sabato 27 dicembre 2014

actuosa partecipatio

La partecipazione alla Sacra Liturgia



di don Marino Neri
È possibile affermare che, senza alcun dubbio, la ragion d’essere dei segni propri della Liturgia derivano dalla natura umana, considerata nella sua realtà ad un tempo corporea e spirituale; essa deriva anche dal mistero dell’Incarnazione, grazie al quale l’accesso al Dio invisibile diventa possibile attraverso l’umanità reale di Gesú Cristo. Infatti, come l’umanità di Cristo è lo strumento dell’azione salvifica del Verbo, i segni liturgici contengono e trasmettono la potenza salvifica di Dio; per mezzo di essi la grazia di Dio è comunicata o intensificata in tutti coloro che hanno già ricevuto la giustificazione, l’adozione divina e l’incorporazione nella Chiesa. È certo che la comprensione dei segni liturgici è inclusa nella partecipazione cosciente e fruttuosa alla Liturgia; tuttavia, anche se questi segni esercitano comunque, con la loro semplice presenza, un ruolo pedagogico nei confronti di coloro che li percepiscono con una coscienza limitata dal punto di vista del loro contenuto, essi esigono la presenza di una mistagogia permanente e di una formazione, basate sulla catechesi liturgica, tali da permettere sia ai fedeli sia ai ministri di progredire nella conoscenza del mistero che viene celebrato. Questa precisazione è particolarmente importante quando si è alla presenza di un rito che non è celebrato abitualmente, come per esempio del rito delle ordinazioni o della dedicazione di una nuova chiesa. Niente è piú nocivo alla partecipazione spirituale dei fedeli ad una celebrazione liturgica, dell’atteggiamento troppo frettoloso o distratto del celebrante, o del compimento meccanico dei suoi gesti liturgici.
Vi sono tre termini, derivati da una preghiera tradizionale, che riassumono bene l’atteggiamento che dovrebbe essere proprio di ogni celebrante: “degno”, “attento”, “devoto”, tant’è vero che lo stesso celebrante è un segno. In quanto persona consacrata e strumento dell’azione di Cristo glorioso, che è l’autore principale delle azioni sacramentali, il ministro ordinato, al pari del fedele laico deputato in base alle norme del diritto, deve lasciare trasparire il mistero che viene celebrato, in modo tale che la comunità possa essere in grado di percepire che il ministro non è un attore di teatro, né un funzionario, ma un credente attento alla presenza ineffabile di Colui che non può essere visto con gli occhi della carne, ma che è piú reale di tutto ciò che appartiene all’universo dell’esperienza sensibile.

“Degna” Una celebrazione liturgica “degna” dev’essere innanzi tutto impregnata della bellezza del luogo in cui si svolge, e degli oggetti del culto che vi sono impiegati, anche se si tratti di una bellezza semplice ed essenziale. Essa comporta anche l’accuratezza dei paramenti liturgici e la qualità dei vasi sacri. Di contro, se una tale celebrazione riveste un aspetto teatrale, essa non può essere considerata come veramente “degna”; infatti, lungi dall’essere uno spettacolo, una celebrazione liturgica ha una dimensione innanzi tutto religiosa e spirituale. Infine, questa nozione della dignità include la necessità che le celebrazioni siano accompagnate con dei movimenti appropriati alla Liturgia, dei movimenti cioè che siano compiuti senza fretta, con una certa posatezza ed eleganza, ma senza affettazione.
“Attenta” Una celebrazione liturgica dev’essere poi “attenta”, il che esige uno sforzo particolare da parte del celebrante, affinché, nella misura del possibile, eviti le distrazioni, soprattutto quelle volontarie. Quest’aggettivo “attenta” permette di insistere sulla volontà del celebrante di concentrare il suo spirito, il che esige una disciplina dei sensi atta ad evitare di lasciarsi distrarre dai tanti oggetti che cadono sotto il suo sguardo e distolgono la sua attenzione. La musica, evidentemente, non costituisce in sé un ostacolo per questa attenzione, poiché essa fa parte integrante della partecipazione del coro e dei fedeli; l’attenzione esige anche il silenzio, e cioè innanzi tutto il “silenzio interiore”, o, se si vuole, un cuore placato e calmo, il che a sua volta implica evidentemente il silenzio esteriore, del clero, dei chierichetti e dei fedeli.


“Devota” Infine, la celebrazione dev’essere “devota”, il che significa che è necessaria un’attitudine intrisa di rispetto, di amore di Dio, di senso religioso e di attenzione nei confronti di ciò che è “l’unica cosa necessaria” (Lc 10, 42). In francese l’aggettivo “devoto” può essere reso col termine “pio”. È possibile definire questo termine nel modo seguente: “una persona devota è quella che è cosciente che la sua vita non ha alcun senso se non è collegata intimamente a Dio”; in altri termini, si tratta dell’attitudine di colui che vuol vivere in maniera totalmente coerente con la sua consacrazione battesimale, seguendo il programma che San Paolo riassume in poche parole: “Se viviamo, viviamo per il Signore; se moriamo, moriamo per il Signore. Vivi o morti, noi apparteniamo al Signore” (Rom 14, 8). Questo significa che una persona devota è “totalmente votata al Signore”. Colui che partecipa ad una azione liturgica non dovrebbe giungere alla celebrazione senza una adeguata pausa, passando cioè immediatamente dalle preoccupazioni profane, anche se buone e rispettabili, alla preghiera comunitaria. È necessario rispettare un certo lasso di tempo, anche breve, caratterizzato dal silenzio, dal raccoglimento e dalla preghiera. Un esempio eclatante, a riguardo, è quello dei monaci che prima di entrare nella chiesa del monastero per celebrarvi l’Ufficio Divino anche chiamato Liturgia delle Ore restano in piedi e in silenzio nel chiostro, allo scopo di raccogliere il loro spirito prima di iniziare la salmodia. La stessa finalità hanno in vista le preghiere che il celebrante recita nel rivestire i paramenti liturgici, appena prima della celebrazione.
In conclusione, si può affermare che le riflessioni appena esposte derivano dalla prima tra le disposizioni richieste per una partecipazione autentica alla celebrazione liturgica: la fede, che sola svela i diversi significati, molto ricchi, dei segni liturgici; la fede, che sola permette al ministro ordinato di calarsi nel ruolo sacro di strumento di Cristo e di servitore del suo Corpo, la Santa Chiesa; la fede, che sola, consente alle persone di non trascurare i segni liturgici come superflui, ma di lasciarsi umilmente ammaestrare da essi.
fonte: santantoniolinarolo.blogspot.it

un corpo per l' offerta sacrificale

"Il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale". 





"Per questo viene sulla terra il Verbo". Una meditazione di Sant'Atanasio sull'Incarnazione - Prima parte



“Per questo dunque viene sulla nostra terra il Verbo di Dio incorporeo, incorruttibile e immateriale, sebbene prima non ne fosse in alcun modo lontano”. Il Verbo eternamente generato dal Padre è uscito per una prima volta per creare e governare il mondo, poi, inviato dal Padre, parlò ad Abramo e all’Antico Israele, finalmente è condisceso e ha preso la natura umana, incarnandosi, per abolire la legge della corruzione nel suo estremo compimento e per trionfare su di essa. Nel tempo di Natale proponiamo, in tre parti successive, una meditazione del grande Sant’Atanasio di Alessandria sull’Incarnazione e sui suoi frutti.

