi perdoni fratello voi pregate me? Non sapete ancora che mi potete commandare come a vostro servo e schiavo? E questo detto subito con gran fervore gli rifece il letto. Un'altra volta nel medesimo Hospidale havendo Camillo cibato, et fatto il letto ad un povero tutto impiagato, il quale (benché gli fusse stato fatto da lui ogni sorte di charità) nondimeno pur si doleva e lamentava di non essere contento. Allora Camillo struggendosi di compassione abbracciandolo, et accarezzandolo caramente gli diceva: Fratel mio non piangere, e non ti dolere eccomi qui pronto per servirti vedi che cosa posso fare per te, perché se bisognasse anco liquefarmi per amor tuo lo farò volentieri, e sappi che ho giurato d'esserti schiavo. E con queste parole amorevoli lo consolò et acchetò. Oltre di ciò la santa Charità l'haveva fatto diventar anco perfet-tissimo cuoco andando spesso nelle cucine de gli Hospidali a fargli di propria mano qualche delicato sapore o minestra per alcun di loro, che fusse stato grave o svogliato, o fastidioso dal male. Ma che dico cuoco? Era diventato anco Baglio per amor loro accarezzando spesso, e governando molti semplici figliolini infermi cibandogli con la pappina, e facendogli altri vezzi da pietosa madre, e se havesse havuto del latte senza dubbio se l'ha veri a cavato dal cuore per darlo a loro.

RESPONSORIO Cfr. 1 Ts 5, 14. 15. 18; Rm 15, 7
Accogliete i malati, cercate sempre il bene tra voi e con tutti:
* questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù.
Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria del Padre:
questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù.

LODI
LETTURA BREVE Col 3, 12-15
Rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti !

RESPONSORIO BREVE Gc 1, 2-3; 4, 7
Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove,
* sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza.
Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo,
sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove,
sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza.

Ant. al Ben. Camillo è passato dalla morte alla vita perché ha amato i fratelli,
non a parole, né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.

INVOCAZIONI
Innalziamo la nostra lode e il nostro ringraziamento a Cristo Signore, che ha dato se stesso in riscatto per tutti, dicendo: Noi ti lodiamo e ti benediciamo, Signore.

Cristo, che ti sei degnato di manifestare la tua misericordia e il tuo amore nei tuoi santi,
- fa' che, avendo sperimentato la tua misericordia,
nutriamo gli uni verso gli altri vicendevole amore.

Cristo, che ci hai chiamato alla tua sequela,
- fa' che, cresciamo nella carità in opere e verità.

Cristo, che hai detto:
Quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me,
- accresci la nostra fede affinchè ti sappiamo riconoscere nei poveri e nei sofferenti.

Cristo, che sei venuto non per essere servito ma per servire,
- sostieni la nostra volontà nel generoso servizio dei fratelli.

Cristo, che ci chiami ad assistere i malati e i moribondi,
- fa' che siamo trovati fedeli dispensatori della tua parola e del tuo amore.

Padre nostro.

ORAZIONE
O Dio che hai mandato nel mondo il tuo Figlio unigenito, non per essere servito ma per servire e dare la sua vita per i fratelli, concedi che sorretti dall'esempio e dalla intercessione di san Camillo siamo sempre fedeli al servizio agli infermi. Per il nostro Signore.

VESPRI
LETTURA BREVE 1 Pt 3, 8-11
Siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, mise-ricordiosi, umili; non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione. Infatti: Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra da parole d'inganno; eviti il male e faccia il bene, cerchi la pace e la segua.

RESPONSORIO BREVE Os 14, 10b; Sap 5, 4b
Rette sono le vie del Signore * i giusti camminano in esse.
Rette sono le vie del Signore i giusti camminano in esse.
La loro speranza è piena di immortalità.
I giusti camminano in esse.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Rette sono le vie del Signore i giusti camminano in esse.

Ant. al Magn. Servo buono e fedele, entra nella gloria del tuo Signore.

INTERCESSIONI
Preghiamo Dio Padre perché ci faccia partecipi del gaudio eterno, dicendo:
Concedi a noi, o Padre, i frutti della risurrezione di Cristo.

Ti preghiamo per tutti i cristiani, affinchè perseverino nella fede
- e siano fortificati dal tuo Spirito di amore.

Sostieni il Papa e i Vescovi perché siano fedeli e coraggiosi ministri del Vangelo,
zelanti nel procurare il bene degli sofferenti
- e, come collaboratori del mistero della salvezza,
indichino che l'uomo è figlio di Dio, creato per il cielo.

Conferma nei malati la tua grazia e il tuo amore
- e fa' che trovino carità e giustizia in coloro che li assistono.

Concedi a tutti gli uomini di godere nella pace i frutti del loro lavoro
- e di ricevere da te il premio delle loro buone opere.

Apri le braccia della tua misericordia ai moribondi e ai defunti
- trasfigura il loro corpo a immagine del corpo glorioso di Cristo.

Padre nostro.

ORAZIONE
O Dio che hai mandato nel mondo il tuo Figlio unigenito, non per essere servito ma per servire e dare la sua vita per i fratelli, concedi che sorretti dall'esempio e dalla intercessione di san Camillo siamo sempre fedeli al servizio agli infermi. Per il nostro Signore.

Deus, qui sanctum Camíllum presbyterum caritátis in infírmos singulári grátia decorásti, eius méritis, spíritum nobis tuae dilectiónis infúnde, ut, tibi in frátribus serviéntes, ad te, hora éxitus nostri, secúri transíre possímus. Per Dóminum.

ORÁTIO (1962)
Deus, qui sanctum Camíllum, ad animárum in extrémo agóne luctántium subsídium, singulári caritátis prærogatíva decorásti: ejus, quǽsumus, méritis, spíritum nobis tuæ dilectiónis infúnde; ut in hora éxitus nostri hostem víncere, et ad coeléstem mereámur corónam perveníre. Per Dóminum.

martedì 12 luglio 2011

12 LUGLIO
SAN GIOVANNI GUALBERTO
abate


Giovanni Butteri (ca. 1540- ca. 1606)
San Giovanni Gualberto e l'uccisore di suo fratello davanti al crocifisso di San Miniato

SECONDA LETTURA
«Lettere sulla carità» di san Giovanni Gualberto, abate.
Molti sono i rami delle opere buone, ma una sola è la radice: la carità
Giovanni abate, a tutti i confratelli a lui uniti nella carità fraterna, salute e benedizione. Essendo io già da lungo tempo gravemente infermo, attendo di giorno in giorno che Dio accolga la mia anima e che la terra del mio colpo ritorni alla polvere della terra da cui fu tratta. Non c'è da meravigliarsene, perché l'età stessa, anche senza il peso di una così grave malattia, mi ricorda ogni giorno di vivere in questa attesa. Veramente pensavo di passare da questa vita in silenzio, quasi di nascosto; ma riflettendo al nome e alla carica che, benché indegno, ho dovuto occupare in questa vita transitoria, ho giudicato utile dirvi qualcosa sul vincolo della carità, non già come cosa nostra e nuova, ma ripetendo brevemente e come di corsa quel che già ascoltate ogni giorno intorno a questo argomento. La carità è, senza dubbio, quella virtù che ha spinto il Creatore di tutte le cose a farsi creatura. È la virtù che egli ha raccomandato agli apostoli come sintesi di tutti i suoi comandamenti, dicendo: «Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,12). Di essa parla l'apostolo Giacomo dicendo: «Chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto» (Gc 2, IO). Di questa virtù l'apostolo Pietro afferma: «La carità copre una moltitudine di peccati» ( 1 Pt 4, 8). Da tutto questo possiamo concludere che, se possediamo la carità, possiamo coprire tutti i peccati; mentre per quelli che credono di avere tutte le altre virtù, nulla vale senza di questa. Chi è superbo e disubbidiente, sentendo questa mia affermazione, pensa di possedere la carità per il fatto che rimane corporalmente insieme con i fratelli. Ma ecco che il beato Gregorio lo disinganna da questa falsa opinione e indica giustamente il fine della carità dicendo: Ama perfettamente Dio chi non lascia per sé nulla di sé. Ma non so come parlare in particolare sulla carità, conoscendo che tutti i precetti emanano da questa radice. Se molti sono i rami delle opere buone, una sola è la radice: la carità. Nel suo ardore i cattivi non possono perseverare a lungo, come ci dice il nostro Signore e Salvatore: «L'amore di molti si raffredderà» (Mt 24,12). Sopra costoro che si sono raffreddati nell'amore e si sono separati dall'unità, l'apostolo Giovanni piange e sospira, dicendo: «Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi» (1 Gv 2,19). Se le cose stanno così, anzi proprio perché stanno realmente così, ogni fedele deve sempre considerare come potersi unire a un bene così grande e cercare con impegno di trarre con sé verso di esso anche i suoi compagni nella via del Signore. Come i reprobi, abbandonando la carità, si separano dal corpo di Cristo, così gli eletti, abbracciandola con sincerità si uniscono stabilmente allo stesso corpo di Cristo. Per custodire poi inviolabilmente questa virtù, è immensamente utile la comunione dei fratelli raccolti insieme sotto il governo di una sola persona. Come infatti il fiume si prosciuga nel suo letto se si divide in tanti rigagnoli, così l'unione fraterna è meno utile ai singoli, se si disperde qua e là. Perciò, affinchè questa carità resti a lungo inviolabile tra voi, voglio che dopo la mia morte la vostra cura e direzione siano affidate al padre Rodolfo, almeno nella stessa misura in cui dipendevano da me durante la mia vita. Addio.