Per questo dunque viene sulla nostra terra il Verbo di Dio incorporeo, incorruttibile e immateriale, sebbene prima non ne fosse in alcun modo lontano. Infatti, nessuna parte del creato è rimasta priva di lui, perché egli, stando con il Padre suo, riempie tutti gli esseri (operando) in tutti; ma si rende presente abbassandosi fino a noi per soccorrerci con la sua benignità e la sua manifestazione!
Vedendo che la stirpe razionale andava in rovina e la morte regnava su di loro grazie alla corruzione; vedendo che la minaccia connessa con la trasgressione faceva dominare la corruzione contro di noi e che era assurdo che quella legge fosse abrogata prima di essere soddisfatta; vedendo che era assurdo, in quanto era accaduto, che scomparissero gli esseri di cui egli stesso era creatore; vedendo che la perversità degli uomini superava ogni limite e che a poco a poco l’avevano fatta crescere a loro danno fino a renderla insopportabile; vedendo che tutti gli uomini erano soggetti alla morte, ebbe pietà della nostra stirpe compatendo la nostra debolezza, si abbassò fino alla nostra corruzione e non permise che dominasse la morte; ma affinché non perisse ciò che era stato creato e non riuscisse inutile l’opera del Padre suo nei confronti degli uomini, si prese un corpo non diverso dal nostro. Non volle semplicemente essere in un corpo né volle soltanto apparire. Infatti, se avesse voluto semplicemente apparire, avrebbe potuto manifestare la sua divinità per mezzo di un essere più potente. Egli prese un corpo come il nostro; e non si limitò a prenderlo, ma lo prese da una vergine pura e senza macchia, che non conosceva uomo: un corpo puro e veramente non contaminato dal contatto con gli uomini. Egli che è potente e creatore dell’universo, si preparò il corpo della Vergine come un tempio e se lo appropriò come uno strumento per farsi conoscere ed abitare in esso. Così, preso da noi un corpo simile al nostro, poiché tutti siamo soggetti alla corruzione della morte, lo consegnò alla morte per tutti e lo consegnò al Padre compiendo un gesto di benignità affinché, come se tutti fossero morti in lui [Rom 6, 8], fosse abolita la legge della corruzione che colpiva gli uomini (il suo potere, infatti era stato applicato pienamente nel corpo del Signore, per cui non le rimaneva più alcuna possibilità contro gli uomini suoi simili) e riconducesse alla incorruttibilità gli uomini che si erano volti alla corruzione vivificandoli con la sua morte: per far scomparire la morte come paglia nel fuoco con l’appropriazione del loro corpo e la grazia della resurrezione.

(fonte: Sant’Atanasio, L’Incarnazione del Verbo, Roma 1987, pp. 51-53)

“Come quando un grande re è entrato in una grande città”. Una meditazione di Sant'Atanasio sull'Incarnazione - Seconda parte



“Come quando un grande re è entrato in una grande città”. Il Verbo, che è condisceso e ha preso la natura umana, è entrato nell’umanità come un grande re in una grande città, un re che fa cessare e rende definitivamente inefficace ogni assalto del nemico. È già l’immagine del Nuovo Israele. Qui la seconda parte (vedi la prima qui) della meditazione sull’Incarnazione di Sant’Atanasio d’Alessandria. Augurando a tutti una buona vigilia di Natale.

Il Verbo vedendo che la corruzione degli uomini non poteva essere eliminata se non con una morte generale e che d’altra parte non poteva morire il Verbo, che è immortale e Figlio del Padre, si prese un corpo che può morire affinché questo corpo, partecipando del Verbo che è al di sopra di tutti, fosse sufficiente a morire per tutti, pur rimanendo incorruttibile in virtù del Verbo che abita in lui, e si allontanasse così da tutti la corruzione per la grazia della resurrezione. Perciò, offrendo alla morte come vittima e sacrificio esente da ogni macchia il corpo che si era preso, subito allontanò la morte da tutti i suoi simili con l’offerta di un corpo come il loro. Infatti il Verbo di Dio, che è al di sopra di tutti, offrendo il suo tempio e lo strumento del suo corpo come riscatto per tutti, pagava adeguatamente il debito nella sua morte. Inoltre l’incorruttibile Figlio di Dio, essendo in tutti tramite il suo corpo simile a quello di tutti, rivestì adeguatamente tutti dell’incorruttibilità nella promessa della resurrezione. Questa corruzione che si esprime nella morte non ha più alcuna possibilità di colpire gli uomini a causa del Verbo che abita in loro per mezzo di un corpo. Come quando un grande re è entrato in una grande città ed ha preso dimora in una delle tante abitazioni che sono in essa, senza dubbio una tale città è ritenuta degna di grande onore e nessun nemico o pirata l’assalta per saccheggiarla, ma la si considera piuttosto degna di ogni riguardo a causa del re che è andato ad abitare in una sua casa, così è accaduto per il Re di tutti. Da quando è venuto nel nostro mondo ed ha preso dimora in un corpo simile al nostro, ogni insidia dei nemici contro gli uomini è cessata ed è scomparsa la corruzione della morte, che prima esercitava il suo potere su di loro. Infatti il genere umano sarebbe perito, se il Figlio di Dio Signore e Salvatore di tutti non fosse venuto a soccorrerci per mettere fine alla morte. 


(fonte: Sant’Atanasio, L’Incarnazione del Verbo, Roma 1987, pp. 53-54)

"Il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale". Una meditazione di Sant'Atanasio sull'Incarnazione - Terza parte




“Il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale”. Il pensiero dell’Incarnazione, la visione del Verbo incarnato nella culla di Betlemme, rimanda già al sacrificio della Croce che è lo scopo stesso dell’Incarnazione del Verbo. Anche per questo veneriamo il Bambino Dio durante la Santa Messa di Natale e il nostro amore è più grande nel presentimento dei dolori del Crocifisso. Così cantano i monaci benedettini ai Vesperi di Natale: “Nos quoque qui sancto tuo / Redemti sanguine sumus, / Ob diem natalis tui / Hymnum novum concinimus” (vedi The Monastic Diurnal, Saint Michael’s Abbey Press, Farnborough 2011). Qui la terza parte (vedi la prima e la seconda qui e qui) della meditazione sull’Incarnazione di Sant’Atanasio d’Alessandria.

Questa grande opera conveniva davvero moltissimo alla bontà di Dio. Infatti, se un re ha costruito una casa o una città e questa viene attaccata dai briganti per la negligenza degli abitanti, il re non l’abbandona affatto, ma la difende come opera sua e la salva non badando alla trascuratezza degli uomini ma al proprio onore. Tanto più il Dio Verbo del Padre perfettamente buono non permise che il genere umano da lui creato precipitasse nella corruzione, ma con l’offerta del proprio corpo cancellò la morte che era caduta su di loro, corresse con il suo insegnamento la loro negligenza restaurando con la sua potenza tutta la condizione umana. Ce lo possono garantire i teologi del Salvatore stesso, se si leggono i loro scritti, là dove dicono: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti affinché noi non viviamo più per noi stessi, ma per colui che per noi è morto e risuscitato” [2 Cor. 5, 14-15] dai morti, il Signore Nostro Gesù Cristo. E ancora: “Quel Gesù che fu fatto di poco inferiore agli angeli lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte per ciascuno” [Ebr. 2, 9]. Poi indica il motivo per cui nessun altro doveva incarnarsi all’infuori del Dio Verbo, dicendo: “Ed era ben giusto che colui per il quale e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza colui che li doveva portare alla salvezza” [Ebr. 2, 10]. Con queste parole intende dire che nessuno all’infuori del Verbo, che li aveva creati all’inizio, poteva risollevare gli uomini dalla corruzione che era sopraggiunta. Che il Verbo stesso si prese un corpo come offerta sacrificale per i corpi simili al suo lo spiegano dicendo: “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe similmente per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” [Ebr. 2, 14-15]. Infatti il sacrificio del suo corpo pose fine alla legge, che gravava su di noi, e ci ha portato l’inizio di una nuova vita dandoci la speranza della resurrezione. Poiché la morte è venuta a dominare sugli uomini per colpa degli uomini, la distruzione della morte e la risurrezione della vita sono avvenute mediante il Dio Verbo fatto uomo, come dice il portatore di Cristo: “Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti morirono in Adamo, così tutti saranno vivificati in Cristo” [1 Cor 15, 21-22], e quel che segue. Adesso infatti non moriamo più, come condannati, ma come quelli che sono destinati a risvegliarsi attendiamo la risurrezione universale di tutti, che “ci mostrerà a suo tempo” Dio che l’ha operata e donata.


(fonte: Sant’Atanasio, L’Incarnazione del Verbo, Roma 1987, pp. 53-54)

venerdì 26 dicembre 2014

Angelus ad Virginem

A TUTTI GLI AMICI DI MUNIAT

GLI AUGURI DI SANTO NATALE




Eia, Mater Domini,
Quae pacem reddidisti,
Angelis et homini,
Cum Christum genuisti.
Tuum exora Filium,
Ut se nobis propitium,
Exhibeat, et deleat peccata,
Praestans auxilium,
Vita frui beata,
Post hoc exsilium.




Angelus ad Virginem,
Subintrans in conclave.
Virginis formidinem,
Demulcens inquit: “Ave,
Ave Regina Virginum,

Coeliteraeque Dominum,
Concipies et paries intacta,
Salutem hominum.
Tu porta Coeli facta,
Medella criminum.”



“Quomodo conciperem,
Quae virum non cognovi?
Qualiter infringerem,
Quae firma mente vovi?”
“Spiritus Sancti gratia,
Perficiet haec omnia.
Ne timeas, sed gaudeas, secura,
Quod castimonia,
Manebit in te pura,
Dei potentia.”

Ad haec Virgo nobilis,
Respondens inquit ei:
“Ancilla sum humilis,
Omnipotentis Dei.
Tibi coelesti nuntio,
Tanta secreti conscio,
Consentiens et cupiens videre,
Factum quod audio.
Parata sum parere,
Dei consilio.”

Angelus disparuit,
Etstatim puellaris,
Uterus intumuit,
Vi partus salutaris.
Qui, circumdatus utero,
Novem mensium numero.
Hinc exiit et iniit conflictum,
Affigens humero,
Crucem, qua dedit ictum,
Hosti mortifero.

Eia, Mater Domini,
Quae pacem reddidisti,
Angelis et homini,
Cum Christum genuisti.
Tuum exora Filium,
Ut se nobis propitium,
Exhibeat, et deleat peccata,
Praestans auxilium,
Vita frui beata,
Post hoc exsilium.


Angelus Virginem, Subintrans in conclave.

Virginis formidinem, Demulcens inquit: "Ave, Ave Regina Virginum, Coeliteraeque Dominum, Concipies et paries intacta, Salutem hominum.
Tu porta Coeli facta, Medella criminum."

L'angelo apparve alla Vergine, mentre entrando nella sua camera.
Ha calmato la sua paura, quando egli le disse: "Ave, Ave, regina delle vergini.
Il Signore del cielo e della terra, potete concepire e partorire illeso, portando la salvezza dell'umanità.
È la porta del cielo, il rimedio per tutti i crimini.""Quomodo conciperem, Quae virum non cognovi?

QUALITER infringerem, Quae firma mente vovi?"
"Spiritus Sancti gratia, Perficiet haec omnia.
Ne timeas, sed gaudeas, secura, Quod castimonia, Manebit a te pura, Dei potentia.""Come posso io la concepisco, poiché non conosco uomo? 
Come posso rompo, quello che ho firmely promesso?"
"La grazia dello Spirito Santo sarà realizzare tutto questo.
Non abbiate paura ma gioire in modo sicuro, perché la castità, resterà incontaminato in voi, attraverso il potere di Dio". 

Annuncio haec Virgo nobilis, Respondens ei inquit: "Ancilla somma humilis, Dei Omnipotentis.
Tibi coelesti nuntio, Tanta secreti conscio, Consentiens et cupiens inoltre, Factum quod audio.
Parata somma parere, Dei consilio." 

Per questo il nobile vergine, Responding gli disse: "io sono l'umile schiavo, di Dio Onnipotente.
Tuo annuncio celeste, sono venuto a conoscenza di tanti segreti, dare il mio consenso e voglio vedere, compiuto quello che ho sentito.
Sono pronto ad obbedire, la volontà di Dio." 

Angelus disparuit Etstatim puellaris, utero intumuit, Vi partus salutaris.
Qui, circumdatus utero, Novem mensium Numéro.
Hinc exiit et iniit conflictum, sinostosi omero Affigens, Crucem, qua dedit ictum, Hosti mortifero. 

L'angelo scomparve e a una volta la fanciulla, concepito nel suo grembo, il frutto della salvezza.
Nel suo grembo ha mentito chiuso, per nove mesi.
Da esso che è venuto avanti entrando la battaglia, ha fissato le spalle, sulla Croce, che ha dato il colpo, mortale al nemico. 

EIA, Mater Domini, Quae pacem reddidisti, Angelis et homini, Cum Christum genuisti.
Tuum exora Filium, Ut se nobis propitium, Exhibeat, et deleat peccata, auxilium Praestans, Vita beata frui, exsilium Post hoc.

Gioisci, madre del Signore, che ha ripristinato pace, angeli e uomini, quando si portava il Cristo.
Esortare i tuo figlio, che egli sia propizio a noi, lasciare che lui mondare i nostri peccati, dandoci un aiuto, per godersi la vita beata, dopo questo esilio.

mercoledì 24 dicembre 2014

Dov’è il nostro piccolo cuore?




L'Osservatore Romano



L’omelia mai pubblicata che Paolo VI tenne il 25 dicembre 1971 alla parrocchia di Santa Maria Regina Mundi a Torre Spaccata

È venuto per darci confidenza
Fratelli e figli carissimi: perché sono venuto fra voi? Sono molte le ragioni, anche semplici, salvo una che semplice non è. Dunque sono venuto prima di tutto per conoscervi e per farmi conoscere: forse molti di voi non hanno visto ancora da vicino il Papa. Eccolo qua: è così lontano?
No! Vuole essere vicino, vicino al popolo che il Signore gli ha dato che è il popolo di Roma. E sono quindi venuto per salutarvi e salutarvi tutti.
Vedete abbiamo qui il cardinale Dell’Acqua, che è colui che fa le nostre veci per la vita pastorale in Roma e pubblicamente, davanti a lui, conoscendo il suo zelo e conoscendo quanto lui si prodiga per il bene della popolazione romana, io lo ringrazio nel nome del Signore che oggi celebriamo: lo incoraggio e lo benedico. E con lui i vescovi, vedete, sono qui i vescovi ausiliari, quelli che condividono con lui questa grande opera di evangelizzare e predicare la Parola del Signore, di assistere spiritualmente tutta questa grande città che continua a crescere e a dilatarsi e aumentare di popolazione, e abbiamo — io per primo e loro con me — il dovere e l’onore di servirvi, di essere vicini, di curare i vostri interessi spirituali e perciò io ringrazio e saluto quelli che in questa grande opera, che è l’opera di Dio, prestano il loro aiuto.
Primo fra essi chi è? È il vostro parroco. Come lo chiamate voi? Padre Nazareno? Nazareno Mauri? Ecco, lo salutiamo davanti a voi, perché gli vogliate bene, perché cercate di assecondare le sue cure, perché abbiate cuore a chiedergli di assistervi: «Ci faccia pregare, ci insegni, ci renda buoni, ci renda cristiani, ci santifichi, ci renda degni del grande destino che a noi è prefisso, quello di andare tutti in Paradiso».