RESPONSORIO (Cfr. 1 Tm I, 5; Fil 1, 9; Ef 4, 15)
Il fine del precetto è la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera; * affinchè la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento.
Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo.
Affinchè la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento.

ORAZIONE Dio, autore e amante della pace, il conoscere te è vivere e il servire te è regnare: noi ti preghiamo che tu ci stabilisca nel tuo amore, perché sull'esempio del santo abate Giovanni, rendendo bene per male e benedizioni per maledizioni, otteniamo da te perdono e pace. Per il nostro Signore.


Tonacella di san Giovanni Gualberto

domenica 10 luglio 2011

11 LUGLIO
SAN BENEDETTO, ABATE
Patrono d'Europa
(480? - 547) Festa


SEQUENZA

Laeta dies magni ducis,
dona ferens novae lucis,
hódie recólitur.

Charis datur piae menti:
corde sonet in ardènti
quidquid foris prómitur.

Hinc per callem Oriéntis
admirémur ascendéntis
Patriàrchae spéciem.

Amplum semen magnae prolis
illum fecit instar solis
Abrahae persìmilem,

Corvum cernis ministràntem,
hinc Elìam latitàntem
specu nosce pàrvulo.

Elisaéus dignoscàtur,
cum secùris revocàtur
de torréntis àlveo.

Illum Ioseph candor morum,
illum Iacob futurórum
mens effécit cònscia.

Ipse, memor suae gentis,
nos perdùcat in manéntis
semper Christi gàudia. Amen.

Giorno lieto, nuova luce, del gran Padre Benedetto oggi è il giorno sacro.
Nuova grazia ai cuori aperti: vibri ardente nel profondo quel che il labbro esprime.
Ammirati contempliamo il fulgor del Patriarca mentre ascende al cielo.
Seme pregno di progenie, splende ai figli come sole, simile ad Abramo.
Nel buon corvo che lo serve intravedi Elia nascosto nell'angusto speco.
Riconosci anche Eliseo nella scure che riemerge dal torrente infido.
Il candore di Giuseppe, di Giacobbe il vaticinio in lui rivivono.
Sempre memor dei suoi figli, ei ci guidi al regno eterno dove Cristo è gaudio. Amen.

sabato 9 luglio 2011

10 LUGLIO
SANTI MONACI DEL MERCURION



Seconda Lettura.
Dagli opuscoli di s. Pier Damiani
P.L. 145, coll. 338-339
Colui che entra nella cella, portato da un animo generoso nell’ arena in cui si combatte la battaglia spirituale, deve concentrarsi totalmente al punto da non sentire neanche più per un momento il diletto della carne, ma deve vivere come morto a se stesso e al mondo. Si disponga a sopportare sfortune e miserie, si voti per Cristo alla morte, cinga la sua mente coi dardi delle varie virtù, si proponga quanto vi è di più aspro e più duro; così che, quando dovrà succedere, non si abbatta smarrito e snervato, ma sappia sostenere tutto con animo sereno. Come un fiume all’ origine sgorga ancora piccoletto, ma poi, prolungato il suo corso, ingrossa con l’ apporto dei rivi, che da una parte all’ altra confluiscono, Così il nostro uomo interiore nel cammino della santa conversione è ancora esile e arido, ma un po’ alla volta si irrobustisce con l’ apporto delle virtù, che confluiscono da ogni parte come i rivi. Se uno volesse insidiare la spedizione di un guerriero che va alla corte del re, dovrebbe appostarsi non lontano dalla casa donde egli esce, sorprendendolo mentre ancora non ha la copertura dei molti altri che si raduneranno con lui. Anche noi veramente cominciamo il nostro cammino di mobilitazione verso il nostro Re, mentre siamo ancora inesperti e come nuove leve emettiamo il giuramento della milizia spirituale. E siccome ancora non siamo protetti dalla sciera delle buone ispirazioni, né rinforzati della virtù della perfezione, l’antico nostro nemico pepara insidie sui nostri primi passi, concentra qui gli inganni delle sue perfidie, le arti e i lacci della sua malizia e tutti gli argomenti della sua astuzia, cercando di ostruire il rivo ancora tenue delle buone opere e di sopprimere il viandante prima che sia difeso dalla schera di quelli che vanni con lui. Ma in mezzo a questa grandine di dardi e nella tempesta di questi assalti, il soldato di Cristo non si lascia impaurire, non si lascia piegare dalla fatica. Difeso dallo scudo di una fede invitta, mentre sopporta le lotte più aspre dei nemici che lo molestano, con tanta maggior certezza ponga la sua certezza sull’ assistenza di Dio, che gli è vicino.