Se non abbiamo chi ci dà una mano, chi ci dà questo ministero, questo servizio di Dio potremmo smarrirci, potremmo restare senza il grande scopo della nostra vita che è quello di salvare le nostre anime. E quindi anche lui, il vostro parroco, lo ringraziamo di dare tutto se stesso al vostro servizio, al vostro bene, e lo incoraggiamo, lui e i suoi confratelli, che lo aiutano in questa non piccola ma tanto degna fatica, e con lui estendiamo il nostro saluto reverente e grato a tutta la famiglia dei Padri Carmelitani dell’Antica Osservanza, che hanno loro affidato il servizio pastorale, il ministero parrocchiale di questa borgata.

Io avrei tanto da dire su questi cari religiosi, perché? Ma perché la loro casa, come dire, centrale qui a Roma è San Martino ai Monti, e San Martino ai Monti era il titolo che Papa Giovanni aveva dato a me quando volle che fossi anch’io associato al Sacro Collegio, cioè diventato cardinale mi disse: «Tu avrai per titolo San Martino ai Monti» che è la chiesa dei carmelitani, che vi prestano servizio. E poi sono nostri amici perché hanno la chiesa della Traspontina, che è a due passi dal Vaticano e quindi siamo in stretta comunicazione, tanto che qualcuno di loro, e anche il vostro parroco per un tempo ha prestato servizio presso il nostro ufficio centrale, diciamo così, la Segreteria di Stato, e quindi è tutta la grande famiglia carmelitana — anche alle carmelitane, vero — a tutte queste anime che si stringono intorno al Carmelo, diamo il nostro saluto e la nostra benedizione questa mattina.

Dicevo: sono venuto per conoscervi e conosco un po’ la vostra parrocchia. So che siete già una comunità. Che sarebbe una parrocchia se fosse una folla senza legame, senza coscienza della propria unità, senza gli organi che la debbono tenere insieme, che sono le associazioni?
Sappiano di tutti quelli che appartengono alle associazioni parrocchiali, che sono tante, è vero: c’è l’Azione Cattolica, ci sono quelle spirituali, religiose, eccetera, quelle che si occupano degli altri, ci sono i catechisti mi dicono. Ebbene a tutti quelli che sono appunto in questa organizzazione e in questa nervatura che tiene insieme e fa corpo della vostra grande popolazione, io do un saluto speciale e incoraggiamento. Sento il dovere di ringraziare anche loro e di incoraggiarli, perché anche essi sono innestati nel grande sforzo che si fa per arrivare a tutti.

Siete, mi dicono, qui quasi 30.000! Oh quanti… quanti! E qui non c’entrano neanche tutti; se tutti fossero qui. Voi porterete il mio saluto anche a quelli che sono rimasti a casa e che sono fuori. A tutto questo corpo. E ricordate che non abbiamo gli occhi chiusi neanche per quelli che hanno ancora bisogno delle cose elementari e indispensabili per la vita: la casa, il lavoro. Per tutti questi che sono qui, in questo quartiere, voglio lasciare un saluto e una benedizione e potrei anche lasciare una promessa, e cioè di fare quello che si può perché siano consolati e assistiti e siano lieti. Abbiamo qui anche le autorità cittadine che vengono appunto per attestare la loro buona volontà.
Credetelo: vogliono fare per voi tutto quello che possono. È vero? E allora ringraziamo e benediciamo appunto quelli che impegnano il loro tempo, la loro vita, la loro capacità per aiutare la popolazione di Roma, specialmente quella che ha maggior bisogno di questo soccorso, che non è facile e lo sapete, ma credete però che dietro a questa difficoltà c’è un volere preciso, assoluto ed espresso di fare quanto è possibile per venire in aiuto di tutti. Ecco perché sono venuto.


Sono venuto, vi confiderò una cosa, anche per consolare me stesso, cioè per fare un Natale bello; voglio dire che anche il Papa deve fare un buon Natale e il mio Natale più bello è quando posso essere insieme a quelli che il Signore mi ha dato per fratelli e per figli. Essere insieme nella mia famiglia spirituale: voi siete una parte di questa famiglia, avete una bella chiesa nuova. Non è ancora del tutta finita ma indica già, anche qui, uno sforzo per fare le cose nuove, proporzionate ai bisogni e tutto questo per me è una grande, una grande consolazione.
Voi forse immaginate che il Papa sia l’uomo più felice di questa terra? Non è vero: beh, «felice come un Papa» si dice. Se sapeste! Perché? Ma perché tutti i dolori di questo mondo, tutte le necessità, le guerre, le controversie fra gli uomini, e soprattutto il vedere tanti che sono lontani dal Signore, che tanti lo combattono, lo negano, lo offendono, e tutto questo viene a finire nel nostro cuore.
E allora trovare una comunità come la vostra: migliaia di fedeli, di gente buona, di gente che spera e crede nel Signore, per me è una grandissima gioia, è una grandissima consolazione e perciò non siete voi che dovete ringraziare me di questa visita, ma sono io che debbo ringraziare voi per avermi accolto questa mattina per augurare a tutti proprio con il cuore aperto l’augurio di buon Natale … di buon Natale.
È qui che si incentra la ragione precisa per la quale io sono venuto fra voi: per celebrare il Natale. Io vorrei avere qui alcuni ragazzi del catechismo per sentire da loro se sanno che cosa è il Natale. Beh, sì che lo sanno: c’è qui un bel presepio, sanno subito che Natale è la festa che commemora la nascita di Gesù, e fino a qui ci arriviamo tutti, anche i bambini del catechismo, i più piccoli possono dire: «Oggi è Natale, è venuto Gesù Bambino».
Ma se io vado avanti con le domande: «Ma chi era Gesù Bambino?», «Gesù bambino è il figliolo della Madonna, è il figlio di Maria». Ed è tutto? Ecco, la grande cosa che dobbiamo avere presente nell’anima, facciamo uno sforzo, un po’, non dico per capire, ma almeno per farvi attenzione: Gesù, quel Gesù che vediamo nel presepio, quel bambino che vagisce lì, che non ha nessuna forza, nessuna espressione di sé, proprio perché è un bambino appena nato: quel Gesù è Figlio di Dio! 



Da dove viene? Ma viene dal cielo, dove, lo diremo adesso, fra poco cantando il Credo: descendit de caelis, «è disceso dal cielo», ha questa prerogativa, questa singolarità unica, misteriosa e immensa, che racchiude in sé due figliolanze: è Figlio di Maria e quindi è fratello nostro, è uomo, ed è figlio di Dio, è figlio di Dio! Viene dal cielo, in lui vive la divinità.
Colui che ha creato il cielo e la terra, colui che è sempre stato e sempre sarà, colui che è la ragione, il principio dell’essere di tutte le cose, della nostra vita, della nostra esistenza, colui che conosce tutto, che vede nei nostri pensieri, colui che è presente a noi più che noi stessi, quello che si chiama Figlio di Dio, è venuto a farsi insieme figlio dell’uomo e allora la meraviglia deve essere la caratteristica di questa festività: siamo meravigliati, siamo ammirati, siamo sorpresi, siamo incantati per questo fatto che Dio si è fatto uomo, e che è in mezzo a noi.
Tenetelo bene a mente, perché questo è quello che io vi volevo dire venendo fra voi. 



Il Natale è la visita fatta, non dal Papa che viene in mezzo a noi, non è che un simbolo questo, non è che un segno. È la visita, è la venuta di Cristo tra noi e Cristo è il Figlio di Dio fatto uomo. È la discesa di Dio in mezzo a noi. Come è lontano Iddio, cioè come è misterioso, come è inaccessibile, come è incomprensibile. Tanta gente non ci crede, perché? Ma perché non lo vede con gli occhi, perché non lo sente, perché non capisce, perché comprende una cosa: che se c’è Dio, Dio è un mistero senza confini e viene da questo mistero senza confini, da questo Dio nella profondità del tempo e dello spazio.
Avete mai guardato il cielo? Avete mai pensato ai secoli che sono passati? Tutti gli esperimenti recenti di questi astronauti che vanno alla Luna ci hanno almeno abituati a guardare un po’ di più la volta stellata che sta sopra di noi. E pensare a queste distanze immense, a questi secoli senza numero, che segnano l’età dell’universo e quindi il Dio di questo universo. Ebbene il Dio di queste profondità, il Dio infinito, il Dio che sta nei cieli. «Padre nostro che sei nei cieli», che sei in questo tuo ... in questo immenso, immenso mistero; questo Dio che è inafferrabile ai nostri occhi, e così poco pensabile anche ai nostri cervelli, questo Dio vero. 




Lui è venuto in mezzo a noi e per farsi conoscere, per farsi direi afferrare da noi si è fatto nostro fratello, si è fatto uno di noi, si è rivestito di carne umana, si è fatto uomo, per venire proprio a essere nostro amico, nostro collega, nostro compagno. Per darci confidenza!

Dio avrebbe potuto venire vestito di gloria, di splendore, di luce, di potenza, a farci paura, a farci sbarrare gli occhi dalla meraviglia. No, no! È venuto come il più piccolo degli esseri, il più fragile, il più debole. Perché questo? Ma perché nessuno avesse vergogna ad avvicinarlo, perché nessuno avesse timore, perché tutti lo potessero proprio avere vicino, andargli vicino, non avere più nessuna distanza fra noi e lui.
C’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da lui pensato, da lui amato… da lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo.
Che cosa è il Cristianesimo? Che cos’è questa nostra religione che ci fa costruire queste case, che ci organizza in parrocchie, che ci fa una famiglia sola, che ci fa diventare Chiesa sua? Che cosa è? È l’amore di Dio per noi. La capite questa parola: Dio ci ama, dilexit nos, ci ha voluto bene ancora prima che nascessimo; ha riconosciuto le nostre cose, e ha avuto un occhio, ha avuto un raggio di bontà e si è fermato sopra ciascuno di noi.
Mi dite chi di voi può dire: «Io non sono amato da Dio». Un malato? Ma se il Signore è venuto per quelli che soffrono. Un bambino? Ma se si è fatto bambino. Una povera donna di famiglia? Ma se è venuto anche lui per vivere in questa nostra famiglia umana. Un povero? Ma se ha voluto essere anche lui un povero. Un operaio? Ma se è voluto essere lui un povero falegname in un piccolissimo paese, Nazareth, dove ha passato trent’anni della sua vita, la maggior parte, per essere nostro compagno, per condividere con noi questa fatica della esistenza umana.



Gesù ha voluto venire tra di noi — Dio fatto uomo — perché comprendessimo il suo linguaggio, la sua parola divina, ma pronunciata non nel linguaggio misterioso con cui parla agli angeli e con cui parla nel silenzio degli spazi e dei secoli. Ha voluto assumere le nostra labbra per farsi capire e diventare… Come lo chiamiamo Gesù di solito? Maestro! È venuto per parlarci, per effondere la sua scienza, la sua sapienza. E come? Chissà che parole difficili che ha detto.
Ma no! Sono parole fatte apposta per i nostri poveri cervelli, per la nostra povera intelligenza, ma sono sempre parole divine, immense, che scoppiano quando noi le riceviamo nella nostra anima, tanto sono grandi e ha detto il suo grande messaggio che è come un programma di tutto il Vangelo: «Beati voi poveri, perché di voi è il mio regno, beati voi che piangete e soffrite perché io sono venuto a consolarvi, beati voi che amate e soffrite per la giustizia, perché io vi sfamerò, vi darò questa giustizia, e beati voi puri di cuore perché voi vedrete Dio, avrete la simpatia e l’intuizione di che cosa sono le cose divine».
Questo è il linguaggio che ha usato il Signore e si è fatto quindi maestro, senza sedere sulla cattedra, ma in mezzo al popolo, seduto per terra, passeggiando con i suoi discepoli.
E poi? Tutto qui? Guardate: è venuto Gesù, è venuto per dare la sua vita per noi. Non capiremo mai abbastanza Nostro Signore Gesù Cristo, se non comprenderemo questa sua intenzione, questo destino che segna davvero il perimetro della sua vita. Gesù è venuto per morire, ecco, è venuto per salvarci.
Se uno di voi fosse stato salvato da un incidente che, ahimè, succede spesso sulla strada, avreste gratitudine per quel coraggioso che si è esposto al pericolo per salvare voi?
Avete sentito la storia di quello che abbiamo beatificato qualche settimana fa, padre Kolbe? Forse sì. Però fatevela raccontare lo stesso, perché è tanto bella: un religioso francescano polacco, molto bravo, che ha fatto tanto bene parlare di sé per le opere grandi, riguardo la stampa specialmente, viene preso dai tedeschi e messo in un campo di concentramento.
Un prigioniero fugge, non si trova dove sia questo, e allora — come era metodo di questa inumana gente — il sistema prevede: «Noi ne uccideremo dieci, per vendicarci di questo che è scappato». Ne hanno trovati nove. Il decimo era un padre di famiglia, che io ho veduto, sapete. Quando ho fatto la beatificazione in San Pietro lui c’era. «Sono stato io salvato da Massimiliano Kolbe».
Perché? Perché questo prigioniero è uscito dalle file e si è presentato all’ufficiale e gli ha detto: «Questo è un povero padre di famiglia, lo lasci andare, prenda me», e hanno preso lui. Ed è morto per salvare questo polacco: è un gesto eroico, gratuito, spontaneo, senza nessuna gloria, senza nessuna ricompensa. Ebbene è morto per salvare questo padre di famiglia e Gesù è morto per salvare ciascuno di noi: Diléxit nos, et trádidit semetípsum pro nobis. Ha dato se stesso per noi.
Io vorrei che vi restasse nel cuore, per ricordo di questo Natale, proprio questo pensiero. Se siamo stati amati da Cristo, da Dio in Cristo che dobbiamo fare? Rispondete voi. È una cosa che sembra semplice, ma comprende tutta la nostra vita: dobbiamo dare anche noi. Se è così ricco per noi, se è così buono con noi, se è stato così generoso con noi, se ha dato la sua vita per noi, allora gli vorrò bene, mi guarderò anch’io di volergli bene, mi sentirò cristiano, cioè legato dalla gratitudine, da riconoscenza, da amore a questo Gesù che ha dato la sua vita per me.
Ed è tutto. Quelli che rispondono a questo amore sono cristiani.
E avviene un secondo fatto. Se davvero siamo stati tutti amati in Gesù Cristo eccoci qua! Ci troviamo insieme, si produce una comunità, si produce una comunità, si produce una simultaneità, si produce un corpus, si produce una società: come si chiama? Si chiama Chiesa. Siamo noi la Chiesa. Noi che siamo i salvati di Cristo.
Quindi due conseguenze da tutta questa meditazione.
Primo: bisogna che davvero comprendiamo meglio, non essere distratti. Non siamo gente che dimentica e non siamo degli ingrati, perché la cosa più grave, più generale della nostra povera umanità è questa, di non avere la gratitudine, quanta dovrebbe avere per Dio che così ci ha amati. E amare Gesù vuol dire pregarlo, vuol dire venire in chiesa, vuol dire davvero essere religiosi, per via di amore.
Tanti vedono nella religione una cosa che opprime, una cosa difficile, una cosa incomprensibile, una cosa noiosa: no! La religione, l’essere a contatto con Cristo e con Dio è una cosa che ci riempie di felicità, di gioia. Perché? Perché è l’amore.
Il primo, il grande comandamento che il Signore ci ha lasciato è questo: ama, ama Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutte le tue forze. Anzi ha detto una parola che sembra, a me fa sempre tanta impressione e che anche a voi certo la farà: se ci pensate: «Amatevi». Come? Quel come che fa cascare le braccia: «Come io vi ho amato». Ma come è possibile amare come il Signore ci ha amato?
Dov’è il nostro piccolo cuore, lui che ha il cuore che comprende tutto il mondo, lui che ci ha dato questo saggio di generosità, che è infinita, questa donazione eroica di sé. Ma posso io amare in questa misura?
La misura no, ma l’esempio sì: come Signore tu hai amato me, io cercherò di amare te, la mia vita sarà tesa in questo desiderio di rispondenza, in questo desiderio di dialogo, di incontro, di amore con te. Voi sapete che cosa è l’amore, questo sentimento fondamentale della nostra vita verso Cristo e verso Dio. Siete cristiani che sarete salvati.
E in secondo luogo su questo «amate ancora come io ho amato», Gesù ha amato tutti gli uomini, Gesù non ha detto di no a nessuno. Gesù non ha avuto odio nemmeno per colui che lo ha tradito, Giuda. Ha udito parole amare di condanna e quando Giuda col bacio, con la profanazione, con la ipocrisia più fiera e più crudele, lo ha tradito, Gesù che cosa ha detto? «Amico, amico, con un bacio tradisci il figlio dell’uomo», cioè Lui. Vedete chi è Gesù: lo conoscete adesso questo cuore di Cristo? Ebbene noi dovremmo imitare il cuore del Signore, cioè essere capaci anche noi di amare tutti.
Vorrei fare delle domande e poi finisco. Per celebrate il Natale: avete fatto qualche opera buona? Avete perdonato a qualcheduno? Avete pregato per qualcheduno che ne ha bisogno? Avete detto una buona parola per consolare qualcuno? Avete dato un po’ di gioia a qualche bambino, a qualche parente o a qualche persona? Avete cercato di effondere e di trovare in fondo al vostro cuore un po’ di calore, un po’ di dolcezza da dare intorno a voi? Avete fatto un atto di amore per questa vostra comunità, questa nostra società spirituale, che è la parrocchia? Beh, fatelo con me adesso! Noi celebreremo la Messa proprio per questa parrocchia, perché diventi davvero una famiglia in Cristo, perché l’amore di Cristo regni, trionfi nella vostra comunità parrocchiale.
L’amore deve essere il sole che illumina la nostra vita, il sole che scende e che dirige il nostro amore dal senso verticale al senso orizzontale: amiamo Dio e amiamo il prossimo.
Se abbiamo capito questa chiave, questa sintesi del Cristianesimo, allora possiamo andare vicino al presepio, chiudere gli occhi e pensare a questo bambino che è venuto per essere il nostro Salvatore.