RESPONSORIO 1 Cor. 1, 29-31 ; 2,12
Il tempo e breve, ormai quelli che godono vivano come se non godessero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno * passa la scena di questo mondo.
Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo
passa la scena di questo mondo.

ORAZIONE O Dio che nell’ intimo colloquio della solitudine monastica hai guidato i santi monaci del Mercurion sulla via dell’ innocenza, per la loro fraterna intercessione, fà che viviamo con purezza di cuore in modo da meritare la visione gloriosa del tuo volto. Per il nostro…

venerdì 8 luglio 2011

9 LUGLIO
S. PAOLINA VISINTAINER, vergine


SECONDA LETTURA
Dal discorso di Giovanni Paolo II a Florianopolis il 18 ottobre 1991
Rivista Diocesana Tridentina ottobre 1991, pagg. 1146-1149
Vi esorto ad avere tra voi la santa Carità
La gloria con la quale la Chiesa circonda i suoi santi e beati è un annuncio particolare della venuta di Cristo, che "è la nostra vita in Dio". Diventando uomo, egli, il Figlio unigenito del Padre, ci ha resi partecipi della vita divina, che è in Lui. Con il potere dello Spirito Santo, dato da Cristo alla Chiesa nel giorno della sua Risurrezione, questa vita divina dà i suoi frutti nella santità dei figli e delle figlie della Chiesa.
Oggi, con la cerimonia della beatificazione professiamo la nostra fede nella Comunione dei Santi. E al tempo stesso si consolida la nostra speranza di santità, di partecipazione nella vita di Dio. Ora i santi ci indicano il cammino di questa speranza. Così essi svolgono un compito speciale nell'ambito della missione di evangelizzazione della Chiesa sulla terra, e proclamano la vocazione cristiana alla santità. Ci esortano: Rivestitevi della carità, che è il vincolo della perfezione" (cfr. Col. 3, 14).
In che modo Madre Paolina, che oggi proclamiamo beata, si è rivestita di questa carità? Ciò che più si distingue nella vita dei santi è la loro capacità di risvegliare il desiderio di Dio, in coloro che hanno la felicità di avvicinarsi a loro. La generosa corrispondenza alle grazie divine viene, quindi, premiata con una costante inclinazione a Dio, desiderato, conosciuto, lodato e amato. E' precisamente in questa luce che la Serva di Dio si presenta a noi mentre ci prepariamo a riconoscerla solennemente tra i beati del Regno dei cieli, "..pensate alle cose di lassù" (Col. 3,2).
E' stato proprio questo il dono vissuto in sommo grado da Madre Paolina. Seppe convertire tutte le sue parole e azioni in un continuo atto di lode a Dio. In gioventù chiese a Dio la grazia di accedere alla vita religiosa con l'unico fine di amarLo e servirLo nel migliore modo possibile. L'accettare la volontà di Dio la indusse a una costante rinuncia di se stessa, affrontando qualsiasi sacrificio per compiere i disegni divini, specialmente nel periodo, particolarmente eroico, della sua destituzione come Superiora Generale della Congregazione da lei fondata.
Frutto di questo grande amore di Dio fu la carità vissuta dalla Serva di Dio, fin da bambina, e fino all' ultimo istante della sua vita terrena, nei confronti di tutti quelli che vissero con lei. Nel suo testamento spirituale scrisse: vi esorto ad avere tra voi la santa Carità, specialmente verso i malati delle Sante Case, gli anziani degli ospizi, ecc. Tenete in grande considerazione la pratica della santa Carità".

RESPONSORIO cfr. Col. 3,12-14
Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di mansuetudine, di pazienza, * sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente.
Al di sopra di tutto, vi sia la carità, che è vincolo di perfezione.
Sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente.