L'Osservatore Romano, 24 dicembre 2014.

martedì 23 dicembre 2014

vigilia di Natale



Novena di Natale - 24 dicembre 2013

Versione integrale dell'ultimo giorno della storica novena di Natale che si svolge tutti gli anni 

nella chiesa Santa Maria del Borgo, la Chiesa Madre di San Nicandro Garganico.

lunedì 22 dicembre 2014

Un principe che si fa verme

NATALE: UN PRINCIPE CHE PER VOLER SALVARE UN VERME SI FACESSE LUI VERME 




Sant'Alfono M. de' Liguori,
Novena di Natale
 
MEDITAZIONE IDell'amore di Dio in farsi uomo

Consideriamo l'amore immenso che Iddio ci dimostrò in farsi uomo per ottenere a noi la salute eterna.
Pecca Adamo il nostro primo padre, e ribellandosi a Dio vien discacciato dal paradiso e condannato alla morte eterna con tutti noi suoi discendenti. Ma ecco il Figlio di Dio che vedendo perduto l'uomo, per liberarlo dalla morte si offre a prendere carne umana ed a morire giustiziato in croce.

Ma, Figlio, par che allora gli dicesse il Padre, pensa che in terra dovrai fare una vita umile e penosa. Dovrai nascere in una grotta fredda ed esser posto in una mangiatoia per bestie. Dovrai bambino fuggire in Egitto per scampare dalle mani di Erode. Ritornato dall'Egitto dovrai vivere in una bottega da umile garzone, povero e disprezzato. Finalmente, a forza di dolori, dovrai lasciar la vita sopra una croce, svergognato ed abbandonato da tutti. Padre, non importa, risponde il Figlio, di tutto mi contento, purché si salvi l'uomo.

Che si direbbe mai se un principe, avendo compassione d'un verme morto, volesse diventare egli verme, e facendo un bagno del suo sangue, morisse per dar la vita al verme? Più di questo ha fatto per noi il Verbo Eterno, ch'essendo Dio ha voluto farsi verme come noi e morire per noi, affin di acquistarci la vita perduta della grazia divina. Vedendo egli che con tanti doni a noi fatti non aveva potuto guadagnarsi il nostro amore, che fece? Si fece uomo e ci diede tutto se stesso (cf.. Gv 1, 14 e Ef 5, 2).

L'uomo disprezzando Dio, dice S. Fulgenzio, si parti da Dio; ma Iddio amando l'uomo, venne dal cielo a ritrovare l'uomo. E perché venne? Venne affinché l'uomo conoscesse quanto Dio l'amava e così almeno per gratitudine l'amasse. Anche le bestie che ci vengono appresso si fanno amare; e noi perché siamo così ingrati con un Dio che scende dal cielo in terra per farsi da noi amare? Un giorno, dicendosi da un sacerdote quelle parole della Messa E il Verbo si fece carne, un uomo ivi presente, non fece alcun atto di riverenza; allora il demonio gli diede un grande schiaffo, dicendogli: Ah ingrato! Se Dio avesse fatto tanto per me quanto ha fatto per te, io starei sempre colla faccia per terra a ringraziarlo.

Affetti e preghiere

O Figlio di Dio, tu ti sei fatto uomo per farti amare dagli uomini, ma dov'è l'amore che gli uomini ti portano? Tu hai dato il sangue e lavita per salvare le anime nostre, e perché poi ti siamo noi così sconoscenti che, in vece d'amarti, ti disprezziamo con tanta ingratitudine? Ed ecco, Signore, io sono stato uno che più degli altri ti ho maltrattato così. Ma la tua Passione è la speranza mia. Deh per quell'amore che ti fece prendere carne umana e morire per me sopra la croce, perdonami tutte le offese che ti ho fatte.
 
Ti amo, o Verbo Incarnato, ti amo, mio Dio, ti amo, bontà infinita; e mi pento di quanti disgusti ti ho dati, vorrei morirne di dolore. Dammi, Gesù mio, il tuo amore, non mi far vivere più ingrato all'affetto che mi hai portato. Io ti voglio sempre amare. Dammi la santa perseveranza.
 
O Maria, Madre di Dio e madre mia, impetrami tu dal tuo Figlio la grazia di amarlo sempre, sino alla morte.

domenica 21 dicembre 2014

Natale è una tragedia

Il Natale cristiano non è una festa: è una tragedia



«Tutta la storia cristiana ebbe inizio da quel grande avvenimento mondano in cui Erode e Pilato si strinsero la mano. Fino a quel giorno, lo sapevano tutti nella buona società, i due neanche si parlavano. Qualcosa li indusse a cercare un reciproco appoggio, sebbene ciò che stava accadendo fosse la semplice condanna a morte di una banda di criminali. I due capi si riconciliarono il giorno in cui uno di quei condannati fu crocifisso. Ecco ciò che molti intendono con la parola “pace”: la sostituzione di un regno d’amore con un regno d’odio».


P1190331 (2)di Antonio Margheriti Mastino

 A Messori non far gli auguri …

Non mi piace fare gli auguri, in genere, come non mi piacciono le ritualità svuotate di senso. O mutate di senso. Per esempio i compleanni: non ho mai capito perché si fanno gli auguri a una persona che da quel momento vivrà un anno di meno essendosi appena giocata un altro anno di vita, vivendolo, bene o male. Ma mi diverte molto fare gli auguri a quelli che la pensano come me, che sobbalzano alla sola idea, quando non addirittura s’indignano prossimi ad adirarsi, e tentano di sottrarvisi quasi si trattasse di una jettatura. In effetti, i giorni che prevedono degli auguri sono sempre tanto tristi, fateci caso.
Ecco, uno di questi è Vittorio Messori, allergico come non mai a certi “costumi”. Per questo non dimentico mai a Pasqua a Natale e del suo compleanno (capace quest’anno pure a Ferragosto, se mi gira) di porgerglieli. Pure la sua reazione allergica a questi “rituali” dei quali, in risposta, pensa dice ed elenca peste e corna, pure questa è diventata una ritualità. Che vivacizza l’evento lieto.
Ecco: “lieto”. È proprio questo che non torna. E me lo fa notare nella sua prevedibilissima reazione ursina proprio Messori, stasera, quando con determinazione per non dire sacro sdegno ha a modo suo respinto-accolto gli auguri di buon natale, trovando un compromesso onorevole: non rispondere all’augurio in sé, ma in cambio fornire una spiegazione più che adeguata al suo rifiuto, screditando tale tristo uffizio: gli “auguri”. Che è il suo modo (ursino) di rispondere “grazie”.
Vittorio Messori
Vittorio Messori
E ho fatto bene a farglieli, pure stavolta, perché non poco m’ha fatto riflettere quel suo finto-burbero “gran rifiuto” con tanto di motivazioni spericolate.
Lasciamo perdere la baggianata stomachevole con la quale sin dall’asilo ci hanno rintronati: “a Natale siamo tutti più buoni”, non merita la nostra attenzione. Perché l’ipocrisia si basa sulla menzogna e la menzogna è del demonio non di Gesù Bambino. Lasciamo perdere tutto questo e poniamoci una domanda: ma davvero il Natale, quel che lo precede, quel periodo natalizio” affogato in un oceano di neve e miele e baci perugina e palle infilzate, davvero è sempre stato un periodo tanto romantico?, la fiaba felice e leggiadra che ci raccontano e ci raccontiamo?

E quante volte anche tu di nascosto piangevi, Madre…

Statua dell'Immacolata. Cartapesta leccese, primi del '900
Statua dell’Immacolata. Cartapesta leccese, primi del ’900
Già, perché il natale lungi dall’essere stato quell’evento idilliaco e bucolico che immaginiamo oggi per vendere e comprare un panettone,  al contrario è stato sempre percepito, vissuto, rappresentato come un evento tragico.
Faccio mente locale sui miei natali, preferibilmente quelli dell’infanzia. Mi tornano in mente due motivi contrapposti, due cantilene. Della prima vi dirò poi (nel prossimo articolo sul Natale), la seconda qui ci interessa, ed è un canto “liturgico” che sta risuonando anche adesso nelle mie orecchie e che all’epoca mi fece toccare per la priva volta, restandone basito e meravigliato, il fondo tragico del natale cristiano. Quei versi lì che gettano il tumulto nel cuore:
« Madre io vorrei
Io vorrei tanto parlare con te di quel Figlio che amavi:
Io vorrei tanto ascoltare da te quello che pensavi:
quando hai udito che tu non saresti più stata tua
e questo Figlio che non aspettavi non era per te…
Io vorrei tanto sapere da te se quand’era bambino
tu gli hai spiegato che cosa sarebbe successo di Lui
e quante volte anche tu, di nascosto, piangevi, Madre,
quando sentivi che presto l’avrebbero ucciso, per noi.
Io ti ringrazio per questo silenzio che resta tra noi
io benedico il coraggio di vivere sola con Lui
ora capisco che fin da quei giorni pensavi a noi
per ogni Figlio dell’uomo che muore ti prego così…».
Fu lì che capii tutto: in quello iato quasi luttuoso nasce e cresce Gesù. (QUI potete ascoltarne una versione decente, da una voce pulita come quella di Salvatore Esposito, nonostante talune inflessioni dialettali forse casertane)

Il presepe tragico

8332Pensiamo alla storia dell’arte, almeno fin dove c’è stata un’arte cristiana; osserviamo quell’atmosfera intorno alle rappresentazioni pittoriche della Sacra Famigliola e quei colori densi, carichi, plumbei: c’è qualcosa di oscuro, una luce adombrata da un dramma incalzante. Il volto preoccupato di un Giuseppe, il viso dolce ma amaro di Maria, quell’espressione seriosa e saputella sul faccino del Bambinello: Egli “sa”. Quei volti lì sono volti turbati dalla profezia, presaghi di qualcosa di terribile che incombe, sta compiendosi. Sono scene e volti interamente tragici. Tutto intorno alla “capanna” altro che pastorelli e pecorelle, sta invece montando il terrore, l’orrore, il destino doloroso, qualcosa di cupo, come stava scritto, annunciato per bocca dei profeti: quel “lieto” evento sta per essere profanato e coperto non di neve candida ma di sangue innocente. Fiumi di sangue… altro che torrenti meccanici da presepe!
È l’ora di Erode. Qualcuno cerca quel Nato per assassinarlo, ma non lo trova: e allora colpisce nel mucchio, scannando tutti i primogeniti maschi di quella zona nati in quel periodo. Che c’è di romantico e bucolico e lieto e festoso in tutto questo? Che ragione avevano quei tre Personaggi nella “capanna” di avere volti paciosi da babbinatale? E non ce l’avevano infatti: stavano cercando di salvare la vita del figlio. Del figlio di Dio. Erano dei fuggiaschi. Provate a immaginare voi l’animo di un padre e una madre consapevoli che stanno cercandoli per ammazzarne il figlio appena nato… provateci e capirete!