ORAZIONE O Dio che innalzi gli umili, tu hai condotto la beata Paolina Visintainer, vergine, sul cammino della santità attraverso prove, umile lavoro e costante preghiera: concedi anche a noi, col suo aiuto ed esempio, di sopportare con fortezza le sofferenze di ogni giorno e di trovare la felicità nel tuo servizio a favore dei fratelli. Per il nostro Signore.


martedì 5 luglio 2011

5 LUGLIO
SANTA MARIA GORETTI
vergine e martire

Nacque a Corinaldo (Ancona) il 16 ottobre 1890, da una famiglia di agricoltori, che per lavoro si trasferì a Ferriere di Conca, presso Nettuno. Soprattutto dopo la morte del padre per malaria fu il sostegno della madre. Era di ottimo carattere e assidua nella preghiera. Nel 1902, per difendere la sua castità da un aggressore, preferì andare incontro alla morte e cadde trafitta da numerosi colpi. Prima di morire perdonò al suo uccisore. Fu canonizzata da Pio XII nel 1950. Il suo corpo si venera nel santuario di Nettuno, retto dai Passionisti.


 
INVITATORIO
Ant. Venite, adoriamo Cristo, gioia e corona delle Vergini.

SECONDA LETTURA
Dal « Discorso per la canonizzazione di santa Maria Goretti » di Pio XII, papa
(AAS 42 [1950] 581-582)
Non temerò alcun male perché tu sei con me
Come tutti sanno, questa vergine inerme dovette sostenere un'asprissima lotta: improvvisamente contro di lei si scatenò una torbida e cieca bufera, che cercò di macchiare e violare il suo angelico candore. Impegnata in tanta battaglia avrebbe potuto ripetere al Redentore divino le parole dell'aureo libro dell'Imitazione di Cristo: « Se sarò tentata e tormentata da molte tribolazioni non temerò finché sarà con me la tua grazia. Essa è la mia forza; essa mi dona consiglio e aiuto. È più forte di tutti i nemici ». Così sostenuta dalla grazia divina, a cui corrispondeva generosamente, donò la sua vita, ma non perse la gloria della verginità.
In questa vita di umile fanciulla, che brevemente abbiamo tratteggiato, possiamo ammirare, non solo uno spettacolo degno del cielo, ma ancora degno di essere considerato e ammirato in questo nostro secolo. Imparino i padri e le madri come bisogna educare rettamente, santamente e fortemente i figli affidati loro da Dio e come bisogna conformarli ai precetti della religione cattolica, in modo che, quando la loro virtù si troverà in pericolo, possano, con l'aiuto della grazia, uscirne vittoriosi, integri, incontaminati.
Impari la spensierata fanciullezza, la balda giovinezza a non tendere miseramente ai fugaci piaceri del senso, non agli affascinanti allettamenti dei vizi, ma piuttosto impari ad aspirare, anche tra le difficoltà, a quella cristiana perfezione che tutti possiamo raggiungere con la volontà decisa, sostenuta dalla grazia soprannaturale, con lo sforzo, la preghiera.
Non tutti certamente siamo chiamati a subire il martirio, ma tutti siamo chiamati a raggiungere la virtù cristiana. La virtù richiede forza, ché, se non arriva al grado eroico di questa fanciulla, non di meno richiede un'attenzione diuturna, diligente, da non tralasciarsi mai fino alla fine della vita. Perciò può chiamarsi quasi un lento e continuato martirio, a consumare il quale ci ammonisce la divina parola di Gesù Cristo: « Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono » (Mt 11, 12).
A questo, dunque, tendiamo tutti, sostenuti dalla celeste grazia: a questo ci inviti la santa vergine e martire Maria Goretti. Dal cielo, dove gode una beatitudine eterna, ottenga dal divin Redentore con le sue preghiere che tutti noi, secondo la nostra condizione, seguiamo il suo luminoso esempio, con volontà forte e la condotta coerente.

RESPONSORIO
Contempliamo la tua bellezza, vergine di Cristo:
* hai ricevuto dal Signore una splendida corona.
Non ti sarà tolto l'onore della verginità, non sarai separata dall'amore del Figlio di Dio:
hai ricevuto dal Signore una splendida corona.

ORAZIONE O Dio, sostegno degli innocenti e gioia dei puri di cuore, che a santa Maria Goretti hai dato nel fiore della giovinezza la grazia e la corona del martirio, fa' che perseveriamo con la stessa fede nella via dei tuoi precetti, per godere la tua visione nel cielo. Per il nostro Signore.