Erode e Pilato si diedero la mano: è questa la “pace” del mondo

Bambinello, con i simboli della Passione. Cartapesta leccese, 1888 circa, autore Giuseppe Manzo
Bambinello, con i simboli della Passione. Cartapesta leccese, 1888 circa, autore Giuseppe Manzo
Già! La furia omicida e deicida di lucifero e degli anticristi suoi servi che “nascono” insieme al Cristo sta per scoppiare inarrestabile, proprio in quel momento emblematico: la Natività.
Segno che la vicenda del Grande Nato, la sua Prima Venuta, è destinata a trovare l’epilogo nel sangue; profezia anche sulla parabola cristiana, nata insieme agli “anticristi” e che mai ne sarebbe stata abbandonata, mai lo sarà, sino alla Seconda Venuta di Cristo sulla terra. Cristianità sulla quale grava quell’interrogativo di Gesù tutt’altro che trionfale, apocalittico e angoscioso semmai: “Quando verrò di nuovo sulla terra, troverò ancora la fede?”.
La Chiesa nasce segnata dalla tragedia e dal sangue, al pari della vicenda di Cristo: ne è perfetta imitatio et sequela Christi. Così come la vicenda del Cristo inizia nel sangue degli innocente e “finisce” nel suo stesso sangue innocente; alla stessa maniera la Cristianità inizia la sua parabola, nei primi secoli, intrisa del sangue dei propri martiri; parimenti, nella persecuzione e nel martirio troverà la sua conclusione. E la sua gloria (come Cristo, del quale ne è corpo mistico). Mentre, come scrive Benson a conclusione de  Il Padrone del Mondo, “così finiva questo mondo, così passava la sua gloria”. Nell’ultimo giorno.
Gesu-passioneSarà Chesterton, facendo un conturbante parallelo tra quei giorni e i nostri, tra la nascita e la morte di Cristo, tra Erode e Pilato che sono l’inizio e la conclusione di tutto quel che avverrà in seguito della storia del cristiano a questo mondo, sarà lui a scrivere queste parole che danno i brividi, e che riecheggiano l’ipocrita e mondano, falso e bugiardo, minaccioso infine,  “a Natale siamo tutti più buoni”:
«Tutta la storia cristiana ebbe inizio da quel grande avvenimento mondano in cui Erode e Pilato si strinsero la mano. Fino a quel giorno, lo sapevano tutti nella buona società, i due neanche si parlavano. Qualcosa li indusse a cercare un reciproco appoggio, sebbene ciò che stava accadendo fosse la semplice condanna a morte di una banda di criminali. I due capi si riconciliarono il giorno in cui uno di quei condannati fu crocifisso. Ecco ciò che molti intendono con la parola “pace”: la sostituzione di un regno d’amore con un regno d’odio».
È la parabola anche di tutti i “paci-finti” odierni e di sempre, particolarmente attivi e blateranti nei natali di ogni epoca, e incessantemente con una bandiera in mano, a ogni generazione di diverso colore (adesso è arcobaleno: il demoniaco – e guardacaso abortista – sindaco di Roma ha cosparso la Città Eterna di luci “natalizie” con quei colori), ma con la medesima parola d’ordine sulla bocca: “pace”. La pace secondo Erode e Pilato.

Il natale non è più di Gesù Bambino ma di Walt Disney

Il padre del nuovo "natale": il massone Walt Disney
Il padre del nuovo “natale”: il massone Walt Disney
Perciò ha ragione Messori a rispondere ai miei “auguri” (e gliene sono grato) con quel: «Lasciamo stare la melassa del buonismo natalizio che, come sa, è stata inventato dagli anglosassoni e non ha niente a che fare con il Natale cristiano. Quello medievale, innanzitutto, ben consapevole che quel bel bambino sarebbe finito in croce e che, tanto per gradire, per causa sua tutti gli altri bambini nei dintorni poco tempo dopo sarebbero stati massacrati. Le sacre Rappresentazioni natalizie antiche come sa sono austere, severe e spesso tragiche, altro che coretti festosi!».
Come volevasi dimostrare.
La serietà di Maria
La serietà di Maria
Non occorre dunque l’intenerimento alla Walt Disney(questo gran massone, razzista, filo-nazista e gran corruttore) o alle nenie, la più famosa delle quali, White Christmas, è stata composta, cinicamente per fare incasso, da un ebreo praticante come Irving Berlin. Ci avete mai pensato? L’immagine che il mondo ha oggi del Natale è stata forgiata a fini commerciali da un massone e da un ebreo. Se lo scopre Blondet ci scrive un dossier di sicuro…
Guardiamo a tutta la miriade di film d’animazione che la Disney ha dedicato al Natale: “Gesù Bambino” non compare mai, compare al suo posto Babbo Natale. È come se la festa del nostro compleanno venisse trasformata nella festa del nostro spazzacamino: che c’entra? Ma tant’è!  Proprio stasera ne vedevo uno: Che fine ha fatto Santa Claus?, saturo di semidivinità new-age ma assolutamente ripulito da qualsiasi collegamento al solo Nato che in quel giorno si dovrebbe celebrare: Gesù.

Da Natale a Santo Stefano: periodo di penitenza non di bagordi

Bambinello, cartapesta leccese, primi '900
Bambinello, cartapesta leccese, primi ’900
Ed è a questo punto che sempre il Messori mi lancia un altro spunto: «A proposito delle “dolcezze natalizie”, se vuole scriverne, non dimentichi, a conferma del dolore e del senso di tragedia che circondava la nascita del Cristo (quando i cristiani erano cristiani), che il giorno che segue il Natale è stato voluto dalla liturgia come dedicato a Stefano».
Cosa vuol significarmi, mi chiedete?Una cosa lapalissiana e, parimenti al significato del Natale, dimenticata pure questa:
Stefano è il primo martire, morto con una delle più barbare e dolorose esecuzioni, la lapidazione. La liturgia vuole così ammonire i credenti che quel bambino porta come doni non pacchetti infiocchettati e canti mielosi ma la possibilità che incombe su ogni credente di dare la vita per la sua fede.
Rappresentazione molto stilizzata della lapidazione di Stefano
Rappresentazione molto stilizzata della lapidazione di Stefano
Guardate che nelle antiche chiese orientali, il 25 dicembre era un giorno di mestizia e di digiuno. E noi, oggi, lo commemoriamo con pranzo pantagruelico e cenone, incoraggiati da preti immemori. Solo nella Pasqua, dunque al lieto fine, esplodeva la gioia, con la gente che si abbracciava nelle strade gridando “Kuriòs aneste!”; o nel Meridione, dove sino a mezzo secolo fa, allo scoccare della mezzanotte, usciti dalla messa pasquale notturna, la gente andava a battere pugni sugli usci di tutte le porte, festosamente, per “annunciare il Fatto” e soprattutto “perché i diavoli vengono scacciati”, messi in fuga dalla Resurrezione. E le porte percosse volevano proprio ricordare il confuso scaraventarsi fuori dall’uscio dei demoni in panico. Così almeno mi raccontavano gli anziani.
Quando ero bambino mi chiedevo sempre perché mai quei magnifici antichi bambinelli in cartapesta leccese avessero lo sguardo triste e stringessero nelle mani una piccola croce insieme a una corona di spine. Ora lo so.
Era tragico e non “dolce”  Natale, per chi ancora sapeva guardarlo con occhi cristiani.

P.S.
Apro una parentesi. Da notare anche che fino a qualche secolo fa il Capo dell’Anno, il Capodanno (che non si festeggiava, e prima era una festa pagana) iniziava in genere il 25 dicembre. Con in cima il Protomartire a inaugurare l’anno. A tal proposito è bene ricordare l’ammonimento di Sant’Eligio, intorno al VII secolo, verso coloro che, specie nelle Fiandre, festeggiavano secondo l’uso pagano in onore del dio Giano il capodanno: «A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica».
Forse, nella giusta misura, dovremmo ricordarcene. O almeno ricordarci che Paolo VI cercò di porre un rimedio all’andazzo, proclamando quel giorno come quello della Madre di Dio: ma siamo onesti, quanti quel giorno festeggiano la Madre di Dio? È una danza intorno a noi stessi, ai nostri vitelli d’oro simboleggiati dallo zampone con le lenticchie, un avvitarci ebbri ai nostri auspici superstiziosi in onor di Bacco più che della Madre di Dio. Qualcuno prima di Paolo VI cercò l’espediente semantico di definire il Capodanno “notte di San Silvestro”, compromettendo anche l’inconsapevole santo, pur di continuare a festeggiarlo con qualche parvenza di sacro. Chiudiamo la parentesi